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Bimbi a lezione di empatia, per avere adulti più felici
di Laura Alberico, Articolo de IlCorriere.it - DIRE - Notiziario settimanale Psicologia

L'empatia, cioè la capacita' di un individuo di comprendere in modo immediato i pensieri e gli stati d'animo di un'altra persona, è una dote cruciale nelle nostre vite e fondamentale per lo sviluppo dei più giovani. Tuttavia, l'empatia è in declino. Come ha dimostrato anche un recente studio dell'Università del Michigan condotto su 14.000 studenti: i ricercatori hanno infatti rivelato un drastico calo nei livelli di empatia tra i giovani americani, il 40% in meno rispetto agli alunni negli anni ottanta e novanta.
L'aumento di narcisismo e la perdita di empatia sono le ragioni chiave per cui oggi quasi un terzo dei ragazzi negli Usa sono depressi o hanno problemi di salute mentale. C'è però un paese, la Danimarca, quello con gli abitanti più felici al mondo, che prende molto seriamente l'empatia. Nelle scuole danesi è stata inserita fra le materie proprio l'empatia, disciplina che i ragazzi dai 6 ai 16 anni studiano un'ora la settimana. Durante "Klassens Tid" o "tempo di classe", i ragazzi parlano di problemi personali o di gruppo; della difficoltà che provano nel rapportarsi con la famiglia, con i compagni, con gli amici, ma anche di emozioni che imparano a comprendere, esprimere e regolare. "La classe cerca di rispettare ogni aspetto dei problemi degli alunni e- dopo uno scambio di opinioni, di consigli e solidarietà- prova a trovare una soluzione", dice Iben Sandahl, psicoterapeuta autrice del libro "The Danish Way of Parenting: A guide To Raising The Happiest Kids in the World". L'obiettivo è quello di creare un'atmosfera accogliente, piacevole, intima. I danesi la chiamano "hygee". Il termine risale al diciannovesimo secolo e deriva dalla parola germanica "hyggja" che significa "pensare o sentirsi soddisfatti". Per rendere l'ora di empatia più piacevole i bambini mangiano una fetta di torta al cioccolato, la "Klassen Time kage" preparata da loro stessi. La disciplina esiste sin dall'Ottocento; nel 1993 è diventata materia scolastica e negli ultimi anni è stata poi ampliata. Oggi è considerata uno strumento fondamentale per avere adulti felici e sereni.
L'empatia, cioè la capacita' di un individuo di comprendere in modo immediato i pensieri e gli stati d'animo di un'altra persona, è una dote cruciale nelle nostre vite e fondamentale per lo sviluppo dei più giovani. Tuttavia, l'empatia è in declino. Come ha dimostrato anche un recente studio dell'Università del Michigan condotto su 14.000 studenti: i ricercatori hanno infatti rivelato un drastico calo nei livelli di empatia tra i giovani americani, il 40% in meno rispetto agli alunni negli anni ottanta e novanta.
L'aumento di narcisismo e la perdita di empatia sono le ragioni chiave per cui oggi quasi un terzo dei ragazzi negli Usa sono depressi o hanno problemi di salute mentale. C'è però un paese, la Danimarca, quello con gli abitanti più felici al mondo, che prende molto seriamente l'empatia. Nelle scuole danesi è stata inserita fra le materie proprio l'empatia, disciplina che i ragazzi dai 6 ai 16 anni studiano un'ora la settimana.
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Sei sicuro di non sapere?
Fin dai primi anni di scuola siamo stati ossessionati dalle risposte giuste. Ricordiamo tutti il classico momento in cui - e ciò succede anche con i miei studenti universitari -, l’ansia sale, e vi è la speranza che la/il maestra/o ci chieda proprio quello che sappiamo, e lo sconforto di ricevere una domanda a cui non sappiamo rispondere.
Impariamo che tutto ha una risposta corretta e tante risposte errate.
In occasione della notte dei ricercatori abbiamo fatto una semplice esperienza di ricerca delle tante e possibili risposte giuste e della sola errata, non perché quest’ultima sia sbagliata di per sé,  ma lo è nella misura in cui pretende di essere l’unica giusta.
Perché?
I metodi per affrontare situazioni e problemi complicati sono molto diversi da quelli adatti alle situazioni complesse.
La nostra realtà è sempre più interconnessa (e quindi ci pone problemi complessi) e nonostante questo noi continuiamo ad ‘addestrare’ le persone a dare le risposte corrette. Invece di favorire l’apertura, l’emergere di diverse alternative, riduciamo gran parte del nostro apprendimento a logiche binarie on-off, giusto-sbagliato.
È un training alle alternative che ci permette di non essere sorpresi da eventi totalmente inaspettati e di stare a contatto con l’incertezza come fonte di creatività. Al contrario, l’ossessione della risposta giusta può essere molto pericolosa: anziché insegnarci a stare a contatto con l’incertezza essa può creare false certezze, irrigidendo le nostre posizioni e decisioni e generando intolleranza verso possibili alternative.
Se la nostra educazione ci porta a concepire la realtà come lineare, i problemi come complicati, e le risposte come “giuste e sbagliate”, certamente non preparerà i giovani a convivere con l’incertezza e a  comprendere le dinamiche di un mondo globalizzato e interconnesso. Educare alla complessità significa allenare questa capacità di generare molteplici alternative di mondo.
Attività proposta
Abbiamo provato a chiedere a un bambino (dagli 8 ai 12 anni) come è fatta una mano. Quasi ovvio che la risposta corretta fosse stata “una mano è rosa”, “una mano ha cinque dita”…
Ma un problema complesso non ha una soluzione valida a priori e in senso assoluto. Esso ha una valenza contestuale, ovvero funziona solo “qui e ora”. E di questo abbiamo voluto fare esperienza.
Nella performance ognuno ha avuto a disposizione un proprio cerchio di carta, espressione del proprio spazio vitale e personale (fig.1). Si tratta di un elemento per nulla scontato. Se non abbiamo un nostro spazio non possiamo nemmeno condividerlo con gli altri. Se non abbiamo percezione di ciò che significa avere un proprio spazio non possiamo divenire consapevoli di quella linea di confine che permette il contatto e la relazione costruttiva con l’altro.
È stata data quindi ampia libertà ai modi di presa di possesso e di azione del proprio spazio di carta. Qualcuno si è avvicinato ad esso con reverenza e timore, qualcun altro con una tempistica molto soggettiva, altri ancora si sono ben guardati dal tenere le distanze dai confini e dai possibili punti di contatto con altri cerchi/spazi. Si è trattato di piccoli gesti che hanno evidenziato una preziosa comunicazione corporea dei partecipanti che meriterebbe di essere sviluppata ulteriormente.
È nello spazio personale, che è anche luogo della creatività e dell’immaginazione, che è stato chiesto di rispondere… “stiamo bene attenti” e “in modo corretto” alla domanda sopra descritta (esperienza che ha portato alcuni ragazzi ad esternare una serie di interessanti punti di vista e opinioni relative ai contesti educativi quotidiani).
Prima di rispondere alla domanda che implicava una ricerca delle possibili alternative all’unica risposta giusta è stata suggerita una esperienza di gruppo: i bambini sono stati invitati ad uscire dal proprio cerchio/spazio per incontrare ad occhi chiusi le mani di tutti gli altri partecipanti. Abbiamo immaginato che questo potesse un modo diverso di apprendere cosa è una mano. È stato quindi chiesto di stare in ascolto per qualche minuto delle sensazioni e di accogliere le immagini provocate dall’incontro e dal groviglio di mani, dallo stringere e dal rilasciare mani sconosciute. L’esperienza non è stata facile, molti hanno espresso sensazioni contrastanti; benché si fosse tutti con gli occhi chiusi, non è mancato chi pur tenendo una mano aggrappata al gruppo con l’altra cercasse di svincolarsi quasi a voler fuggire da una esperienza provocante disagio, e per qualcuno addirittura paura e dolore. Dopo l’esperienza ognuno è rientrato nel proprio spazio, in ascolto dei pensieri, delle emozioni, dei suoni, e delle immagini provocati dal contatto con altre mani.
Ne sono emersi disegni, parole, posture, gesti, espressioni ovviamente tutte giuste e foriere di apprendimento, soprattutto per noi adulti. Il cognitivo si è integrato all’esperienziale-corporeo-emozionale. La mano a cinque dita è divenuta la mano a mille dita (fig. 2), è divenuta il senso di sporco, di paura, di stress, di stranezza, di fatica (fig. 3) di disagio, per qualcuno espressione di dolore che non essendo riconosciuta come legittima emozione dal soggetto che l’aveva provata, secondo quest’ultima non poteva nemmeno essere scritta sul foglio di carta poiché considerata cosa brutta, negativa e non degna di essere resa pubblica. È emersa tutta la valenza di una educazione che seppur in buona fede diviene spesso valutante in senso giudicante, confondendo la vicinanza di banco con l’esperienza di contatto con la realtà dell’altro, quell’educazione che a dire di una bambina di otto anni “ci chiede di essere perfetti ma è impossibile essere perfetti”, la stessa bambina che aveva evitato di rappresentare quel senso di dolore provato perché giudicato brutto e non degno di essere comunicato. Si è trattato di una esperienza breve che, come abbiamo detto, richiede di essere sviluppata e approfondita in un tempo e spazio adeguato.
Con questo breve testo di sintesi desideriamo ringraziare i partecipanti/ricercatori e i loro genitori che hanno permesso una esperienza di ricerca semplice ma foriera di ulteriori sviluppi nei diversi contesti educativi, più aperta all’ascolto delle esigenze delle bambine/i.
Di relazioni si fa esperienza
E poi? Una volta accettato il paradigma educativo della complessità, come si insegna a scegliere, con quale etica? Ci sembrava intanto utile porre in evidenza l’importanza di sviluppare il maggior numero di alternative, educando a pensare e ad apprendere dalle proprie azioni ed emozioni. L’agire è quindi imprescindibile dato che una decisione è adeguata ed etica se nel momento dell’azione è stato possibile immaginare e fare esperienza del più ampio numero di retroazioni. Tutto ciò ha a che fare con la sostenibilità e con l’epistemologia: si tratta di un altri temi complessi che si possono apprendere, senza la necessità di verbalizzarli ma facendo, per l’appunto, esperienza di complessità. Le relazioni non si accumulano come fossero cose, come fossero una somma di entità, come la somma delle cinque dita di una mano. Di relazioni si fa esperienza (fig. 3).
di Roberta Bonetti, Associazione Mani Altri Sguardi (16/10/2016)

