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Unioni civili, stepchild adoption, teoria del gender: rispondiamo ai vostri dubbi
di Carmen Bellone, su www.stonewall.it (18/2/2016)

L’universo delle relazioni familiari attraversa una trasformazione senza precedenti. Ma è accompagnata da profondi dubbi che scuotono l’opinione pubblica. Per fare chiarezza e sfatare gli “slogan” cavalcati da molti, abbiamo posto le 6 domande che tutti si fanno a Stefano Rodotà, Michela Marzano, Marilisa D’Amico. Che qui fanno finalmente piazza pulita dei luoghi comuni e ci spiegano come cambierà la nostra società.
L’universo delle relazioni familiari attraversa una trasformazione senza precedenti: si diffonde una profonda cultura dell’amore, che richiama i principi di dignità e eguaglianza, obbliga il diritto a prendere atto dei profondi mutamenti sociali, a rispettare fino in fondo la libertà delle persone.
LE UNIONI CIVILI SONO ANTICOSTITUZIONALI?
L’articolo 29 della Costituzione italiana recita: “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare». Dunque, il ddl Cirinnà sulle unioni civili è incostituzionale.”
Risponde Stefano Rodotà, giurista attento al tema dei diritti civili, nel saggio “Diritto d’amore” (Laterza, 14 euro, 158 pagine) sgombera il campo dai pregiudizi alimentati dal gioco degli opposti estremismi.
STEFANO RODOTA’: «Si tratta di un’interpretazione chiusa e scorretta dell’articolo 29 della Costituzione, secondo cui esistono famiglia e matrimonio solo nella coppia eterosessuale. Se così fosse, dovrebbero essere contro natura tutte le leggi spagnole, portoghesi, francesi, la sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti e le norme di tutti quei Paesi, inclusa la cattolicissima Irlanda, che prevedono il matrimonio gay. In realtà, come specificò nel suo intervento all’Assemblea Costituente Aldo Moro, con l’articolo 29 si intendeva definire la sfera di competenza dello Stato nei confronti di una delle formazioni sociali alle quali la persona umana dà liberamente vita. In sostanza, si trattava di ampliare i diritti, non di comprimerli. E si voleva mettere la famiglia al riparo da storiche e pesanti invasioni, che hanno sempre accompagnato i regimi totalitari. Inoltre, occorre sottolineare che oggi il Parlamento esamina il disegno di legge Cirinnà perché nel 2015 la Corte europea dei diritti umani ha condannato l’Italia per aver violato l’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e ha stabilito che dovrà introdurre il riconoscimento legale per le coppie dello stesso sesso».
I BAMBINI CON GENITORI OMOSESSUALI SONO TURBATI PSICOLOGICAMENTE?
I figli hanno il diritto di essere amati da un padre e da una madre. Molti psichiatri e pediatri sono contrari alle adozioni omosessuali perché producono turbamenti psicologici nei bambini adottati.
STEFANO RODOTA’: «La stragrande maggioranza delle ricerche condotte su questo tema dimostra l’esatto contrario: gli studi non hanno riscontrato problemi o turbamenti nello sviluppo psicologico dei bambini. Dunque, l’argomento non è scientificamente sostenibile. Anzi, le critiche rivolte alle adozioni omosessuali, in nome della tutela dei bambini, purtroppo si stanno rivelando un argomento molto efficace per discriminarli. Dicendo di voler rafforzare le tutele, in realtà si tolgono anche a coloro che le hanno ottenute con la riforma del diritto di famiglia, nel 1975, e con il lungo iter successivo che ha portato alla parificazione dello stato giuridico dei figli legittimi, naturali e adottivi. Oggi si rischia di introdurre una nuova categoria di figli illegittimi e discriminati, annullando tutto ciò che era stato raggiunto con la riforma del diritto di famiglia».
LA STEPCHILD ADOPTION APRE LA STRADA ALL’UTERO IN AFFITTO?
È vero che la “stepchild adoption”, vale a dire l’adozione del figlio del partner omosessuale, apre la strada alla pratica dell’utero in affitto, oggi vietata in Italia?
EMANUELE COEN: Niente affatto. Si tratta di due istituti distinti. La maternità surrogata è vietata e resterà tale anche se il disegno di legge Cirinnà verrà approvato. Mentre la stepchild adoption, l’adozione del figlio del proprio partner, esiste dal 1983 per le coppie eterosessuali sposate. Viene riconosciuta con il consenso del genitore biologico, solo se l’adozione corrisponde all’interesse del figlio, che deve dare il consenso (se maggiore di 14 anni) o comunque esprimere la sua opinione (se di età tra i 12 e i 14). A partire dal 2007, alcuni tribunali hanno esteso la stepchild adoption dalle coppie sposate ai conviventi, mentre alcune sentenze hanno disposto l’adozione da parte della convivente del figlio della madre biologica, all’interno di una coppia convivente omosessuale. Il disegno di legge sulle unioni civili, all’articolo 5, vorrebbe estenderlo a tutte le coppie, comprese quelle omosessuali. Il componente dell’unione civile continuerà ad avere la facoltà di chiedere l’adozione del figlio biologico del partner, sarà sempre necessario il consenso del genitore biologico e sarà sempre il Tribunale per i minorenni a stabilire se l’adottante ha le carte in regola e se l’adozione corrisponde all’interesse del figlio.
NELLE SCUOLE ITALIANE SI DIFFONDE LA TEORIA DEL GENDER?
Alcune associazioni sostengono che nelle scuole italiane si sta diffondendo in modo subdolo la teoria del gender. Che ammette la libertà di identificarsi in qualsiasi genere indipendentemente dal proprio sesso biologico. Niente più mamma e papà, insomma, ma “genitore 1″ e “genitore 2”. E invece donne e uomini si nasce, non si diventa.
Risponde la filosofa Michela Marzano, professore all’Université Paris Descartes, che nel suo ultimo libro “Papà, mamma e gender” (Utet, 12 euro, 151 pp.) riflette sui temi dell’identità di genere e dell’orientamento sessuale.
Michela Marzano: «Anzitutto non esiste un’unica “teoria del gender”, ma molteplici studi di genere che si sono accumulati nel corso del tempo, fin dagli anni Sessanta. Tutti questi studi partono dal presupposto che si nasce in un determinato corpo, maschile e femminile, cosa che nessuno mette in discussione. In nessuna scuola viene negata l’esistenza della paternità o della maternità: tuttavia, bisogna smettere di pensare che l’unica famiglia possibile sia quella costituita da un padre o da una madre. Oggi esistono famiglie omogenitoriali, famiglie ricomposte, famiglie costituite da due uomini o due donne. L’obiettivo degli studi sul gender è combattere contro le discriminazioni e le violenze subite da donne, gay o trans solo in ragione del proprio orientamento sessuale o della propria identità di genere. Occorre nominare questi pezzi di realtà in maniera corretta, non farlo equivale a mentire. Nelle scuole si insegna a decostruire gli stereotipi di genere, secondo cui per essere un uomo o una donna occorre comportarsi in un certo modo: i maschietti amano l’azzurro e i soldatini, mentre le femminucce il rosa e le principesse».
LA TEORIA DEL GENDER GIUSTIFICA LA PEDOFILIA?
È vero che la teoria del gender giustifica quasi ogni comportamento sessuale, compresa la pedofilia e la masturbazione precoce già all’asilo?
Michela Marzano: «In nessuna scuola o asilo si insegna la masturbazione precoce. Se così fosse, sarei la prima a insorgere. Quanto alla pedofilia, vale a dire l’interesse sessuale da parte di una persona adulta per i bambini o le bambine, non ha niente a che vedere né con l’identità di genere né con l’orientamento sessuale. E’ una pratica sessuale perversa, che a causa della sua pericolosità viene considerata un reato. Come ogni pratica sessuale perversa, può esistere all’interno dell’eterosessualità e dell’omosessualità. È molto importante non confondere pratiche sessuali, orientamento sessuale e identità di genere. E invece la confusione regna sovrana: non stupisce allora di leggere il messaggio di una mamma che, andata a uno dei numerosi incontri organizzati negli ultimi mesi sul gender, racconta inquieta che stanno insegnando ai figli che “al di là del proprio sesso biologico possono decidere autonomamente di appartenere a un altro genere: omosessuale, bisessuale o chi più ne ha più ne metta, includendo in questo genere anche il genere pedofilo”. E, ancora, la stessa mamma ha aggiunto: “A lungo termine, cosa peraltro già prevista nella democratica Germania, vi sarà la legalizzazione della pedofilia, che non sarà più un reato ma una condizione di genere”. Ecco, la teoria del gender serve a fare chiarezza, sfatando luoghi comuni e pregiudizi».
UNIONI CIVILI E MATRIMONIO SARANNO EQUIPARATI?
Nel ddl Cirinnà, secondo la costituzionalista Marilisa D’Amico, i due istituti sono di fatto identici. Mentre restano le differenze tra stepchild adoption e adozione piena.
Marilisa D’Amico, avvocato cassazionista e professore di Diritto costituzionale all’Università degli Studi di Milano, conosce a fondo il tema dei diritti civili, delle pari opportunità e delle discriminazioni di genere. Tra gli altri, per l’editore Franco Angeli ha scritto e curato il saggio “I diritti contesi” e il suo ultimo libro, “Orientamento sessuale e diritti civili. Un confronto con gli Stati Uniti d’America”, realizzato insieme a Costanza Nardocci e Matteo M. Winkler.
È vero che se verrà approvato il ddl Cirinnà non ci sarà più alcuna differenza tra unione civile e matrimonio?
L’universo delle relazioni familiari attraversa una trasformazione senza precedenti. Ma è accompagnata da profondi dubbi che scuotono l’opinione pubblica. Per fare chiarezza e sfatare gli “slogan” cavalcati da molti, abbiamo posto le 6 domande che tutti si fanno a Stefano Rodotà, Michela Marzano, Marilisa D’Amico. Che qui fanno finalmente piazza pulita dei luoghi comuni e ci spiegano come cambierà la nostra società.
L’universo delle relazioni familiari attraversa una trasformazione senza precedenti: si diffonde una profonda cultura dell’amore, che richiama i principi di dignità e eguaglianza, obbliga il diritto a prendere atto dei profondi mutamenti sociali, a rispettare fino in fondo la libertà delle persone.
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La disabilità entra nei giochi per bambini: #ToyLikeMe
di Laura Alberico, su www.educare.it (15/2/2016)

