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di Chiara Saraceno
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Indagine empirica sui sussidiari dei linguaggi per la scuola primaria
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La didattica delle discipline in una prospettiva di genere
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L'apprendimento non formale: il ruolo delle tecnologie digitali
di Mario Fierli, su www.educationduepuntozero.it (5/10/2015)

Le tecnologie digitali hanno a che fare in vari modi con l'apprendimento non formale: come tema di studio, come strumento di insegnamento, come risorsa e come tramite organizzativo.
Le tecnologie digitali sono anzitutto un tema di apprendimento. Nei curricoli ufficiali sono presenti più o meno a tutti i livelli, raramente integrati nelle discipline tradizionali, con l'eccezione della matematica, più spesso confinati in angoli tecnologici.
L'obiettivo che prevale è la competenza nell'uso degli strumenti software di base. Per questo obiettivo, che è evidentemente uno dei più presenti nell'educazione informale e non formale, si mobilita l'intera società: amici e famiglie. E c'è anche un'offerta organizzata di associazioni e imprese, per esempio per la patente informatica. Infatti uno dei temi di discussione preferiti è se è vero che i ragazzi entrano a scuola sapendo già tutto, oppure se la scuola deve intervenire su queste competenze e come.
C'è un primo livello di competenza: la padronanza del meccanismo degli strumenti. Questa viene acquisita in modo informale dai ragazzi per le applicazioni che riguardano le necessità pratiche e i loro bisogni di socializzazione. Ma raramente acquisiscono informalmente una competenza sufficiente per strumenti che hanno a che fare con modi più evoluti di comunicazione e di lavoro intellettuale. Questo, almeno in forma di completamento e messa in ordine, è un compito che tocca alla scuola.
C'è poi un secondo il secondo livello di competenza ed è la capacità di dare un senso all'uso degli strumenti: risolvere problemi, comunicare in modo efficace, indagare, apprendere. Certamente questo livello solo la scuola lo può affrontare seriamente.
Le tecnologie offrono, fin dalla loro nascita, una proposta culturalmente e pedagogicamente più forte del solo uso degli strumenti e delle applicazioni: fare acquisire a tutti le nuove forme di pensiero contenute nella creazione informatica. E non solo perché sono parte integrante della cultura scientifica e tecnologica, ma anche, e soprattutto, perché sono il modo per reinterpretare vecchie istanze pedagogiche, come creatività, costruttivismo, interazione fra operatività e linguaggio.
Algoritmica e robotica sono i due temi-chiave. La prima proposta di Seymour Papert, il padre di questa prospettiva pedagogica, negli anni '60, li conteneva entrambi: il linguaggio LOGO e le "tartarughe" a movimento programmato. Per ambedue, ma in particolare per la robotica, c'è un vasto movimento a carattere prevalentemente associativo e iniziative anche internazionali, come le gare di robotica.
La prima edizione europea della Maker Faire del 2014 a Roma, che si ripeterà quest'anno (16-18 Ottobre), è stata una impressionante conferma, per esibizioni e partecipazione, di questo movimento. La parte educational ha uno spazio dedicato e un call for schools garantisce l'esibizione di esperienze nazionali e internazionali.
Ma l'aspetto che più appassiona, anche con la perenne e troppo semplificata opposizione apocalittici/integrati, è ciò che succede ai giovani frequentando la rete. La nostra domanda è se, e come, questa frequentazione crea apprendimento. Nella rete in effetti si può apprendere in vari modi. Si può apprendere secondo modalità e-learning: corsi, forum di apprendimento cooperativo.
Le offerte sono spesso rivolte a pubblici specifici nell'ambito di organizzazioni. Ma anche quando esistono offerte "open", non è facile che gli studenti vi siano indirizzati dalla scuola o, ancora meno, che lo facciano di loro iniziativa.
Spesso gli studenti usano la rete come risorsa per risolvere un problema pratico. A volte per acquisire conoscenze o per risolvere problemi cognitivi, nella maggior parte dei casi per compiti assegnati a scuola. In questo caso non si può parlare di apprendimento non formale: in fondo succede quello che è sempre successo con le enciclopedie, le biblioteche, i prontuari.
Le tecnologie digitali, però, amplificano enormemente lo spazio della ricerca, la sua varietà e la velocità di accesso. Questo crea un grande problema, che è quello di cui si discute di più: i rischi di dispersione, di superficialità, di acquisizione passiva di informazioni (il copiare), di soluzioni automatiche. Ma questo è un altro capitolo. Diciamo solo, sbrigativamente, che questi rischi si possono attenuare solo se i docenti imparano a dare compiti "a prova di internet", impossibili da risolvere solo con procedure automatizzate, ricerche non ben finalizzate e semplici copiature. E questo dipende da che tipo di domande vengono rivolte agli studenti.
Ma l'uso che i ragazzi fanno della rete è molto vasto, imprevedibile e difficilmente catalogabile. Basta citare i siti di musica e film, i sistemi di messaggeria e di posta e, soprattutto, i social network. Anche in questo uso avviene l'apprendimento. Siamo nel campo dell'apprendimento informale, per lo più inconsapevole, ma non per questo trascurabile.
La scuola può tentare qualche forma di educazione alla responsabilità, alla scelta di fonti culturalmente più qualificate o, addirittura, all'uso intelligente di alcuni mezzi: perché non accorgersi che Facebook può consentire una comunicazione creativa, efficace, invece che confusa e banale? Ma sia chiaro che la scuola non può governare un fenomeno così complesso e ha solo il dovere di conoscerne la fenomenologia.
Un ultimo aspetto è l'uso della rete come strumento organizzativo e come tramite fra persone e istituzioni. Questo può avvenire in molti modi. Ma, proprio in relazione al problema dell'apprendimento non formale, vale la pena riferire l'idea, proposta nel recente rapporto STEM is everyweredella National Academy Press americana: creare siti di intermediazione fra domanda, di singoli studenti o, più spesso, delle scuole, e offerta di occasioni e percorsi di apprendimento. Per esempio siti di questo genere potrebbero essere utili, a livello locale, per la domanda e offerta di stage.
Le tecnologie digitali hanno a che fare in vari modi con l'apprendimento non formale: come tema di studio, come strumento di insegnamento, come risorsa e come tramite organizzativo.
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Francesca Vecchioni: le famiglie omogenitoriali non sono un'opinione
di Francesca Vecchioni, su www.lezpop.it (1/10/2015)