Fin dai primi anni di scuola siamo stati ossessionati dalle risposte giuste. Ricordiamo tutti il classico momento in cui - e ciò succede anche con i miei studenti universitari -, l’ansia sale, e vi è la speranza che la/il maestra/o ci chieda proprio quello che sappiamo, e lo sconforto di ricevere una domanda a cui non sappiamo rispondere.
Impariamo che tutto ha una risposta corretta e tante risposte errate. In occasione della notte dei ricercatori abbiamo fatto una semplice esperienza di ricerca delle tante e possibili risposte giuste e della sola errata, non perché quest’ultima sia sbagliata di per sé,  ma lo è nella misura in cui pretende di essere l’unica giusta.
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Inclusione e competenze
di Angela Ventre, su www.lascuolapossibile.it (16/10/2016)

In tutte le scuole e università italiane, oggi si pone sempre più l'accento sulla necessità e sull'importanza di una didattica per competenze e, in quest'ottica, ogni insegnante è chiamato a modificare i propri stili d'insegnamento, il proprio modo di fare didattica. Siamo, cioè, di fronte a significativi cambiamenti nelle logiche didattiche.
Con la didattica per competenze l'attenzione si posta dai "contenuti" dell'insegnamento e dai percorsi formativi ai "risultati dell'apprendimento" spendibili nello studio, nel mercato del lavoro e in ogni contesto sociale.
La differenza rispetto alla didattica tradizionale è nel trattare i contenuti attraverso compiti significativi; unità di apprendimento, in cui gli allievi devono affrontare dei problemi, gestire situazioni contestualizzate e di esperienza e realizzare dei prodotti.
La centralità del lavoro è spostata dal docente all'allievo, dal contenuto alla conoscenza e dalla conoscenza alla competenza, azione autonoma e responsabile. Dall'apprendimento riflettente si passa all'apprendimento riflessivo, dall'apprendimento individuale e competitivo all'apprendimento sociale e cooperativo.
La scuola è chiamata a congiungere il curricolo formale a quello non formale, cioè a unire le informazioni e le conoscenze che essa fornisce agli studenti con quelle degli altri contesti educativi: famiglia, amici, esperienze spontanee di vita.
Ma tutto ciò come si sposa con l'inclusione, ossia con l'altro punto cardine della scuola italiana?
I due termini COMPETENZE e INCLUSIONE sembrerebbero in antitesi tra di loro, poiché il primo afferma l'importanza della qualità, dell'eccellenza del successo formativo, come unica premessa per il successo nella vita; il secondo quello dell'accoglienza, dell'attenzione per chi fa fatica a seguire il ritmo dei compagni. Si affermerebbe, con la didattica per competenze, un tipo di scuola meritocratica dove ad andare avanti è chi "merita", a discapito e danno degli alunni con bisogni educativi speciali.
In realtà non è così. L'utilizzo di una didattica per competenze, che ha come finalità "rendere l'alunno autonomo, consapevole e attivo nel suo processo di apprendimento, nella sua crescita personale", vale per tutti gli alunni, anche per quelli con bisogni educativi speciali. Inclusione non vuol dire creare dei programmi differenziati, ma garantire a ciascuno il suo percorso mettendo in campo una didattica curriculare che offra la possibilità di esprimere al meglio le proprie potenzialità. A tal fine sono molti importanti la progettazione e l'utilizzo di metodologie che vadano oltre la didattica tradizionale, metodologie che sappiano integrare le conoscenze con le abilità, per trasformarle in competenze.( 1)
Il percorso formativo dell'alunno, specialmente di quello con bisogni educativi speciali, necessita di un'apertura di orizzonti che non si limita solo alla programmazione didattica mediante PDP o PEI, ma deve considerare la possibilità di aprirsi in orizzontale a tutte le realtà di vita.
Questa dimensione più ampia viene definita progetto di vita, ed è proprio quello sguardo lungo di cui l'alunno in difficoltà ha estremo bisogno. Orientare la didattica personalizzata e individualizzata al progetto di vita significa concretamente non solo credere al lifelong learning, ma definire obiettivi direttamente legati alle competenze richieste dalla vita adulta, usare mezzi d'insegnamento - apprendimento sempre più adulti e promuovere lo sviluppo identitario, auto progettuale, di consapevolezza di sé, di autostima e di autoefficacia, ecc. (2)
L'attenzione non è più rivolta ai risultati, ma ai processi che permettono all'alunno di crearsi un bagaglio di capacità (capability) che, contestualizzate, si trasformano in competenze autentiche e durature nel tempo.
La didattica delle competenze, quindi, risulta essere fondamentale in chiave inclusiva in quanto essa consente -attraverso la cooperazione, il confronto, la discussione, la contestualizzazione degli apprendimenti- a ciascun alunno di esprimere i propri punti di forza e le proprie possibilità, di sentirsi incluso in una comunità di apprendenti e di relazioni, dove importante non è solo apprendere, ma soprattutto imparare ad essere e a stare al mondo (3).
Angela Ventre, insegnante I.C. Alfieri - Lante della Rovere, Roma
