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Il lungo (e incompiuto) processo verso la famiglia fondata su amore e accoglienza
Si discute molto di famiglia e di figli in questo periodo. Ma troppo spesso si dimentica che di “naturale” la famiglia ha poco o nulla, che nella storia e nelle varie culture essa ha assunto connotati molto diversi, e molto spesso violenti nei confronti di donne e bambini. In questo contesto, che significa che “i figli non sono un diritto”?
di Chiara Saraceno
“I figli non sono un diritto”. Vero, non c’è dubbio. Vale per tutti: per le coppie formate da persone di sesso diverso come per le coppie formate da persone dello stesso sesso, per le coppie come per i/le single. Ma che cosa significa esattamente che non sono un diritto? Che chi non è fertile, o ha un partner non fertile, non ha diritto di provare e viceversa che basta essere fertili (e in un rapporto di coppia eterosessuale) per avere automaticamente il diritto di avere un figlio? Quando si discute di diritti e li  si aggancia ad una idea di “natura” e di “normalità” si intraprende una strada molto scivolosa. Una strada lungo la quale si incontrano molte violenze, in particolare contro le donne e i bambini, ma talvolta anche contro gli uomini.
Qualche secolo fa in Italia le donne nubili sospette di essere incinte venivano imprigionate per evitare che abortissero, salvo togliere loro i figli perché “indegne” di essere madri. In Irlanda, come ci ha ricordato il film Le Maddalene, la cosa è durata fino a qualche decennio fa con il beneplacito della Chiesa Cattolica. In nome della protezione della “paternità legittima” i figli nati da un uomo sposato fuori dal matrimonio non potevano essere riconosciuti da quello. E una madre coniugata che avesse un figlio con un uomo diverso dal marito, magari lontano o da cui era separata, aveva di fronte a sé solo due scelte: o non riconoscerlo affinché il padre, se non a sua volta sposato, potesse farlo lui, oppure tacere, attribuendone la paternità al marito. Il tutto con buona pace dell’oggi tanto sbandierato principio che i bambini hanno bisogno di un padre e di una madre, possibilmente biologici.
Nella legge 40, fortemente voluta da una grossa fetta dei parlamentari cattolici e la cui abrogazione per via referendaria è stata attivamente impedita dalla gerarchia cattolica, si è vietata sia la riproduzione artificiale con donatore o donatrice, sia il ricorso all’esame pre-impianto degli embrioni nel caso di aspiranti genitori portatori di malattie genetiche gravi, che avrebbero comportato sofferenze atroci all’eventuale nascituro. Ci sono volute sentenze delle Corti italiane ed europea per cancellare questa mostruosità voluta da parlamentari ottusi e arroganti che, con la benedizione della Chiesa, si arrogavano il diritto di dire chi può e in quali condizioni fare figli e chi no. Se dovessero poter avere figli solo coloro che sono fertili, e in coppia eterosessuale, dovremmo non solo condannare ogni forma di riproduzione assistita, inclusa quella con gameti della coppia, ma anche vietare l’adozione.
Nella nostra società e cultura da lungo tempo si è passati da un’idea che si facessero figli – in proprio o tramite adozione – vuoi perché “venivano”, come non sempre benvenuta conseguenza di un rapporto sessuale, vuoi perché utili alla dinastia o all’impresa famigliare, ma perché danno gioia e aprono al futuro. Come ha ammesso, con un lapsus involontario, lo stesso cardinal Bagnasco, la famiglia non è un fatto ideologico, bensì antropologico. Appunto, l’antropologia, e la storia, ci mostrano che qualunque sia la “famiglia voluta da Dio”, secondo la sorprendente e astorica definizione di papa Francesco, le famiglie umane vengono in forme e contenuti diversi. Non c’è un’unica “famiglia umana”. Ed alcune forme di famiglia anche del nostro recente passato erano intrinsecamente violente nei rapporti di genere e generazione, non solo a livello individuale, ma proprio di conformazione istituzionale.  C'è voluto un lungo processo, non del tutto compiuto, perché la dimensione fondamentale, autenticamente generativa, della genitorialità fosse l’accoglimento e l’assunzione di responsabilità e perché la cifra della relazione genitori-figli (come per la coppia) fosse l’amore E’ su questo che si gioca il “diritto ad avere figli” o, meglio, a provarci, non di fronte alla legge, ma di fronte alla propria coscienza.
Le tecniche di riproduzione assistita, e più ancora la possibilità di ricorrere ad una madre gestante per altri, acuiscono ed esplicitano la necessità di effettuare – ciascuno nel proprio foro interiore – questa valutazione: non solo perché la scelta di diventare genitori è necessariamente più esplicitamente intenzionale, ma perché coinvolge più soggetti e modifica di poco o tanto il nesso tra coppia, sessualità, generazione. Di nuovo, vale per tutti, non solo per le persone omosessuali. Quando si smetterà di pretendere di possedere la verità e il monopolio della definizione di chi può fare famiglia e chi può avere figli, finalmente si potrà aprire una riflessione in cui tutte le parti possano trovare voce e ascolto, con rispetto e pazienza, per fare un passo ulteriore nel processo di civilizzazione della famiglia e dei rapporti di sesso e generazione.
di Chiara Saraceno, su http://temi.repubblica.it/micromega-online (30/1/2016)

Si discute molto di famiglia e di figli in questo periodo. Ma troppo spesso si dimentica che di “naturale” la famiglia ha poco o nulla, che nella storia e nelle varie culture essa ha assunto connotati molto diversi, e molto spesso violenti nei confronti di donne e bambini. In questo contesto, che significa che “i figli non sono un diritto”?
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Invertiamo la rotta di un mondo sempre più ingiusto, il terrorismo ha anche radici sociali
di Vannino Chiti, su www.huffingtonpost.it (19/1/2016)

Il mondo diventa sempre più ingiusto, miliardi di persone rimangono indietro, anno dopo anno.
Nel 2015 il patrimonio accumulato dall'1% dei più ricchi al mondo ha superato quello del 99% della popolazione mondiale. È un dato sconcertante e lo ha reso noto l'organizzazione non governativa Oxfam, secondo la quale lo scarto tra i super ricchi e il resto della popolazione è cresciuto in modo esponenziale negli ultimi 12 mesi.
Nel rapporto della ong si legge anche che i 62 miliardari più ricchi del mondo hanno un patrimonio equivalente a quello della metà più povera della popolazione mondiale. È la fotografia impietosa di un mondo in cui la condizione umana è sempre più divisa in due, con una parte minoritaria che ha troppo e una parte, quella più numerosa, che ha poco o nulla. Anche al di sopra della soglia di povertà l'ingiustizia sociale la fa da padrona: poche migliaia di persone con i loro patrimoni e il loro potere schiacciano milioni di donne e uomini che lottano ogni giorno per mantenere un livello di benessere accettabile.
Le disuguaglianze crescono e minano la convivenza civile e il futuro. Il terrorismo internazionale che sta insanguinando il mondo e spaventando tutti noi ha radici non solo ideologiche ma anche sociali. Popolazioni povere e non istruite sono terreno fertile del proselitismo di fanatici senza scrupoli e di manipolatori del pensiero. La crisi economica ha impoverito tanti e arricchito pochi: dal 2010, 3,6 miliardi di persone, la metà della popolazione mondiale, ha visto la propria quota di ricchezza ridursi di circa 1.000 miliardi di dollari. I 62 super ricchi hanno invece registrato un incremento di oltre 500 miliardi, arrivando così ad un totale di 1.760.
Anche in Italia le distanze sociali si sono accentuate: l'1% più ricco degli italiani è in possesso del 23,4% della ricchezza nazionale; oltre la metà dell'incremento della ricchezza dal 2000 al 2015 è andata al 10% più ricco. È il modello socio-economico ad essere sbagliato: quello dominante si fonda sull'individualismo, sul culto del profitto slegato da finalità sociali, sul consumo indiscriminato delle risorse naturali, sull'inquinamento dell'ambiente, sull'assenza di regole che assicurino equità sociale e redistribuzione della ricchezza. È il modello neoliberista che si è affermato negli anni '80 e che, nonostante il suo fallimento, continua a guidare le principali istituzioni nazionali, continentali e mondiali.
Il mondo diventa sempre più ingiusto, miliardi di persone rimangono indietro, anno dopo anno.Nel 2015 il patrimonio accumulato dall'1% dei più ricchi al mondo ha superato quello del 99% della popolazione mondiale. È un dato sconcertante e lo ha reso noto l'organizzazione non governativa Oxfam, secondo la quale lo scarto tra i super ricchi e il resto della popolazione è cresciuto in modo esponenziale negli ultimi 12 mesi.
Nel rapporto della ong si legge anche che i 62 miliardari più ricchi del mondo hanno un patrimonio equivalente a quello della metà più povera della popolazione mondiale. È la fotografia impietosa di un mondo in cui la condizione umana è sempre più divisa in due, con una parte minoritaria che ha troppo e una parte, quella più numerosa, che ha poco o nulla. Anche al di sopra della soglia di povertà l'ingiustizia sociale la fa da padrona: poche migliaia di persone con i loro patrimoni e il loro potere schiacciano milioni di donne e uomini che lottano ogni giorno per mantenere un livello di benessere accettabile.
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A ogni studente il proprio stile di apprendimento: un neuromito?
di Elisabetta Intini, su www.educare.it (15/1/2016)