Si fa presto a dire polemica, soprattutto in Italia. E il più delle volte si tratta di cose futili. Ma la questione di sostituire i termini “padre” e “madre” con un più generico “genitore” sui moduli scolastici non è una di queste. Il tutto è iniziato a Venezia la settimana scorsa, quando la responsabile Diritti Civili della giunta comunale, Camilla Seibezzi, ha proposto l’introduzione del termine “genitore” in sostituzione di “padre” e “madre”.
La notizia ha fatto drizzare i capelli a tutti i conservatori (e omofobi) d’Italia. Il pericolo, infatti, è che una simile dicitura legittimi le famiglie omogenitoriali. E vi immaginate che tragedia immane sarebbe? Due mamme o due padri iscrivono a scuola i propri figli e anziché dover barrare la dicitura “padre” o “madre”, devono solo scrivere i propri nomi. Una rivoluzione che la nostra Italia, bacchettona e anche un po’ ipocrita, non potrebbe tollerare.
Il punto, però, è che le famiglie omogenitoriali esistono, con o senza la “benedizione” dello Stato, perché le persone omosessuali (a discapito di quanto credano in tanti) non sono sterili e non chiedono il permesso alle Istituzioni per fare figli. A ricordarcelo sono state Francesca Vecchioni e Alessandra Brogno (le uniche lesbiche dichiarate, insieme alla Anna Paola Concia, ad andare in televisione), ospiti di Pomeriggio Cinque venerdì scorso. Intervistate da Barbara D’Urso, Francesca ed Alessandra non hanno fatto altro che testimoniare – per l’ennesima volta – cosa vuol dire essere genitori in un paese che non ti riconosce nemmeno uno straccio di diritto. Qui trovate la puntata intera,  l’intervista è al minuto 02:32:20.
Del resto, la stessa Francesca Vecchioni sul suo blog – a proposito della trasmissione – scrive: «Abbiamo bisogno di mostrare a tutti che non siamo poi tanto ‘strane’, o almeno non lo siamo in quanto donne che si amano e hanno deciso di crescere dei figli, che noi tutti non siamo alieni o miscredenti dai quali difendersi. […] Perché noi non siamo un’opinione, siamo una realtà».
In fin dei conti, Francesca ed Alessandra si preoccupano del il futuro delle loro figlie, come qualsiasi altro genitore. Semplice, no? Il punto, infatti, è capire che partendo da una dicitura inclusiva (genitore, appunto) si muovono i primi passi nei confronti di quei bambini che – a prescindere dall’orientamento sessuale dei loro genitori – non crescono in una famiglia “tradizionale”, laddove per tradizione si intende un concetto monolitico, antico, che non rispecchia la realtà (e forse non l’ha mai rispecchiata). Esistono bambini che crescono con genitori affidatari, esistono bambini che hanno un solo genitore. Esistono bambini che hanno due papà o due mamme, e – permettetemi di dire – lo Stato ha il dovere di tutelarli, tutti.
Si fa presto a dire polemica, soprattutto in Italia. E il più delle volte si tratta di cose futili. Ma la questione di sostituire i termini “padre” e “madre” con un più generico “genitore” sui moduli scolastici non è una di queste. Il tutto è iniziato a Venezia la settimana scorsa, quando la responsabile Diritti Civili della giunta comunale, Camilla Seibezzi, ha proposto l’introduzione del termine “genitore” in sostituzione di “padre” e “madre”.
La notizia ha fatto drizzare i capelli a tutti i conservatori (e omofobi) d’Italia. Il pericolo, infatti, è che una simile dicitura legittimi le famiglie omogenitoriali. E vi immaginate che tragedia immane sarebbe? Due mamme o due padri iscrivono a scuola i propri figli e anziché dover barrare la dicitura “padre” o “madre”, devono solo scrivere i propri nomi. Una rivoluzione che la nostra Italia, bacchettona e anche un po’ ipocrita, non potrebbe tollerare.
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Generazione you porn: perché è così importante parlare di sesso (e di sentimenti) con i figli
di Daniela Monti, su http://27esimaora.corriere.it (24/9/2015)

Parla di sesso, Anna Oliverio Ferraris,  da sempre attenta al tema della sessualità dei giovani. Come rispondere alle domande dei figli («una risposta va sempre data»), quale linguaggio usare, come sollecitare il discorso se le domande non arrivano. Parla di sesso e dell’importanza di affrontare il toro per le corna e parlarne in famiglia, «con delicatezza e discrezione, tenerezza e capacità di sorridere, senza disprezzare o sminuire». Comincia con il sesso per finire, però, a parlare di altro: di sentimenti. Perché saranno i sentimenti a salvarci, a salvare i ragazzi dall’inondazione di immagini pornografiche di cui è ormai pieno il web. Il 60 per cento degli adolescenti naviga o ha navigato in siti pornografici, dice la studiosa. E arriva alla conclusione che solo spiegando ai ragazzi che quella che vedono in video non è la realtà, ma è finzione, perché la realtà è fatta anche di calore, di amore, di rispetto per l’altro, solo così si riuscirà nell’immane compito di genitori che ha posto come sottotitolo al suo ultimo libro Tuo figlio e il sesso: crescere figli equilibrati in un mondo con troppi stimoli.
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Educare alle differenze

su www.scosse.org (19/9/2015)

Per sostenere la scuola pubblica, laica e democratica e con l’obiettivo di valorizzare e mettere in rete chi lavora dentro e fuori le scuole, lo scorso anno SCOSSE (Roma), Stonewall (Siracusa) e Il Progetto Alice (Bologna) hanno proposto un incontro nazionale, a settembre 2014. Oltre 600 persone hanno partecipato all’appuntamento, venendo a Roma da tutta Italia, e più di 200 organizzazioni, gruppi di ricerca, esperienze istituzionali e comitati sono diventate co-promotori dell’evento.

educarealledifferenze2

Nel secondo meeting nazionale, fissato per il 19 e 20 settembre 2015 a Roma, lo spazio riservato alle sessioni parallele (sabato), sarà dedicata all’autoformazione con laboratori, scambio di buone pratiche e condivisione di metodologie e strumenti didattici, grazie ai contributi inviati alla call pubblica. Mentre nella sezione di assemblea plenaria (domenica mattina) si discuterà di come proseguire il percorso e come aiutarlo a diventare un’alternativa forte a chi alimenta focolai di intolleranza, razzismo, sessismo e omofobia. [visita]
 
Non esiste nessuna 'teoria gender' nella Buona Scuola
su www.tuttoscuola.com (8/9/2015)

