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Per curare la malattia, i prof tornino ad essere educatori
di Giorgio Chiosso, su www.ilsussidiario.net (13/3/2018)

Niente è più resistente della scuola al cambiamento mentre la realtà odierna nei suoi svariati aspetti — economico, lavorativo, tecnologico — spinge verso un rinnovamento a vasto raggio di questa istituzione le cui travature essenziali sono ancora quelle maturate nel XIX secolo. La scuola si può paragonare a un'anziana signora dalla bellezza ormai sfiorita che ha perso la sua giovanile baldanza e replica stancamente un passato ormai alle spalle. L'esito è quello di una deludente, quanto inutile, attesa di un ritorno di fiamma.
Nulla è più rischioso del sentimento dell'inutilità, sentimento purtroppo assai diffuso tra i giovani che affollano le nostre aule: perché affaticarsi nello studio per conseguire un diploma che non aiuta a trovare lavoro? perché andare a scuola quando si può imparare da soli anche a casa sfogliando le pagine del web? perché studiare le cose del passato quando quelle che servono sono le competenze del futuro, in primo luogo quelle digitali? Interrogativi che gli insegnanti si sentono rivolgere ogni giorno.
Si tratta di questioni, del resto, che riguardano non solo la scuola italiana. L'obsolescenza dei sistemi d'istruzione è da tempo presente nell'agenda dei think tank ove si pensa il futuro dell'istruzione come, ad esempio, Ocse, Banca Mondiale, Word Economic Forum e altri istituti di ricerca. La preoccupazione è soprattutto economica. Secondo il McKinsey Global Institute, i robot potrebbero sostituire 800 milioni di posti di lavoro entro il 2030 con conseguenze catastrofiche sul piano sociale. "Tutto ciò che è di routine o ripetitivo sarà automatizzato", ha detto Minouche Shafik, direttore della London School of Economics, in una sessione del Word Economic Forum di Davos di quest'anno. Primaria sarebbe la necessità di passare dalla centralità delle conoscenze all'importanza strategica delle "soft skills" legate alle abilità creative: capacità di ricerca, capacità di trovare informazioni, sintetizzarle e renderle funzionali a un lavoro di squadra.
Potremmo proseguire con altre autorevoli citazioni. La diagnosi è abbastanza precisa e concorde, molto più difficile e complesso è adottare una terapia appropriata. Le due tesi più ardite sono individuabili rispettivamente tra i fautori della scuola online e tra i neodescolarizzatori.
Nel primo caso si tratterebbe di mettere in campo una nuova didattica personalizzata centrata sulla graduale scoperta del sapere e la sua sistematizzazione in funzione di competenze cosiddette "autentiche" e cioè rapportate alla soluzione di problemi reali. Nell'altro caso il futuro andrebbe disegnato intrecciando scuola ed extrascuola, istruzione e formazione, sapere scolastico e conoscenze liberamente conquistate. Il ricorso a docenti virtuali forniti dalla robotica educativa potrebbe facilitare la creazione di stimolanti ambienti di apprendimento.
Meno radicali sono le ipotesi riformatrici che puntano sulla dimensione comunitaria della scuola, con meno statalismo e maggiore responsabilizzazione degli attori sociali. La scuola del futuro dovrebbe essere dotata di larga autonomia, interattiva con il territorio e centrata su un sapere scolastico intrecciato con il lavoro, il servizio civile, la valorizzazione della multiculturalità e la promozione di forti sentimenti solidaristici.
Poiché questi cambiamenti prevedono tempi lunghi è necessario chiedersi cosa si può cominciare a fare oggi. Tra le diverse opzioni — questa la mia opinione — quella relativa al potenziamento della fisionomia educativa dei docenti è forse la più strategica e in grado di resistere alle probabili trasformazioni future. Qualunque sia la via intrapresa essa sarà condizionata dalla qualità professionale e umana dei docenti. Senza bravi insegnanti, competenti nella loro disciplina, capaci di lavorare insieme e preparati alla relazione educativa, non si va da nessuna parte.
Oggi la realtà non induce a un eccessivo ottimismo. C'è penuria di giovani interessati all'insegnamento che spesso lo accettano come "seconda chance". I migliori laureati raramente scelgono come prima opzione l'attività docente, sia per ragioni economiche (in genere gli stipendi nella scuola sono inferiori a quelli praticati nel mondo dell'industria e degli affari) sia per questioni di status sociale (nell'ultimo mezzo secolo la figura dell'insegnante ha subito un forte ridimensionamento nella considerazione collettiva).
In molte parti d'Europa si registra una certa fatica a trovare i docenti, specialmente per gli insegnamenti scientifici e tecnologici. Alla fine del 2015, ad esempio, il governo inglese, con lo slogan "Il tuo futuro è il loro futuro", ha lanciato una campagna per far fronte alla mancanza di professori (in specie di matematica, chimica e geografia). Situazioni analoghe si registrano anche in Belgio, Germania, Olanda, Lussemburgo, Slovacchia.
I dati europei dicono, poi, che quasi ovunque — compresa l'Italia — i docenti più anziani, appena possono, vanno in pensione, spinti dal timore di essere irrimediabilmente distanti dalla realtà giovanile e timorosi di venire criticati dalle famiglie.
Alla caduta di status sociale si associa, infine, una caratterizzazione della professione assai più articolata e nel complesso culturalmente meno prestigiosa rispetto al passato. Il sostanziale declino del profilo dell'insegnante "colto" è contestuale all'emergere di altri profili: quello del tecnologo, dello sperimentatore, del facilitatore, dell'artista, dell'animatore giovanile che alla fine disegnano una professione dai mille volti.
Tutte prospettive rispettabili che però sorvolano sulla necessità di riconoscere all'insegnante anche il ruolo di "adulto significativo". Chi sono gli insegnanti che rispondono a questa definizione? Sono persone che non predicano i valori, ma li praticano tangibilmente, che non dicono "fai così", ma "fai con me", che sono capaci di traghettare i ragazzi e i giovani verso la vita adulta creando rapporti improntati alla fiducia, alla speranza, alla progettazione del futuro senza rinunciare, quando è il caso, anche a dire qualche energico no.
Tutti vorrebbero avere i figli seguiti da insegnanti "adulti significativi", ma nel discorso pubblico questo aspetto della questione è posto sotto traccia. Si percepisce un'evidente diffidenza verso quello che sembra un ritorno nostalgico ai buoni sentimenti stile Cuore. Eppure sono proprio questi comportamenti spesso silenti a mobilitare le scuole migliori, anche se sfuggono a qualsiasi rilevazione statistica.
Niente è più resistente della scuola al cambiamento mentre la realtà odierna nei suoi svariati aspetti — economico, lavorativo, tecnologico — spinge verso un rinnovamento a vasto raggio di questa istituzione le cui travature essenziali sono ancora quelle maturate nel XIX secolo. La scuola si può paragonare a un'anziana signora dalla bellezza ormai sfiorita che ha perso la sua giovanile baldanza e replica stancamente un passato ormai alle spalle. L'esito è quello di una deludente, quanto inutile, attesa di un ritorno di fiamma.
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Spesso gli altri siamo noi
di Ilvo Diamanti, su Rapporto di Carta di Roma 2017 (1/3/2018)

