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Violenza e linguaggio: un allarme crescente
di Anna Letizia Calasso, su www.educazioneduepuntozero.it (8/2/2017)

Ultimamente la cronaca nera sembra aver occupato uno spazio quasi predominante nella nostra vita quotidiana eppure il linguaggio con cui si affronta questa tematica è ben lontano dal rispecchiare la gravità di questi avvenimenti. Il segnale di un allarme sociale che non possiamo trascurare.
Generalmente di fronte a un episodio di uccisione, soprattutto nei confronti di bambini e donne o ad opera di giovanissimi, tanto più verso i propri genitori, si pensa subito a un comportamento attribuibile ad una persona con una mente malata, psicologicamente disturbata o con un equilibrio instabile e pertanto non padrona delle proprie azioni: cioè “incapace di intendere e di volere”. Si licenzia così un episodio che, al di là del ruolo che dovranno svolgere gli organi competenti, diventa, purtroppo, argomento di attualità che invade i palinsesti televisivi nei quali drammi del genere sono al centro dei programmi per la loro attualità. Lo scopo apparente è l’informazione ma, a mio parere, c’è il rischio che ci si abitui a vedere immagini arricchite di particolari che portano a parlare, come argomenti da salotto, di atti ai quali si finisce con il fare l’abitudine. Questo naturalmente è più dannoso nei confronti di persone fragili e in particolare di giovani nel loro processo di sviluppo e formazione psicologica e di carattere. Si scatena, inevitabilmente, una insana morbosità con l’esasperata attesa che alla fine della “puntata” si sappia chi sia l’assassino.
Episodi crudi, disumani, irrazionali e non paragonabili neppure a quelli che hanno per protagonisti gli animali la cui violenza, quando si scatena, è animata dal solo istinto di sopravvivenza. E si parla di mondo animale e non di persone evolute. Ma cosa si può fare dinanzi a tanta violenza, a tanta crudeltà, a tanta gratuita distruzione?´ Quale compito possono svolgere i genitori, la scuola, la società e ognuno di noi nel nostro piccolo quotidiano di vita? Non è facile trovare una risposta tale da risolvere una problematica così complessa e delicata, ma si possono intanto analizzare queste manifestazioni di malsana condotta di vita che suscitano tanto dolore e preoccupazione.
Ci sono tre punti per me fondamentali che andrebbero approfonditi con maggiore senso di analisi e responsabilità da parte di tutti coloro che hanno il compito di educare, dopo aver esaminato e capito la situazione in modo da poter offrire soluzioni adeguate. Un primo punto è il linguaggio.
Si deve intervenire sul linguaggio che da un po’ di tempo siamo abituati a sentire: un linguaggio impoverito, superficiale e tal volta privo di un vero significato, una continua parafrasi di termini impropri che distorcono il significato reale delle parole.
Mi colpisce profondamente quando l’artefice di un così crudele misfatto arriva a definire la sua azione con la frase : “Ho fatto una cazzata”, che viene quasi spacciata per giustificazione o comunque espressione sincera di un pentimento. Il vocabolario della lingua italiana riporta: cazzata “… cacchiata…s.f. 1 volg. Balordaggine, sciocchezza, stupidaggine….”. Mi chiedo se è una balordaggine, una sciocchezza, un atto stupido togliere la vita ad una persona?
E’ come suonare il campanello di un portone per gioco, è come spruzzare quando si è sulla spiaggia l’acqua del mare su un amico che sta prendendo il sole è come fare un innocente scherzo al telefono? E non è, invece, un atto ben più grave, terribile e atroce, anzi disumano? Come si può pensare che uccidere o tentare di uccidere, possa definirsi una stupidaggine, un gioco, un diversivo per combattere la noia, una “botta di nervi” , nervi che hanno accecato totalmente l’intelletto?
E’ quindi fondamentale che venga attribuito alle parole il giusto peso e siano usate in modo corretto tanto più in giudizi di tale gravità e rilevanza.
Conoscere la nostra lingua è conoscere se stessi e offrire tramite la parola la reale descrizione di quello che davvero si vuole dire, ma soprattutto essere consapevoli del significato del termine e del suo vero senso e avere la capacità di usarlo in modo appropriato: dove, quando, come e perché. E’ quindi importantissimo riprendere in mano la nostra bella lingua italiana facendo riferimenti a tutti coloro che nel passato e nel presente hanno dedicato e dedicano una vita intera allo studio, alla ricerca, alla diffusione della cultura e della conoscenza, allo scopo di offrire un supporto essenziale alla realizzazione di una società migliore dove i valori possano trovare la giusta collocazione ed essere riconosciuti come beni essenziali per ognuno di noi e in particolar modo per i giovani che saranno gli artefici e la classe dirigente del mondo futuro.
Giovani che nella loro formazione e crescita devono essere educati al valore primario della vita: un bene cosi prezioso che non può essere svalutato dall’uso di una termologia che non solo offende ma mina il futuro di una generazione che ha bisogno di confermarne il valore e la qualità. E’ necessario riappropriarsi, dunque, di un linguaggio più consono che appartenga alla vera lingua italiana e non sia storpiato da coloro che ne fanno scempio senza alcun pudore e ritegno.
Un atro punto da analizzare è perché esista tutta questa violenza, questo bisogno di esplodere con atti criminali e inconsulti per un nonnulla, perché si agisce in maniera abnorme per futili motivi, con una sproporzione abissale tra il movente e il compimento dell’atto annullando se stessi senza aver il minimo controllo della proprie azioni. Non è una domanda alla quale sia facile dare una risposta. Ma noi tutti abbiamo il dovere di capire e analizzare questi episodi per poter porre rimedio a tanto scempio. La famiglia, la scuola e la società sono i tre punti focali, i pilastri che rappresentano la spina dorsale per ogni individuo.
E’ attraverso queste realtà che il bambino, l’adolescente, l’adulto si forma, cresce e vive. Dietro ogni atto, anche se appare incredibile al momento, c’è una spiegazione: per quanto amara e cruda, insopportabile e inconcepibile, inaccettabile e assurda, ma c’é. In tutte le follie vi è una logica, pur se perversa, tra il motivo e l’azione. E noi dobbiamo cercare di capire. Non sono sempre famiglie normali, belle, da Mulino Bianco come a volte ci presentano o persone buone brave, normali quelle che scatenano una violenza così allucinante. Esiste qualcosa che sfugge, all’interno della famiglia e nella società, ed è proprio questo che va preso in considerazione, rapportato con le varie realtà e soprattutto va capito per poter trovare un possibile rimedio.
Le istituzioni, la scuola, la famiglia hanno il dovere non solo di educare ma di porre le condizioni necessarie affinché questa “mattanza” abbia fine. E’ necessario creare una giusta sinergia che possa far fronte alle situazioni di difficoltà ed offrire un mondo nel quale i valori, il rispetto e la dignità, i doveri e le responsabilità abbiano la giusta collocazione fornendo le basi per un crescere sano e un vivere sereno.
Il terzo punto riguarda la “ punizione” che questi atti terribili richiedono. Punire o per meglio dire far pagare per ciò che si è compiuto è senza dubbio giusto e ineludibile. Atti di inaudita ferocia non possono restare impuniti e non solo per una doverosa reazione quanto per un insegnamento di vita che sia rivolto alla rieducazione del colpevole e dia un segnale alla società con il preciso scopo di far comprendere il valore di una vita che ognuno ha il dovere di rispettare. Una vita umana non ha prezzo, non è una merce alla quale si possa attribuire un valore materiale.
La vita umana è un dono, un bene così prezioso non commensurabile con nessun altro; nessuna bilancia può attribuirle un peso. Per questo all’insegnamento proveniente dalla nostra società nelle sue molteplici espressioni e in sinergia con la famiglia e la scuola e nella sintonia con i mezzi di comunicazione, va il compito primario trasmettere il principio più elementare e più profondo del valore della vita che non richiede ulteriori dimostrazioni. Il suo valore unico risiede nel miracolo e nella magia dell’esistenza.
La vita umana è un dono, un bene così prezioso non commensurabile con nessun altro; nessuna bilancia può attribuirle un peso. Per questo all’insegnamento proveniente dalla nostra società nelle sue molteplici espressioni e in sinergia con la famiglia e la scuola e nella sintonia con i mezzi di comunicazione, va il compito primario trasmettere il principio più elementare e più profondo del valore della vita che non richiede ulteriori dimostrazioni. Il suo valore unico risiede nel miracolo e nella magia dell’esistenza.
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Olocausto? ‘Dopo l’interrogazione non ti ricordi più nulla’
di Alex Corlazzoli, su www.ilfattoquotidiano.it (27/1/2017)