In tutte le scuole e università italiane, oggi si pone sempre più l'accento sulla necessità e sull'importanza di una didattica per competenze e, in quest'ottica, ogni insegnante è chiamato a modificare i propri stili d'insegnamento, il proprio modo di fare didattica. Siamo, cioè, di fronte a significativi cambiamenti nelle logiche didattiche. Con la didattica per competenze l'attenzione si posta dai "contenuti" dell'insegnamento e dai percorsi formativi ai "risultati dell'apprendimento" spendibili nello studio, nel mercato del lavoro e in ogni contesto sociale. La differenza rispetto alla didattica tradizionale è nel trattare i contenuti attraverso compiti significativi; unità di apprendimento, in cui gli allievi devono affrontare dei problemi, gestire situazioni contestualizzate e di esperienza e realizzare dei prodotti.
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Relazionarsi con i bambini: piccole strategie educative
Relazionarsi con i bambini non è sempre facile. Bisogna avere interesse a farlo e, soprattutto, molta pazienza. A questo riguardo, si illustreranno alcuni consigli utili a far sì che questa relazionalità, soprattutto fra genitori e figli, possa essere il più proficua possibile per lo sviluppo del bambino.
La cosa fondamentale che ogni piccolo desidera è sentirsi amato, accettato da chi gli sta attorno. È questo un ottimo ausilio per la crescita dell’autostima. È importante che egli la sviluppi, perché sarà un valido supporto che lo sosterrà nel corso della sua storia.
Insegnagli che il tempo è una risorsa preziosa e che una parte del tuo tempo la dedichi a lui come atto di stima nei suoi confronti. Questa porzione della tua giornata è a sua completa disposizione e in questo lasso temporale potete fare tutto quello che insieme vorrete.
Aiutalo a vedere i lati positivi di se stesso, in maniera che egli possa essere orgoglioso di sé, per quello che è e per quello che fa. Aiutalo anche a vedere le sue criticità, veicolando il messaggio che ci sono aspetti migliorabili di sé.
Offrigli delle certezze. Il bambino ha bisogno di sapere che può contare su di te, che sei pronto ad ascoltarlo, a prendere in considerazione le sue richieste.
Il fatto che tu sia disponibile, non significa che può fare quello che vuole. Esistono delle regole che vanno rispettate. Devi avere la pazienza di spiegare spesso quali sono queste regole, la ragione per la quale sono poste e la loro utilità. Ricordati che le regole disciplinari imposte devono essere sempre in sintonia con i bisogni legati all’età e al temperamento.
Aiutalo a sviluppare la capacità di vedere il lato comico di ogni situazione, in modo che possa impadronirsi dell’ironia e dell’autoironia, quali antidoti al prendersi troppo sul serio nelle faccende della vita.
Non lesinare sui riti di cortesia e sulle manifestazioni di affettività. Ricordati di insegnargli a dire grazie, prego ecc., fornendogli tu stesso l’esempio. Infatti, tu per primo dirai grazie e prego quando è necessario. Non aver paura ad abbracciarlo, a fare una carezza quando ritieni che sia il momento adatto. Sono dimostrazioni della tua presenza.
Istruiscilo, fin dalle prime fasi della sua vita, all’amore per la sobrietà e per la semplicità. Veicola il messaggio che il suo benessere e la sua felicità non dipendono dalle cose che possiede o possiederà, ma sono degli stati d’animo indipendenti da ciò.
Aiutalo ad apprezzare quello che ha, piuttosto che quello che deve ancora avere. È una maniera per essere appagati dalle cose che si hanno.
Inviagli frequentemente il messaggio che egli è unico, speciale, per cui non ha senso il confronto con gli altri. È un modo per apprezzare se stesso e per evitare che sviluppi sentimenti negativi nei confronti degli altri, quali gelosia, invidia.
Educalo alla semplificazione. Con il tuo esempio, veicola il pensiero che la vita è semplice: siamo noi che sovente la complichiamo con i nostri pensieri e con le nostre azioni. Aiutalo a non interpretare le cose che accadono, ma a leggerle semplicemente così come sono. Quando si interpretano gli accadimenti, si è portati ad utilizzare delle chiavi di lettura negative.
Impara a comunicare con lui. Evita di incorrere in quegli errori di comunicazione, che potrebbero creare una barriera fra te e lui, quali minacciare, dare ordini in maniera perentoria (frequentemente scatenano la ribellione), ridicolizzare, fare delle diagnosi psicologiche - psichiatriche, eludere le domande ben precise. Impara ad ascoltarlo attentamente, ovvero ascolta quello che ti dice e poi prova a riassumerlo, in maniera da far capire che sei stato attento al suo eloquio. Quando ti espone un problema, prova con lui a capire quali sono gli aspetti fondamentali del problema stesso.
di Vincenzo Amendolagine, su www.educare.it (7/10/2016)

Relazionarsi con i bambini non è sempre facile. Bisogna avere interesse a farlo e, soprattutto, molta pazienza. A questo riguardo, si illustreranno alcuni consigli utili a far sì che questa relazionalità, soprattutto fra genitori e figli, possa essere il più proficua possibile per lo sviluppo del bambino.

- La cosa fondamentale che ogni piccolo desidera è sentirsi amato, accettato da chi gli sta attorno. È questo un ottimo ausilio per la crescita dell’autostima. È importante che egli la sviluppi, perché sarà un valido supporto che lo sosterrà nel corso della sua storia.

- Insegnagli che il tempo è una risorsa preziosa e che una parte del tuo tempo la dedichi a lui come atto di stima nei suoi confronti. Questa porzione della tua giornata è a sua completa disposizione e in questo lasso temporale potete fare tutto quello che insieme vorrete.
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Ma il Papa ha una sua teoria del Gender. Discutiamola
di Elisabetta Addis, su www.huffingtonpost.it (2/10/2016)

