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L’estero nei tg
di Fernando Cancedda, su www.articolo21.org (26/11/2017)

Se xenofobia e razzismo sono alimentati il più delle volte dalla paura, la paura dall’ignoranza, l’ignoranza dalla disinformazione, quale contributo ha dato la nostra informazione tv al risanamento di quelle piaghe sociali? Una risposta è arrivata col primo rapporto su “gli esteri nei telegiornali”, dall’iniziativa congiunta dei sindacati dei giornalisti – FNSI e Usigrai –  dell’Osservatorio di Pavia e di una ONG come COSPE, impegnata nella cooperazione internazionale.
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Fact checking per le immagini, qualche suggerimento
di Alessadro Lanni, su www.cartadiroma.org (25/11/2017)

La sfida del fact checking alle immagini. Se informazione e propaganda politica corrono rapidissime sui social media e se gli stessi Facebook e Twitter sono divenuti fonti per il giornalismo, gli strumenti di verifica in mano al giornalista devono essere applicati non solo alle news ma anche alle foto che circolano in rete realizzate e diffuse da professionisti e da utenti.
È possibile scoprire se una foto degli scontri a Barcellona sia contraffatta o meno? O se il selfie del pilota in volo sia una bufala? Quella foto del fronte siriano è stata scattata davvero in Siria.
Ecco, qui di seguito proviamo a dare qualche indicazione per iniziare la verifica di foto e immagini e per certificare la loro autenticità e un uso non ingannevole.
La sfida del fact checking alle immagini. Se informazione e propaganda politica corrono rapidissime sui social media e se gli stessi Facebook e Twitter sono divenuti fonti per il giornalismo, gli strumenti di verifica in mano al giornalista devono essere applicati non solo alle news ma anche alle foto che circolano in rete realizzate e diffuse da professionisti e da utenti.
È possibile scoprire se una foto degli scontri a Barcellona sia contraffatta o meno? O se il selfie del pilota in volo sia una bufala? Quella foto del fronte siriano è stata scattata davvero in Siria.
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Carta di Roma, l’hate speech cresce ma linguaggio media mainstream meno allarmistico. Eccezioni a parte
di Giovanni Maria Bellu, su www.articolo21.org (7/11/2017)

L’odio che si è scatenato sui social in relazione alla notizia delle 26 giovani donne nigeriane morte, forse assassinate, durante la traversata del Mediterraneo, non sorprende. Gli odiatori si comportano esattamente come le cavie di Pavlov: reagiscono sempre allo stesso modo a determinati stimoli. Chiunque abbia anche una minima esperienza di giornalismo on line è perfettamente in grado di prevedere che una determinata notizia scatenerà certe reazioni. Abbiamo, infatti, degli odiatori in servizio effettivo permanente. Alcuni agiscono con sincronismi che fanno intravvedere una forma di organizzazione, ma sono più numerosi i “lupi solitari” dell’hate speech.
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Quando la violenza è di casa
da rapporto UNICEF "A Familiar Face: Violence in the lives of children and adolescents", su www.unicef.it (2/11/2017)

A livello globale, tre quarti dei bambini tra i 2 e i 4 anni – circa 300 milioni in tutto – subiscono in casa aggressioni psicologiche e/o fisiche da coloro che se ne dovrebbero prendere cura.
Circa 60% dei bambini di un anno di età, nei 30 Stati per i quali sono disponibili tali statistiche, sono regolarmente vittime di un’educazione violenta: circa un quarto di essi viene abitualmente strattonato per punizione, e 1 su 10 viene schiaffeggiato o colpito sul volto, alla testa o sulle orecchie.
Nel mondo, il 25% dei bambini sotto i 5 anni – 176 milioni in tutto – vivono insieme a una madre vittima di un partner violento.
[scarica il Rapporto
 
Può la disuguaglianza determinare le chance di vita di un bambino?
di Flavia Bustreo (Vice Direttore Generale dell'OMS), su www.huffingtonpost.it (31/10/2017)

Immaginatevi un grande evento, un concerto, un evento sportivo o una conferenza con migliaia di persone. Pensate a quella folla di persone, alle diversità, al loro dinamismo. E poi immaginiamo questo numero: ogni giorno nel mondo 15.000 bambini muoiono prima del loro quinto compleanno per cause prevenibili. 7.000 muoiono prima di raggiungere il 28° giorno di vita. E le cause sono spesso complicazioni durante il parto, oppure malattie come la diarrea o la polmonite.
Sono le nuove stime sulla mortalità infantile pubblicate pochi giorni nel nuovo rapporto dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, Unicef, Banca mondiale e la Divisione delle Nazioni Unite sulla Popolazione, secondo cui nel 2016 circa 5,6 milioni di bambini sono morti prima del loro quinto compleanno.
Sappiamo che si tratta di un dato fortemente drammatico, ma bisogna sottolineare che si tratta di un dato in costante diminuzione: nel 1990 si registravano 12,6 milioni di morti infantili sotto i cinque anni, nel 2000 circa 9,9 milioni, mentre nel 2015 – la stima più recente - erano 5,9 milioni.
Per le madri, i padri e le famiglie di questi bambini, per le comunità e la società in generale, rimane e deve rimanere semplicemente inaccettabile che nel 21°secolo questi bambini continuino a morire per cause largamente evitabili.
I dati sono chiari. Dimostrano infatti come siano le disuguaglianze a influenzare - e spesso a determinare - la vita o la morte di un bambino. È inimmaginabile che un bambino muoia di polmonite o di diarrea qui a Ginevra in Svizzera da dove scrivo mentre è terribilmente devastante constatare che in molti paesi la diarrea e la polmonite siano una seria minaccia per la vita di molti bambini fino ad essere le prime cause di morte.
E mentre un bambino nato prematuro di sei settimane nel mio paese d'origine, l'Italia, trascorrerà tutto il tempo necessario in ospedale con un'attenta e altamente specializzata assistenza medica giornaliera, in molti altri paesi la nascita pretermine equivale a una pena di morte: le complicazioni derivanti dalla nascita prematura, infatti, rappresentano il 35% delle cause di mortalità neonatali.
I paesi in cui sono in corso conflitti sono i luoghi più pericolosi dove far nascere e crescere i bambini. Alcuni dei più alti tassi di mortalità infantile sono osservati in stati con situazioni instabili: tra i 10 paesi con i più alti tassi di mortalità sotto i cinque anni, sette sono classificati dalla Banca mondiale come "paesi fragili", come la Somalia in testa alla lista con un tasso di 133 morti per 1000 nascite, o la Repubblica Centrafricana con 124 morti per 1.000 nascite. I tassi di mortalità infantile sono aumentati negli ultimi anni in Siria e in Yemen. La violenza continua e l'accesso ai servizi sanitari peggiora, e sono proprio i bambini tra i primi a pagarne il prezzo.
Con il trend attuale, 60 milioni di bambini moriranno prima del loro quinto compleanno tra il 2017 e il 2030. Allora cosa possiamo fare?
Dobbiamo aumentare gli sforzi per costruire e rafforzare i sistemi sanitari nei contesti più fragili. Dobbiamo migliorare non solo l'accesso, ma la qualità dei servizi sanitari, soprattutto attorno alla gravidanza, a parto e post partum, considerato che quasi la metà di tutte le morti avvengono entro il primo mese di vita di un bambino.
Dobbiamo rafforzare le conoscenze di genitori e operatori sanitari, fornire loro gli strumenti e il sostegno di cui hanno bisogno per poter allevare e crescere i propri figli, incluse informazioni relative all'allattamento o a vari metodi come per esempio quello della "kangaroo mother care" – il metodo della madre canguro per la cura dei neonati prematuri.
Dobbiamo inoltre continuare a investire nelle innovazioni, come lo sviluppo di nuovi vaccini, per riuscire a superare alcune delle sfide più difficili. È anche necessario sviluppare ulteriormente e integrare al meglio il nostro lavoro sui determinanti sociali della salute, come la nutrizione, l'accesso all'acqua potabile e ai servizi igienici e sanitari.
Ma le soluzioni per arrestare la mortalità infantile non riguardano solo interventi biomedici o relativi all'erograzione dei servizi sanitari. Dobbiamo dare voce a genitori e famiglie che sopportano il dramma della perdita dei loro figli, devono essere messi nelle condizioni di poter accedere ai servizi, di essere coinvolti nella loro progettazione e di poter chiedere riscontro ai leader politici per gli impegni presi.
E soprattutto, dobbiamo suonare un campanello d'allarme e ricordare ai leader mondiali che ogni giorno 15.000 morti di bambini non possono essere accettate come un fenomeno normale o comune.
L'inaccettabilità morale deve essere considerata tra gli impegni politici prioritari in modo che i neonati e i bambini dal Ciad alla Cina fino ad arrivare al Canada abbiano le stesse possibilità di sopravvivere e di avere una vita dignitosa.
Immaginatevi un grande evento, un concerto, un evento sportivo o una conferenza con migliaia di persone. Pensate a quella folla di persone, alle diversità, al loro dinamismo. E poi immaginiamo questo numero: ogni giorno nel mondo 15.000 bambini muoiono prima del loro quinto compleanno per cause prevenibili. 7.000 muoiono prima di raggiungere il 28° giorno di vita. E le cause sono spesso complicazioni durante il parto, oppure malattie come la diarrea o la polmonite.
Sono le nuove stime sulla mortalità infantile pubblicate pochi giorni nel nuovo rapporto dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, Unicef, Banca mondiale e la Divisione delle Nazioni Unite sulla Popolazione, secondo cui nel 2016 circa 5,6 milioni di bambini sono morti prima del loro quinto compleanno.
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Dal più raro al più potente, quante storie per un passaporto
di Vittorio Sabadin, su www.lastampa.it (23/10/2017)