“Liliana, cos’ha provato su quel vagone? E quando l’hanno espulsa dalla scuola come si è sentita?”. Martedì ero al memoriale del “Binario 21” a Milano con la mia classe, quindici ragazzi di dieci anni più alcune mamme, dei papà, una nonna e l’amica di una madre.
Insieme ci siamo fermati di fronte a quella scritta “Indifferenza” che ti accoglie all’ingresso quasi a chiarire subito il compito che questo luogo ti affida: non voltarsi dall’altra parte. Mai.
Insieme siamo saliti su quel vagone per provare ad intuire quello che hanno provato gli oltre 600 ebrei milanesi partiti quella fredda e nebbiosa mattina del 30 gennaio 1944: “Ma come facevano a fare pipì? E non c’erano finestre? In quanti potevano stare qui dentro?”.
In questo sotterraneo abbiamo compreso un pezzo della storia d’Europa. Davanti al muro dei nomi dei deportati ci siamo fermati e ognuno di noi non è passato di fronte con indifferenza ma portandosi a casa un nome e un cognome.
Nello spazio a sezione tronco – conica illuminato solo da un faro che fa luce su un segno nel pavimento che indica l’Est, punto cardinale comune alle tre religioni ci siamo fermati in silenzio. Tutti: bambini, maestri, genitori. In quell’istante ho visto occhi chiusi, mani giunte, capi rivolti verso il pavimento. Persino i più esuberanti sono rimasti ad ascoltare il silenzio.
Oggi più che mai, in un momento storico in cui sorgono muri come quelli costruiti nei ghetti, abbiamo il dovere di passare il testimone e di fare in modo che i nostri alunni diventino a loro volta testimoni. Ecco perché la storia del Novecento deve tornare ad essere patrimonio della scuola primaria: la memoria di quanto avvenuto in quegli anni non può essere relegata ad un dovere di commemorazione legato ad una giornata ma deve diventare esperienza.
Ogni scuola primaria dovrebbe prevedere un viaggio d’istruzione a Fossoli, alla Risiera di San Sabba, al memoriale del Binario 21. Ogni liceo o istituto professionale dovrebbe includere nel suo piano dell’offerta formativa il viaggio nei campi di sterminio perché questa storia non può essere solo sottolineata su un libro.
Nei giorni scorsi ero a Birkenau ed Auschwitz con un gruppo di studenti delle scuole superiori che hanno partecipato al “Viaggio della memoria” organizzato dal ministero dell’istruzione.
Quando ho chiesto loro come si studia la Shoah a scuola mi hanno risposto: “Come i Romani, come le altre guerre, come il resto della storia. Dopo l’interrogazione non ti ricordi più nulla”.
Non possiamo permetterci ciò. Lo dobbiamo agli ebrei, ai rom, agli omosessuali, ai disabili, ai prigionieri politici che sono stati sterminati dall’odio fascista e nazista.
Abbiamo una sola strada: introdurre la storia del Novecento fin dalla primaria. A Birkenau ed Auschwitz c’era anche la ministra Valeria Fedeli. Forza ministra (come piace essere chiamata a lei), tocca a lei: trasformi quel viaggio in un’occasione per ripensare al nostro modo d’insegnare storia. L’anno prossimo sarà l’ottantesimo anniversario dalla data dell’emanazioni delle leggi razziali in Italia: non potrà e non dovrà essere solo un anniversario ma un’opportunità per riflettere, per lanciare un segnale forte, una vera riforma della nostra didattica (che è poi quello che serve davvero).
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Islam, spieghiamo ai giornalisti come occuparsene. O faranno solo spettacolo
di Tiziana Ciavardini, su www.ilfattoquotidiano.org (26/1/2016)

Dall’attacco alle Torri Gemelle alla comparsa del cosiddetto Stato Islamico, i mass media hanno fortemente contribuito ad alimentare la propaganda islamofoba nel mondo occidentale. In una società in cui la competizione prevale sulla cooperazione la predisposizione al conflitto, tende a cercare nemici. Così come fino alla caduta del muro di Berlino il nemico dell’Occidente era individuato nel comunismo, adesso il ruolo di parafulmine, dove scaricare almeno in parte la tensione sociale, è stato assegnato ai musulmani. Proprio come col comunismo all’epoca della Guerra Fredda e non solo, adesso anche i conflitti bellici hanno come nemico il cosiddetto “islam cattivo”. Conflitti che, è sempre bene ricordare, mietono una moltitudine di vittime nel cosiddetto “islam buono”. Il dovere degli organi di informazione dovrebbe servire a contrastare questa tendenza e, invece, assistiamo quotidianamente ad una narrazione superficiale in cui una categoria di persone, accomunate da una fede religiosa, viene praticamente disumanizzata.
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Perché è giusto mostrare il volto di chi ha maltrattato una donna
di Gian Antonio Stella, su http://27esimaora.corriere.it (20/1/2016)