"Non esiste alcuna 'teoria gender'. Non esiste ne #labuonascuola. Ma vi dirò di più: non esiste proprio. Quindi basta falsità, allarmismi e strumentalizzazioni. Se ne facciano una ragione quanti stanno diffondendo informazioni distorte da nord a sud, ai docenti e alle famiglie. Si chiama terrorismo psicologico, si chiama calunnia, adesso basta. La scuola non trasmette nessuna pratica demoniaca e nessuna imposizione di orientamenti sessuali. Non possiamo permettere che simili fandonie possano essere diffuse tra le famiglie generando panico ingiustificato". Lo dichiara il Sottosegretario all'Istruzione, Davide Faraone, sul proprio profilo Facebook.
"Cosa fa veramente la scuola? - spiega il Sottosegretario - La Scuola fa la Scuola: semplicemente educa al rispetto attraverso la conoscenza del diritto e dei diritti della persona, in ottemperanza delle leggi e delle convenzioni internazionali. Ne #labuonascuola, non c'è alcun comma pro gender, semplicemente abbiamo previsto l'introduzione dell'educazione alle pari opportunità e alla conoscenza consapevole dei diritti e dei doveri delle persone come base e premessa per prevenire e contrastare ogni tipo di discriminazione che poi degenera in violenza. Una basilare norma di civiltà che dovrebbe trovarci tutti d'accordo".
Ne #labuonascuola, sottolinea, "non c'è nessuna ideologia gender, nessun intento di annullare le differenze, bensì di esaltarle e includerle. C'è la ferma determinazione di fare delle ragazze e dei ragazzi cittadini consapevoli, che conoscano e rispettino diritti e doveri della persona, per contrastare ogni tipo di violenza o di istigazione all'odio. Razzismo, bullismo, istigazione all'odio, omofobia, intolleranza sono tutti disvalori che non fanno parte del nostro paese e che la scuola deve identificare, prevenire e combattere".
Aggiunge il Sottosegretario: "Lo spiegheremo con chiarezza alle scuole e alle famiglie con documenti ufficiali. Ma dobbiamo dirlo in ogni luogo e in ogni occasione: basta falsità. Questo il senso del mio tweet di oggi e di quelli che verranno d'ora in poi. Ogni giorno. Per rassicurare le famiglie e per combattere le bugie. Siamo tutti diversi – conclude - ma uguali nei diritti. È questo che insegniamo a scuola #GenderNoDirittiSì".
 
Scuola senza zaino: biro e righelli sono in condivisione. E i libri restano in classe
di Chiara Daina, su www.ilfattoquotidiano.it (5/9/2015)

L’inizio della scuola è alle porte, molte famiglie fanno i conti con il rincaro dei prezzi della cartoleria, altre invece possono tirare un sospiro di sollievo perché nelle classi dei loro figli zaini e astucci non sono ammessi. Biro, matite, gomme, forbici, squadre e righelli sono in condivisione e a fine lezione quaderni e libri vengono sistemati negli scaffali all’ingresso dell’aula. La “scuola senza zaino” è un progetto nato nel 2002 a Lucca, a cui finora hanno aderito 127 istituti della penisola, e da quest’anno se ne aggiungeranno altri 63 in Toscana (la Regione con una delibera del 31 luglio ha previsto un finanziamento di 50mila euro all’anno fino al 2020).
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Quella drammatica foto è uno schiaffo a tutti noi. Ma ora smettiamo di esibirla…
di Giorgio Balzoni, su www.articolo21.org (5/9/2015)

