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Quando il lavoro (non) aiuta a crescere
Studiare il lavoro in un'ottica pedagogica significa guardarlo e valutarlo in quanto esperienza che produce i suoi effetti educativi sulla persona, non solo nel presente, ma anche in una prospettiva di sviluppo futuro.
"Le esperienze possono essere così sconnesse fra di loro che, per quanto ognuna sia gradevole o anche stimolante in sé, esse non costituiscono un tutto ben saldo. L'energia allora si dissipa e l'attenzione si disperde. Le singole esperienze possono essere vive e "interessanti" e tuttavia la sconnessione fra le parti può generare artificialmente abiti dispersivi, disintegrati, centrifughi. La conseguenza della formazione di tali abiti è l'incapacità di controllare le esperienze future (Dewey, 1938)".
Così viene marcata da Dewey la lontananza di queste esperienze da quelle che posso essere considerate genuinamente "educative", da tutto ciò che può accadere, troppo spesso purtroppo, a chi oggi, soprattutto se giovane, si accosta al lavoro. La ricerca UNICO (condotta in collaborazione tra Ministero del Lavoro e Sapienza Università di Roma) ha rilevato che 12.351 laureati presenti nell'archivio delle comunicazioni obbligatorie (il 56% dell'intera popolazione 2008/2009) hanno avuto poco meno di 4 contratti a testa in tre anni, hanno avviato 46.499 rapporti di lavoro, compresi i tirocini, per 498 giornate lavorative sulle 1095 disponibili nel triennio considerato (Renda, Zanazzi, 2016).
Per studiare più approfonditamente il valore educativo dell'esperienza di lavoro, sono state svolte 60 interviste a laureati Sapienza con minimo tre, massimo quattro anni di esperienza lavorativa. Le interviste semi-strutturate hanno avuto come riferimento concettuale proprio la teoria dell'esperienza di John Dewey ed hanno esplorato questi problemi. Quale può essere il contributo di un educatore nel guidare i giovani con elevati livelli di istruzione verso esperienze educative, piuttosto che diseducative? In un momento in cui fare esperienza di lavoro è estremamente importante, come si può valorizzare la qualità delle esperienze, soprattutto per quanto riguarda l'effetto sulla persona e sulla sua crescita intellettuale ed etica? Lo studio delle interviste ha permesso di ricondurre le 60 storie alle nove tipologie, che vengono di seguito presentate.
Gli Invisibili, lavoratori in situazione di estrema precarietà. Alcuni hanno deciso di investire in percorsi formativi post lauream, interamente a loro spese, senza tuttavia trarne alcun vantaggio concreto in termini di opportunità professionali o crescita economica. I loro percorsi professionali presentano livelli bassi di continuità e di coerenza con gli studi e sono caratterizzati da contratti brevi e poco remunerati, limitate possibilità di apprendimento sul lavoro, in ruoli scarsamente definiti e non riconosciuti. Per gli Invisibili il lavoro è più frequentemente fonte di preoccupazioni ed ansie che di stimoli e soddisfazione.
Gli Studenti adulti, laureati impegnati in un percorso triennale di dottorato di ricerca. L'iscrizione al dottorato è stata una sorta di ripiego dopo la ricerca infruttuosa di un lavoro nel mondo delle imprese. Alcuni, infatti, hanno scelto il loro ambito di ricerca dopo aver valutato la domanda espressa dalle imprese per il proprio settore. È possibile ipotizzare che solo una minoranza degli Studenti Adulti avrà la possibilità concreta di intraprendere una carriera accademica. Gli altri dovranno ricollocarsi in altri settori, ma viene naturale chiedersi se tale "ricollocazione" terrà in considerazione gli studi fatti e il livello più elevato di istruzione conseguito.
I Realisti si trovano in una situazione di stabilità contrattuale, ottenuta accettando un compromesso. Nelle loro storie, i sogni e le aspirazioni personali vengono messi da parte allo scopo di ottenere altri benefici, tra cui un contratto di durata più lunga, maggiori tutele, compensi migliori, oppure semplicemente la possibilità di restare nel proprio paese. Pur essendosi adattati ad un contesto non coerente, o non completamente coerente, con i loro studi e le loro aspirazioni, i Realisti mostrano un buon livello di soddisfazione, grazie ad ambienti di lavoro dinamici, attività non del tutto estranee ai loro interessi, condizioni contrattuali convenienti, possibilità di crescita professionale.
Gli Utilitaristi sono impiegati in imprese medio-grandi con contratti relativamente stabili e concrete possibilità di apprendimento e di avanzamento. A differenza dei realisti, che "subiscono" il tradeoff negativo, gli utilitaristi sono naturalmente propensi al compromesso, se questo garantisce loro un'utilità concreta. In questo gruppo la coerenza delle attività con gli studi è presente solo in termini di "area disciplinare", ma la maggior parte di questi ritiene che le proprie mansioni non siano molto vicine agli studi fatti. Gli Utilitaristi non hanno un grande controllo sui loro percorsi, piuttosto danno fiducia all'organizzazione e ai suoi meccanismi interni.
I Camaleonti sono lavoratori con una caratteristica in comune: l'ecletticità. Hanno un'identità professionale sfaccettata, svolgono più attività contemporaneamente, con diversi obiettivi: pagare l'affitto, costruire relazioni o semplicemente coltivare una passione. Per loro la continuità è una scelta, portare avanti un'attività significa semplicemente dedicarvi tempo ed energie, anche in assenza di un ritorno economico soddisfacente. Mentre alcune delle attività svolte presentano una certa coerenza con gli studi, altre sono molto distanti, ma comunque sono tessere necessarie di "puzzle di vita", composti con fatica e altrettanta creatività.
I Competitivi mostrano grande determinazione, assertività e sicurezza. Pronti ad assumersi responsabilità, lavorano sodo e, allo stesso tempo, sono consapevoli delle proprie competenze e in grado di farsele riconoscere all'interno degli ambienti di lavoro. In questo gruppo si riscontrano elevati livelli di continuità e di coerenza delle esperienze di lavoro con gli studi universitari. Si può utilizzare il termine "carriera" per descrivere percorsi di crescita non solo umana e professionale, ma anche gerarchica. È possibile ipotizzare che il background socio-economico giochi un ruolo importante nel successo professionale di questi giovani lavoratori, che hanno la possibilità di dedicarsi pienamente e senza preoccupazioni alla costruzione di relazioni professionali e alla propria formazione.
Gli Impegnati sono lavoratori la cui esperienza è caratterizzata da una forte dedizione al lavoro, vissuto quasi come una missione, in quanto rivolto a soggetti svantaggiati. L'attività svolta è coerente con gli studi e presenta un buon livello di continuità, spesso ottenuto accettando compromessi su altri fronti, primo fra tutti quello economico. Per questi giovani lavoratori è fondamentale riuscire a svolgere una funzione sociale che essi stessi considerano estremamente importante. Tutti hanno investito in percorsi formativi post lauream, nella maggior parte dei casi a proprie spese e nel proprio tempo libero: lo sviluppo di nuove competenze o il rafforzamento di quelle esistenti, infatti, è considerato un modo per riuscire meglio a svolgere il proprio ruolo sociale e a soddisfare le esigenze degli utenti finali.
Gli Appassionati sono mossi da una forte passione e motivazione intrinseca. Si tratta di free lance che disegnano attentamente il loro percorso, passo per passo, e sono in grado di guidare le loro carriere. Essi vivono letteralmente immersi nel loro lavoro, anche se con ritorni economici molto bassi, semplicemente perché l'attività per loro è fonte di piacere. Questi lavoratori non sono disposti ad accettare compromessi per ottenere migliori condizioni di lavoro: al contrario, in certi casi sembrano essere imprigionati in quella che alcuni esperti hanno definito "la trappola della passione", lasciando che il lavoro travolga tutta la loro vita.
I Migranti hanno lasciato il loro paese per cercare migliori opportunità all'estero e attualmente godono di un buon livello di continuità e di coerenza del lavoro con gli studi. Tuttavia, la loro prospettiva professionale è strettamente legata alla disponibilità a stare lontani da casa: nelle loro storie emerge la consapevolezza di essere partiti principalmente per ragioni lavorative, anche se è importante sottolineare che, grazie all'esperienza di vita all'estero, i migranti riescono a sviluppare competenze socio-relazionali ed emozionali importanti.
Solo in uno dei 9 gruppi sembrano esserci le condizioni per un'esperienza educativa in senso deweyano: è il gruppo dei Competitivi, individui che mostrano caratteristiche di determinazione e assertività "superiori alla media" e godono di condizioni socio-economiche particolarmente favorevoli. I Realisti, gli Utilitaristi, gli Impegnati, gli Studenti adulti e i Migranti si trovano in una situazione intermedia in cui crescita e soddisfazione sono in una certa misura presenti, ma pagate a caro prezzo. Gli Appassionati e i Camaleonti sono buoni nuotatori in acque difficili, vivono una vita apparentemente piena di soddisfazioni ... tuttavia, nelle loro narrazioni manca equilibrio e senso della realtà. Gli Invisibili, infine, sono il gruppo più numeroso. Nelle loro storie non si riesce a vedere nessuno "stimolo o opportunità per crescere ulteriormente in nuove direzioni" (Dewey, 1938).
I risultati di questa ricerca mostrano innanzitutto i rischi connessi ad una sorta di "retorica della passione" presente nella nostra società. Gli Appassionati, i Migranti, gli Impegnati, i Camaleonti sono, anche se in modo diverso, "intrappolati" in una forma di passione. Mentre la passione, o almeno un forte interesse per il proprio ambito lavorativo, sono certamente fattori cruciali per lo sviluppo dell'agency individuale e della resilienza, è importante che non siano gli unici elementi considerati nella realizzazione di un progetto professionale. Il supporto dato da un professionista ad un giovane laureato dovrebbe essere indirizzato, quindi, verso l'individuazione di tutti gli elementi da tenere in considerazione per la creazione di condizioni concretamente realizzabili, dati i fattori esterni e quelli individuali.
Dopo la laurea e nel corso della vita grande attenzione dovrebbe essere rivolta allo sviluppo e al rafforzamento delle competenze necessarie per svolgere al meglio il proprio lavoro. Mentre è frequente, infatti, sentire superficiali incoraggiamenti ad andare "dove porta il cuore", è essenziale che il professionista sottolinei ciò che occorre fare prima e durante "il viaggio" per assicurare la riuscita del progetto. Per aiutare il giovane a costruire un progetto professionale, risulta fondamentale anche la conoscenza del contesto, che influisce fortemente sulla natura e qualità dell'esperienza professionale e a volte sulla possibilità concreta di realizzare un percorso. È importante maturare la consapevolezza dell'esistenza di una "struttura" rispetto alla quale occorre prendere le misure, costruire modalità di adattamento e di reazione, sviluppare aspettative coerenti e realistiche. Solo così si scongiura il rischio che le aspettative si scontrino con la realtà, favorendo invece l'incontro tra esse in un rapporto dialogico, in una sinergia positiva e costruttiva, che a volte può addirittura riuscire a modellare il contesto esterno fino a renderlo più collaborativo e partecipativo.
Per approfondire
E. Renda - S. Zanazzi, Una lettura educativa del lavoro che c'è
di Silvia Zanazzi, su www.educationduepuntozero.it (10/6/2016)

