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Il burkini e l'autodeterminazione dell'individuo
di Yuri Guaiana, su www.huffingtonpost.it (20/8/2016)

Il recente dibattito sul burkini si è sviluppato soprattutto attorno ai temi della religione e della laicità o del ruolo della donna nella società o persino della sicurezza e del terrorismo. Per noi radicali e liberali, invece, la questione attiene al principio fondamentale della libertà individuale e dell'autodeterminazione dell'individuo. Solo seguendo questa strada ci si può liberare di moralismi e fobie sempre in agguato quando si discute di temi sociali controversi e andare all'essenza della questione senza manicheismi.
Da radicale e liberale, seguo la filosofia della libertà che è basata sul principio della proprietà di se stessi dal quale discende che ciascuno è proprietario esclusivo della propria vita e del proprio corpo. Ciò significa che nessun altro può avere sulla nostra vita e sul nostro corpo una pretesa più alta della nostra, a cominciare dallo Stato.
"Il corpo è mio e lo gestisco io" gridavano giustamente le femministe negli anni '70, poiché negare la libertà di scegliere sui propri corpi è una decisione che va contro il diritto all'autodeterminazione delle donne, così come degli uomini.
È del tutto evidente, pertanto, che le ordinanze dei Comuni di Cannes e Sisco, in Corsica, ledono gravemente il principio di autodeterminazione e la libertà individuale e sono assolutamente da rigettare e contrastare.
In quest'ottica, il tema del burkini si lega a quello, che si colloca all'estremo opposto del continuum, del naturismo poiché entrambi attengono a come ciascuno decide di disporre del proprio corpo vestendolo o svestendolo in un certo modo in pubblico o in luoghi aperti al pubblico.
E infatti critico anche le ordinanze di vari comuni italiani che, basandosi sui regolamenti di polizia urbana, vietano agli uomini di girare a torso nudo per salvaguardare il decoro delle medesime città.
Ciò non implica che non si possano regolamentare i contesti nei quali la nudità o certi abbigliamenti siano o meno consentiti, ma il regolamentare è ben diverso dal vietare.
Ricordiamo che anche la norma che vieta l'uso di mezzi atti a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona è un emendamento del 1977 alla Legge Reale del 1975 ed è comunque limitato dalla clausola "senza giustificato motivo".
Una norma che nasce in un contesto di minaccia terroristica simile a quello che viviamo oggi e che sopravvisse al referendum radicale del 1978, ma una norma recente e che, nel caso che a noi interessa, tempera il divieto con la clausola del giustificato motivo.
Non è un caso per altro che, in Italia, non esista una legge che vieta precipuamente l'utilizzo di un velo che copra il volto come il niqab o il burqa e che ci siano solo due paesi in Europa che hanno emanato una legislazione simile negli ultimi anni: la Francia, guarda caso, che ha vietato "una tenuta atta a dissimulare il viso" con una legge dell'ottobre 2010, e il Belgio, con una legge del giugno 2011.
D'altra parte, né nel codice penale, né in nessuna legge dello Stato italiano, c'è nemmeno un qualsiasi tipo di divieto riguardante il naturismo, benché alcuni articoli del codice penale che fanno riferimento ad atti che possono ledere la pubblica decenza o essere considerati osceni dal comune senso del pudore, potrebbero essere contestati ai naturisti, quando stanno nudi in un luogo pubblico.
Altro tema che a questo può legarsi, in un'ottica liberale, è quello del cross-dressing (o del travestitismo). Ovviamente ritengo che il cross-dressing sia un diritto, ci mancherebbe. Come nei casi precedenti, non esiste una legge che vieti esplicitamente il travestitismo.
Tuttavia, l'art. 85 del Regio decreto 773/1931 (si badi alle date, siamo in pieno fascismo!) vieta di "comparire mascherati in luogo pubblico". La norma è stata interpretata come "alterazione dei connotati essenziali del sesso e della persona fisica"- il che impedirebbe alle forze dell'ordine di identificare immediatamente un soggetto in maniera sicura e incontrovertibile - tra gli anni '70 e gli '80, a causa della minaccia terroristica e del conseguente irrigidirsi dei controlli, ma anche nel 2007 nel pescarese per colpire le lavoratrici del sesso transessuali.
Come si vede, la strada dei divieti è assai sdrucciolevole. Per me, compito precipuo dello Stato dev'essere quello di tutelare il diritto all'autodeterminazione dell'individuo e le libertà individuali, nel caso specifico, il diritto di ciascuna e ciascuno a indossare (o non indossare) ciò che ritiene.
Nel caso specifico, le donne devono poter decidere di non indossare quello che gli uomini gli dicono, ma lo Stato non può costringerle a farlo, deve solo proteggere la loro libertà di scelta. Le donne devono poter decidere come vestirsi (o svestirsi) a prescindere dallo Stato e dallo sguardo maschile, salvo che non vogliano scegliere di sedurre quello sguardo, ma anche in questo caso, devono poter scegliere loro come farlo, non certo lo Stato.
Il recente dibattito sul burkini si è sviluppato soprattutto attorno ai temi della religione e della laicità o del ruolo della donna nella società o persino della sicurezza e del terrorismo. Per noi radicali e liberali, invece, la questione attiene al principio fondamentale della libertà individuale e dell'autodeterminazione dell'individuo. Solo seguendo questa strada ci si può liberare di moralismi e fobie sempre in agguato quando si discute di temi sociali controversi e andare all'essenza della questione senza manicheismi.
Da radicale e liberale, seguo la filosofia della libertà che è basata sul principio della proprietà di se stessi dal quale discende che ciascuno è proprietario esclusivo della propria vita e del proprio corpo. Ciò significa che nessun altro può avere sulla nostra vita e sul nostro corpo una pretesa più alta della nostra, a cominciare dallo Stato.
"Il corpo è mio e lo gestisco io" gridavano giustamente le femministe negli anni '70, poiché negare la libertà di scegliere sui propri corpi è una decisione che va contro il diritto all'autodeterminazione delle donne, così come degli uomini.
È del tutto evidente, pertanto, che le ordinanze dei Comuni di Cannes e Sisco, in Corsica, ledono gravemente il principio di autodeterminazione e la libertà individuale e sono assolutamente da rigettare e contrastare.
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Pubblicità – Regresso: l’immagine delle donne
di Laura Berti, su www.articolo21.org (10/8/2016)