Caro Bergoglio, Francesco carissimo, sei di nuovo intervenuto su questo tema a Tbilisi. E io devo ripeterti cose che dovresti ormai sapere. Il gender non è una teoria, è un fatto: gender è il nome che gli studiosi di scienze sociali hanno dato al fatto che uomini e donne hanno comportamenti diversi, tutti si aspettano da loro questi comportamenti diversi, ma queste aspettative cambiano nel tempo, nelle diverse società, nelle diverse culture. Sopra una caratteristica biologica - cromosomi xy oppure xx - si creano delle aspettative culturali, che diventano stereotipi. Queste aspettative culturali non sono le stesse attraverso la storia e attraverso la geografia: io posso uscire a testa nuda, una saudita non può. Descrivere perché ci sono queste differenze di genere è produrre una spiegazione scientifica del gender, cioè una teoria. O meglio, tante teorie del gender: di spiegazioni del gender ce n'è più d'una.
Anche Tu hai una teoria del gender. La teoria cattolica del gender dice - non pretendo di essere esatta, nell'esegesi biblica ci sono diverse interpretazioni, ma più o meno a me hanno insegnato così - che la prima donna è stata fatta dalla costola del primo uomo, che poiché lei ha suggerito di mangiare un frutto proibito tutto il dolore del mondo è colpa sua, e non del primo uomo che ne ha mangiato o di entrambi. Che quando il Dio si è incarnato ha scelto una fanciulla vergine, il che suggerisce che c'è qualcosa di sbagliato nell'essere donne e non essere vergini. Nella vostra religione un dato biologico, avere un pene, è un requisito essenziale per svolgere la più importante funzione culturale, essere sacerdoti. Solo i maschi sono abilitati ad essere mediatori tra gli esseri umani e il divino: da questi sacerdoti maschi tutti, anche le donne, devono andare periodicamente a raccontare cosa hanno fatto per avere conferma che vada bene o meno. Non in tutte le religioni è così: in altre religioni ci sono state sibille e sacerdotesse; altre denominazioni cristiane hanno rifiutato un istituto di controllo sociale di un gruppo di maschi su tutti gli altri, che tale è la confessione; in alcune denominazioni sono state accettate donne nel ruolo sacerdotale.
La attuale teoria cattolica del gender riproduce caratteristiche presenti in una maggioranza di culture - non in tutte: il dominio del sesso maschile su quello femminile, e il dare maggior valore a caratteristiche e comportamenti maschili rispetto a quelli femminili. In realtà su questo secondo punto la cultura cattolica è ambivalente. Infatti per certi aspetti valorizza, nei maschi e nei sacerdoti, delle caratteristiche che nello stereotipo corrente sarebbero virtù femminili. Favorisce l'ascolto, l'accoglienza, la condivisione, la pace piuttosto che non la violenza la competizione per la vittoria, la guerra. Questa molto positiva apertura verso il femminile può essere la base di una alleanza e di una sinergia importante tra la Chiesa cattolica e le varie forme di femminismo - i femminismi sono movimenti politici che si propongono di valorizzare le donne e il femminile, rendendo uomini e donne non uguali, ma ugualmente liberi e con gli stessi diritti.
Ma questa alleanza non può avvenire se voi continuante a tener fermo il punto del dominio maschile. Vero, nel divorzio i figli soffrono. Ma come lei sa bene esiste il femminicidio, cioè il fatto che le donne, assai più spesso che non gli uomini, vengono uccise dai propri mariti, e questo spesso segue anni di violenza, di percosse e di insulti. so che lei non chiede alle donne di non terminare una relazione con mariti di questo tipo. Non può suggerire che figli e figlie vengano allevati dentro questo modello, che perpetua e riproduce la violenza. C'è una altissima correlazione tra essere terroristi assassini - parlo di bombe e eccidi in Francia e in Usa- e avere una storia di violenza domestica,
la prego, non è saggio, neanche nella lontana Tbilisi, andare a dire una cosa che non è vera, disseminare ignoranza.
Il gender non è un nemico della famiglia. E' un oggetto di studio affascinante, che per essere veramente capito richiede conoscenze biologiche, filosofiche, psicologiche, antropologiche, economiche. Personalmente non finisco di appassionarmene. In Italia non ha ancora una cittadinanza ufficiale negli ordinamenti universitari, a differenza che in paesi più evoluti, e questo costringe quelle come me che lo hanno scelto come oggetto di studio principale ad una sofferta marginalità accademica, a presentarsi sempre sotto mentite spoglie. Ci aiuti invece piuttosto a studiarlo e a discuterne con serietà e serenità, come si fa anche nelle vostre Pontificie Accademie: sono convinta che con nuove conoscenze anche la teoria del gender cattolica può cambiare in meglio, come può cambiare in meglio quella di una femminista studiosa del gender come me.
Caro Bergoglio, Francesco carissimo, sei di nuovo intervenuto su questo tema a Tbilisi. E io devo ripeterti cose che dovresti ormai sapere. Il gender non è una teoria, è un fatto: gender è il nome che gli studiosi di scienze sociali hanno dato al fatto che uomini e donne hanno comportamenti diversi, tutti si aspettano da loro questi comportamenti diversi, ma queste aspettative cambiano nel tempo, nelle diverse società, nelle diverse culture. Sopra una caratteristica biologica - cromosomi xy oppure xx - si creano delle aspettative culturali, che diventano stereotipi. Queste aspettative culturali non sono le stesse attraverso la storia e attraverso la geografia: io posso uscire a testa nuda, una saudita non può. Descrivere perché ci sono queste differenze di genere è produrre una spiegazione scientifica del gender, cioè una teoria. O meglio, tante teorie del gender: di spiegazioni del gender ce n'è più d'una.
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Giovani e cyber razzismo. Buone pratiche di promozione di una cultura inclusiva e multiculturale nel mondo online.
La parola ai giovani ... Un videopsot per dire no al razzismo.
A cura degli studenti e delle studentesse dell'Istituto Claudio Varalli di Milano.
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Evento cittadino: 5 ottobre - Palazzo Marino - Piazza della Scala, 2 - Milano
                          ore10.00-13.00
 
Torna alla luce la storia sommersa della tratta degli schiavi
La storia della tratta degli schiavi, quella sommersa sul fondo dell’Oceano Atlantico, ha ancora molto da raccontare. Da qualche tempo è esploso l’interesse al ritrovamento e al recupero delle navi negriere affondate al largo delle coste africane con il loro carico di merci – comprese quelle umane – mentre erano dirette nelle Americhe. Tre secoli è durato quello che può essere definito un genocidio sistematico, comunque un commercio tanto vergognoso quanto lucroso.
La prima di una serie di scoperte che possono riaprire lo studio e la riflessione sulla schiavitù è stata, nel 2015, la São José-Paquete de Africa, nave che apparteneva al Regno del Portogallo e affondò al largo di Cape Town in Sud Africa nel 1794. Almeno 200, dei 400 o 500 uomini in catene che erano a bordo, morirono. Oggi alcuni resti del ritrovamento si trovano all’Iziko Museums del Sud Africa, altri saranno destinati al National Museum of African American History and Culture a Washington, la cui apertura è prevista per il 24 settembre prossimo. Il ritrovamento rientra in un progetto più ampio – Slave Wrecks Project – che oltre al Sud Africa e al Nord America interessa anche altri Paesi: Mozambico, Senegal, Cuba, Brasile.
La nave portoghese potrebbe essere solo la prima, appunto. Se altre ricerche solleciteranno interesse e, soprattutto, l’accesso a fondi che, per la natura stessa dei progetti, sono di certo cospicui.
su www.vociglobali.it (26/9/2016)

La storia della tratta degli schiavi, quella sommersa sul fondo dell’Oceano Atlantico, ha ancora molto da raccontare. Da qualche tempo è esploso l’interesse al ritrovamento e al recupero delle navi negriere affondate al largo delle coste africane con il loro carico di merci – comprese quelle umane – mentre erano dirette nelle Americhe. Tre secoli è durato quello che può essere definito un genocidio sistematico, comunque un commercio tanto vergognoso quanto lucroso.
La prima di una serie di scoperte che possono riaprire lo studio e la riflessione sulla schiavitù è stata, nel 2015, la São José-Paquete de Africa, nave che apparteneva al Regno del Portogallo e affondò al largo di Cape Town in Sud Africa nel 1794. Almeno 200, dei 400 o 500 uomini in catene che erano a bordo, morirono. Oggi alcuni resti del ritrovamento si trovano all’Iziko Museums del Sud Africa, altri saranno destinati al National Museum of African American History and Culture a Washington, la cui apertura è prevista per il 24 settembre prossimo. Il ritrovamento rientra in un progetto più ampio – Slave Wrecks Project – che oltre al Sud Africa e al Nord America interessa anche altri Paesi: Mozambico, Senegal, Cuba, Brasile.
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Rotte migratorie: una mappa interattiva racconta il viaggio dei migranti per arrivare in Italia
Raccontare in modo chiaro e dettagliato i motivi di fuga e le rotte affrontate dai migranti dall’Africa subsahariana all’Italia. Questo è l’obiettivo di ESODI – Rotte migratorie dai paesi sub-sahariani verso l’Europa, una mappa interattiva raccontata dai migranti e realizzata da MEDU – Medici per i diritti umani.
Gli operatori e volontari di MEDU hanno raccolto tra il 2014 e il 2016 oltre mille testimonianze di migranti giunti in Sicilia nei centri di accoglienza straordinaria di Ragusa, nel Centro di accoglienza per richiedenti asilo di Mineo (260 testimonianze approfondite), e a Roma in luoghi informali di accoglienza e presso il centro Psychè per la riabilitazione delle vittime di tortura (686 schede socio-anagrafiche e 52 testimonianze approfondite).
Alcune testimonianze sono state raccolte anche a Ventimiglia (14 testimonianze approfondite) e in Egitto, ad Aswan e al Cairo (40 testimonianze approfondite).
In tutti questi luoghi MEDU opera portando supporto socio-sanitario ai migranti, prima assistenza medica, servizi di riabilitazione medico-psicologica per le vittime di tortura e trattamenti inumani e degradanti.
ESODI racconta anche le conseguenze del viaggio sulla salute fisica e mentale dei migranti oltre a raccogliere informazioni relative a: motivi della fuga, paesi d’origine, durata e costi del viaggio.
E S O D I / E X O D I: Rotte migratorie dai paesi sub-sahariani verso l’Europa
su www.programmaintegra.it (14/9/2016)