I cittadini tedeschi hanno, insieme a quelli di Singapore, il passaporto più potente del mondo: possono visitare 158 Stati su 218 senza avere bisogno di un visto. Gli italiani non sono distanti in classifica, e possono andare liberamente in 156 nazioni, una in più degli americani. Sono molte le cose che non sappiamo del nostro passaporto e uno sguardo al divertente sito passport index e al libro The Secrets of Your Passport di Martin Lloyd riserva sorprese molto interessanti.
I colori, per esempio. I passaporti del mondo ne usano solo quattro: rosso, verde, blu e nero. Il verde, per motivi religiosi, è legato a Paesi islamici come l’Arabia Saudita, il Pakistan o il Marocco. Il bordeaux è caratteristico dei Paesi europei e della Turchia. Il blu identifica subito i cittadini americani e del Regno Unito, il nero Paesi africani come Ciad, Burundi, Botswana, Gabon, Malawi e Angola. Chi vuole distinguersi, come gli svizzeri, utilizza passaporti di un rosso accesso, preferito anche nei Paesi scandinavi.
I cittadini tedeschi hanno, insieme a quelli di Singapore, il passaporto più potente del mondo: possono visitare 158 Stati su 218 senza avere bisogno di un visto. Gli italiani non sono distanti in classifica, e possono andare liberamente in 156 nazioni, una in più degli americani. Sono molte le cose che non sappiamo del nostro passaporto e uno sguardo al divertente sito passport index e al libro The Secrets of Your Passport di Martin Lloyd riserva sorprese molto interessanti. 
I colori, per esempio. I passaporti del mondo ne usano solo quattro: rosso, verde, blu e nero. Il verde, per motivi religiosi, è legato a Paesi islamici come l’Arabia Saudita, il Pakistan o il Marocco. Il bordeaux è caratteristico dei Paesi europei e della Turchia. Il blu identifica subito i cittadini americani e del Regno Unito, il nero Paesi africani come Ciad, Burundi, Botswana, Gabon, Malawi e Angola. Chi vuole distinguersi, come gli svizzeri, utilizza passaporti di un rosso accesso, preferito anche nei Paesi scandinavi.
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Lo ius soli non spalanca le porte agli immigrati, è tempo di spiegare bene agli italiani di che si tratta
di Antonella Napoli, su www.huffingtonpost.it (15/10/2017)