La prima domanda che sorge spontanea è: ma come gli è venuto in mente? Realizzare una foto pubblicitaria con una donna stesa a terra in un contesto di degrado, con i pantaloni abbassati e la maglietta tirata sopra l’ombelico. Una donna chiaramente vittima di uno stupro. Il tutto per reclamizzare niente popò di meno che un paio di stivaletti. Che francamente questa pubblicità non invita propriamente ad acquistare…
Una campagna che ha giustamente provocato lo sdegno di moltissime persone, compresi i produttori dello stivaletto incriminato che giurano di non saperne nulla di questa bella pensata pubblicitaria dell’azienda che distribuisce scarpe e borse.
Come gli è venuto in mente, allora, ripetiamo?
E’ una specie di appuntamento. Ogni tanto, ad intervalli più o meno regolari, qualcuno fa il classico scivolone. Ovvero esagera.
Nel 2009 ad esagerare fu il Calendario Pirelli, con una splendida modella nera trascinata da due persone, seminuda e con un’espressione terrorizzata. Non ci vuole un genio per capire che anche in quel caso si trattava dell’immagine di uno stupro. Ma il bello fu la spiegazione. I responsabili dell’Ufficio delle Relazioni esterne della Pirelli specificarono che non era affatto uno stupro ma si trattava della citazione recitata di “un rito buscimano”.
Magari sì, era anche vero, ma le immagini valgono per ciò che comunicano e il ragionevole dubbio che sorge è che questo calendario Pirelli non fosse visto solo da esperti antropologi culturali avvezzi ai riti buscimani. Anzi. I calendari con le donne nude (scusate, sintetizzo) in genere sono appesi dai meccanici che in linea di massima di riti buscimani sanno pochino. E il ragazzino che, entrando dal meccanico con il motorino da riparare, abbia visto questa foto del calendario, cosa avrà pensato? Che il rito buscimano è molto interessante o che può essere lecito trascinare a piacimento una donna nuda e spaventata?
E se il bello sono le giustificazioni, l’altro scivolone ancor prima, nel 2007 fu la casa di moda Dolce e Gabbana a farlo.
Una ragazza immobilizzata a terra da un uomo con intorno altri uomini a guardare. Un altro richiamo evidente ad uno stupro. Allora si mobilitarono molte associazioni, politici, tutti a protestare perché si ritirasse quella pubblicità. Ma la replica fu: Anche le fotografie, e quindi le campagne pubblicitarie, sono una forma d’arte e rientrano nel grande tema della libertà artistica. Se si entra nel merito di un’opera d’arte, «allora bisognerebbe chiudere anche il Louvre e la maggior parte dei musei del mondo». Tra l’altro – aggiunsero dalla casa di moda – la donna nell’immagine non ha affatto un’aria sofferente.
Ah ecco, siamo oltre. Alle donne, in fondo essere immobilizzate a terra da un energumeno magari piace.
Ma siamo matti?
Ho parlato finora di scivoloni. Ma bisogna riflettere sul fatto che si scivola solo se il terreno è viscido. Ed è su un terreno culturale molto viscido che continuiamo a muoverci sotto il profilo dei diritti femminili.
Negli ultimi anni noi donne abbiamo avuto un’eccessiva paura di apparire “vetero-femministe” e siamo passate sopra a troppe cose. Troppe violazioni della dignità femminile nelle pubblicità, ma anche nei programmi televisivi in cui veniamo considerate “prede” tutte concentrate nello sforzo di essere la più “appetibile” per il maschio.
Sono questi gli elementi che fanno cultura. Molto più dei libri, purtroppo, molto più della scuola, anche quando è veramente educativa.
Fa di più l’immagine di una ragazza buttata a terra come uno straccio usato, o immobilizzata da un gruppo di uomini, o un programma in cui il valore della persona scompare dietro minigonne mozzafiato e gambe perfette.
E’ inutile che continuiamo a meravigliarci dell’ennesimo femminicidio o della nuova violenza di gruppo su una ragazzina perpetrata da minorenni.
I modelli sono questi. Se su un cartellone pubblicitario la violenza su una donna è normale, se in una trasmissione televisiva viene mostrato che la massima aspirazione di una ragazza è quella di essere voluta e concupita dal più figo di turno, non possiamo stupirci che i giovani maschi escano in strada come andando a caccia..
E’ un circolo vizioso che va interrotto. Con prese di posizione forti, sia sulla pubblicità che sui programmi tv. E senza paura di apparire bigotte o, appunto, vetero-femministe, manco fosse una parolaccia.
E’ come se in questi ultimi decenni, il legittimo desiderio di affermazione sul lavoro ci avesse fatto lasciare indietro temi che pensavamo in parte risolti come la parità sessuale. E non è un caso che alla sempre maggiore affermazione delle donne sul lavoro stia corrispondendo una sempre maggiore violenza cieca a livello domestico e di relazione.
Ma se questo processo viene rafforzato da pubblicità e programmi che confortano un pensiero maschile distorto, allora vedremo sempre più tragedie con le donne come vittime.
Dobbiamo ritrovare l’indignazione per pubblicità come quella di questi stivaletti. Dobbiamo protestare contro programmi lesivi della dignità femminile. Perché non è una vergogna né una diminutio affermare la propria dignità. E a capirlo devono essere soprattutto le ragazze più giovani. Per le quali tutta questa violenza, psicologica e purtroppo anche fisica, sta diventando una drammatica normalità.
La prima domanda che sorge spontanea è: ma come gli è venuto in mente? Realizzare una foto pubblicitaria con una donna stesa a terra in un contesto di degrado, con i pantaloni abbassati e la maglietta tirata sopra l’ombelico. Una donna chiaramente vittima di uno stupro. Il tutto per reclamizzare niente popò di meno che un paio di stivaletti. Che francamente questa pubblicità non invita propriamente ad acquistare…
Una campagna che ha giustamente provocato lo sdegno di moltissime persone, compresi i produttori dello stivaletto incriminato che giurano di non saperne nulla di questa bella pensata pubblicitaria dell’azienda che distribuisce scarpe e borse.
Come gli è venuto in mente, allora, ripetiamo? E’ una specie di appuntamento. Ogni tanto, ad intervalli più o meno regolari, qualcuno fa il classico scivolone. Ovvero esagera.
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Femminicidio: "Caro ministro renda obbligatori i corsi di educazione sentimentale nelle scuole"
Il tema della violenza sulle donne non è un problema delle donne, non è un qualcosa legato soltanto alla pazzia di un momento o a un raptus, è purtroppo qualcosa di più profondo, è intrinseco nella cultura del nostro Paese, dove l’uguaglianza fra uomo e donna è, per molti aspetti, più formale che sostanziale.
La violenza sulle donne è un tema che ci interessa tutti, uomini e donne.
Di fronte a tante vittime, come uomo in primo luogo, e poi come Sindaco e Presidente di Provincia, Le chiedo di rendere obbligatori nelle scuole i corsi di educazione sentimentale e di genere.
E’ evidente che l’idea della ‘donna-oggetto’ di cui un uomo può disporre fino alla morte appartiene alla nostra cultura, è evidente che c’è difficoltà ad accettare che una donna dica ‘no’, è evidente che una donna deve aver paura a dire ‘la relazione è finita’.
So che l’iter in Parlamento su questo argomento è stato tortuoso, ma c’è bisogno di coraggio. C’è bisogno di superare le resistenze di chi non vuole che si diffonda con forza la cultura della donna libera, autonoma, che si auto-determina.
Tra l’altro, sono convinto che una donna libera, autonoma e che si auto-determina è anche garanzia affinché nella nostra società ci siano famiglie forti, coese, che sanno fare fronte alle difficoltà. Lo scambio alla pari fra uomo e donna, infatti, è un valore straordinario, che dà alla coppia una marcia in più, e che le consente di affrontare gli ostacoli che nella vita capitano.
Non è nella paura, nel possesso, nel tarpare le ali la felicità, né sociale, né del singolo.
E’ necessario affrontare il tema di che cosa significa essere ‘uomo’, di cosa significa essere ‘donna’, di cosa significa il rispetto, cosa vuol dire ‘avere una relazione sentimentale’.
Chiedo a Lei di rendere obbligatori questi corsi perché è un tema d’interesse nazionale, che richiede fondi ad hoc perché esperti si occupino di svolgere i corsi nelle scuole di tutta Italia.
C’è bisogno di un segnale forte dal Governo – sappiamo che la Buona Scuola lo prevede, ma occorre un impegno maggiore – nel senso che l’educazione sentimentale e di genere non deve essere presentata come un optional nelle scuole, bensì come una cosa che va fatta. Questo accade da anni in tanti Paesi dell’Unione Europea, in Germania dal 1968, in Danimarca e Finlandia dal 1970, in Francia dal 1998, per fare alcuni esempi.
Come istituzione locale, mi metto a disposizione per collaborare fattivamente a questo percorso, certo che a noi si uniranno tanti primi cittadini e anche le altre Istituzioni del territorio.
La violenza sulle donne – il Femminicidio – oggi ci richiede
azioni concrete per cambiare una cultura maschilista-sessista che purtroppo è ancora radicata, e che purtroppo spesso emerge in tutta la sua brutalità.
Non voglio più che le nostre comunità piangano una vittima, vogliamo agire perché non succeda mai più.
Insieme possiamo incidere, possiamo promuovere una cultura sentimentale degna del sentimento più bello che conosciamo, ovvero dell’Amore.
di Luca Menesini (Sindaco di Capannori, Lucca) scive a Stefania Giannini (Ministro dell'Istruzione), su www.repubblica.it (4/8/2016)