Il rischio dell’assuefazione alla tragedia c’è e fa bene padre Antonio Spadaro a metterci in guardia (” La Civiltà’ Cattolica” andrebbe letta con un’attenzione maggiore da quelli che fanno il mestiere del giornalista).
Ma purtroppo occorre prenderne atto: in questo momento storico nel nostro Paese – ma non è che negli altri la situazione sia molto migliore – l’unico modo per scuotere le coscienze sembra essere lo schiaffo. E quella drammatica foto e’ uno schiaffo a tutti noi, ma innanzitutto alla politica: una politica che non è in grado di mettere in campo una strategia vera per affrontare un problema epocale. Il dibattito gira intorno al “buonismo” e al “cattivismo”. Urla, scontri e nessun ragionamento.
Agli insulti da osteria non c’è fine, ma per la costruzione di un disegno realistico non c’è inizio. Nessuno che ragioni sul “come” coinvolgere queste masse disperate, e – se vogliamo essere anche materialisti – “come farle fruttare”, (inteso nel suo senso più nobile).
Ancora una volta e’ la tanto antipatica Angela Merkel a fare la parte della statista aprendo loro, inaspettatamente,le porte della Germania.
Ma torniamo a padre Spadaro. Ha ragione: probabilmente a forza di vedere quella foto ci assuefaremmo. E allora piccola,modesta proposta ai nostri colleghi: facciamola sparire per un po’ di tempo, smettiamo di esibirla. La frustata alle nostre certezze l’ha data, non facciamola diventare ordinaria amministrazione. Teniamola pronta per quando – temo molto presto – la politica dimenticherà gli impegni presi sull’onda dell’emozione: deve diventare una spada di Damocle da brandire con determinazione,ma solo al momento opportuno.
Non fa bene a nessuno l’escalation emotiva, la tragedia e’ già abbastanza acuta.Non possiamo sostituire alla pochezza dell’elaborazione politica la violenza delle immagini.
Non possiamo “abituarci”.  Così come non dobbiamo abituarci ai disegni della politica.
Per esempio non mi piace – pur rivendicando io il mio essere “moroteo” e quindi orientato politicamente in una senso preciso – l’uso che il presidente del consiglio fa della Tv. Non è che i videomessaggi di Berlusconi fossero inaccettabili perché li faceva il capo del centrodestra. I videomessaggi rimangono inaccettabili perché bypassano la funzione essenziale del giornalista: la mediazione tra notizia e lettore!
Per Berlusconi nelle redazioni della Rai facemmo l’inferno, oggi mi sembra che regni il nulla assoluto: fummo eccessivi allora? Beh siamo troppo silenziosi oggi.
Il rischio dell’assuefazione alla tragedia c’è e fa bene padre Antonio Spadaro a metterci in guardia (”La Civiltà Cattolica” andrebbe letta con un’attenzione maggiore da quelli che fanno il mestiere del giornalista). Ma purtroppo occorre prenderne atto: in questo momento storico nel nostro Paese – ma non è che negli altri la situazione sia molto migliore – l’unico modo per scuotere le coscienze sembra essere lo schiaffo. E quella drammatica foto è uno schiaffo a tutti noi, ma innanzitutto alla politica: una politica che non è in grado di mettere in campo una strategia vera per affrontare un problema epocale. Il dibattito gira intorno al “buonismo” e al “cattivismo”. Urla, scontri e nessun ragionamento. Agli insulti da osteria non c’è fine, ma per la costruzione di un disegno realistico non c’è inizio.
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Rifugiato o migrante: qual è corretto?
A cura di Unhcr
Con quasi 60 milioni di persone costrette a lasciare le proprie case in tutto il mondo e le traversate in barca del Mediterraneo in prima pagina quasi ogni giorno, è sempre più comune vedere i termini “rifugiato” e “migrante” usati in maniera intercambiabile, sia tra i media che nei dibattiti. Ma tra le due parole c’è una differenza? E se c’è, è importante?
Sì, c’è una differenza e sì, è importante. I due termini hanno significati distinti e diversi e confonderli solleva problematiche per entrambe le popolazioni.
I rifugiati sono persone in fuga da conflitti armati o persecuzioni. La loro situazione è spesso così pericolosa e così intollerabile che attraversano i confini nazionali per cercare protezione nei paesi vicini. Così facendo diventano internazionalmente riconosciuti come “rifugiati” che hanno accesso all’assistenza da parte degli Stati, dell’Unhcr e di altre organizzazioni. Gli viene riconosciuto questo status proprio perché per loro sarebbe troppo pericoloso tornare a casa e hanno bisogno di trovare protezione altrove. Si tratta di persone per le quali il rifiuto della richiesta di asilo ha conseguenze potenzialmente mortali.
I rifugiati sono definiti e protetti dal diritto internazionale. La Convenzione del 1951 sui Rifugiati e il suo Protocollo del 1967, così come altri testi giuridici, per esempio la Convenzione dell’OUA sui Rifugiati del 1969, restano la pietra angolare della moderna protezione dei rifugiati. I principi giuridici che questi documenti sanciscono fanno da riferimento per innumerevoli altre leggi e pratiche internazionali, regionali e nazionali. La Convenzione del 1951 definisce chi è un rifugiato e delinea i diritti di base che gli Stati dovrebbero garantire ai rifugiati. Uno dei principi fondamentali stabiliti dal diritto internazionale è che i rifugiati non debbano essere espulsi o rimandati in contesti in cui la loro vita e la loro libertà sarebbero minacciate.
La protezione dei rifugiati ha molte forme. Tra queste c’è la sicurezza di non essere rimandati nei pericoli dai quali sono fuggiti; l’accesso a procedure di asilo che siano giuste ed efficienti; e misure volte a garantire che i diritti umani fondamentali siano rispettati, così da consentire loro di vivere con dignità e sicurezza mentre li si aiuta a trovare una soluzione a lungo termine. Gli Stati sono i primi responsabili di questa protezione. L’Unhcr lavora quindi a stretto contatto con i governi, consigliandoli e sostenendoli come opportuno affinché mettano in pratica le proprie responsabilità.
I migranti scelgono di spostarsi non a causa di una diretta minaccia di persecuzione o di morte, ma, soprattutto, per migliorare la propria vita attraverso il lavoro, o in alcuni casi per l’istruzione, per ricongiungersi con la propria famiglia o per altri motivi. A differenza dei rifugiati che non possono tornare a casa senza correre rischi, i migranti non hanno questo tipo di ostacolo al loro ritorno. Se scelgono di tornare a casa, continueranno a ricevere la protezione del loro governo.
Per i singoli governi, questa distinzione è importante. Gli Stati si occupano dei migranti rispettando le proprie leggi e processi di immigrazione. Gli Stati si occupano dei rifugiati avvalendosi delle norme di protezione dei rifugiati e delle norme di asilo che sono sancite sia dalle legislazioni nazionali che dal diritto internazionale. Gli Stati hanno specifiche responsabilità nei confronti di tutti coloro che richiedono asilo nel loro territorio o alle loro frontiere. L’UNHCR aiuta i paesi ad affrontare le proprie responsabilità in materia di asilo e protezione dei rifugiati.
La politica interviene in tali dibattiti sempre in un certo modo. Assimilare rifugiati e migranti può avere gravi conseguenze per la vita e la sicurezza dei rifugiati. Confondere i due termini svia l’attenzione dalle specifiche protezioni legali di cui i rifugiati hanno bisogno. Può minare il sostegno dell’opinione pubblica ai rifugiati e al diritto d’asilo, proprio nel momento in cui moltissimi rifugiati hanno più che mai bisogno di tale protezione. Dobbiamo trattare tutti gli esseri umani con rispetto e dignità. Dobbiamo garantire che i diritti umani dei migranti siano rispettati. Allo stesso tempo, dobbiamo anche offrire un’adeguata risposta giuridica per i rifugiati, a causa della loro particolare situazione.
Quindi, tornando in Europa e al gran numero di persone che quest’anno e il precedente sono arrivate via mare in Grecia, in Italia e altrove. Quali dei due sono? Rifugiati o migranti?
In realtà sono entrambi. La maggioranza delle persone arrivate quest’anno, in particolare in Italia e in Grecia, proviene da paesi dilaniati dalla guerra o che sono considerati origine di grandi flussi di rifugiati e per i quali è necessaria la protezione internazionale. Tuttavia, una percentuale più piccola arriva da altri paesi e per molte di queste persone il termine “migranti” sarebbe corretto.
Così, all’Unhcr si usa l’espressione “rifugiati e migranti”, in riferimento agli spostamenti di persone via mare o in altre circostanze, in cui si ritiene che entrambi i gruppi possano essere presenti – gli spostamenti in barche nel Sud-Est asiatico ne sono un altro esempio. L’Unhcr usa “rifugiati” intendendo persone che fuggono da guerre o persecuzioni attraversando un confine internazionale. E usa “migranti” per quelle persone che si spostano per motivi non compresi nella definizione giuridica di rifugiato. La speranza è che gli altri riflettano sul fare lo stesso. Scegliere le parole è importante.
Da cartadiroma
29 agosto 2015
a cura di Unhcr, su www.articolo21.org (29/8/2015)

Con quasi 60 milioni di persone costrette a lasciare le proprie case in tutto il mondo e le traversate in barca del Mediterraneo in prima pagina quasi ogni giorno, è sempre più comune vedere i termini “rifugiato” e “migrante” usati in maniera intercambiabile, sia tra i media che nei dibattiti. Ma tra le due parole c’è una differenza? E se c’è, è importante?
Sì, c’è una differenza e sì, è importante. I due termini hanno significati distinti e diversi e confonderli solleva problematiche per entrambe le popolazioni.
I rifugiati sono persone in fuga da conflitti armati o persecuzioni. La loro situazione è spesso così pericolosa e così intollerabile che attraversano i confini nazionali per cercare protezione nei paesi vicini. Così facendo diventano internazionalmente riconosciuti come “rifugiati” che hanno accesso all’assistenza da parte degli Stati, dell’Unhcr e di altre organizzazioni. Gli viene riconosciuto questo status proprio perché per loro sarebbe troppo pericoloso tornare a casa e hanno bisogno di trovare protezione altrove. Si tratta di persone per le quali il rifiuto della richiesta di asilo ha conseguenze potenzialmente mortali.
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L’ideologia Gender? Non esiste. L’omofobia invece sì!
di Carmen Bellone, su www.stonevall.it (25/8/2015)