Il diritto a una nazionalità è sancito nella dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Basterebbe già questo per zittire quanti blaterano di 'sopruso' nei confronti degli italiani nell'approvare una legge che applichi il principio dello 'ius soli'.
Per chi non lo sapesse, e sono in tanti, questo termine latino - letteralmente diritto (ius) del suolo (soli genitivo di solum)- che sancisce il diritto all'acquisizione della cittadinanza nel Paese sul cui territorio si nasce, indipendentemente dalla nazionalità dei genitori, è applicato in varie forme nella gran parte dei paesi europei e in assoluto in quelli occidentali.
Ciò non vuol dire che se l'Italia lo adottasse così come è previsto dal disegno di legge che dovrebbe introdurlo, con un profilo 'temperato', tutti i bambini partoriti da donne incinte arrivando oggi nel nostro Paese su barconi di fortuna sarebbero considerati italiani.
Ma i professionisti della speculazione politica e in cerca di consenso elettorale vogliono far passare questa verità che, giustamente o meno, allarma l'opinione pubblica.
E allora tocca fare chiarezza. Una volta per sempre. Soprattutto oggi che il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni dal palco dell'Eliseo, dove si festeggiavano i dieci anni del Partito democratico, ha garantito che l'approvazione di questa legge di civiltà resta una priorità del suo governo.
Lo farò come se lo stessi spiegando a un bambino di cinque anni. In modo semplice.
Intanto, traducendo direttamente dalla Universal Declaration of Human Rights approvata dall'assemblea generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre del 1948, l'articolo 24 del Patto internazionale sui diritti civili e politici recita: ogni fanciullo, senza alcuna discriminazione sulla razza, il colore, il sesso, la lingua, la religione, l'origine nazionale o sociale, deve essere registrato immediatamente dopo la nascita e deve avere un nome. Ogni bambino ha il diritto di acquisire una cittadinanza.
E l'articolo 7 precisa che: gli Stati firmatari della presente dichiarazione devono garantire l'applicazione di questi diritti in conformità della loro legislazione nazionale e dei loro obblighi ai sensi degli strumenti internazionali pertinenti in questo settore, in particolare quando il bambino risulterebbe altrimenti apolide.
Con queste indicazioni, i sottoscrittori della dichiarazione del '48 tra cui ovviamente l'Italia, hanno assunto l'impegno a rispettare il diritto dei minori costretti a nascere al di fuori del proprio Paese di origine, ma anche dei figli di lavoratori migranti ad acquisire una nazionalità all'atto della registrazione dopo la nascita.
Tra gli Stati che finora hanno preso alla lettera le prescrizioni delle Nazioni Unite e non si limitano come in Italia al riconoscimento della cittadinanza secondo il principio dello ius sanguinis ('diritto di sangue') ovvero bambini nati da almeno un genitore italiano, i discendenti che sono in grado di dimostrare la catena parentale fino ai parenti italiani e i figli di ignoti nati in Italia, i più virtuosi in Europa sono la Francia, la Germania, l'Irlanda e la Gran Bretagna.
Il Regno Unito, anche se con la Brexit potrebbe modificare la normativa in materia di cittadinanza, pur non avendo uno ius soli alla nascita garantisce un accesso facilitato alla nazionalità britannica.
Il bambino che nasce sul territorio inglese anche da un solo genitore già in possesso della nazionalità Uk o che è legalmente residente nel Paese da tre anni è automaticamente cittadino del Regno Unito, diritto che si acquisisce anche dopo tre anni di matrimonio con un britannico.
In Irlanda, che come l'Italia riconosce il principio dello ius sanguinis, se un bambino nasce da genitori di cui almeno uno risiede nel Paese regolarmente con un permesso di soggiorno da non meno di tre anni è di diritto irlandese.
Seppur con maggiori restrizioni, anche in Germania è possibile accedere da stranieri alla cittadinanza tedesca. Dal primo gennaio del 2000 è entrato in vigore uno ius sanguinis meno rigido. Tutti i bambini nati da quella data sono riconosciuti 'cittadini' della Germania anche se entrambi i genitori non sono tedeschi. L'unica condizione è che uno dei genitori sia legalmente residente nel Paese da otto anni e abbia un diritto di soggiorno oppure viva lì da tre anni ma con un permesso di soggiorno permanente.
Il sistema più simile a quello italiano, ma che ha adeguato la legislazione in merito alla cittadinanza, è quello francese. Pur non esistendo uno ius soli puro, chi nasce nel territorio del Paese e ha vissuto stabilmente in Francia per un periodo di almeno cinque anni può ottenere la nazionalità quando compie la maggiore età. I figli nati da un genitore straniero nato in Francia viene invece considerato automaticamente francese.
Nonostante l'avvento dell'amministrazione Trump, restano in assoluto gli Stati Uniti il più grande Paese in cui per nascita si applica lo ius soli e dunque si è cittadini americani per il semplice fatto di essere nati sul territorio Usa. La cittadinanza americana dura tutta la vita, a meno che non si rinunci ad essa.
Con l'entrata in vigore del 14esimo Emendamento della Costituzione il 9 luglio 1868, la nazionalità delle persone nate in America è stata regolata da una clausola in cui si afferma: "Tutte le persone nate o naturalizzate negli Stati Uniti, e soggette alla loro giurisdizione, sono cittadini americani e dello Stato in cui risiedono".
In Italia non si vuole arrivare a tanto. Se il ddl in attesa di calendarizzazione in Senato, con la speranza che possa essere approvato entro la fine della legislatura - come si è impegnato a fare il premier Gentiloni - un bambino nato in Italia ottiene la cittadinanza se almeno uno dei due genitori si trova legalmente nel paese da almeno 5 anni ed è in possesso di un permesso di soggiorno, un reddito non inferiore all'importo annuo dell'assegno sociale, vive in un'abitazione con i requisiti di idoneità previsti dalla legge e ha superato un test di conoscenza della lingua italiana.
L'altra strada per ottenere la cittadinanza è quella del cosiddetto ius culturae, e passa attraverso il sistema scolastico italiano.
I minori stranieri nati in Italia o arrivati entro i 12 anni che abbiano frequentato le scuole italiane per almeno 5 anni potranno chiedere la cittadinanza italiana, come i ragazzi nati all'estero ma che arrivano in Italia fra i 12 e i 18 anni trascorrendone almeno sei anni nel nostro Paese e dopo avere frequentato a loro volta un intero ciclo scolastico.
Insomma, quanto fanno già i nostri figli che sono italiani.
Il diritto a una nazionalità è sancito nella dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Basterebbe già questo per zittire quanti blaterano di 'sopruso' nei confronti degli italiani nell'approvare una legge che applichi il principio dello 'ius soli'.
Per chi non lo sapesse, e sono in tanti, questo termine latino - letteralmente diritto (ius) del suolo (soli genitivo di solum)- che sancisce il diritto all'acquisizione della cittadinanza nel Paese sul cui territorio si nasce, indipendentemente dalla nazionalità dei genitori, è applicato in varie forme nella gran parte dei paesi europei e in assoluto in quelli occidentali.
Ciò non vuol dire che se l'Italia lo adottasse così come è previsto dal disegno di legge che dovrebbe introdurlo, con un profilo 'temperato', tutti i bambini partoriti da donne incinte arrivando oggi nel nostro Paese su barconi di fortuna sarebbero considerati italiani.
Ma i professionisti della speculazione politica e in cerca di consenso elettorale vogliono far passare questa verità che, giustamente o meno, allarma l'opinione pubblica.
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In Europa diversi modi per acquisire la cittadinanza

 

di Giuseppe Terranova, su www.educare.it (1/10/2017)

 

Nel dibattito controverso sullo Ius Soli, è interessante confrontare le diverse modalità con cui alcuni Paesi Europei consentono di acquisire la cittadinanza.
Italia: Le legge n.91 del 5 febbraio 1992 modificando, in parte, la disciplina sulle modalità di concessione della cittadinanza in vigore dal 1912, ha confermato che i figli degli immigrati che nascono nel nostro paese non acquisiscono automaticamente lo status civitatis. Ma solo se lo richiedono tra il diciottesimo e il diciannovesimo anno di età dimostrando di aver risieduto in Italia senza interruzioni fino al compimento dei diciotto anni.
Germania: La legge del 15 luglio 1999 riformando la disciplina sulle modalità di concessione della cittadinanza in vigore dal 1913, ha stabilito che i figli degli immigrati che nascono sul territorio tedesco acquisiscono lo status civitatis se uno dei genitori risiede stabilmente nel paese da almeno 8 anni ed è in possesso di regolare autorizzazione al soggiorno o di permesso di soggiorno illimitato da almeno 3 anni.
Francia: La legge del 1998 ha, in parte, riformando la disciplina sulle modalità di concessione della cittadinanza in vigore dal 1889, ha stabilito che i figli degli immigrati che nascono sul territorio francese acquisiscono lo status civitatis se uno dei due genitori è nato in Francia. In caso contrario, acquisisce automaticamente la cittadinanza francese al momento della maggiore età se, a quella data, ha la propria residenza in Francia o vi ha avuto la propria residenza abituale durante un periodo, continuo o discontinuo, di almeno 5 anni, dall’età di 11 in poi. Le autorità pubbliche e gli istituti di insegnamento sono tenuti a informare le persone interessate sulle disposizioni normative in materia.
Regno Unito: La legge del 1981 riformando la disciplina sulle modalità di concessione della cittadinanza in vigore dal 1913, ha stabilito che i figli degli immigrati che nascono sul territorio inglese acquisiscono lo status civitatis se uno dei genitori abbia acquisito il diritto a stabilirsi (to settle) nel Regno Unito. In caso contrario, le alternative sono due. La prima, se successivamente uno dei genitori diventa cittadino britannico o riceve il diritto di stabilirsi (to settle), il figlio può fare domanda di naturalizzazione, ma prima del compimento della maggiore età.
La seconda, il figlio può inoltre fare domanda per acquisire lo status civitatis se ha vissuto nel Regno Unito per i primi 10 anni dopo la nascita, non essendosi assentato per più di 90 giorni in ciascuno di questi anni.
Spagna: In attuazione dell’articolo 11 della Costituzione del 1978, il governo spagnolo ha approvato diverse leggi sulle modalità di concessione della cittadinanza. Quella in vigore è del 2002. In base alla quale i figli degli immigrati che nascono in Spagna acquisiscono lo status civitatis anche se i genitori non sono nati in Spagna e non ne hanno la cittadinanza.
Fonte: West, 22/09/2017
Nel dibattito controverso sullo Ius Soli, è interessante confrontare le diverse modalità con cui alcuni Paesi Europei consentono di acquisire la cittadinanza.

Italia:
Le legge n.91 del 5 febbraio 1992 modificando, in parte, la disciplina sulle modalità di concessione della cittadinanza in vigore dal 1912, ha confermato che i figli degli immigrati che nascono nel nostro paese non acquisiscono automaticamente lo status civitatis. Ma solo se lo richiedono tra il diciottesimo e il diciannovesimo anno di età dimostrando di aver risieduto in Italia senza interruzioni fino al compimento dei diciotto anni.