Le migrazioni raggiungono e attraversano il nostro Paese ormai da anni. E da molti anni abbiamo
conosciuto gli immigrati. Come persone ma, soprattutto, come presenze sempre più evidenti. Eppure
non ancora definite. Individuate. La tendenza, la tentazione, è di dare loro un’identità riflessa.
Che rispecchia le nostre ansie, i nostri timori. Talora, spesso, le nostre paure. Gli immigrati,
per noi, sono, restano, prevalentemente “gli altri”. Ai quali è difficile dare un volto. Perché gli altri
non hanno volto. Gli “altri” sono “altri da noi”. La nostra ombra. Perché assorbono i nostri ri-sentimenti.
Danno loro visibilità e ci permettono, così, di affrontare le nostre ansie. Le nostre paure.
Così, quando escono dall’anonimato, quando li conosciamo, quando diamo loro un nome, un’identità,
allora smettono di alimentare ri-sentimenti. Allora li ri-conosciamo. E diventano interlocutori,
colleghi. Per i nostri figli e per i più giovani: amici, compagni di scuola e del tempo libero. Il
problema, semmai, è che c’è una distanza molto ampia fra l’esperienza e la rappresentazione.
Soprattutto, mediale. Perché la rappresentazione dei media riflette e ripropone i sentimenti che
generano emozione. Che suscitano attenzione. E, quindi, fanno ascolti. Fanno vendere copie.
Alimentano l’audience. Per questo, la paura e il risentimento trovano tanto spazio, sui media.
Soprattutto in tempi di divisione e di competizione – politica ed elettorale. In tempi di campagna
elettorale, come questi. Perché amplificano i risentimenti. Scavano e riproducono solchi profondi
nella società. Dunque, dividono. Alzano muri. E noi, in questi tempi confusi e rabbiosi, abbiamo
bisogno di muri e divisioni, per sapere da che parte stare. Di conseguenza, per sapere dove siamo.
Perché le paure e le divisioni dis-orientano. Mentre i muri ri-orientano. Offrono senso di appartenenza.
Quantomeno, di rifugio.
Il rapporto realizzato da Carta di Roma, da alcuni anni, ci permette di individuare e riconoscere i
muri. In questo modo ci permette di superarli. Di abbassare il rumore della paura. Quest’anno, la
rassegna e la ricostruzione della presenza degli immigrati sui media propone qualche novità.
Anzitutto, le immagini hanno preso il sopravvento sulle parole. E le notizie sui giornali hanno
perso visibilità, rispetto ai Tg. Gli immigrati hanno perduto identità. Sono, come abbiamo detto, gli
altri. In-definiti. Così, si assiste a ondate mediatiche che corrispondono a eventi e soggetti specifici.
Episodi ad alto tasso di angoscia e drammaticità. Fatti criminali e di violenza, su cui si concentrano
i notiziari di prima serata. Nelle reti Mediaset una notizia su due relativa all’immigrazione
riguarda fatti criminali, di ordine pubblico e sicurezza.
In occasione dello stupro di Rimini (compiuto da 3 minorenni residenti in Italia, di origine marocchina
e un maggiorenne originario del Congo e provvisto di una protezione umanitaria), alcuni
telegiornali hanno dedicato 9 notizie, per alcuni giorni.
Nulla di nuovo, potremmo dire.
Tuttavia, nell’ultimo anno qualcosa è cambiato, nel racconto mediale del nostro rapporto con le
migrazioni e i migranti.
In primo luogo, tra i muri che ci dividono da loro, ha assunto un grande rilievo la religione. L’altro,
Le migrazioni raggiungono e attraversano il nostro Paese ormai da anni. E da molti anni abbiamo conosciuto gli immigrati. Come persone ma, soprattutto, come presenze sempre più evidenti. Eppure non ancora definite. Individuate. La tendenza, la tentazione, è di dare loro un’identità riflessa. Che rispecchia le nostre ansie, i nostri timori. Talora, spesso, le nostre paure. Gli immigrati,per noi, sono, restano, prevalentemente “gli altri”. Ai quali è difficile dare un volto. Perché gli altrinon hanno volto. Gli “altri” sono “altri da noi”. La nostra ombra.
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Sbatti l’immigrato 2.455 volte in prima pagina
di Simone Mosca, su www.cartadiroma.org (26/2/2018)