Molti di noi sono cresciuti sentendo parlare degli stili di apprendimento, l'idea che ogni studente prediliga, nel suo approccio coi libri, modalità di studio basate su canali sensoriali diversi, da quello visivo - con immagini, schemi, video - a quello verbale (che predilige istruzioni scritte o ascoltate). Ma quanto c'è di vero? Nulla, secondo un articolo recentemente pubblicato sul New York magazine. Quello degli stili di apprendimento sarebbe uno dei tanti falsi miti che circolano sul cervello (come quello che vuole che utilizziamo soltanto il 10% di esso, o che la dominanza dell'uno o dell'altro emisfero possa influire sulla personalità).
Già nel 2014 Paul Howard-Jones, professore di neuroscienze all'Università di Bristol, aveva pubblicato una revisione scientifica che smentiva questo neuromito; ora, un lavoro di Philip Newton, neuroscienziato della Swansea University (Galles) chiarisce il motivo della sua capillare diffusione: la ragione, cioé, alla base del successo di questo mito, sostenuto dalla maggior parte degli insegnanti ma non confermato da evidenze scientifiche.
Nel suo articolo pubblicato su Frontiers in Psychology, Newton dimostra che, cercando con la chiave "stili di apprendimento" sui motori di ricerca dei più famosi database scientifici (come PubMed), si incorre in pubblicazioni che nella maggior parte dei casi (per il 94% delle volte) danno una visione positiva di queste modalità di insegnamento, incoraggiandole più o meno direttamente, anche in mancanza di basi scientifiche sul loro effettivo funzionamento.
Da qui l'inghippo: anche gli insegnanti che, agendo con scrupolo, volessero informarsi sull'efficacia degli stili di apprendimento, troverebbero un incoraggiamento implicito in letteratura, sebbene nessuno degli studi più seri e specifici su questo tema abbia trovato le prove scientifiche della validità di questo metodo.
La prove "contro"
Quelle che negano l'esistenza di diversi stili di apprendimento sono molte. Nel 2004, una ricerca di Frank Coffield, professore di pedagogia presso l'Università di Londra, ha esaminato 13 tra i più popolari stili di apprendimento, concludendo che mancavano le basi scientifiche per incoraggiarne l'uso.
Nel 2008 un altro studio di Harold Pashler, professore di psicologia all'Università della California di San Diego, ha evidenziato come nella maggior parte dei casi, gli studi su questo tema manchino di rigore scientifico, e i pochi che lo possiedono raramente raggiungono conclusioni a favore di questo metodo di insegnamento.
All'origine del suo successo potrebbe esserci la diffusione di interpretazioni scorrette e generalizzazioni riguardo il funzionamento del cervello, come quella secondo cui le diverse aree cerebrali sarebbero specializzate ciascuna in un compito (visivo, auditivo, processazione degli stimoli sensoriali) e che gli alunni apprenderebbero meglio se lasciati liberi di sfruttare l'area del proprio cervello che funziona meglio. In realtà il cervello è talmente interconnesso che parlare di localizzazione di una determinata funzione non ha senso.
La scarsa conoscenza generale di temi complessi come quelle delle neuroscienze, e la risposta positiva degli studenti a metodi di apprendimento creativi e alternativi, hanno fatto il resto, contribuendo alla sedimentazione di questa ennesima "bugia storica" sul cervello.
Molti di noi sono cresciuti sentendo parlare degli stili di apprendimento, l'idea che ogni studente prediliga, nel suo approccio coi libri, modalità di studio basate su canali sensoriali diversi, da quello visivo - con immagini, schemi, video - a quello verbale (che predilige istruzioni scritte o ascoltate). Ma quanto c'è di vero? Nulla, secondo un articolo recentemente pubblicato sul New York magazine. Quello degli stili di apprendimento sarebbe uno dei tanti falsi miti che circolano sul cervello (come quello che vuole che utilizziamo soltanto il 10% di esso, o che la dominanza dell'uno o dell'altro emisfero possa influire sulla personalità).
Già nel 2014 Paul Howard-Jones, professore di neuroscienze all'Università di Bristol, aveva pubblicato una revisione scientifica che smentiva questo neuromito; ora, un lavoro di Philip Newton, neuroscienziato della Swansea University (Galles) chiarisce il motivo della sua capillare diffusione: la ragione, cioé, alla base del successo di questo mito, sostenuto dalla maggior parte degli insegnanti ma non confermato da evidenze scientifiche.
Nel suo articolo pubblicato su Frontiers in Psychology, Newton dimostra che, cercando con la chiave "stili di apprendimento" sui motori di ricerca dei più famosi database scientifici (come PubMed), si incorre in pubblicazioni che nella maggior parte dei casi (per il 94% delle volte) danno una visione positiva di queste modalità di insegnamento, incoraggiandole più o meno direttamente, anche in mancanza di basi scientifiche sul loro effettivo funzionamento.
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Sul corpo delle donne no pasaran
di Lucia Annunziata, su www.huffingtonpost.it (7/1/2016)

Non c'è molto da dire ma va detto. E nel più semplice dei modi: noi donne, noi donne europee, abbiamo bisogno di cominciare una discussione vera su quello che l'immigrazione sta portando nei nostri paesi; sul disagio, e sulle vere e proprie minacce alla nostra incolumità fisica che avvertiamo nelle strade, sui bus, nei quartieri delle nostre città. Una franca discussione su come evitare che la giustissima "accoglienza" di chi ha bisogno diventi la vittoria di Pirro della nostra sicurezza e indipendenza. Mi pare che qualcosa si muova in questo senso fra le donne tedesche. E se è così saremo con loro.
Sull'Europa che si è riunita per affrontare la caotica situazione della immigrazione, le ripetute sospensioni di Schengen, pesa l'emozione di quanto è accaduto nella notte di Capodanno a Colonia: l'aggressione sessuale inflitta da "un migliaio di giovani arabi e nordafricani" a tutte le donne che hanno incontrato sul loro cammino. Una violenza le cui modalità rivelano un episodio ben più grave della notte di follia, della frustrazione estrema ed ormonale di maschi frustrati.
Quel migliaio di giovani erano preparati, il loro assalto è stato organizzato ed eseguito come una operazione semi-militare. Assalto per altro ripetuto in altre due città. Erano tanti, usavano il numero come arma di annientamento, e l'accerchiamento come trappola: le donne prese in mezzo, inclusa una donna poliziotto, sono state toccate e passate dall'uno all'altro, senza nessuna cura di proteste e reazioni. "Urlavamo, picchiavamo con quello che potevamo, ma inutilmente" raccontano le testimonianze (incluse quelle di uomini che hanno cercato di intervenire). Una madre e la figlia quindicenne sono state bloccate e "palpate ripetutamente al seno e in mezzo alle gambe".
Un'operazione di molestie così vasta, continuata e determinata non può essere vista solo come un gesto contro le donne; si configura come un atto di scontro, umiliazione e dominio esercitato nei confronti delle donne sì, ma mirato a inviare un segnale di disprezzo e di sfida all'intero paese che quegli uomini ha accolto. Cioè noi, l'Europa tutta e non solo la Germania.
La notte che ha inaugurato il 2016 nel paese che ha generosamente aperto le porte al maggior numero, circa un milione, di profughi dal Medioriente e da altre zone di guerra, è stata macchiata da quello che possiamo definire il primo episodio di scontro di civiltà, la prima sfida consapevole dei nuovi arrivati al nostro mondo. Un annuncio gravido di molte cose a venire. Tanto più grave perché qui non si tratta di Isis, qui non siamo di fronte a nessuna motivazione religiosa: anzi i giovani immigrati arrivati a migliaia di migliaia in Europa in questi mesi e generosamente accolti in Germania sono tecnicamente in fuga dalla guerra.
Il pericolo dell'episodio di Colonia si nasconde proprio nelle pieghe della "normalità" di chi ne è stato protagonista. La verità di cui dobbiamo discutere è proprio questa: il rapporto dell'Islam con le donne è un tema devastante, intriso di violenza e di politica, e non è tale solo nelle forme più estreme, nelle terre più bruciate del Medioriente, nelle esperienze più allucinate e militanti delle guerre dell'Isis o del terrorismo. Tutto questo lo sappiamo, ci conviviamo da anni, è stato al centro di tante nostre analisi e battaglie civili a favore delle donne in tanti e altri paesi. Ma negli ultimi venti anni, proprio sotto la spinta di guerre e rotture interne al mondo islamico, il rapporto fra Islam e donne si è metamorfizzato in una agenda culturale e politica di dominio, usata come arma, o anche solo espressione di potere, in una vastissima area sociale, la cui linea di rottura passa dentro lo stesso mondo mussulmano.
Quel che voglio dire è che tutti ricordiamo gli stupri e le violenze in Iraq durante la conquista da parte dell'Isis, e i rapimenti di Boko Haram, la schiavitù sessuale imposta alle donne cristiane, yazide. Ma val la pena qui di cominciare a ricordare anche che il maggior numero di violenze viene usato nei confronti delle stesse donne musulmane. Vogliamo ricordare le condizioni in cui progressivamente stanno scivolando all'indietro tutte le società musulmane. Ricordiamo qui, ad esempio, il trattamento subito da centinaia di donne egiziane al Cairo durante la "primavera araba", come punizione per una partecipazione, o anche solo come occasione da non perdere. Ma andrebbe ora prestata più attenzione al fatto che questo modo di rapportarsi dell'Islam alle donne proprio perché deriva dalla politica non si ferma alle frontiere.
Ci sono storie che solo le organizzazioni dei diritti umani seguono: nei campi profughi europei ci sono casi di violenze, e stupri. Queste violenze sono per altro la ragione per cui i cristiani quasi mai si sono uniti alle grandi migrazioni collettive di questi ultimi mesi. Ma è anche tempo di mettere in questo elenco l'aggressività, la mancanza di rispetto, che denunciano molte donne giovani ed anziane nei quartieri delle varie città europee, incluse quelle di molte città italiane: ricordate Tor Sapienza, la disperazione e la rabbia delle donne che raccontavano (inutilmente) le offese che subivano dai gruppi di giovani immigrati illegali parcheggiati in tutte le case di accoglienza?
Tutto questo non è destinato a finire. L'attuale immigrazione non è un flusso ordinato. È il frutto di eventi traumatici, multipli e contemporanei, di guerre che hanno un'espansione globale e di lungo periodo. Non sarà aggiustabile secondo la logica di un progressivo assorbimento. La gestione di questa immigrazione è già da oggi uno dei maggiori problemi economici e sociali in Europa, il motore di uno sconvolgimento politico il cui impatto è già visibile.
La sospensione di Schengen da parte di due degli stati da sempre più disponibili, la Danimarca e la Svezia, segnala che davvero si sta raggiungendo un livello di guardia. E indica anche come su questo tema la socialdemocrazia (e la sinistra) sia da tempo in difficoltà a mantenere una posizione "aperturista" a tutti i costi. Le formule con cui abbiamo fin qui vissuto si rivelano inefficaci di fronte alle nuove dimensioni. Ma dentro il problema di tutti con l'integrazione, c'è un problema specifico per noi donne, come stiamo vedendo. E credo tocchi anche a noi trovare una voce in merito.
La prima idea su cui lavorare per il futuro non è forse difficile da individuare perché è un po' nelle cose: costruire un doppio percorso nella accoglienza. Dare priorità e immediata accettazione alle famiglie, ai bambini, alle donne, agli anziani. In qualunque condizioni e per qualunque ragioni arrivino. Costruire invece un percorso più lungo e approfondito per le migliaia di giovani uomini che per altro costituiscono la stragrande maggioranza anche degli illegali e clandestini. Davvero tutti questi giovani uomini sono in bisogno immediato e irreversibile di rifugio? Sono tutti alla ricerca di una nuova vita? Sono tutti decisi a non ritornare nei loro paesi d'origine? Domande scomode, ma realistiche.
Le regole attuali, e possono essere migliorate, forniscono già la definizione per distinguere coloro che hanno diritto all'asilo politico; ugualmente esistono chiari requisiti necessari per poter invece entrare in un paese come immigrato. Intorno a queste definizioni vanno costruite barriere successive per fare dell'ammissione in un paese un lavoro di "integrazione" che cominci ben prima della stessa entrata. E se questo processo porta a prevedere più controlli, e dunque anche a una formulazione più elastica di Schengen, va ricordato che questo è già nelle cose.
È un momento delicato, in cui l'opinione pubblica deve uscire dalle emozioni, dalle rabbie per cercare di capire davvero quale sia la strada migliore per il futuro. Le donne, anzi i diritti delle donne, devono essere una delle pietre miliari di questa chiarezza. In maniera uguale e contraria al modo come questi diritti negati vengono usati come un atto di aggressione nei nostri confronti. Non voglio pensare che mia figlia, le nostre figlie, vivranno in un mondo in cui abbiamo perso i diritti che avevamo conquistato per loro.
Integrare e integrarsi con le tante diversità è la più dinamica opzione della nostra società per crescere. L'accoglienza è un valore supremo. Ma senza definizioni, senza regole e senza domande è possibile che diventi la semplice riproduzione al nostro interno delle disperate periferie del mondo, la ricreazione di permanenti masse di profughi, senza che noi sappiamo cosa far né di loro né di noi stessi.
Non c'è molto da dire ma va detto. E nel più semplice dei modi: noi donne, noi donne europee, abbiamo bisogno di cominciare una discussione vera su quello che l'immigrazione sta portando nei nostri paesi; sul disagio, e sulle vere e proprie minacce alla nostra incolumità fisica che avvertiamo nelle strade, sui bus, nei quartieri delle nostre città. Una franca discussione su come evitare che la giustissima "accoglienza" di chi ha bisogno diventi la vittoria di Pirro della nostra sicurezza e indipendenza. Mi pare che qualcosa si muova in questo senso fra le donne tedesche. E se è così saremo con loro.
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Il crocifisso in aula con gli altri simboli
di Laura Montanari, su www.repubblica.it (24/12/2015)