Germania:
La legge del 15 luglio 1999 riformando la disciplina sulle modalità di concessione della cittadinanza in vigore dal 1913, ha stabilito che i figli degli immigrati che nascono sul territorio tedesco acquisiscono lo status civitatis se uno dei genitori risiede stabilmente nel paese da almeno 8 anni ed è in possesso di regolare autorizzazione al soggiorno o di permesso di soggiorno illimitato da almeno 3 anni.
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Imparare con "stile"
Le più recenti teorie sull’apprendimento sottolineano differenze individuali nei modi di pensare e di apprendere. La prova più immediata dell’esistenza di differenze nei processi cognitivi la si raccoglie osservando come persone, sostanzialmente simili per capacità intellettive generali, affrontino determinati compiti in maniera diversa. Chi di noi non ha esperienza di compagni di studio con cui non si “trova” perché non condivide lo stesso “metodo”? O di colleghi di lavoro che, seppur stimabili e bravissimi, approcciano i problemi in modo molto dissimile dal nostro? Queste variazioni si riscontrano in qualsiasi ambito dell’attività cognitiva. E’ infatti appannaggio dell’esperienza comune notare differenze nei modi di affrontare gli stessi compiti, di memorizzare le stesse informazioni, di utilizzare le medesime strategie o di avere le stesse attitudini.
Non solo dunque gli individui appaiono diversi per le diverse intelligenze che sviluppano (rif. H. Gardner) , ma anche per i diversi stili di pensiero che acquisiscono. Gli stili di pensiero si definiscono quindi come “modalità di preferenza” di funzionamento della mente. Gli individui infatti posseggono differenti modalità di elaborazione dell’informazione e imparano utilizzando strategie e ritmi differenti (stili di apprendimento). Detti stili, pur fondandosi su una predisposizione di base, possono essere modificati dalle circostanze ambientali e dall’educazione. Non sono cioè fissi, né immutabili, né immodificabili. Ma flessibili ed in continua evoluzione.
Indubbie sembrano quindi le implicazioni in ambito didattico di tali assunti. Apparirebbe infatti doveroso, da parte del docente, indagare le differenze individuali nei differenti modi di apprendere dei propri studenti per poi orientare opportunamente le pratiche didattiche.. Un educatore consapevole delle differenze individuali nei modi di pensare ed apprendere dei propri discenti ha il dovere di variare stile di insegnamento e strategie didattiche per meglio incontrare le inclinazioni dei propri alunni e valorizzarne i differenti talenti. Se uno studente mostra qualche difficoltà scolastica, non necessariamente tale difficoltà è da imputare ad una mancanza di abilità o capacità. Le discordanze tra il modo di insegnare del docente e il modo di apprendere dello studente possono ingenerare infatti difficoltà di apprendimento. Appare quindi ragionevole pensare che il concetto di “stile di pensiero” possa rappresentare una chiave di accesso fondamentale per la lettura di numerosi insuccessi scolastici, dovuti magari alla incompatibilità fra le modalità di apprendere degli studenti e le caratteristiche del docente e del suo metodo di insegnamento. Dalla prospettiva della teoria degli stili, dunque, pochi metodi di insegnamento possono essere migliori per tutti. Possono essere migliori in media, ma le medie non considerano le differenze individuali. Il soggetto che apprende dovrebbe essere posto al centro del progetto educativo, stimolando la dovuta riflessione intorno agli stili di insegnamento e alle più adeguate metodologie didattiche e modalità di approccio alle singole discipline. Contestualmente, ogni studente dovrebbe, invece, essere portato a scoprire il suo “buon” metodo di studio, fatto di quelle strategie che già conosce e utilizza in maniera matura, correggendo gli errori che commette ed eventualmente implementando la conoscenza di altre nuove strategie che, sulla base del contesto, può applicare in maniera flessibile.
I recenti progressi compiuti nell’analisi dell’apprendimento (anche in ambito sociale) confermano la validità dei processi educativi incentrati sull’individuo. I risultati riconoscono l’importanza della costruzione sociale del sapere, ma sottolineano nel medesimo tempo i fondamentali processi di controllo personale che presiedono all’apprendimento, in specie per quanto riguarda l’organizzazione della conoscenza. Da questi studi emerge in modo evidente che i sistemi educativi potranno conseguire risultati più soddisfacenti nella misura con cui sapranno puntare sullo sviluppo dell’esperienza personalizzata. Il futuro della scuola, insomma, non andrebbe più scandito dalla trasmissione di saperi codificati, ma da sequenze di apprendimenti e di esperienze regolati in funzione dei compiti da svolgere e organizzati in modo tale da permettere allo studente di ritrovare il proprio stile di apprendimento e, contestualmente, di sviluppare abilità e strategie per acquisire nuovi modi di pensare .
di Beatrice Aimi, su www.educationduepuntozero.it (22/9/2017)

Le più recenti teorie sull’apprendimento sottolineano differenze individuali nei modi di pensare e di apprendere. La prova più immediata dell’esistenza di differenze nei processi cognitivi la si raccoglie osservando come persone, sostanzialmente simili per capacità intellettive generali, affrontino determinati compiti in maniera diversa. Chi di noi non ha esperienza di compagni di studio con cui non si “trova” perché non condivide lo stesso “metodo”? O di colleghi di lavoro che, seppur stimabili e bravissimi, approcciano i problemi in modo molto dissimile dal nostro? Queste variazioni si riscontrano in qualsiasi ambito dell’attività cognitiva. E’ infatti appannaggio dell’esperienza comune notare differenze nei modi di affrontare gli stessi compiti, di memorizzare le stesse informazioni, di utilizzare le medesime strategie o di avere le stesse attitudini.
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Quando emigra la politica
di Ilvo Diamanti, su www.repubblica.it (17/9/2017)

L’immigrazione, ormai, è “l’emergenza”. Che divide la società. Ma anche la politica. Tanto da indurre Luigi Zanda, presidente dei senatori Pd, a rinviare il voto del Senato sullo “Ius soli”. A data da destinarsi. Sul Ddl, la maggioranza di governo oggi non ha la maggioranza. Domani si vedrà. Il diritto dei figli di immigrati nati in Italia: negato. Per paura. Per paura delle paure. Che, certo, in Italia, sono diffuse. Ma, forse, non quanto in Parlamento. Un segno, l’ultimo, dell’impotenza della politica in Italia. Incapace di decidere. Tanto più, in attesa delle prossime elezioni. L’indagine dell’Osservatorio Europeo sulla Sicurezza, curato da Demos (con la Fondazione Unipolis e l’Osservatorio di Pavia) rileva, d’altronde, come la percezione di insicurezza, suscitata dagli immigrati, nelle ultime settimane, abbia raggiunto gli indici più elevati, da 10 anni a oggi: il 46%. Bisogna risalire all’autunno del 2007 per trovare un indice più elevato: 51%. Mentre nel 1999, quasi vent’anni fa, il timore degli immigrati risultava altrettanto diffuso. In entrambi i casi, si trattava di stagioni elettorali molto “calde”.
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Quando il razzismo mistifica l’inferno dei disperati
di Maria Cristina Serra, su www.articolo21.org (9/9/2017)