Il tema della violenza sulle donne non è un problema delle donne, non è un qualcosa legato soltanto alla pazzia di un momento o a un raptus, è purtroppo qualcosa di più profondo, è intrinseco nella cultura del nostro Paese, dove l’uguaglianza fra uomo e donna è, per molti aspetti, più formale che sostanziale. La violenza sulle donne è un tema che ci interessa tutti, uomini e donne. Di fronte a tante vittime, come uomo in primo luogo, e poi come Sindaco e Presidente di Provincia, Le chiedo di rendere obbligatori nelle scuole i corsi di educazione sentimentale e di genere.
E’ evidente che l’idea della ‘donna-oggetto’ di cui un uomo può disporre fino alla morte appartiene alla nostra cultura, è evidente che c’è difficoltà ad accettare che una donna dica ‘no’, è evidente che una donna deve aver paura a dire ‘la relazione è finita’. So che l’iter in Parlamento su questo argomento è stato tortuoso, ma c’è bisogno di coraggio. C’è bisogno di superare le resistenze di chi non vuole che si diffonda con forza la cultura della donna libera, autonoma, che si auto-determina. Tra l’altro, sono convinto che una donna libera, autonoma e che si auto-determina è anche garanzia affinché nella nostra società ci siano famiglie forti, coese, che sanno fare fronte alle difficoltà. Lo scambio alla pari fra uomo e donna, infatti, è un valore straordinario, che dà alla coppia una marcia in più, e che le consente di affrontare gli ostacoli che nella vita capitano. Non è nella paura, nel possesso, nel tarpare le ali la felicità, né sociale, né del singoli.
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Social, siamo sicuri che i nostri figli vogliano essere postati?
di Fogliazza, su www.ilfattoquotidiani.it (2/8/2016)

Conosco uno che va ancora in giro con le foto dei figli nel portafoglio, ma conosco solo lui. Noi le schiaffiamo direttamente sui social, mettiamo a nudo pezzi di intimità domestica, orgoglio di mamma e papà, felicità digitali. E mentre le foto galleggiano libere nel web approdano anche sullo schermo di chi non ci conosce, apriamo a un mondo (che vogliamo ignorare) le “porte di casa”.
Il punto è che sul pianerottolo non ci siamo noi adulti, ma i nostri figli. E se a loro l’idea non piacesse? Glielo abbiamo mai chiesto? E se anche glielo chiedessimo siamo sicuri che risponderebbero liberamente la verità? O ci hanno visto talmente tante volte ignorarli, perché dovevamo postare urgentemente l’ennesima fuffa prima che il mondo (virtuale) si dimenticasse di noi, che ormai hanno (dis)imparato da noi? I nostri figli sanno (come se noi grandi lo sapessimo) che le foto per le quali non gli abbiamo chiesto l’autorizzazione diventano patrimonio pubblico?
Conosco uno che va ancora in giro con le foto dei figli nel portafoglio, ma conosco solo lui. Noi le schiaffiamo direttamente sui social, mettiamo a nudo pezzi di intimità domestica, orgoglio di mamma e papà, felicità digitali. E mentre le foto galleggiano libere nel web approdano anche sullo schermo di chi non ci conosce, apriamo a un mondo (che vogliamo ignorare) le “porte di casa”.
Il punto è che sul pianerottolo non ci siamo noi adulti, ma i nostri figli. E se a loro l’idea non piacesse? Glielo abbiamo mai chiesto? E se anche glielo chiedessimo siamo sicuri che risponderebbero liberamente la verità? O ci hanno visto talmente tante volte ignorarli, perché dovevamo postare urgentemente l’ennesima fuffa prima che il mondo (virtuale) si dimenticasse di noi, che ormai hanno (dis)imparato da noi? I nostri figli sanno (come se noi grandi lo sapessimo) che le foto per le quali non gli abbiamo chiesto l’autorizzazione diventano patrimonio pubblico?
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Attentato Monaco, non nominate invano il nome di Allah
di Giuseppe Giulietti, su www.ilfattoquotidiano.it (23/7/2016)