Studiare il lavoro in un'ottica pedagogica significa guardarlo e valutarlo in quanto esperienza che produce i suoi effetti educativi sulla persona, non solo nel presente, ma anche in una prospettiva di sviluppo futuro."Le esperienze possono essere così sconnesse fra di loro che, per quanto ognuna sia gradevole o anche stimolante in sé, esse non costituiscono un tutto ben saldo. L'energia allora si dissipa e l'attenzione si disperde. Le singole esperienze possono essere vive e "interessanti" e tuttavia la sconnessione fra le parti può generare artificialmente abiti dispersivi, disintegrati, centrifughi. La conseguenza della formazione di tali abiti è l'incapacità di controllare le esperienze future (Dewey, 1938)".
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Limiti e precarietà dei confini, chiusi solo per gli indesiderati
di Janina Pescinski, su www.opendemocracy.net (7/6/2016)

Il costante flusso di migranti e rifugiati nel Mediterraneo ha comportato una crisi sulla gestione degli immigrati in Europa. I confini sono considerati come la prima linea difensiva per risolvere il problema e tenere fuori gli immigranti, da qui la chiusura della Fortezza Europa. I singoli Stati europei hanno attuato diverse politiche per chiudere i propri confini nel tentativo di respingere gli immigrati. L’Ungheria, ad esempio, ha costruito un muro lungo il confine meridionale, l’Austria ha seguito la stessa tendenza erigendo barriere ai valichi di frontiera e il confine tra Grecia e Macedonia è stato chiuso, lasciando più di 50.000 immigrati bloccati nel Paese.
Ma quando si crea un impedimento ad un ingresso, il confine da attraversare viene semplicemente spostato. Le rotte via terra che attraversano i Balcani sono state interrotte e la Grecia non rappresenta più un possibile punto di ingresso a causa del patto tra Unione Europea e Turchia. Sebbene i responsabili politici possano aver pensato che in tal modo gli immigrati sarebbero stati scoraggiati, la realtà mostra invece che quei disperati riescono a trovare nuove rotte e nuove strategie, con potenziali gravi ripercussioni. Se ne sono già visti i risultati nel Mediterraneo: per aggirare i confini chiusi, vengono aperte nuove rotte per attraversare il mare e arrivare in Italia. La perdita di vite umane è enorme, lo abbiamo verificato quando 500 persone sono affogate nel Mediterraneo.
La chiusura dei confini ha anche un’altra conseguenza: la crescita del mercato per i trafficanti. Il traffico di clandestini è un business: i trafficanti forniscono servizi per aiutare le persone ad attraversare i confini dietro compenso. Contrariamente alla politica dell’Unione Europea che inquadra il traffico di clandestini tra le cause dell’immigrazione che può, e deve, essere combattuto con l’aumento dei controlli ai confini e la vigilanza, il traffico di clandestini rappresenta una reazione per aggirare proprio tali controlli, come confermato da moltissime testimonianze di coloro che sono intervenuti alla Human Smugglers Roundtable di openDemocracy (“Tavola rotonda sui trafficanti di esseri umani”NdT).
La retorica che giustifica le politiche immigratorie di esclusione diventa un circolo vizioso nella mente dell’opinione pubblica: la chiusura da parte dei Governi dei propri confini per tenere lontani gli immigrati, costituisce la conferma dell’opinione degli Stati, e cioè che tali individui siano persone “indesiderate”. Questo aumenta fenomeni come la xenofobia e il pregiudizio, nonché accelera i tentativi quasi disperati degli immigrati di “entrare a qualsiasi costo”. E questo oltre ad alimentare la paura e il pregiudizio, giustifica il prossimo ciclo, più severo, di politiche sull’immigrazione.
Il problema costituito dai confini
Gli attuali tentativi dell’Europa di controllare l’immigrazione sono imperniati sulla considerazione del confine come barriera, ma il concetto stesso di “confine” non è unico e nemmeno statico.
La concezione dei confini e la loro gestione è cambiata nel corso della Storia, come rivela anche una mostra in corso al museo della storia dell’immigrazione in Francia. Nell’allestimento i confini sono considerati come entità immaginarie, costruzioni politiche, elementi per definire le identità, e si riflette su come essi siano stati stabiliti per i timori di alcuni gruppi di persone, nonché come creino o aumentino le paure verso gli altri gruppi. In questo modo la mostra pone una domanda importante riguardo ai confini, ma allo stesso tempo, involontariamente, rafforza alcune conseguenze che ne derivano. Ad esempio, fa riferimento ad alcuni immigrati chiamandoli “illegali”, termine che rafforza l’idea che l’immigrazione non autorizzata costituisca un crimine per definizione e che chiunque intraprenda uno spostamento non autorizzato è un criminale. Infine, la mostra sollecita una riflessione: che aspetto avrebbe un mondo senza confini?
I confini non si applicano in modo universale a chiunque. Ad alcune persone è concesso attraversarli, altre sono respinte. I visti sono concessi sulla base di fattori quali la nazionalità, lo status economico, o il livello di educazione, che, considerati complessivamente, rendono alcune persone “desiderabili” e quindi degni di attraversare un confine senza problemi. Per questi pochi fortunati il mondo è quasi senza confini, mentre per la maggioranza delle persone che non sono in possesso di tali privilegi i confini sono fin troppo reali. Non si tratta solamente di un sistema arbitrario ingiustificato, ma anche mutevole. La linea di demarcazione tra le persone “desiderate” e “indesiderate” (come definite dai ministeri degli Esteri) si sta spostando, come testimoniano il graduale processo di allargamento dell’Unione Europea e la possibilità di un’uscita dell’Inghilterra dall’Unione.
Quando uno Stato istituisce confini più rigidi, non sta eliminando quello che è dall’altra parte, al contrario ci si sta legando in modo permanente. Le politiche restrittive richiedono un’applicazione continua, i muri e i recinti richiedono il loro mantenimento e pattugliamento e questo esige un flusso continuo di risorse finanziarie. Nell’ultimo accordo con la Turchia, la Grecia e l’Unione Europea non si sono sbarazzate delle persone al di là del confine, ma hanno legato il proprio destino alla Turchia in un modo che esige una cooperazione e dialogo costante con chi è dall’altra parte. In questo modo i confini non rappresentano una netta divisione, ma piuttosto un punto di contatto.
I confini come un luogo di speranza
Il rafforzamento dei confini, in parte, è una conseguenza dell’aumento della protezione dall’immigrazione. L’intero sistema si basa su una visione dell’immigrazione disumanizzata: coloro che attraversano i confini non sono esseri umani, ma dei numeri. L’immigrazione non deve essere affrontata come una minaccia alla sicurezza – al contrario potrebbe essere vista come un impegno umanitario. Un approccio umanitario all’immigrazione, infatti, porrebbe il lato umano di ogni individuo al centro della politica sull’immigrazione, riconoscendo e tutelando i diritti umani degli immigrati.
La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani garantisce ad ogni persona il diritto di lasciare il proprio Paese e il diritto di chiedere asilo, ma non il diritto parallelo di essere accolti in un altro Stato. A fronte del numero di persone che dichiarano di volersi avvalere del diritto di lasciare il proprio Paese o di chiedere asilo, è dunque compito dei Governi europei suggerire una risposta umanitaria relativa all’ospitalità piuttosto che all’ostilità.
Gli immigrati stessi immaginano i confini dell’Europa come un luogo di speranza. La speranza degli immigrati è dimostrata dal loro rifiuto di abbandonare le zone di confine e di transito, mantenendo viva la speranza che alla fine potranno attraversarli per raggiungere la vita migliore che li attende dall’altra parte.
Il costante flusso di migranti e rifugiati nel Mediterraneo ha comportato una crisi sulla gestione degli immigrati in Europa. I confini sono considerati come la prima linea difensiva per risolvere il problema e tenere fuori gli immigranti, da qui la chiusura della Fortezza Europa. I singoli Stati europei hanno attuato diverse politiche per chiudere i propri confini nel tentativo di respingere gli immigrati. L’Ungheria, ad esempio, ha costruito un muro lungo il confine meridionale, l’Austria ha seguito la stessa tendenza erigendo barriere ai valichi di frontiera e il confine tra Grecia e Macedonia è stato chiuso, lasciando più di 50.000 immigrati bloccati nel Paese.
Ma quando si crea un impedimento ad un ingresso, il confine da attraversare viene semplicemente spostato. Le rotte via terra che attraversano i Balcani sono state interrotte e la Grecia non rappresenta più un possibile punto di ingresso a causa del patto tra Unione Europea e Turchia. Sebbene i responsabili politici possano aver pensato che in tal modo gli immigrati sarebbero stati scoraggiati, la realtà mostra invece che quei disperati riescono a trovare nuove rotte e nuove strategie, con potenziali gravi ripercussioni. Se ne sono già visti i risultati nel Mediterraneo: per aggirare i confini chiusi, vengono aperte nuove rotte per attraversare il mare e arrivare in Italia. La perdita di vite umane è enorme, lo abbiamo verificato quando 500 persone sono affogate nel Mediterraneo.
(traduzione di Benedetta Monti)
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Apprendimento permanente: si riparte dal basso
In Italia la formazione degli adulti è sempre stata la Cenerentola, non si è mai riusciti ad elaborare una legislazione organica, le distanze dagli indici europei sono ancora siderali, sia per quanto riguarda le richieste di Europa 2020, sia per le competenze registrate dalle indagini PIAAC.
Rimane traccia nella riforma dei CPIA del tentativo di andare oltre il mero recupero dei titoli di studio o nell’autonomia delle scuole quando si vuole ampliare l’offerta formativa. Troppo poco se si pensa di raggiungere i predetti obiettivi, sia limitandosi all’istruzione formale, sia per motivare una domanda formativa spesso inespressa soprattutto nelle fasce più deboli della popolazione.
La legge 92 del 2012 cerca di dare una svolta al sistema introducendo, sulla scorta delle indicazioni europee, l’apprendimento permanente come diritto della persona per tutta la vita, quale strumento fondamentale per favorire l’adattabilità alla trasformazione dei saperi nella società della conoscenza, nonché per evitare l’obsolescenza delle competenze ed i rischi di emarginazione sociale. Si può realizzare anche nell’educazione non formale e informale, attraverso offerte flessibili e diffuse sul territorio.
Ci si poteva aspettare che questo concetto facesse da guida ai successivi provvedimenti sulla buona scuola e sul Jobs Act; così non è stato, il che ci fa supporre che potrebbe rischiare di essere avviato su un binario morto, ma per ora vale la pena sostenerne sua attuazione pratica, non si sa mai che riuscisse a dare organicità ad un settore dove tanti tentativi nei precedenti decenni hanno fallito.
Il contenuto della legge rilancia un pensiero già proposto alla fine del secolo scorso, ma poi rimasto senza stabili conclusioni operative. Si riprende attraverso le intese Stato-Regioni del 2012 e 2014, per l’indicazione delle rispettive competenze.
Le principali novità: allargare il versante della domanda alle così dette competenze non formali, che fanno leva su una scelta intenzionale delle persone che intendono formarsi, ampliare altresì quello dell’offerta inserendo organismi che perseguono scopi educativi, anche del volontariato e del privato sociale, delegando a reti territoriali la governance dell’intero sistema. Saranno le Regioni a definire il modello di rete, individuando i soggetti che ne devono far parte e le modalità di riconoscimento delle realtà del privato-sociale. A livello regionale-territoriale verranno inoltre decisi gli strumenti di programmazione: dalla rilevazione dei bisogni formativi, al coordinamento dei progetti, al monitoraggio dei risultati.
Compiti dello Stato la definizione dei livelli essenziali delle prestazioni (LEP), l’individuazione e validazione degli apprendimenti non formali e informali (D.Leg.vo 13/2013). Andrà poi messo a punto un sistema di certificazione delle competenze e collegate le relative banche dati per renderle confrontabili a livello europeo.
La competenze formali assicurano risultati attesi nel campo degli studi e del lavoro, quelle non formali sostengono le persone nella loro motivazione e condizione, al fine di intervenire sul piano dell’inclusione sociale, delle relazioni e della partecipazione; dell’invecchiamento attivo e dell’esercizio della cittadinanza. Queste ultime arricchiscono i contesti culturali e contribuiscono a migliorare gli indici europei; costituiscono qualificate espressioni delle organizzazioni no-profit per quanto riguarda la loro esperienza nel settore formativo.
Il suddetto decreto del 2013 pone a riferimento il “quadro europeo delle qualificazioni” (EQF) che sviluppa conoscenze, abilità e competenze legate alla persona. Ogni soggetto formativo li declinerà in base alla propria capacità di proposta, impegnandosi per quanto riguarda gli aspetti non formali, che qui si vogliono richiamare in particolare, ad indicare i dati essenziali dell’attività didattica svolta, comprese le modalità valutative adottate. Un documento, quello europeo, che contribuisce a mettere in trasparenza le competenze della persona favorendo una progettazione integrata dei servizi formativi.
Volendoci porre ad esempio dalla parte di un’associazione di promozione sociale, si possono abbinare il consolidamento dei rapporti tra le persone, uscire dalla solitudine, con il conseguimento di abilità “cognitive e pratiche necessarie a risolvere problemi specifici in un determinato campo di lavoro o di studio” (livello 4 EQF), anche al fine di superare l’analfabetismo di ritorno in determinati settori: della storia come delle tecnologie e della vita quotidiana. Mentre nell’ottica interculturale si va oltre la dimensione puramente linguistica per cercare di raggiungere abilità “cognitive e pratiche necessarie a svolgere compiti e risolvere problemi scegliendo ed applicando metodi di base, strumenti, materiali ed informazioni” (livello 3 EQF). L’EQF potrebbe dunque fare da guida ai singoli soggetti formativi e costituire un’ossatura programmatica per la rete territoriale, mantenendo l’autonomia delle singole realtà e implementando così anche sul piano della qualità l’offerta sul territorio. La ricaduta sulla società locale potrà anche essere quella di stimolare il volontariato come frutto maturo della promozione sociale e che continua anche la mission dell’associazione come elemento di rinforzo pluralistico e democratico.
Mentre nel formale l’organizzazione degli apprendimenti è fatta in relazione alle performance di studio o lavoro da ottenere, nel non formale si parte dal basso, dalle motivazioni delle persone, dalle relazioni tra chi desidera continui stimoli per coltivare i propri interessi e chi magari è disoccupato ed è alla ricerca di nuovi obiettivi personali e professionali. Tutto ciò al fine di sostenere l’inclusione sociale e i diritti di cittadinanza, spesso rivolti anche a percorsi intergenerazionali e interculturali.
Se ci si lamenta già nel formale della frammentazione dell’orizzonte culturale dovuto all’insegnamento per discipline, nel non formale la proposta formativa non sarà incentrata sull’epistemologia dei saperi, ma sulla mediazione che questi possono esercitare direttamente nella crescita delle persone e sulla loro volontà di mantenersi in forma. Ci saranno i problemi legati alla salute, ai diritti, al sociale, alle tecnologie e alla loro influenza sulla qualità della vita, alla comunicazione. Qui chiaramente possono entrare la storia, la filosofia, la biologia, le lingue, la musica, l’arte e tanto altro. L’apprendimento permanente nella popolazione adulta deve partire dall’esperienza dei singoli e questo prevede il loro protagonismo anche in un’ottica di autoformazione (circoli culturali) e/o mediante l’appartenenza ad un’associazione e la partecipazione al suo cammino associativo.
Questa è la ricchezza che ci presenta la nuova prospettiva dell’apprendimento permanente; in un’ottica democratica esso può contribuire allo sviluppo delle persone, durante tutta la vita, e alla ripresa del potenziale culturale del nostro Paese così come si è impegnato a progredire a livello europeo.
di Gian Carlo Sacchi, su www.educationduepuntozero.it (6/6/2016)