La faccenda inizia con chi si oppone al fatto che l’omofobia sia considerata movente di discriminazione, bullismo, nelle scuole o tra adulti. C’è chi vuole avere la libertà di dire che un gay è malato e una trans coltiva perversioni. Tutta brutta gente da tenere a distanza perché potrebbe nuocere ai bambini. La campagna, da parte di varie organizzazioni cattoliche, è talmente massiccia da fare impallidire gli islamisti che parlano di impiccagioni ai froci. Non va bene formare gli insegnanti con appositi corsi che insegnino cos’è l’educazione al rispetto dei generi. Non va bene insegnare agli insegnanti a non sottovalutare segnali di bullismo: quando si insulta un bimbo perché è sovrappeso, disabile, o perché ritiene di essere altro rispetto a quel che il riflesso del corpo gli dice di sé.
Cosa c’è di male a fare in modo che i figli non picchino altri figli, che i bambini imparino a rispettarsi gli uni con gli altri? Non è forse il cattolicesimo che dovrebbe insegnare la tolleranza? E dove sono questi cattolici tolleranti se io vedo persone che si definiscono tali e che ultimamente sputano su chiunque sia diverso da loro? Dove sono questi genitori pietosi e caritatevoli, che difendono il sacro valore della famiglia, se poi se ne fregano del destino di bambini che vanno tutelati? E perché mai un genitore di un figlio gay o lesbica o con disforia di genere, non dovrebbe ottenere che gli insegnanti facciano di tutto purché quel figlio non soffra mai di alcuna discriminazione?
Ma cosa siete diventati, voi, che brandite la croce per giustificare il vostro razzismo e la vostra omotransfobia. Cosa siete diventati voi che volete rinchiudere in un ghetto i figli dei musulmani e quelli che hanno genitori omosessuali o che si riconoscono in identità diverse? Cosa vorreste, in questa nuova stagione di apartheid, da chi paga le tasse per popolare le stesse scuole che attraversano i figli dei cattolici? Il vostro Cristo appeso al muro di una classe non rappresenta tutti. Io l’ho dovuto sopportare, per esempio, ho dovuto pregare, in ginocchio, un Dio nel quale non credo e ho dovuto fare inchini, partecipare a riti, confessioni di peccati che non consideravo tali, sposalizi con Gesù che mi sarebbe stato bene solo in carne ed ossa. E perché mai la gente come me, e tanti figli che vengono cresciuti secondo valori differenti, devono essere destinati a nuovi campi (scolastici) di concentramento? E poi che altro ci riserverà il futuro? Quale moderna camera a gas potrà saziare il vostro appetito discriminatorio?
E per finire, dopo aver letto un sacco di idiozie, a partire da chi immagina che parlare di rispetto dei generi a scuola significhi far masturbare in classe i bimbi, o insegnargli a usare i preservativi, o, addirittura, a indossare un tanga, tutti pensieri che spiegano quanto morbosa sia l’immaginazione di chi li pronuncia piuttosto che di chi vi si oppone, leggo ora di un altro scandalo che affliggerebbe la nostra scuola pubblica.
Alcuni bimbi, con l’accordo dei genitori, si sono scambiati i vestiti, per gioco. I bambini diventavano streghe e le bambine diventavano cavalieri. Tutto nell’ambito di un progetto che si chiama “Il gioco del rispetto” secondo il quale i bambini possono immaginare le professioni che vorranno svolgere da grandi, a prescindere dal loro sesso. Che male c’è a rappresentare la realtà immaginando una inversione di ruoli? Dove sta lo scandalo? Allora, mi rivolgo soprattutto alle giovani donne e ai giovani uomini, a chi ritiene di averne piene le scatole di ruoli imposti, le donne a fare alcune cose e gli uomini altre, mi rivolgo a chi pensa che il genere è un costrutto culturale, che la biologia non spiega il perché le donne debbano pulire casa e gli uomini andare in miniera. Non è più così che va il mondo, e questo progresso coincide con un vantaggio che vale per tutti. Non siete forse voi, uomini, che dite di voler essere più vicini affettivamente ai figli? E come pretendereste di poter assumere un ruolo che è sempre stato assegnato alle madri se non combattete contro gli stereotipi sessisti? Non siete voi, signore, che dite di averne abbastanza di fare figli, di svolgere ruoli di cura? E come vorreste condividere le mansioni che normalmente vi vengono assegnate se non si parla di una nuova cultura che riconosce come interscambiabili i ruoli delle persone?
Allora ditemi: è un progresso o un regresso il fatto che figure politiche di destra si oppongano al capovolgimento e alla decostruzione di stereotipi che addomesticano bambini e bambine per farli crescere a misura di una ideologia integralista e conservatrice? Perché mai le bambine devono ancora essere costrette a giocare con materiale rosa, genderizzato, e i bimbi devono essere sommersi da materiale azzurro? E se una bambina volesse diventare un cavaliere e un bambino volesse diventare una strega, sul serio, voi, genitori, potreste impedirglielo?
La faccenda inizia con chi si oppone al fatto che l’omofobia sia considerata movente di discriminazione, bullismo, nelle scuole o tra adulti. C’è chi vuole avere la libertà di dire che un gay è malato e una trans coltiva perversioni. Tutta brutta gente da tenere a distanza perché potrebbe nuocere ai bambini. La campagna, da parte di varie organizzazioni cattoliche, è talmente massiccia da fare impallidire gli islamisti che parlano di impiccagioni ai froci. Non va bene formare gli insegnanti con appositi corsi che insegnino cos’è l’educazione al rispetto dei generi. Non va bene insegnare agli insegnanti a non sottovalutare segnali di bullismo: quando si insulta un bimbo perché è sovrappeso, disabile, o perché ritiene di essere altro rispetto a quel che il riflesso del corpo gli dice di sé.
Cosa c’è di male a fare in modo che i figli non picchino altri figli, che i bambini imparino a rispettarsi gli uni con gli altri? Non è forse il cattolicesimo che dovrebbe insegnare la tolleranza? E dove sono questi cattolici tolleranti se io vedo persone che si definiscono tali e che ultimamente sputano su chiunque sia diverso da loro? Dove sono questi genitori pietosi e caritatevoli, che difendono il sacro valore della famiglia, se poi se ne fregano del destino di bambini che vanno tutelati? E perché mai un genitore di un figlio gay o lesbica o con disforia di genere, non dovrebbe ottenere che gli insegnanti facciano di tutto purché quel figlio non soffra mai di alcuna discriminazione?
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Migranti e informazione: anche il servizio pubblico deve contribuire a un giornalismo etico
di Franco Siddi, su www.articolo21.org (21/8/2015)

L’affermazione dei diritti di cittadinanza è stella polare per il giornalismo etico libero, in tutto il mondo. Su questi diritti – ripete incessantemente il nostro Capo dello Stato, Sergio Mattarella, che sta segnando un magistero istituzionale in questo senso – si può e si deve fondare” il grande spazio europeo di libertà, sicurezza e giustizia”.Davanti alle emergenze dei milioni di uomini, donne, bambini in fuga da guerre, persecuzioni e fame non si può che rispondere con l’esercizio dei doveri etici della professione, dalla severa proposizione dei fatti con documenti e parole fedeli e linguaggio rigoroso”. Non tutto è da buttare. Non partiamo da zero. Partiamo dalla cultura, dalla conoscenza e facciamo tesoro degli esempi.
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Le ragazze non sono portate per la matematica: una falsa credenza
di Gianluca Angelini, su www.educare.it (14/8/2015)