Tedesco o iraniano? Inneggiava ad Allah o urlava contro gli immigrati? Oppure odiava gli immigrati turchi e i musulmani “infedeli? Da qualche ora tuttologi e opinionisti a tariffa, si accapigliano in una sorta di “processo del venerdì” dedicato alla strage di Monaco. Naturalmente non sono mancate e non mancano le voci e le trasmissioni che hanno anteposto la cronaca, le testimonianza, le immagini alla propaganda, alle tesi preconfezionate da applicare sempre e comunque, a prescindere dalla conoscenza e dalle opportune verifiche. L’industria della paura si alimenta di stereotipi e per questo ha bisogno di semplificazioni, di spot brevi ed efficaci, e soprattutto ha bisogno di identificare subito il nemico contro il quale indirizzare l’indignazione e possibilmente la giusta punizione.
Purtroppo per loro, ed anche per tutti noi, la realtà è più complessa e contraddittoria. L’assassino di Nizza, come ha scritto Marco Travaglio, non andava in moschea, non leggeva il Corano, non rispettava il Ramadan, disprezzava i precetti fondamentali dell’Islam, eppure ha colpito con rara spietatezza.
L’assassino di Monaco, tedesco o iraniano che fosse, bestemmiatore o devoto ad Allah, ha sentito il bisogno di schierarsi dalla parte di chi odia il genere umano, invoca la guerra di civiltà, confida nella guerra mondiale e nella “soluzione finale” Come loro la pensava il nazista, bianco e fondamentalista evangelico, uno che predicava lo sterminio dei musulmani, autore della strage dei giovani socialisti in Norvegia.
Lo stesso delirio ha mosso la mente e la mano di chi ha ucciso, alla vigilia del referendum, la deputata laburista Jo Cox. E che dire di chi ha promosso il conflitto iracheno alla ricerca di arsenali che non c’erano ed oggi riconosce, come ha fatto la commissione parlamentare inglese che: “Le ragioni di quel conflitto non erano fondate?”. Peccato che quella scelta abbia contribuito ad incendiare il mondo e ad alimentare i risentimenti, determinando le migliori condizioni per il radicamento delle peggiori firme di radicalismo e di fanatismo.
Perché mai, in questi casi, non insistiamo più di tanto sulla nazionalità e sul colore della pelle e magari anche sul Dio invocato da chi ha ideato e realizzato quelle stragi? Chi ha sparato a Parigi, a Nizza, a Monaco, a Bruxelles spera proprio che, dall’altra parte, vincano i “nuovi crociati”, i costruttori di muri, i signori della guerra e del traffico d’armi, quelli che parlano il loro stesso linguaggio: quello dell’odio e della guerra infinita sino alla reciproca distruzione. Forse, invece di dedicarsi con tanta foga alla definizione etnica e religiosa dei diversi e distinti boia, sarà il caso di individuare le ragioni politiche e sociali dello scontro in atto e di definire una strategia comune tra quanti non vogliono arrendersi alla spirale terrorismo, paura, sospensione dei diritti, costruzione dei muri, guerra finale.
Tedesco o iraniano? Inneggiava ad Allah o urlava contro gli immigrati? Oppure odiava gli immigrati turchi e i musulmani “infedeli? Da qualche ora tuttologi e opinionisti a tariffa, si accapigliano in una sorta di “processo del venerdì” dedicato alla strage di Monaco. Naturalmente non sono mancate e non mancano le voci e le trasmissioni che hanno anteposto la cronaca, le testimonianza, le immagini alla propaganda, alle tesi preconfezionate da applicare sempre e comunque, a prescindere dalla conoscenza e dalle opportune verifiche. L’industria della paura si alimenta di stereotipi e per questo ha bisogno di semplificazioni, di spot brevi ed efficaci, e soprattutto ha bisogno di identificare subito il nemico contro il quale indirizzare l’indignazione e possibilmente la giusta punizione. Purtroppo per loro, ed anche per tutti noi, la realtà è più complessa e contraddittoria. L’assassino di Nizza, come ha scritto Marco Travaglio, non andava in moschea, non leggeva il Corano, non rispettava il Ramadan, disprezzava i precetti fondamentali dell’Islam, eppure ha colpito con rara spietatezza.
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Perché lo sport non ama le donne
di Arianna Di Cori e Alice Gussoni, su www.repubblica.it (22/7/2016)

Trattate economicamente peggio dei maschi, poco rappresentate ai vertici delle federazioni, inseguite dai soliti stereotipi e pregiudizi. La carriera delle sportive italiane è tutta in salita e anche le "star" del nuoto, del tennis o della pallavolo sono costrette a fare i conti con un vecchia legge che impedisce loro di essere professioniste. E poi c'è lo scandalo delle clausole antimaternità: "Molte sono costrette a sottoscrivere scritture private in cui si vieta esplicitamente di rimanere incinta".
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Correggere i miti su rifugiati e migranti
pubblicato da associazionecartadiroma, su www.cartadiroma.org (17/7/2016)