Lego, il famoso produttore danese, ha presentato questa settimana alla Fiera del giocattolo di Norimberga un nuovo personaggio: un giovane disabile in sedia a rotelle, accompagnato dal suo cane guida. E' la risposta ad una recente polemica che aveva visto coivolto il celebre marchio a cui veniva contestato che le persone con disabilità erano assenti dalla gamma di tipologie.
Il movimento ToyLikeMe (giocattoli come me) aveva denunciato la mancanza di Lego disabili portando oltre 20.000 persone a firmare una petizione online sul sito Change.org per invitare i vertici dell'azienda a cambiare rotta. L'obiettivo è quello di cambiare le percezioni culturali: sono infatti oltre 150 milioni di bambini disabili che non si vedono così rappresentati nei modelli riprodotti nei giochi. A Lego viene chiesto di usare la sua grande influenza per trasmettere un messaggio positivo.
Anche Mattel, evidenzia Giovanni D'Agata, presidente dello "Sportello dei diritti", aggiunge alla Barbie originale altre tre dalle forme più pronunciate. Per la prima volta nei suoi 56 anni di vita, le bambole sono destinate a mutare, adeguandosi ai tempi e ai modelli attuali nel tentativo di bloccare l'emorragia delle vendite. Nella nuova linea saranno quindi disponibili quattro diverse morfologie: a quella originale (le proporzioni del cui fisico non corrispondono a quelle di nessuna donna) se ne affiancheranno altre tre anche più tornite, con vita meno sottile e curve piuttosto abbondanti. La capacità di evolvere della Barbie, pur restando fedele al suo spirito, contribuisce in modo determinante a fare di lei la numero uno al mondo, hanno spiegato i vertici della Mattel, l'azienda produttrice.
Lego, il famoso produttore danese, ha presentato questa settimana alla Fiera del giocattolo di Norimberga un nuovo personaggio: un giovane disabile in sedia a rotelle, accompagnato dal suo cane guida. E' la risposta ad una recente polemica che aveva visto coivolto il celebre marchio a cui veniva contestato che le persone con disabilità erano assenti dalla gamma di tipologie.
Il movimento ToyLikeMe (giocattoli come me) aveva denunciato la mancanza di Lego disabili portando oltre 20.000 persone a firmare una petizione online sul sito Change.org per invitare i vertici dell'azienda a cambiare rotta. L'obiettivo è quello di cambiare le percezioni culturali: sono infatti oltre 150 milioni di bambini disabili che non si vedono così rappresentati nei modelli riprodotti nei giochi. A Lego viene chiesto di usare la sua grande influenza per trasmettere un messaggio positivo.
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Non è il derby tra laici e cattolici
di Emma Fattorini, su www.unita.tv (9/2/2016)

Allargare finalmente tutti i diritti, dico tutti, a tutte le coppie è una conquista di civiltà non solo per loro ma per tutti.
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Il lungo (e incompiuto) processo verso la famiglia fondata su amore e accoglienza
Si discute molto di famiglia e di figli in questo periodo. Ma troppo spesso si dimentica che di “naturale” la famiglia ha poco o nulla, che nella storia e nelle varie culture essa ha assunto connotati molto diversi, e molto spesso violenti nei confronti di donne e bambini. In questo contesto, che significa che “i figli non sono un diritto”?
di Chiara Saraceno
“I figli non sono un diritto”. Vero, non c’è dubbio. Vale per tutti: per le coppie formate da persone di sesso diverso come per le coppie formate da persone dello stesso sesso, per le coppie come per i/le single. Ma che cosa significa esattamente che non sono un diritto? Che chi non è fertile, o ha un partner non fertile, non ha diritto di provare e viceversa che basta essere fertili (e in un rapporto di coppia eterosessuale) per avere automaticamente il diritto di avere un figlio? Quando si discute di diritti e li  si aggancia ad una idea di “natura” e di “normalità” si intraprende una strada molto scivolosa. Una strada lungo la quale si incontrano molte violenze, in particolare contro le donne e i bambini, ma talvolta anche contro gli uomini.
Qualche secolo fa in Italia le donne nubili sospette di essere incinte venivano imprigionate per evitare che abortissero, salvo togliere loro i figli perché “indegne” di essere madri. In Irlanda, come ci ha ricordato il film Le Maddalene, la cosa è durata fino a qualche decennio fa con il beneplacito della Chiesa Cattolica. In nome della protezione della “paternità legittima” i figli nati da un uomo sposato fuori dal matrimonio non potevano essere riconosciuti da quello. E una madre coniugata che avesse un figlio con un uomo diverso dal marito, magari lontano o da cui era separata, aveva di fronte a sé solo due scelte: o non riconoscerlo affinché il padre, se non a sua volta sposato, potesse farlo lui, oppure tacere, attribuendone la paternità al marito. Il tutto con buona pace dell’oggi tanto sbandierato principio che i bambini hanno bisogno di un padre e di una madre, possibilmente biologici.
Nella legge 40, fortemente voluta da una grossa fetta dei parlamentari cattolici e la cui abrogazione per via referendaria è stata attivamente impedita dalla gerarchia cattolica, si è vietata sia la riproduzione artificiale con donatore o donatrice, sia il ricorso all’esame pre-impianto degli embrioni nel caso di aspiranti genitori portatori di malattie genetiche gravi, che avrebbero comportato sofferenze atroci all’eventuale nascituro. Ci sono volute sentenze delle Corti italiane ed europea per cancellare questa mostruosità voluta da parlamentari ottusi e arroganti che, con la benedizione della Chiesa, si arrogavano il diritto di dire chi può e in quali condizioni fare figli e chi no. Se dovessero poter avere figli solo coloro che sono fertili, e in coppia eterosessuale, dovremmo non solo condannare ogni forma di riproduzione assistita, inclusa quella con gameti della coppia, ma anche vietare l’adozione.
Nella nostra società e cultura da lungo tempo si è passati da un’idea che si facessero figli – in proprio o tramite adozione – vuoi perché “venivano”, come non sempre benvenuta conseguenza di un rapporto sessuale, vuoi perché utili alla dinastia o all’impresa famigliare, ma perché danno gioia e aprono al futuro. Come ha ammesso, con un lapsus involontario, lo stesso cardinal Bagnasco, la famiglia non è un fatto ideologico, bensì antropologico. Appunto, l’antropologia, e la storia, ci mostrano che qualunque sia la “famiglia voluta da Dio”, secondo la sorprendente e astorica definizione di papa Francesco, le famiglie umane vengono in forme e contenuti diversi. Non c’è un’unica “famiglia umana”. Ed alcune forme di famiglia anche del nostro recente passato erano intrinsecamente violente nei rapporti di genere e generazione, non solo a livello individuale, ma proprio di conformazione istituzionale.  C'è voluto un lungo processo, non del tutto compiuto, perché la dimensione fondamentale, autenticamente generativa, della genitorialità fosse l’accoglimento e l’assunzione di responsabilità e perché la cifra della relazione genitori-figli (come per la coppia) fosse l’amore E’ su questo che si gioca il “diritto ad avere figli” o, meglio, a provarci, non di fronte alla legge, ma di fronte alla propria coscienza.
Le tecniche di riproduzione assistita, e più ancora la possibilità di ricorrere ad una madre gestante per altri, acuiscono ed esplicitano la necessità di effettuare – ciascuno nel proprio foro interiore – questa valutazione: non solo perché la scelta di diventare genitori è necessariamente più esplicitamente intenzionale, ma perché coinvolge più soggetti e modifica di poco o tanto il nesso tra coppia, sessualità, generazione. Di nuovo, vale per tutti, non solo per le persone omosessuali. Quando si smetterà di pretendere di possedere la verità e il monopolio della definizione di chi può fare famiglia e chi può avere figli, finalmente si potrà aprire una riflessione in cui tutte le parti possano trovare voce e ascolto, con rispetto e pazienza, per fare un passo ulteriore nel processo di civilizzazione della famiglia e dei rapporti di sesso e generazione.
di Chiara Saraceno, su http://temi.repubblica.it/micromega-online (30/1/2016)