Scorre placido il Ticino, gli studenti lasciano le aule dell’Università, si abbassano le saracinesche delle vecchie botteghe, è solo mezzogiorno e mezzo ma nell’aria c’è già quell’inconfondibile suono di posate e stoviglie che dà il via al sonnolento rito del pranzo in provincia. Ma come si fa ad avere paura dei migranti a Pavia? «E invece è proprio così, e non solo a Pavia, in tutta Italia. Nel 2017 i crimini sono calati: gli omicidi dell’ 11,8 per cento, i delitti del 9, le rapine dell’11, i furti del 9. Gli sbarchi sono passati da 181 mila 436 a 119 mila 310, calando del 34 per cento. Solo la paura dello straniero è salita: quasi al 40.
«È che amiamo troppo i racconti di cronaca nera, migliaia di servizi, e finiamo coll’esserne condizionati. In Germania il tg nazionale cita casi di cronaca una ventina di volte all’anno». Andrea Caretta è presidente dell’Osservatorio di Pavia, l’istituto di ricerca indipendente che da oltre 30 anni si occupa dell’analisi dei media nazionali (web, tv, radio, stampa) per valutare il rispetto del pluralismo sociale, culturale e politico in relazione a temi come i diritti, l’economia, le questioni di genere. E ovviamente l’immigrazione. Si scandagliano i contenuti di quotidiani, telegiornali, testate online, in parte anche i social, si misurano le opinioni dei cittadini con dei sondaggi, si incrociano i risultati con i dati reali del ministero degli Interni. E alla fine grafici, torte, statistiche assortite dicono che l’Italia è una Repubblica fondata sulla percezione schizofrenica della realtà, non sui fatti. Un Paese rapito dallo spavento, incapace di valutare la complessità dei fenomeni e convinto che un episodio riassuma la verità del mondo.
La sede dell’Osservatorio è in via Roma 10, a pochi passi da via Strada Nuova 65 dove alcune delle 13 facoltà dell’ateneo locale affondano le radici nel 1361. Caretta siede a un tavolo della sala riunioni con Mirella Marchese, vice presidentessa, Antonio Nizzoli, responsabile dei rapporti con la Rai, Paola Barretta, ricercatrice che supervisiona molti dei report periodici dell’Osservatorio. I cui inizi risalgono a una delle più celebri anomalie italiane.
«Sì, Silvio Berlusconi. La nostra cooperativa era già nata nel 1985 in seno all’Università. Ma allora ci occupavamo solo del pluralismo all’interno dei programmi Rai. Poi arrivò il 1994. E Berlusconi scese in campo. Un monopolista dell’informazione candidato premier. Un equivalente dell’Agcom non esisteva ancora e decidemmo di estendere il nostro campo di indagine andando in qualche modo a tappare un buco nel sistema di controllo. Fu una prima volta per le democrazie occidentali e quell’esperienza ci trasformò in un avanguardia internazionale».
L’Osservatorio oggi collabora con 80 paesi, con l’Ocse, con l’Unione europea, impiega in pianta stabile 20 ricercatori, ha digitalizzato 600 mila ore di televisione, indicizzato un milione di notizie, tiene sotto controllo qualcosa come centomila soggetti. E da cinque anni, con la collaborazione di Demos e Unipolis, cura i rapporti annuali della Carta di Roma, associazione fondata nel 2011 per verificare la qualità del racconto dell’immigrazione sulla stampa. L’ultimo, uscito alla fine dello scorso, si intitolava Notizie da paura.
È dunque precedente ai “fatti di Macerata“, nell’ordine l’omicidio di Pamela Mastropietro e la tentata strage a sfondo razziale di Luca Traini. «Non abbiamo ancora raccolto dati spendibili sul fatto. Però can casi simili abbiamo già avuto a che fare». Uno risale al 2007. È il 30 ottobre, Tor di Quinto, Roma. Sono le 7 di sera e Giovanna Reggiani 47 anni, viene violentata e uccisa da Romulus Nicolae Mailat, muratore rumeno di 24 anni che vive nel campo rom vicino alla stazione dove la donna è appena scesa. Nei telegiornali Rai e Mediaset, orario prime time, il caso spinge la quota di servizi dedicati all’emergenza criminalità a 3.497. Per il 53,1 per cento degli italiani la sicurezza diventa la priorità assoluta. «È probabile che l’omicidio di Pamela abbia innescato lo stesso effetto».
Il caso di Traini invece propone una novità pericolosa. Somiglia a un altro caso. Fermo, 5 luglio 2016, primo pomeriggio. Per strada scoppia una lite tra Amedeo Mancini, 39enne ultrà della Fermana, ed Emmanuel Chidi Nnamdi, nigeriano di 36 anni che passeggia con la compagna. Mancini lo definisce “scimmia”, lo ammazza di botte, è un orrendo omicidio con aggravante razziale. Su Twitter però nei giorni successivi inizia a circolare un hashtag incredibile, #iostoconamedeo, che raccoglie migliaia di adesioni. «Allora la diga del giornalismo tradizionale funzionò. La condanna fu unanime, ci fu una definizione univoca del gesto. L’impressione stavolta è che la tentata strage di Traini sia stata condannata ma con molti distinguo e attraverso molteplici definizioni». Tentato omicidio, ferimento, tentata strage, terrorismo e via dicendo. «È probabile che in questo abbia pesato la prossimità delle elezioni, dove questi casi sono funzionali alla polarizzazione». Lo diventano con la complicità dei media. «Su tutti la tv conserva un ruolo predominante».
Sui telegiornali una notizia su tre relativa alle migrazioni prevede una voce politica, solo il 7 per cento delle volte viene fatto parlare un migrante. «In questo senso è importante parlare di notizie mancanti più che di notizie false. Un esempio. La maggior parte dei minori non accompagnati che migrano in Italia provengono dal Gambia. In cinque anni sui Tg il Gambia è stato nominato cinque volte».
Il tema dei migranti sui giornali è stato analizzato soprattutto attraverso i titoli dei quotidiani nazionali e locali. “Migrante” è la parola più ricorrente sulle prime pagine del 2017. È comparsa 2.455 volte. «In ambito linguistico, la situazione è migliorata. Termini come clandestino sono usciti dal vocabolario. Ma la nostra analisi non riesce ad entrare nello specifico di tutti gli articoli dove le brutte abitudini possono sopravvivere». L’Osservatorio non può ancora penetrare le maglie chiuse di Facebook: «L’unica ricerca che abbiamo ci dice che ogni 100 commenti o post di cui viene chiesta la rimozione, solo 72 vengono eliminati entro le 29 ore». Un tempo sufficiente a fabbricare migliaia di opinioni.
Scorre placido il Ticino, gli studenti lasciano le aule dell’Università, si abbassano le saracinesche delle vecchie botteghe, è solo mezzogiorno e mezzo ma nell’aria c’è già quell’inconfondibile suono di posate e stoviglie che dà il via al sonnolento rito del pranzo in provincia. Ma come si fa ad avere paura dei migranti a Pavia? «E invece è proprio così, e non solo a Pavia, in tutta Italia. Nel 2017 i crimini sono calati: gli omicidi dell’ 11,8 per cento, i delitti del 9, le rapine dell’11, i furti del 9. Gli sbarchi sono passati da 181 mila 436 a 119 mila 310, calando del 34 per cento. Solo la paura dello straniero è salita: quasi al 40.
«È che amiamo troppo i racconti di cronaca nera, migliaia di servizi, e finiamo coll’esserne condizionati. In Germania il tg nazionale cita casi di cronaca una ventina di volte all’anno». Andrea Caretta è presidente dell’Osservatorio di Pavia, l’istituto di ricerca indipendente che da oltre 30 anni si occupa dell’analisi dei media nazionali (web, tv, radio, stampa) per valutare il rispetto del pluralismo sociale, culturale e politico in relazione a temi come i diritti, l’economia, le questioni di genere. E ovviamente l’immigrazione. Si scandagliano i contenuti di quotidiani, telegiornali, testate online, in parte anche i social, si misurano le opinioni dei cittadini con dei sondaggi, si incrociano i risultati con i dati reali del ministero degli Interni. E alla fine grafici, torte, statistiche assortite dicono che l’Italia è una Repubblica fondata sulla percezione schizofrenica della realtà, non sui fatti. Un Paese rapito dallo spavento, incapace di valutare la complessità dei fenomeni e convinto che un episodio riassuma la verità del mondo.
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‘La scuola è aperta a tutti’ dice la Costituzione. Anche a poveri e disabili, se lo ricordino i dirigenti
di Marina Boscaino, su www.ilfattoquotidiano.it (15/2/2018)

“La scuola è aperta a tutti”: il primo comma dell’art. 34 della Carta costituzionale esprime con nettezza il principio forse più alto che i costituenti conferirono al modello di scuola pensato per l’Italia repubblicana. Non è difficile spiegarlo; soprattutto, esso è stato talmente compreso dalla legislazione seguente, che la scuola pubblica italiana è la sola, tra quelle dell’Ue, senza classi o scuole speciali. L’unico primato che andrebbe ribadito quando l’Europa bussa alla nostra porta e parrebbe chiederci (il condizionale è d’obbligo, considerando lo zelo dei nostri governi, che spesso anticipa i desiderata dei nostri unici padroni) di allontanarci dal dettato costituzionale e avvicinarci a quello della Troika.
È quindi inquietante leggere un articolo apparso su Repubblica.it l’8 febbraio scorso. Quanto emerge da ciò che il nuovo linguaggio ministeriale, a sua volta coniato in funzione dei diktat europei, chiama il Rapporto di autovalutazione (Rav) di tanti licei “bene” italiani. L’esempio più eclatante è quello del Liceo classico Visconti, vicino a piazza Montecitorio: “Le famiglie che scelgono il liceo sono di estrazione medio- alto borghese, per lo più residenti in centro, ma anche provenienti da quartieri diversi, richiamati dalla fama del liceo. Tutti, tranne un paio, gli studenti sono di nazionalità italiana e nessuno è diversamente abile. La percentuale di alunni svantaggiati per condizione familiare è pressoché inesistente, mentre si riscontra un leggero incremento dei casi di Disturbi specifici dell’apprendimento (Dsa)”. Un vero e proprio proclama eugenetico, che consente alla scuola di selezionare l’“utenza” (sic!) in base alla provenienza non solo sociale, ma anche etnica, con corredo di cromosomi e stato di salute ineccepibili. Tutto ciò, peraltro, in una fantasiosa e inaudita elaborazione pedagogica, “favorisce il processo di apprendimento”.
“La scuola è aperta a tutti”: il primo comma dell’art. 34 della Carta costituzionale esprime con nettezza il principio forse più alto che i costituenti conferirono al modello di scuola pensato per l’Italia repubblicana. Non è difficile spiegarlo; soprattutto, esso è stato talmente compreso dalla legislazione seguente, che la scuola pubblica italiana è la sola, tra quelle dell’Ue, senza classi o scuole speciali. L’unico primato che andrebbe ribadito quando l’Europa bussa alla nostra porta e parrebbe chiederci (il condizionale è d’obbligo, considerando lo zelo dei nostri governi, che spesso anticipa i desiderata dei nostri unici padroni) di allontanarci dal dettato costituzionale e avvicinarci a quello della Troika.
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Basta compiti: costituita la rete nazionale dei docenti
di Laura Alberico, su www.educare.it (7/2/2018)

