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Nel 1994 a Verona, a seguito dell’incontro di Roberta Bonetti prima con Gianni Albanese e poi con Elisa Rossignoli e Carine Durand, sono realizzati una serie di percorsi di apprendimento che tengono conto dell’irrompente dimensione interculturale che sempre più caratterizza il tessuto sociale veronese. Rivolti inizialmente all’Africa, i percorsi, realizzati attraverso la metodologia della ricerca di campo, rivelano fin da subito come l’Africa sia uno strumento strategico per parlare dell’Altro in termini più ampi. Dal lavoro a contatto con migliaia di alunni e insegnanti provenienti da scuole di differente ordine e grado, emerge sempre più chiaramente una valutazione nuova delle “differenze”. Queste, più che una questione culturale, si insinuano nella storia italiana a partire dalle tradizionali divisioni di classi per giungere a nuove forme di differenziazione sociale rivelatrici di ulteriori e nuove alterità legate al genere, al sesso, all’età, al modo di vivere, all’abitare, al vestire.
Con l’obiettivo di trovare soluzioni operative e concrete da attuarsi in contenitori culturali differenziati, ci si rende conto, fin da subito, che solo un lavoro a stretto contatto con allieve/i e insegnanti può essere la strada da tentare per poter dare il via ad una progettazione educativa non più calata dall’alto, ma di volta in volta intrecciata alle esigenze e alle complessità delle diverse realtà sociali con le quali, tramite la realizzazione dei percorsi, si entra a stretto contatto.
Grazie a questa precedente esperienza di campo nel mondo dell’educazione Roberta Bonetti fonda, nel 2003, l’Associazione Mani Altri Sguardi, con l’obiettivo di realizzare progetti che, alla luce della forte esperienza in ambito antropologico, diano spazio e valore alle diverse modalità espressive dell’individuo. Da questo momento, e sempre più, i progetti “interculturali” vengono pensati in termini di ecologia delle relazioni, come apprendimento all’unicità e reciprocità dell’individuo, più che al dialogo tra culture e, di conseguenza, come riconoscimento del valore e della funzionalità della diversità in considerazione dell’ambiente in cui l’individuo vive. Va da sé che il tema dell’unicità non può più intendersi esclusivamente in termini territoriali, ma in termini di età, sesso, storia di vita, condizione sociale. Mentre, nei processi d'apprendimento, la trasmissione di conoscenza non può che attuarsi in riferimento ai bisogni di tipo cognitivo e affettivo.
L’attività che oggi caratterizza l’Associazione accresce la consapevolezza che dietro ogni crisi sociale c’è fondamentalmente una crisi personale, dell’individuo e delle relazioni che questi ha con il suo simile e con l’ambiente nel quale è inserito. Da ciò deriva l’impegno a investire sempre più nell’ambito della progettazione educativa, non in sostituzione ma a completamento e sostegno delle istituzioni preposte all’educazione (scuole, strutture parentali, strutture educative pubbliche e private, centri ricreativi di vario genere).
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