Si discute molto di famiglia e di figli in questo periodo. Ma troppo spesso si dimentica che di “naturale” la famiglia ha poco o nulla, che nella storia e nelle varie culture essa ha assunto connotati molto diversi, e molto spesso violenti nei confronti di donne e bambini. In questo contesto, che significa che “i figli non sono un diritto”?
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Invertiamo la rotta di un mondo sempre più ingiusto, il terrorismo ha anche radici sociali
di Vannino Chiti, su www.huffingtonpost.it (19/1/2016)

Il mondo diventa sempre più ingiusto, miliardi di persone rimangono indietro, anno dopo anno.
Nel 2015 il patrimonio accumulato dall'1% dei più ricchi al mondo ha superato quello del 99% della popolazione mondiale. È un dato sconcertante e lo ha reso noto l'organizzazione non governativa Oxfam, secondo la quale lo scarto tra i super ricchi e il resto della popolazione è cresciuto in modo esponenziale negli ultimi 12 mesi.
Nel rapporto della ong si legge anche che i 62 miliardari più ricchi del mondo hanno un patrimonio equivalente a quello della metà più povera della popolazione mondiale. È la fotografia impietosa di un mondo in cui la condizione umana è sempre più divisa in due, con una parte minoritaria che ha troppo e una parte, quella più numerosa, che ha poco o nulla. Anche al di sopra della soglia di povertà l'ingiustizia sociale la fa da padrona: poche migliaia di persone con i loro patrimoni e il loro potere schiacciano milioni di donne e uomini che lottano ogni giorno per mantenere un livello di benessere accettabile.
Le disuguaglianze crescono e minano la convivenza civile e il futuro. Il terrorismo internazionale che sta insanguinando il mondo e spaventando tutti noi ha radici non solo ideologiche ma anche sociali. Popolazioni povere e non istruite sono terreno fertile del proselitismo di fanatici senza scrupoli e di manipolatori del pensiero. La crisi economica ha impoverito tanti e arricchito pochi: dal 2010, 3,6 miliardi di persone, la metà della popolazione mondiale, ha visto la propria quota di ricchezza ridursi di circa 1.000 miliardi di dollari. I 62 super ricchi hanno invece registrato un incremento di oltre 500 miliardi, arrivando così ad un totale di 1.760.
Anche in Italia le distanze sociali si sono accentuate: l'1% più ricco degli italiani è in possesso del 23,4% della ricchezza nazionale; oltre la metà dell'incremento della ricchezza dal 2000 al 2015 è andata al 10% più ricco. È il modello socio-economico ad essere sbagliato: quello dominante si fonda sull'individualismo, sul culto del profitto slegato da finalità sociali, sul consumo indiscriminato delle risorse naturali, sull'inquinamento dell'ambiente, sull'assenza di regole che assicurino equità sociale e redistribuzione della ricchezza. È il modello neoliberista che si è affermato negli anni '80 e che, nonostante il suo fallimento, continua a guidare le principali istituzioni nazionali, continentali e mondiali.
Il mondo diventa sempre più ingiusto, miliardi di persone rimangono indietro, anno dopo anno.Nel 2015 il patrimonio accumulato dall'1% dei più ricchi al mondo ha superato quello del 99% della popolazione mondiale. È un dato sconcertante e lo ha reso noto l'organizzazione non governativa Oxfam, secondo la quale lo scarto tra i super ricchi e il resto della popolazione è cresciuto in modo esponenziale negli ultimi 12 mesi.
Nel rapporto della ong si legge anche che i 62 miliardari più ricchi del mondo hanno un patrimonio equivalente a quello della metà più povera della popolazione mondiale. È la fotografia impietosa di un mondo in cui la condizione umana è sempre più divisa in due, con una parte minoritaria che ha troppo e una parte, quella più numerosa, che ha poco o nulla. Anche al di sopra della soglia di povertà l'ingiustizia sociale la fa da padrona: poche migliaia di persone con i loro patrimoni e il loro potere schiacciano milioni di donne e uomini che lottano ogni giorno per mantenere un livello di benessere accettabile.
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A ogni studente il proprio stile di apprendimento: un neuromito?
di Elisabetta Intini, su www.educare.it (15/1/2016)

Molti di noi sono cresciuti sentendo parlare degli stili di apprendimento, l'idea che ogni studente prediliga, nel suo approccio coi libri, modalità di studio basate su canali sensoriali diversi, da quello visivo - con immagini, schemi, video - a quello verbale (che predilige istruzioni scritte o ascoltate). Ma quanto c'è di vero? Nulla, secondo un articolo recentemente pubblicato sul New York magazine. Quello degli stili di apprendimento sarebbe uno dei tanti falsi miti che circolano sul cervello (come quello che vuole che utilizziamo soltanto il 10% di esso, o che la dominanza dell'uno o dell'altro emisfero possa influire sulla personalità).
Già nel 2014 Paul Howard-Jones, professore di neuroscienze all'Università di Bristol, aveva pubblicato una revisione scientifica che smentiva questo neuromito; ora, un lavoro di Philip Newton, neuroscienziato della Swansea University (Galles) chiarisce il motivo della sua capillare diffusione: la ragione, cioé, alla base del successo di questo mito, sostenuto dalla maggior parte degli insegnanti ma non confermato da evidenze scientifiche.
Nel suo articolo pubblicato su Frontiers in Psychology, Newton dimostra che, cercando con la chiave "stili di apprendimento" sui motori di ricerca dei più famosi database scientifici (come PubMed), si incorre in pubblicazioni che nella maggior parte dei casi (per il 94% delle volte) danno una visione positiva di queste modalità di insegnamento, incoraggiandole più o meno direttamente, anche in mancanza di basi scientifiche sul loro effettivo funzionamento.
Da qui l'inghippo: anche gli insegnanti che, agendo con scrupolo, volessero informarsi sull'efficacia degli stili di apprendimento, troverebbero un incoraggiamento implicito in letteratura, sebbene nessuno degli studi più seri e specifici su questo tema abbia trovato le prove scientifiche della validità di questo metodo.
La prove "contro"
Quelle che negano l'esistenza di diversi stili di apprendimento sono molte. Nel 2004, una ricerca di Frank Coffield, professore di pedagogia presso l'Università di Londra, ha esaminato 13 tra i più popolari stili di apprendimento, concludendo che mancavano le basi scientifiche per incoraggiarne l'uso.
Nel 2008 un altro studio di Harold Pashler, professore di psicologia all'Università della California di San Diego, ha evidenziato come nella maggior parte dei casi, gli studi su questo tema manchino di rigore scientifico, e i pochi che lo possiedono raramente raggiungono conclusioni a favore di questo metodo di insegnamento.
All'origine del suo successo potrebbe esserci la diffusione di interpretazioni scorrette e generalizzazioni riguardo il funzionamento del cervello, come quella secondo cui le diverse aree cerebrali sarebbero specializzate ciascuna in un compito (visivo, auditivo, processazione degli stimoli sensoriali) e che gli alunni apprenderebbero meglio se lasciati liberi di sfruttare l'area del proprio cervello che funziona meglio. In realtà il cervello è talmente interconnesso che parlare di localizzazione di una determinata funzione non ha senso.
La scarsa conoscenza generale di temi complessi come quelle delle neuroscienze, e la risposta positiva degli studenti a metodi di apprendimento creativi e alternativi, hanno fatto il resto, contribuendo alla sedimentazione di questa ennesima "bugia storica" sul cervello.
Molti di noi sono cresciuti sentendo parlare degli stili di apprendimento, l'idea che ogni studente prediliga, nel suo approccio coi libri, modalità di studio basate su canali sensoriali diversi, da quello visivo - con immagini, schemi, video - a quello verbale (che predilige istruzioni scritte o ascoltate). Ma quanto c'è di vero? Nulla, secondo un articolo recentemente pubblicato sul New York magazine. Quello degli stili di apprendimento sarebbe uno dei tanti falsi miti che circolano sul cervello (come quello che vuole che utilizziamo soltanto il 10% di esso, o che la dominanza dell'uno o dell'altro emisfero possa influire sulla personalità).
Già nel 2014 Paul Howard-Jones, professore di neuroscienze all'Università di Bristol, aveva pubblicato una revisione scientifica che smentiva questo neuromito; ora, un lavoro di Philip Newton, neuroscienziato della Swansea University (Galles) chiarisce il motivo della sua capillare diffusione: la ragione, cioé, alla base del successo di questo mito, sostenuto dalla maggior parte degli insegnanti ma non confermato da evidenze scientifiche.
Nel suo articolo pubblicato su Frontiers in Psychology, Newton dimostra che, cercando con la chiave "stili di apprendimento" sui motori di ricerca dei più famosi database scientifici (come PubMed), si incorre in pubblicazioni che nella maggior parte dei casi (per il 94% delle volte) danno una visione positiva di queste modalità di insegnamento, incoraggiandole più o meno direttamente, anche in mancanza di basi scientifiche sul loro effettivo funzionamento.
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Sul corpo delle donne no pasaran
di Lucia Annunziata, su www.huffingtonpost.it (7/1/2016)