Novantasette su cento delle ragazze giovani e carine che vengono assassinate finiscono dritte dritte, con le loro foto, sulle prime pagine. Non è una cifra: è un faro acceso sul femminicidio. E la società in cui viviamo. Lo dice il confronto con la presenza sui giornali, sul web, sui tiggì di altre donne ammazzate dal marito, dall’ex di turno, dal compagno o dallo spasimante. Stessi omicidi, stessa ferocia, stesse pistole, stessa benzina, stessi coltelli… Ma più anni hanno, quelle donne, meno interessano… Fiori appassiti. Certo, è normale che un fiore reciso nel momento in cui sboccia e s’illumina colpisca di più. Si pensi alle parole di «Marinella» dove Fabrizio de Andrè racconta, pare, la storia di Maria Boccuzzi, uccisa a colpi di pistola nel gennaio 1953 e poi gettata nel fiume Olona da un «lui» che aveva seguito «senza una ragione / come un ragazzo segue un aquilone». Ma l’inchiesta condotta da Emanuela Valente sui casi delle 571 donne assassinate negli ultimi dieci anni per motivi di gelosia e possesso, le ultime due nelle ultime ore a Milano e a Santa Maria di Capua Vetere, sta alla larga dalla poesia.
Fatti, numeri, riferimenti, verbali di polizia e dei carabinieri, sentenze della magistratura. Il quadro che ne esce, come dicevamo, spiega molto di come vengono vissuti questi fatti. Sui quali la Valente creò nel 2013 la prima banca dati (inquantodonna.it) a costo di tirarsi addosso le ire di maschi inveleniti al punto di scrivere sui social network cose orrende tipo «purtroppo tra le ammazzate non c’è ancora la Valente, ma speriamo che presto il vuoto venga colmato». Con tanto di indirizzo, via e numero civico. Spiega la blogger, da anni impegnata ad approfondire il fenomeno, che «le foto delle donne assassinate sono pubblicate in media nell’80% dei casi, anche quando si tratta di foto che le ritraggono ormai cadaveri, gettate in un campo o a pezzi». Ma mentre quelle delle uccise tra i 14 e i 35 anni «sono pubblicate nel 97% dei casi» e «vengono spesso scelte le immagini in costume da bagno, in pose avvenenti o con abiti attillati», la quota cala bruscamente al 74% se le vittime di anni ne hanno più di 36 e precipita al 39% se ne hanno più di 65. Diciamolo: è una scelta condivisa salvo eccezioni, tra mille contraddizioni, da un po’ tutti i mass media. Scelta sulla quale anche «La ventisettesima ora», il blog al femminile del Corriere, ha discusso più volte. Chi è senza peccato… Emanuela Valente, però, aggiunge un dato nuovo. O meglio: un dato mai sottolineato.
Fatti i conti, «le foto degli uomini che hanno ucciso sono state pubblicate nel 59% dei casi totali» e «quasi mai prima del 2012». Certo, negli ultimi anni, con una inversione di tendenza crescente, molto è cambiato. Anzi, negli ultimi mesi, per quanto le immagini sia a volte poco riconoscibili (foto in lontananza, in auto, di spalle, il volto semi-coperto») c’è stata un’accelerazione: 92%. Positiva. Prima del 2010, l’uomo veniva addirittura, troppo spesso, «reso irriconoscibile con le fascette sugli occhi anche quando si trattava di un reo confesso o di un recidivo/seriale». Al punto che ancora oggi non sono pubbliche diverse «foto di uomini definiti socialmente pericolosi o recidivi». Cosa che riduce se non annulla quella «sanzione sociale» che aiuterebbe a isolare sempre più i violenti, gli stalker, i persecutori… O addirittura i recidivi se è vero, come provano le inchieste, che non di rado chi ossessiona, ferisce o addirittura massacra una donna di cui ritiene di essere il proprietario lo ha già fatto con altre.
Di più: tra le parole più usate nelle cronache, «solo nel 18% degli articoli si parla di “assassini” (generalmente nelle interviste a parenti e amici della vittima), in meno dell’8% di “criminali”». Al contrario, «nell’83% dei casi gli uomini vengono descritti come persone tranquille, educate, gentili, che salutavano sempre, insospettabili, dediti al lavoro, ai figli, alla famiglia». Brava gente che, così assicura nel 64% delle occasioni, è stata colta da un improvviso raptus senza alcuna premeditazione. Come il primario Roberto Colombo che ha spaccato la testa all’ex moglie «incontrata per caso» con un mattarello che «casualmente» portava addosso. Lo stesso vale per la descrizione della coppia. Salvo il 10% di testimonianze, «nei primi momenti dopo l’uccisione vengono sempre raccolte notizie di due persone tranquille, senza problemi, famiglia perfetta, si amavano tanto e non litigavano mai…»
Solo «nei giorni successivi i vicini iniziano a ricordare urla ricorrenti e rumori di oggetti rotti provenienti dall’appartamento, mentre amici e parenti iniziano a ricordare confidenze e preoccupazioni della donna…». Il tutto nonostante «il 40% delle vittime» avesse denunciato i futuri carnefici «anche più volte». Come Marianna Manduca, la trentaduenne di Palagonia, in provincia di Catania, che nel 2007 fu ammazzata da Saverio Nolfo con dodici coltellate. Dodici come le denunce per aggressione, minacce, violenze che la moglie aveva fatto contro di lui per proteggere non solo se stessa ma i tre figlioletti. Denunce colpevolmente sottovalutate anche secondo la Cassazione, che un paio d’anni fa ha riconosciuto che investigatori e magistrati, informati dei rischi, erano stati negligenti e dovevano risarcire i bambini rimasti orfani. A proposito di Nolfo: la foto? Mai vista. Come se il criminale avesse diritto alla privacy.
Tra gli altri numeri dell’inchiesta, come la percentuale bassissima di assassini mandati all’ergastolo (solo il 4%) o quella altissima di riduzioni di pena col risultato che «tra sconti, indulto e buona condotta spesso gli uomini condannati per femminicidio escono dopo meno di 10 anni», Emanuela Valente sottolinea come vada rovesciata l’idea che siano una moltitudine gli immigrati che ammazzano italiane: semmai è il contrario. Stando alla banca dati citata, infatti, è vero che 57 stranieri (ripetiamo: su 571 femminicidi) hanno ucciso le compagne tutte della loro stessa nazionalità o comunque con passaporto estero. Ma i «delitti incrociati» vedono uno squilibrio inatteso.
Gli italiani che hanno assassinato una immigrata sono stati dal 2010 ad oggi 43 e gli immigrati che da 2008 hanno assassinato un’italiana sono stati (a dispetto dei titoli strillati per motivi di bottega elettorale e dei commenti politici presenti nel 40% dei casi), poco più di un terzo: 17. Cinque erano marocchini, cinque tunisini, due senegalesi, un cubano, un albanese, un bosniaco, un cileno e un egiziano. Descritti dai vicini di casa e nelle cronache con toni assai diversi da quelli su citati: «Lo straniero è socievole, gentile e gran lavoratore solo nel 35% dei casi; un buon padre e marito solo nel 18%». Quanto alle condanne, sono state tutte decisamente più alte della media rispetto al «colleghi» nostrani. Ma c’è un dettaglio in più: di quegli assassini immigrati che hanno ammazzato un’italiana «in quanto donna», abbiamo tutte ma proprio tutte le foto. Giustissimo. Nessuno, a loro, ha messo una pecetta sugli occhi. Ma perché farlo con qualche aguzzino nostrano?
Novantasette su cento delle ragazze giovani e carine che vengono assassinate finiscono dritte dritte, con le loro foto, sulle prime pagine. Non è una cifra: è un faro acceso sul femminicidio. E la società in cui viviamo. Lo dice il confronto con la presenza sui giornali, sul web, sui tiggì di altre donne ammazzate dal marito, dall’ex di turno, dal compagno o dallo spasimante. Stessi omicidi, stessa ferocia, stesse pistole, stessa benzina, stessi coltelli… Ma più anni hanno, quelle donne, meno interessano… Fiori appassiti. Certo, è normale che un fiore reciso nel momento in cui sboccia e s’illumina colpisca di più. Si pensi alle parole di «Marinella» dove Fabrizio de Andrè racconta, pare, la storia di Maria Boccuzzi, uccisa a colpi di pistola nel gennaio 1953 e poi gettata nel fiume Olona da un «lui» che aveva seguito «senza una ragione / come un ragazzo segue un aquilone». Ma l’inchiesta condotta da Emanuela Valente sui casi delle 571 donne assassinate negli ultimi dieci anni per motivi di gelosia e possesso, le ultime due nelle ultime ore a Milano e a Santa Maria di Capua Vetere, sta alla larga dalla poesia.
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Le scelte sociali dei bambini
Che cosa spinge a preferire una persona piuttosto che un’altra con cui avere dei rapporti sociali? Le interazioni sociali, che contraddistinguono la vita quotidiana, dipendono dalle percezioni che si hanno degli altri individui. Queste percezioni generano le impressioni, che a loro volta sono alla base dei giudizi sociali che si esprimono, consapevolmente o inconsapevolmente, sulle persone con cui si viene a contatto. Quindi, i nostri rapporti sociali dipendono dall’idea che ci facciamo dell’altro e questo è alla base delle scelte sociali che compiamo. La scelta sociale comincia abbastanza precocemente.
Il bambino si accosta al mondo sociale con delle preferenze ben specifiche, come diversi studi dimostrano. L’infante, sia maschio che femmina, già dai 3 - 4 mesi preferisce guardare foto di visi femminili, piuttosto che maschili. Un’altra predilezione dell’infante è l’età. I bambini sono attratti dai coetanei: infatti, a 6 mesi di vita se si presentano delle fotografie di infanti della stessa età insieme a quelle di bambini più grandi, i piccoli preferiscono guardare le foto dei loro coetanei.
Anche l’etnia sembra guidare le scelte sociali dei minori. Dai 3 mesi in poi gli infanti prediligono osservare immagini di individui della loro stessa etnia, piuttosto che di etnie diverse. A 6 - 7 anni, essi preferiscono giocare quasi esclusivamente con bambini che appartengono alla medesima etnia.
L’utilizzo dell’identico linguaggio è un’altra ragione alla base delle scelte sociali. L’infante, sin dai primi tempi, ha una propensione per gli individui che parlano il suo stesso idioma, ovvero quello che sente ogni giorno dalla propria madre. Inoltre, egli preferisce essere a contatto con persone che parlano, piuttosto che con quelle che rimangono in silenzio. Questo interesse sociale si consolida nel corso dello sviluppo, tant’è che i bambini più grandi entrano a far parte più volentieri di gruppi di gioco che sono formati da coetanei che parlano la stessa lingua.
Altro motivo, che spinge alle scelte sociali il bambino, è rappresentato dalla condivisione di norme culturali. In altre parole, i bambini scelgono per le interazioni sociali altri piccoli che condividono il loro modo di vivere, le tradizioni, la strutturazione della quotidianità.
Fonte: Esseily, R, Somogyi, E., Guellai, B. (2016). The Relative Importance of Language in Guiding Social Preferences Through Development. Front. Psychol., 7:1645. DOI: 10.3389/fpsyg.2016.01645
di Vincenzo Amendolagine, su www.educare.it (15/1/2017)