Le femmine sono poco portate per la matematica: un luogo comune privo di ogni fondamento, uno stereotipo di genere ancora molto diffuso - trasversalmente - nelle famiglie italiane. Diffuso al punto che questa 'credenza' inizia a generare conseguenze negative già dai 6 anni di età. A metterlo nero su bianco è uno studio dell'Università di Bologna secondo cui questo atteggiamento produce conseguenze 'nefaste' nelle bambine già dai primissimi mesi dalla scuola primaria, facendole sentire meno brave in matematica, indipendentemente dal giudizio effettivo dei genitori sulle loro capacità.
Lo studio, da poco pubblicato sulla rivista Contemporary Educational Psychology, è il primo ad indagare la relazione tra gli stereotipi di genere sulla matematica dei genitori e la percezione dell'abilità in matematica di bambine e bambini già a partire dai 6 anni di età. Per realizzarlo sono stati coinvolti circa 250 bambine e bambini di diverse scuole primarie dell'Emilia-Romagna e del Veneto, insieme ai loro genitori e agli insegnanti.
Ai bambini è stato chiesto di valutare sia quanto si sentissero bravi in matematica, sia quanto pensassero che il loro papà e la loro mamma li ritenessero bravi. Poi è stato chiesto ai genitori quanto ritenessero bravo o brava in matematica il loro figlio o figlia e allo stesso tempo quanto condividessero lo stereotipo di genere sulla matematica. Infine, sono state raccolte le valutazioni degli insegnanti. Analizzando i dati i ricercatori hanno concluso che lo stereotipo di genere sulla matematica si impone negativamente sulle bambine già dai primi mesi della scuola primaria. E che la percezione di abilità matematica dei figli dipende, più che dalle valutazioni dell'insegnante, dai giudizi dei genitori, che vengono visti come 'interpreti'. Come dire, se i genitori li considerano bravi, anche i bambini si sentono bravi. In aggiunta, viene stabilito dalla ricerca bolognese, per le bambine esiste un effetto negativo dato dagli stereotipi di genere delle mamme: se la mamma ritiene che la figlia sia meno brava di un maschio in matematica, allora la figlia si sentirà meno brava indipendentemente dal giudizio effettivo della mamma sulla bravura della sua bambina.
Solo lo scorso marzo, uno studio Ocse sulle pari opportunità nella scuola, ha evidenziato come matematica e discipline tecniche siano uno spauracchio per le ragazzine quindicenni a causa di una mancanza di fiducia nei propri mezzi. Più brave dei coetanei maschi, più studiose, più attente alla scuola e ai buoni voti, infatti, finiscono dietro ai ragazzi se si considera la sola matematica. E non per qualche ragione innata, certifica l'Ocse, ma solo per un problema di percezione delle proprie competenze e di autostima.Le femmine sono poco portate per la matematica: un luogo comune privo di ogni fondamento, uno stereotipo di genere ancora molto diffuso - trasversalmente - nelle famiglie italiane. Diffuso al punto che questa 'credenza' inizia a generare conseguenze negative già dai 6 anni di età. A metterlo nero su bianco è uno studio dell'Università di Bologna secondo cui questo atteggiamento produce conseguenze 'nefaste' nelle bambine già dai primissimi mesi dalla scuola primaria, facendole sentire meno brave in matematica, indipendentemente dal giudizio effettivo dei genitori sulle loro capacità.
Le femmine sono poco portate per la matematica: un luogo comune privo di ogni fondamento, uno stereotipo di genere ancora molto diffuso - trasversalmente - nelle famiglie italiane. Diffuso al punto che questa 'credenza' inizia a generare conseguenze negative già dai 6 anni di età. A metterlo nero su bianco è uno studio dell'Università di Bologna secondo cui questo atteggiamento produce conseguenze 'nefaste' nelle bambine già dai primissimi mesi dalla scuola primaria, facendole sentire meno brave in matematica, indipendentemente dal giudizio effettivo dei genitori sulle loro capacità.
Lo studio, da poco pubblicato sulla rivista Contemporary Educational Psychology, è il primo ad indagare la relazione tra gli stereotipi di genere sulla matematica dei genitori e la percezione dell'abilità in matematica di bambine e bambini già a partire dai 6 anni di età. Per realizzarlo sono stati coinvolti circa 250 bambine e bambini di diverse scuole primarie dell'Emilia-Romagna e del Veneto, insieme ai loro genitori e agli insegnanti.
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La presenza di alunni disabili fa bene alla scuola
La grande maggioranza dei genitori tedeschi promuove l’inclusione scolastica dei disabili o, più esattamente, le scuole che praticano l’inclusione. La cosa non era scontata. Il tema è complesso. Uno dei più significativi meriti della scuola italiana è avere intrapreso e realizzato fin dagli anni settanta l’inclusione scolastica dei disabili, gli handicappati si diceva allora. Le resistenze furono molte, ma sono state vinte dall’esperienza. Finalmente nel 2009 l’inclusione è stata sancita dalle Nazioni Unite. Così, dopo l’Italia, anche altri paesi si sono mossi, tra gli altri la Germania e i suoi land. Vittorioso a livello istituzionale, il principio dell’inclusione pareva che continuasse a trovare resistenze nell’opinione pubblica e nelle famiglie.
In febbraio la fondazione Bertelsmann ha intervistato un campione rappresentativo della popolazione adulta – 4.321 genitori con figli tra i 6 e i 16 anni sia che frequentano sia che non frequentano scuole aperte alla inclusione dei disabili – e ha ora pubblicato il suo rapporto, “Come i genitori vedono l’inclusione”. Die Zeit on line del 5 luglio lo riprende e ne riporta la sintesi. “Bei voti alle scuole dell’inclusione”, dice il titolo. I genitori di alunni in scuole inclusive, siano o no disabili, sono soddisfatti delle scuole assai più degli altri con figli in scuole non inclusive: gli insegnanti curano molto di più il loro lavoro e i ragazzi, anche i non disabili, hanno livelli di profitto e di partecipazione assai più alti.
di Tullio De Mauro, su www.educare.it (4/8/2015)

La grande maggioranza dei genitori tedeschi promuove l’inclusione scolastica dei disabili o, più esattamente, le scuole che praticano l’inclusione. La cosa non era scontata. Il tema è complesso. Uno dei più significativi meriti della scuola italiana è avere intrapreso e realizzato fin dagli anni settanta l’inclusione scolastica dei disabili, gli handicappati si diceva allora. Le resistenze furono molte, ma sono state vinte dall’esperienza. Finalmente nel 2009 l’inclusione è stata sancita dalle Nazioni Unite. Così, dopo l’Italia, anche altri paesi si sono mossi, tra gli altri la Germania e i suoi land. Vittorioso a livello istituzionale, il principio dell’inclusione pareva che continuasse a trovare resistenze nell’opinione pubblica e nelle famiglie.
In febbraio la fondazione Bertelsmann ha intervistato un campione rappresentativo della popolazione adulta – 4.321 genitori con figli tra i 6 e i 16 anni sia che frequentano sia che non frequentano scuole aperte alla inclusione dei disabili – e ha ora pubblicato il suo rapporto, “Come i genitori vedono l’inclusione”. Die Zeit on line del 5 luglio lo riprende e ne riporta la sintesi. “Bei voti alle scuole dell’inclusione”, dice il titolo. I genitori di alunni in scuole inclusive, siano o no disabili, sono soddisfatti delle scuole assai più degli altri con figli in scuole non inclusive: gli insegnanti curano molto di più il loro lavoro e i ragazzi, anche i non disabili, hanno livelli di profitto e di partecipazione assai più alti.
 