Raccontare in modo chiaro e dettagliato i motivi di fuga e le rotte affrontate dai migranti dall’Africa subsahariana all’Italia. Questo è l’obiettivo di ESODI – Rotte migratorie dai paesi sub-sahariani verso l’Europa, una mappa interattiva raccontata dai migranti e realizzata da MEDU – Medici per i diritti umani.
Gli operatori e volontari di MEDU hanno raccolto tra il 2014 e il 2016 oltre mille testimonianze di migranti giunti in Sicilia nei centri di accoglienza straordinaria di Ragusa, nel Centro di accoglienza per richiedenti asilo di Mineo (260 testimonianze approfondite), e a Roma in luoghi informali di accoglienza e presso il centro Psychè per la riabilitazione delle vittime di tortura (686 schede socio-anagrafiche e 52 testimonianze approfondite).
Alcune testimonianze sono state raccolte anche a Ventimiglia (14 testimonianze approfondite) e in Egitto, ad Aswan e al Cairo (40 testimonianze approfondite).
In tutti questi luoghi MEDU opera portando supporto socio-sanitario ai migranti, prima assistenza medica, servizi di riabilitazione medico-psicologica per le vittime di tortura e trattamenti inumani e degradanti.
ESODI racconta anche le conseguenze del viaggio sulla salute fisica e mentale dei migranti oltre a raccogliere informazioni relative a: motivi della fuga, paesi d’origine, durata e costi del viaggio.
E S O D I / E X O D I: Rotte migratorie dai paesi sub-sahariani verso l’Europa
 
Bambini “digitali”: demenza, dipendenza o nuovi linguaggi e pensieri?
Conferenza: «Bambini “digitali”: demenza, dipendenza o nuovi linguaggi e pensieri? Tutto sta a dosare cosa, quando e come, anche a scuola»
Le nuove tecnologie (pc, smartphone, tablet, ecc) hanno di fatto “colonizzato” il tessuto sociale, in primis giovani e giovanissimi, inducendo modifiche sostanziali anche nelle modalità di apprendimento che oggi in tanti studiano e analizzano. Come “stare” nel presente tecnologico senza diventarne schiavi? Quali i nuovi paradigmi cognitivi con cui occorre confrontarsi, a scuola e fuori, per riprendere il filo del senso dell’educazione anche attraverso, grazie o malgrado le nuove tecnologie? Come vengono utilizzate nelle scuole con differenti approcci metodologici?
Le nuove tecnologie (pc, smartphone, tablet, ecc) hanno di fatto “colonizzato” il tessuto sociale, in primis giovani e giovanissimi, inducendo modifiche sostanziali anche nelle modalità di apprendimento che oggi in tanti studiano e analizzano. Come “stare” nel presente tecnologico senza diventarne schiavi? Quali i nuovi paradigmi cognitivi con cui occorre confrontarsi, a scuola e fuori, per riprendere il filo del senso dell’educazione anche attraverso, grazie o malgrado le nuove tecnologie? Come vengono utilizzate nelle scuole con differenti approcci metodologici?

CONFERENZA - «Bambini “digitali”: demenza, dipendenza o nuovi linguaggi e pensieri? Tutto sta a dosare cosa, quando e come, anche a scuola»

DOMENICA 11 SETTEMBRE - ore 9:30-12:30

PRESSO - Area scuola media (istituto Bartolini, scuola secondaria di primo grado), ingresso via Guglielmo Vitali, Vaiano (PO)

CON - Sabino Pavone, Marta Monnecchi, Maria Ranieri, Gloria Germani, Michael Newman
 
 
Conoscere il Passato per capire il Presente
È giusto e doveroso informare, è giusto e doveroso infomarsi, e capire e far capire è necessario.
Parliamo di immigrazione, ovvero di quella moltitudine di popolo che con ogni mezzo, affidandosi ad associazioni criminali e a trafficanti di uomini, lasciano le loro terre d'origine in Africa per venire in Europa alla ricerca di una vita migliore.
L'Europa, e l'Italia in particolare, pongono barriere legislative e non, nel disperato tentativo di frenare questo flusso migratorio.
Si deve sapere che l'Europa, fin dal 1885 (Conferenza di Berlino) si è spartita il continente africano come se fosse stata una terra di conquista. Fin dal 1885, e anche prima ma in modo notevolmente minore, ha sfruttato e si è arricchita con le risorse dell'Africa. Ha reso schiavi interi popoli .. Questa è stata la colonizzazione dell'Africa da parte dei grandi paesi europei, quegli stessi paesi che ora "bloccano" i flussi migratori dall'Africa alle lore porte.
• Approfondimento sulla Spartizione dell'Africa (Download) - http://bit.ly/VkJ2K1
Risultano evidenti le responsabilità storiche dell'Euro­pa anche per l'attuale situazione in Africa.
ll Razzismo “scientifico” è iniziato ben prima dell'avvento al po­tere di Hitler e di Mussolini. Già all'epoca della Conferenza di Berlino (1884-1885) era oppinione diffusa, in Europa, che le persone di colore e quindi gli africani fossero “diversi” e cultu­ralmente inferiori.
La spartizione per zone di influenza e l'unificazione di territori tra di loro non omogenei sono la causa, anche attuale, di gravi conflitti etnici. Basti pensare al Sudan (Sud Sudan e Darfur), alla Somalia, all'Uganda (Genocidio gli anni '90 tra Hutu e Tutsi), alla Ni­geria (odio religioso del Nord Nigeria e gli attentati degli islamici nei confronti dei cristiani), lo stesso Mali (tuttora in atto). E poi i conflitti in Congo, in Liberia, in Sier­ra Leone (diamanti insanguinati), la guerra del Biafra (per il petrolio nigeriano) degli anni passati e moltissimi altri.
La colonizzazione totale dell'Africa ha provocato per un secolo la sottomissione delle popolazioni locali e il loro completo im­poverimento culturale ed economico.
Le potenze europee hanno reso schiavi, per generazioni, interi popoli. Hanno provocato massacri, hanno sfruttato le ricchez­ze del sottosuolo e si sono impossessati di immensi territori to­gliendo ogni fonte di sostentamento a coloro che ne avevano davvero diritto.
Dal Portogallo alla Spagna, dalla Francia all'Inghilterra, dalla Germania all'Italia, e poi il Belgio e l'Olanda .. Grandi potenze o ex grandi potenze che per un secolo (chi più chi meno) si sono arricchite a spese del continente africano.
La fine progressiva, all'inizio degli anni sessanta, del vecchio colonialismo con il ritiro dei governi occidentali nello sfruttamento diretto delle economie africane, ha semplicemente dato inizio al nuovo colonialismo che consiste nello sfruttamento “indiretto” delle ricchezze dell'Africa. Attraverso ricche compagnie petrolifere e minerarie, governi locali “amici” e/o “corrotti”, potentati economici, ecc..
Il nuovo colonialismo ha provocato e sta provocando guerre, eccidi, migrazioni di intere popolazioni, milioni di rifugiati. Dagli anni '60 ai giorni nostri non c'è un solo stato africano che non abbia conosciuto guerre e conflitti .. e con i paesi occidentali alla finestra pronti ad appoggiare questa o quella parte politica a seconda della convenienza economica.
In questi ultimi decenni poi, la scoperta del petrolio nei paesi che si affacciano nel Mediterraneo, in Sudan, in Nigeria, ecc.. ha ulteriormente esasperato l'influenza economica dell'occidente in questi Paesi africani .. e in questo senso l'esempio più eclatante di questo fruttamento è il delta del Niger, ricco di petrolio, ma dove la sua ricchezza non rimane in Nigeria ma va a tutto vantaggio delle "milionarie"  compagnie straniere appoggiate da governi occidentali. Compagnie straniere che in quasi 4 decenni hanno provocato un disastro ecologico senza precedenti, inquinando terreni, il delta del Niger e il Golfo di Guinea, in un'area vasta quanto la pianura Padana. Approfondimenti sullo sfruttamento del Delta del Niger - http://on.fb.me/SXbSys
Il consistente e “mal tollerato” flusso di migranti dai Paesi africani verso l'Europa di questi ultimi anni è la conseguen­za dello sfruttamento secolare e sistematico di un continen­te, quello Africano, di per se ricco e pieno di risorse e che mal tollera la "carità" che riceve da parte dell'occidente..
Bisogna che l'Europa e tutto il mondo occidentale prenda coscienza che i "mali" dell'Africa non sono del tutto attribuibli alla popolazione africana, e che è giunto il momento che chi ha sfruttato e sta sfruttando il continente nero se ne assuma le responsabilità, storiche, prima di tutto, ma anche culturali e sociali.
La Colonizzazione dell'Africa (Download) - http://bit.ly/VkJ2K1
(Foundation for Africa - Maris)
Foundation for Africa - Maris, (4/8/2016)