Basta compitiimg è la nuova Rete nazionale composta da Dirigenti e docenti a Compiti Zero. Il gruppo - costituito venerdì 19 e sabato 20 gennaio a Jesi - si è riunito durante il Convegno "Basta compiti, non è così che si impara", organizzato dal fondatore del movimento Maurizio Parodi.
"Un professore a compiti zero - spiega la docente Anna Carone - è un docente che applica strategie e metodologie varie e comprovate affinchè i propri alunni possano apprendere serenamente, divertendosi, rispettando i tempi e le caratteristiche individuali di ciascuno senza imporre inutile e ulteriore lavoro a casa". "E' provato da studi scientifici che un'iperstimolazione dell'apprendimento porta a una minor resa in termini di qualità dell'apprendimento stesso, mentre nessuno studio ha finora dimostrato l'utilità dei compiti a casa, usanza tipica prettamente della scuola italiana" aggiunge Carone. Secondo la docente " i compiti a casa sono inutili e dannosi, ledono il diritto al riposo, al gioco sancito dall'art.31 della Carta Internazionale dei Diritti dei Bambini".
Durante il convegno sono intervenuti Maurizio Pincherle (neuropsichiatra infantile), Agostino Basile ( pedagogista clinico), Annunziata Brandoni (dirigente scolastica) e altri "docenti a compiti zero" che hanno presentato le loro esperienze. Presenti anche i registi Giovanni Lumini e Rossano Dalla Barba che stanno realizzando il film documentario "Basta compiti". Il gruppo Basta Compiti ha una pagina fb fondata dal dirigente scolastico Maurizio Parodi che ha anche promosso una petizione che ha raggiunto ad oggi 27.924 adesioni.
Fonte: DIRE - Notiziario settimanale Psicologia 30/12018
Basta compiti è la nuova Rete nazionale composta da Dirigenti e docenti a Compiti Zero. Il gruppo - costituito venerdì 19 e sabato 20 gennaio a Jesi - si è riunito durante il Convegno "Basta compiti, non è così che si impara", organizzato dal fondatore del movimento Maurizio Parodi.
"Un professore a compiti zero - spiega la docente Anna Carone - è un docente che applica strategie e metodologie varie e comprovate affinchè i propri alunni possano apprendere serenamente, divertendosi, rispettando i tempi e le caratteristiche individuali di ciascuno senza imporre inutile e ulteriore lavoro a casa". "E' provato da studi scientifici che un'iperstimolazione dell'apprendimento porta a una minor resa in termini di qualità dell'apprendimento stesso, mentre nessuno studio ha finora dimostrato l'utilità dei compiti a casa, usanza tipica prettamente della scuola italiana" aggiunge Carone. Secondo la docente " i compiti a casa sono inutili e dannosi, ledono il diritto al riposo, al gioco sancito dall'art.31 della Carta Internazionale dei Diritti dei Bambini".
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GIORNATE PER AHED Inter arma silent leges?
di Flavia Donati, su www.articolo21.org (30/1/2018)

C’è una Convenzione ONU sui Diritti del Bambino, sottoscritta nel 1989 da 194 Stati, tra i quali l’ Italia e nel 1991 da  Israele,  o, che nel caso di Ahed viene clamorosamente violata. Tutti i firmatari sono tenuti a rispettarla  e a farla rispettare. Anche noi, cittadini italiani, non possiamo voltarci dall’altra parte e  I nostri maggiori media non possono ignorare a cuor leggero  cosa sta accadendo ad Ahed. Per questo scriviamo qui chi è Ahed, dove vive, cosa ha fatto, quando e perché.
Ahed Tamimi, 16enne palestinese del villaggio di Nabil Saleh viene arrestata nella notte del 19 dicembre 2017, oltre un mese fa,  con l‘accusa di aver schiaffeggiato il giorno prima un soldato israeliano. Ahed viene interrogata senza avvocato e senza genitori e portata     davanti al Tribunale Militare israeliano di Ofer  che decide di tenerla in carcere!  La madre viene arrestata il giorno 20   con l’ accusa di aver distribuito ai media il video della scena tra Ahed ed il soldato.  Di nuovo Ahed sarà trascinata davanti al tribunale Militare il 31 gennaio 2018, il giorno del suo 17° compleanno.
Ahed ha 16 anni vive in un villaggio colonizzato dagli insediamenti illegali israeliani di  lamish protetti dall’ esercito che, violando  qualunque legge internazionale (IV Convenzione di Ginevra 1949) sui diritti e doveri dei paesi occupanti, rubano la terra e le fonti di sostentamento al popolo occupato (acqua, campi e greggi, libertà di movimento).
L’ Italia ha firmato nel 1989  insieme a 194 altri paesi  la “Convenzione ONU dei Diritti del bambino e dell’ Adolescente” che è composta di 54 articoli e 3 protocolli e tra questi l ‘impegno di tutti i firmatari a farla rispettare, “obbligo di tutti i firmatari ad agire prontamente per proteggere i bambini da ogni forma di violenza fisica e mentale”. Vi si dice che va evitata ad ogni costo qualunque forma di detenzione di minori che li esponga  a esperienze traumatiche quali  l ‘arresto, con la separazione e allontanamento dalla famiglia,   l’ isolamento e il terrore di subire abusi fisici e psicologici come  la violenza spesso usata negli interrogatori. L’esperienza dell’arresto e della detenzione  distrugge il  loro percorso  scolastico e ne condiziona il corso della vita per sempre. L’accusa più comune usata contro i bambini palestinesi e che dà al Tribunale Militare l’agio di condanne fino a 10 anni  è il lancio di sassi contro l’ esercito occupante.
Da febbraio a novembre 2017 una media di 310 bambini palestinesi ogni mese sono stati tenuti in prigioni israeliane per infrazioni alla sicurezza. Tra questi bambini una media di 60 minori  hanno tra i 12 e i 15 anni. E’ documentato che  di 137 bambini    26 sono stati tenuti in isolamento per una media di 12 giorni!
Perché?
La strategia israeliana mira a demolire  la resistenza della comunità occupata militarmente ANCHE attraverso l’ attacco ai minori, ai bambini, intimorendo le famiglie e terrorizzando le comunità di appartenenza. 345 bambini palestinesi nei territori occupati sono stati feriti  tra il 5 ed il 18 dicembre 2017 (secondo dati OCHA). 1\3 feriti da proiettili ricoperti di gomma, sparate spesso in volto. Qualche ora prima della  reazione di Ahed  contro  il soldato israeliano questa sorte era toccata a suo   cugino Mohamed  che con il volto spappolato è poi rimasto in  coma farmacologico  per diversi giorni.
I siti  palestinesi di Defence Children International- Palestine e Addameer, il sito canadese Samidoun e  i siti israeliani di Physicians for Human Rights e B’Tselem riportano con dovizia di particolat che i grandi media italiani colpevolmente  ignorano costringendo chi vuole informarsi a tivolgersi ai media esteri.
L’Italia ha il dovere di far rispettare la Convenzione che ha firmato e che la impegna ANCHE a farla rispettare dagli altri firmatari.
Flavia Donati della Rete Romana di Solidarietà con il Popolo Palestinese
C’è una Convenzione ONU sui Diritti del Bambino, sottoscritta nel 1989 da 194 Stati, tra i quali l’ Italia e nel 1991 da  Israele,  o, che nel caso di Ahed viene clamorosamente violata. Tutti i firmatari sono tenuti a rispettarla  e a farla rispettare. Anche noi, cittadini italiani, non possiamo voltarci dall’altra parte e  I nostri maggiori media non possono ignorare a cuor leggero  cosa sta accadendo ad Ahed. Per questo scriviamo qui chi è Ahed, dove vive, cosa ha fatto, quando e perché.
Ahed Tamimi, 16enne palestinese del villaggio di Nabil Saleh viene arrestata nella notte del 19 dicembre 2017, oltre un mese fa,  con l‘accusa di aver schiaffeggiato il giorno prima un soldato israeliano. Ahed viene interrogata senza avvocato e senza genitori e portata     davanti al Tribunale Militare israeliano di Ofer  che decide di tenerla in carcere!  La madre viene arrestata il giorno 20   con l’ accusa di aver distribuito ai media il video della scena tra Ahed ed il soldato.  Di nuovo Ahed sarà trascinata davanti al tribunale Militare il 31 gennaio 2018, il giorno del suo 17° compleanno.
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Classe inclusiva? 5 regole da rispettare secondo Save The Children
Una classe inclusiva è un luogo dove viene garantita a tutti i bambini la piena fruizione del diritto all'educazione e il rispetto del diritto di non-discriminazione. E' un luogo dove i bambini con bisogni educativi speciali vengono inclusi nell'apprendimento da insegnanti qualificati, capaci di andare incontro alle necessità del singolo bambino.
Nel rapporto "Inclusive Education: What, Why and How" si spiega che una classe rispettosa è quella in cui "nessun bambino viene escluso o marginalizzato. Tutti i bambini, indipendentemente dalla classe sociale, il genere, l'etnia e le proprie capacità, vengono inclusi in aula. Fondamentale è il fatto che tutti i bambini vengono trattati in maniera uguale, con assoluto rispetto".
Bambino-centrica è quando "gli insegnanti penseranno in maniera personalizzata alle attività da svolgere, rispettando i bisogni del singolo bambino. Il tutto coinvolgendo i bambini al massimo, chiedendo di esprimere le proprie opinioni, sensazioni e stati emotivi provati durante le attività".
Salutare vuol dire che "il bambino deve sentirsi a proprio agio all'interno della classe e dell'intera scuola. Non esistono barriere architettoniche e mentali in una classe inclusiva".
Protettiva è quella classe in cui "ogni bambino è protetto da abusi e violenze, verbali e fisiche. Tutti sono incoraggiati a proteggere il prossimo. Non sono ammesse punizioni corporali e verbali. Per raggiungere tutto ciò verrà creato un codice di condotta per i rapporti tra insegnanti e studenti".
Infine "famigliare perchè i genitori vengono inclusi nel processo educativo".
Come sancito, infatti, dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e ribadito dalla Convenzione Internazionale per i Diritti dell' Infanzia l'educaziono è un diritto fondamentale da garantirsi in funzione delle capacità e bisogni di ciascun bambino, senza che nessuno sia escluso a causa delle sue caratteristiche personali. "La Convenzione, così come altri trattati internazionali specifici per alcuni gruppi come donne, minoranze e persone con disabilità, sancisce infatti il diritto alla non-discriminazione e la necessità di tutela di tale diritto da parte degli Stati aderenti - conclude Save the Children-. Educazione ed educazione inclusiva sono dunque tematiche che devono essere affrontate dai governi e dalle comunità attraverso un approccio universale e basato sui diritti, che assicuri a tutti i bambini reali opportunità di apprendimento e sviluppo".
di Laura Alberico, su www.educare.it (29/1/2018)