Se un popolo si sente minacciato e si esprime a tinte forti, abdicando alla Ragione, vuole dire che il suo Declino è iniziato. Se il nostro paese annega ogni giorno di più nella crisi strutturale economica, sociale e culturale, non ci dobbiamo meravigliare se a prendere il sopravvento siano gli istinti più bellicosi. Meravigliarci no, ma indignarci certamente sì! Se poi la tanto invocata “libertà di stampa” (prezioso puntello di ogni democrazia) diventa invece il megafono per una “libertà di linciaggio”, una caccia alle streghe possibilmente di colore scuro, allora vuol dire che il senso del pudore e ciò che resta dell’Etica evaporano al bordo della voragine in cui si rischia di precipitare.
Da troppo tempo, è in atto un sottile stillicidio di disinformazione e avvelenamento della pubblica opinione, agitando fantasmi, paure, ataviche avversioni verso qualsiasi tipo di “diversità”, considerata alla stregua di oltraggiose contaminazioni nei confronti di una presunta “purezza” originaria da preservare. Che le pericolose “invasioni” siano rappresentate da insetti o da esseri umani, ormai non fa più differenza!
Miseria e malattie antiche bussano insistentemente alle nostre porte e “cavalieri senza macchia e senza paura” sfoderano le spade e le lingue avvelenate, per erigere fortini in difesa! Si invocano marce su Roma, caccia spietata all’untore di turno, dimenticando, omettendo, mistificando ad arte i problemi reali che affliggono il Paese (ormai avviato verso un declino di pochezza morale e materiale). Non è più il caso di ridimensionare questo imbarbarimento: è oggettivamente difficile contabilizzare la dimensione dell’idiozia generalizzata, dei focolai accesi e sparsi, pronti ad alimentare mille incendi.
Vorrei condividere un episodio personale per rendere il profondo disagio che avverto di fronte all’ondata di razzismo, ormai incontenibile. Sono trascorsi alcuni mesi, ma il ricordo è indelebile. In questi giorni riaffiora. Mi trovavo in una stazione della Metro “A” di Roma, in ritardo per un appuntamento. Non avevo trovato i biglietti nei bar circostanti e nell’unica tabaccheria di zona e avevo una banconota da 20 euro. Le macchinette erano difettose. Il personale di vigilanza insensibile alla mia richiesta di aiuto. La gente cui chiedevo il favore di cambiare la banconota mi sfuggiva. L’unico che si è fermato in mio soccorso è stato un uomo “color cioccolato”, modestamente vestito, con un pesante borsone sulle spalle; non aveva da cambiare, ma senza esitazione mi ha regalato uno dei suoi biglietti, sorridendomi. Al mio dilungarmi in ringraziamenti, ha tagliato corto: anche lui andava di fretta. L’ho visto sparire tra la folla, un uomo fra tanti, ma più generoso degli altri.
Ho pensato a lui in questi giorni, scorrendo anche la mia pagina Facebook. Quanti “amici benpensanti” e ben introdotti nel mondo reale, che “conta”, si dannano l’anima per la presunta “ondata di emigranti” in procinto di invadere e contaminare la nostra civiltà. O meglio ciò che ne resta! Forse anche Lui era arrivato dal mare, con i suoi fagotti stracciati di speranze, illusioni, in cerca di pane e opportunità, lontano dalla sua terra arida, desertica, divorata dal sole e devastata dalle guerre, ormai prodiga solo di lacrime e sangue.
Guardo la cartina dell’Africa e penso al “Quadrilatero della morte”, che si estende tra Sudan, Etiopia, Eritrea, Nigeria, Ciad e Libia, ormai disseminato da cadaveri senza nomi e senza numeri, attraversato da donne, bambini e uomini disperati, alla mercé di passaggi di “sfortuna”. Tentano di arrivare sulle coste con la fievole illusione di trovare, seppure a caro prezzo, un’imbarcazione che li conduca a sponde più sicure di quelle che si lasciano alle spalle. I listini dei prezzi oscillano in base ai loro punti partenza e dei rischi nel percorso. Gli eserciti dei paesi africani dittatoriali, anche finanziati “per scopi umanitari” dall’Unione Europea, hanno sigillato molti confini e schierato spietate bande armate, impegnate nel loro smistamento, che spesso si trasformano in decimazione. Le milizie nomadi libiche dirigono il traffico, così come quelle somale. Gli emigranti vengono svenduti come fossero prodotti da supermercato discount: esseri umani ridotti a merce deperibile. Uno parte gratis, se dietro se ne porta 3 o 4 paganti.
Abusi, torture, sfruttamenti sono all’ordine del giorno ed è grazie alle denunce di “Medici senza frontiere”, se il mondo si è fermato un attimo a riflettere. Sul numero imprecisato degli annegati nel Mediterraneo ormai si è steso un velo pietoso. Sui campi di concentramento in Libia, grazie a coraggiosi reportage, si sono accesi i fari, scoprendo una realtà che contrasta con l’ufficialità dei governi. Ora il traffico dei barconi e dei gommoni della morte sembra sospeso. Più redditizio sembra trattenere in detenzione nei campi quanti vorrebbero partire. I mercanti di schiavi hanno scoperto un altro orrendo business, arricchendosi come col traffico di armi e droga.
I veri e inconfessabili accordi tra i rappresentanti dei governi europei ed africani restano in ombra e sfuggono alla pubblica opinione. Alla gestione dei flussi lungo la “Rotta del Mediterraneo centrale” i funzionari pubblici in Libia ormai affiancano le bande tribali locali. In un Rapporto delle Nazioni Unite, pubblicato nel dicembre del 2016, veniva già denunciato come la corruzione è alle stelle, le prigioni e i campi di lavoro e di detenzione forzata, pubblici e privati, versano in condizioni disumane. Stando sempre alle stime dell’ONU si conterebbero all’incirca 30 centri di questo tipo, sotto la tutela della Direzione di “Lotta contro la migrazione illegale” (DCMI), dipendente direttamente dal ministero dell’Interno. A queste “prigioni speciali” si affiancano altrettante prigioni ufficiose, gestite dalle milizie armate. In tutte queste strutture della “disperazione” sarebbero stipati sui 7 mila rifugiati ciascuna. Più o meno 500 mila disperati: carne umana dai profitti garantiti e senza alcun rischio.
Un inferno raccontato dai pochi cronisti che sono potuti entrare clandestinamente in alcune prigioni di Gharian, Sorman, Zaouia vicino Tripoli. In maggioranza sono maschi, ma ci sono anche molte donne che subiscono regolarmente violenze sessuali, che partoriscono in mezzo alla sporcizia. Mancano cibo e medicine, i neonati sono denutriti e coperti alla meno peggio di cenci. Tutti partono allo sbaraglio, non prevedendo l’atroce inganno ordito dai carcerieri che li attendono. Il Destino stavolta non ha nessuna colpa. Credono che una volta arrivati in Libia, dopo una settimana, più o meno, dovrebbero approdare sulle spiagge italiane, per poi disperdersi nel resto d’Europa. All’orizzonte vedono già un lavoro e la dignità finora calpestata. Ma a Sebha, la più grande oasi della regione del Fezzan, nel pieno Sahara, comprendono che la loro odissea è appena agli inizi. Regolarmente derubati di tutto quel poco che hanno, agli uomini addirittura vengono tagliati gli orli dei pantaloni, per scoprire se vi sono nascosti piccoli “tesori”; spesso ai loro familiari rimasti a casa vengono richiesti i riscatti in cambio della vita.
C’è poi anche un’altra realtà: quella di centinaia di migliaia di emigranti dai paesi confinanti bloccati da tempo in Libia, dove erano andati per lavorare regolarmente. In gran parte sono nigeriani e provenienti dall’Africa Subsahariana, occupati nei lavori più umili, inizialmente retribuiti, ma poi trattenuti all’infinito, come ostaggi, in attesa di un salario e quindi costretti a lavorare gratuitamente. L’economia della Libia, dopo la caduta di Gheddafi, è allo sbando, come le strutture statali e finanziarie del paese. La valuta si cambia e si contrabbanda al mercato nero, sotto il controllo delle milizie armate. E intanto le grandi corporation energetiche macinano profitti.
Questo è il paese col quale l’Italia ha stretto un patto “umanitario” per bloccare sulle spiagge tripolitane il “pericolo dell’invasione” dei disperati della terra.
Se un popolo si sente minacciato e si esprime a tinte forti, abdicando alla Ragione, vuole dire che il suo Declino è iniziato. Se il nostro paese annega ogni giorno di più nella crisi strutturale economica, sociale e culturale, non ci dobbiamo meravigliare se a prendere il sopravvento siano gli istinti più bellicosi. Meravigliarci no, ma indignarci certamente sì! Se poi la tanto invocata “libertà di stampa” (prezioso puntello di ogni democrazia) diventa invece il megafono per una “libertà di linciaggio”, una caccia alle streghe possibilmente di colore scuro, allora vuol dire che il senso del pudore e ciò che resta dell’Etica evaporano al bordo della voragine in cui si rischia di precipitare.
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Voci dall'inferno. È chiedere troppo di ascoltarle?
di Umberto De Giovannangeli, su www.huffingtonpost.it (31/8/2017)