Che cosa spinge a preferire una persona piuttosto che un’altra con cui avere dei rapporti sociali? Le interazioni sociali, che contraddistinguono la vita quotidiana, dipendono dalle percezioni che si hanno degli altri individui. Queste percezioni generano le impressioni, che a loro volta sono alla base dei giudizi sociali che si esprimono, consapevolmente o inconsapevolmente, sulle persone con cui si viene a contatto. Quindi, i nostri rapporti sociali dipendono dall’idea che ci facciamo dell’altro e questo è alla base delle scelte sociali che compiamo. La scelta sociale comincia abbastanza precocemente.
Il bambino si accosta al mondo sociale con delle preferenze ben specifiche, come diversi studi dimostrano. L’infante, sia maschio che femmina, già dai 3 - 4 mesi preferisce guardare foto di visi femminili, piuttosto che maschili. Un’altra predilezione dell’infante è l’età. I bambini sono attratti dai coetanei: infatti, a 6 mesi di vita se si presentano delle fotografie di infanti della stessa età insieme a quelle di bambini più grandi, i piccoli preferiscono guardare le foto dei loro coetanei.
Anche l’etnia sembra guidare le scelte sociali dei minori. Dai 3 mesi in poi gli infanti prediligono osservare immagini di individui della loro stessa etnia, piuttosto che di etnie diverse. A 6 - 7 anni, essi preferiscono giocare quasi esclusivamente con bambini che appartengono alla medesima etnia.
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Maschile e femminile, nessuna concessione alla violenza
Le differenze di genere, un tempo molto radicate nella cultura, sono ancora oggetto di fenomeni estremi come il femminicidio. Ognuno di noi nelle prime fasi di sviluppo embrionale è un essere indifferenziato, l'orientamento sessuale nella gestazione è affidato alla casualità e agli ormoni che in seguito vengono prodotti. Quindi all'origine siamo due facce di una stessa medaglia, maschile e femminile hanno eguali potenzialità di espressione e di definizione.
Quello che accade dopo la nascita influenza la sessualità, i comportamenti, i giudizi e i pregiudizi che fanno della nostra cultura un bagaglio individuale importante da spendere sul piano sociale e collettivo. Ancora oggi molti uomini non accettano la diversità, schiacciati da un desiderio di onnipotenza e di possesso. Uomini generati da donne e che sono attratti dalle donne, uomini che usano violenza per non essere sommersi dalla fragilità che li rende istintivi e irrazionali, in balia di sentimenti che all'amore e rispetto hanno negato la vita. Perché di vita e di tante vite la cronaca quotidiana e'costellata, storie che nella giornata dedicata alle donne vittime del femminicidio sembrano stelle cadenti in notti senza fine.
Maschile e femminile sono ancora oggetto di discriminazione ma una cultura e una educazione adeguata possono cancellare le distanze e aiutare i giovani a conoscere e riconoscere la diversità come un patrimonio comune di eguale valore, uno specchio nel quale riflettere sentimenti ed emozioni di amore ed empatia, condivisione e appartenenza.
di Laura Alberico, su www.educare.it (12/1/2017)

Le differenze di genere, un tempo molto radicate nella cultura, sono ancora oggetto di fenomeni estremi come il femminicidio. Ognuno di noi nelle prime fasi di sviluppo embrionale è un essere indifferenziato, l'orientamento sessuale nella gestazione è affidato alla casualità e agli ormoni che in seguito vengono prodotti. Quindi all'origine siamo due facce di una stessa medaglia, maschile e femminile hanno eguali potenzialità di espressione e di definizione.
Quello che accade dopo la nascita influenza la sessualità, i comportamenti, i giudizi e i pregiudizi che fanno della nostra cultura un bagaglio individuale importante da spendere sul piano sociale e collettivo. Ancora oggi molti uomini non accettano la diversità, schiacciati da un desiderio di onnipotenza e di possesso. Uomini generati da donne e che sono attratti dalle donne, uomini che usano violenza per non essere sommersi dalla fragilità che li rende istintivi e irrazionali, in balia di sentimenti che all'amore e rispetto hanno negato la vita. Perché di vita e di tante vite la cronaca quotidiana e'costellata, storie che nella giornata dedicata alle donne vittime del femminicidio sembrano stelle cadenti in notti senza fine.
Maschile e femminile sono ancora oggetto di discriminazione ma una cultura e una educazione adeguata possono cancellare le distanze e aiutare i giovani a conoscere e riconoscere la diversità come un patrimonio comune di eguale valore, uno specchio nel quale riflettere sentimenti ed emozioni di amore ed empatia, condivisione e appartenenza.
 
2017: si annunciano gravi violazioni dei diritti dei migranti in Italia
di Roberto Malini, su www.articolo21.org (4/1/2017)

Un’alta percentuale dei cosiddetti “migranti irregolari” è fuggita da conflitti, persecuzioni e altre crisi umanitarie. Una nazione civile dovrebbe ascoltarli, valutare la loro condizione e, in concerto con i commissari designati dalle Nazioni Unite e dall’Ue, assumere una decisione di enorme importanza: accoglierli più o meno temporaneamente (se la loro deportazione dovesse mettere in pericolo la loro vita, sicurezza o dignità umana) o rimpatriarli, nel caso non avessero diritto a protezione internazionale. Come “auguri di fine anno” ai migranti “irregolari” (che orribile definizione, che nasce dall’intolleranza) il governo italiano annuncia: “Raddoppieremo le espulsioni”. Contemporaneamente, riaprirà i Cie e comincerà un’era di retate. La circolare che ci riconduce in un tempo oscuro, in cui i diritti umani saranno negati agli esseri umani più emarginati e vulnerabili, è stata firmata da ministro dell’Interno e dal capo della polizia.
 
Fondamentalismo e populismo: i punti in comune sono tanti
di Shady Hamadi, su www.ilfattoquotidiano.it (25/12/2016)