Oggi il mondo è casa di più rifugiati di quanti ne siano mai stati registrati, ponendo sfide complesse ai molti paesi che devono gestire questi flussi e accogliere con successo i nuovi cittadini.
Eppure queste sfide sono rese ancora più difficili da una mancanza di informazioni accurate e accessibili nei media, dove miti e disinformazione sono prevalenti. Nella migliore delle ipotesi la copertura mediatica si concentra sui rifugiati come vittime e sulle implicazioni umanitarie a livello più ampio; nel peggiore si focalizza sulla sfida che ciò comporta o sulla minaccia immaginaria di un improvviso flusso di stranieri.
Quasi completamente dimenticati dalla copertura mediatica sono i benefici multipli per i paesi ospitanti e le innumerevoli storie dei singoli individui, spesso altamente istruiti e desiderosi di lavorare, alla ricerca di una nuova vita e che offrono un contributo positivo alle loro nuove società.
L’Unesco ha creato un manuale per giornalisti e scuole di giornalismo su come trattare il tema dell’immigrazione, con un focus sui rifugiati.
Di seguito alcuni dei più comuni e dannosi miti presenti sui media che circondano la questione rifugiati.
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Non per "buon cuore", ma per diritto
Anche quest’anno, per la quinta volta consecutiva, l’ Associazione Genitori Tosti in Tutti i Posti, formata da genitori di persone con disabilità di tutta Italia e delle cui iniziative ci siamo spesso occupati anche nel nostro giornale, ha lanciato la propria campagna denominata GLH in tutte le scuole: la disabilità con orgoglio!, ove segnatamente GLH sta per Gruppo Lavoro Handicap, come da Legge 104/92.
«Ancora nel 2016 – spiega Alessandra Corradi, presidente dell’Associazione – ci sono scuole nelle quali non si applica l’articolo 15 della Legge 104/92, violando, in questo modo, il diritto allo studio e all’istruzione degli alunni con disabilità. Perché questo non accada, si devono riunire tutti gli attori del progetto di vita dell’alunno, progetto che a scuola si chiama PEI (Piano Educativo Individualizzato). La riunione, infatti, grazie al concorso di tutte le figure di riferimento (scolastiche, specialistiche/cliniche e parentali), permette di impostare una didattica su misura e quindi la più efficace possibile, non solo per l’alunno, ma anche per tutto il resto della classe. E tuttavia, nella realtà accade spesso che il PEI venga compilato esclusivamente dall’insegnante di sostegno e poi fatto firmare alla spicciolata da tutti gli altri, genitori compresi. Così l’aspetto burocratico è soddisfatto, a discapito però dei diritti dell’alunno con disabilit à in àmbito scolastico, per tacere della serenità psicologica di questi alunni e relative famiglie».
La campagna dei Genitori Tosti, dunque, serve appunto ai genitori per aiutare i propri figli a scuola ad avere il percorso migliore possibile: «Nel caso in cui nella scuola frequentata dal figlio non si tengano i GLH sia a livello individuale che di istituto – ricorda infatti Corradi -, bisogna richiederli ufficialmente, spedendo una lettera e, se il genitore se la sente, anche avanzando la propria candidatura come rappresentante dei genitori con figli con disabilità dell’Istituto. Un aspetto molto importante, infatti, riveste la presenza dei genitori, che devono essere rappresentati negli organi collegiali e partecipare attivamente, consapevoli di diritti e normative di riferimento e non ridotti al ruolo di “questuanti” che si appellano al “buon cuore” del dirigente scolastico di turno».
Da segnalare a questo punto che in una pagina specifica presente nel sito dei Genitori Tosti, oltre a una breve “storia” di tale iniziativa, è disponibile anche un possibile modello di lettera da spedire, per richiedere la convocazione del GLH nei modi previsti dalla Legge 104/92.
«Invitiamo perciò i genitori – conclude Corradi – a partecipare a questa campagna, segnalando appunto le richieste alle rispettive scuole, oltreché chiedendo alla nostra Associazione tutta l’assistenza necessaria. È infatti proprio questo il momento in cui va fatta pervenire la lettera ai dirigenti scolastici che si stanno preparando per il nuovo anno. E al tempo stesso invitiamo anche i docenti di sostegno, gli operatori scolastici e i docenti curricolari a collaborare nel segno dell’inclusione reale dei loro studenti, tutti, nessuno escluso».
di S. B. su www.scuolaoggi.com (29/6/2016)

Anche quest’anno, per la quinta volta consecutiva, l’ Associazione Genitori Tosti in Tutti i Posti, formata da genitori di persone con disabilità di tutta Italia e delle cui iniziative ci siamo spesso occupati anche nel nostro giornale, ha lanciato la propria campagna denominata GLH in tutte le scuole: la disabilità con orgoglio!, ove segnatamente GLH sta per Gruppo Lavoro Handicap, come da Legge 104/92.
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Educazione sentimentale a scuola, in Ue solo Italia e Grecia senza legge
su http://video.repubblica.it - intervista di Giulia Santerini (28/6/2016)

 Nel nostro Paese sono aumentate leggi e pene - dall'aggravante sul femminicidio se il reato è compiuto da un familiare alle norme sullo stalking - ma nulla si fa per la prevenzione. Tant'è che i casi di abusi e femminicidio continuano a ritmo costante (60 dall'inzio dell'anno,  128 nel 2015, 136 nel 2014, 179 nel 2013). La voce degli esperti ormai è univoca: occorre prevenire e diffondere una cultura di genere tra i bambini e gli adolescenti, tra i maschi e le femmine. Ma finora nulla è stato fatto. L'onorevole Celeste Costantino (Sinistra italiana) due anni fa è stata la prima a Montecitorio a proporre una legge per l'educazione sentimentale a scuola. La promosse chiamandola  "Per 1'ora d'amore" e raccolse 20mila firme on line. Rispondeva così a una specifica richiesta dell'articolo 14 della Convenzione di Istanbul del Consiglio d'Europa, sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne firmata nel 2011 e che doveva entrare in vigore a partire dal 2014. Oggi solo gli studenti italiani e greci non hanno ancora questa "materia" in programma per legge. Ma le proposte sono diventate otto. Presentate in Commissione istruzione e cultura della Camera dei deputati, saranno incardinate per la discussione prima in un comitato ristretto per arrivare a un testo unico. Poi in commissione e quindi in Aula.
 