In Italia la formazione degli adulti è sempre stata la Cenerentola, non si è mai riusciti ad elaborare una legislazione organica, le distanze dagli indici europei sono ancora siderali, sia per quanto riguarda le richieste di Europa 2020, sia per le competenze registrate dalle indagini PIAAC.
Rimane traccia nella riforma dei CPIA del tentativo di andare oltre il mero recupero dei titoli di studio o nell’autonomia delle scuole quando si vuole ampliare l’offerta formativa. Troppo poco se si pensa di raggiungere i predetti obiettivi, sia limitandosi all’istruzione formale, sia per motivare una domanda formativa spesso inespressa soprattutto nelle fasce più deboli della popolazione.
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L'Europa ha creato una catastrofe umanitaria d'altri tempi
Paul B. Preciado, Internazionale
18 maggio 2016
Sono state dette molte cose a proposito delle similitudini tra la gestione dell'attuale crisi economica e il periodo precedente la seconda guerra mondiale. È probabile che nel 2008 gli orologi del tempo globale si siano misteriosamente sincronizzati con quelli del 1929.
Ma la cosa più curiosa è che da allora non stiamo procedendo verso gli anni trenta, bensì regredendo verso l’inizio del novecento, come se in un ultimo delirio malinconico l’Europa volesse rivivere il suo passato coloniale.
L’errore che commettiamo abitualmente quando cerchiamo di comprendere la crisi politico-economica è guardarla attraverso la concezione spazio-temporale tipica degli stati nazionali di quella che consideriamo attualmente come “Europa” nel loro rapporto con gli Stati Uniti, lasciando fuori dalla nostra prospettiva lo spazio-tempo che va oltre il qui e ora della finzione “Europa”, verso il sud e l’est, in relazione con la sua storia e il suo presente “criptocoloniale”, per dirla con Michael Herzfeld.
Solo tornando alla storia dell’invenzione degli stati-nazione europei e del loro passato coloniale possiamo comprendere l’attuale gestione della crisi dei profughi in Grecia. Com’è noto, il 18 marzo l’Unione europea (Ue) e la Turchia hanno firmato un accordo sulla deportazione in massa dei profughi. Questo accordo stabilisce delle relazioni di scambio politico tra due entità asimmetriche (Ue e Turchia) con tre variabili profondamente eterogenee: corpi umani (vivi, nel migliore dei casi), territorio e denaro.
Da una parte l’accordo stipula che, a partire da tale data, “tutti gli immigrati e i profughi arrivati irregolarmente in Grecia devono essere immediatamente espulsi verso la Turchia, che s’impegna ad accettarli in cambio di denaro”. D’altra parte “gli europei prendono l’impegno di accogliere sul proprio territorio i profughi siriani che si trovano in Turchia, fino a un massimo di 72mila persone”. Basta parlare qualche minuto con i siriani che hanno raggiunto la Grecia per capire che torneranno in Turchia solo se costretti con la forza.
Inevitabilmente, l’agente che rende possibile questo processo di deportazione di massa e “scambio di popolazioni” è la violenza. Una violenza istituzionale che, nel quadro di relazioni internazionali tra entità statali e sovranazionali teoricamente democratiche, prende il nome di “forze di sicurezza”.
L’accordo costerà trecento milioni di euro nei prossimi sei mesi, prevede l’intervento di quattromila funzionari degli stati membri e delle agenzie di sicurezza europee Frontex ed Easo, richiede l’invio di forze militari e d’intelligence da paesi come la Germania, la Francia e la Grecia, oltre che la presenza di funzionari greci in Turchia e di funzionari turchi in Grecia.
Questo violento apparato poliziesco è presentato come “un’assistenza tecnica alla Grecia”, un aiuto necessario alle “procedure di ritorno”. L’unico quadro politico che permette di considerare legale una simile marchiatura, reclusione, criminalizzazione ed espulsione di essere umani è la guerra. Ma allora contro chi sono in guerra l’Europa e la Turchia?
Sebbene questo accordo appaia, sia per gli elementi dello scambio (corpi umani vivi) sia per la sua portata (almeno due milioni di persone), più vicino a Il trono di spade che a un patto tra due stati democratici, esiste un precedente storico che alcune famiglie greche e turche conoscono bene. In Grecia questo precedente è noto come “Grande catastrofe” e ha avuto luogo durante e dopo la guerra greco-turca, tra il 1922 e il 1923.
Nel 1830, dopo quattrocento anni di dominazione ottomana e una guerra d’indipendenza perduta, il territorio della Grecia attuale era ancora sotto il dominio dei turchi, mentre solo una piccola parte era riconosciuta come stato greco da Francia, Regno Unito e Russia. Dopo la prima guerra mondiale la caduta dell’impero ottomano ha ridestato il sogno nazionalista greco (chiamato “megali idea”, la “grande idea”) di riunificare tutti i territori “bizantini”. Un progetto svanito con la vittoria della Turchia nella guerra combattuta tra il 1919 e il 1922.
Per costruire la nuova finzione degli stati-nazione, tanto greca quanto turca, fu necessario non solo dividere i territori, ma anche e soprattutto ricodificare in senso nazionale corpi le cui vite e i cui ricordi erano fatti di storie e lingue ibride. Il trattato sullo “scambio di popolazioni tra Grecia e Turchia” fu firmato a Losanna nel 1923. Riguardava due milioni di persone: un milione e mezzo di “greci” che vivevano in Anatolia e mezzo milione di “turchi” che vivevano nei territori greci.
La presunta “nazionalità” venne infine ridotta alla religione: i cristiani ortodossi furono mandati in Grecia, i musulmani in Turchia. Molti di questi “profughi” furono sterminati, altri furono trasferiti in campi precari dove rimasero per decenni, con una cittadinanza incerta.
Quasi cento anni dopo questi stessi stati-nazione, la cui capacità d’azione economica è stata fortemente indebolita dalla riorganizzazione globale del capitalismo finanziario, sembrano orchestrare un nuovo processo di costruzione nazionalista, riattivando (ancora una volta contro i civili) i protocolli di guerra, riconoscimento ed esclusione della popolazione con cui si erano costruiti in passato.
Europa e Turchia dichiarano oggi guerra ai popoli migranti che potrebbero attraversare le loro frontiere. È questa la sensazione che si prova percorrendo le strade di Atene, tra gli edifici occupati dai profughi e le centinaia di persone che dormono nelle piazze: una guerra civile contro coloro che, dopo essere sfuggiti a un’altra guerra, cercano di sopravvivere.
di Paul B. Preciado, su www.internazionale.it (29/5/2016)