Le radici sono imporanti, ma il territorio non è proprietà privata. Per questo nelle aule scolastiche non bisogna "togliere" ma "aggiungere". Il progetto di una studentessa che immagina modi ingegnosi per evitare il conflitto "croce sì-croce no" nelle scuole. [visita
 
La scuola è più avanti
di E. Colonna e L. Zou
Per fortuna la scuola è più avanti. Della classe politica e anche del livello del dibattito sulla scuola stessa, che attraversa ampi strati dell’opinione pubblica. E non solo sul presepe, argomento che ha scatenato il peggio del peggio in quanto a integralismi e oscurantismi di varia natura, ma anche su temi molto più delicati e profondi come quello dell’accoglienza e dell’attenzione per il diverso, della cura dell’identità e delle pari opportunità, che sono il sottotesto di tutta la discussione sul cosiddetto ‘gender’. Su questo argomento vi è stata, infatti, una incursione irrazionale e in certi casi addirittura violenta nella vita della scuola, fondata su vere e proprie menzogne e orientata a scatenare la paura nei genitori.
Si è anche ricorsi in maniera spregiudicata a mezzi di comunicazione molto invasivi che, se usati senza scrupoli, possono rivelarsi del tutto inadeguati, come le chat che accomunano i genitori soprattutto nelle  classi della scuola primaria.
La scuola è più avanti. Più avanti sono gli insegnanti e in genere chi ci lavora. Perché la responsabilità del tuo ruolo ti costringe a guardare oltre. I nostri alunni devono convivere con un mondo complicato e difficile,‘grande e terribile’, segnato oggi dalla guerra e dal terrorismo, dal dramma dei profughi, da una instabilità crescente. Abbiamo di fronte vere e proprie emergenze educative che chiamano a nuove responsabilità. E che la conoscenza sia una bussola formidabile è una delle poche certezze che abbiamo.
Per questo la scuola è più avanti. Perché il suo obiettivo non è quello di confondere le idee ma di chiarirle, non è quello di crescere sull’ignoranza ma, al contrario, di usare la conoscenza come un’arma, sia di difesa che di attacco, da consegnare ai nostri ragazzi.
Il Cidi ha espresso più volte un giudizio negativo sul modello di scuola che viene delineato dalla legge 107, ma ciò non ci impedisce di vedere che in questo momento la scuola italiana è dentro una grande trasformazione. Siamo di fronte a un passaggio generazionale che si può paragonare solo a quello che ha visto, alla fine degli anni sessanta del secolo scorso, lo sviluppo della scolarizzazione di massa. I nuovi immessi in ruolo e tutti i giovani che si accingono ad affrontare il concorso a cattedre saranno l’anima della scuola di domani, a loro è affidato il compito di costituirne l’identità.
Lavoreremo tutti insieme perché la scuola reale continui a essere, come sempre, un passo più avanti.
di E. Colonna e L. Zou, su www.scuolaoggi.com (23/12/2015)

Per fortuna la scuola è più avanti. Della classe politica e anche del livello del dibattito sulla scuola stessa, che attraversa ampi strati dell’opinione pubblica. E non solo sul presepe, argomento che ha scatenato il peggio del peggio in quanto a integralismi e oscurantismi di varia natura, ma anche su temi molto più delicati e profondi come quello dell’accoglienza e dell’attenzione per il diverso, della cura dell’identità e delle pari opportunità, che sono il sottotesto di tutta la discussione sul cosiddetto ‘gender’. Su questo argomento vi è stata, infatti, una incursione irrazionale e in certi casi addirittura violenta nella vita della scuola, fondata su vere e proprie menzogne e orientata a scatenare la paura nei genitori.
Si è anche ricorsi in maniera spregiudicata a mezzi di comunicazione molto invasivi che, se usati senza scrupoli, possono rivelarsi del tutto inadeguati, come le chat che accomunano i genitori soprattutto nelle  classi della scuola primaria.
La scuola è più avanti. Più avanti sono gli insegnanti e in genere chi ci lavora. Perché la responsabilità del tuo ruolo ti costringe a guardare oltre. I nostri alunni devono convivere con un mondo complicato e difficile,‘grande e terribile’, segnato oggi dalla guerra e dal terrorismo, dal dramma dei profughi, da una instabilità crescente. Abbiamo di fronte vere e proprie emergenze educative che chiamano a nuove responsabilità. E che la conoscenza sia una bussola formidabile è una delle poche certezze che abbiamo.
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Troppa TV danneggia la prontezza mentale
di Redazione Salute onlinehttp://www.corriere.it (16/12/2016)

Avere visto tanta televisione da giovani può minare la prontezza mentale nella mezza età. È la conclusione di uno studio americano pubblicato sulla rivista Jama Psychiatry, condotto da Tina Hoang dell’Istituto della California del Nord per la ricerca e l’istruzione e Kristine Yaffe dell’Università di San Francisco. Se la passione per la tv è spesso abbinata ai chili di troppo, pochi lavori finora hanno indagato l’associazione con le funzioni cognitive.
Performance cognitive scarse
Il team ha esaminato il tempo trascorso davanti alla televisione, lo sport praticato e la prontezza mentale a 25 anni di distanza. Lo studio ha preso in esame, tramite un questionario, le abitudini e lo stile di vita di 3.247 persone dai 18 ai 30 anni. I ricercatori hanno preso in considerazione in particolare chi guardava tanta tv (più di 3 ore al giorno), mentre la funzione cognitiva è stata valutata con tre test su velocità di elaborazione, funzione esecutiva e memoria verbale, ripetuti negli anni. Ebbene, le persone risultate “tv-dipendenti” nei 25 anni di studio (353 su 3.247, il 10,9%) hanno anche mostrato più probabilità di incappare in performance cognitive scarse in alcuni dei test proposti.
Poco movimento, tanta tv
Anche la scarsa attività fisica nei 25 anni presi in esame (528 su 3.247 partecipanti) è stata associata con prestazioni carenti in una delle prove mentali. In generale, le probabilità di essere meno rapidi di testa sono risultate quasi due volte superiori per le persone che alle maratone col telecomando abbinavano una scarsa attività fisica (3,3% dei partecipanti). «Abbiamo scoperto che bassi livelli di esercizio e alte dosi di fruizione televisiva da giovani sono associati a performance cognitive peggiori nella mezza età. In particolare, questi comportamenti sono stati abbinati con una più lenta velocità di elaborazione e una peggiore funzione esecutiva, ma non con una ridotta memoria verbale», concludono gli autori.
Avere visto tanta televisione da giovani può minare la prontezza mentale nella mezza età. È la conclusione di uno studio americano pubblicato sulla rivista Jama Psychiatry, condotto da Tina Hoang dell’Istituto della California del Nord per la ricerca e l’istruzione e Kristine Yaffe dell’Università di San Francisco. Se la passione per la tv è spesso abbinata ai chili di troppo, pochi lavori finora hanno indagato l’associazione con le funzioni cognitive.
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La guerra della scuola agli omosessuali, tra boicottaggi, licenziamenti e "manuali"
di Arianna Giunti, su http://espresso.repubblica.it (14/12/2015)