“Noi” contro gli “altri“. Sono le categorie che usa il fondamentalismo religioso, di ogni matrice, ma anche il populismo che cerca il capro espiatorio a tutti i problemi nel diverso: di colore e religione. Potremmo dire che il populismo è un fenomeno di radicalismo, tanto quanto il fondamentalismo. Infatti è una idea radicale che alimenta e gonfia le fila di questi partiti. Per questo dobbiamo cercare una correlazione fra questi due fenomeni perché l’uno alimenta l’altro. Infatti, da quando è nato l’Isis, accentuando il già latente conflitto fra due immagini – quella dell’Islam e dell’Occidente -, i partiti populisti hanno visto un’ascesa politica in Europa che ha precedenti solo nel periodo tra le due guerre mondiali, in quei partiti di massa e xenofobi che hanno issato la bandiera del “nazionalismo” e della “sovranità” per giustificare le loro scelte. Allora come oggi, c’era un nemico responsabile di tutte le disgrazie.
Ma i punti di contatto fra questi due radicalismi non finiscono qui. Il proselitismo dell’Isis pesca in quelle fasce di malessere e miseria. Un malessere prodotto dalla confessionalizzazione degli Stati; da una mancanza di libertà sociali e dalla mancanza di riconoscimento da parte dell’altro – in questo caso l’entità Occidentale (se mai esiste). Il populismo, analogamente, trova consenso nel disagio economico; nell’abbassamento della dialettica che deve essere la più violenta possibile: non ci deve essere più buonismo e correttezza nei confronti dell’altro. E’ la “divisione“che entrambi, populismo e fondamentalismo, cercano.
Il fondamentalismo cerca di dividere le società. In Medioriente la lotta è contro i musulmani che non la pensano come loro, tacciati di essere apostati, e che pagano in vite il prezzo più alto. Poi ci sono le altre fedi, fino a l’odio atavico verso questa entità che si chiama occidente, a cui vengono addossate tutte le colpe: la colpa di aver messo al potere regimi dittatoriali; quella di odiare l’islam. Le macerie di Mosul, Aleppo, sono un grande regalo al fondamentalismo: da questi cumuli di pietre troverà la forza per portare avanti la sua battaglia. Anche per il populismo l’unità delle società è un grande problema: quando non c’erano gli immigrati cercavano in chi stava a sud, anche nel proprio paese, il nemico. Il populismo ha timore che le varie componenti delle nostre società dimostrino, unite, contro la paura: chiedendo una società di tutti. Ma questa scelta è insita nel disprezzo, naturale nella sua indole, che il populismo ha verso la democrazia. Non a caso, in politica estera, i maggiori leader di questi partiti sostengono despoti e autocrati di mezzo mondo: “Li vorremmo alla guida dei nostri paesi”, dicono. Ammiccano ai bombardamenti aerei indiscriminati, credendo che dalle voragini causate dai missili nascono fiori.
Più saremo capaci di odiare, di generalizzare, più il fondamentalismo religioso e populista avranno vita lunga e si rafforzerà. La nostra deve essere l’epoca della ragione e di chi sa guardare alla Storia per cercare risposte alle domande di oggi.
“Noi” contro gli “altri“. Sono le categorie che usa il fondamentalismo religioso, di ogni matrice, ma anche il populismo che cerca il capro espiatorio a tutti i problemi nel diverso: di colore e religione. Potremmo dire che il populismo è un fenomeno di radicalismo, tanto quanto il fondamentalismo. Infatti è una idea radicale che alimenta e gonfia le fila di questi partiti. Per questo dobbiamo cercare una correlazione fra questi due fenomeni perché l’uno alimenta l’altro. Infatti, da quando è nato l’Isis, accentuando il già latente conflitto fra due immagini – quella dell’Islam e dell’Occidente -, i partiti populisti hanno visto un’ascesa politica in Europa che ha precedenti solo nel periodo tra le due guerre mondiali, in quei partiti di massa e xenofobi che hanno issato la bandiera del “nazionalismo” e della “sovranità” per giustificare le loro scelte. Allora come oggi, c’era un nemico responsabile di tutte le disgrazie.
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Il linguaggio nelle relazioni familiari
Le ricerche di psicolinguistica hanno rivelato che le parole che si utilizzano nella comunicazione riflettono la psicologia, le emozioni, l’identità sociale e lo stile cognitivo di chi parla. Nel linguaggio comune si usano i pronomi personali o gli aggettivi possessivi relativi alla prima persona plurale, come noi, nostro, allorquando si espongono delle esperienze condivise con qualche altra persona. Si adoperano, invece, i pronomi personali o gli aggettivi possessivi riferiti alla prima o alla seconda persona singolare, come io, tu, mio e tuo, nel momento in cui si parla di esperienze individuali, non percepite come comuni.
Uno studio belga (Università Cattolica di Lovanio e Università di Gent) ha voluto esaminare la relazione che esiste fra i pronomi personali e gli aggettivi possessivi utilizzati nella conversazione dai membri di una coppia (marito e moglie) e il clima relazionale che vige all’interno della loro famiglia. La ricerca ha considerato 47 famiglie, che avevano avuto da poco un figlio. I coniugi considerati avevano un’età compresa fra 23 e 43 anni. 31 coppie erano alla loro prima esperienza come genitori.
La nascita di un figlio crea dei notevoli cambiamenti all’interno della vita familiare. La coppia genitoriale è chiamata ad occuparsi responsabilmente del nuovo nato. Si definisce alleanza familiare quel processo di condivisione dell’accudimento dell’infante. In altre parole, entrambi marito e moglie si dedicano alla cura del piccolo. Nella ricerca l’alleanza familiare è stata misurata attraverso una scala di valutazione (Family Alliance Assessment Scale), che analizza le interazioni fra i coniugi, nell’ambito dell’accudimento della prole, stabilendo l’appropriatezza di tali rapporti.
Lo studio ha sancito che i coniugi che presentano un’elevata alleanza familiare, ovvero ambedue si occupano della cura del nuovo nato, utilizzano più frequentemente il pronome personale noi e l’aggettivo possessivo nostro, quando parlano della vita di coppia. Marito e moglie, che mostrano una bassa alleanza familiare, ossia uno dei due, solitamente la moglie, tende ad accudire il nuovo nato, adoperano quasi esclusivamente i pronomi personali io e tu e gli aggettivi possessivi mio e tuo, quando riportano episodi della vita familiare.
In conclusione, le coppie nelle quali si ritrova un clima relazionale positivo, fatto di condivisione di esperienze, tendono ad usare più facilmente il pronome personale noi e l’aggettivo possessivo nostro, quando parlano della famiglia, dei figli e dell’educazione da impartire ad essi.
Fonte: Galdiolo, S., Roskam, I., Verhofstadt, L., L., De Mol, J., Dewinne, L., Vandaudenard, S. (2016). Associations between relational pronoun usage and the quality of early family interactions. Front. Psychol., 7:1719. DOI:10.3389/fpsyg.2016.01719
di Vincenzo Amendolagine, su www.educare.it (20/12/2016)