Sono state dette molte cose a proposito delle similitudini tra la gestione dell'attuale crisi economica e il periodo precedente la seconda guerra mondiale. È probabile che nel 2008 gli orologi del tempo globale si siano misteriosamente sincronizzati con quelli del 1929.
Ma la cosa più curiosa è che da allora non stiamo procedendo verso gli anni trenta, bensì regredendo verso l’inizio del novecento, come se in un ultimo delirio malinconico l’Europa volesse rivivere il suo passato coloniale.
L’errore che commettiamo abitualmente quando cerchiamo di comprendere la crisi politico-economica è guardarla attraverso la concezione spazio-temporale tipica degli stati nazionali di quella che consideriamo attualmente come “Europa” nel loro rapporto con gli Stati Uniti, lasciando fuori dalla nostra prospettiva lo spazio-tempo che va oltre il qui e ora della finzione “Europa”, verso il sud e l’est, in relazione con la sua storia e il suo presente “criptocoloniale”, per dirla con Michael Herzfeld.
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Esperienze infantili e benessere nell'età adulta
Uno studio compiuto dai ricercatori del Dipartimento di Medicina di Comunità dell’Università di Tromsø in Norvegia ha voluto stabilire il peso che esercitano, durante l’infanzia, lo stato socio- economico, gli abusi psicologici e fisici, i traumi nel determinare la salute fisica, mentale e il senso di benessere degli adulti.
Per evidenziare queste correlazioni è stata studiata la popolazione adulta della città di Tromsø, all’incirca tredicimila adulti. Ad essi sono stati distribuiti dei questionari che hanno indagato la salute mentale, fisica e il senso di benessere nell’età adulta, correlandoli con le esperienze e le condizioni di vita della loro infanzia.
La ricerca ha stabilito che una certa importanza nel produrre la salute e il benessere nell’età adulta lo rivestono le esperienze di abuso fisico subite nell’infanzia: infatti, esse minano profondamente il senso di benessere. Più modesto è il peso esercitato dagli abusi psicologici. Inoltre, le condizioni socio - economiche hanno un ruolo marginale, mentre conta di più, per il benessere dell’adulto, il grado di istruzione dei propri genitori.
Le esperienze traumatiche (lutti, abbandoni) vissute nell’infanzia sono importanti: effettivamente, esse aumentano di quasi il novanta per cento il rischio di ammalarsi nell’età adulta e di oltre il quaranta per cento lo sviluppo di un costante senso di malessere nell’adultità.
Relativamente a questi fattori, un ruolo compensativo, nell’età adulta, lo svolgono il supporto sociale e i comportamenti individuali. A questo riguardo un buon supporto sociale, dato per esempio da una rete amicale, e dei comportamenti individuali virtuosi, nell’ambito della salute, attenuano quasi del venti per cento gli effetti delle esperienze negative dell’infanzia.
Fonte: Sheikh, M., A., Abelsen, B., Olsen, J., A. (2016). Clarifying associations between childhood adversity, social support, behavioural factors, and mental health, health, and well - being in adulthood. A population - based study. Front. Psychol., 7:727. DOI: 10.3389/fpsyg.2016.00727
di Vincenzo Amendolaine, su www.educare.it (25/5/2016)

Uno studio compiuto dai ricercatori del Dipartimento di Medicina di Comunità dell’Università di Tromsø in Norvegia ha voluto stabilire il peso che esercitano, durante l’infanzia, lo stato socio- economico, gli abusi psicologici e fisici, i traumi nel determinare la salute fisica, mentale e il senso di benessere degli adulti.
Per evidenziare queste correlazioni è stata studiata la popolazione adulta della città di Tromsø, all’incirca tredicimila adulti. Ad essi sono stati distribuiti dei questionari che hanno indagato la salute mentale, fisica e il senso di benessere nell’età adulta, correlandoli con le esperienze e le condizioni di vita della loro infanzia.
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La centralità della questione dei profughi
di Guido Vitale, su www.huffingtonpost.it (16/5/2016)

La questione dei profughi è da tempo diventata centrale per l'Europa e per tutti noi; innanzitutto c'è una questione pre-politica che riguarda i profughi e che attiene alla dignità umana; negando ai profughi la dignità che spetta agli esseri umani la neghiamo anche a noi stessi, o, come ha scritto il premio nobel Elfriede Jellinek, "trattando i profughi come feccia diventiamo feccia noi stessi". Questo è un principio inderogabile per qualsiasi altra considerazione: un discrimine tra chi la pensa come noi e chi no. Ma è una questione al centro del conflitto anche per tre altre importanti ragioni:
Primo: la contrapposizione tra chi vuole respingerli e chi vuole accoglierli attraversa tutta l'Europa e divide partiti, forze politiche, ma anche le classi sociali, lungo confini che non son quelli tradizionali. Siamo alla vigilia di una ricomposizione degli schieramenti politici e sociali radicale, che apre degli spazi immensi all'iniziativa di chi saprà cogliere il senso di questa spaccatura. Facendo leva su una politica incondizionata di respingimento, le destre estreme e anche fasciste avanzano in tutta Europa. In alcuni paesi sono già al Governo. In altri ci andranno tra breve. Nella maggioranza dei casi condizionano le politiche dei Governi centristi o di centro sinistra, che ne adottano le misure anche più estreme nel tentativo -vano- di non farsi portare via una parte consistente dell'elettorato. L'accordo con la Turchia, le barriere al Brennero, Ventimiglia, Idomeni, Calais ne sono una prova. Ma ricordiamoci che fare dell'Europa una fortezza verso l'esterno, si riesca o no a realizzarla, finisce inevitabilmente per trasformarla in una caserma e in una prigione verso l'interno: cioè nei nostri confronti. Le recenti misure adottate in Francia in tema di lavoro, che riflettono quelle già attuate in Italia, ma soprattutto le svolte costituzionali promosse in Francia e in Italia sono funzionali a questa trasformazione. Di fronte a questa offensiva il fronte dell'accoglienza è oggi sicuramente minoritario sulla scena politica. Per questo dobbiamo impegnarci a promuovere una politica di resistenza, cercando soprattutto di individuare le gambe su cui questa politica può camminare. Quelle gambe ci sono: sono le decine di migliaia di volontari, di organizzazioni, e soprattutto di giovani -quelli che mancano quasi sempre nelle nostre riunioni- impegnate in attività di assistenza a chi sta cercando di raggiungere il suolo europeo o vi è già arrivato senza trovare niente di ciò che andava cercando. Sono un'avanguardia, attiva e numerosa, ma in gran parte senza voce, di uno schieramento potenzialmente immenso, soprattutto se saremo in grado di mettere pubblicamente in chiaro qual è la posta di questa contrapposizione. Promuovere una convergenza delle lotte significa innanzitutto far capire a tutti che se si esce sconfitti su questo terreno, si perde irrevocabilmente che su tutti gli altri.
Secondo: la questione dei profughi sta dissolvendo l'Unione europea. Se le politiche di austerità, anche nelle forme estreme assunte con l'attacco alla Grecia, avevano tenuto unito e in molti casi rafforzato il fronte dei Governi europei, l'atteggiamento verso i profughi li divide in modo irrevocabile: ciascuno cerca di scaricare sui vicini il peso di un flusso che ritiene insostenibile. Ma quali siano i terminali europei di questo scaricabarile è chiaro: Grecia e Italia; gli unici paesi membri che con i loro 18mila chilometri di costa non hanno la possibilità di elevare muri e barriere fisiche (e amministrative) contro chi cerca rifugio in Europa. Coloro che vedono nel recupero di una sovranità a livello nazionale la strada di una emancipazione dai vincoli imposti dalla governance europea non tengono probabilmente conto di questo dato. La lotta per l'accoglienza è un conflitto di livello europeo, per un'Europa diversa, da progettare e costruire insieme a quei milioni di profughi che cercano e cercheranno una via di salvezza in Europa, a quei milioni di migranti che sono già qui da tempo, e a tutte quelle comunità dell'Africa e del Medioriente che quei profughi hanno lasciato e a cui molti di loro vorrebbero far ritorno. È una lotta che si vince o si perde insieme. Condotta a livello nazionale è già persa in partenza.
Terzo: coloro che cercano una via di scampo in Europa stanno rivendicando il più elementare dei diritti umani: il diritto di vivere. Gli Stati che cercano in ogni modo di respingerli stanno negandoglielo. Questo è e sarà sempre più il principale conflitto con cui ci dovremo confrontare nei prossimi decenni (chi di noi ci sarà). Oggi cercano di negarlo con la distinzione tra profughi di guerra, da accogliere perché lo impongono convenzioni internazionali sempre più disattese, e migranti economici, da respingere, perché non hanno diritto a una protezione internazionale, non sono in pericolo, provengono da Stati "sicuri". Niente di più falso. Provengono tutti da paesi attraversati da guerre e dittature, per lo più generate da crisi ambientali provocate dallo sfruttamento sfrenato delle loro risorse da parte delle multinazionali occidentali o cinesi, o da cambiamenti climatici già pesantemente in corso, o dove l'ambiente è stato completamente devastato dalla guerra. Sono tutti profughi ambientali: una figura non prevista dalle convenzioni internazionali, ma destinata a dominare il nostro futuro. L'Europa ha le risorse per accoglierli e per dar loro un futuro, sia tra di noi che nei loro paesi di provenienza, quando e se torneranno a essere vivibili. A condizione di cambiare completamente politica, abbandonando per sempre l'austerità, la subalternità alla finanza, la schiavitù del debito al suo interno e la complicità con gli attori delle guerre in corso, quando non addirittura il suo impegno diretto in esse, ai suoi confini. Finendo una volta per sempre di vendere loro armi direttamente attraverso le più infami triangolazioni.
L'Europa ha bisogno di questi nuovi arrivati perché sta andando incontro a una crisi demografica devastante; ma soprattutto perché ha urgente bisogno di abbandonare una cultura della competitività universale che rende ciascuno di noi nemico di tutti gli altri. Solo un vero incontro con le culture e con le sofferenze di chi cerca la propria salvezza da noi può aiutarci a intraprendere questa svolta.
La questione dei profughi è da tempo diventata centrale per l'Europa e per tutti noi; innanzitutto c'è una questione pre-politica che riguarda i profughi e che attiene alla dignità umana; negando ai profughi la dignità che spetta agli esseri umani la neghiamo anche a noi stessi, o, come ha scritto il premio nobel Elfriede Jellinek, "trattando i profughi come feccia diventiamo feccia noi stessi". Questo è un principio inderogabile per qualsiasi altra considerazione: un discrimine tra chi la pensa come noi e chi no. Ma è una questione al centro del conflitto anche per tre altre importanti ragioni:
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L’Europa al centro della Storia, così si alimenta l’ignoranza
Ci si è mai chiesti se il modo e il metodo con cui studiamo la Storia non abbia portato, più o meno in maniera diretta, alla crescita di xenofobia e pregiudizi nei confronti di migranti e rifugiati? Talmente abituati a considerare l’Europa come orizzonte geografico e morale della propria identità, diventa complesso anche semplicemente raccogliere le informazioni e le conoscenze che abbiamo sul “resto del mondo”.
Eppure il resto del mondo non si può certo ridurre a una manciata di persone: come osserva Lorenzo Ferrari in un articolo apparso su Il Post, “abbiamo una conoscenza molto fragile e precaria dell’Asia e dell’Africa (ma anche di certe zone dell’Europa e del Sudamerica). E usiamo quelle poche cose che sappiamo per costruirci sopra un intero immaginario: hai voglia a spiegare agli stranieri che l’Italia non è solo pizza, pasta e mafia; facciamo la stessa cosa noi col loro Paese. E siccome disponiamo solo di quei pochi elementi per costruirci attorno un mondo, quelli finiscono per assumere un peso spropositato nell’immaginario.”
Se, da un lato, è naturale utilizzare gli elementi a nostra disposizione per costruire una rappresentazione complessa di persone che non conosciamo con cui relazionarci, dall’altro questa tendenza non può che portare alla cristallizzazione di pregiudizi, stereotipi e interpretazioni che contrastano non soltanto con la realtà del resto del mondo, ma anche con la velocità del cambiamento che sta coinvolgendo soprattutto l’Africa e l’Asia. Anche i reportage di Tiziano Terzani e Ryszard Kapuscinski a cui siamo affezionati appartengono ormai ad un altro tempo e poco rispondono alle molteplici realtà che animano il Sud del mondo. Storia, usanze e tradizioni di Paesi come la Nigeria, il Pakistan o il Cile diventano appannaggio di specialisti e tecnici, appassionati di una singola nicchia che passa completamente inosservata sui canali mainstream.
di Angela Caporale, su http://vociglobali.it (15/5/2016)