Una classe inclusiva è un luogo dove viene garantita a tutti i bambini la piena fruizione del diritto all'educazione e il rispetto del diritto di non-discriminazione. E' un luogo dove i bambini con bisogni educativi speciali vengono inclusi nell'apprendimento da insegnanti qualificati, capaci di andare incontro alle necessità del singolo bambino.
Nel rapporto "Inclusive Education: What, Why and How" si spiega che una classe rispettosa è quella in cui "nessun bambino viene escluso o marginalizzato. Tutti i bambini, indipendentemente dalla classe sociale, il genere, l'etnia e le proprie capacità, vengono inclusi in aula. Fondamentale è il fatto che tutti i bambini vengono trattati in maniera uguale, con assoluto rispetto".
Bambino-centrica è quando "gli insegnanti penseranno in maniera personalizzata alle attività da svolgere, rispettando i bisogni del singolo bambino. Il tutto coinvolgendo i bambini al massimo, chiedendo di esprimere le proprie opinioni, sensazioni e stati emotivi provati durante le attività".
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Razza umana? No, specie.
di Piero Bianucci, su www.lastampa.it (18/1/2018)

Premessa. Da decenni la ricerca scientifica ha cancellato il concetto di razza. Non esistono razze umane e neppure “la” razza umana. Esiste esclusivamente la specie umana. Nel 2001 la lettura completa del nostro patrimonio genetico ha precisato che tra due persone dello stesso sesso scelte a caso la differenza corrisponde a meno dello 0,1 per cento del loro DNA, una variabilità quasi costante che si può riscontrare tra due bergamaschi come tra un bergamasco e un australiano.
L’altra sera a “Di martedì”, in onda su La 7 sotto la guida di Giovanni Floris, è stato chiaro che i decenni sono passati invano: la scuola non è ancora riuscita a far passare l’aggiornamento del concetto di razza, parola usata dal candidato leghista per il centrodestra alla presidenza della Lombardia Attilio Fontana (“la nostra razza bianca è a rischio”), poi ritrattata come un “lapsus” e sminuita al rango di “gaffe”. Non si tratta in realtà né di lapsus né di gaffe, bensì di ignoranza.
Il concetto di razza è in discussione almeno dal 1871, quando Edward Tylor, primo docente di antropologia sociale a Oxford, pubblicò “Primitive culture”. La genetica moderna si sviluppa a partire dagli Anni 50, l’antropologia biologica ha completato il lavoro.
La politica è lenta, c’è voluto del tempo, ma in Francia, il paese di Marie Le Pen, nel 2014 l’Assemblea nazionale ha approvato l’eliminazione della parola razza dalla costituzione francese e da ogni documento pubblico. Poco dopo, il 23 gennaio 2015, i bio-antropologi dell’Istituto Italiano di Antropologia (Isita) e gli antropologi culturali dell’Associazione nazionale universitaria antropologi culturali (Anuad), al termine di una giornata di lavori alla Sapienza di Roma hanno chiesto al governo del nostro paese la cancellazione della parola razza dall’articolo 3 della Costituzione, richiesta formalizzata da Gianfranco Biondi e Olga Rickards in una lettera aperta alle più alte cariche dello Stato. I padri costituenti scrissero la Carta nel clima culturale del 1946: la scoperta della doppia elica del DNA arriva nel 1953, sette anni dopo, e la comprensione dei meccanismi genetici negli Anni 60. Oggi sostituire quella parola priva di significato scientifico ma ancora capace di generare equivoci pericolosi sarebbe perfettamente nello spirito con cui i padri costituenti scrissero l’articolo 3, ed è triste che non lo si sia fatto.
Peraltro, non ci sono molte speranze che ciò avvenga perché nel dibattito svoltosi a “Di martedi” è emerso che nessuno dei vari interlocutori possiede la nozione scientifica (diciamo pure scolastica) sulla quale ci si accapigliava. Inutilmente Floris ha provato a leggere la voce razza dell’Enciclopedia Treccani. Alessandro Sallusti ha persino invocato l’articolo 3 della Costituzione come prova della correttezza e intangibilità del concetto – magnifico anacronismo. Ancora più sconcertante è che Sallusti abbia sostenuto che effettivamente se continuano ad arrivare emigranti prolifici nel 2100 gli italiani scompariranno: come se immigrati e italiani fossero l’acqua e l’olio, che non si mescolano, una visione statica delle popolazioni contraddetta da millenni di storia.
Aneddoto. Nel novembre 1979 capitai all’Università di Stanford, California, alle 9 di sera. C’era un solo ufficio con la luce accesa ed era quello di Luca Cavalli-Sforza (foto). In quel tempo Cavalli-Sforza studiava la genetica delle popolazioni analizzando i gruppi sanguigni. Si passò poi anche ad altre caratteristiche genetiche e ai cognomi (che si trasmettono come un gene culturale). Dobbiamo a Cavalli-Sforza, un cervello italiano emigrato negli Stati Uniti, il lavoro fondamentale che ha stabilito l’origine africana di tutti i “sapiens” poi irradiatisi nei cinque continenti e l’inesistenza delle razze (termine che da allora si applica solo agli animali addomesticati). L’italianità di questa conquista scientifica dovrebbe solleticare persino i “patrioti” della Meloni e i leghisti di Salvini.
Premessa. Da decenni la ricerca scientifica ha cancellato il concetto di razza. Non esistono razze umane e neppure “la” razza umana. Esiste esclusivamente la specie umana. Nel 2001 la lettura completa del nostro patrimonio genetico ha precisato che tra due persone dello stesso sesso scelte a caso la differenza corrisponde a meno dello 0,1 per cento del loro DNA, una variabilità quasi costante che si può riscontrare tra due bergamaschi come tra un bergamasco e un australiano.
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Cancellare la parola "razza" dalla Costituzione
"Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali". Questo, l'articolo 3 della Costituzione della Repubblica, della quale ricorrono i settant'anni (i candidati in campagna elettorale onorino questo anniversario).
Si usciva, allora, dal flagello della guerra e dei totalitarismi nazista e fascista, mentre quello comunista entrava in una nuova e più potente definizione. Dopo la stagione dei nazionalismi che costruivano gerarchie tra esseri umani arrivando a negarne la dignità, l'idea contenuta nell'articolo 3 era incredibile allora e lo è anche ora perché oggi molti confondono legittima identità con estremismo identitario.
La parola "razza" compare non solo nella Costituzione del 1947, ma in altri documenti anche recentissimi come, per esempio, la Costituzione europea del 2004, poi respinta dai referendum francese e olandese, e poi il Trattato di Lisbona del 2007 nel quale si legge: "..l'Unione [europea] mira a combattere le discriminazioni fondate sul sesso, la razza o l'origine etnica...".
In questi giorni, al principio di una campagna elettorale scombinata - che non brilla per acume, rigore e spirito di servizio sulle gravi urgenze del nostro paese - si parla di "razza bianca" a seguito delle dichiarazioni di un candidato.
Premesso che l'articolo 3 esprime il concetto altissimo della negazione della discriminazione tra esseri umani, occorre tuttavia finalmente fare un passo ancora avanti, cioè dichiarare che la razza non esiste e che, quindi, tutto ciò che deriva da tale inesistenza, non solo è storicamente abominevole e anche criminale, ma frutto di ignoranza. Sarebbe come dire che chi ha la barba non è nato sul pianeta terra, ma sulla luna e che, per questo motivo, non è una persona ma un frigorifero o una scarpa stellare.
L'idea di razza implica una purezza che in natura non è fisicamente possibile. A parte il fatto che l'uomo non è un essere geneticamente manipolabile (per fortuna), ma le condizioni climatiche, le commistioni, le innumerevoli situazioni che riguardano il genotipo, cioè la sostanza genetica della persona, non hanno mai avuto la presunta purezza sulla quale si fonda il concetto di razza.
Per gli animali si può parlare relativamente di purezza. Ricordiamo la povera pecora Dolly che, appunto, poi è morta. Ma restando agli esseri umani, neanche le tribù più sperdute dell'Amazzonia o dell'Oceania che non hanno avuto contatti con altre etnie possono avere una purezza: i fattori di "impurezza" sono infatti molteplici e hanno a che fare con una miriadi di condizioni.
Non esiste neanche la "razza umana", ma piuttosto la "specie umana". Ed esistono le diverse etnie, che però sussistono in virtù di caratteristiche geo-ambientali o relative al movimento delle persone e dei popoli che non riguardano affatto il genotipo inteso come elemento di presunta purezza.
Insomma, siamo tutti diversi ma tutti uguali, e tutti con pari dignità.
La mia proposta è questa: in nome della stessa forza di progresso che ha permesso di scrivere articoli formidabili come il terzo della nostra Costituzione, eliminiamo la parola "razza" dalla nostra Carta fondamentale. Il genetista e filosofo Edoardo Boncinelli, proprio sul suo profilo facebook ha scritto:
di Vittorio V.Alberti, su www.huffingtonpost.it (17/1/2018)

"Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali". Questo, l'articolo 3 della Costituzione della Repubblica, della quale ricorrono i settant'anni (i candidati in campagna elettorale onorino questo anniversario).
Si usciva, allora, dal flagello della guerra e dei totalitarismi nazista e fascista, mentre quello comunista entrava in una nuova e più potente definizione. Dopo la stagione dei nazionalismi che costruivano gerarchie tra esseri umani arrivando a negarne la dignità, l'idea contenuta nell'articolo 3 era incredibile allora e lo è anche ora perché oggi molti confondono legittima identità con estremismo identitario.
La parola "razza" compare non solo nella Costituzione del 1947, ma in altri documenti anche recentissimi come, per esempio, la Costituzione europea del 2004, poi respinta dai referendum francese e olandese, e poi il Trattato di Lisbona del 2007 nel quale si legge: "..l'Unione [europea] mira a combattere le discriminazioni fondate sul sesso, la razza o l'origine etnica...".
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Invalido a chi? Disabilità: le parole corrette
di Claudio Arrigoni, su www.invisibili.corriere.it (5/1/2018)

Basta! Proviamo a non usarli più? Diversamente abile, invalido, disabile: basta!
Le parole sono importanti. Di più, le parole mostrano la cultura, il grado di civiltà, il modo di pensare, il livello di attenzione verso i più deboli. Non è una esagerazione. Cambiamo il linguaggio e cambieremo il mondo. Ci sono parole da usare e non usare. E quelle da non usare non vanno usate. Hai voglia a dire: chiamami come vuoi, l’importante è che mi rispetti. No! Se mi chiami in maniera sbagliata mi manchi di rispetto. Se parliamo di disabilità, proviamo a usare termini corretti, rispettosi? Parole da usare e non usare. Concetti da esprimere o da reprimere.
Semplicemente: persona con disabilità. L’attenzione sta lì, sulla persona. La sua condizione, se proprio serve esprimerla, viene dopo. La persona (il bambino, la ragazza, l’atleta ecc.) al primo posto. Questa è una delle indicazioni fondamentali che giungono dalla “Convenzione Internazionale sui diritti delle persone con disabilità” (New York, 25 agosto 2006, ratificata, e quindi legge, dallo Stato Italiano). Non: diversamente abile, disabile, handicappato (ma lo usa ancora qualcuno?), portatore di handicap (come se avesse quel fardello, l’handicap, da portarsi appresso: grazie a DM, la rivista della Uildm, per la straordinaria vignetta di Staino, che fra l’altro ha una disabilità, essendo cieco), invalido.
Già, invalido: quante volte, troppe, sentiamo questa parola ultimamente. Letteralmente una persona che non è valida. Il 10 per cento della popolazione mondiale (stima per difetto) ha una disabilità, quindi non è valido.
“Diversamente abile” o “diversabile” (suggerito da Claudio Imprudente, animatore storico del Centro Documentazione handicap di Bologna, le cui riflessioni sono sempre interessanti) hanno avuto forse una valenza anni fa, ora non più. “L’errore è di principio: nella dizione ‘diversamente abili’, infatti, viene proposto come prioritario il concetto di ‘diversità’… La disabilità non è una diversità, ma una condizione di vita. Ogni individuo è diverso dall’altro senza che per questo venga meno il valore, implicita una inferiorità”, scrive Silvia Galimberti, giornalista, in una bella tesi di laurea dedicata al linguaggio sulla disabilità, partendo dallo sport paralimpico. Se si parla di sport, atleti paralimpici è consigliabile, anche riferito a quegli sport che non sono presenti alla Paralimpiade. Negli Stati Uniti, il National Center on Disability and Journalism, ha un’ottima “style guide”, molto valida non solo per l’inglese, come la BBC, con sezioni sulle categorie deboli e la disabilità.
Disabile (e tutti i termini che indicano il tipo di disabilità: paraplegico, tetraplegico, cieco, amputato, non vedente) non va usato come sostantivo: si confonde una parte con il tutto e così si riduce, offende, umilia una persona. Utilizzabile, invece, “disabili” al plurale: si indica un gruppo, come gli scolari o i politici.
Aimee Mullins, una delle più grandi sprinter paralimpiche, amputata alle gambe come Pistorius, un giorno scrisse un articolo per l’edizione italiana di Wired, dove era in copertina, e trasferì la riflessione in un bellissimo discorso. Prima di scrivere aprì il dizionario dei sinonimi alla parola disabile: andate a vedere al link o ascoltate il discorso (è stupendo e ha i sottotitoli in italiano) per vedere cosa ci ha trovato. “Sembrava che io non avessi nulla di positivo”.
Alcuni termini sembrano obsoleti e invece sono ancora molto usati: per indicare una persona con paralisi cerebrale o cerebrolesa si dice spastico, che fra l’altro è diventato termine offensivo; come ritardato per dire di qualcuno che ha una disabilità intellettiva e relazionale (lo so, sono termini composti e lunghi, ma per ora sono i migliori). Negli Stati Uniti è stata lanciata una campagna mondiale per abolirla: r-word, ne abbiamo fatto un post anche su InVisibili.
C’è chi scambia malattia e disabilità, come se i termini fossero interscambiabili: la disabilità è una condizione che può essere causata da malattia, ma non è una malattia. Attenzione a credere siano discorsi banali: per un bambino la malattia si attacca, se sto vicino a una persona cieca prendo la cecità. Usare “afflitto da”, “sofferente per” parlando di una persona con disabilità la pone come una “vittima”, triste e da aiutare: può esserlo, come per tutti, ma non è implicito che lo sia.
Il dibattito sul linguaggio è vivo e appassionante. Quello che diciamo ora fra qualche anno sarà cambiato. Il mondo paralimpico è stato importante. Prima che la rete facesse circolare idee, il maggior numero di persone con disabilità presenti nello stesso momento nello stesso luogo era ai Giochi Paralimpici. Nel tempo il linguaggio intorno alla disabilità è cambiato. In meglio. Anche grazie allo sport. Alla Paralimpiadi sono consegnati ai giornalisti veri e proprio lossari, con indicazioni da seguire e anche norme di comportamento. Dire a una persona cieca “ci vediamo dopo? Hai visto?” o a una in carrozzina “fai una corsa qui” è assolutamente corretto, anzi si è invitati a farlo: non modificare il discorso se si parla con o è presente una persona con disabilità, sarebbe discriminatorio. Meglio il singolare, dicono gli inglesi: “a disability” e non “disabilities”. Un segno evidente di disabilità è la carrozzina (non “carrozzella”, che è trainata dai cavalli). La carrozzina è un mezzo di mobilità, liberazione, indipendenza: aiuta, non limita. Per questo è da evitare “confinato, relegato in carrozzina”. Meglio, “usa una carrozzina”. Si potrebbe continuare, ma sono stato già troppo lungo. Il concetto fondamentale è quello dell’inizio: il focus è sulla persona. Essere “politicamente corretti” nel linguaggio aiuta ad avere rispetto. Non bisogna vergognarsene.