Non c'è molto da dire ma va detto. E nel più semplice dei modi: noi donne, noi donne europee, abbiamo bisogno di cominciare una discussione vera su quello che l'immigrazione sta portando nei nostri paesi; sul disagio, e sulle vere e proprie minacce alla nostra incolumità fisica che avvertiamo nelle strade, sui bus, nei quartieri delle nostre città. Una franca discussione su come evitare che la giustissima "accoglienza" di chi ha bisogno diventi la vittoria di Pirro della nostra sicurezza e indipendenza. Mi pare che qualcosa si muova in questo senso fra le donne tedesche. E se è così saremo con loro.
Sull'Europa che si è riunita per affrontare la caotica situazione della immigrazione, le ripetute sospensioni di Schengen, pesa l'emozione di quanto è accaduto nella notte di Capodanno a Colonia: l'aggressione sessuale inflitta da "un migliaio di giovani arabi e nordafricani" a tutte le donne che hanno incontrato sul loro cammino. Una violenza le cui modalità rivelano un episodio ben più grave della notte di follia, della frustrazione estrema ed ormonale di maschi frustrati.
Quel migliaio di giovani erano preparati, il loro assalto è stato organizzato ed eseguito come una operazione semi-militare. Assalto per altro ripetuto in altre due città. Erano tanti, usavano il numero come arma di annientamento, e l'accerchiamento come trappola: le donne prese in mezzo, inclusa una donna poliziotto, sono state toccate e passate dall'uno all'altro, senza nessuna cura di proteste e reazioni. "Urlavamo, picchiavamo con quello che potevamo, ma inutilmente" raccontano le testimonianze (incluse quelle di uomini che hanno cercato di intervenire). Una madre e la figlia quindicenne sono state bloccate e "palpate ripetutamente al seno e in mezzo alle gambe".
Un'operazione di molestie così vasta, continuata e determinata non può essere vista solo come un gesto contro le donne; si configura come un atto di scontro, umiliazione e dominio esercitato nei confronti delle donne sì, ma mirato a inviare un segnale di disprezzo e di sfida all'intero paese che quegli uomini ha accolto. Cioè noi, l'Europa tutta e non solo la Germania.
La notte che ha inaugurato il 2016 nel paese che ha generosamente aperto le porte al maggior numero, circa un milione, di profughi dal Medioriente e da altre zone di guerra, è stata macchiata da quello che possiamo definire il primo episodio di scontro di civiltà, la prima sfida consapevole dei nuovi arrivati al nostro mondo. Un annuncio gravido di molte cose a venire. Tanto più grave perché qui non si tratta di Isis, qui non siamo di fronte a nessuna motivazione religiosa: anzi i giovani immigrati arrivati a migliaia di migliaia in Europa in questi mesi e generosamente accolti in Germania sono tecnicamente in fuga dalla guerra.
Il pericolo dell'episodio di Colonia si nasconde proprio nelle pieghe della "normalità" di chi ne è stato protagonista. La verità di cui dobbiamo discutere è proprio questa: il rapporto dell'Islam con le donne è un tema devastante, intriso di violenza e di politica, e non è tale solo nelle forme più estreme, nelle terre più bruciate del Medioriente, nelle esperienze più allucinate e militanti delle guerre dell'Isis o del terrorismo. Tutto questo lo sappiamo, ci conviviamo da anni, è stato al centro di tante nostre analisi e battaglie civili a favore delle donne in tanti e altri paesi. Ma negli ultimi venti anni, proprio sotto la spinta di guerre e rotture interne al mondo islamico, il rapporto fra Islam e donne si è metamorfizzato in una agenda culturale e politica di dominio, usata come arma, o anche solo espressione di potere, in una vastissima area sociale, la cui linea di rottura passa dentro lo stesso mondo mussulmano.
Quel che voglio dire è che tutti ricordiamo gli stupri e le violenze in Iraq durante la conquista da parte dell'Isis, e i rapimenti di Boko Haram, la schiavitù sessuale imposta alle donne cristiane, yazide. Ma val la pena qui di cominciare a ricordare anche che il maggior numero di violenze viene usato nei confronti delle stesse donne musulmane. Vogliamo ricordare le condizioni in cui progressivamente stanno scivolando all'indietro tutte le società musulmane. Ricordiamo qui, ad esempio, il trattamento subito da centinaia di donne egiziane al Cairo durante la "primavera araba", come punizione per una partecipazione, o anche solo come occasione da non perdere. Ma andrebbe ora prestata più attenzione al fatto che questo modo di rapportarsi dell'Islam alle donne proprio perché deriva dalla politica non si ferma alle frontiere.
Ci sono storie che solo le organizzazioni dei diritti umani seguono: nei campi profughi europei ci sono casi di violenze, e stupri. Queste violenze sono per altro la ragione per cui i cristiani quasi mai si sono uniti alle grandi migrazioni collettive di questi ultimi mesi. Ma è anche tempo di mettere in questo elenco l'aggressività, la mancanza di rispetto, che denunciano molte donne giovani ed anziane nei quartieri delle varie città europee, incluse quelle di molte città italiane: ricordate Tor Sapienza, la disperazione e la rabbia delle donne che raccontavano (inutilmente) le offese che subivano dai gruppi di giovani immigrati illegali parcheggiati in tutte le case di accoglienza?
Tutto questo non è destinato a finire. L'attuale immigrazione non è un flusso ordinato. È il frutto di eventi traumatici, multipli e contemporanei, di guerre che hanno un'espansione globale e di lungo periodo. Non sarà aggiustabile secondo la logica di un progressivo assorbimento. La gestione di questa immigrazione è già da oggi uno dei maggiori problemi economici e sociali in Europa, il motore di uno sconvolgimento politico il cui impatto è già visibile.
La sospensione di Schengen da parte di due degli stati da sempre più disponibili, la Danimarca e la Svezia, segnala che davvero si sta raggiungendo un livello di guardia. E indica anche come su questo tema la socialdemocrazia (e la sinistra) sia da tempo in difficoltà a mantenere una posizione "aperturista" a tutti i costi. Le formule con cui abbiamo fin qui vissuto si rivelano inefficaci di fronte alle nuove dimensioni. Ma dentro il problema di tutti con l'integrazione, c'è un problema specifico per noi donne, come stiamo vedendo. E credo tocchi anche a noi trovare una voce in merito.
La prima idea su cui lavorare per il futuro non è forse difficile da individuare perché è un po' nelle cose: costruire un doppio percorso nella accoglienza. Dare priorità e immediata accettazione alle famiglie, ai bambini, alle donne, agli anziani. In qualunque condizioni e per qualunque ragioni arrivino. Costruire invece un percorso più lungo e approfondito per le migliaia di giovani uomini che per altro costituiscono la stragrande maggioranza anche degli illegali e clandestini. Davvero tutti questi giovani uomini sono in bisogno immediato e irreversibile di rifugio? Sono tutti alla ricerca di una nuova vita? Sono tutti decisi a non ritornare nei loro paesi d'origine? Domande scomode, ma realistiche.
Le regole attuali, e possono essere migliorate, forniscono già la definizione per distinguere coloro che hanno diritto all'asilo politico; ugualmente esistono chiari requisiti necessari per poter invece entrare in un paese come immigrato. Intorno a queste definizioni vanno costruite barriere successive per fare dell'ammissione in un paese un lavoro di "integrazione" che cominci ben prima della stessa entrata. E se questo processo porta a prevedere più controlli, e dunque anche a una formulazione più elastica di Schengen, va ricordato che questo è già nelle cose.
È un momento delicato, in cui l'opinione pubblica deve uscire dalle emozioni, dalle rabbie per cercare di capire davvero quale sia la strada migliore per il futuro. Le donne, anzi i diritti delle donne, devono essere una delle pietre miliari di questa chiarezza. In maniera uguale e contraria al modo come questi diritti negati vengono usati come un atto di aggressione nei nostri confronti. Non voglio pensare che mia figlia, le nostre figlie, vivranno in un mondo in cui abbiamo perso i diritti che avevamo conquistato per loro.
Integrare e integrarsi con le tante diversità è la più dinamica opzione della nostra società per crescere. L'accoglienza è un valore supremo. Ma senza definizioni, senza regole e senza domande è possibile che diventi la semplice riproduzione al nostro interno delle disperate periferie del mondo, la ricreazione di permanenti masse di profughi, senza che noi sappiamo cosa far né di loro né di noi stessi.
Non c'è molto da dire ma va detto. E nel più semplice dei modi: noi donne, noi donne europee, abbiamo bisogno di cominciare una discussione vera su quello che l'immigrazione sta portando nei nostri paesi; sul disagio, e sulle vere e proprie minacce alla nostra incolumità fisica che avvertiamo nelle strade, sui bus, nei quartieri delle nostre città. Una franca discussione su come evitare che la giustissima "accoglienza" di chi ha bisogno diventi la vittoria di Pirro della nostra sicurezza e indipendenza. Mi pare che qualcosa si muova in questo senso fra le donne tedesche. E se è così saremo con loro.
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Il crocifisso in aula con gli altri simboli
di Laura Montanari, su www.repubblica.it (24/12/2015)