#Nessunascusa
"Il mio modo di vestire non è una scusa, la violenza non fa di te un uomo". Fa ancora discutere la sentenza di assoluzione per i sei ragazzi accusati di avere stuprato una ragazza alla Fortezza da Basso di Firenze nel 2008. Per i giudici della Corte D'Appello la giovane, all'epoca ventitreenne, denunciò il rapporto sessuale per "rimuovere" un suo "discutibile momento di debolezza e fragilità". La Rete della Conoscenza ha quindi deciso di lanciare la fotopetizione ‪#‎Nessunascusa‬.
"Dopo la sentenza di Fortezza sentiamo la necessità di prendere parola non solo in solidarietà alla ragazza che è stata brutalmente umiliata, privata di un suo diritto perché 'non conforme', definita 'un soggetto fragile,promiscuo, bisessuale' e quindi non credibile per i giudici ma anche per riflettere collettivamente con chi è indignato, stanco e arrabbiato come noi", scrive la Rete della Conoscenza su Facebook sulla pagina "Nessuno escluso".
da redazione, su www.huffingtonpost.it" (23/07/2015)

Il mio modo di vestire non è una scusa, la violenza non fa di te un uomo". Fa ancora discutere la sentenza di assoluzione per i sei ragazzi accusati di avere stuprato una ragazza alla Fortezza da Basso di Firenze nel 2008. Per i giudici della Corte D'Appello la giovane, all'epoca ventitreenne, denunciò il rapporto sessuale per "rimuovere" un suo "discutibile momento di debolezza e fragilità". La Rete della Conoscenza ha quindi deciso di lanciare la fotopetizione ‪#‎Nessunascusa‬.
"Dopo la sentenza di Fortezza sentiamo la necessità di prendere parola non solo in solidarietà alla ragazza che è stata brutalmente umiliata, privata di un suo diritto perché 'non conforme', definita 'un soggetto fragile,promiscuo, bisessuale' e quindi non credibile per i giudici ma anche per riflettere collettivamente con chi è indignato, stanco e arrabbiato come noi", scrive la Rete della Conoscenza su Facebook sulla pagina "Nessuno escluso".
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I sommersi e i salvati
Stefano Galieni, Zeroviolenza
14 luglio 2015
Scrivo queste battute, in maniera inusuale forse, in prima persona. Stufo un po' di sentir parlare in astratto di modelli "multiculturali" che falliscono mentre le modalità di convivenza umana, concretamente, si realizzano, seppur fra molte difficoltà, preferisco partire da considerazioni individuali che interconnettono due questioni,
quella del modello economico che si è imposto e che ormai è divenuto dogma e quello della mutazione in chiave interculturale di questo, come di altri paesi.
Utilizzo il termine “interculturale” non per vezzo ma in quanto la presenza stabile di alcuni milioni di persone, provenienti dai 4 angoli del pianeta (in Italia non si è mai affermata una immigrazione omogenea dal punto di vista delle nazionalità), ha prodotto sì il proliferare di comunità suddivise in base alla provenienza ma, con il passare del tempo, anche una costante mutazione delle identità precedenti. Chi è qui oggi non è più ciò che era quando è partito, nella lingua, nei tempi e nei ritmi di vita, nella relazione con la società ospitante.
E questo vale maggiormente nei giovani, cresciuti nel sistema scolastico italiano anche se fra mille contraddizioni come per chi si è costruito proprie forme di cittadinanza sociale che lo mettono in relazione con gli autoctoni (il sindacato nel mondo del lavoro dipendente ad esempio) o spazi di inevitabile condivisione come condomini, uffici, negozi e autobus. Tutto risolto allora? Affatto e non solo per i rigurgiti xenofobi, per gli allarmismi sociali, per le forme diverse di autoesclusione, per una legislazione ancora indietro rispetto alla società. C’è secondo me una semplice verità poco esplorata ma terribilmente significativa.
L’Italia, come gran parte dell’Occidente, ha ormai reso strutturale un apartheid di classe, se vogliamo utilizzare un termine desueto, che non separa le persone su base etnica ma di condizione sociale. Per chi ha redditi dignitosi, vive in un quartiere o in una provincia dotata di servizi, paga meno di altri gli effetti della crisi, non si manifesta una distinzione così netta e crudele verso la presenza migrante. Si manifesta una pratica segregazionista verso i poveri, gli esclusi dal ciclo produttivo, i drop out che popolano le città.
Certo in queste fasce sociali la presenza di cittadini provenienti da altri paesi è maggiore e certamente per una parte consistente dei lavori a bassa qualifica, che mantengono in condizione di precarietà e indigenza sono impiegati per lo più uomini e donne non autoctoni. Ma il vero fallimento del modello sociale, depauperato da gran parte delle forme di welfare, ed economico, dove le riforme della Troika- in Italia inghiottite senza colpo ferire – è nell’aver alimentato gerarchie destinate a durare. Inutile sbraitare misere frasi come “prima gli italiani”, non solo razzista ma soprattutto inutile.
Come fanno ad esempio gli “italiani” ad arrivare prima quando l’edilizia popolare da noi è ferma con una media di disponibilità del 4% quando quella europea è del 16%? Le case ci sono e restano invendute o affittate a canoni che solo (autoctoni o migranti) con un buon reddito si possono permettere, gli altri non hanno possibilità. Ed è patetico sentir dire che le “case popolari vanno agli immigrati”, vanno a chi in graduatoria ha un posto più alto, un bisogno maggiore per fragilità e presenza di soggetti vulnerabili ma il problema è che le case popolari sono poche e quelle inutilizzate, lasciate a marcire in attesa di trarne rendita, una enormità.
Posti negli asili nido, grazie ai tagli effettuati ai bilanci, stessa situazione, incentivi all’occupazione, neanche a parlarne. Il lavoro nero prospera come condizione “normale” fra migranti e italiani doc. Certo, restano le leggi infami che permettono espulsione dal territorio per chi non ha un contratto regolare di lavoro, certamente, chi è migrante, gode di meno diritti e spesso subisce vessazioni non solo dallo Stato ma dagli Enti Locali, ma è questo a far fallire un modello meticcio? Ad essere “schiavi del nostro benessere” come giustamente ricorda Bauman non siamo soltanto noi di antica stirpe italica, come piacerebbe dire a qualcuno.
È una parte della popolazione, diversa per cultura, provenienza, presenza in Italia, ruolo economico e culturale, di ceto medio che rischia un drastico impoverimento e non è disposta a rinunciare a quelli che considera privilegi acquisiti. Vale per i signori con la felpa e per i 200 mila imprenditori di origine straniera, che in Italia stanno anche assumendo personale italiano, che realizzano profitto all’interno di quello stesso modello economico e finanziario oggi in crisi, che potrebbero cavarsela come finire strozzati dai debiti e dalle banche che chiudono i rubinetti. Piantiamola insomma con questa separazione culturalistica che allontana contesti già frammentati, certo non rifugiandoci in economicismi che non hanno futuro.
Guardiamo questo assurdo Paese come l’Italia come un Paese che è già cambiato e ancora cambierà, che si sta ridefinendo nella sua composizione e potrà farcela solo alla condizione di non proseguire la guerra indiscriminata contro i poveri di ogni nazione. E non chiamiamola “guerra fra poveri”. Il contesto è asimmetrico: io per quanto cassaintegrato giunto forse ad una fase critica del mio percorso lavorativo, non potrò mai essere cacciato da questo Paese, potrò in parte godere di una rete solidale e parentale sviluppata negli anni, mi avvantaggiano, ancora per poco le leggi.
Per chi giunge da fuori il futuro si prospetta diverso, sarà ripartito nelle categorie ancestrali di “sommersi” (inutili a tutti, anzi un peso) e “salvati”, in grado di garantire profitto soprattutto in condizione di sfruttamento massimo. Chi non si adegua verrà cacciato. Ed è questo il modello che è fallito a cui è necessario contrapporne uno radicalmente alternativo.
di Stefano Galieni, su www.zeroviolenza.it (19/7/2015)