Basta! Proviamo a non usarli più? Diversamente abile, invalido, disabile: basta! Le parole sono importanti. Di più, le parole mostrano la cultura, il grado di civiltà, il modo di pensare, il livello di attenzione verso i più deboli. Non è una esagerazione. Cambiamo il linguaggio e cambieremo il mondo. Ci sono parole da usare e non usare. E quelle da non usare non vanno usate. Hai voglia a dire: chiamami come vuoi, l’importante è che mi rispetti. No! Se mi chiami in maniera sbagliata mi manchi di rispetto. Se parliamo di disabilità, proviamo a usare termini corretti, rispettosi? Parole da usare e non usare. Concetti da esprimere o da reprimere.
Semplicemente: persona con disabilità. L’attenzione sta lì, sulla persona. La sua condizione, se proprio serve esprimerla, viene dopo. La persona (il bambino, la ragazza, l’atleta ecc.) al primo posto. Questa è una delle indicazioni fondamentali che giungono dalla “Convenzione Internazionale sui diritti delle persone con disabilità” (New York, 25 agosto 2006, ratificata, e quindi legge, dallo Stato Italiano).
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Ahed Tamimi, la 16enne "simbolo della resistenza palestinese"
L'inizio del nuovo anno, Ahed Tamimi l'ha festeggiato in carcere e lì resterà per un tempo non ancora definito. La 16enne di Ramallah, divenuta "simbolo della resistenza palestinese", deve rispondere di 12 capi d'accusa, in seguito alla diffusione di un video, divenuto virale, nel quale colpisce con schiaffi e calci dei soldati israeliani in Cisgiordania.
La ragazza da tempo compare in scatti che la ritraggono tra le fila palestinesi, intenta a ribellarsi ai militari israeliani. La sua riccia chioma biondo cenere, che la rende facilmente identificabile tra la folla, viene adesso riprodotta in vignette che richiedono la sua liberazione, in numerosi post apparsi sui social in suo sostegno.
di Silvia Renda, su www.huffingtonpost.it (3/1/2018)

L'inizio del nuovo anno, Ahed Tamimi l'ha festeggiato in carcere e lì resterà per un tempo non ancora definito. La 16enne di Ramallah, divenuta "simbolo della resistenza palestinese", deve rispondere di 12 capi d'accusa, in seguito alla diffusione di un video, divenuto virale, nel quale colpisce con schiaffi e calci dei soldati israeliani in Cisgiordania.
La ragazza da tempo compare in scatti che la ritraggono tra le fila palestinesi, intenta a ribellarsi ai militari israeliani. La sua riccia chioma biondo cenere, che la rende facilmente identificabile tra la folla, viene adesso riprodotta in vignette che richiedono la sua liberazione, in numerosi post apparsi sui social in suo sostegno.
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Rom e sinti, tutti parlano di noi ma nessuno ascolta la nostra voce
di Dijana Pavlovic, su www.ilfattoquotidiano.it (22/12/2017)

Si parla tanto, per lo più molto male e spesso con poca cognizione di causa, di “rom”. Oggetto misterioso e pauroso, spauracchio porta-voti, oggetto di studi e progetti a cura di “esperti”, non è riconosciuto, non esiste come soggetto con una propria identità. Sulla “questione rom” ci sono stati e ci sono infiniti convegni, dibattiti pubblicazioni, interventi di ricercatori, di associazioni “caritatevoli”, per non parlare delle trasmissioni televisive condotte da “giornalisti” unicamente rivolte a demonizzare le comunità rom e sinte. Tutti parlano a nome e per conto nostro. In questo coro l’unica voce che manca, se non come testimonianza, è la voce di rom e sinti.
Qualche giorno fa, per aver sottolineato la mancanza del nostro associazionismo tra i relatori a un convegno sull’inclusione sociale, mi è stato risposto: “Non stiamo parlando di cultura”. Quindi noi non possiamo parlare di questioni sociali ma solo ballare sui tavoli o suonare il violino?
Si parla tanto, per lo più molto male e spesso con poca cognizione di causa, di “rom”. Oggetto misterioso e pauroso, spauracchio porta-voti, oggetto di studi e progetti a cura di “esperti”, non è riconosciuto, non esiste come soggetto con una propria identità. Sulla “questione rom” ci sono stati e ci sono infiniti convegni, dibattiti pubblicazioni, interventi di ricercatori, di associazioni “caritatevoli”, per non parlare delle trasmissioni televisive condotte da “giornalisti” unicamente rivolte a demonizzare le comunità rom e sinte. Tutti parlano a nome e per conto nostro. In questo coro l’unica voce che manca, se non come testimonianza, è la voce di rom e sinti.
Qualche giorno fa, per aver sottolineato la mancanza del nostro associazionismo tra i relatori a un convegno sull’inclusione sociale, mi è stato risposto: “Non stiamo parlando di cultura”. Quindi noi non possiamo parlare di questioni sociali ma solo ballare sui tavoli o suonare il violino?
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10 dicembre 2017 - 10 dicembre 2018: anno dei diritti umani
di Elisa Marincola, su www.articolo21.org (11/12/2017)

inizia l’Anno dei diritti umani, che si concluderà il 10 dicembre 2018 con la celebrazione dei settant’anni, appunto, dal varo di quella storica Dichiarazione, prima legge planetaria voluta dalle Nazioni Unite e accolta poi dai paesi membri. Un anno in cui confluiranno altri due anniversari centrali nella memoria del nostro paese: a gennaio, infatti, ricorreranno i settant’anni dall’entrata in vigore della Costituzione della Repubblica italiana; e il 4 novembre prossimo saranno cento anni dalla fine della prima guerra mondiale, costata milioni di morti.
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Ragazzi a lezione di fake news
di Federico Taddia, su www.lastampa.it (8/12/2017)