Quelle voci non hanno la forza per raggiungere i palazzi del potere in Europa, là dove si decidono le strategie, si litiga sulle quote, si cerca di contenere l'"invasione" dei migranti. Ma quelle voci esistono per chi le vuole ascoltare. E raccontano dell'inferno che alberga nella Sponda Sud del Mediterraneo.
Darne conto è un dovere morale, oltre che un servizio che ridà dignità e spessore al mestiere di giornalista. Violenze di ogni genere, detenzioni illegali, stupri e torture. È quanto denunciano di subire in Libia migranti e rifugiati secondo il nuovo rapporto "L'inferno al di là del mare": è il titolo di un recente rapporto diffuso da Oxfam, Borderline Sicilia, Medu (Medici per i Diritti Umani).
Il rapporto dà voce a centinaia di persone - arrivate in Sicilia negli ultimi 12 mesi - che raccontano di essere state picchiate, abusate, vendute e arrestate illegalmente dalle milizie locali, dai trafficanti di esseri umani e dalle bande armate che "controllano" gran parte del territorio libico. Uomini, donne e bambini fuggiti da guerra, persecuzioni e povertà nei paesi di origine, arrivate con attese e speranze di una vita migliore in quella Libia divenuta la porta d'Europa, per poi scoprire di essere finite in un vero e proprio inferno.
"Non ti senti più un essere umano". Con questa frase si potrebbe riassumere gran parte delle testimonianze raccolte. Una fotografia in cui l'84% delle persone intervistate ha dichiarato di avere subito trattamenti inumani tra cui violenze brutali e tortura, il 74% ha dichiarato di aver e assistito all'omicidio o alla tortura di un compagno di viaggio, l'80% di aver subito la privazione di acqua e cibo e il 70% di essere stato imprigionato in luoghi di detenzione ufficiali o non ufficiali.
"Sono stato arrestato da una banda armata mentre stavo camminando per la strada a Tripoli- racconta H.R, 30 anni dal Marocco - mi hanno portato in una prigione sotterranea e mi hanno detto di chiedere il riscatto alla mia famiglia (...) Mi hanno picchiato e ferito diverse volte con un coltello. (...) Un muscolo nel mio braccio sinistro è stato completamente lacerato (...) Stavo per morire a causa delle botte (...) Violentavano regolarmente gli uomini. Per spaventarci, in varie stanze amplificavano le urla per le violenze a cui gli altri detenuti erano sottoposti".
"(...) C'erano circa 300 persone nella prigione (...). Mi hanno fatto fare qualsiasi tipo di lavoro (...). Ci davano da mangiare raramente. Mi picchiavano, a volte mi hanno torturato (...)" – aggiunge C.B., 28 anni, arrivato in Libia dal Gambia. "(...) Ho lasciato il mio paese e ho raggiunto mio fratello in Libia – ricorda K.M. , 27 anni, originaria della Costa d'Avorio, intervistata al CARA di Mineo - Un giorno un gruppo di soldati è entrato nella nostra casa. (...) Mi hanno picchiata e sono stata violentata davanti a mio fratello e mia figlia. Mio fratello ha cercato di difendermi ed è stato picchiato selvaggiamente (...)."
"Si tratta di testimonianze talmente atroci da essere al limite della nostra comprensione – afferma la direttrice delle campagne di Oxfam Italia, Elisa Bacciotti – Racconti di migranti che stiamo aiutando da un anno con il progetto OpenEurope in gran parte della Sicilia, che ci restituiscono uno spaccato inaccettabile di ciò che accade dall'altra parte del Mediterraneo. "Di fronte a questa situazione c'è da chiedersi - conclude Bacciotti - dove stia finendo il senso di umanità dell'Europa e di molti Stati Membri, che nella migliore delle ipotesi, sembrano disposti ad offrire ai paesi africani un aiuto rivolto esclusivamente al controllo delle frontiere, e non alla protezione dei diritti umani.
Di fronte alla palese violazione dei diritti umani dei migranti in Libia, desta particolare preoccupazione quindi l'obiettivo di Italia e UE di rafforzare il controllo dei flussi migratori non solo da Italia a Libia ma anche con finanziamenti a paesi di transito come Niger, Mali, Etiopia, Sudan e Ciad, dietro una loro maggiore collaborazione nel controllo delle frontiere e nelle procedure di rimpatrio e espulsione, ma senza chiedere loro di rispettare standard nella tutela dei diritti umani dei migranti. Queste misure sembrano tracciare un disegno volto alla chiusura della rotta centrale del Mediterraneo, senza però che vengano predisposti meccanismi di ingresso regolari e sicuri verso l'Italia e l'Europa" . Il rischio è quindi quello di creare così "nuovi inferni" per le persone in fuga da conflitti, abusi, violenze, fame e povertà.
"Uno scenario in cui la vita di centinaia di migliaia di migranti sarebbe ancor più alla mercé delle reti di trafficanti di esseri umani che non operano solo attraverso il Mediterraneo, ma direttamente in Libia e nel continente africano. Facendo aumentare il numero dei morti in mare, che nel 2016 sono stati quasi 6000 e sono 1985 dall'inizio dell'anno" – aggiunge Bacciotti. Uno scenario inaccettabile a cui va ad aggiungersi l'effetto dei primi rimpatri in Libia. "L'accordo stipulato dall'Italia con il cosiddetto Governo di Unità Nazionale libico di Al Sarraj qualora riuscisse a diventare pienamente operativo, manterrebbe o riporterebbe le persone indietro, in un paese dove regna il caos, con abusi sistematici dei diritti di chi scappa da guerra e povertà e dove i centri per i migranti sono dei veri e propri lager", continua Bacciotti. "Già nel 2012 la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo condannava l'Italia per avere effettuato respingimenti collettivi in mare verso la Libia, in forza dell'accordo bilaterale stipulato nel 2008 sotto il regime del colonnello Gheddafi, per violazione del divieto di trattamenti inumani e degradanti previsto dall'art. 3 della C.E.D.U. – dichiara Germana Graceffo di Borderline Sicilia - Oggi la Corte Penale Internazionale dell'Aja indaga la Libia per crimini contro l'umanità. E' inaccettabile che il governo italiano con questo tipo di accordi si renda complice in questi crimini, di cui prima o poi sarà tenuta a rispondere".
E l'inferno si materializza anche dalle testimonianze raccolte da Amnesty International. La maggior parte delle persone con cui Amnesty ha parlato ha denunciato di essere stata vittima di tratta di esseri umani. I migranti e i rifugiati sono presi dai trafficanti appena entrati in Libia o vengono venduti alle bande criminali. Parecchi di loro hanno riferito di pestaggi, stupri, torture e sfruttamento. Alcuni hanno assistito a uccisioni da parte dei trasportatori, altri hanno visto compagni di viaggio morire a causa delle malattie o dei maltrattamenti subiti.
"Quando arrivi in Libia, quello è il momento in cui inizia tutto, quando cominciano a picchiarti" – ha raccontato Ahmed, 18 anni, proveniente dalla Somalia e arrivato in Libia nel novembre 2015 attraverso il Sudan. I trasportatori si rifiutavano di dare da bere e a volte sparavano a chi supplicava un goccio d'acqua, come è successo a un gruppo di siriani che stava morendo di sete.
"Il primo siriano morto era un giovane, poteva avere 21 anni. Dopo ci hanno dato da bere ma nel frattempo era stato ucciso un altro siriano di 19 anni". I trasportatori hanno rubato gli oggetti personali dei due siriani morti e non hanno permesso di seppellirli. Paolos, 24 anni, un eritreo arrivato in Libia nell'aprile 2016 attraverso Sudan e Ciad, ha raccontato che i trasportatori hanno abbandonato un disabile nel deserto, poco dopo essere entrati in Libia diretti a Sabha.
"Hanno gettato un uomo dal pick-up lasciandolo nel deserto. Era ancora vivo. Era un disabile" – ha raccontato Paolos. Durante il viaggio Amnesty International ha parlato con 15 donne, la maggior parte delle quali ha raccontato di aver temuto di subire violenza sessuale in ogni momento del viaggio verso la costa libica. Gli stupri sono talmente comuni che molte donne assumono contraccettivi prima di mettersi in viaggio, onde evitare di rimanere incinte.
Il personale medico del centro d'accoglienza di Bari ha confermato di aver assistito altre donne che avevano avuto la stessa esperienza. In tutto, Amnesty International ha raccolto 16 testimonianze di persone che hanno subìto violenza sessuale o vi hanno assistito. La violenza è commessa dai trasportatori, dai trafficanti o dai gruppi armati, sia durante il viaggio che nella fase di attesa dell'imbarco verso l'Europa, quando le donne sono trattenute in abitazioni private o in fabbriche abbandonate lungo la costa.
Un'eritrea di 22 anni ha assistito alla violenza sessuale contro altre donne, una delle quali è stata sottoposta a uno stupro di gruppo poiché accusata erroneamente di non aver pagato il dovuto al trasportatore: "La sua famiglia non aveva i soldi per pagare una seconda volta. Allora cinque uomini libici l'hanno presa da parte e l'hanno stuprata. Era notte, nessuno di noi ha potuto far niente, avevamo troppa paura".
Ramya, un'altra eritrea di 22 anni, è stata stuprata più di una volta dai trafficanti che la tenevano prigioniera in un campo nei pressi di Ajdabya, nel nord-est della Libia, dove era entrata nel marzo 2015. "Dopo aver bevuto alcool e fumato hashish, le guardie entravano e sceglievano le donne. Poi le portavano fuori. Loro cercavano di opporsi ma quando hai una pistola puntata alla testa, non hai altra scelta se vuoi sopravvivere. Mi hanno stuprato due o tre volte. Non volevo perdere la vita".
Antoinette, 28 anni, proveniente dal Camerun, ha descritto i trafficanti che la tenevano prigioniera nell'aprile 2016: "Non gliene importa nulla se sei una donna o un bambino. Ci picchiano coi bastoni, sparano in aria per metterci paura... Avevo con me un bambino, forse per quello non mi hanno stuprata, ma l'hanno fatto alle donne incinte e a quelle che viaggiavano sole".
Rapimenti, sfruttamento ed estorsione Molti dei migranti e dei rifugiati incontrati da Amnesty International hanno raccontato di essere stati fatti prigionieri a scopo di riscatto. Erano tenuti in condizioni spesso squallide, privati di cibo e acqua, picchiati, minacciati e insultati costantemente. Semre, 22 anni, eritreo, ha testimoniato di aver visto quattro persone, tra cui un ragazzino di 14 anni e una donna di 22, morire di malattie e inedia durante la prigionia. "Nessuno li ha portati all'ospedale e alla fine li abbiamo dovuti seppellire noi stessi".
Il padre di Semre ha fatto arrivare i soldi del riscatto ma i trafficanti, anziché liberarlo, lo hanno venduto a un'altra banda di criminali. Saleh, 20 anni, eritreo, è entrato in Libia nell'ottobre 2016. I trafficanti lo hanno immediatamente portato in un hangar nella zona di Bani Walid, dove è rimasto 10 giorni. In quel periodo, ha visto un uomo che non poteva pagare il riscatto sottoposto a scariche elettriche mentre era in una vasca d'acqua.
"Minacciavano la stessa fine a chi non avesse avuto i soldi per pagare il riscatto" Saleh è finito in un altro campo gestito dai trafficanti dalle parti di Sabrata, vicino al mare. "Non sapevamo cosa sarebbe successo, se non che ci avrebbero tenuti lì fino a quando le nostre famiglie non avessero mandato i soldi. Nel frattempo ci costringevano a lavorare gratis nelle case, pulire e altre cose del genere. Non avevamo abbastanza cibo e l'acqua che ci davano da bere era salata. Molti di noi avevano malattie alla pelle. Gli uomini fumavano hashish e ci picchiavano coi calci delle pistole o con qualsiasi oggetto che avessero a portata di mano: pezzi di metallo, pietre. Era gente priva di cuore".
Voci dall'inferno. È pretendere troppo che siano ascoltate?
Quelle voci non hanno la forza per raggiungere i palazzi del potere in Europa, là dove si decidono le strategie, si litiga sulle quote, si cerca di contenere l'"invasione" dei migranti. Ma quelle voci esistono per chi le vuole ascoltare. E raccontano dell'inferno che alberga nella Sponda Sud del Mediterraneo.
Darne conto è un dovere morale, oltre che un servizio che ridà dignità e spessore al mestiere di giornalista. Violenze di ogni genere, detenzioni illegali, stupri e torture. È quanto denunciano di subire in Libia migranti e rifugiati secondo il nuovo rapporto "L'inferno al di là del mare": è il titolo di un recente rapporto diffuso da Oxfam, Borderline Sicilia, Medu (Medici per i Diritti Umani).
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Noi e i migranti, due alibi da sfatare. Aiutiamoli, a iniziare da casa nostra
di Francesco Gesualdi, su www. avvenire.it (29/8/2017)