È giusto e doveroso informare, è giusto e doveroso informarsi, e capire e far capire è necessario. Parliamo di immigrazione, ovvero di quella moltitudine di popolo che con ogni mezzo, affidandosi ad associazioni criminali e a trafficanti di uomini, lasciano le loro terre d'origine in Africa per venire in Europa alla ricerca di una vita migliore.
L'Europa, e l'Italia in particolare, pongono barriere legislative e non, nel disperato tentativo di frenare questo flusso migratorio.
Si deve sapere che l'Europa, fin dal 1885 (Conferenza di Berlino) si è spartita il continente africano come se fosse stata una terra di conquista. Fin dal 1885, e anche prima ma in modo notevolmente minore, ha sfruttato e si è arricchita con le risorse dell'Africa. Ha reso schiavi interi popoli. Questa è stata la colonizzazione dell'Africa da parte dei grandi paesi europei, quegli stessi paesi che ora "bloccano" i flussi migratori dall'Africa alle lore porte.
• Approfondimento sulla Spartizione dell'Africa (Download) - http://bit.ly/VkJ2K1
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Fertility Day L’idea di dare figli alla patria: perché non mi piace
di Cristina Obber, su http://27esimaora.corriere.it (2/9/2016)

Ho due figlie e un figlio. Non li ho dati alla patria, ho dato a loro la vita. Non ho risposto a un dovere sociale, ma a un intimo desiderio di maternità. Perché quel corpo era mio, e di nessun altro. Vivo in un paese che pensavo laico e soprattutto impegnato con il rispetto della Costituzione ad allontanarci sempre più dal fascismo. Poi entro in rete e scopro che il Ministero della salute (non un gruppo di integralisti) ha istituito il Fertility day, una giornata per la promozione della fertilità. Una campagna con tanto di cartoline illustrate, dove la fertilità viene definita un “bene comune”, dove le scarpette in lana lavorate a maglia sono avvolte dal tricolore. Si esortano i giovani ad essere creativi facendo figli e poco importa se non avrai servizi, trasporti, asili; se il lavoro sarà ancora più precario, se per pagare un affitto ti priverai del cinema, di una sera a teatro, di un aperitivo con gli amici, di un viaggio. Ci sarà la tivù ad allietarti le serate facendoti sentire meno sfigata per dieci minuti.
Una campagna in perfetta sintonia con l’esponenziale aumento dell’obiezione di coscienza negli ospedali pubblici che ti nega il diritto acquisito di non diventare madre (mentre l’aborto clandestino cresce con numeri che giovano solo a quei medici meno inflessibili nel loro studio privato). C’è la cartolina anche per chi non ha ancora assolto al suo “compito sociale” con tanto di clessidra che ricorda che il tempo passa e la fertilità diminuisce e poco importa se stai facendo altro, se la tua realizzazione personale passa attraverso altre esperienze. Ho tante amiche che non hanno figli, non li hanno desiderati e hanno desiderato altro. Le loro esistenze non sono meno ricche e soddisfacenti della mia, la vita sì è un contenitore (non l’utero) da riempire con le cose che vuoi.
Il fascismo ci celebrava unicamente come mogli e madri, il femminismo ci ha liberate; dove ci porta ora questa gestione conservatrice di ambiti (salute, istruzione) che incidono quotidianamente sulle nostre vite fin dall’infanzia? Chi la desidera questa maternità ri-celebrata come orgoglio nazionale, che a Sanremo portò la famiglia Anania con i suoi 16 figli, una moglie muta e un padre fiero che li nominava per numero? Questa maternità che trionfa sulle passerelle sotto le note di Viva la mamma (dove i frutti della maternità sono ovviamente griffati dalla nascita), che ci vuole belle e seducenti con il pancione e con altri pargoli per mano, in cucina a mescolare il ragù più buono col tacco dodici mentre sogniamo una lavatrice più sofisticata? Non la vogliamo noi donne, non la vogliono le ragazze. Dateci servizi, lavoro, rispetto. Poi decideremo se pensare o meno alla maternità. Una signora anziana mi raccontò di non aver portato la fede al duce perché «Era mia, non del duce nè della sua guerra». Forse dobbiamo ritornare nelle piazze a gridare che l’utero è nostro, che la vita è nostra e ce la gestiamo noi.
Ho due figlie e un figlio. Non li ho dati alla patria, ho dato a loro la vita. Non ho risposto a un dovere sociale, ma a un intimo desiderio di maternità. Perché quel corpo era mio, e di nessun altro. Vivo in un paese che pensavo laico e soprattutto impegnato con il rispetto della Costituzione ad allontanarci sempre più dal fascismo. Poi entro in rete e scopro che il Ministero della salute (non un gruppo di integralisti) ha istituito il Fertility day, una giornata per la promozione della fertilità. Una campagna con tanto di cartoline illustrate, dove la fertilità viene definita un “bene comune”, dove le scarpette in lana lavorate a maglia sono avvolte dal tricolore. Si esortano i giovani ad essere creativi facendo figli e poco importa se non avrai servizi, trasporti, asili; se il lavoro sarà ancora più precario, se per pagare un affitto ti priverai del cinema, di una sera a teatro, di un aperitivo con gli amici, di un viaggio. Ci sarà la tivù ad allietarti le serate facendoti sentire meno sfigata per dieci minuti.
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L’hijab, cinque verità che stravolgono i luoghi comuni
Traduzione a cura di Luciana Buttini dall’articolo originale di Peter Hopkins
pubblicato su The Conversation, su www.vociglobali.it (25/8/2016)