Avevano promesso la guerra al mondo “omosex” e a una non meglio precisata “teoria del genere”. Avevano annunciato che si sarebbero battuti affinché nelle aule scolastiche parole come “gay”, “lesbiche”, “transgender” ma anche “monofamiglie” e “unioni civili” non entrassero mai. E la promessa è stata mantenuta.
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La guerra della scuola agli omosessuali
Tra boicottaggi, licenziamenti e manuali
Avevano promesso la guerra al mondo “omosex” e a una non meglio precisata “teoria del genere”. Avevano annunciato che si sarebbero battuti affinché nelle aule scolastiche parole come “gay”, “lesbiche”, “transgender” ma anche “monofamiglie” e “unioni civili” non entrassero mai. E la promessa è stata mantenuta.
La chiamano “battaglia a difesa della famiglia tradizionale”, è promossa da associazioni e organizzazioni religiose, e in teoria dovrebbe semplicemente sponsorizzare l’importanza e la bellezza di un’unione composta da uomo e donna. In realtà, si tratterebbe di una campagna di boicottaggio verso qualsiasi tentativo di spiegare l’omosessualità in classe, che sta avendo come teatro alcuni istituti scolastici e che rischia di avere conseguenze deleterie. Poiché gli effetti - come dimostrano recenti fatti di cronaca - si sono già cominciati a far sentire.
Un insegnante omosessuale costretto a dimettersi e un alunno preso a calci in aula da un professore che gli avrebbe urlato “essere gay è una brutta malattia”, tanto per fare due esempi.
VEDI ANCHE:
Scuola media
"Io, insegnante gay, costretto a dimettermi"
La storia di Daniele Baldoni, docente di danza in una scuola privata, andato via dall'istituto dopo che alcuni genitori si erano lamentati per il suo "stile di vita non adatto". Non gli andava a genio la sua omosessualità
Scenario di entrambi gli episodi, la cattolicissima Umbria. Da dove questa campagna è partita e si è poi estesa in quasi tutta Italia, come risulta a l’Espresso e come conferma l’associazione Arcigay, che oggi lancia l’allarme parlando di “clima di odio” e che continua a ricevere segnalazioni quasi quotidiane da parte di allievi, insegnanti e genitori laici, preoccupati da questa “deriva oscurantista”.
E’ iniziato tutto - appunto - nella provincia di Perugia, dove le famiglie di alcuni studenti si sono viste recapitare fuori dalle scuole un “manuale di autodifesa dalla teoria del gender”, redatto dal forum delle Associazioni familiari dell’Umbria e dall’organizzazione La Manif Pour Tous Italia, che riunisce varie confessioni religiose. Il vademecum in questione - senza troppi giri di parole - invita i genitori dei ragazzi a boicottare ogni tentativo di affrontare l’argomento omosessualità in classe e a rifiutare negli istituti scolastici gli incontri con rappresentanti di associazioni gay, esponenti della “cultura omosessuale” o “la diffusione di materiale didattico pericoloso”. Sul sito dell’organizzazione, inoltre, compare una lista di asili “gay friendly” dai quali stare alla larga. “Controllate costantemente che nella scuola di vostro figlio non si parli di omofobia. Sono parole chiave che nascondono l’indottrinamento della teoria del gender. Controllate ogni giorno i loro quaderni e diari. E date l’allarme!”, si legge nel decalogo distribuito alle famiglie.
Rapidamente, il manuale di autodifesa si è diffuso anche in altre regioni italiane. In Veneto, per esempio. A Venezia recentemente alcuni insegnanti di religione sono corsi ai ripari improvvisando lezioni nelle quali si mettono in guardia i ragazzi “dalle insidie dell’ideologia omosessuale” mentre a Verona il consiglio comunale ha approvato una mozione “per monitorare i progetti di educazione sessuale e affettiva nelle scuole cittadine” .
E così dall’autunno scorso le scuole veronesi sono tenute, in base alla mozione, ad avvertire preventivamente i genitori dei corsi e degli approfondimenti sulla sessualità, e allo stesso tempo il Comune è impegnato a raccogliere eventuali segnalazioni e proteste da parte delle famiglie preoccupate che nelle ore di educazioni civica si parli “di famiglie omosessuali, adozione e relazioni gay”.
VEDI ANCHE:
Flavio Tosi
Gay a scuola, ancora battaglia
Il Comune di Verona ha approvato un "Ordine del giorno" in cui si chiede al sindaco di istituire un osservatorio pro-famiglia tradizionale. Per bloccare gli insegnamenti che metterebbero a rischio "la morale" in classe. Proprio mentre Tosi diceva sì alle coppie di fatto. E l'attacco all'educazione laica arriva anche altrove
Neppure la Capitale è rimasta immune alla “crociata”. Nel celebre liceo romano Giulio Cesare è finito in rissa - e con un ricorso al Tribunale civile da parte dei genitori - il tentativo da parte di un docente di far leggere agli studenti alcuni passaggi di un romanzo di Melania Mazzucco, che descriveva scene di amore omosessuale.
In Piemonte la situazione non sembra essere migliore. Eppure nelle aule scolastiche, di educazione alla sessualità (di qualunque genere), ci sarebbe proprio bisogno. Soprattutto per permettere agli studenti di superare paure e pregiudizi. Visto che i casi di omofobia continuano a essere all’ordine del giorno.
All’istituto Pininfarina di Moncalieri, per esempio, è ancora in corso un’inchiesta interna sulla frase pronunciata lo scorso novembre da un’insegnante di religione: “Dall’omosessualità si può guarire con la psicanalisi, perché è un problema psicologico”, avrebbe detto la donna.
Racconta a l’Espresso Giorgio B., 16 anni, studente del Pininfarina e attivista di Arcigay Torino: “Per anni ho dovuto subire battute e minacce più o meno velate, per via della mia omosessualità. Poi ho deciso di fare coming out, con i miei compagni e con la mia famiglia, ed è stata una liberazione. Da allora ho cominciato a ricevere lettere, sfoghi, segnalazioni da parte di studenti di tutta Italia. E mi sono reso conto che la situazione è allarmante. L’omofobia non può più essere tollerata come semplice “libertà di opinione” ma trattata per quella che è: discriminazione”.
A riferire un panorama inquietante è anche una recente indagine effettuata Studenti.it, popolarissimo portale dedicato agli allievi delle scuole medie e superiori. Secondo loro, il 58 per cento degli studenti italiani ha subito o ha direttamente assistito in prima persona a episodi di omofobia. Nei dettagli, il 38 per cento riferisce di essere stato testimone di episodi di discriminazione e di omofobia da parte di studenti verso altri studenti, il 12 per cento dichiara di aver assistito a episodi di questo genere da parte di professori ai danni degli allievi e l’8 per cento rivela di esserne stato vittima in prima persona.
A spiegare bene la situazione è il circolo Arcigay Omphalos di Perugia, il primo a denunciare la diffusione degli “opuscoli di autodifesa dalla teoria del gender”. “Questo è il risultato delle campagne di odio che i movimenti oltranzisti cattolici e di estrema destra stanno portando avanti in tutto il Paese - spiega il presidente Patrizia Stefani - Le loro manifestazioni, apparentemente silenziose e rispettose, sono invece intrise di odio e discriminazione non solo verso le famiglie “arcobaleno”, ma anche verso chiunque non condivida con loro una visione di ‘famiglia tradizionale’”. “Con sospetto e diffidenza - aggiunge Stefani - vengono guardate anche le famiglie composte da un solo genitore o da coppie conviventi che hanno figli senza essere regolarmente sposate”.
Contattata da l’Espresso, l’associazione La Manif pour tous - co-autrice del vademecum “contro l’ideologia del genere" - respinge al mittente ogni accusa, parlando di semplice libertà di espressione: “Sono stati gli stessi genitori dei ragazzi a chiederci di redigere questa guida - spiega il presidente Filippo Savarese - tutto questo perché le famiglie sono intimorite dagli incontri che avvengono a scuola con le associazioni pro-gay e vogliono poter scegliere l’educazione da impartire ai propri figli”.
“Basti sapere - aggiunge Savarese - che la nostra raccolta firme online a difesa della famiglia tradizionale ha già raggiunto quasi 21mila adesioni”.
A chi li accusa di essere omofobi (l’associazione si scaglia apertamente contro l’entrata in vigore di una legge contro l’omofobia), rispondono: “Essere contro le unioni gay non significa essere omofobi”. Sul sito dell’associazione, però, alla voce “tredici motivi per dire ‘no’ alla legge sull’omofobia” compare un articolo firmato dall’avvocato Gianfranco Amato, presidente di Giuristi per la Vita, già autore di controverse dichiarazioni sul matrimonio omosessuale nelle quali paragonò il matrimonio fra due uomini  a quello fra “un uomo e un cane”. Stavolta l’avvocato - invocando la libertà di espressione - cita le Sacre Scritture: “l’omosessualità rappresenta una grave depravazione, Il catechismo definisce l’omosessualità come un insieme di atti intrinsecamente disordinati e contrari alla legge naturale. Se questa legge fosse approvata dirlo diventerebbe un reato”.
A spingere la discussione più in là, sottolineando una mancata presa di posizione del governo in materia di educazione “al diverso”, è invece l’associazione Equality Italia, che si occupa di diritti, e che ricordando il vuoto legislativo in materia di omofobia lancia un vero e proprio “j’accuse” al governo Renzi, colpevole di aver fatto troppo poco in questo campo: “Il ministro dell’Istruzione Giannini ci deve spiegare una volta per tutte se sta con la laicità della scuola o con le organizzazioni religiose, vista la mancanza di educazione alle differenze nelle aule scolastiche”, dichiara il presidente Aurelio Mancuso. “Ma la responsabilità di questo ‘Medioevo di ritorno’ non è solamente del ministero dell’Istruzione - aggiunge Mancuso - perché quando ci sono casi di omofobia, sia ai danni di studenti che di insegnanti, non possiamo far a meno che notare un assordante e gravissimo silenzio da parte dei sindacati della scuola. Una situazione che ci fa sentire tremendamente soli”.Avevano promesso la guerra al mondo “omosex” e a una non meglio precisata “teoria del genere”. Avevano annunciato che si sarebbero battuti affinché nelle aule scolastiche parole come “gay”, “lesbiche”, “transgender” ma anche “monofamiglie” e “unioni civili” non entrassero mai. E la promessa è stata mantenuta.
La chiamano “battaglia a difesa della famiglia tradizionale”, è promossa da associazioni e organizzazioni religiose, e in teoria dovrebbe semplicemente sponsorizzare l’importanza e la bellezza di un’unione composta da uomo e donna. In realtà, si tratterebbe di una campagna di boicottaggio verso qualsiasi tentativo di spiegare l’omosessualità in classe, che sta avendo come teatro alcuni istituti scolastici e che rischia di avere conseguenze deleterie. Poiché gli effetti - come dimostrano recenti fatti di cronaca - si sono già cominciati a far sentire.
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Manifesto per una convivenza civile e inclusiva
su www.maschileplurale.it (10/1272015)

Ultimamente si sta diffondendo – soprattutto in territorio bresciano, ma non solo – la convinzione che una fantomatica ideologia “Gender” stia mettendo in pericolo la famiglia, insinuandosi nelle norme di legge (107/2015) e proposte (Ddl Cirinnà).
Preoccupa vedere che sono diffuse notizie assolutamente infondate, che stravolgono volutamente il contenuto stesso di quei testi.
Preoccupa vedere che queste infondate notizie creano allarme e grande senso d’insicurezza e non contribuiscono a creare quel clima di serena convivenza civile che, al contrario, insieme dovremmo sentirci chiamati e chiamate a costruire, se davvero crediamo nella democrazia, nella pacifica convivenza, nella giustizia.
Preoccupa vedere avanzare pensieri che mirano a distruggere ciò che con tanta fatica si sta costruendo in decenni di democrazia: – parità tra i sessi – dignità di ogni persona – apertura alle diversità come valori – riconoscimento dei diritti inalienabili di ogni cittadina e ogni cittadino.
Preoccupa vedere che, attraverso false notizie, si getta discredito su un’istituzione così importante come la scuola e, in generale, si umilia un’idea di società democratica basata sui principi fondamentali sanciti dalla nostra Costituzione.
La nostra idea di società democratica si fonda, al contrario, su queste convinzioni:
1. E’ necessario promuovere, in ogni contesto e luogo, una cultura del rispetto, unica strada per costruire una società pacifica.
2. Occorre combattere pregiudizi e stereotipi che riguardano i ruoli delle persone, affinché ogni donna e ogni uomo possa trovare la personale realizzazione ed esprimere al meglio le proprie potenzialità.
3. Sentiamo la necessità di una costante riflessione su come vivere la condizione di femmina e di maschio, al fine di dare dignità alle forme con cui ogni persona realizza il proprio bisogno di legami affettivi.
4.Vogliamo che la scuola sia, sempre più, luogo di apprendimento della convivenza civile, attraverso l’educazione al confronto.
5.Riteniamo che il compito della scuola, pubblica e privata, sia quello di insegnare la pratica dei principi della Costituzione.
6.Rifiutiamo ogni ideologia o pratica che miri a gettare discredito sulle istituzioni democratiche e, in particolare, sulla scuola: diffondere la convinzione che l’unica educazione ottimale sia quella parentale, significa preparare una società fatta di piccoli clan in guerra tra loro, ben lontana dal respiro di libertà e cultura contenuto nella Costituzione.
7. Denunciamo il dilagare di atti di violenza, bullismo e discriminazione, sia nella scuola, sia nel più ampio contesto sociale. In una società democratica e giusta nessuno deve sentirsi autorizzato a esercitare violenza fisica e/o psicologica su altri individui, diffondendo la convinzione che situazioni personali, che si discostano da un presunto concetto di normalità, siano da stigmatizzare.
8.Siamo consapevoli della complessità sociale e culturale della nostra epoca e degli anni futuri: per questo vogliamo promuovere una concezione della pluralità al passo coi tempi, in uno spirito di laicità inclusiva che consenta il rispetto fra concezioni etiche e religiose differenti, di confronto fra individui, di conoscenza fra culture, di rifiuto di ogni tentativo di trasformare le legittime appartenenze in occasioni di prevaricazione e forzatura.
9.Riteniamo necessario e urgente il più ampio coinvolgimento civile su questi temi. Invitiamo cittadine e cittadini, associazioni, movimenti, realtà culturali e sociali, a sottoscrivere questo manifesto e a seguire e partecipare alle iniziative che verranno poste in essere.
Invitiamo cittadine e cittadini, associazioni, movimenti, realtà culturali e sociali, a sottoscrivere questo manifesto e a seguire e partecipare alle iniziative che verranno poste in essere.
Ultimamente si sta diffondendo la convinzione che una fantomatica ideologia “Gender” stia mettendo in pericolo la famiglia, insinuandosi nelle norme di legge (107/2015) e proposte (Ddl Cirinnà).
Preoccupa vedere che sono diffuse notizie assolutamente infondate, che stravolgono volutamente il contenuto stesso di quei testi.
Preoccupa vedere che queste infondate notizie creano allarme e grande senso d’insicurezza e non contribuiscono a creare quel clima di serena convivenza civile che, al contrario, insieme dovremmo sentirci chiamati e chiamate a costruire, se davvero crediamo nella democrazia, nella pacifica convivenza, nella giustizia.
Preoccupa vedere avanzare pensieri che mirano a distruggere ciò che con tanta fatica si sta costruendo in decenni di democrazia: – parità tra i sessi – dignità di ogni persona – apertura alle diversità come valori – riconoscimento dei diritti inalienabili di ogni cittadina e ogni cittadino.
Preoccupa vedere che, attraverso false notizie, si getta discredito su un’istituzione così importante come la scuola e, in generale, si umilia un’idea di società democratica basata sui principi fondamentali sanciti dalla nostra Costituzione. La nostra idea di società democratica si fonda, al contrario, su queste convinzioni:

1.
E’ necessario promuovere, in ogni contesto e luogo, una cultura del rispetto, unica strada per costruire una società pacifica.