Le radici sono imporanti, ma il territorio non è proprietà privata. Per questo nelle aule scolastiche non bisogna "togliere" ma "aggiungere". Il progetto di una studentessa che immagina modi ingegnosi per evitare il conflitto "croce sì-croce no" nelle scuole. [visita
 
La scuola è più avanti
di E. Colonna e L. Zou
Per fortuna la scuola è più avanti. Della classe politica e anche del livello del dibattito sulla scuola stessa, che attraversa ampi strati dell’opinione pubblica. E non solo sul presepe, argomento che ha scatenato il peggio del peggio in quanto a integralismi e oscurantismi di varia natura, ma anche su temi molto più delicati e profondi come quello dell’accoglienza e dell’attenzione per il diverso, della cura dell’identità e delle pari opportunità, che sono il sottotesto di tutta la discussione sul cosiddetto ‘gender’. Su questo argomento vi è stata, infatti, una incursione irrazionale e in certi casi addirittura violenta nella vita della scuola, fondata su vere e proprie menzogne e orientata a scatenare la paura nei genitori.
Si è anche ricorsi in maniera spregiudicata a mezzi di comunicazione molto invasivi che, se usati senza scrupoli, possono rivelarsi del tutto inadeguati, come le chat che accomunano i genitori soprattutto nelle  classi della scuola primaria.
La scuola è più avanti. Più avanti sono gli insegnanti e in genere chi ci lavora. Perché la responsabilità del tuo ruolo ti costringe a guardare oltre. I nostri alunni devono convivere con un mondo complicato e difficile,‘grande e terribile’, segnato oggi dalla guerra e dal terrorismo, dal dramma dei profughi, da una instabilità crescente. Abbiamo di fronte vere e proprie emergenze educative che chiamano a nuove responsabilità. E che la conoscenza sia una bussola formidabile è una delle poche certezze che abbiamo.
Per questo la scuola è più avanti. Perché il suo obiettivo non è quello di confondere le idee ma di chiarirle, non è quello di crescere sull’ignoranza ma, al contrario, di usare la conoscenza come un’arma, sia di difesa che di attacco, da consegnare ai nostri ragazzi.
Il Cidi ha espresso più volte un giudizio negativo sul modello di scuola che viene delineato dalla legge 107, ma ciò non ci impedisce di vedere che in questo momento la scuola italiana è dentro una grande trasformazione. Siamo di fronte a un passaggio generazionale che si può paragonare solo a quello che ha visto, alla fine degli anni sessanta del secolo scorso, lo sviluppo della scolarizzazione di massa. I nuovi immessi in ruolo e tutti i giovani che si accingono ad affrontare il concorso a cattedre saranno l’anima della scuola di domani, a loro è affidato il compito di costituirne l’identità.
Lavoreremo tutti insieme perché la scuola reale continui a essere, come sempre, un passo più avanti.
di E. Colonna e L. Zou, su www.scuolaoggi.com (23/12/2015)

Per fortuna la scuola è più avanti. Della classe politica e anche del livello del dibattito sulla scuola stessa, che attraversa ampi strati dell’opinione pubblica. E non solo sul presepe, argomento che ha scatenato il peggio del peggio in quanto a integralismi e oscurantismi di varia natura, ma anche su temi molto più delicati e profondi come quello dell’accoglienza e dell’attenzione per il diverso, della cura dell’identità e delle pari opportunità, che sono il sottotesto di tutta la discussione sul cosiddetto ‘gender’. Su questo argomento vi è stata, infatti, una incursione irrazionale e in certi casi addirittura violenta nella vita della scuola, fondata su vere e proprie menzogne e orientata a scatenare la paura nei genitori.
Si è anche ricorsi in maniera spregiudicata a mezzi di comunicazione molto invasivi che, se usati senza scrupoli, possono rivelarsi del tutto inadeguati, come le chat che accomunano i genitori soprattutto nelle  classi della scuola primaria.
La scuola è più avanti. Più avanti sono gli insegnanti e in genere chi ci lavora. Perché la responsabilità del tuo ruolo ti costringe a guardare oltre. I nostri alunni devono convivere con un mondo complicato e difficile,‘grande e terribile’, segnato oggi dalla guerra e dal terrorismo, dal dramma dei profughi, da una instabilità crescente. Abbiamo di fronte vere e proprie emergenze educative che chiamano a nuove responsabilità. E che la conoscenza sia una bussola formidabile è una delle poche certezze che abbiamo.
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Troppa TV danneggia la prontezza mentale
di Redazione Salute onlinehttp://www.corriere.it (16/12/2016)

Avere visto tanta televisione da giovani può minare la prontezza mentale nella mezza età. È la conclusione di uno studio americano pubblicato sulla rivista Jama Psychiatry, condotto da Tina Hoang dell’Istituto della California del Nord per la ricerca e l’istruzione e Kristine Yaffe dell’Università di San Francisco. Se la passione per la tv è spesso abbinata ai chili di troppo, pochi lavori finora hanno indagato l’associazione con le funzioni cognitive.
Performance cognitive scarse
Il team ha esaminato il tempo trascorso davanti alla televisione, lo sport praticato e la prontezza mentale a 25 anni di distanza. Lo studio ha preso in esame, tramite un questionario, le abitudini e lo stile di vita di 3.247 persone dai 18 ai 30 anni. I ricercatori hanno preso in considerazione in particolare chi guardava tanta tv (più di 3 ore al giorno), mentre la funzione cognitiva è stata valutata con tre test su velocità di elaborazione, funzione esecutiva e memoria verbale, ripetuti negli anni. Ebbene, le persone risultate “tv-dipendenti” nei 25 anni di studio (353 su 3.247, il 10,9%) hanno anche mostrato più probabilità di incappare in performance cognitive scarse in alcuni dei test proposti.
Poco movimento, tanta tv
Anche la scarsa attività fisica nei 25 anni presi in esame (528 su 3.247 partecipanti) è stata associata con prestazioni carenti in una delle prove mentali. In generale, le probabilità di essere meno rapidi di testa sono risultate quasi due volte superiori per le persone che alle maratone col telecomando abbinavano una scarsa attività fisica (3,3% dei partecipanti). «Abbiamo scoperto che bassi livelli di esercizio e alte dosi di fruizione televisiva da giovani sono associati a performance cognitive peggiori nella mezza età. In particolare, questi comportamenti sono stati abbinati con una più lenta velocità di elaborazione e una peggiore funzione esecutiva, ma non con una ridotta memoria verbale», concludono gli autori.
Avere visto tanta televisione da giovani può minare la prontezza mentale nella mezza età. È la conclusione di uno studio americano pubblicato sulla rivista Jama Psychiatry, condotto da Tina Hoang dell’Istituto della California del Nord per la ricerca e l’istruzione e Kristine Yaffe dell’Università di San Francisco. Se la passione per la tv è spesso abbinata ai chili di troppo, pochi lavori finora hanno indagato l’associazione con le funzioni cognitive.
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La guerra della scuola agli omosessuali, tra boicottaggi, licenziamenti e "manuali"
di Arianna Giunti, su http://espresso.repubblica.it (14/12/2015)