Le Olimpiadi di Rio 2016 si sono rivelate non solo una piattaforma per le abilità sportive, ma hanno anche contribuito a scuotere alcuni pregiudizi culturali conservati a livello tradizionale.
In Occidente, gli abiti della tradizione musulmana come ad esempio l’hijab appaiono agli occhi di molti come un segno di oppressione maschile nei confronti delle donne. Tuttavia la questione non è così semplice: molte donne scelgono di indossare l’hijab come segno di fede, femminismo, o semplicemente perché lo vogliono.
Recentemente, la decisione della giocatrice egiziana diciannovenne di pallavolo Doaa Elghobashy di indossare un hijab mentre gareggiava contro la Germania ha fatto scalpore. La divisa di squadra sua e della compagna Nada Meawad, costituita da una maglietta a maniche lunghe e pantaloni lunghi fino alle caviglie, erano già apparsi in “netto contrasto” con i bikini indossati dalle giocatrici tedesche, tuttavia è stato proprio sull’hijab di Elghobashy che si è focalizzata l’attenzione dei media.
Le Olimpiadi di Rio 2016 si sono rivelate non solo una piattaforma per le abilità sportive, ma hanno anche contribuito a scuotere alcuni pregiudizi culturali conservati a livello tradizionale.
In Occidente, gli abiti della tradizione musulmana come ad esempio l’hijab appaiono agli occhi di molti come un segno di oppressione maschile nei confronti delle donne. Tuttavia la questione non è così semplice: molte donne scelgono di indossare l’hijab come segno di fede, femminismo, o semplicemente perché lo vogliono.
Recentemente, la decisione della giocatrice egiziana diciannovenne di pallavolo Doaa Elghobashy di indossare un hijab mentre gareggiava contro la Germania ha fatto scalpore. La divisa di squadra sua e della compagna Nada Meawad, costituita da una maglietta a maniche lunghe e pantaloni lunghi fino alle caviglie, erano già apparsi in “netto contrasto” con i bikini indossati dalle giocatrici tedesche, tuttavia è stato proprio sull’hijab di Elghobashy che si è focalizzata l’attenzione dei media.
Elgobashy e Meawad sono state la prima squadra a rappresentare l’Egitto nella pallavolo alle Olimpiadi e, stando alle parole di Elgobashy, l’hijab che indossa da dieci anni “non mi impedisce di fare le cose che amo“.
La determinazione e l’abilità sportiva mostrate da Elgobashy sono esattamente il contrario della credenza secondo la quale tutte le donne musulmane che indossano l’hijab sono passive e oppresse. Il sostegno e l’approvazione che l’hijab di Elgobashy ha anche ricevuto sono in netto contrasto con il divieto di indossare il burkini in diverse città francesi – anche se a guardarle, entrambe le divise coprono la stessa quantità di corpo.
Oggi molte donne musulmane indossano l’hijab e altri abiti tradizionali per contestare la credenza che siano simboli di controllo. Infatti, ci sono diverse verità che rivelano le motivazioni sugli abiti musulmani e il loro uso. Verità che la società deve ascoltare.
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Piccoli schiavi, quei minori stranieri soli e fonte di reddito per la criminalità

pubblicato su www.redattoresociale.it (24/8/2016)

Dossier Save the children. Al mondo una vittima su 5 è un bambino o un adolescente: "schiavi invisibili", vittime di sfruttamento sessuale o lavorativo. In Italia nei primi sei mesi dell’anno raddoppiati i minori soli giunti via mare rispetto al 2015, oltre mille inseriti in programmi di protezione (7% sotto 18 anni).
 
Demolire e deportare, bambini a rischio nella Jordan Valley
di Patrizia Cecconi, su www.articolo21.org (24/8/2016)

Non si può tacere davanti alla nuova grave violazione del Diritto umanitario internazionale programmata dal governo israeliano: abbattere la scuola del villaggio beduino di Khan al Ahmar costruita dalla ong italiana Vento di Terra col patrocinio del Consolato italiano di Gerusalemme, delle Nazioni Unite, della Conferenza Episcopale Italiana e della Cooperazione Italiana allo sviluppo.
La scuola è un campione di creatività essendo stata costruita col riciclo di pneumatici usati e senza fondazioni perché Israele nei territori che occupa e che amministra non consente costruzioni vere e proprie, neanche per i più elementari diritti umani, come il diritto all’istruzione.
Ma Israele questa scuola non l’ha mai voluta e da anni cerca scuse per abbatterla. In realtà vuole deportare l’intero villaggio di Khan al Ahmar, a partire dai 178 bambini che frequentano la scuola, ed avere mano libera per espandere gli insediamenti illegali e far passare il muro di separazione, altrettanto illegale, che mira a dividere in due tronconi la Palestina impedendo ogni possibile reale percorso di pace.
Tale violenza, che si configura, tra l’altro, come violazione degli artt. 49 e 53 della IV Convenzione di Ginevra, al momento è sottoposta al vaglio della Corte Suprema Israeliana che si esprimerà fra due giorni, altra aberrazione legale visto che, in mancanza di azioni da parte delle Organizzazione preposte alla tutela del Diritto internazionale ci si affida al tribunale dell’occupante “riconoscendogli” un ruolo super partes!
Bambini e insegnanti hanno anticipato di due settimane l’apertura dell’anno scolastico per presidiare la loro scuola e chiedono attenzione mondiale al loro problema che, se nello specifico è il problema di 178 bambini, in realtà è la violazione di più principi del Diritto universale e ci riguarda tutti.
Per tutto ciò la nostra Associazione si unisce all’appello della Comunità Internazionale a sostegno del diritto allo studio e all’autodeterminazione delle comunità beduine in Palestina e sollecita i media a dare la dovuta attenzione a questo ennesimo caso di violazione della dignità umana per mano di uno Stato, come quello di Israele, ritenuto, con sempre minori ragioni, uno Stato democratico.
* Associazione Oltre il Mare, onlus
Non si può tacere davanti alla nuova grave violazione del Diritto umanitario internazionale programmata dal governo israeliano: abbattere la scuola del villaggio beduino di Khan al Ahmar costruita dalla ong italiana Vento di Terra col patrocinio del Consolato italiano di Gerusalemme, delle Nazioni Unite, della Conferenza Episcopale Italiana e della Cooperazione Italiana allo sviluppo.La scuola è un campione di creatività essendo stata costruita col riciclo di pneumatici usati e senza fondazioni perché Israele nei territori che occupa e che amministra non consente costruzioni vere e proprie, neanche per i più elementari diritti umani, come il diritto all’istruzione. Ma Israele questa scuola non l’ha mai voluta e da anni cerca scuse per abbatterla. In realtà vuole deportare l’intero villaggio di Khan al Ahmar, a partire dai 178 bambini che frequentano la scuola, ed avere mano libera per espandere gli insediamenti illegali e far passare il muro di separazione, altrettanto illegale, che mira a dividere in due tronconi la Palestina impedendo ogni possibile reale percorso di pace.
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Il corpo della donna nell’arte e nella vita tra laicità e integralismo
di Maria Cristina Serra, su www.articolo21.org (21/08/2016)