2.
Occorre combattere pregiudizi e stereotipi che riguardano i ruoli delle persone, affinché ogni donna e ogni uomo possa trovare la personale realizzazione ed esprimere al meglio le proprie potenzialità.

3.
Sentiamo la necessità di una costante riflessione su come vivere la condizione di femmina e di maschio, al fine di dare dignità alle forme con cui ogni persona realizza il proprio bisogno di legami affettivi.

4. 
Vogliamo che la scuola sia, sempre più, luogo di apprendimento della convivenza civile, attraverso l’educazione al confronto.

5.
Riteniamo che il compito della scuola, pubblica e privata, sia quello di insegnare la pratica dei principi della Costituzione.

6.
Rifiutiamo ogni ideologia o pratica che miri a gettare discredito sulle istituzioni democratiche e, in particolare, sulla scuola: diffondere la convinzione che l’unica educazione ottimale sia quella parentale, significa preparare una società fatta di piccoli clan in guerra tra loro, ben lontana dal respiro di libertà e cultura contenuto nella Costituzione.

7.
Denunciamo il dilagare di atti di violenza, bullismo e discriminazione, sia nella scuola, sia nel più ampio contesto sociale. In una società democratica e giusta nessuno deve sentirsi autorizzato a esercitare violenza fisica e/o psicologica su altri individui, diffondendo la convinzione che situazioni personali, che si discostano da un presunto concetto di normalità, siano da stigmatizzare.

8.
Siamo consapevoli della complessità sociale e culturale della nostra epoca e degli anni futuri: per questo vogliamo promuovere una concezione della pluralità al passo coi tempi, in uno spirito di laicità inclusiva che consenta il rispetto fra concezioni etiche e religiose differenti, di confronto fra individui, di conoscenza fra culture, di rifiuto di ogni tentativo di trasformare le legittime appartenenze in occasioni di prevaricazione e forzatura.

9.
Riteniamo necessario e urgente il più ampio coinvolgimento civile su questi temi. Invitiamo cittadine e cittadini, associazioni, movimenti, realtà culturali e sociali, a sottoscrivere questo manifesto e a seguire e partecipare alle iniziative che verranno poste in essere.
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Salvini, giù le mani dalla scuola
di Alex Corlazzoli, su www.ilfattoquotidiano.it (1/12/2015)

“Maestra chi è quel signore vestito di verde con in mano il presepe?”. Chissà come avranno spiegato, stamattina, i docenti della scuola di Rozzano la presenza di Matteo Salvini nei corridoi dell’istituto. Stamattina il leader della Lega Nord, dopo la polemica sui canti di Natale negati dal preside, è arrivato in via Milano con un presepe in mano ma non si è fermato davanti ai cancelli della scuola. Ha fatto di più.
Ha varcato la soglia della scuola, mentre i ragazzi e i loro docenti stavano facendo lezione. Ha girato per i corridoi, ha parlato con docenti e collaboratori scolastici.
Salvini oggi si è presentato alla scuola di Rozzano per fare propaganda politica come hanno fatto Maria Stella Gelmini e Ignazio La Russa. Hanno conquistato l’attenzione mediatica. Hanno fatto accendere le telecamere sulla scuola. E lo hanno voluto fare di lunedì, quando ci sono i ragazzini in classe; quando un bambino di 6 o 7 anni sta imparando a leggere e scrivere; quando una maestra sta insegnando i Babilonesi; quando un “bidello” sta tenendo in ordine il corridoio; quando un preside sta ascoltando un genitore o cercando di trovare un finanziamento per un progetto.
“Maestra chi è quel signore vestito di verde con in mano il presepe?”. Chissà come avranno spiegato, stamattina, i docenti della scuola di Rozzano la presenza di Matteo Salvini nei corridoi dell’istituto. Stamattina il leader della Lega Nord, dopo la polemica sui canti di Natale negati dal preside, è arrivato in via Milano con un presepe in mano ma non si è fermato davanti ai cancelli della scuola. Ha fatto di più.
Ha varcato la soglia della scuola, mentre i ragazzi e i loro docenti stavano facendo lezione. Ha girato per i corridoi, ha parlato con docenti e collaboratori scolastici.
Salvini oggi si è presentato alla scuola di Rozzano per fare propaganda politica come hanno fatto Maria Stella Gelmini e Ignazio La Russa. Hanno conquistato l’attenzione mediatica. Hanno fatto accendere le telecamere sulla scuola. E lo hanno voluto fare di lunedì, quando ci sono i ragazzini in classe; quando un bambino di 6 o 7 anni sta imparando a leggere e scrivere; quando una maestra sta insegnando i Babilonesi; quando un “bidello” sta tenendo in ordine il corridoio; quando un preside sta ascoltando un genitore o cercando di trovare un finanziamento per un progetto.
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Presepi, Bataclan, leggi speciali: ma che Occidente difendiamo?
di Stefano Feltri, su www.ilfattoquotidiano.it (1/12/2015)

Tra i tanti danni che causano i terroristi, quegli squilibrati che usando il linguaggio dell’Islam (come a Parigi) o il un nichilismo tutto europeo (Anders Breivik in Norvegia), c’è quello di esasperare le nostre ambiguità. Di far vacillare proprio quelle certezze, quei valori che in momenti di aggressione esterna o interna proclamiamo di voler difendere. Anche a prezzo della vita.
L’ultimo esempio è quello del presepe di Rozzano, vicino Milano. L’opinionista collettivo, da bar o da social network, da giorni discute se sia giusto o no cancellare le celebrazioni del Natale da una scuola elementare. Rispetto per le diverse fedi dei bambini e delle famiglie o pericolosa deriva relativista?
Subito la destra italiana, quella che rivendica con orgoglio scarsa sensibilità di fronte ai profughi congelati alle frontiere e ai bambini siriani affogati in mare, quella che difende i metodi dell’autocrate Vladimir Putin, quella che candida gli assassini, perché sparare a un ladro per ucciderlo deve essere un diritto costituzionale, ecco, quella destra lì si è precipitata a Rozzano con presepi e cd musicali.
Tra i tanti danni che causano i terroristi, quegli squilibrati che usando il linguaggio dell’Islam (come a Parigi) o il un nichilismo tutto europeo (Anders Breivik in Norvegia), c’è quello di esasperare le nostre ambiguità. Di far vacillare proprio quelle certezze, quei valori che in momenti di aggressione esterna o interna proclamiamo di voler difendere. Anche a prezzo della vita.
L’ultimo esempio è quello del presepe di Rozzano, vicino Milano. L’opinionista collettivo, da bar o da social network, da giorni discute se sia giusto o no cancellare le celebrazioni del Natale da una scuola elementare. Rispetto per le diverse fedi dei bambini e delle famiglie o pericolosa deriva relativista?
Subito la destra italiana, quella che rivendica con orgoglio scarsa sensibilità di fronte ai profughi congelati alle frontiere e ai bambini siriani affogati in mare, quella che difende i metodi dell’autocrate Vladimir Putin, quella che candida gli assassini, perché sparare a un ladro per ucciderlo deve essere un diritto costituzionale, ecco, quella destra lì si è precipitata a Rozzano con presepi e cd musicali.
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Strage di Parigi. Cosa può fare la scuola
di Luigi Berlinguer, su www.ecucationduepuntozero.it (29/11/2015)

Education 2.0 invita a un momento di raccoglimento di fronte a questa grande tragedia e alle tante persone che hanno perso la vita.
Ma non possiamo fermarci a questo. L’evento, per la sua dimensione e per l’organizzazione che ha richiesto, indica che siamo in presenza di un’escalation dello scontro. Anche se ciò che ci atterrisce è il terrorismo e le morti cruente, la sostanza di fondo è lo scontro di due mondi che sembra esser giunto ad un “redde rationem”: per semplificare (e me ne scuso) il mondo dei ricchi e il mondo dei poveri. Usando armi inedite come i suicidi esplosivi o i cadaveri galleggianti.
E tuttavia, senza nulla togliere al necessario e irremovibile contrasto al terrorismo, non si può chiudere gli occhi di fronte al fatto che, da un lato, una violenza così perfezionata e, dall’altro, le migrazioni di centinaia di migliaia di persone ripropongono il triste tema dell’egoismo dei benestanti, del “leghismo”, della chiusura di fronte alla disperata ricerca di una vita diversa, fuggendo dalla fame.
Che c’entra questo con Education 2.0? C’entra. Un’istruzione moderna nell’era della democrazia, nell’evo dell’uguaglianza sostanziale, un’istruzione moderna – dicevo - non può prescindere dall’intridere i contenuti disciplinari ed i saperi di una sempre più ampia illuminazione di cosa è la società di oggi e di come intanto le giovani generazioni debbano confrontarsi con questi nuovi interrogativi. E, attraverso questo, conoscere e penetrare il reale e il mondo che ci circonda, i suoi drammi e le sue speranze.
“La cosa più terrificante è constatare che la scuola ha totalmente fallito la sua missione: non ha permesso loro di sentirsi integrati, non ha trasmesso loro i suoi valori, non gli ha fornito gli strumenti critici per informarsi e per comprendere il mondo nel quale vivono” – ha scritto Jean-Pierre Gross, un insegnante francese, all’indomani della strage di Charlie Hebdo.
“Quei giovani non chiedono altro, se non che un adulto risponda alle loro domande di adolescenti, non con grandi discorsi, ma con buoni argomenti, altrimenti alcuni di loro cresceranno fino a diventare dei Merah e dei Kouachi, mentre tutti gli altri continueranno a sentirsi frustrati ed esclusi”.
Quello che viene chiamato il fallimento nella scuola, con una punta di esagerazione, è solo in questo? Mi viene da pensare al libro di François Bégadeau, pubblicato in Italia da Einaudi con il titolo La classe – Entre les murs e diventato un film che, nel 2008, ha vinto la Palma d’oro al festival del cinema di Cannes. L’autore del libro, nel film, interpreta se stesso, il professore di  una classe di collège  formata esclusivamente da ragazzi immigrati, provenienti da paesi molto diversi tra loro: africani, magrebini, cinesi, francesi …; una scuola dove i conflitti, prima che originarsi a causa dall’appartenenza a diverse etnie, sorgono a causa dell’incomprensione linguistica.
Il professore deve ben presto rendersi conto che anche le espressioni apparentemente più semplici, che fanno parte del linguaggio comune, non vengono comprese. Eppure François è dotato di buona volontà, non è come i suoi colleghi che già hanno deciso che quella classe sarà bocciata. E così, leggendo il libro, ci si rende conto dell’aumentare della sua frustrazione, che si riverbera, inevitabilmente, nel suo rapporto con la classe.
“Souleymane  non ce la farà mai: è un caso disperato” – afferma François, nel corso di un consiglio di classe. Souleymane, figlio di un immigrato del Mali, bello e rabbioso, non parla francese e continua a sfidare il suo professore con atteggiamenti oppositivi e provocatori, fino a essere cacciato dalla classe e, forse, dalla scuola. Nel film, uno dei nodi nevralgici è la disciplina nel sistema scolastico francese, che si pone come metafora di un paese: una società che enfatizza i valori e i principi sanciti dalla Costituzione, dalle leggi e dagli ideali ma che, in pratica, abbandona al loro destino gli ultimi, espellendoli come mele marce.
E così, alla fine, perfino Sandra, la ragazza più tranquilla e studiosa, nel salutare il professore, dirà: “Io non ho imparato niente”.
E allora la scuola è chiamata a integrare non solo le varie Sandra, ma anche i Souleymane, a dare loro la possibilità di credere nel futuro e, contemporaneamente, a fornire a tutti i suoi studenti elementi di conoscenza e comprensione della realtà.
E questo vale nei due grandi “continenti”, sia pure diversamente, quello dei ricchi e quello dei poveri: quello dei ricchi, perché la conoscenza aiuta a uscire dall’egoismo, dall’autosufficienza, dal chiudersi in se stessi, per godere da soli dei vantaggi del benessere (e su questa linea istruirsi è crescere intellettualmente); quello dei poveri, perché più istruzione, più conoscenza, più crescita intellettuale sono componenti essenziali, perché non sia necessario cercare altrove il benessere e sia anche possibile costruirlo in casa propria.
Education 2.0 invita a un momento di raccoglimento di fronte a questa grande tragedia e alle tante persone che hanno perso la vita. Ma non possiamo fermarci a questo. L’evento, per la sua dimensione e per l’organizzazione che ha richiesto, indica che siamo in presenza di un’escalation dello scontro. Anche se ciò che ci atterrisce è il terrorismo e le morti cruente, la sostanza di fondo è lo scontro di due mondi che sembra esser giunto ad un “redde rationem”: per semplificare (e me ne scuso) il mondo dei ricchi e il mondo dei poveri. Usando armi inedite come i suicidi esplosivi o i cadaveri galleggianti.
E tuttavia, senza nulla togliere al necessario e irremovibile contrasto al terrorismo, non si può chiudere gli occhi di fronte al fatto che, da un lato, una violenza così perfezionata e, dall’altro, le migrazioni di centinaia di migliaia di persone ripropongono il triste tema dell’egoismo dei benestanti, del “leghismo”, della chiusura di fronte alla disperata ricerca di una vita diversa, fuggendo dalla fame.
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“ScusaTi Oriana…”
di Simone Perotti, sull’ultima Oriana Fallaci, su https://africanvoicess.wordpress.com (22/11/2015)