Le ricerche di psicolinguistica hanno rivelato che le parole che si utilizzano nella comunicazione riflettono la psicologia, le emozioni, l’identità sociale e lo stile cognitivo di chi parla. Nel linguaggio comune si usano i pronomi personali o gli aggettivi possessivi relativi alla prima persona plurale, come noi, nostro, allorquando si espongono delle esperienze condivise con qualche altra persona. Si adoperano, invece, i pronomi personali o gli aggettivi possessivi riferiti alla prima o alla seconda persona singolare, come io, tu, mio e tuo, nel momento in cui si parla di esperienze individuali, non percepite come comuni.
Uno studio belga (Università Cattolica di Lovanio e Università di Gent) ha voluto esaminare la relazione che esiste fra i pronomi personali e gli aggettivi possessivi utilizzati nella conversazione dai membri di una coppia (marito e moglie) e il clima relazionale che vige all’interno della loro famiglia. La ricerca ha considerato 47 famiglie, che avevano avuto da poco un figlio. I coniugi considerati avevano un’età compresa fra 23 e 43 anni. 31 coppie erano alla loro prima esperienza come genitori.
La nascita di un figlio crea dei notevoli cambiamenti all’interno della vita familiare. La coppia genitoriale è chiamata ad occuparsi responsabilmente del nuovo nato. Si definisce alleanza familiare quel processo di condivisione dell’accudimento dell’infante. In altre parole, entrambi marito e moglie si dedicano alla cura del piccolo. Nella ricerca l’alleanza familiare è stata misurata attraverso una scala di valutazione (Family Alliance Assessment Scale), che analizza le interazioni fra i coniugi, nell’ambito dell’accudimento della prole, stabilendo l’appropriatezza di tali rapporti.
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Educare alle differenze ...
Proviamo a fare chiarezza, sintetizzando nello schema seguente i punti di maggiore confusione.
NON è educare alle differenze
Annullare le differenze
Dire che il sesso si sceglie
Proporre educazione sessuale prima di quanto già previsto nella scuola da molti anni
Insegnare la masturbazione
Educare alle differenze è
Educare a rispettare le differenze (etniche, fisiche, di abilità/disabilità, di orientamento sessuale, di difficoltà scolastiche, ecc.)
Contrastare il bullismo omofobico e gli stereotipi legati al genere uomo/donna
Educare alle emozioni e ai sentimenti (favorire corrette relazioni sentimentali e prevenire la violenza)
In particolare va difeso il ruolo importantissimo della scuola nell’intercettare il disagio, avendo ben chiaro che i fenomeni di disparità e la mancata educazione al rispetto delle differenze troppo spesso, purtroppo, sfociano in bullismo sessista ed omofobico, comportamenti denigratori ed aggressivi, fino a e forme ancora più estreme di violenza o autolesionismo da parte di adolescenti.
Ci preme affermare che Educare alle differenze
Vuol dire spiegare ai bambini e alle bambine che i ruoli legati alla differenza sessuale non sono gabbie che imprigionano. Non si può sopprimere ogni altra aspirazione e desiderio.
Vuol dire porre al centro dei processi educativi il tema del rispetto delle proprie e altrui diversità.
Vuol dire anche non discriminare per il colore della pelle o l’orientamento sessuale o l’aspetto fisico o le disabilità.
Vuol dire imparare a riconoscere fin dall’infanzia il diritto di ogni essere umano a essere se stesso, permettendo a ogni persona di individuare la propria unicità e sapere che nel farlo non lede affatto il desiderio o i diritti altrui.
Vuol dire che un bambino può desiderare di fare il ballerino o una bambina la calciatrice senza sentirsi inadeguato/a, essere sbeffeggiato/a ed emarginato/a.
Vuol dire spiegare alle ragazze e ai ragazzi che la violenza degli uomini sulle donne non è un elemento ineluttabile della natura maschile. Ha, invece, precise matrici culturali, che sintetizzano immagini stereotipate del maschile e del femminile. Individuare le sue radici patriarcali ci permette di affrontarle e cambiare la realtà per il benessere sia delle donne sia degli uomini.
Vuol dire mettere al centro la dimensione relazionale tra i generi e riconoscere alle persone uguaglianza di diritti, possibilità e rispetto.
Educare alle differenze vuol dire, infine, che dobbiamo chiederci quali siano i valori dell’affettività e dell’amore. Domandarci con le parole della filosofa Nicla Vassallo “se esistono, così come esistono, parecchie famiglie che non rispondono ai canoni stabiliti” (sett. 2015). Ricordarci reciprocamente che rinnegare i cambiamenti avvenuti nella famiglia e i mutamenti sociali e culturali, significa rinunciare all’uso della ragione e al senso dell’amore.
Proviamo a fare chiarezza, sintetizzando nello schema seguente i punti di maggiore confusione [visita].

NON è educare alle differenze
- Annullare le differenze
- Dire che il sesso si sceglie
- Proporre educazione sessuale prima di quanto già previsto nella scuola da molti anni
- Insegnare la masturbazione

Educare alle differenze è
- Educare a rispettare le differenze (etniche, fisiche, di abilità/disabilità, di orientamento sessuale, di difficoltà scolastiche, ecc.)
- Contrastare il bullismo omofobico e gli stereotipi legati al genere uomo/donna
- Educare alle emozioni e ai sentimenti (favorire corrette relazioni sentimentali e prevenire la violenza)

In particolare va difeso il ruolo importantissimo della scuola nell’intercettare il disagio, avendo ben chiaro che i fenomeni di disparità e la mancata educazione al rispetto delle differenze troppo spesso, purtroppo, sfociano in bullismo sessista ed omofobico, comportamenti denigratori ed aggressivi, fino a e forme ancora più estreme di violenza o autolesionismo da parte di adolescenti.
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NarrAzioni differerenti
Il giornalismo italiano sembra completamente sordo ai progressi della società in fatto di questione di genere continuando a usare un linguaggio, delle immagini e un immaginario retrogrado, violento e discriminante.
E’ tempo di pretendere un cambiamento.
E’ tempo di pretendere che il giornalismo italiano si metta al passo coi tempi di cambiamento della società, della realtà, che rappresenti il meglio di questa e superi i retaggi della cultura patriarcale, maschilista e omo-transfobica.
E’ tempo di pretendere un Giornalismo Differente, perché del valore di informare rimanga anche quello di innovare.
giornalismo differente
La realtà dipende dalle sue rappresentazioni.
Di pari passo vanno le modifiche di una e delle altre, a specchio.
Ma se la realtà inizia a usare vocaboli, idee, immaginari che non trovano mai una rappresentazione massiccia, lo scollamento è inevitabile.

Il giornalismo italiano sembra completamente sordo ai progressi della società in fatto di questione di genere continuando a usare un linguaggio, delle immagini e un immaginario retrogrado, violento e discriminante.
E’ tempo di pretendere un cambiamento.
E’ tempo di pretendere che il giornalismo italiano si metta al passo coi tempi di cambiamento della società, della realtà, che rappresenti il meglio di questa e superi i retaggi della cultura patriarcale, maschilista e omo-transfobica.
E’ tempo di pretendere un Giornalismo Differente, perché del valore di informare rimanga anche quello di innovare.
giornalismo differente
La realtà dipende dalle sue rappresentazioni.Di pari passo vanno le modifiche di una e delle altre, a specchio.Ma se la realtà inizia a usare vocaboli, idee, immaginari che non trovano mai una rappresentazione massiccia, lo scollamento è inevitabile. [visita

 
“Insieme, Uguali, Diversi”. La battaglia della disabilità
di Federico Annibale, su www.articolo21.org (16/11/2016)