Avevano promesso la guerra al mondo “omosex” e a una non meglio precisata “teoria del genere”. Avevano annunciato che si sarebbero battuti affinché nelle aule scolastiche parole come “gay”, “lesbiche”, “transgender” ma anche “monofamiglie” e “unioni civili” non entrassero mai. E la promessa è stata mantenuta.
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La guerra della scuola agli omosessuali
Tra boicottaggi, licenziamenti e manuali
Avevano promesso la guerra al mondo “omosex” e a una non meglio precisata “teoria del genere”. Avevano annunciato che si sarebbero battuti affinché nelle aule scolastiche parole come “gay”, “lesbiche”, “transgender” ma anche “monofamiglie” e “unioni civili” non entrassero mai. E la promessa è stata mantenuta.
La chiamano “battaglia a difesa della famiglia tradizionale”, è promossa da associazioni e organizzazioni religiose, e in teoria dovrebbe semplicemente sponsorizzare l’importanza e la bellezza di un’unione composta da uomo e donna. In realtà, si tratterebbe di una campagna di boicottaggio verso qualsiasi tentativo di spiegare l’omosessualità in classe, che sta avendo come teatro alcuni istituti scolastici e che rischia di avere conseguenze deleterie. Poiché gli effetti - come dimostrano recenti fatti di cronaca - si sono già cominciati a far sentire.
Un insegnante omosessuale costretto a dimettersi e un alunno preso a calci in aula da un professore che gli avrebbe urlato “essere gay è una brutta malattia”, tanto per fare due esempi.
VEDI ANCHE:
Scuola media
"Io, insegnante gay, costretto a dimettermi"
La storia di Daniele Baldoni, docente di danza in una scuola privata, andato via dall'istituto dopo che alcuni genitori si erano lamentati per il suo "stile di vita non adatto". Non gli andava a genio la sua omosessualità
Scenario di entrambi gli episodi, la cattolicissima Umbria. Da dove questa campagna è partita e si è poi estesa in quasi tutta Italia, come risulta a l’Espresso e come conferma l’associazione Arcigay, che oggi lancia l’allarme parlando di “clima di odio” e che continua a ricevere segnalazioni quasi quotidiane da parte di allievi, insegnanti e genitori laici, preoccupati da questa “deriva oscurantista”.
E’ iniziato tutto - appunto - nella provincia di Perugia, dove le famiglie di alcuni studenti si sono viste recapitare fuori dalle scuole un “manuale di autodifesa dalla teoria del gender”, redatto dal forum delle Associazioni familiari dell’Umbria e dall’organizzazione La Manif Pour Tous Italia, che riunisce varie confessioni religiose. Il vademecum in questione - senza troppi giri di parole - invita i genitori dei ragazzi a boicottare ogni tentativo di affrontare l’argomento omosessualità in classe e a rifiutare negli istituti scolastici gli incontri con rappresentanti di associazioni gay, esponenti della “cultura omosessuale” o “la diffusione di materiale didattico pericoloso”. Sul sito dell’organizzazione, inoltre, compare una lista di asili “gay friendly” dai quali stare alla larga. “Controllate costantemente che nella scuola di vostro figlio non si parli di omofobia. Sono parole chiave che nascondono l’indottrinamento della teoria del gender. Controllate ogni giorno i loro quaderni e diari. E date l’allarme!”, si legge nel decalogo distribuito alle famiglie.
Rapidamente, il manuale di autodifesa si è diffuso anche in altre regioni italiane. In Veneto, per esempio. A Venezia recentemente alcuni insegnanti di religione sono corsi ai ripari improvvisando lezioni nelle quali si mettono in guardia i ragazzi “dalle insidie dell’ideologia omosessuale” mentre a Verona il consiglio comunale ha approvato una mozione “per monitorare i progetti di educazione sessuale e affettiva nelle scuole cittadine” .
E così dall’autunno scorso le scuole veronesi sono tenute, in base alla mozione, ad avvertire preventivamente i genitori dei corsi e degli approfondimenti sulla sessualità, e allo stesso tempo il Comune è impegnato a raccogliere eventuali segnalazioni e proteste da parte delle famiglie preoccupate che nelle ore di educazioni civica si parli “di famiglie omosessuali, adozione e relazioni gay”.
VEDI ANCHE:
Flavio Tosi
Gay a scuola, ancora battaglia
Il Comune di Verona ha approvato un "Ordine del giorno" in cui si chiede al sindaco di istituire un osservatorio pro-famiglia tradizionale. Per bloccare gli insegnamenti che metterebbero a rischio "la morale" in classe. Proprio mentre Tosi diceva sì alle coppie di fatto. E l'attacco all'educazione laica arriva anche altrove
Neppure la Capitale è rimasta immune alla “crociata”. Nel celebre liceo romano Giulio Cesare è finito in rissa - e con un ricorso al Tribunale civile da parte dei genitori - il tentativo da parte di un docente di far leggere agli studenti alcuni passaggi di un romanzo di Melania Mazzucco, che descriveva scene di amore omosessuale.
In Piemonte la situazione non sembra essere migliore. Eppure nelle aule scolastiche, di educazione alla sessualità (di qualunque genere), ci sarebbe proprio bisogno. Soprattutto per permettere agli studenti di superare paure e pregiudizi. Visto che i casi di omofobia continuano a essere all’ordine del giorno.
All’istituto Pininfarina di Moncalieri, per esempio, è ancora in corso un’inchiesta interna sulla frase pronunciata lo scorso novembre da un’insegnante di religione: “Dall’omosessualità si può guarire con la psicanalisi, perché è un problema psicologico”, avrebbe detto la donna.
Racconta a l’Espresso Giorgio B., 16 anni, studente del Pininfarina e attivista di Arcigay Torino: “Per anni ho dovuto subire battute e minacce più o meno velate, per via della mia omosessualità. Poi ho deciso di fare coming out, con i miei compagni e con la mia famiglia, ed è stata una liberazione. Da allora ho cominciato a ricevere lettere, sfoghi, segnalazioni da parte di studenti di tutta Italia. E mi sono reso conto che la situazione è allarmante. L’omofobia non può più essere tollerata come semplice “libertà di opinione” ma trattata per quella che è: discriminazione”.
A riferire un panorama inquietante è anche una recente indagine effettuata Studenti.it, popolarissimo portale dedicato agli allievi delle scuole medie e superiori. Secondo loro, il 58 per cento degli studenti italiani ha subito o ha direttamente assistito in prima persona a episodi di omofobia. Nei dettagli, il 38 per cento riferisce di essere stato testimone di episodi di discriminazione e di omofobia da parte di studenti verso altri studenti, il 12 per cento dichiara di aver assistito a episodi di questo genere da parte di professori ai danni degli allievi e l’8 per cento rivela di esserne stato vittima in prima persona.
A spiegare bene la situazione è il circolo Arcigay Omphalos di Perugia, il primo a denunciare la diffusione degli “opuscoli di autodifesa dalla teoria del gender”. “Questo è il risultato delle campagne di odio che i movimenti oltranzisti cattolici e di estrema destra stanno portando avanti in tutto il Paese - spiega il presidente Patrizia Stefani - Le loro manifestazioni, apparentemente silenziose e rispettose, sono invece intrise di odio e discriminazione non solo verso le famiglie “arcobaleno”, ma anche verso chiunque non condivida con loro una visione di ‘famiglia tradizionale’”. “Con sospetto e diffidenza - aggiunge Stefani - vengono guardate anche le famiglie composte da un solo genitore o da coppie conviventi che hanno figli senza essere regolarmente sposate”.
Contattata da l’Espresso, l’associazione La Manif pour tous - co-autrice del vademecum “contro l’ideologia del genere" - respinge al mittente ogni accusa, parlando di semplice libertà di espressione: “Sono stati gli stessi genitori dei ragazzi a chiederci di redigere questa guida - spiega il presidente Filippo Savarese - tutto questo perché le famiglie sono intimorite dagli incontri che avvengono a scuola con le associazioni pro-gay e vogliono poter scegliere l’educazione da impartire ai propri figli”.
“Basti sapere - aggiunge Savarese - che la nostra raccolta firme online a difesa della famiglia tradizionale ha già raggiunto quasi 21mila adesioni”.
A chi li accusa di essere omofobi (l’associazione si scaglia apertamente contro l’entrata in vigore di una legge contro l’omofobia), rispondono: “Essere contro le unioni gay non significa essere omofobi”. Sul sito dell’associazione, però, alla voce “tredici motivi per dire ‘no’ alla legge sull’omofobia” compare un articolo firmato dall’avvocato Gianfranco Amato, presidente di Giuristi per la Vita, già autore di controverse dichiarazioni sul matrimonio omosessuale nelle quali paragonò il matrimonio fra due uomini  a quello fra “un uomo e un cane”. Stavolta l’avvocato - invocando la libertà di espressione - cita le Sacre Scritture: “l’omosessualità rappresenta una grave depravazione, Il catechismo definisce l’omosessualità come un insieme di atti intrinsecamente disordinati e contrari alla legge naturale. Se questa legge fosse approvata dirlo diventerebbe un reato”.
A spingere la discussione più in là, sottolineando una mancata presa di posizione del governo in materia di educazione “al diverso”, è invece l’associazione Equality Italia, che si occupa di diritti, e che ricordando il vuoto legislativo in materia di omofobia lancia un vero e proprio “j’accuse” al governo Renzi, colpevole di aver fatto troppo poco in questo campo: “Il ministro dell’Istruzione Giannini ci deve spiegare una volta per tutte se sta con la laicità della scuola o con le organizzazioni religiose, vista la mancanza di educazione alle differenze nelle aule scolastiche”, dichiara il presidente Aurelio Mancuso. “Ma la responsabilità di questo ‘Medioevo di ritorno’ non è solamente del ministero dell’Istruzione - aggiunge Mancuso - perché quando ci sono casi di omofobia, sia ai danni di studenti che di insegnanti, non possiamo far a meno che notare un assordante e gravissimo silenzio da parte dei sindacati della scuola. Una situazione che ci fa sentire tremendamente soli”.Avevano promesso la guerra al mondo “omosex” e a una non meglio precisata “teoria del genere”. Avevano annunciato che si sarebbero battuti affinché nelle aule scolastiche parole come “gay”, “lesbiche”, “transgender” ma anche “monofamiglie” e “unioni civili” non entrassero mai. E la promessa è stata mantenuta.
La chiamano “battaglia a difesa della famiglia tradizionale”, è promossa da associazioni e organizzazioni religiose, e in teoria dovrebbe semplicemente sponsorizzare l’importanza e la bellezza di un’unione composta da uomo e donna. In realtà, si tratterebbe di una campagna di boicottaggio verso qualsiasi tentativo di spiegare l’omosessualità in classe, che sta avendo come teatro alcuni istituti scolastici e che rischia di avere conseguenze deleterie. Poiché gli effetti - come dimostrano recenti fatti di cronaca - si sono già cominciati a far sentire.
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Manifesto per una convivenza civile e inclusiva
su www.maschileplurale.it (10/1272015)