Ci si è mai chiesti se il modo e il metodo con cui studiamo la Storia non abbia portato, più o meno in maniera diretta, alla crescita di xenofobia e pregiudizi nei confronti di migranti e rifugiati? Talmente abituati a considerare l’Europa come orizzonte geografico e morale della propria identità, diventa complesso anche semplicemente raccogliere le informazioni e le conoscenze che abbiamo sul “resto del mondo”.
Eppure il resto del mondo non si può certo ridurre a una manciata di persone: come osserva Lorenzo Ferrari in un articolo apparso su Il Post, “abbiamo una conoscenza molto fragile e precaria dell’Asia e dell’Africa (ma anche di certe zone dell’Europa e del Sudamerica). E usiamo quelle poche cose che sappiamo per costruirci sopra un intero immaginario: hai voglia a spiegare agli stranieri che l’Italia non è solo pizza, pasta e mafia; facciamo la stessa cosa noi col loro Paese. E siccome disponiamo solo di quei pochi elementi per costruirci attorno un mondo, quelli finiscono per assumere un peso spropositato nell’immaginario.
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Le trappole delle strategie del terrore
“Campi Isis in Senegal: addestrano vù cumprà per le spiagge italiane.”
“E’ l’ultima strategia del fiduciario del Califfo nel paese africano. La polizia: “I venditori-jihadisti si preparano vicino ai resort.”
“Un kalashnikov al posto della borsa Louis Vuitton, oppure una cintura esplosiva invece de quella simil Gucci…”
Difficile da credere, ma per il bene dell’Italia e del Senegal non possiamo sottovalutare queste affermazioni allarmanti tratte da un articolo apparso il 13 aprile 2016 sul quotidiano Il Giornale diretto da Alessandro Sallusti. L’articolo completo, firmato da Liugi Guelpa, ricollega i venditori ambulanti senegalesi sulle spiagge estive italiane con Al Bagdadi il noto criminale di massa ideatore dell’entità terroristica Isis.
Non possiamo affermare se questo nome sia quello dello stesso Luigi Guelpa originario di Livorno Ferraris definito, citiamo: “esperto di politica estera, soprattutto per quanto riguarda Africa e Medio Oriente.” Se è la stessa persona allora tanto di cappello, perché essere un esperto – avere in redazione una perla unica- di una così vasta e intricata area geopolitica, culturale, linguistica, etnica e religiosa merita la fiducia collettiva.
Nell’aprile 2014 un certo Luigi Guelpa arrivato da Dakar (Senegal) fu trattenuto all’aeroporto di Casablanca (Marocco). Citiamo La Sesia Il giornale di Vercelli e Provincia del 08/04/14: “Giornalista vercellese scambiato per spia e tenuto in stato di fermo in Marocco fino all’intervento del consolato italiano a Marrakech… C’è mancato poco che la scorsa settimana le manette scattassero ai polsi del vercellese Luigi Guelpa…” Guelpa dichiarò successivamente sulle pagine del Sesia: “Il funzionario (di polizia dell’aeroporto di Casablanca) mi ha spiegato che siccome provenivo dal Senegal il mio ingresso non era gradito non essendo buoni i rapporti tra i due Paesi…”
Sottolineiamo la non correttezza di questa dichiarazione, perché da secoli, compreso l’anno 2014, i rapporti religiosi, culturali e diplomatici tra Senegal e Marocco sono tra i migliori in Africa.
Aggiungiamo che nel 2014, epoca in cui Luigi Guelpa era partito da Dakar e ha fatto scalo a Casablanca, autorità e forze speciali senegalesi avevano potenziato la sicurezza di Saly e dei luoghi sensibili del paese per prevenire le minacce terroristiche.
Il terrorismo islamico è una realtà mostruosa che ha dimostrato le sue capacità di colpire ovunque, in ogni momento senza distinguere religione, etnia, colore, nazionalità, ideologia, sesso o età delle sue vittime. Purtroppo è ovvio che l’invasato Al Bagdadi e i suoi vigliacchi assassini, Al Qaeda o tutta la nebulosa terroristica sono capaci di colpire il pacifico Senegal o l’accogliente Italia come è già drammaticamente successo a New York, Londra, Madrid, Bagdad, Kabul, Parigi, Bamako, Abidjan, Abuja, Nairobi, Ouagadougou, New Delhi, ecc. Non è difficile immaginare che l’Isis e le sue reti di propaganda abbiano attratto delinquenti, derelitti e squilibrati di tutte le nazioni, Italia e Senegal inclusi.
Allora, in ogni caso è doveroso non sottovalutare nessun allarme. Dobbiamo considerare quello lanciato da Il Giornale di Sallusti.
Liugi Guelpa con le sue indicazioni, che sembrano precise e documentate, vorrebbe mettere in guardia contro l’imminenza di devastanti attentati di vù cumpra terroristi islamici senegalesi sulle spiagge italiane.
Dopo la prima lettura, forse per non cedere subito all’istinto di panico, avevamo pensato che quest’articolo fosse concepito per obbligare bagnini e forze dell’ordine a sbarazzarsi finalmente dai fastidiosi vù cumpra, migliaia di venditori senegalesi e di altre nazionalità per lo più neri e musulmani, che da decenni percorrono le spiagge estive delle coste e delle isole italiane e disturbano perennemente il riposo dei vacanzieri italiani, tedeschi, francesi e europei. Ma il buon senso ci induce a non credere che tutto ciò possa spingere un giornalista “esperto di politica estera…” a “sfoderare” l’incubo del terrorismo con tanta leggerezza.
Luigi Guelfa sembra conoscere il Senegal. Cita la Teranga (l’ospitalità alla senegalese), l’islam senegalese ancora impregnato di sufismo e di tolleranza. Guelfa precisa nome, cognome, grado e professione delle fonti che cita: Seck Pouye, capitano di polizia, capo della sicurezza del resort di Saly Portudal; Adama Gueye colonnello delle forze speciali; Boubacar Sabally, direttore dell’albergo Les Bougainville di Saly.
Ma perché è difficile credere nelle affermazioni di Luigi Guelfa? Guelfa scrive su Il Giornale di Sallusti: “La cellula di Saly è guidata da Peter Saadi, un giovane medico di appena 26 anni rientrato clandestinamente a Dakar dopo aver combattuto per circa dieci mesi con i miliziani di Al Baghdadi, dalle parti di Raqqa. Al suo rientro Saadi stava progettando un attentato nella capitale senegalese. Voleva far saltare in aria uno dei locali alla moda, frequentati da turisti europei, nel ricco quartiere di des Almadies. «Non lo ha fatto solo perché il direttivo dell’Isis gli ha affidato un nuovo compito – aggiunge Adama Gueye, colonnello delle forze speciali di Dakar – quello di fare propaganda e preparare nuovi combattenti». Nella “roccaforte” jihadista di Saly ci sarebbero al momento miliziani provenienti da Ciad, Ghana e Guinea, ma solo i senegalesi avrebbero il compito di delinquere sulle spiagge italiane.”
Sembrerebbe quindi che polizia e forze speciali senegalesi conoscano l’allarmante situazione descritta nei minimi dettagli: il luogo dove il terrorista dell’Isis e i suoi vù cumpra si addestrerebbero; si saprebbe che si tratta di un “clandestino appena rientrato”; il suo nome Peter Saadi (Peter, cioè Pietro un nome cristiano scelto da un invasato islamico); la sua professione e la sua età; il tempo che ha combattuto con i miliziani di Al Bagdadi; ordini e contrordini ricevute dall’Isis; obbiettivi da colpire o da risparmiare; progetti futuri.
Paradossale che ufficiali dell’esercitiamo e della polizia senegalese sappiano tutto sui movimenti di “terroristi vù cumpra” ma -senza intervenire- decidano di informarne un giornalista italiano di passaggio. Tanto paradossale che il ministro Omar Youm direttore gabinetto del Presidente della Repubblica del Senegal è in visita in questi giorni in Italia, ha formalmente smentito questa notizia pubblicata sulla stampa italiana. E ancora, “il direttore dell’informazione e delle relazioni pubbliche dell’esercito, il colonnello Abou Thiam accusa un giornale italiano di diffamazione contro l’esercito senegalese… Il colonnello Thiam ha dichiarato che presenterà una denuncia alla magistratura contro il giornale implicato…”. Metrodakar.net20/04/2016: http://www.metrodakar.net/terrorisme-larmee-senegalaise-porte-plainte-contre-journal-italien/)
Inoltre Peter Saadi e i suoi apprendisti terroristi si starebbero addestrando indisturbati mentre la base aerea di Thies, città situata a circa 20 km dal resort di Saly dove si troverebbe la cellula dell’Isis, ha appena ospitato un’imponente manovra militare che ha coinvolto forze speciali di quattro continenti.
“Dal 8 al 29 febbraio 2016, si è svolta l’operazione Flintlock e ha coinvolto 1700 militari di una trentina di paesi d’Europa, America, Africa, Medio Oriente per lottare contro il terrorismo e le ideologie violenti: Usa, Regno Unito, Francia, Senegal… in presenza del Capo dello Stato senegalese Macky Sall, dell’Ambasciatore degli Usa James Zumwalt e di altre autorità civili e militari internazionali.” (Afrique Education del 08702/161). Era la terza volta che il Senegal ospitava sul suo suolo quest’imponente manovre militare.
Le forze senegalesi svolgono bene il loro ruolo di contrasto al terrorismo in collaborazione con reparti militari francesi e forze statunitensi. Attualmente c’è un presidio permanente di 200 Marines degli Usa con navi da guerra, droni che sorvolano e coprono tutta l’area che va dal Senegal, Mali
di Pap Khouma Pape Diaw Cheikh Tidiane Gaye, su https://africanvoicess.wordpress.com (13/5/2016)

Campi Isis in Senegal: addestrano vù cumprà per le spiagge italiane”.
E’ l’ultima strategia del fiduciario del Califfo nel paese africano. La polizia: “I venditori-jihadisti si preparano vicino ai resort”.
Un kalashnikov al posto della borsa Louis Vuitton, oppure una cintura esplosiva invece de quella simil Gucci…”.
Difficile da credere, ma per il bene dell’Italia e del Senegal non possiamo sottovalutare queste affermazioni allarmanti tratte da un articolo apparso il 13 aprile 2016 sul quotidiano Il Giornale diretto da Alessandro Sallusti. L’articolo completo, firmato da Liugi Guelpa, ricollega i venditori ambulanti senegalesi sulle spiagge estive italiane con Al Bagdadi il noto criminale di massa ideatore dell’entità terroristica Isis.
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L’Africa e il dramma dell’immigrazione. Che non finirà.
Traduzione a cura di Luciana Buttini, dall'articolo originale di Tidiane Kassé pubblicato su Pambazuka (7/5/2016)