“Informazione e narrazione devono essere profondamente responsabili oggi più di sempre”
Abbiamo incontrato Francesca Comencini (nella foto), personalità importante del nostro cinema e dell’impegno femminile, una dei registi dell’ultima serie di “Gomorra”, per parlare di cinema e comunicazione, di informazione e narrazione, parole che troppo spesso si intrecciano ma hanno significati ben diversi.
La  società contemporanea, in tutto il mondo, è tragicamente caratterizzata dalla violenza: il cinema e il mondo della comunicazione non hanno da rimproverarsi qualcosa?
Sicuramente la rappresentazione, e in particolar modo quella attraverso le immagini, è una componente importante della contemporaneità, ne è specchio, ma anche, talvolta, origine, creando un gioco di specchi con il reale in cui alla fine non si capisce chi somiglia a cosa, se la realtà stessa non prenda a somigliare alla propria rappresentazione. Il ruolo dunque di chi fa informazione, di chi crea le immagini del mondo, di chi narra storie, è molto importante.  Tuttavia ci sono dei distinguo da fare tra informazione e narrazione, che sono esercizi differenti. Così come, all’interno della narrazione stessa, è diverso il lavoro di un documentarista da quello di un regista di finzione, seppure facciano, entrambi, narrazione. Starei dunque attenta a generalizzare e a attribuire responsabilità senza una analisi precisa dei vari campi. In ogni ambito dobbiamo però sapere di avere una responsabilità profonda, perché la rappresentazione delle cose ha oggi una potenza inaudita, diffusa talvolta mondialmente. Non credo di poter rispondere a questa domanda in modo più profondo senza un lunghissima analisi, che certo sarebbe opportuno fare, ma in un altro contesto.
Gomorra è una fiction diversa da tutte le altre soprattutto perché colpisce come un pugno nello stomaco ma non spettacolarizza il crimine: come si gira un film come questo?
Si gira con una grande fatica e una incredibile quantità di lavoro! Scherzo! Più seriamente, direi, dovendo sintetizzare, che si gira con un atteggiamento e una professionalità che unisce in sé l’attenzione al reale, documentaristica, con una capacità tecnica e artistica di creare un racconto grande e potente, sia dal punto di vista visivo, che da quello narrativo.
Questa, secondo me, in pochissime parole, è la spiegazione dell’inimmaginabile successo planetario di Gomorra: aver saputo unire il realismo sociale, l’occhio documentaristico, la capacità di girare in mezzo alla strada, tipica della grande tradizione del cinema italiano, con l’epicità e la potenza narrativa delle grandi serie americane. Questo connubio, che poteva apparire all’inizio contraddittorio, si è rivelato non solo possibile, ma estremamente potente. Credo che è proprio per il mio percorso di documentarista, oltre che al desiderio di avere in squadra una regista donna, che sono stata chiamata a far parte dei registi della serie.
La novità di questa seconda serie di Gomorra è stata soprattutto rappresentata dalle donne, malvagie, assetate di potere, crudeli, a volte più feroci dei maschi. Per una regista da sempre impegnata in difesa delle donne deve essere stato difficile rappresentare questa visione femminile del male…
In un certo senso io non mi sono mai impegnata in difesa delle donne, semplicemente perché non credo affatto che le donne abbiano bisogno di essere difese. Mi batto anzi contro questo approccio vittimistico. Io mi sono sempre schierata contro la rappresentazione distorta delle donne, o, come spesso accade, contro la loro cancellazione tout court, sia dalla rappresentazione che dalla rappresentanza. Spesso i personaggi femminili o semplicemente non esistono, o sono solo “funzione” per raccontare i personaggi maschili, di cui ormai sappiamo tutto, ma proprio tutto. Il protagonismo delle donne, con tutte le loro contraddizioni, i loro sentimenti, che naturalmente non sono sempre buoni, è fondamentale secondo me, per restituire l’immagine di ciò che l’umanità è: sessuata, differente, con donne e uomini differenti ma parimente protagonisti, e che, nella dialettica complessa, in questo momento storico anzi direi estremamente difficile, tra loro, sono motori del mondo.
Dunque per me raccontare donne camorriste, che peraltro esistono nella realtà, raccontarne i meccanismi feroci, perversi, ma anche la pochezza, la solitudine e la disperazione, non è stata una sofferenza, anzi, il loro protagonismo mi sembrava fondamentale: la sofferenza casomai proveniva dal raccontare un sistema così feroce, enorme e immensamente pervasivo del nostro paese, i meccanismi di potere e economici che lo governano, e che è disumano quanto tremendamente vicino a noi.
In una società che oggi si definisce “liquida” ma che sembra essenzialmente priva di visione sul futuro e basata sugli egoismi individuali, anche il mondo della cultura – cinema e informazione compresi – appare indebolito e timoroso, da dove si dovrebbe ripartire per reagire a tutto questo?
Credo che il cinema italiano sia un cinema di resistenza, e che abbia resistito molto bene a venti anni di berlusconismo in cui è stato trattato come l’ultima delle risorse di questo paese, vilipeso come un passatempo per radical chic, mai pensato come una risorsa, un lavoro, serio e estremamente difficile, un indotto che crea occupazione solo nel Lazio a centinaia di migliaia di persone, mai regolato da una legge di sistema che chiediamo da decenni e che non consiste in finanziamenti statali né in sovvenzioni ma semplicemente nel far ritornare al cinema italiano e alla produzione dello stesso i proventi che si è conquistato sul mercato, (una legge di sistema di questo tipo esiste da decenni in Francia con i risultati che sappiamo) sembra che l’attuale governo stia pensando a una legge con un impianto simile, e sarebbe un’ottima cosa.
Tuttavia credo che il cinema abbia fatto sistema a sé, con grande passione e impegno, e che in anni in cui dell’Italia non si parlava, in giro per il mondo, sempre in termini sempre elogiativi, il cinema italiano, i registi e le registe italiane, i documentaristi e le documentariste italiane, zitti e zitte, con pochissimi mezzi talvolta, abbiano marciato, insieme,  e fatto abbastanza onore al paese, nel loro piccolo, lo dico davvero con umiltà e non per spirito corporativo, ma mi pare abbastanza vero. Ho appena terminato di girare un film che ho impiegato tre anni per riuscire a finanziare, l’ho fatto con una squadra di altissimi professionisti tutti molto giovani, il testimone passa, sta passando, la passione rimane, enorme, perché il nostro è proprio un bel mestiere, e io, nel mio piccolissimo, spero di aver saputo passare il testimone a qualche giovane donna: che giovani registe crescano! Questo è il mio desiderio più grande!
di Barbara Scaramucci, su www.articolo21.org (27/6/2016)

Abbiamo incontrato Francesca Comencini, personalità importante del nostro cinema e dell’impegno femminile, una dei registi dell’ultima serie di “Gomorra”, per parlare di cinema e comunicazione, di informazione e narrazione, parole che troppo spesso si intrecciano ma hanno significati ben diversi.
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L'Africa dell'avanguardia scientifica che il mondo non conosce
traduzione a cura di Benedetta Monti, dall' articolo originale di Stewart Maganga pubbblicato su The Conversation (22/6/2016)