«Disseminare gli anticorpi per proteggersi dalla cattiva informazione. Partendo dai giovanissimi, offrendo loro gli strumenti di analisi e difesa. Da diffondere poi in famiglia, tra gli adulti e nei contesti relazionali in cui sono immersi». Non demonizzare la rete, prendere consapevolezza della complessità del fenomeno, capire come agire e reagire: ecco le parole d’ordine anti bufale di Gabriela Jacomella.
La giornalista, ricercatrice presso l’Istituto Universitario Europeo di Fiesole e co-fondatrice di Factcheckers, associazione nata poco più di un anno fa per promuovere tra i banchi la cultura del fact-checking.
«Non basta spiegare cosa sia una fake-news, bisogna spiegare come riconoscerla e non subirla: la scuola è uno degli ultimi momenti di formazione collettiva, dove si apprendono contenuti e dove si dovrebbe sviluppare senso critico. Ed è quello che ci chiedono i ragazzi: percepiscono la presenza delle fake, sanno che esistono, si stupiscono nel comprendere quando sia facile cadere nella trappole e quali siano le strategie e finalità sottostanti, quasi rimangono smarriti nel rendersi conto che anche davanti ai media tradizionali la guardia non vada mai abbassata. Noi tentiamo di dar loro le chiavi necessarie per smontare le bugie, poi sta a loro scegliere se usarle».
Controllare l’Url: questo è il primo comandamento dell’aspirante fact-checker, come ben spiega la Jacomella nel manuale Il falso e il vero edito da Feltrinelli. L’inganno spesso è nascosto dietro all’indirizzo Internet, simile a quello di testate più autorevoli ma che in verità gioca proprio su impercettibili variazioni. Altro campanello d’allarme è la data di pubblicazione del post: spesso sono articoli riproposti, scaduti e rimessi in giro dopo qualche anno, anche se smascherati, solo con l’intento di creare disordine.
E poi occhio al clickbaiting: titoli urlati, allusivi, in maiuscolo, sono specchietti per allodole da tastiera che con un click cedono al richiamo della sirena. «I ragazzi sono molto sensibili al tema economico: quando prendono coscienza del valore di un “like” e del giro di soldi dietro alle fake news alzano notevolmente la loro percezione del pericolo. Non si spaventano però davanti all’ampiezza del problema, anzi preferiscono lo scontro con la realtà alla pacca edulcorata sulla spalla. Arrivano a chiedere “Ma allora non possiamo fidarci di nessuno?”, ed è lì che bisogna spiegare la differenza tra furbizia e autorevolezza, sottolineando che nulla va preso per oro colato».
Verificare le fonti prima di condividere un dubbio diventa quindi necessario e indispensabile. E’ prezioso il tempo speso per controllare i dati citati, verificare i link connessi, spostarsi anche su altri media e cercando appoggio sia sulle proprie testate di riferimento sia su quelle straniere. Oltre a chiedersi chi ci sia dietro a portali meno noti, cercando i nomi e i cognomi dei referenti. Insospettendosi, e non poco, in caso di assenza di responsabili identificabili. «Velocità, viralità, libertà: sono parole che tornano tantissimo nei nostri incontri e sono ancora la forza e la debolezza della rete. Un concetto su cui insistiamo molto con i ragazzi è quello di pensare oltre l’algoritmo. Prendono così cognizione che i social tendono a farti vivere in una bolla dove le persone che stanno attorno a te sono simili a te». Di «Mi piace» in «Mi piace» ci si trova quindi linkati con chi ha gusti sintonizzati, con chi ha profili assonanti, con chi ha idee e frequentazioni non così differenti: viene quindi meno il confronto, la diversità di opinioni e si crede che il proprio mondo coincida con l’intero mondo. «Ecco perché va sollecitato lo sforzo di mettere il naso al di fuori della propria cerchia di amici virtuali».
L’attenzione ai Bot, ovvero alla presenza di finti profili gestiti da software e capaci di generare in maniera sospetta migliaia di like, cuoricini e condivisioni in pochi minuti, così come immagini esageratamente bizzarre o provocatorio, e comunque verificabili su appositi siti, sono un altro paio di dritte preziose. Che si chiude con l’invito a frequentare altri fact-checker, per scambiarsi informazioni e controllare che la notizia incriminata non sia già stata «sbufalata». «Poi non bisogna dimenticare che i giovani vanno anche in cerca di leggerezza, un diritto che va tutelato. Così come la satira, che può essere un mezzo formidabile per contrastare le fake. La buona satira è quella che si fa riconoscere, non è ambigua gioca a carte scoperte. Non ha bisogno della truffa per acchiappare un sorriso e attivare la mente».
«Disseminare gli anticorpi per proteggersi dalla cattiva informazione. Partendo dai giovanissimi, offrendo loro gli strumenti di analisi e difesa. Da diffondere poi in famiglia, tra gli adulti e nei contesti relazionali in cui sono immersi». Non demonizzare la rete, prendere consapevolezza della complessità del fenomeno, capire come agire e reagire: ecco le parole d’ordine anti bufale di Gabriela Jacomella.
La giornalista, ricercatrice presso l’Istituto Universitario Europeo di Fiesole e co-fondatrice di Factcheckers, associazione nata poco più di un anno fa per promuovere tra i banchi la cultura del fact-checking.
«Non basta spiegare cosa sia una fake-news, bisogna spiegare come riconoscerla e non subirla: la scuola è uno degli ultimi momenti di formazione collettiva, dove si apprendono contenuti e dove si dovrebbe sviluppare senso critico. Ed è quello che ci chiedono i ragazzi: percepiscono la presenza delle fake, sanno che esistono, si stupiscono nel comprendere quando sia facile cadere nella trappole e quali siano le strategie e finalità sottostanti, quasi rimangono smarriti nel rendersi conto che anche davanti ai media tradizionali la guardia non vada mai abbassata. Noi tentiamo di dar loro le chiavi necessarie per smontare le bugie, poi sta a loro scegliere se usarle».
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Un’indagine online di Skuola.net e Osservatorio Nazionale Adolescenza
di Carla Ardizzone, su www.skuola.net (28/11/2017)

Un’ indagine online di Skuola.net e Osservatorio Nazionale Adolescenza, condotta esaminando un campione 3.100 studenti tra i 14 e i 19 anni, ha analizzato il rapporto tra giovani e sesso, ponendo particolare attenzione al fenomeno della diffusione - o minaccia di diffusione - di materiale video o fotografico pornografico sul web a scopo di vendetta, ricatto e non solo. Lo stesso fenomeno che avrebbe portato al suicidio di Michela Deriu, 22enne di Porto Torres che – secondo le indagini le forze dell’ordine - sarebbe stata vittima delle minacce di 3 uomini, suoi conoscenti.
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