La settimana scorsa si è tenuta l’assemblea costituente di un nuovo coordinamento nazionale a tutela dei diritti delle persone con disabilità e disagio mentale: Insieme, Uguali, Diversi. Per la prima volta, il mondo della disabilità e quello del disagio mentale, vengono uniti sotto un’unica organizzazione ci spiega Umberto Emberti Gialloreti, uno dei promotori dell’iniziativa , nonché presidente della “Consulta Cittadina Permanente sui problemi delle Persone Handicappate” di Roma, e lui stesso affetto da cecità. «Riteniamo che sia venuto il momento che la rivendicazione del diritto di eguaglianza di ogni cittadino a prescindere dalla condizione personale, come sancito nell’articolo 3 della Costituzione italiana, venga portato avanti unitariamente. Il mondo della disabilità è molto diviso: è l’ora di unirlo, unitamente a quello del disagio mentale ».
Esistono già due grandi federazioni nazionali a tutela della disabilità: la FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap) e la FAND (Federazione tra le Associazioni Nazionali delle persone con Disabilità). E dunque da dove nasce l’esigenza della creazione di una nuova organizzazione nazionale? «La spinta di queste due grandi organizzazioni –La FISH e la FAND- ha conosciuto un forte rallentamento e distacco dalla realtà che le persone con disabilità e disagio mentale vivono quotidianamente» spiega il presidente Gialloreti «E così sono nati una serie di movimenti spontanei, e soprattutto indipendenti dalle due federazioni. Ci sta oramai un evidente scollamento tra le persone che, a torto o a ragione, non si sentono più efficacemente rappresentate, e le organizzazioni stesse che dovrebbero rappresentarle. Tra l’altro il tema della crisi della rappresentanza sta interessando tutte le categorie: da quella politica a quella sindacale».
Per esempio, nella battaglia contro il nuovo calcolo dell’ISEE, che considerava come reddito  l’indennità d’accompagnamento ed altre indennità riconosciute alle persone con disabilità, si erano formate tre cordate in contrasto con la scelta del governo, indipendenti dalle due grandi organizzazioni «Forse se ci fosse stato già un coordinamento come” Insieme, Uguali, Diversi” si sarebbe evitata questa divisione e avremmo lottato unitariamente contro la gravissima scelta del governo. Per fortuna poi abbiamo vinto sia al TAR che al Consiglio di Stato; ma questo era solo un esempio per mostrare l’utilità di un soggetto unico e nazionale, e la perdita di presa delle due grandi associazioni, che hanno osservato da lontano la situazione, senza prenderne parte attiva » ripete l’Ing. Gialloreti.
Quella del nuovo coordinamento sarà anche e soprattutto una battaglia di diritto, una battaglia collettiva di un mondo che non vede rispettata la Costituzione «Noi chiediamo l’esigibilità immediata dei diritti garantiti dalla Costituzione e delle leggi che da essa discendono. Infatti, è veramente garantito l’articolo 3, che proprio dell’inclusione ne recita il paradigma? Noi crediamo di no…E l’articolo 33 e 34 sul diritto allo studio? Su questo punto ricordo cos’è successo a Roma a Settembre in alcuni municipi, dove non c’erano sufficienti assistenti AEC (Assistente Educativo e Culturale). Dunque, a quei bambini che non potevano andare a scuola, è stato negato un diritto: diritti sanciti che non sono resi esigibili. Noi ci siamo stancati di avere una bellissima costituzione, che poi rimane solo sulla carta» afferma con convinzione il presidente della Consulta.
Ci sta un’altra questione cruciale in questa battaglia per il rispetto dei diritti costituzionali: la subordinazione dei diritti alle disponibilità finanziarie. Una visione economicistica che impone un ragionamento economico su diritti che dovrebbero essere forniti dallo stato a prescindere «Non è che si può tentare di trovare i soldi per gli assistenti AEC a pochi giorni dell’inizio delle scuole; quei soldi si devono tirar fuori, altrimenti viene leso un diritto. Qui non si parla dell’erogazione di un servizio che offre lo stato, ma di qualcosa di ben più alto e sostanziale: appunto un diritto costituzionale».
In Italia siamo ancora indietro sul rispetto dei diritti delle persone con disabilità e disagio mentale «Ad Agosto di quest’anno abbiamo avuto un’ispezione della commissione Onu sull’effettivo rispetto della convenzione Onu sul diritto delle persone con disabilità; Bè, non ne siamo usciti molto bene, anzi siamo stati criticati. Per esempio, perché l’Italia è l’unico paese europeo, insieme al Lussemburgo, a non aver adottato la Lingua internazionale dei segni, che permette la vera integrazione dei non udenti?» si domanda l’Ing. Gialloreti. E questi sono solo piccoli esempi di negazione di diritti che migliaia di disabili e persone con disagio mentale, sono costrette a vivere giornalmente.
«C’è un’altra cosa che vorrei dire. Di solito noi non veniamo rappresentati normalmente dai media; ma sempre con pietismo o attraverso atti eroici, spesso dal punto di vista sportivo. Nel resto dei casi rimaniamo in un limbo silenzioso e defilato. Quella che manca del racconto del nostro grande mondo è una rappresentazione “normale”. Perché io, in fin dei conti, mi sento un normale cittadino» conclude il presidente con una punta di stizza.
La settimana scorsa si è tenuta l’assemblea costituente di un nuovo coordinamento nazionale a tutela dei diritti delle persone con disabilità e disagio mentale: Insieme, Uguali, Diversi. Per la prima volta, il mondo della disabilità e quello del disagio mentale, vengono uniti sotto un’unica organizzazione ci spiega Umberto Emberti Gialloreti, uno dei promotori dell’iniziativa , nonché presidente della “Consulta Cittadina Permanente sui problemi delle Persone Handicappate” di Roma, e lui stesso affetto da cecità. «Riteniamo che sia venuto il momento che la rivendicazione del diritto di eguaglianza di ogni cittadino a prescindere dalla condizione personale, come sancito nell’articolo 3 della Costituzione italiana, venga portato avanti unitariamente. Il mondo della disabilità è molto diviso: è l’ora di unirlo, unitamente a quello del disagio mentale ».
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Quelle urne sommerse da sessismo e razzismo
di Judith Butler, su www.ilmanifesto.it (12/11/2016)

Il nuovo presidente degli Stati Uniti è Donald Trump, quello che ha fatto la campagna migliore, quello che ha comunicato meglio. Per me la sorpresa non è stata grande. Per centinaia di opinionisti italiani sì. Mentre io scrivevo che Trump vinceva i dibattiti tv contro Hillary Clinton e che usciva bene dagli scandali gli altri dicevano il contrario, spesso con l’atteggiamento di chi ha la verità in tasca; mentre spiegavo che lui aveva una comunicazione migliore anche sui social network, più efficace in termini di consenso e notorietà, sembravo un alieno, perché ero l’unico a dirlo.
Una lezione quindi Donald Trump l’ha data pure ai comunicatori politici e agli opinionisti: quando analizzate un candidato, mettete da parte le simpatie politiche. Siate professionali, siate tecnici, cercate di essere obiettivi. Vi risparmierete un sacco di figuracce e la vostra credibilità ne gioverà.
Detto questo, la parte in cui dico che alla fine avevo ragione è conclusa. Ora veniamo alle cose utili: ecco le tre lezioni di comunicazione politica che ci ha dato Donald Trump.
Due sono le domande che gli elettori statunitensi che stanno a sinistra del centro si stanno ponendo. Chi sono queste persone che hanno votato per Trump? E perché non ci siamo fatti trovare pronti, davanti a questo epilogo? La parola "devastazione" si approssima a malapena a ciò che sentono, al momento, molte tra le persone che conosco.
Evidentemente non era ben chiaro quanto enorme fosse la rabbia contro le élites, quanto enorme fosse l’astio dei maschi bianchi contro il femminismo e contro i vari movimenti per i diritti civili, quanto demoralizzati fossero ampi strati della popolazione, a causa delle varie forme di spossessamento economico, e quanto eccitante potesse apparire l’idea di nuove forme di isolamento protezionistico, di nuovi muri, o di nuove forme di bellicosità nazionalista. Non stiamo forse assistendo a un backlash del fondamentalismo bianco? Perché non ci era abbastanza evidente?
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Insegnanti di sostegno, è un altro anno nero
Renato La Cara e Lorenzo Vendemiale, Il Fatto Quotidiano
24 ottobre 2016
I ragazzi disabili aumentano, i docenti specializzati mancano e l'assistenza non è mai abbastanza. Il sistema italiano di sostegno è considerato uno dei migliori d'Europa per qualità e quantità.
Ma andatelo a dire alle famiglie che ogni anno si ritrovano con i propri figli abbandonati.
O a maestri e professori costretti a vivere nell’incertezza. “Vorrei solo aiutare chi ne ha bisogno”, dicono loro. In molti casi, però, non è possibile. Da un anno il Ministero dell’Istruzione si arrovella su come cambiare la figura dell’insegnante di sostegno, ma il vero problema è uno e uno soltanto: la precarietà.
Migliaia di posti scoperti perché non ci sono specializzati, decine di migliaia coperti ma solo con delle supplenze. Con in più la beffa di personale qualificato che resta a casa senza lavoro perché magari è in graduatoria nella provincia sbagliata. Una situazione in cui perdono tutti. Eccetto forse le casse dello Stato, che risparmia centinaia di milioni grazie ai contratti a tempo determinato.
Non che negli ultimi anni il governo non abbia aumentato la spesa in sostegno a disabili: negli ultimi 15 anni i docenti di sostegno sono quasi raddoppiati, passando dai 65.615 del 2001 ai 124.572 del 2016. Intanto, però, sono aumentati anche gli studenti (8mila in più solo nell’ultimo anno). Da una parte c’è la carenza cronica di specializzati: pochi, pochissimi per il fabbisogno delle scuole. Basti pensare che all’ultimo concorsone in molte Regioni c’erano meno candidati che posti messi a bando.
Dall’altra c’è la percentuale di supplenti, che si mantiene troppo alta: circa il 37% del totale, con tutto ciò che questo comporta per i ragazzi (il trauma di dover ricominciare ogni anno da zero). Con i mille provvedimenti della Buona scuola, il governo non è riuscito ad incidere realmente né sull’uno, né sull’altro problema.
Proprio la delega in fase di sviluppo ha bloccato l’attivazione di un nuovo corso di Tirocinio Formativo Attivo, l’unico strumento che potrebbe specializzare nuovi docenti. Mentre le continue deroghe (28mila anche quest’anno) alimentano il fenomeno delle supplenze e l’assurda divisione tra organico di diritto e organico di fatto. Che ora la legge di Stabilità dovrebbe risolvere per i posti comuni, ma non per il sostegno (a cui sono riservati appena 5mila delle 28mila stabilizzazioni previste).
Così la frustrazione degli alunni disabili, raccontata da ilfattoquotidiano.it, è vissuta in prima persona anche dai docenti di sostegno. “La situazione è diventata insostenibile. Il governo dovrebbe almeno stabilizzare subito tutti gli insegnanti specializzati presenti in seconda fascia d’istituto e nelle Graduatorie ad Esaurimento”, afferma il portavoce nazionale degli insegnanti di sostegno precari, Ernesto Ciraci.
Attualmente ce ne sono circa 15mila in tutto il Paese, distribuiti soprattutto nelle Regioni meridionali (ad esempio 3.356 in Sicilia, 1.552 in Campania, 1.423 in Puglia, 728 in Calabria secondo il censimento del Coordinamento). Alcuni di loro lavorano, ma solo a tempo determinato o su spezzoni di contratto. Altri addirittura restano a casa: disoccupati, perché in lista in Regioni troppo affollate, senza possibilità di trasferirsi altrove fino all’anno prossimo (quando il Miur aggiornerà le graduatorie).
Mentre al Nord i presidi disperati sono costretti a mandare in cattedra docenti senza il titolo di specializzazione sul sostegno, o in certi casi neppure abilitati. Con buona pace di chi questo mestiere vorrebbe farlo davvero, per vocazione e non per utilità.
di Renato La Cara e Lorenzo Vendemiale, su www.ilfattoquotidiano.it (28/10/2016)