Da molto tempo il resto del mondo è convinto che l'Africa non possa creareproprie invenzioni scientifiche e questa sorta di mito può essere ricondotto all'epoca della schiavitù e del colonialismo– sistemi che hanno portato gli africani stessi a credere che nulla di buono può venir fuori da questo continente.
Tale mito viene rafforzato dai libri di storia, colmi di racconti di innovatori scientifici che provengono dal mondo sviluppato. Non sto insinuando che il ruolo svolto da questi individui debba essere escluso a priori, avendo al contrario contribuito enormemente allo sviluppo del mondo moderno. Ci dovrebbe però anche essere spazio per celebrare gli innovatori africani che ancora non hanno avuto un riconoscimento per i loro contributi alla scienza, alla medicina, alla tecnologia e alla sicurezza alimentare, come l'ingegnere biomedico Selig Percy Amoils, l'elettrochimico Rachid Yazam,i la scienziata nucleare
Sameera Moussa, il paleontologo Berhane Asfaw, il pioniere della chirurgia Haile Debase il genetista delle piante Gebisa Ejeta.
Oggi nel continente africano ci sono moltissimi innovatori che stanno compiendo un lavoro eccezionale. Zack Salawe Mwale
Da molto tempo il resto del mondo è convinto che l'Africa non possa creareproprie invenzioni scientifiche e questa sorta di mito può essere ricondotto all'epoca della schiavitù e del colonialismo– sistemi che hanno portato gli africani stessi a credere che nulla di buono può venir fuori da questo continente.
Tale mito viene rafforzato dai libri di storia, colmi di racconti di innovatori scientifici che provengono dal mondo sviluppato. Non sto insinuando che il ruolo svolto da questi individui debba essere escluso a priori, avendo al contrario contribuito enormemente allo sviluppo del mondo moderno. Ci dovrebbe però anche essere spazio per celebrare gli innovatori africani che ancora non hanno avuto un riconoscimento per i loro contributi alla scienza, alla medicina, alla tecnologia e alla sicurezza alimentare, come l'ingegnere biomedico Selig Percy Amoils, l'elettrochimico Rachid Yazam,i la scienziata nucleare Sameera Moussa, il paleontologo Berhane Asfaw, il pioniere della chirurgia Haile Debas e il genetista delle piante Gebisa Ejeta.
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La scuola di fronte alle varianti identitarie
Il contesto scolastico costituisce uno degli ambiti fondamentali della vita quotidiana, al di fuori delle relazioni primarie quali la famiglia e gli amici. Un’attenta analisi del panorama socio-culturale ha messo in luce che la sessualità, quella eterosessuale, appare fortemente presente nei modi in cui sono agiti i ruoli di genere nelle istituzioni educative tradizionali, mentre vige il silenzio più assoluto sulle altre varianti sessuali.
Dai risultati di una ricerca svolta a Torino emerge che le tappe fondamentali del percorso di scoperta o definizione del proprio orientamento sessuale sono avvenute, per gran parte del campione, proprio durante gli anni della scuola. La scuola non è però solamente il luogo in cui avviene tale processo, essa, infatti, rappresenta il contesto deputato alla produzione e riproduzione delle identità sessuali e di genere. La scuola avrebbe inoltre il compito o meglio il dovere istituzionale di trasmettere una corretta informazione sul tema delle diversità sessuali Tuttavia, nel contesto scolastico, formale e informale, l’assunto su cui si basa il modello di normalità di genere è l’eterosessualità (Saraceno, 2003).
Quando si dà così per scontata l’eterosessualità come norma e normalità, non si può che generare nelle persone non etero, la persistente e sottile sensazione di essere sbagliate. Le scuole italiane negano quindi agli adolescenti glbt il diritto ad una serena formazione della propria personalità, in quanto mancano dei riscontri positivi relativi alla loro identità omosessuale o transessuale. Al contrario, l’ambiente scolastico è spesso il luogo in cui vengono messe in atto pratiche razziste o discriminatorie e, nonostante ciò, i progetti di prevenzione del disagio adolescenziale realizzati nelle scuole non affrontano quasi mai il tema dell’omofobia.
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Secondo Hyde e Jafee (2000), l’eterosessualità è data per ovvia e, contemporaneamente, attivamente promossa nelle scuole, attraverso tre principali forme: il controllo sociale da parte del gruppo dei pari, gli atteggiamenti degli insegnanti, i programmi e i contenuti dell’insegnamento. Pregiudizi sessuali e stereotipi di genere sono così diffusi nella nostra società che spesso insegnanti ed educatori sono a loro volta disinformati e impreparati ad affrontare questi temi. La questione delle diversità sessuali, anche come causa di discriminazione da parte dei compagni, viene spesso considerata dagli insegnanti al di fuori della loro competenza e delle loro possibilità di intervento (Saraceno, 2003).
La scuola diviene così il riflesso di una società ancora oggi caratterizzata da una cultura di non accoglienza e di vuoto di riconoscimento della persona. “Così nelle scuole italiane, e non solo in quelle confessionali, centinaia di migliaia di adolescenti lesbiche e gay rischiano di essere sottoposti ad un’opera di demolizione della loro identità, di decostruzione dell’autostima, stigmatizzati come portatori di un disordine morale oggettivo, di una condizione anomala fondata sull’assenza di verità e di giustizia o addirittura di uno stato patologico, nonostante l’omosessualità sia stata (..) riconosciuta come una variante naturale del comportamento umano” (Lo Giudice S. in Pietrantoni, 1999, p.15-16).
Il tema dell’omosessualità continua ad essere negato anche nei contenuti stessi dell’insegnamento. Eppure, nella storia della letteratura, ad esempio, i discorsi legati all’omosessualità sono numerosi; evidentemente si evita di trattarli per una strategia di nascondimento.
Il silenzio che sulle diverse identità sessuali viene calato negli ambiti formativi ed educativi è un fattore che incide pesantemente sulla formazione dell’identità e della relazionalità, soprattutto nella fase adolescenziale: esso ingenera o rafforza sensi di disistima personale, di non-appartenenza al gruppo, di paura e disagio di fronte al proprio stesso processo di crescita. Svariate ricerche hanno, inoltre, messo in luce quanto sia diffusa nei contesti scolastici l’omofobia. La ricerca torinese, ad esempio, ha messo in luce che sono soprattutto i maschi a subire più frequentemente le reazioni negative (derisione, isolamento) dei pari di fronte alla conoscenza o al sospetto della loro omosessualità. L’enorme disagio provocato dalle reazioni degli altri, unitamente alle difficoltà interne legate al riconoscimento di sé in un modo non standardizzato e stigmatizzato, rischia di far diventare l’esperienza scolastica una fase totalmente negativa e fallimentare della propria vita (Saraceno, 2003).
La diffusione dell’omofobia rappresenta un rischio per lo sviluppo psicologico dei giovani omosessuali o per chi viene percepito come tale. La ricerca scientifica ha riportato come l’omofobia nelle scuole abbia dei costi per le vittime in termini di scarso rendimento, evitamento della scuola, bocciature, depressione, tentato suicidio e suicidio. In effetti, secondo ricerche effettuate prevalentemente negli Stati Uniti, il tasso di suicidio tra i giovani omosessuali, soprattutto tra i gay, sembra essere molto più alto, anche di due o tre volte, rispetto alla popolazione giovanile eterosessuale. I dati emersi dalla ricerca di Barbagli Colombo (2007) confermano tale trend: un terzo dei gay e un quarto delle lesbiche italiane hanno pensato qualche
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volta di farla finita e il 6% ha provato a farlo; più della metà dei tentativi di suicidio vengono commessi tra i quindici e i vent’anni e il 22% tra i diciassette e i diciotto anni, ovvero nelle fasi più delicate del percorso di costruzione della propria identità sessuale.
Se la scuola abdica al suo ruolo educativo in tema di diversità sessuali e se in famiglia questi argomento sono perlopiù tabù, gli adolescenti finiscono per fondare le loro conoscenze solo attraverso i mezzi di comunicazione di massa. Nella maggior parte dei casi, però, la televisione costruisce un’immagine delle persone omosessuali e transessuali caricaturale, grottesca e derisoria. In questo modo si alimenta una percezione sociale distorta e superficiale, basata su pregiudizi e stereotipi che semplificano l’esperienza omosessuale e transessuale, riducendola a malattia, perversione, deviazione, concetti questi che vengono così interiorizzati dagli adolescenti.
di Milazzo S., Rizzo A., Zammitti B., Biondi T., su www.stonewall.it [scarica pdf]