La storia, alla fine presenta sempre il suo conto. L’emigrazione africana non è figlia di una sciagura transitoria, ma di un sistema di saccheggio di cui siamo stati e siamo ancora parte attiva, addirittura i suoi artefici. Per risolverla, dunque, è da qui che dobbiamo partire: dal nostro assetto produttivo e di consumo, dai nostri obiettivi economici, dai nostri rapporti commerciali, dal nostro assetto finanziario, dal nostro sostegno ai sistemi corruttivi e di rapina. Lo slogan giusto è «cambiamo le cose qui affinché cambino là». Per partire dovremmo porre uno stop serio alla vendita di armi e subito dopo dovremmo avviare nuovi rapporti economici.
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Cattive parole che aprono la strada al cattivo diritto
"Immigrati clandestini" e "soggetti la cui presenza in mare è finalizzata all’immigrazione clandestina": in quattro minuti di conferenza stampa, il Procuratore della Repubblica di Trapani parla dei migranti trasbordati dai barconi sulle navi delle Ong in mare aperto senza mai usare la parola "persone", "esseri umani", "donne e bambini in fuga", "profughi", "richiedenti asilo".
Nel linguaggio burocratico sono tutti «soggetti» o «immigrati clandestini» e questo linguaggio disumanizzante e dissacrante (perché ogni essere umano è sakros, cioè unico e inviolabile) apre la strada alla deformazione della pubblica opinione, che di fronte agli «uomini di legge» che additano i «soggetti la cui presenza in mare è finalizzata all’immigrazione clandestina» correrà a chiudere porte, coscienze, cuori e senso critico.
Il cattivo uso del linguaggio, troppo sottovalutato, è una parte importante del problema.
E per «cattivo» intendo esattamente ed etimologicamente «prigioniero» del proprio pregiudizio, che replicato dai media e rimbalzato di bocca in bocca diventa stereotipato «linguaggio comune».
Ma in questo caso il cattivo uso del linguaggio disegna anche la scenografia del cattivo uso del diritto.
Se è vero (ed è vero) che il salvataggio di vite umane in mare è un preciso dovere giuridico, se è vero che la stessa fattispecie di reato (articolo 12 Testo Unico Immigrazione) esclude la rilevanza penale di chi abbia agito per salvare qualcuno dal pericolo attuale di un danno grave alla persona (è lo stato di necessità di cui all’articolo 54 del Codice penale), allora dove sta il reato e, soprattutto, chi è il criminale?
Colui che trasbordando un gommone carico all’inverosimile di esseri umani evita che si ribalti facendo affogare in mare le persone trasportate? O colui che aspetta che il gommone si spinga oltre, in mare aperto, si ribalti, consegni al mare le vite dei trasportati e solo allora, codice Minniti alla mano, intervenga?
E non è forse doveroso dubitare della legittimità di una missione militare dell’Italia che supporta i libici nel respingimento dei migranti, restituendoli ai campi di concentramento dove si perpetrano violenze, torture e stupri e rimettendoli nelle mani dei trafficanti di esseri umani? Contro il principio di non refoulement della Convenzione di Ginevra sulla protezione dei rifugiati (che del resto la Libia non ha ratificato, ma l’Italia invece sì) e contro l’articolo 10 della nostra Costituzione che garantisce il diritto di asilo?
Lo dico con pacatezza e rispetto ma lo dico, perché è un mio preciso dovere etico, giuridico e politico dirlo: l’uso della forza del diritto contro i diritti fondamentali delle persone e l’esercizio dell’azione penale senza conoscenza approfondita e meditata del complesso sistema dei diritti umani e dei processi migratori contro gli operatori, singoli o organizzati, di solidarietà fa il paio con la cattiva politica dei decreti Minniti-Orlando che introducono il diritto diseguale, il diritto su base etnica, l’apartheid giudiziaria.
E iniziano a disegnare i contorni di uno stato autoritario.
di Andrea Maestri, su https://ilmanifesto.it (10/8/2017)