Se fosse viva le scriverei: “Scusati Oriana…”.
Lo farei col garbo e il rispetto che un piccolo scrittore deve a una grande autrice, ma con la convinzione che un uomo del Mediterraneo ha raggiunto studiando, viaggiando, vivendo e maturando una propria salda opinione, da riferire senza mezzi termini o false reverenze, come faceva lei.
“Scusati Oriana…” perchè la tesi che questa sia una guerra di religione è troppo superficiale per una intellettuale raffinata come te. Perchè uno scrittore letto da tante persone ha la responsabilità di smontare sempre la soluzione più semplice, non sostenerla. Perchè nella complessità occorre cautela e profondità, se si vuole partecipare al processo lento e vitale della formazione di una coscienza critica civile diffusa. Perchè sostenere che vi sia in atto una crociata all’incontrario è scorretto dal punto di vista storico, giacchè non vi è alcuna Terra Santa da conquistare in Occidente, nè ricchi e potenti mercanti mediorientali interessati ai nostri mercati, come era, appunto, all’incontrario. Perchè non ricordare la nostra Santa Inquisizione, assai più longeva e istituzionale dei fanatismi islamisti, sbilancia ogni valutazione proprio in seno al processo storico.
“Scusati Oriana…”, soprattutto, perchè sei stata a fianco dei potenti e dei poteri, hai lavorato per i loro giornali, li hai intervistati, dunque non potevi non sapere che le guerre di religione non sono mai esistite. La religione, come tutte le pratiche irrazionali, può essere usata dal potere, dall’economia, dalla guerra, e non il contrario. Non potevi non capire che quando lanci bombe generi un nemico, anche se lo sconfiggi. Non potevi ignorare, tu che vivevi a New York, che quando trasformi il mondo in un mostro vorace di mercati da conquistare, senza alcun freno o controllo, non puoi non attenderti squilibri e mancanza di scrupoli in ogni periferia del mondo. Proprio tu, che hai visto la guerra, hai visto l’odio degli uomini, dovevi sapere che gli sforzi per mitigarne e controllarne gli istinti feroci non bastano mai, andrebbero moltiplicati, non interrotti, e pagano sempre.
“Scusati Oriana…” per non aver usato la tua popolarità per disinnescare, portare a più miti consigli, gettare le basi, favorire il dialogo, come ogni intellettuale dovrebbe fare, condannando i potenti, non il pensiero della gente, riducendo la loro impunità, non inveendo contro chi richiama le parti a un mutuo raziocinio. Il risultato, qualcuno dice, di non averti capita lo vediamo oggi nelle stragi. A me pare che il risultato di averti capita (gli Stati non hanno applicato alla lettera le tue ricette?) lo vediamo nel peggioramento della situazione mondiale, ma soprattutto nell’intolleranza crescente e nell’assenza sempre più tangibile di spirito critico e misura.
Effetti che genereranno altra violenza.
Ecco perchè dovresti scusarti.
Se fosse viva le scriverei: “Scusati Oriana…”.
Lo farei col garbo e il rispetto che un piccolo scrittore deve a una grande autrice, ma con la convinzione che un uomo del Mediterraneo ha raggiunto studiando, viaggiando, vivendo e maturando una propria salda opinione, da riferire senza mezzi termini o false reverenze, come faceva lei.
Scusati Oriana…” perchè la tesi che questa sia una guerra di religione è troppo superficiale per una intellettuale raffinata come te. Perchè uno scrittore letto da tante persone ha la responsabilità di smontare sempre la soluzione più semplice, non sostenerla. Perchè nella complessità occorre cautela e profondità, se si vuole partecipare al processo lento e vitale della formazione di una coscienza critica civile diffusa. Perchè sostenere che vi sia in atto una crociata all’incontrario è scorretto dal punto di vista storico, giacchè non vi è alcuna Terra Santa da conquistare in Occidente, nè ricchi e potenti mercanti mediorientali interessati ai nostri mercati, come era, appunto, all’incontrario. Perchè non ricordare la nostra Santa Inquisizione, assai più longeva e istituzionale dei fanatismi islamisti, sbilancia ogni valutazione proprio in seno al processo storico.  
Scusati Oriana…”, soprattutto, perchè sei stata a fianco dei potenti e dei poteri, hai lavorato per i loro giornali, li hai intervistati, dunque non potevi non sapere che le guerre di religione non sono mai esistite. La religione, come tutte le pratiche irrazionali, può essere usata dal potere, dall’economia, dalla guerra, e non il contrario. Non potevi non capire che quando lanci bombe generi un nemico, anche se lo sconfiggi. Non potevi ignorare, tu che vivevi a New York, che quando trasformi il mondo in un mostro vorace di mercati da conquistare, senza alcun freno o controllo, non puoi non attenderti squilibri e mancanza di scrupoli in ogni periferia del mondo. Proprio tu, che hai visto la guerra, hai visto l’odio degli uomini, dovevi sapere che gli sforzi per mitigarne e controllarne gli istinti feroci non bastano mai, andrebbero moltiplicati, non interrotti, e pagano sempre.
Scusati Oriana…” per non aver usato la tua popolarità per disinnescare, portare a più miti consigli, gettare le basi, favorire il dialogo, come ogni intellettuale dovrebbe fare, condannando i potenti, non il pensiero della gente, riducendo la loro impunità, non inveendo contro chi richiama le parti a un mutuo raziocinio. Il risultato, qualcuno dice, di non averti capita lo vediamo oggi nelle stragi. A me pare che il risultato di averti capita (gli Stati non hanno applicato alla lettera le tue ricette?) lo vediamo nel peggioramento della situazione mondiale, ma soprattutto nell’intolleranza crescente e nell’assenza sempre più tangibile di spirito critico e misura.
Effetti che genereranno altra violenza.
Ecco perchè dovresti scusarti.
 
La Qualità dell'integrazione scolastica e sociale
su www.convegni.erickson.it (17/11/2015)