Quando si dà così per scontata l’eterosessualità come norma e normalità, non si può che generare nelle persone non etero, la persistente e sottile sensazione di essere sbagliate. Le scuole italiane negano quindi agli adolescenti glbt il diritto ad una serena formazione della propria personalità, in quanto mancano dei riscontri positivi relativi alla loro identità omosessuale o transessuale. Al contrario, l’ambiente scolastico è spesso il luogo in cui vengono messe in atto pratiche razziste o discriminatorie e, nonostante ciò, i progetti di prevenzione del disagio adolescenziale realizzati nelle scuole non affrontano quasi mai il tema dell’omofobia.
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Omofobia, la politica è complice
di Mauro Grimoldi, su www.ilfattoquotidiano.it (15/5/2016)

L’odio come l’amore hanno la caratteristica di sorprenderci. Questo per due ragioni: sorprendono perché vengono da una zona profonda, inaccessibile alla coscienza e al tempo stesso perché la scelta della direzione che prenderà il nostro sentimento è apparentemente casuale ma in realtà caratterizzata da chirurgica precisione inconscia. Per questo c’è sempre da diffidare di chi sperimenta eccessivi sentimenti di odio verso categorie predefinite. Ieri l’avvocato Taormina, tempestivo sulla notizia dei fatti di Orlando, ha sottolineato che l’attentato c’è stato “perché due gay si baciavano“. La causa individuata da Taormina per il massacro di Orlando non è quindi la follia, il fondamentalismo o altro. La sua attenzione, in questo polarizzata, magnetizzata analogamente all’omicida, su quel bacio gay. Taormina presenta l’odio dell’omicida così, in qualche modo come un dato di fatto, quindi valido e incontrovertibile, per certi versi universale, di fronte alla percezione plastica della diversità.
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Università Bologna: Festa delle scritture il 16/6/16 - Presentazione e-book Mari&Muri
Il 16 giugno 2016 si svolgerà la terza edizione della Festa delle Scritture, organizzata dall’Università di Bologna, presso il Dipartimento di Filologia classica e Italianistica – Aula Pascoli (piano terra), in via Zamboni 32.
In questa prestigiosa occasione verrà presentato l’e-book Mari&Muri (dalle ore 17.30 alle 18.45), che raccoglie i racconti scritti dai partecipanti al laboratorio Eks&Tra 2015 di scrittura creativa, collettiva e meticcia.
Il laboratorio dal 2014 è all’interno del percorso accademico ed in particolare dell’insegnamento di Sociologia della Letteratura del prof. Fulvio Pezzarossa.
Tutor del laboratorio è lo scrittore Wu Ming 2, che così descrive l’esperienza, nella sua introduzione.
“Oggi, con lo sguardo rivolto ai muri terrestri che nel frattempo si sono moltiplicati, il binomio Mari&Muri che abbiamo scelto come titolo di questa raccolta mi appare in un’altra luce. Non più il mare che diventa bastione, ma piuttosto l’impossibilità di quella metamorfosi. Come a dire che sul Pianeta Terra c’è pur sempre il mare, ci sono gli oceani, e nessun maleficio può tramutare in carcere il simbolo stesso del viaggio libero, della deriva e dell’esplorazione. Per quanti sforzi facciano, il progetto dei costruttori di muri è destinato a infrangersi, perché non c’è scogliera che il mare non inghiotta, non c’è fessura che l’acqua non sappia infiltrare”.
su www.eksetra.net (14/6/2016)

Il 16 giugno 2016 si svolgerà la terza edizione della Festa delle Scritture, organizzata dall’Università di Bologna, presso il Dipartimento di Filologia classica e Italianistica – Aula Pascoli (piano terra), in via Zamboni 32.
In questa prestigiosa occasione verrà presentato l’e-book Mari&Muri (dalle ore 17.30 alle 18.45), che raccoglie i racconti scritti dai partecipanti al laboratorio Eks&Tra 2015 di scrittura creativa, collettiva e meticcia.
Il laboratorio dal 2014 è all’interno del percorso accademico ed in particolare dell’insegnamento di Sociologia della Letteratura del prof. Fulvio Pezzarossa.
Tutor del laboratorio è lo scrittore Wu Ming 2, che così descrive l’esperienza, nella sua introduzione.
Oggi, con lo sguardo rivolto ai muri terrestri che nel frattempo si sono moltiplicati, il binomio Mari&Muri che abbiamo scelto come titolo di questa raccolta mi appare in un’altra luce. Non più il mare che diventa bastione, ma piuttosto l’impossibilità di quella metamorfosi. Come a dire che sul Pianeta Terra c’è pur sempre il mare, ci sono gli oceani, e nessun maleficio può tramutare in carcere il simbolo stesso del viaggio libero, della deriva e dell’esplorazione. Per quanti sforzi facciano, il progetto dei costruttori di muri è destinato a infrangersi, perché non c’è scogliera che il mare non inghiotta, non c’è fessura che l’acqua non sappia infiltrare”.
[visita]
 
La Commissione europea contro il razzismo bacchetta l’Italia: stop a segregazione rom

a cura di Associazione 21 luglio, su www.21luglio.org (12/6/2016)

Il nuovo rapporto ECRI (European Commission against Racism and Intolerance) dedicato all’Italia esprime preoccupazione per la condizione di forte emarginazione e discriminazione dei rom residenti in Italia, soprattutto in materia di diritto all’alloggio. Il rapporto sottolinea le condizioni di segregazione ed estrema precarietà degli insediamenti istituzionali, sia per le condizioni igienico-sanitarie sia per le difficoltà nell’accesso ai servizi. Le criticità delle soluzioni abitative riservate ai rom dalle autorità italiane sono state riscontrate dell’ECRI anche durante un sopralluogo realizzato a Roma nel settembre 2015 presso l’insediamento formale di Castel Romano e il centro di accoglienza per soli rom “Best House Rom”, in una visita finalizzata alla raccolta di informazioni sul campo che è stata facilitata da una delegazione di Associazione 21 luglio.
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