Ultimamente si sta diffondendo – soprattutto in territorio bresciano, ma non solo – la convinzione che una fantomatica ideologia “Gender” stia mettendo in pericolo la famiglia, insinuandosi nelle norme di legge (107/2015) e proposte (Ddl Cirinnà).
Preoccupa vedere che sono diffuse notizie assolutamente infondate, che stravolgono volutamente il contenuto stesso di quei testi.
Preoccupa vedere che queste infondate notizie creano allarme e grande senso d’insicurezza e non contribuiscono a creare quel clima di serena convivenza civile che, al contrario, insieme dovremmo sentirci chiamati e chiamate a costruire, se davvero crediamo nella democrazia, nella pacifica convivenza, nella giustizia.
Preoccupa vedere avanzare pensieri che mirano a distruggere ciò che con tanta fatica si sta costruendo in decenni di democrazia: – parità tra i sessi – dignità di ogni persona – apertura alle diversità come valori – riconoscimento dei diritti inalienabili di ogni cittadina e ogni cittadino.
Preoccupa vedere che, attraverso false notizie, si getta discredito su un’istituzione così importante come la scuola e, in generale, si umilia un’idea di società democratica basata sui principi fondamentali sanciti dalla nostra Costituzione.
La nostra idea di società democratica si fonda, al contrario, su queste convinzioni:
1. E’ necessario promuovere, in ogni contesto e luogo, una cultura del rispetto, unica strada per costruire una società pacifica.
2. Occorre combattere pregiudizi e stereotipi che riguardano i ruoli delle persone, affinché ogni donna e ogni uomo possa trovare la personale realizzazione ed esprimere al meglio le proprie potenzialità.
3. Sentiamo la necessità di una costante riflessione su come vivere la condizione di femmina e di maschio, al fine di dare dignità alle forme con cui ogni persona realizza il proprio bisogno di legami affettivi.
4.Vogliamo che la scuola sia, sempre più, luogo di apprendimento della convivenza civile, attraverso l’educazione al confronto.
5.Riteniamo che il compito della scuola, pubblica e privata, sia quello di insegnare la pratica dei principi della Costituzione.
6.Rifiutiamo ogni ideologia o pratica che miri a gettare discredito sulle istituzioni democratiche e, in particolare, sulla scuola: diffondere la convinzione che l’unica educazione ottimale sia quella parentale, significa preparare una società fatta di piccoli clan in guerra tra loro, ben lontana dal respiro di libertà e cultura contenuto nella Costituzione.
7. Denunciamo il dilagare di atti di violenza, bullismo e discriminazione, sia nella scuola, sia nel più ampio contesto sociale. In una società democratica e giusta nessuno deve sentirsi autorizzato a esercitare violenza fisica e/o psicologica su altri individui, diffondendo la convinzione che situazioni personali, che si discostano da un presunto concetto di normalità, siano da stigmatizzare.
8.Siamo consapevoli della complessità sociale e culturale della nostra epoca e degli anni futuri: per questo vogliamo promuovere una concezione della pluralità al passo coi tempi, in uno spirito di laicità inclusiva che consenta il rispetto fra concezioni etiche e religiose differenti, di confronto fra individui, di conoscenza fra culture, di rifiuto di ogni tentativo di trasformare le legittime appartenenze in occasioni di prevaricazione e forzatura.
9.Riteniamo necessario e urgente il più ampio coinvolgimento civile su questi temi. Invitiamo cittadine e cittadini, associazioni, movimenti, realtà culturali e sociali, a sottoscrivere questo manifesto e a seguire e partecipare alle iniziative che verranno poste in essere.
Invitiamo cittadine e cittadini, associazioni, movimenti, realtà culturali e sociali, a sottoscrivere questo manifesto e a seguire e partecipare alle iniziative che verranno poste in essere.
Ultimamente si sta diffondendo la convinzione che una fantomatica ideologia “Gender” stia mettendo in pericolo la famiglia, insinuandosi nelle norme di legge (107/2015) e proposte (Ddl Cirinnà).
Preoccupa vedere che sono diffuse notizie assolutamente infondate, che stravolgono volutamente il contenuto stesso di quei testi.
Preoccupa vedere che queste infondate notizie creano allarme e grande senso d’insicurezza e non contribuiscono a creare quel clima di serena convivenza civile che, al contrario, insieme dovremmo sentirci chiamati e chiamate a costruire, se davvero crediamo nella democrazia, nella pacifica convivenza, nella giustizia.
Preoccupa vedere avanzare pensieri che mirano a distruggere ciò che con tanta fatica si sta costruendo in decenni di democrazia: – parità tra i sessi – dignità di ogni persona – apertura alle diversità come valori – riconoscimento dei diritti inalienabili di ogni cittadina e ogni cittadino.
Preoccupa vedere che, attraverso false notizie, si getta discredito su un’istituzione così importante come la scuola e, in generale, si umilia un’idea di società democratica basata sui principi fondamentali sanciti dalla nostra Costituzione. La nostra idea di società democratica si fonda, al contrario, su queste convinzioni:

1.
E’ necessario promuovere, in ogni contesto e luogo, una cultura del rispetto, unica strada per costruire una società pacifica.

2.
Occorre combattere pregiudizi e stereotipi che riguardano i ruoli delle persone, affinché ogni donna e ogni uomo possa trovare la personale realizzazione ed esprimere al meglio le proprie potenzialità.

3.
Sentiamo la necessità di una costante riflessione su come vivere la condizione di femmina e di maschio, al fine di dare dignità alle forme con cui ogni persona realizza il proprio bisogno di legami affettivi.

4. 
Vogliamo che la scuola sia, sempre più, luogo di apprendimento della convivenza civile, attraverso l’educazione al confronto.

5.
Riteniamo che il compito della scuola, pubblica e privata, sia quello di insegnare la pratica dei principi della Costituzione.

6.
Rifiutiamo ogni ideologia o pratica che miri a gettare discredito sulle istituzioni democratiche e, in particolare, sulla scuola: diffondere la convinzione che l’unica educazione ottimale sia quella parentale, significa preparare una società fatta di piccoli clan in guerra tra loro, ben lontana dal respiro di libertà e cultura contenuto nella Costituzione.

7.
Denunciamo il dilagare di atti di violenza, bullismo e discriminazione, sia nella scuola, sia nel più ampio contesto sociale. In una società democratica e giusta nessuno deve sentirsi autorizzato a esercitare violenza fisica e/o psicologica su altri individui, diffondendo la convinzione che situazioni personali, che si discostano da un presunto concetto di normalità, siano da stigmatizzare.

8.
Siamo consapevoli della complessità sociale e culturale della nostra epoca e degli anni futuri: per questo vogliamo promuovere una concezione della pluralità al passo coi tempi, in uno spirito di laicità inclusiva che consenta il rispetto fra concezioni etiche e religiose differenti, di confronto fra individui, di conoscenza fra culture, di rifiuto di ogni tentativo di trasformare le legittime appartenenze in occasioni di prevaricazione e forzatura.

9.
Riteniamo necessario e urgente il più ampio coinvolgimento civile su questi temi. Invitiamo cittadine e cittadini, associazioni, movimenti, realtà culturali e sociali, a sottoscrivere questo manifesto e a seguire e partecipare alle iniziative che verranno poste in essere.
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Salvini, giù le mani dalla scuola
di Alex Corlazzoli, su www.ilfattoquotidiano.it (1/12/2015)

“Maestra chi è quel signore vestito di verde con in mano il presepe?”. Chissà come avranno spiegato, stamattina, i docenti della scuola di Rozzano la presenza di Matteo Salvini nei corridoi dell’istituto. Stamattina il leader della Lega Nord, dopo la polemica sui canti di Natale negati dal preside, è arrivato in via Milano con un presepe in mano ma non si è fermato davanti ai cancelli della scuola. Ha fatto di più.
Ha varcato la soglia della scuola, mentre i ragazzi e i loro docenti stavano facendo lezione. Ha girato per i corridoi, ha parlato con docenti e collaboratori scolastici.
Salvini oggi si è presentato alla scuola di Rozzano per fare propaganda politica come hanno fatto Maria Stella Gelmini e Ignazio La Russa. Hanno conquistato l’attenzione mediatica. Hanno fatto accendere le telecamere sulla scuola. E lo hanno voluto fare di lunedì, quando ci sono i ragazzini in classe; quando un bambino di 6 o 7 anni sta imparando a leggere e scrivere; quando una maestra sta insegnando i Babilonesi; quando un “bidello” sta tenendo in ordine il corridoio; quando un preside sta ascoltando un genitore o cercando di trovare un finanziamento per un progetto.
“Maestra chi è quel signore vestito di verde con in mano il presepe?”. Chissà come avranno spiegato, stamattina, i docenti della scuola di Rozzano la presenza di Matteo Salvini nei corridoi dell’istituto. Stamattina il leader della Lega Nord, dopo la polemica sui canti di Natale negati dal preside, è arrivato in via Milano con un presepe in mano ma non si è fermato davanti ai cancelli della scuola. Ha fatto di più.
Ha varcato la soglia della scuola, mentre i ragazzi e i loro docenti stavano facendo lezione. Ha girato per i corridoi, ha parlato con docenti e collaboratori scolastici.
Salvini oggi si è presentato alla scuola di Rozzano per fare propaganda politica come hanno fatto Maria Stella Gelmini e Ignazio La Russa. Hanno conquistato l’attenzione mediatica. Hanno fatto accendere le telecamere sulla scuola. E lo hanno voluto fare di lunedì, quando ci sono i ragazzini in classe; quando un bambino di 6 o 7 anni sta imparando a leggere e scrivere; quando una maestra sta insegnando i Babilonesi; quando un “bidello” sta tenendo in ordine il corridoio; quando un preside sta ascoltando un genitore o cercando di trovare un finanziamento per un progetto.
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Presepi, Bataclan, leggi speciali: ma che Occidente difendiamo?
di Stefano Feltri, su www.ilfattoquotidiano.it (1/12/2015)