L’immigrazione è vecchia quanto l’Africa stessa. Da sempre le persone si sono spostate in cerca di una vita migliore. In Africa la crisi economica alimentata dalle politiche di sviluppo imposte nel continente da parte della Banca Mondiale, del Fondo Monetario Internazionale (FMI) e di altri donatori, è uno dei fattori che spinge alcuni a intraprendere pericolose traversate verso l’Europa nel tentativo di migliorare la loro sorte.
In alcune culture africane, il viaggio è un atto iniziale. Si diventa uomini quando si lascia la propria famiglia e si va lontano per conoscere altre persone e altre culture, per confrontarsi con le vere realtà del mondo. Questo significa rinunciare al conforto e alle cure di una madre, alla protezione di un padre. Andare via equivale ad acquisire maggiore esperienza; tornare significa arricchire il proprio gruppo con ciò che si è appreso nell’altro mondo. Questa mentalità segna in maniera indelebile i Soninkés, una comunità transfrontaliera che vive tra il Senegal, il Mali e la Mauritania. In questa zona, i villaggi sono vuoti. Nelle case risuonano essenzialmente le risate delle donne e le grida dei bambini. Gli uomini sono partiti. Sono emigrati altrove. I Soninkés sono una delle popolazioni che si sposta di più in Africa e questo continua dai tempi dell’Impero del Ghana (8°-11° secolo).
A Diawara, un villaggio Soninké che si trova a 800 chilometri dalla capitale senegalese Dakar, più del 50% della popolazione è di nazionalità francese. Quasi tutti sono migranti di ritorno, che rientrano per ristabilirsi nella loro terra d’origine una volta che i loro percorsi in Europa o in Africa si sono conclusi. Coloro che non sono ancora ritornati hanno lasciato le loro mogli e i loro figli in dimore di lusso. Le abitazioni che si sviluppano a Diawara danno l’impressione di un benessere inaspettato. Televisori, frigoriferi, condizionatori, etc. sono dietro le mura. Lontano da Dakar, non si può minimamente immaginare la situazione delle zone rurali dove la povertà colpisce il 70% della popolazione.
Ogni mese, i migranti dalla Francia, dalla Germania, dall’Italia o da qualsiasi altra parte del mondo mandano alle loro famiglie denaro per coprire le spese mensili. Spese mediche, tasse scolastiche, qualsiasi cosa per assicurare il benessere della famiglia. Nella comunità dei Soninkés, il successo dell’emigrazione viene misurato dalla facilità con cui la famiglia viene lasciata nel villaggio. Le rimesse dei migranti sono considerevoli. Infatti nel 2015 la Banca Mondiale ha stimato che i trasferimenti di denaro provenienti dall’emigrazione sono stati pari a 601 miliardi di dollari, compresi i 441 miliardi di dollari ai Paesi in via di sviluppo. In Senegal, questo circuito è stato alimentato da circa 2 miliardi di dollari e questo è molto di più dei contributi degli Aiuti Pubblici allo Sviluppo (APS).
L’immigrazione è vecchia quanto l’Africa stessa. Da sempre le persone si sono spostate in cerca di una vita migliore. In Africa la crisi economica alimentata dalle politiche di sviluppo imposte nel continente da parte della Banca Mondiale, del Fondo Monetario Internazionale (FMI) e di altri donatori, è uno dei fattori che spinge alcuni a intraprendere pericolose traversate verso l’Europa nel tentativo di migliorare la loro sorte.
In alcune culture africane, il viaggio è un atto iniziale. Si diventa uomini quando si lascia la propria famiglia e si va lontano per conoscere altre persone e altre culture, per confrontarsi con le vere realtà del mondo. Questo significa rinunciare al conforto e alle cure di una madre, alla protezione di un padre. Andare via equivale ad acquisire maggiore esperienza; tornare significa arricchire il proprio gruppo con ciò che si è appreso nell’altro mondo. Questa mentalità segna in maniera indelebile i Soninkés, una comunità transfrontaliera che vive tra il Senegal, il Mali e la Mauritania. In questa zona, i villaggi sono vuoti. Nelle case risuonano essenzialmente le risate delle donne e le grida dei bambini. Gli uomini sono partiti. Sono emigrati altrove. I Soninkés sono una delle popolazioni che si sposta di più in Africa e questo continua dai tempi dell’Impero del Ghana (8°-11° secolo).
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Non muri, ma ponti. Diritti umani, ma anche ecumenismo
Accogliendo in Italia a Fiumicino il secondo gruppo di profughi (musulmani e cristiani) dalla Siria e dall'Iraq attraverso i corridoi umanitari, ho richiamato il primo articolo del Trattato di Lisbona, la "Costituzione" dell'Europa: "l'Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana della libertà, della democrazia, dell'uguaglianza, dello stato di diritto, del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze".
La vera Europa non ha muri, ma costruisce ponti. I corridoi umanitari sono nati dalla collaborazione fra cattolici e protestanti - la Comunità di Sant'Egidio, la Federazione delle Chiese evangeliche, le Chiese valdesi e metodiste- in sinergia con il governo italiano. La società civile, su tutto il territorio nazionale, provvede in totale autonomia finanziaria all'accoglienza, all'insegnamento della lingua italiana, alle cure mediche di cui molti di loro hanno bisogno.
Questo progetto coniuga insieme solidarietà e legalità, permettendo ai profughi di arrivare in Europa in maniera sicura, evitando le morti in mare e il ricorso ai trafficanti di esseri umani, dopo uno screening legale accurato. Sono un atto di solidarietà verso famiglie in gravi condizioni di vulnerabilità, ma anche una protesta europea e civile contro la guerra che da troppi anni insanguina la Siria. Abbiamo bisogno di pace presto in questo paese.
di Andrea Riccardi, su www.huffingtonpost.it (4.5.2016)

Accogliendo in Italia a Fiumicino il secondo gruppo di profughi (musulmani e cristiani) dalla Siria e dall'Iraq attraverso i corridoi umanitari, ho richiamato il primo articolo del Trattato di Lisbona, la "Costituzione" dell'Europa: "l'Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana della libertà, della democrazia, dell'uguaglianza, dello stato di diritto, del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze".
La vera Europa non ha muri, ma costruisce ponti. I corridoi umanitari sono nati dalla collaborazione fra cattolici e protestanti - la Comunità di Sant'Egidio, la Federazione delle Chiese evangeliche, le Chiese valdesi e metodiste - in sinergia con il governo italiano. La società civile, su tutto il territorio nazionale, provvede in totale autonomia finanziaria all'accoglienza, all'insegnamento della lingua italiana, alle cure mediche di cui molti di loro hanno bisogno.
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Contro razzisti, intolleranti e seguaci di Trump ecco il Vangelo dei migranti
di Darwin Pastorin, su www.huffingtonpost.it (28.4.2016)

Non ci sarà mai pace per i migranti, in terra come in mare. Londra respinge migliaia di minori siriani, il Mediterraneo è diventato il più grande cimitero del mondo, l'America rischia di finire nelle mani di un miliardario che vorrebbe rispedire in Messico milioni e milioni di clandestini (che stanno costruendo, con le loro fatiche e il loro sudore, gli Stati Uniti) e ovviamente chi si fa i selfie con Trump? Matteo Salvini.
L'Austria vira pericolosamente a destra. In tanto caos, fra tanta intolleranza ecco alzarsi la voce, così chiara, così perfetta, di Erri De Luca. Sono un estimatore da sempre dello scrittore napoletano: amo il suo modo di vedere e di sentire tutte le cose, la scelta degli aggettivi, la parola mai una volta banale. Nei suoi romanzi o nei suoi racconti, così come nelle sue poesie, ci svela la profondità dell'animo umano, con le sue rive e i suoi abissi, con chi conosce l'umile gesto del dividere il pane o chi fa dell'indifferenza il proprio sentire, il proprio cinico abito esistenziale. De Luca, con il suo ultimo, breve e folgorante, lavoro (La faccia delle nuvole, Feltrinelli) ci propone un antidoto all'odio e al rancore di questi tempi, rileggendo, in una specie di Vangelo apocrifo, la storia antica di una famiglia di migranti: Iosèf, Miriàm e il figlio Ièshu. Giuseppe, Maria e Gesù. Ci dà, soprattutto, lo sguardo del padre.
Un uomo, ma forse anche ragazzo, (perché pensarlo vecchio?) smarrito, che "crede nell'inverosimile notizia" di Maria incinta "perché la ama". E "cedere in amore non è cedere, ma accrescere, aggiungere manciate di fiducia ardente". Iosèf insegna al figlio i segreti del proprio mestiere, il carpentiere. Ed ecco, fin dalle prime pagine, un'immagine che ci prende il cuore: "Quando Iéshu si troverà issato sul patibolo romano, starà tra i rumori e gli odori di bottega. La resina del trave si seccherà in cristalli insieme al sangue". Ci sarà, nella morte, il trionfo del figlio, e quel padre si toglierà dalla scena "assunto a protettore dei falegnami, uno dei tanti mestieri, uno dei tanti santi in calendario. La sua biografia sfuma nell'ombra larga del figlio. Succede ai padri umili di creature grandiose".
Seguiamo il cammino di questa famiglia: Betlemme, i re Magi (che non vanno giù a Giuseppe: "Non mi fido dei ricchi, dei potenti. hanno sempre un secondo pensiero, un altro scopo. Che ci vengono a fare, a visitare la nostra povertà?"), la strage dei bambini voluta da Erode ("Stanno togliendo di mezzo una generazione!", come accadde nei giorni neri delle dittature sudamericane, come sta accadendo ora nel disprezzo della generosità umana), la fuga in Egitto, ma anche l'umile passione dei pastori che qui, in questo struggente apocrifo, parlano napoletano, il dialetto di tanti che sono partiti. Iosèf, meridionale di Betlemme in Giudea, comincia a preoccuparsi per il destino della sua famiglia e, soprattutto, per quel figlio "il più piccolo latitante della storia. E pare che lo sappia, di essere un clandestino".
Erri De Luca ci narra la storia, che ben conosciamo, con frasi di assoluta modernità: "il giovane emigrante, pochi bagagli ben legati e via, la notte stessa", "Sarà arrivato al posto frontiera e avrà chiesto il permesso di soggiorno. Provo a ricostruire il disbrigo delle formalità", "richiesta di asilo politico", "Erano i tempi in cui un paese favoriva i flussi migratori di forza lavoro, che aumentavano la produzione e la prosperità. A quel tempo non esistevano pregiudizi razziali e discriminazioni sul colore della pelle. Erano accolti anche i sospetti visi pallidi e biondi".
Gesù predicherà, guarirà, si sentirà solo, porterà la speranza, "ama il prossimo tuo come te stesso", si sacrificherà, sfiderà i mercanti del Tempio. Lui non assomigliava a nessuno, e non è stato da molti capito: "La faccia delle nuvole è il destino di chi viene scambiato per qualcun altro. Essere frainteso: faceva guarire e allora accorrevano ai suoi passi, ma non era quella la sua specialità. Un'insegna all'esterno, sulla strada, non è il negozio. Un nome non è la persona che lo porta. Una rassomiglianza non fa l'appartenenza. Semplicemente lui non apparteneva al mondo". Lui, che "dimostrava senz'armi il sovvertimento delle gerarchie e delle potenze". Piacerebbe a Papa Francesco, ne sono sicuro, questo Vangelo dei migranti di Erri De Luca. A Francesco, sì: che va dove il dolore è più forte, dove le lacrime sono ferite. Nel nome del figlio di un carpentiere, che fu latitante e clandestino.
Non ci sarà mai pace per i migranti, in terra come in mare. Londra respinge migliaia di minori siriani, il Mediterraneo è diventato il più grande cimitero del mondo, l'America rischia di finire nelle mani di un miliardario che vorrebbe rispedire in Messico milioni e milioni di clandestini (che stanno costruendo, con le loro fatiche e il loro sudore, gli Stati Uniti) e ovviamente chi si fa i selfie con Trump? Matteo Salvini.
L'Austria vira pericolosamente a destra. In tanto caos, fra tanta intolleranza ecco alzarsi la voce, così chiara, così perfetta, di Erri De Luca. Sono un estimatore da sempre dello scrittore napoletano: amo il suo modo di vedere e di sentire tutte le cose, la scelta degli aggettivi, la parola mai una volta banale. Nei suoi romanzi o nei suoi racconti, così come nelle sue poesie, ci svela la profondità dell'animo umano, con le sue rive e i suoi abissi, con chi conosce l'umile gesto del dividere il pane o chi fa dell'indifferenza il proprio sentire, il proprio cinico abito esistenziale. De Luca, con il suo ultimo, breve e folgorante, lavoro (La faccia delle nuvole, Feltrinelli) ci propone un antidoto all'odio e al rancore di questi tempi, rileggendo, in una specie di Vangelo apocrifo, la storia antica di una famiglia di migranti: Iosèf, Miriàm e il figlio Ièshu. Giuseppe, Maria e Gesù. Ci dà, soprattutto, lo sguardo del padre.
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Non c'è Liberazione se si alzano muri
22 aprile 2016
Lettera aperta alle donne che vogliono un altro genere di Europa
Il 25 aprile festeggeremo come sempre l’anniversario della Liberazione. Ma in quale liberazione oggi possiamo riconoscerci come cittadine europee?
Di fronte alle tragiche morti nel Mediterraneo, e alla terribile condizione di migliaia di richiedenti asilo davanti alle frontiere chiuse e ai fili spinati, c’è chi in nome dell’Europa pronuncia parole intrise di razzismo e di crudele indifferenza. Rinascono – o forse non sono mai scomparse – regressive logiche patriarcali e nazionaliste nemiche dei diritti umani e delle libertà. Poter andare dove si vuole, dice Hannah Arendt, è il gesto originario dell’essere liberi, e questo le donne lo sanno bene.
Sbarrare le porte dell’Europa a migliaia di persone in fuga da guerre e violenze, o costringerle ad ammassarsi nei disumani campi profughi, davanti a frontiere improvvisamente risorte nonostante Schengen, significa violare i loro diritti e accettare anche di vederle morire davanti ai nostri occhi, com’è accaduto tempo fa alla frontiera macedone dove tre giovani, tra cui una donna, sono stati travolti dai gorghi del fiume Suva Reka nel tentativo di passare a nuoto il confine.
Ma non basta. Adesso istituzioni e governi propongono respingimenti collettivi con il ricorso a forze di polizia eufemisticamente chiamate “Guardia costiera e di frontiera europea”.
"Se non saremo in grado di proteggere le nostre frontiere esterne allora questo potrebbe portare a una grave perturbazione del nostro mercato interno", ha detto la cancelliera tedesca Angela Merkel. Grave perturbazione del mercato? Rifiutiamo questa mercificazione della vita umana. Primum vivere, prima le persone. E infatti, nonostante tutto, continua per fortuna la splendida solidarietà di tante persone comuni, e il lavoro eroico della gente di mare che salva ogni giorno quante più vite possibile a Idomeni, in Macedonia, a Lampedusa… Ma non basta.
Come Rete femminista “No muri, no recinti” già dallo scorso ottobre abbiamo lanciato un appello per  chiedere un altro genere di politiche europee sull’immigrazione, che ha raccolto numerose adesioni di gruppi e associazioni di donne in Italia, in Spagna e in Grecia. Vogliamo che l’Europa accolga le persone migranti con dignità, umanità e sicurezza, sottraendole alla violenza e allo sfruttamento degli scafisti e dei passeur.
La nostra petizione su Change.org (L’Europa apra le porte ai migranti e usi i finanziamenti per garantire viaggi aerei sicuri) ha raccolto finora oltre 2.200 firme e le stiamo inviando alle parlamentari europee per sollecitarle a considerare le proprie responsabilità in merito. La nostra proposta è molto concreta: l’Europa smetta di finanziare la Turchia dove non si rispettano i diritti umani, e usi quei soldi per salvare le persone in fuga dalla morte in mare, organizzando viaggi sicuri e un’accoglienza degna sul suolo europeo.  Questo significa per noi festeggiare il 25 aprile, oggi.
Ecco quindi perché ti mandiamo questa lettera aperta. A te, cara amica nota o sconosciuta, chiediamo di firmare, ringraziandoti di cuore.
Rete Femminista “No muri, no recinti”
Rete “No muri, no recinti” (23.04.2016)