I ragazzi disabili aumentano, i docenti specializzati mancano e l'assistenza non è mai abbastanza. Il sistema italiano di sostegno è considerato uno dei migliori d'Europa per qualità e quantità. Ma andatelo a dire alle famiglie che ogni anno si ritrovano con i propri figli abbandonati. O a maestri e professori costretti a vivere nell’incertezza. “Vorrei solo aiutare chi ne ha bisogno”, dicono loro. In molti casi, però, non è possibile. Da un anno il Ministero dell’Istruzione si arrovella su come cambiare la figura dell’insegnante di sostegno, ma il vero problema è uno e uno soltanto: la precarietà. 
Migliaia di posti scoperti perché non ci sono specializzati, decine di migliaia coperti ma solo con delle supplenze. Con in più la beffa di personale qualificato che resta a casa senza lavoro perché magari è in graduatoria nella provincia sbagliata. Una situazione in cui perdono tutti. Eccetto forse le casse dello Stato, che risparmia centinaia di milioni grazie ai contratti a tempo determinato.
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Perché la paura prende la strada dell'idiozia
di Alessandro Dal Lago, su http://ilmanifesto.info (28/10/2016)

La rivolta del paesotto del Ferrarese contro dodici donne e otto bambini è stata definita dalla curia una "notte ripugnante". Non si potrebbe chiamare altrimenti. Bisognerebbe andare a vedere con che faccia questa brava gente di Gorino, o come diavolo di chiama il villaggio, andrà a messa, domenica prima di pranzo,
e confesserà qualche peccatuccio o toccatina e farà la comunione e se ne tornerà a casa a divorare un bel piatto di lasagne. Abbiamo paura! Ecco il grido rituale che risuona da venticinque anni nel regno di Padania, aizzato da politicanti con la bava alla bocca e giornalacci scandalistici.
Paura di dodici donne, tra cui una incinta, e otto bambini? Eh già, ma poi arrivano i padri, i mariti, i fratelli e con loro i criminali, gli imam e poi i tagliagole dell’Isis… Come no. Una ventina d’anni fa i sociologi scrivevano che i migranti delinquono perché sono senza famiglia, allo sbando.
Se invece le famiglie si riuniscono, dilaga la poligamia. Se arrivano uomini, sono potenziali terroristi. Se arrivano le donne, sono avanguardia di un’invasione. Se tutti questi difensori ringhianti del campanile e dell’orto di casa avessero il coraggio di dire che provano disgusto per neri, marocchini, siriani e qualsiasi altro alieno perché è alieno, punto e basta, tutto sarebbe più onesto e più semplice.
E invece no, mica sono razzisti, loro. Hanno paura.
Ma avranno provato a immaginare la paura di quelle donne e quei bambini quando, sopravvissuti a deserti e tempeste, venivano sballottati tra autobus e caserme dei carabinieri?
Certo, tutti a singhiozzare davanti al corpicino del bambino su una spiaggia turca. Però, che questi orrori restino là, a qualche migliaia di chilometri dai nostri paesini operosi, o sulle remote spiagge di Sicilia, perché qui non li vogliamo, i loro bambini. E così, grazie alle mitologie della paura, la parola “profugo”, che significa una persona che fugge, una vittima, è diventata sinonimo di minaccia. Di fronte alla quale, chiunque si barrica in casa e afferra, per ora solo metaforicamente, lo schioppo.
Qualche giorno fa, un giornale tedesco, e nemmeno troppo di sinistra, davanti all’ennesima manifestazione dei partiti xenofobi (Pegida, Afd ecc.), si è chiesto con un gran titolo: “Ma i tedeschi sono idioti?” E ha risposto: sì, i cittadini che manifestano sono idioti, la polizia è brutale e i politici sono entrambe le cose. Se consideriamo la situazione europea, dall’Egeo alla Manica, dal mare del nord al Mediterraneo, dovremmo ammettete che l’idiozia dilaga, nelle forme più creative e pittoresche.
Il filo spinato macedone, i muri di Orbàn, il cattolicesimo ultra-reazionario e iper-nazionalista polacco, le rivolte in Sassonia contro i profughi, il referendum svizzero contro i comaschi, la chiusura del campo di Calais, il Brexit contro gli operai polacchi.
Dico idiozia perché quasi tutte queste decisioni o proteste si ritorcono alla lunga contro chi le promuove. L’Europa si sta decomponendo e questo non faciliterà la vita nemmeno agli elettori di Orbàn, né agli xenofobi sassoni, né ai pensionati di Gorino. E tantomeno ai furbissimi inglesi che hanno votato contro l’Europa e ora rischiano, nell’acre soddisfazione dei continentali, di andare alla deriva con la loro isola sempre più ridimensionata.
Ma in realtà non si tratta di idiozia, tranne che in alcuni casi di leader politici. Su tratta di un movimento sinistro che sta montando nel ventre d’Europa contro gli stranieri, ingrossato anche da anziani, soggetti socialmente deboli e diseredati, che scaricano su quelli che non conoscono la disoccupazione, la precarietà, la frustrazione, la solitudine o la mancanza di prospettive. E questo è un frutto avvelenato, potenzialmente letale, del cedimento dei governi, socialdemocratici in testa, alla voracità delle banche, dei cosiddetti mercati e del capitalismo globale.
La xenofobia può erompere nei villaggi, ma le sue motivazioni ultime sono da cercare nelle metropoli globalizzate e nelle roccaforti del potere politico e finanziario.
La rivolta del paesotto del Ferrarese contro dodici donne e otto bambini è stata definita dalla curia una "notte ripugnante". Non si potrebbe chiamare altrimenti. Bisognerebbe andare a vedere con che faccia questa brava gente di Gorino, o come diavolo di chiama il villaggio, andrà a messa, domenica prima di pranzo, e confesserà qualche peccatuccio o toccatina e farà la comunione e se ne tornerà a casa a divorare un bel piatto di lasagne. Abbiamo paura! Ecco il grido rituale che risuona da venticinque anni nel regno di Padania, aizzato da politicanti con la bava alla bocca e giornalacci scandalistici.
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