Sono state la fame e la mancanza del pane nel 1789 a far scatenare la rivoluzione in Francia. E sono stati i valori dei Lumi, la rivendicazione dei diritti di Libertà, Uguaglianza e Laicità a guidare uomini e donne, a spingerli verso una lotta sanguinaria contro l’assolutismo politico e religioso. La Francia di allora ha indicato la strada all’Europa per uscire dall’oscurantismo e da quello che ancora sopravviveva del Medioevo.
La ghigliottina fu un male necessario per spezzare le catene del passato, per spegnere i roghi dell’intolleranza, armi letali di controllo delle masse. Furono lasciati alle spalle i secolari ceppi infuocati sui quali venivano arsi corpi e cervelli di donne non conformi alle regole stabilite dal potere dominante, e per questo definite streghe. Il cammino delle donne per raggiungere la piena parità nei confronti del mondo maschile è stato lungo e prosegue tuttora, soprattutto per adeguare lo stesso trattamento sul lavoro e nelle retribuzioni; ma di fatto nei sistemi occidentali l’uguaglianza formale è regolata per legge.
L’opportunismo, la nauseante ipocrisia, i proclami di vescovi e politici, che in nome di una presunta libertà di pensiero e professione di culto spingono le “politically correct” testoline nostrane a prendere le distanze dalle autorità francesi, colpevoli di voler mettere al bando l’imbalsamante costume islamico, chiamato burkini, ci riempiono di indignazione e di imbarazzo. Nessuna di queste menti “illuminate” da Dio e dalle leggi dello Stato laico difenderebbe, però, qualcuna di noi in bikini, anche se coperto da un pareo, in una spiaggia degli Emirati arabi, dove è proibito mostrare il corpo femminile. E’ questa la reciprocità di cui tanto si parla? Ma senza ciò, il rispetto delle differenze culturali è aria fritta, asservimento, sottomissione, che prende a pretesto un abbigliamento femminile coprente dalla testa ai piedi, per sbeffeggiare, svilire e strumentalizzare il corpo delle donne, la loro libertà di svestirsi e di godere pienamente il piacere naturale dell’acqua, del sole, della brezza marina.
Perché l’uso del burkini non dovrebbe essere regolato e, invece, sulle spiagge non possono avere libero accesso i nudisti, che fanno della loro nudità corporea una scelta culturale ed etica di vita? Perché loro “fanno scandalo” e li si rinchiude in dedicate “riserve indiane”? E allora come non pensare che l’ostentazione di un costume più simile ad una muta subacquea che a una mise da bagno, non possa mettere a disagio noi donne dai comportamenti e pensieri occidentali? Noi donne che ci sentiamo libere e a nostro agio in minigonna o in pantaloni, in costume intero o in succinti bikini, grasse e magre, giovani e attempate, ci sentiamo violentate dagli anatemi dei “benpensanti”, laici o religiosi: queste liberalità ce le siamo conquistate con anni ed anni di lotte e di determinazione!
Come non pensare allora che gli uomini di religione islamica, in short e a petto nudo, che accompagnano le loro mogli completamente coperte, non ci rechino offesa con i loro sguardi intensi, voyeuristi, sulle nostre nudità? E se qualche “firma” si domanda perché tanta ostilità verso il burkini non è invece indirizzata ai “burini”, che imperversano sulle spiagge, è lecito pensare che i “burini” non sono né una categoria dello spirito né un’ideologia politica né una specie umana facilmente definibile. Si annidano numerosi, più che nelle spiagge popolari, in quelle frequentate dai “nouveaux-riches” e nei ristoranti stellati, inaccessibili a noi comuni mortali, che arriviamo faticosamente a fine mese; sono una specie camaleontica ben mimetizzata soprattutto fra gli intellettuali “à la page” e tra i neo-acculturati ben remunerati. Ma si sa, ormai, liberi di sentenziare su tutto con aria solenne e “moralisticheggiante”, da dietro una cattedra da docenti “a gettone”, straparlando sull’integrazione e quant’altro! Le parole del premier francese Manuel Valls al quotidiano La Provence sono eloquenti e sintetizzano l’essenza del problema: “le spiagge come ogni spazio pubblico devono essere difese dalle rivendicazioni religiose. Il burkini non né un nuovo tipo di costume da bagno né una moda. E’ la traduzione di un progetto politico, di contro-società, fondata notoriamente sulla sottomissione della donna”.
Una recente, meravigliosa mostra al Museo d’Orsay di Parigi ha affrontato il tema della libertà femminile, prendendo di vista il mondo della prostituzione. “Splendeurs et miséres. Images de la prostitution 1850-1910” ha con audacia e onestà intellettuale illustrato questa tematica senza tabù, attraverso foto d’epoca, documenti, sculture e tele di artisti celebri. “E’ stata la prima volta che la rappresentazione della prostituzione diviene l’oggetto di una esposizione”, hanno spiegato le curatrici Isolde Pludermarcher e Marie Robert. “Un tema ricco di suggestione e di tematiche ancora inesplorate, che abbiamo trattato con articolate sfaccettature, senza il compiacimento di una lettura licenziosa né frivola”.
Con pertinenza e originalità il percorso espositivo inizia con una grande sezione dedicata alle strade e ai caffè come spazi pubblici nei quali “femmine oneste”, “prostitute ufficiali” od “occasionali” si mescolano, offrendo agli artisti dettagli da catturare e immortalare, in un’epoca in cui la rappresentazione della prostituzione era vissuta da pittori, scrittori e poeti in una dimensione ricca di implicazioni romantiche ed emozionali.
Vittime, seduttrici o icone moderne, le donne ritratte esprimono nei loro sguardi tutte le anime e le sfaccettature femminili che nessun velo potrà mai offuscare. Non temono giudizi né censure, libere comunque di osservare il mondo con la loro profonda umanità. La meravigliosa modella di Giovanni Boldini, “Traversant la rue”, avanza leggiadra sul pavè argenteo, fasciata in un verde smeraldo arricchito da volants, con un gran mazzo di fiori fra le braccia: intorno a lei al vita di tutti i giorni scorre tranquilla. Lo sguardo magnetico di “Olympia”, il capolavoro senza tempo di Edouard Manet, domina il visitatore incantato dal suo incarnato perlaceo e dalla sua posa plastica. E’ sfrontata la “Mòme à Gallieni” di Frantisek Kupka, scolpita dai colori forti “fauvisti”: l’incarnazione di una femminilità moderna che non teme giudizi morali. Sono splendide, misteriose, inquietanti le giovanissime modelle di Degas, spettinate, nude e impudiche, mentre si lavano e si pettinano incuranti degli sguardi altrui. I colori pallidi accentuano l’erotismo scenico. Che siano le famose ballerine sulle punte o le ragazze del bordello, l’inquieta misoginia dell’artista, espressa in prospettive pittoriche simili a inquadrature fotografiche, audaci e luminose, sono di una veridicità spietata, ma rivelano comunque la vitalità, la pienezza e la grazia del corpo femminile.
Il corpo è libero di mostrarsi senza vergogna nel magnifico dipinto di Henry de Toulouse-Lautrec, “Femme tirant son bas”, davanti alla sua compiacente maitresse. La gioia, la dannazione, la tristezza, la complicità, l’intimità nella vita delle case chiuse sono affrontate con infinito amore, rispetto e cura dei particolari dall’artista, che in quei luoghi ritrovava la tenerezza di un’umanità profusa di dignità, che lo accoglieva e lo proteggeva: “In nessuna altra parte del mondo mi sento più me stesso, come se fossi a casa mia”, dirà.
Mille sfumature di blu avvolgono la “La Femme mélancolique” di Pablo Picasso, con una luce in chiaro a rischiararne il volto; quasi a manifestare la profonda empatia tra loro due. E’ una donna libera, seduta al tavolino del bar davanti ad un boccale di birra e una sigaretta fra le dita, “Agostina Segatori au tamburin”, nel celebre ritratto di Vincent Van Gogh: il sorriso appena accennato, gli occhi neri e decisi, le forme sinuose e rassicuranti, le molteplici tonalità del verde che sfumano nei grigi, tocchi di giallo e rosso, le forti pennellate che appaiono scaturire dall’anima, a scavare nell’interiorità del soggetto con profondità di sentimento.
Una sezione della mostra è dedicata alle “Cortigiane” e alle Dame dei salotti parigini, colte, raffinate, affascinanti, padrone della propria vita. Donne che disponevano non solo del loro corpo, ma anche delle loro grandi doti intellettuali, ricche di cultura e spesso conoscitrici del mondo dell’arte, tanto da diventare scopritrici di talenti e così “à la page”, da imporre mode e costumi. Erano celebrate e adorate da Baudelaire, Flaubert, Delacroix, Dumas, Zola, che sovente le elevavano nelle loro opere al ruolo di muse ispiratrici.
Nei due secoli scorsi, l’unità di spirito e corpo per le donne era un’aspirazione, per alcune “più fortunate” era già una realizzazione. Oggi, che sembra che il mondo voglia tornare indietro, con lo sguardo rivolto ad un passato oscurantista, ci viene in mente il motto “rivoluzionario” del movimento femminista nei primi anni Settanta: “Non più puttane, non più madonne, finalmente donne”.
Nei due secoli scorsi, l’unità di spirito e corpo per le donne era un’aspirazione, per alcune “più fortunate” era già una realizzazione. Oggi, che sembra che il mondo voglia tornare indietro, con lo sguardo rivolto ad un passato oscurantista, ci viene in mente il motto “rivoluzionario” del movimento femminista nei primi anni Settanta: “Non più puttane, non più madonne, finalmente donne”. 
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