Lettera aperta alle donne che vogliono un altro genere di Europa. Il 25 aprile festeggeremo come sempre l’anniversario della Liberazione. Ma in quale liberazione oggi possiamo riconoscerci come cittadine europee?
Di fronte alle tragiche morti nel Mediterraneo, e alla terribile condizione di migliaia di richiedenti asilo davanti alle frontiere chiuse e ai fili spinati, c’è chi in nome dell’Europa pronuncia parole intrise di razzismo e di crudele indifferenza. Rinascono – o forse non sono mai scomparse – regressive logiche patriarcali e nazionaliste nemiche dei diritti umani e delle libertà. Poter andare dove si vuole, dice Hannah Arendt, è il gesto originario dell’essere liberi, e questo le donne lo sanno bene.
Sbarrare le porte dell’Europa a migliaia di persone in fuga da guerre e violenze, o costringerle ad ammassarsi nei disumani campi profughi, davanti a frontiere improvvisamente risorte nonostante Schengen, significa violare i loro diritti e accettare anche di vederle morire davanti ai nostri occhi, com’è accaduto tempo fa alla frontiera macedone dove tre giovani, tra cui una donna, sono stati travolti dai gorghi del fiume Suva Reka nel tentativo di passare a nuoto il confine.
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Insegnare la resilienza a casa ed a scuola
La resilienza è la capacità di reagire alle difficoltà e alle sfide della vita, trasformandole in opportunità e andando avanti nonostante le delusioni e le frustrazioni. Si tratta di una risorsa indispensabile, insieme all’autostima, per crescere affrontando la vita a testa alta. Una persona dotata di resilienza è una persona più serena.
Insegnare ai propri figli ad essere resilienti è un’impresa più difficile di quanto possa sembrare.
Vedo molto spesso genitori che adottano un atteggiamento di iperprotezione, come se volessero inglobare il proprio figlio dentro una campana di vetro ed evitargli ogni frustrazione e infelicità; gli danno sempre ragione mentre il resto del mondo ha torto.
È impossibile proteggere per sempre i bambini e ragazzi dalle cose che potrebbero renderli tristi o in cui potrebbero incontrare delle difficoltà. E' anche estremamente dannoso. Molte coppie non riescono a rendersene conto e perdurano a mantenere nel tempo questo atteggiamento che a lungo andare si rivela controproducente perché non permette un pieno sviluppo della personalità.
Proverò di seguito ad analizzare alcune situazioni che si possono presentare nella vita quotidiana e che richiedono l’uso di questa "famosa" resilienza.
Quando vostro figlio (o figlia) vi chiede di potersi cimentare in un compito, lasciatelo tentare (ovviamente se non mette in gioco la sua sicurezza fisica). Anche se vi sembrerà troppo complesso rispetto alle sue abilità, dategli libertà. Potrebbe stupirvi! Se così non fosse avrà imparato un nuovo modo di non riuscire a fare una cosa, gliene restano sempre altri 99 per imparare a farla bene (pensiero rivolto al positivo, sempre!).
sostieni_educareit
Insegnate a vostro figlio ad aspettare. Insegnategli che non tutto arriva pronto per essere mangiato o non tutto può essere comprato subito. Spiegategli perché non è possibile fare quella cosa in quel dato momento (non valgono le spiegazioni che sento spesso “perché lo dico io”, quelle non sono spiegazioni). Vero, le prime volte si ribellerà, potrà lamentarsi... ma ricordatevi che nella vita non avrà tutto e subito. E’ è meglio insegnargli fin da subito che ciò che ha arriva grazie al sacrificio e all’impegno.
Valutate le richieste di vostro figlio in base all’importanza e alle motivazioni. Se vi chiede un giocattolo o un capo di abbigliamento o un taglio di capelli solo perché va di moda e ce l’hanno tutti i suoi amici, spiegategli che non sono motivazioni sufficienti per essere necessariamente accontentati. Insegnategli anche a rendersi diverso dalla massa, a ragionare con la sua testa, a volere quel cappello o quella maglia perché gli piace e non perché altrimenti i suoi amici lo prendono in giro.
Gli errori e le cadute servono a crescere, servono a rialzarsi più forti e determinati di prima. Non è tenendolo chiuso dentro una bolla di vetro che gli impedirete di soffrire. Insegnateli piuttosto ad affrontare gli ostacoli!
Resistete al forte impulso di correre ad aiutarlo appena lo vedete in difficoltà: lasciatelo tentare. Le grandi teorie sono state create partendo da tentativi ed errori!
Lasciategli vivere le proprie emozioni, anche quelle particolarmente forti e dolorose. Non sminuite mai i suoi sentimenti, siate il suo porto sicuro ma senza mai sostituirvi.
di Federica Ghirardo, su www.educare.it (12.04.2016)