"Immigrati clandestini" e "soggetti la cui presenza in mare è finalizzata all’immigrazione clandestina": in quattro minuti di conferenza stampa, il Procuratore della Repubblica di Trapani parla dei migranti trasbordati dai barconi sulle navi delle Ong in mare aperto senza mai usare la parola "persone", "esseri umani", "donne e bambini in fuga", "profughi", "richiedenti asilo".
Nel linguaggio burocratico sono tutti «soggetti» o «immigrati clandestini» e questo linguaggio disumanizzante e dissacrante (perché ogni essere umano è sakros, cioè unico e inviolabile) apre la strada alla deformazione della pubblica opinione, che di fronte agli «uomini di legge» che additano i «soggetti la cui presenza in mare è finalizzata all’immigrazione clandestina» correrà a chiudere porte, coscienze, cuori e senso critico.
Il cattivo uso del linguaggio, troppo sottovalutato, è una parte importante del problema.
E per «cattivo» intendo esattamente ed etimologicamente «prigioniero» del proprio pregiudizio, che replicato dai media e rimbalzato di bocca in bocca diventa stereotipato «linguaggio comune».
Ma in questo caso il cattivo uso del linguaggio disegna anche la scenografia del cattivo uso del diritto.
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La piramide dell’odio e la necessaria cultura dei diritti fondamentali
«Dove iniziano i diritti umani universali? In piccoli posti vicino casa, così vicini e così piccoli che essi non possono essere visti su nessuna mappa del mondo. Ma essi sono il mondo di ogni singola persona; il quartiere dove si vive, la scuola frequentata, la fabbrica, fattoria o ufficio dove si lavora. Questi sono i posti in cui ogni uomo, donna o bambino cercano uguale giustizia, uguali opportunità, eguale dignità senza discriminazioni. Se questi diritti non hanno significato lì, hanno poco significato da altre parti. In assenza di interventi organizzati di cittadini per sostenere chi è vicino alla loro casa, guarderemo invano al progresso nel mondo più vasto. Quindi noi crediamo che il destino dei diritti umani è nelle mani di tutti i cittadini in tutte le nostre comunità».
Queste parole pronunciate da Eleanor Roosevelt alle Nazioni Unite il 27 marzo 1958 in un celebre discorso in occasione della presentazione del suo libro In Your Hands, contenente le linee giuda per un’azione comune nel decimo anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani che vide la luce anche grazie al suo determinante impegno, tornano oggi di stringente attualità dopo la pubblicazione, sotto il titolo di “La piramide dell’odio in Italia”, della relazione finale dei lavori della Commissione Parlamentare sulla intolleranza, la xenofobia, il razzismo e i fenomeni di odio istituita dalla Camera nel maggio del 2016 e, successivamente, dedicata a Jo Cox, deputata presso la Camera di Comuni del Regno Unito barbaramente uccisa a Leeds il 16 giugno 2016 da un nazionalista a causa della sua ferma contrarietà alla Brexit che aveva scatenato nei suoi confronti una violenta campagna d’odio sui media da parte di chi, invece, era favorevole all’uscita dall’Unione Europea.
La relazione – frutto di 14 mesi di lavoro nel corso dei quali è stato sentito il parere di 31 soggetti e sono stati acquisiti 187 documenti, con il coinvolgimento di esperti, rappresentanti del Consiglio d’Europa, delle Nazioni Unite, dell’ISTAT e di centri ricerca ed associazioni impegnati attivamente nello studio e nella sensibilizzazione sul linguaggio d’odio – ha dato conto dell’esistenza, per l’appunto, di una piramide dell’odio la cui base è costituita da stereotipi, rappresentazioni false o fuorvianti, insulti, linguaggio ostile normalizzato o banalizzato che creano discriminazioni che sfociano, ad un livello superiore, nel linguaggio d’odio il quale, a sua volta, può arrivare, quale esito ultimo, a condizionare ed ispirare i crimini d’odio contro le persone in ragione del sesso, dell’orientamento sessuale, dell’etnia, del colore della pelle o della religione professata.
Non possono lasciare indifferenti, in particolare, nell’ambito dell’indagine statistica, le percentuali di risposte dalle quali emerge diffidenza, se non, addirittura, aperta ostilità, nei confronti di quello che è ritenuto diverso e che, suo malgrado, è visto come obiettivo da schernire, dileggiare, insultare, malmenare, fino ad eliminare fisicamente, in un’escalation d’odio che nasce dalla frustrazione, dalla disinformazione e dalla mancanza di consapevolezza del fatto che i diritti umani sono universali e sono riconosciuti a tutti gli esseri umani indistintamente. Ed è proprio con riferimento a quest’ultimo aspetto che, tra le varie raccomandazioni contenute nella parte finale della relazione per prevenire e contrastare l’odio, assumono particolare e pregnante rilievo quelle volte alla diffusione di una cultura della conoscenza e del rispetto dei diritti fondamentali sia in ambito scolastico, che da parte dei media, specialmente on-line.
di Federico Cappelletti, su www.articolo21.it (3/8/2017)

«Dove iniziano i diritti umani universali? In piccoli posti vicino casa, così vicini e così piccoli che essi non possono essere visti su nessuna mappa del mondo. Ma essi sono il mondo di ogni singola persona; il quartiere dove si vive, la scuola frequentata, la fabbrica, fattoria o ufficio dove si lavora. Questi sono i posti in cui ogni uomo, donna o bambino cercano uguale giustizia, uguali opportunità, eguale dignità senza discriminazioni. Se questi diritti non hanno significato lì, hanno poco significato da altre parti. In assenza di interventi organizzati di cittadini per sostenere chi è vicino alla loro casa, guarderemo invano al progresso nel mondo più vasto. Quindi noi crediamo che il destino dei diritti umani è nelle mani di tutti i cittadini in tutte le nostre comunità».
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