Al decimo convegno Erickson La Qualità dell’integrazione scolastica e sociale, cinquemila persone hanno come sempre intensamente discusso, ascoltato, parlato, negoziato idee ed esperienze per una vera Qualità. Questi convegni sono ormai diventati un momento, strutturale e non episodico, di crescita collettiva di un pensiero inclusivo che è la base etica, professionale, civile del lavoro quotidiano nella scuola e nella società.
Per tradizione il Convegno si chiude sempre con una mozione che propone al Paese gli orizzonti per migliorare la Qualità.
È su questa base di partecipazione civile che quest’anno, a differenza di altre mozioni del passato, questa mozione mette a fuoco un solo aspetto, anche se cruciale, sui temi dell’inclusione legate alla contingenza del presente, nella fattispecie la legge 107/2015 "Buona Scuola" e il già noto comma 181, lettera c.
Naturalmente le questioni aperte sull’inclusione sono molte, ma il tema caldo del convegno, come era inevitabile, riguarda la formazione degli insegnanti.
I presenti al convegno offrono quindi questa mozione alla discussione politica, culturale, sociale e giuridica sul destino dell’insegnare nella scuola inclusiva.
Al decimo convegno Erickson La Qualità dell’integrazione scolastica e sociale, cinquemila persone hanno come sempre intensamente discusso, ascoltato, parlato, negoziato idee ed esperienze per una vera Qualità. Questi convegni sono ormai diventati un momento, strutturale e non episodico, di crescita collettiva di un pensiero inclusivo che è la base etica, professionale, civile del lavoro quotidiano nella scuola e nella società.
Per tradizione il Convegno si chiude sempre con una mozione che propone al Paese gli orizzonti per migliorare la Qualità.
È su questa base di partecipazione civile che quest’anno, a differenza di altre mozioni del passato, questa mozione mette a fuoco un solo aspetto, anche se cruciale, sui temi dell’inclusione legate alla contingenza del presente, nella fattispecie la legge 107/2015 "Buona Scuola" e il già noto comma 181, lettera c.
Naturalmente le questioni aperte sull’inclusione sono molte, ma il tema caldo del convegno, come era inevitabile, riguarda la formazione degli insegnanti.
I presenti al convegno offrono quindi questa mozione alla discussione politica, culturale, sociale e giuridica sul destino dell’insegnare nella scuola inclusiva.
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Attentato terroristico a Parigi. La diretta conseguenza della politica coloniale.
La notte del 14 novembre sarà ricordata come l’incubo di Parigi. Attacchi simultanei in vari punti strategici della capitale francese molto frequentati hanno provocato la perdita di 128 persone, secondo le informazioni fornite, purtroppo ancora parziali. I terroristi hanno scelto posti famosi per la vita notturna, posti turistici estremamente affollati. Hanno scelto il venerdì sera dove la gente esce alla fine di una settimana lavorativa per divertirsi e rilassarsi. Anche le 128 vittime erano uscite per divertirsi ma non sono mai ritornate a casa. Giacciono in un sacco nero nel obitorio in attesa di essere riconosciute dai loro familiari. Lo stesso presidente Francois Hollande è scappato alla morte e portato subito al riparo. La nazione intera è sotto shock. Il governo francese ha dimostrato di essere vulnerabile agli attacchi terroristici. La stessa vulnerabilità che gli esperti francesi hanno sempre criticato al governo keniota incapace di difendersi dagli attacchi del gruppo islamico somalo Al-Shabaab…
I terroristi potevano scegliere attentati dinamitardi provocando molte più vittime. Al contrario hanno scelto di far assaporare alla Francia la guerra urbana, la stessa guerra che si assapora da anni in Siria, Libia, Mali, Repubblica Centrafricana, tutti paesi di cui le interferenze francesi sono evidenti. Hanno costretto la potenza coloniale a dichiarare lo stato di emergenza nazionale, chiudere le frontiere, sospendere tutti i voli. Misure estreme che nemmeno gli Stati Uniti presero dopo l’attacco del 11 settembre. Misure che svelano l’estrema vulnerabilità della Francia. A massacro compiuto assisteremo nei prossimi giorni al solito teatrino, vero e proprio insulto alle vittime e ai loro famigliari. Gli esperti ci spiegheranno il pericolo del islam. Onesti mussulmani saranno costretti a differenziarsi dal terrorismo del ISIL. Una ennesima umiliazione in quanto dovrebbe essere ormai chiaro per ogni essere intelligente che il ISIL o Al-Qaeda non hanno nulla a che vedere con la religione islamica. La destra ne approfitterà per aumentare la islamofobia e il governo francese giurerà di aumentare gli sforzi nella guerra contro il terrorismo, magari cercando di distruggere il regime di Assad in Siria, storico baluardo anti terroristico nella regione…
Assisteremo a mille ricostruzioni degli attacchi e le teorie del complotto compariranno come funghi aggiungendo confusione alla confusione e trasformando la verità in una interpretazione. Nessuno e sottolineo nessuno, però farà notare ai cittadini francesi che l’attacco di Parigi è la diretta conseguenza della politica imperiale del loro governo. Una politica in cui le 128 vittime di Parigi sono moltiplicate per mille. Dalla caduta del Muro la Francia ha intrapreso una politica estera aggressiva e criminale mirata a difendere l’economia francese che per il 48% si basa sulla rapina delle sue colonie africane. Visto lo stato di servitù in cui i paesi africani francofoni versano nei confronti della Francia il termine “ex colonie” risulta un insopportabile eufemismo e il suo utilizzo una mistificazione della realtà. Nel 1994 Parigi aiutò ad organizzare e a realizzare il genocidio in Rwanda. Quando gli avvenimenti preso una piega inaspettata, la vittoria del Fronte Patriottico Rwandese, Parigi inviò addirittura i suoi soldati. L’operazione Tourqoise, camuffata da operazione umanitaria, aveva il compito di salvare l’esercito genocidario per riorganizzarlo nel vicino Zaire (ora Congo) e lanciare la riconquista del Rwanda.
Questo salvataggio pose le basi per la prima guerra pan africana in Congo. Da quel maledetto 12 settembre 1996 quando le truppe ruandesi e ugandesi invasero lo Zaire per porre fine ai genocidari ruandesi sostenuti dalla Francia, il paese più ricco del mondo abitato da brava gente non si è più ripreso condannando 52 milioni di persone a vivere in un eterno incubo fatto di guerre a bassa intensità, miseria, corruzione, dittature, e violazione sistematica dei diritti umani. La Repubblica Centrafricana fu destabilizzata dalla Francia nel 2003 per mettere al potere un governo “amico” guidato dal Generale Francois Bozize.
Ahimè anche Bozize divenne inaffidabile e nel 2012 la Francia appoggiò la coalizione ribelle denominata Seleka per contrapporla al governo Bozize. Trattasi di un’accozzaglia di estremisti islamici che dimostrarono la loro incapacità di governare il paese con il presidente Michel Djotodia. Di nuovo gli strateghi francesi furono costretti a trovare altra mano d’opera: gli estremisti cristiani Anti Balaka che hanno compiuto una terribile pulizia etnica contro la minoranza mussulmana del paese. Ora la Repubblica Centrafricana è guidata da un governo fantoccio con a capo un presidente mai eletto: Charterine Samba-Panza e un caos di morte perenne. Tutte gravi responsabilità accuratamente nascoste dal governo francese.
In Mali la Francia ha finanziato i ribelli islamici del nord per abbattere un altro presidente africano non più di loro gradimento, facendo sprofondare il paese in una guerra civile che dura dal 2012. In Costa d’Avorio hanno addirittura attuato un colpo di stato contro un presidente che aveva veramente vinto le elezioni: Laurent Gagbo sostituendolo con un loro uomo, Alassane Ouattara. Un rispettabile ex funzionario del FMI. In realtà un signore della guerra leader delle “Forze Nuove” con troppi crimini contro l’umanità accuratamente nascosti da lui e i complici parigini. In Burkina Faso non hanno gradito la rivoluzione democratica che ha abbattuto il regime del loro amico Campaorè che gli aveva fatto un gran piacere trent’anni prima: quello di assassinare Thomas Sankara. Per fortuna il colpo di stato organizzato dalla Francia in Burkina Faso lo scorso settembre è fallito e il processo democratico nel paese africano continua malgrado Parigi.
Al est del Congo, Goma, capitale del Nord Kivu, istruttori militari francesi dal 2013 stanno addestrando il gruppo terroristico ruandese FDLR, quello che ora ha preso il potere in Burundi. La Francia, attraverso tenta FDLR, tenta da ventun anni di riconquistare il Rwanda. Non hanno mai perdonato due cose a Paul Kagame: quello di aver terminato il dominio francese e quello di aver ricostruito il Rwanda. La lista dei crimini compiuti in Africa dal governo francese è talmente lunga che occorrerebbe scrivere un saggio. Le sue multinazionali controllano interi Stati come la multinazionale nucleare AREVA che è il vero governo nel Niger. I suo servizi segreti nel 2014 hanno fornito armi al gruppo terroristico nigeriano Boko Haram per indebolire la Nigeria, potenza economica regionale. I Raffalle hanno contribuito ad abbattere il regime di Geddafi in Libia, regalando al popolo libico un medio evo fatto di sangue e di estremismo islamico.
La Francia dietro agli ideali della rivoluzione, traditi già in epoca napoleonica, nasconde un imperialismo basato sul concetto di superiorità e sul profondo disprezzo delle popolazione e della vita umana. La storia del suo colonialismo non è la civiltà portata ai lontani popoli primitivi, come la storiografia ufficiale insegna. È una storia di sterminio, genocidio, schiavitù. L’esempio meno conosciuto ma più eloquente fu la sorte riservata ad Haiti quando conquistò l’indipendenza nel 1803. La Francia domandò 150 milioni di franchi come indennizzo al governo e ai latifondisti francesi per aver perso le terre e i loro schiavi. Dopo aver constato l’impossibilità del neonato governo haitiano di pagare il ricatto la Francia diminuì l’assurda pretesa di risarcimento a 90 milioni pagabili in trenta anni. Quando nel 1915 il rifiuto di Haiti di pagare tale debito era divenuto palese, la Francia chiese agli Stati Uniti di invadere l’isola per costringerla ad onorarlo. Lo stesso anno in cui gli Stati Uniti entrarono in guerra contro la Germania in difesa della libertà dei popoli europei dall’oppressione del Kaiser. I Marine restarono ad Haiti fino al 1934 costringendo il governo a saldare il debito.
La piccola nazione dei Caraibi non si riprese più e ogni possibilità di sviluppo furono negate.
In Siria l’obiettivo è lo stesso. Il regime di Bashar Al-Assad ha sempre ricoperto il ruolo di freno al estremismo islamico nella regione ma da cinque anni la Francia è in prima linea a fomentare il suo collasso. La iniziale opposizione siriana è stata ben presto sostituita da una miriade di gruppi terroristici islamici fino ad arrivare ai giorni nostri in cui tra le fila dei ribelli si conta il 72% di mercenari stranieri trasformando la guerra di liberazione di un popolo in una guerra di invasione. Nonostante che l’esempio di cosa è successo in Libia dopo la caduta di Gheddafi sia recente, la Francia è in prima linea nel continuare ad alimentare il conflitto siriano senza nemmeno riflettere cosa sarà la Siria e l’intero Medio Oriente dopo la caduta di Assad.
I Jihadisti francesi che si uniscono al ISLI DAESH appartengono al sottoproletariato urbano di origine magrebina di cui ogni governo francese ha impedito sempre lavoro e dignità. Varie indagini hanno dimostrato che questi giovani disperati sono incoraggiati dai servizi segreti francesi ad unirsi al ISIL. Si calcola che circa 1.500 giovani francesi di origine magrebina si sono uniti al DAESH dopo un periodo di tre mesi di addestramento militare in Turchia. Dimostrate anche le triangolazioni di armi per i ribelli siriani che, ahimè, sono per la maggioranza estremisti islamici.
L’attacco terroristico di Parigi è la diretta conseguenza di questa politica estera di morte e distruzione. Una politica di cui gli occidentali rifiutano di riconoscerla come tale ma che Africani e Arabi pagano ogni santo giorno il pesante tributo di sangue. L’attacco a Parigi ha dimostrato la velleitaria convinzione del governo francese di poter dispensare terrore nel mondo per supremazie politiche ed economiche senza pagarne le conseguenze. Il governo francese non ha compreso evidentemente che non si può esportare guerre, violenza, morte e distruzione in tutto il mondo e sperare che il proprio paese rimanga immune dalla cieca violenza e dallo spirito di vendetta.
“La politica francese in Medio Oriente ha contribuito all’espansione del terrorismo e l’attacco di Parigi ne è la diretta conseguenza. La Francia ha conosciuto ieri quello che in Siria viviamo da cinque anni.” afferma il presidente siriano in un comunicato alla agenzia di stampa Sana. “Le nostre scelte di guerra ci stanno presentando il conto di anni di violenza e di distruzione. Vediamo accadere in Europa quello che da anni accade in Afghanistan, in Iraq, in Siria. Diritti, democrazia e libertà sono l’unico modo di spezzare il cerchio della violenza e del terrore” Questo è il riassunto del pensiero del fondatore di Emergency, Gino Strada in un suo commento su Facebook.
L’attacco terroristico è frutto anche di una politica schizofrenica del governo francese nei riguardi del Islam (seconda religione nel paese) e della comunità mussulmana in Francia. La maggior parte dei francesi di origine magrebina sono cittadini di serie “D” sospettati di essere tutti potenziali terroristi. Tremila cittadini francesi sono in carcere a causa di questi sospetti. Cinquanta rifugiati politici di origine araba sono agli arresti domiciliari da oltre sette anni senza che la giustizia francese abbia mai avviato serie inchieste per verificare se sono realmente dei terroristi o se sono innocenti, contravvenendo ai più elementari diritti civici. Spesso i sospetti sono originati da denunce anonime come illustra un reportage trasmesso una settimana su TV5 Monde: “Perseguitati per la loro fede”.
Contemporaneamente a questa repressione cieca si assiste ad una tolleranza incomprensibile del Islam radicale in Francia. Negli ultimi tre anni si è permesso l’istallazione in territorio francese di 5000 Imam provenienti dal Qatar e dall’Arabia Saudita, paesi noti per finanziare il terrorismo internazionale. Tramite ingenti finanziamenti sauditi questi Imam creano in Francia dei focolari di terrorismo sottomettendo alle loro ideologie estremiste le comunità povere ed emarginate. Questo estremismo religioso si sta progressivamente sostituendo al Islam rendendo vani gli sforzi di guide religiose che intendono insegnare ai giovani i veri valori islamici quali Hassen Chalghoumi. Di origine tunisina è il presidente dell’associazione culturale dei mussulmani de Drancy e promuove tra le varie attività il dialogo tra mussulmani ed ebrei.
Per vincere il terrorismo e le barbarie occorre voltare pagina e fermare l’ideologia di dominio assoluto del Occidente. Stati Uniti, Francia, Germania e altre potenze occidentali devono comprendere che è più umano, intelligente ed economico collaborare con le potenze emergenti e gli altri paesi per garantire pace, stabilità e convivenza a livello mondiale. Occorre interrompere l’odiosa propaganda contro l’Islam associandolo ad un terrorismo islamico che è alieno alla religione mussulmana. Un terrorismo che abbiamo inventato noi, quando i signori della guerra americani decisero di creare Al Qaida per combattere i sovietici in Afganistan negli anni Ottanta. Anche il ISIL DAESH è stato creato da noi. Prima che questo gruppo fosse identificato come ottima arma contro il regime di Assad, era pressoché insignificante. Ora detiene un califfato tra Siria e Irak divenendo una minaccia per l’Africa e l’Europa. Urgente si rende un ripensamento della politica occidentale in Medio Oriente.
Occorre un diverso atteggiamento che veda il contenimento della politica aggressiva israeliana e riconosciuta la necessità di dissociarsi dalle monarchie arabe principali finanziatori del terrorismo internazionale promuovendo al contrario una processo di democratizzazione e liberazione della Penisola Araba. Questo atteggiamento non è auspicabile ma tappa obbligatoria per garantire la sicurezza in Europa. In ultima analisi occorre superare la colpevole ambiguità dell’Occidente nei rapporti con i paesi mussulmani e l’Africa in generale. Una ambiguità che è la vera causa dei queste tragedie. Inviare la portaerei “Charles de Gaule” in Medio Oriente per combattere lo Stato Islamico non servirà che a peggiorare la situazione. La portaerei partirà il 18 novembre e si nutrono seri dubbi che non sarà utilizzata contro i terroristi di DAESH ma contro il regime di Assad, con gravi rischi per la pace mondiale visto la presenza militare russa in Siria.
Un diverso approccio occidentale verso il mondo è obbligatorio in quanto la guerra al terrorismo non può essere vinta per una semplice e drammatica ragione: il terrorismo islamico è ancora considerato da alcune potenze occidentali come la miglior arma per destabilizzare paesi “nemici” che questi siano Siria o Nigeria, poco importa. Ma questa arma è incontrollabile, come la bomba atomica. Ammazza il nemico ma anche gli amici. Accetta di fare il lavoro sporco per noi ma matura una propria agenda politica che inevitabilmente porta a ribellarsi ai suoi padrini. Sono due anni che vari esperti occidentali avvertono del pericolo dei mercenari che inviamo ad ingrossare le file del ISIL contro Assad. Per due anni questi esperti, bollati da Cassandre maledette, ci hanno detto: “attenzione quelli li, formati sui campi di battaglia medio orientali, ritorneranno da noi per seminare la morte” I governi ridevano di loro. Ora sono costretti a imporre lo stato di emergenza su tutto il territorio nazionale…
Purtroppo questo cambiamento non si intravvede a breve termine. Si intravvede solo una spirale di violenza dove ad ogni attacco terroristico si risponde con attacchi di droni e la criminalizzazione del Islam. Le vittime francesi verranno vendicate uccidendo altre vittime arabe. Entrambi civili, entrambi innocenti. I governi ci spingono alle barbarie intellettuali e morali, fino ad arrivare a creare una giusta indignazione pubblica sulle vittime occidentali e una terrificante e disumana indifferenza verso le migliaia di vittime arabe o africane di una politica imperiale di governi occidentali che di democrazia odorano ben poco in questo periodo storico.
L’Islam è il nemico numero uno per l’Occidente ci ripetono. Eppure questa religione demonizzata non ha mai accettato o giustificato orribili atti come quelli compiuti quotidianamente dal ISIL DAESH una nostra creatura (ripeto) che ha superato per ferocia e barbarie anche Al-Qaida. Pochi ci ricordano che il 95% delle vittime dei terroristi islamici “sono mussulmani che non la pensano come loro, musulmani che si oppongono alla pazzia di questi individui pagando delle volte con la propria vita.” come ricorda alle nostre coscienze assopite Soufiane Malouni, attivista arabo che vive a Roma.
Al contrario i governi occidentali fermano gli occhi sulla propaganda di odio religioso e razziale che vari media ed associazioni di ultra destra si permettono di fare aggravando la situazione. Una propaganda rozza, demenziale, identica a quella di Radio Mille Colline o del quotidiano Kangura durante il genocidio in Rwanda del 1994. Vietiamo l’Islam rivendica il sito di ultra destra francese Resistence Republicaine di cui motto è “ll fascismo islamico non passerà” Bastardi islamici. Questo è il titolo di prima pagina del quotidiano Libero. “Siamo tutti in pericolo, perché il terrorismo islamico non fa distinzione tra uomini e donne, fra combattenti e innocenti. Il terrorismo islamico vuole non solo uccidere, terrorizzare, ma colpire chiunque sia ritenuto un infedele.” Esclama urlando Maurizio Belpietro nel editoriale pubblicato su Libero on line tra la pubblicità della bambolina Barbie e quella di DASH il detersivo che regala lo sconto di 5 euro. No caro Belpietro. Non è l’Islam il pericolo ma persone come te che consapevolmente diffondono odio razziale con il sogno di vedere scorrere altro sangue. Non ti chiamo collega poiché c’è una netta differenza tra un giornalista e un propagandista di morte.
E che dire del direttore dell’Ansa che fa appello ai valori occidentali? Ma di quali valori parla questo? Democrazia, giustizia, diritti umani? Sono decenni che questi valori sono ignorati dinnanzi al unico valore occidentale imperante: il dio denaro. Quel dio che ci spinge a considerare l’Arabia Saudita come il nostro migliore alleato e ad offrirgli la presidenza annuale della Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite. Un paese governato da una feroce e medioevale dinastia dove le donne sono lapidate e i gay decapitati in pubblica piazza. Uno stato terroristico fucina dei peggiori gruppi islamici, ISIL compreso.
Il direttore dell’Ansa forse crede che l’Occidente e l’uomo bianco siano stati inventati. La nostra stirpe discende dalla razza umana che ha una sola origine: l’Africa. La nostra cultura è contaminata in gran parte da quella islamica che durante il medio evo ha offerto all’Europa le miglior civiltà esistenti. La nostra stessa religione cattolica non è una religione europea. Noi credevano nelle divinità: Zeus, Giove, Odino. La religione cattolica ha lo stesso ceppo abramitico di quella Islamica ed ebraica. Tre religioni nate nel medio oriente, non certo in Europa.
L’attacco terroristico di Parigi ha nuovamente evidenziato la nostra immonda ipocrisia. Un’ora dopo il presidente Obama ha dichiarato tutta la sua solidarietà e condannato l’atto. Lo stesso presidente che ci ha messo otto mesi per condannare i piani genocidari in atto nel Burundi. Otto mesi in cui migliaia di civili burundesi sono stati massacrati barbaramente sotto l’indifferenza della Comunità Internazionale. Ci sono voluti i chiari propositi di genocidio pronunciati dal regime per far comprendere il pericolo. Quando l’ISIL ha abbattuto l’aereo russo nel Sinai i media sono stati tranquilli e i governi occidentali forse compiaciuti. Le vittime palestinesi sono ormai diventate una noia da evitare così some quelle siriane. È questa la cultura occidentale da accettare? Una cultura che crea differenze razziali sulle vittime, odio etnico e promesse di nuove violenze? Se questa è la cultura occidentale va abiurata con netta determinazione.
Purtroppo non ci sarà nessun cambiamento all’orizzonte. “È in corso una guerra e quando c’è una guerra bisogna organizzarsi per vincerla” afferma Massimo D’Alema il leader di una “sinistra” di remota memoria che vive nel lusso e privilegi, fanatico amante delle barche a vela e delle regate… Quindi il suggerimento è che anche l’Italia si deve avventurare nella crociata contro l’Islam non avendo nemmeno i mezzi per farlo? D’Alema è consapevole della preparazione delle nostre forze di sicurezza per fronteggiare l’ondata di terrorismo che si potrebbe abbattere in Italia?
Assisteremo ad altri lutti in occidente perché non siamo capaci di comprendere il male da noi generato e come fermarlo. Una incapacità che ci divora dall’interno assieme alla nostra decadente società avviata al tramonto. Mentre le 128 vittime parigine saranno sepolte nei cimiteri risulta ancora vivo l’insulto paradossale del loro presidente ripreso in una foto lo scorso maggio a brandire la scimitarra della conquista in Arabia Saudita, lo stato per eccellenza sponsor del terrorismo internazionale. Durante la sua visita, l’industria militare francese ha concluso ottimi affari. Cosi sembra…
di Fulvio Beltrami, su https://africanvoicess.wordpress.com (15/11/2015)