Tra i tanti danni che causano i terroristi, quegli squilibrati che usando il linguaggio dell’Islam (come a Parigi) o il un nichilismo tutto europeo (Anders Breivik in Norvegia), c’è quello di esasperare le nostre ambiguità. Di far vacillare proprio quelle certezze, quei valori che in momenti di aggressione esterna o interna proclamiamo di voler difendere. Anche a prezzo della vita.
L’ultimo esempio è quello del presepe di Rozzano, vicino Milano. L’opinionista collettivo, da bar o da social network, da giorni discute se sia giusto o no cancellare le celebrazioni del Natale da una scuola elementare. Rispetto per le diverse fedi dei bambini e delle famiglie o pericolosa deriva relativista?
Subito la destra italiana, quella che rivendica con orgoglio scarsa sensibilità di fronte ai profughi congelati alle frontiere e ai bambini siriani affogati in mare, quella che difende i metodi dell’autocrate Vladimir Putin, quella che candida gli assassini, perché sparare a un ladro per ucciderlo deve essere un diritto costituzionale, ecco, quella destra lì si è precipitata a Rozzano con presepi e cd musicali.
Tra i tanti danni che causano i terroristi, quegli squilibrati che usando il linguaggio dell’Islam (come a Parigi) o il un nichilismo tutto europeo (Anders Breivik in Norvegia), c’è quello di esasperare le nostre ambiguità. Di far vacillare proprio quelle certezze, quei valori che in momenti di aggressione esterna o interna proclamiamo di voler difendere. Anche a prezzo della vita.
L’ultimo esempio è quello del presepe di Rozzano, vicino Milano. L’opinionista collettivo, da bar o da social network, da giorni discute se sia giusto o no cancellare le celebrazioni del Natale da una scuola elementare. Rispetto per le diverse fedi dei bambini e delle famiglie o pericolosa deriva relativista?
Subito la destra italiana, quella che rivendica con orgoglio scarsa sensibilità di fronte ai profughi congelati alle frontiere e ai bambini siriani affogati in mare, quella che difende i metodi dell’autocrate Vladimir Putin, quella che candida gli assassini, perché sparare a un ladro per ucciderlo deve essere un diritto costituzionale, ecco, quella destra lì si è precipitata a Rozzano con presepi e cd musicali.
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Strage di Parigi. Cosa può fare la scuola
di Luigi Berlinguer, su www.ecucationduepuntozero.it (29/11/2015)

Education 2.0 invita a un momento di raccoglimento di fronte a questa grande tragedia e alle tante persone che hanno perso la vita.
Ma non possiamo fermarci a questo. L’evento, per la sua dimensione e per l’organizzazione che ha richiesto, indica che siamo in presenza di un’escalation dello scontro. Anche se ciò che ci atterrisce è il terrorismo e le morti cruente, la sostanza di fondo è lo scontro di due mondi che sembra esser giunto ad un “redde rationem”: per semplificare (e me ne scuso) il mondo dei ricchi e il mondo dei poveri. Usando armi inedite come i suicidi esplosivi o i cadaveri galleggianti.
E tuttavia, senza nulla togliere al necessario e irremovibile contrasto al terrorismo, non si può chiudere gli occhi di fronte al fatto che, da un lato, una violenza così perfezionata e, dall’altro, le migrazioni di centinaia di migliaia di persone ripropongono il triste tema dell’egoismo dei benestanti, del “leghismo”, della chiusura di fronte alla disperata ricerca di una vita diversa, fuggendo dalla fame.
Che c’entra questo con Education 2.0? C’entra. Un’istruzione moderna nell’era della democrazia, nell’evo dell’uguaglianza sostanziale, un’istruzione moderna – dicevo - non può prescindere dall’intridere i contenuti disciplinari ed i saperi di una sempre più ampia illuminazione di cosa è la società di oggi e di come intanto le giovani generazioni debbano confrontarsi con questi nuovi interrogativi. E, attraverso questo, conoscere e penetrare il reale e il mondo che ci circonda, i suoi drammi e le sue speranze.
“La cosa più terrificante è constatare che la scuola ha totalmente fallito la sua missione: non ha permesso loro di sentirsi integrati, non ha trasmesso loro i suoi valori, non gli ha fornito gli strumenti critici per informarsi e per comprendere il mondo nel quale vivono” – ha scritto Jean-Pierre Gross, un insegnante francese, all’indomani della strage di Charlie Hebdo.
“Quei giovani non chiedono altro, se non che un adulto risponda alle loro domande di adolescenti, non con grandi discorsi, ma con buoni argomenti, altrimenti alcuni di loro cresceranno fino a diventare dei Merah e dei Kouachi, mentre tutti gli altri continueranno a sentirsi frustrati ed esclusi”.
Quello che viene chiamato il fallimento nella scuola, con una punta di esagerazione, è solo in questo? Mi viene da pensare al libro di François Bégadeau, pubblicato in Italia da Einaudi con il titolo La classe – Entre les murs e diventato un film che, nel 2008, ha vinto la Palma d’oro al festival del cinema di Cannes. L’autore del libro, nel film, interpreta se stesso, il professore di  una classe di collège  formata esclusivamente da ragazzi immigrati, provenienti da paesi molto diversi tra loro: africani, magrebini, cinesi, francesi …; una scuola dove i conflitti, prima che originarsi a causa dall’appartenenza a diverse etnie, sorgono a causa dell’incomprensione linguistica.
Il professore deve ben presto rendersi conto che anche le espressioni apparentemente più semplici, che fanno parte del linguaggio comune, non vengono comprese. Eppure François è dotato di buona volontà, non è come i suoi colleghi che già hanno deciso che quella classe sarà bocciata. E così, leggendo il libro, ci si rende conto dell’aumentare della sua frustrazione, che si riverbera, inevitabilmente, nel suo rapporto con la classe.
“Souleymane  non ce la farà mai: è un caso disperato” – afferma François, nel corso di un consiglio di classe. Souleymane, figlio di un immigrato del Mali, bello e rabbioso, non parla francese e continua a sfidare il suo professore con atteggiamenti oppositivi e provocatori, fino a essere cacciato dalla classe e, forse, dalla scuola. Nel film, uno dei nodi nevralgici è la disciplina nel sistema scolastico francese, che si pone come metafora di un paese: una società che enfatizza i valori e i principi sanciti dalla Costituzione, dalle leggi e dagli ideali ma che, in pratica, abbandona al loro destino gli ultimi, espellendoli come mele marce.
E così, alla fine, perfino Sandra, la ragazza più tranquilla e studiosa, nel salutare il professore, dirà: “Io non ho imparato niente”.
E allora la scuola è chiamata a integrare non solo le varie Sandra, ma anche i Souleymane, a dare loro la possibilità di credere nel futuro e, contemporaneamente, a fornire a tutti i suoi studenti elementi di conoscenza e comprensione della realtà.
E questo vale nei due grandi “continenti”, sia pure diversamente, quello dei ricchi e quello dei poveri: quello dei ricchi, perché la conoscenza aiuta a uscire dall’egoismo, dall’autosufficienza, dal chiudersi in se stessi, per godere da soli dei vantaggi del benessere (e su questa linea istruirsi è crescere intellettualmente); quello dei poveri, perché più istruzione, più conoscenza, più crescita intellettuale sono componenti essenziali, perché non sia necessario cercare altrove il benessere e sia anche possibile costruirlo in casa propria.
Education 2.0 invita a un momento di raccoglimento di fronte a questa grande tragedia e alle tante persone che hanno perso la vita. Ma non possiamo fermarci a questo. L’evento, per la sua dimensione e per l’organizzazione che ha richiesto, indica che siamo in presenza di un’escalation dello scontro. Anche se ciò che ci atterrisce è il terrorismo e le morti cruente, la sostanza di fondo è lo scontro di due mondi che sembra esser giunto ad un “redde rationem”: per semplificare (e me ne scuso) il mondo dei ricchi e il mondo dei poveri. Usando armi inedite come i suicidi esplosivi o i cadaveri galleggianti.
E tuttavia, senza nulla togliere al necessario e irremovibile contrasto al terrorismo, non si può chiudere gli occhi di fronte al fatto che, da un lato, una violenza così perfezionata e, dall’altro, le migrazioni di centinaia di migliaia di persone ripropongono il triste tema dell’egoismo dei benestanti, del “leghismo”, della chiusura di fronte alla disperata ricerca di una vita diversa, fuggendo dalla fame.
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