La resilienza è la capacità di reagire alle difficoltà e alle sfide della vita, trasformandole in opportunità e andando avanti nonostante le delusioni e le frustrazioni. Si tratta di una risorsa indispensabile, insieme all’autostima, per crescere affrontando la vita a testa alta. Una persona dotata di resilienza è una persona più serena.Insegnare ai propri figli ad essere resilienti è un’impresa più difficile di quanto possa sembrare.Vedo molto spesso genitori che adottano un atteggiamento di iperprotezione, come se volessero inglobare il proprio figlio dentro una campana di vetro ed evitargli ogni frustrazione e infelicità; gli danno sempre ragione mentre il resto del mondo ha torto.
È impossibile proteggere per sempre i bambini e ragazzi dalle cose che potrebbero renderli tristi o in cui potrebbero incontrare delle difficoltà. E' anche estremamente dannoso. Molte coppie non riescono a rendersene conto e perdurano a mantenere nel tempo questo atteggiamento che a lungo andare si rivela controproducente perché non permette un pieno sviluppo della personalità. Proverò di seguito ad analizzare alcune situazioni che si possono presentare nella vita quotidiana e che richiedono l’uso di questa "famosa" resilienza.
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Insegnare la diversità ai bambini è il modo per superare i pregiudizi
di Antonio Rossano
Paolo Valerio, clinico della Federico II, spiega come evolve l’identità di genere
«L’identità è ciò che lentamente costruiamo nel nostro percorso evolutivo. Le prime esperienze di vita sono cruciali, fondamentali, sapendo che siamo tutti diversi gli uni dagli altri, come già le nostre impronte digitali ci dicono. E sviluppiamo capacità diverse, per ciascuno, di adattamento al mondo esterno. Oggi è un percorso più articolato. Siamo in un’epoca di continui cambiamenti».
A fornirci questa definizione di “identità” e della sua dimensione evolutiva è Paolo Valerio, direttore della Scuola di Specializzazione in Psicologia Clinica dell’Università Federico II di Napoli e presidente della Fondazione “Genere Identità Cultura”, uno dei massimi esperti clinici in Italia sulle questioni inerenti l’identità di genere. Una persona che ha fatto dell’inclusione e della lotta al pregiudizio una ragione, scientifica, di vita. La sua area di ricerca si sviluppa intorno all’identità di genere, ai transgenderismi , disordini della differenziazione sessuale ( DSD ) ed all’orientamento.
Professor Valerio quindi l’identità è un concetto dinamico-adattivo. E l’identità di genere?
«Il costrutto dell’identità di genere ha a che vedere con l’interazione di più fattori, il corpo che uno ha ed il contesto affettivo – emozionale nel quale si vive. Ed ha anche a che vedere con il caso. Quello che sappiamo è che ci sono alcune persone, bambini e bambine, che non si sentono in sintonia con il corpo che hanno, sentendo di appartenere a un genere diverso, rispetto a quello assegnatogli dai propri genitali. Vi sono processi la cui natura non è ancora ben chiara, penso, ad esempio all’unità mente-corpo. Quando parliamo di identità di genere o orientamento sessuale, dovremmo pensare all’immagine che Nancy Chodorow propone dell’arcobaleno, dove tutte le sfumature dei colori sono presenti nella nostra vita. L’identità di genere si forma intorno ai due – tre anni e poi lentamente va consolidandosi. Esistono bambini che vengono oggi definiti “gender variant” o “gender non conforming” e non sappiamo che identità di genere assumeranno».
E come si sviluppa il rapporto tra genere e società?
«È un rapporto difficile. Viviamo in un contesto che è ancora patriarcale, genderista ed etero normativo. E mi spiego. In una cultura più antica, pastorale, patriarcale appunto, il maschio era il perno della società, era quello a cui tutto faceva riferimento. Il genderista è colui che immagina che esistano solo due generi, maschio – femmina, e tutto quello che non rientra in questi viene visto come patologia. In un contesto etero normativo, l’eterosessualità è la norma, per cui tutto ciò che non è eterosessuale è anomalo. Di fronte a queste pretese “verità assolute”, ogni volta che si genera un cambiamento si genera una resistenza».
Alcuni sono convinti che questi cambiamenti sono frutto della modernità e relativi solo ad alcune culture. È vero?
«La diversità sessuale è un fenomeno ubiquitario e universale, trasversale alle culture ed alla storia: se pensiamo alla cultura indiana ricordiamo gli Hijras, una casta “fuori casta”, a quella italiana abbiamo i “femminielli” napoletani descritti già nel ’500 da Giovan Battista Della Porta, se pensiamo alla cultura Tailandese abbiamo i Kathoey e Ladyboys, e poi i Rae Rae della Polinesia ed i Muxe del Messico. Insomma il fenomeno c’è sempre stato. La morale giudaico – cristiana ha poi etichettato tutto questo come “peccato”. Interessante la storia: la prima volta in cui le relazioni “same sex” (tra lo stesso sesso) vengono depenalizzate è la Rivoluzione francese, per cui il successivo codice napoleonico non condanna più queste relazioni.
Ricordiamo che in precedenza tali comportamenti venivano puniti anche con il rogo: la stessa parola “finocchio” deriva dai fasci di finocchio che venivano buttati nei roghi dei sodomiti per non far sentire l’odore di carne bruciata. Quando ci fu l’unità d’Italia vi erano alcune norme che penalizzavano i comportamenti omosessuali, norme che venivano applicate prevalentemente da Torino a Roma ma non da Roma in giù, dove vi era una cultura più aperta. Durante il fascismo ci si chiese se fossero necessarie norme restrittive su questi comportamenti, fu poi deciso che il popolo italiano fosse così virile da non richiedere tali leggi, ancora confondendo identità di genere e orientamento sessuale. Perché quello che viene stigmatizzata principalmente è la femminilizzazione del maschio, maschio che viene penetrato, sodomizzato, non è ammissibile in una società patriarcale».
Eppure oggi il mondo sembra più aperto al cambiamento…
«In parte sì. Tutte quelle che una volta erano diversità patologiche sono oggi invece definite, secondo l’American Psychological Association, come fattori di variabilità: transessualismo, transgenderismo, gender variant, gender non conformity.Parte delle difficoltà ad affrontare questo cambiamento vengono dal fatto che abbiamo sempre vissuto in un contesto dove il binarismo di genere, maschio -femmina, è fondante. Con la consapevolezza che un mondo agito all’interno di un codice binario ha sempre visto la contrapposizione di due termini: maschio – femmina, bello – brutto, buono – cattivo, alto – basso, dove uno dei due termini ha sempre una connotazione negativa. Il mondo in cui viviamo oggi ci pone innanzi ad una molteplicità, un pluralismo di identità, nel quale l’autodeterminazione è cruciale.
In Germania, nel 2013, per i bambini con genitali che possono essere definiti ambigui o atipici, è stata aggiunta una terza “casella” a fianco alle tradizionali “m” o “f”. Da adulti questi bambini, una volta definiti “intersessuali”, oggi “con “disordine della differenziazione sessuale” o “con diverso sviluppo sessuale”, potranno scegliere di optare per uno dei due sessi o rimanere indeterminati. Anche i termini, come vede hanno una valenza importante per rimuovere le barriere e lo stigma».
Qual è la principale difficoltà che ha riscontrato in questo percorso?
«La necessità che chi lavora in questo campo abbia una formazione specifica e complessa ed articolata. Sono campi dove se non sai abbastanza non puoi davvero comprendere ed offrire un aiuto utile alle persone per il loro benessere psicofisico. Allora vorrei parlare di me stesso. Io lavoro in quest’ambito da oltre 20 anni ed una volta venne da me una ragazza, con la sua compagna, che voleva fare un cambiamento di sesso. E io, benché fossi già psicoterapeuta formato, non avevo però avuto strumenti conoscitivi sufficienti dai miei studi universitari, e pensai: “Ma perché deve fare tutto questo e non può accettare il rapporto affettivo con la compagna e sentirsi lesbica?”. Oggi non mi permetterei neanche di pensare questo, perché ho conosciuto bene questo mondo dove l’identità di genere è un elemento fondamentale della vita di una persona. Chiesi del tempo, ricominciai a studiare. Da li è nato un gruppo di lavoro e di studio.
Oggi penso che l’intervento chirurgico corrisponda ad un bisogno profondo di potersi sentire più a proprio agio in una nuova configurazione anatomica e genitale. La figura dello psicologo, in questi processi, è una figura di accompagnamento, ma anche una strada ineludibile per poter ottenere la certificazione di “gender variance” ed accedere sia al percorso endocrinologico che poi, eventualmente a quello chirurgico con il sostegno della sanità pubblica».
La mancanza di accettazione e di inclusione generano dolore. Nella sua storia professionale avrà visto molta sofferenza…
«Dolore e difficoltà tanto ed a tanti livelli: ricordo di un bambino, tornato dalle vacanze che il papà aveva portato con sé al lavoro in cantiere, per farlo diventare più “maschio”. Il bambino era triste perché non era potuto stare con la mamma e fare quello che voleva. Penso ad un episodio che mi ha raccontato un amico di una persona, transgender F to M (femmina che si identifica in maschio), di cui un amico sta scrivendo un libro che, negli anni ’50, si fece tagliare le gambe da un treno, per poter indossare i pantaloni. Penso a tutti gli episodi di bullismo omofobico, alle esperienze di una educativa sociale di Secondigliano, dove alcuni bambini sono stati etichettati come “femmenella” o “ricchione”. Tanta sofferenza c’è nel momento in cui una tua istanza viene vista solo come vizio, malattia e non come possibilità di declinare la tua esistenza aiutandoti ad autodeterminarti».
Professore, è di questi ultimi mesi un ampio dibattito pubblico, spesso condito da ignoranza e pregiudizio , sulle questioni di genere e sul loro impatto in ambito educativo, nella scuola. È possibile parlare ai bambini di queste tematiche?
«Stereotipi e pregiudizi hanno a che vedere con la non conoscenza. Lo stereotipo è in termini concreti “I napoletani sono un po’ imbroglioni e ladri”. Il pregiudizio significa che, se incontro un napoletano, non penso più alla persona che sto incontrando ma alla categoria descritta dallo stereotipo e da questo viene lo stigma, ovvero la de-umanizzazione. Questo è quello che è accaduto con gli ebrei, che sono stati deumanizzati, per cui anche persone tedesche sensibili, sono state condizionate nel loro pensiero.
La conoscenza è quindi il primo elemento per superare il pregiudizio e lo stigma. Per poter individuare nella cultura della differenza un valore e non un limite. Educare i bambini ad una cultura che vede le differenze, non solo di genere, ma anche religiose, etniche e culturali, come una risorsa. È giusto cominciare nella scuola dell’infanzia a promuovere una cultura che aiuti a riconoscere e rispettare le differenze di genere, a rispettare l’altro diverso da se, certamente dosando l’informazione a seconda del momento evolutivo del bambino o della bambina».
di Antonio Rossano, su www.stonewall.it (11.04.2016)

Paolo Valerio, clinico della Federico II, spiega come evolve l’identità di genere
«L’identità è ciò che lentamente costruiamo nel nostro percorso evolutivo. Le prime esperienze di vita sono cruciali, fondamentali, sapendo che siamo tutti diversi gli uni dagli altri, come già le nostre impronte digitali ci dicono. E sviluppiamo capacità diverse, per ciascuno, di adattamento al mondo esterno. Oggi è un percorso più articolato. Siamo in un’epoca di continui cambiamenti».A fornirci questa definizione di “identità” e della sua dimensione evolutiva è Paolo Valerio, direttore della Scuola di Specializzazione in Psicologia Clinica dell’Università Federico II di Napoli e presidente della Fondazione “Genere Identità Cultura”, uno dei massimi esperti clinici in Italia sulle questioni inerenti l’identità di genere. Una persona che ha fatto dell’inclusione e della lotta al pregiudizio una ragione, scientifica, di vita. La sua area di ricerca si sviluppa intorno all’identità di genere, ai transgenderismi , disordini della differenziazione sessuale ( DSD ) ed all’orientamento.
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Abusi e violenze sotto l’egida delle Nazioni Unite
di Giuseppe Fusco
Ancora costose missioni di pace sporcate da abusi sessuali. Un continuo aumento di vittime innocenti. Altre inchieste che non portano a nulla. Un’impunità che continua. Immobilità di un sistema ONU ormai a pezzi che non riesce a garantire diritti, protezione, assistenza. Dove i più indifesi vengono lasciati a se stessi. O peggio nelle mani di infami predatori. Criminali che aumentano a macchia d’olio sotto l’egida delle Nazioni Unite. Un crescendo d’orrore.
Le ultime rivelazioni parlano di altri abusi nella Repubblica Centrafricana da parte di peacekeeper ONU e di altre missioni internazionali. Il più rivoltante, la violenza subita da quattro ragazze, legate e forzate da un comandante francese dell’Operazione Sangaris ad avere rapporti sessuali con un cane. Una di loro è morta per una malattia non identificata.
All’inizio di marzo è stato pubblicato il nuovo rapporto annuale del Segretario Generale delle Nazioni Unite Misure speciali per la protezione dallo sfruttamento e l’abuso sessuale. La situazione è tutt’altro che migliorata dopo una serie di scandali seguiti da vane promesse di prendere seri provvedimenti per risolvere questa grave situazione. C’è un fallimento di leadership.
Il Segretario Generale dell’ONU Ban Ki-moon ha espresso “preoccupazione e vergogna”. Dicendo che la “preoccupazione è per le vittime e chi è a rischio”. Ha invocato “tolleranza zero”. Ma con quali risultati?
di Giuseppe Fusco, su www.vociglobali.it (11.04.2016)

Ancora costose missioni di pace sporcate da abusi sessuali. Un continuo aumento di vittime innocenti. Altre inchieste che non portano a nulla. Un’impunità che continua. Immobilità di un sistema ONU ormai a pezzi che non riesce a garantire diritti, protezione, assistenza. Dove i più indifesi vengono lasciati a se stessi. O peggio nelle mani di infami predatori. Criminali che aumentano a macchia d’olio sotto l’egida delle Nazioni Unite. Un crescendo d’orrore.
Le ultime rivelazioni parlano di altri abusi nella Repubblica Centrafricana da parte di peacekeeper ONU e di altre missioni internazionali. Il più rivoltante, la violenza subita da quattro ragazze, legate e forzate da un comandante francese dell’Operazione Sangaris ad avere rapporti sessuali con un cane. Una di loro è morta per una malattia non identificata.
All’inizio di marzo è stato pubblicato il nuovo rapporto annuale del Segretario Generale delle Nazioni Unite Misure speciali per la protezione dallo sfruttamento e l’abuso sessuale. La situazione è tutt’altro che migliorata dopo una serie di scandali seguiti da vane promesse di prendere seri provvedimenti per risolvere questa grave situazione. C’è un fallimento di leadership.
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