La notte del 14 novembre sarà ricordata come l’incubo di Parigi. Attacchi simultanei in vari punti strategici della capitale francese molto frequentati hanno provocato la perdita di 128 persone, secondo le informazioni fornite, purtroppo ancora parziali. I terroristi hanno scelto posti famosi per la vita notturna, posti turistici estremamente affollati. Hanno scelto il venerdì sera dove la gente esce alla fine di una settimana lavorativa per divertirsi e rilassarsi. Anche le 128 vittime erano uscite per divertirsi ma non sono mai ritornate a casa. Giacciono in un sacco nero nel obitorio in attesa di essere riconosciute dai loro familiari. Lo stesso presidente Francois Hollande è scappato alla morte e portato subito al riparo. La nazione intera è sotto shock. Il governo francese ha dimostrato di essere vulnerabile agli attacchi terroristici. La stessa vulnerabilità che gli esperti francesi hanno sempre criticato al governo keniota incapace di difendersi dagli attacchi del gruppo islamico somalo Al-Shabaab…
I terroristi potevano scegliere attentati dinamitardi provocando molte più vittime. Al contrario hanno scelto di far assaporare alla Francia la guerra urbana, la stessa guerra che si assapora da anni in Siria, Libia, Mali, Repubblica Centrafricana, tutti paesi di cui le interferenze francesi sono evidenti. Hanno costretto la potenza coloniale a dichiarare lo stato di emergenza nazionale, chiudere le frontiere, sospendere tutti i voli. Misure estreme che nemmeno gli Stati Uniti presero dopo l’attacco del 11 settembre. Misure che svelano l’estrema vulnerabilità della Francia. A massacro compiuto assisteremo nei prossimi giorni al solito teatrino, vero e proprio insulto alle vittime e ai loro famigliari. Gli esperti ci spiegheranno il pericolo del islam. Onesti mussulmani saranno costretti a differenziarsi dal terrorismo del ISIL. Una ennesima umiliazione in quanto dovrebbe essere ormai chiaro per ogni essere intelligente che il ISIL o Al-Qaeda non hanno nulla a che vedere con la religione islamica. La destra ne approfitterà per aumentare la islamofobia e il governo francese giurerà di aumentare gli sforzi nella guerra contro il terrorismo, magari cercando di distruggere il regime di Assad in Siria, storico baluardo anti terroristico nella regione…
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