L’Italia, come gran parte dell’Occidente, ha ormai reso strutturale un apartheid di classe, se vogliamo utilizzare un termine desueto, che non separa le persone su base etnica ma di condizione sociale. Per chi ha redditi dignitosi, vive in un quartiere o in una provincia dotata di servizi, paga meno di altri gli effetti della crisi, non si manifesta una distinzione così netta e crudele verso la presenza migrante. Si manifesta una pratica segregazionista verso i poveri, gli esclusi dal ciclo produttivo, i drop out che popolano le città.
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Il potere persuasivo della normalità
di Luca Pasi su www.educare.it
Così fan tutti: questa sembra essere diventata la regola del comportamento, almeno per la maggioranza delle persone. Non criteri morali o principi etici, né valutazioni in ordine alla salute ed all’ecologia, ma valori (o pseudo tali) legittimati dall’orientamento dell’opinione pubblica. Un “sentire”, spesso acritico e superficiale, abilmente indotto attraverso mode ed ai fini di interessi particolari. Una normalità persuasiva e pervasiva, che si insinua in ogni anfratto del vivere, dal piano più personale a quello sociale e politico.
Ecco allora che diviene “normale” insegnare in modo sempre più standardizzato, rottamando (come va di moda dire oggi) la creatività didattica a favore dei sussidi che sono abbondantemente offerti sul mercato. Fare scuola (nella primaria, soprattutto) diventa così un affare di schede fotocopiate, che danno la misura della produttività di un docente unitamente ai risultati dei test INVALSI. Sempre più una scuola della carta e dei numeri, orientata all’economia; sempre meno una scuola della formazione della persona e del cittadino, della scoperta e dell’esperienza, secondo quella tradizione didattica che nel nostro Paese può vantare luminosi maestri.
Così fan tutti. In adolescenza è normale, nonostante i divieti di legge, assumere grandi quantità di alcolici, superalcolici e sostanze stupefacenti in quei contenitori del divertimento e dello sballo che sono feste e discoteche (si veda a questo proposito il crudo reportage di Presa Diretta).
Un altro contesto ancora. E’ normale che i negozi siano aperti 7 giorni su 7, con buona pace di coloro che vi lavorano e delle loro famiglie, che vedono così estinguersi i tempi dell’incontro: mogli e mariti, genitori e figli che accettano come normale il fatto di vivere sotto lo stesso tetto ma con vite parallele, che convergono sempre meno. Di conseguenza: meno dialogo e confronto, meno scontri, più solitudine.
E’ normale che il lavoro sia sempre più precario, facendo leva sul fatto che pur di guadagnare si è disposti a tutto. E fa pensare che il movimento di pensiero politico oggi prevalente vada non tanto nella direzione di ripristinare maggiori tutele ma di demolire quelle che già ci sono, con il plauso degli organismi internazionali. E’ sempre più accettato che il lavoro sia unicamente visto come fonte di reddito, grazie al quale è possibile fare una vita all’insegna del consumo, nel tempo libero. Non più il lavoro come occasione di dignità, di realizzazione personale, come condizione di libertà. No, questi pensieri sono “conservatori”, il futuro è nel liberismo sfrenato.
E’ pure normale che un imprenditore possa licenziare i suoi operai, per assumerli immediatamente attraverso una cooperativa che egli stesso ha creato. Così li può pagar di meno, può imporre condizioni di lavoro con meno tutele, come detrarre i tempi delle piccole pause dall’orario di lavoro o chiedere, senza preavviso, lavoro straordinario a fine turno. Come chiudere la cooperativa e poi riaprirla, riassumendo i lavoratori ma senza gli scatti di anzianità.
E’ normale che uno Stato, potente, possa prendere unilateralmente l’iniziativa di aggredire militarmente un altro Stato adducendo motivazioni, reali o costruite ad hoc, di ordine umanitario, per la sicurezza internazionale o l’imposizione della democrazia. Con buona pace dell’ONU e di ogni altra forma di confronto attraverso le diplomazie.
Distinguersi dall’opinione corrente è difficile, richiede approfondimento dei fatti ed elevato senso critico. Talvolta è persino costoso, in termini emotivi, relazionali e sociali. Ma dobbiamo reciprocamente aiutarci a comprendere che cosa stiamo sacrificando quando accettiamo gli orientamenti dell’opinione pubblica in modo tacito, senza analisi critica; quando, per pigrizia o sfiducia, evitiamo di fare la nostra parte nella costruzione di un mondo più giusto, più pacifico, più sano, più gioioso e solidale per tutti.
di Luca Pasi, su www.educare.it (18/7/2015)

Così fan tutti: questa sembra essere diventata la regola del comportamento, almeno per la maggioranza delle persone. Non criteri morali o principi etici, né valutazioni in ordine alla salute ed all’ecologia, ma valori (o pseudo tali) legittimati dall’orientamento dell’opinione pubblica. Un “sentire”, spesso acritico e superficiale, abilmente indotto attraverso mode ed ai fini di interessi particolari. Una normalità persuasiva e pervasiva, che si insinua in ogni anfratto del vivere, dal piano più personale a quello sociale e politico.
Ecco allora che diviene “normale” insegnare in modo sempre più standardizzato, rottamando (come va di moda dire oggi) la creatività didattica a favore dei sussidi che sono abbondantemente offerti sul mercato. Fare scuola (nella primaria, soprattutto) diventa così un affare di schede fotocopiate, che danno la misura della produttività di un docente unitamente ai risultati dei test INVALSI. Sempre più una scuola della carta e dei numeri, orientata all’economia; sempre meno una scuola della formazione della persona e del cittadino, della scoperta e dell’esperienza, secondo quella tradizione didattica che nel nostro Paese può vantare luminosi maestri.
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