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La guerra della scuola agli omosessuali, tra boicottaggi, licenziamenti e "manuali"
di Arianna Giunti, su http://espresso.repubblica.it (14/12/2015)

Avevano promesso la guerra al mondo “omosex” e a una non meglio precisata “teoria del genere”. Avevano annunciato che si sarebbero battuti affinché nelle aule scolastiche parole come “gay”, “lesbiche”, “transgender” ma anche “monofamiglie” e “unioni civili” non entrassero mai. E la promessa è stata mantenuta.
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La guerra della scuola agli omosessuali
Tra boicottaggi, licenziamenti e manuali
Avevano promesso la guerra al mondo “omosex” e a una non meglio precisata “teoria del genere”. Avevano annunciato che si sarebbero battuti affinché nelle aule scolastiche parole come “gay”, “lesbiche”, “transgender” ma anche “monofamiglie” e “unioni civili” non entrassero mai. E la promessa è stata mantenuta.
La chiamano “battaglia a difesa della famiglia tradizionale”, è promossa da associazioni e organizzazioni religiose, e in teoria dovrebbe semplicemente sponsorizzare l’importanza e la bellezza di un’unione composta da uomo e donna. In realtà, si tratterebbe di una campagna di boicottaggio verso qualsiasi tentativo di spiegare l’omosessualità in classe, che sta avendo come teatro alcuni istituti scolastici e che rischia di avere conseguenze deleterie. Poiché gli effetti - come dimostrano recenti fatti di cronaca - si sono già cominciati a far sentire.
Un insegnante omosessuale costretto a dimettersi e un alunno preso a calci in aula da un professore che gli avrebbe urlato “essere gay è una brutta malattia”, tanto per fare due esempi.
VEDI ANCHE:
Scuola media
"Io, insegnante gay, costretto a dimettermi"
La storia di Daniele Baldoni, docente di danza in una scuola privata, andato via dall'istituto dopo che alcuni genitori si erano lamentati per il suo "stile di vita non adatto". Non gli andava a genio la sua omosessualità
Scenario di entrambi gli episodi, la cattolicissima Umbria. Da dove questa campagna è partita e si è poi estesa in quasi tutta Italia, come risulta a l’Espresso e come conferma l’associazione Arcigay, che oggi lancia l’allarme parlando di “clima di odio” e che continua a ricevere segnalazioni quasi quotidiane da parte di allievi, insegnanti e genitori laici, preoccupati da questa “deriva oscurantista”.
E’ iniziato tutto - appunto - nella provincia di Perugia, dove le famiglie di alcuni studenti si sono viste recapitare fuori dalle scuole un “manuale di autodifesa dalla teoria del gender”, redatto dal forum delle Associazioni familiari dell’Umbria e dall’organizzazione La Manif Pour Tous Italia, che riunisce varie confessioni religiose. Il vademecum in questione - senza troppi giri di parole - invita i genitori dei ragazzi a boicottare ogni tentativo di affrontare l’argomento omosessualità in classe e a rifiutare negli istituti scolastici gli incontri con rappresentanti di associazioni gay, esponenti della “cultura omosessuale” o “la diffusione di materiale didattico pericoloso”. Sul sito dell’organizzazione, inoltre, compare una lista di asili “gay friendly” dai quali stare alla larga. “Controllate costantemente che nella scuola di vostro figlio non si parli di omofobia. Sono parole chiave che nascondono l’indottrinamento della teoria del gender. Controllate ogni giorno i loro quaderni e diari. E date l’allarme!”, si legge nel decalogo distribuito alle famiglie.
Rapidamente, il manuale di autodifesa si è diffuso anche in altre regioni italiane. In Veneto, per esempio. A Venezia recentemente alcuni insegnanti di religione sono corsi ai ripari improvvisando lezioni nelle quali si mettono in guardia i ragazzi “dalle insidie dell’ideologia omosessuale” mentre a Verona il consiglio comunale ha approvato una mozione “per monitorare i progetti di educazione sessuale e affettiva nelle scuole cittadine” .
E così dall’autunno scorso le scuole veronesi sono tenute, in base alla mozione, ad avvertire preventivamente i genitori dei corsi e degli approfondimenti sulla sessualità, e allo stesso tempo il Comune è impegnato a raccogliere eventuali segnalazioni e proteste da parte delle famiglie preoccupate che nelle ore di educazioni civica si parli “di famiglie omosessuali, adozione e relazioni gay”.
VEDI ANCHE:
Flavio Tosi
Gay a scuola, ancora battaglia
Il Comune di Verona ha approvato un "Ordine del giorno" in cui si chiede al sindaco di istituire un osservatorio pro-famiglia tradizionale. Per bloccare gli insegnamenti che metterebbero a rischio "la morale" in classe. Proprio mentre Tosi diceva sì alle coppie di fatto. E l'attacco all'educazione laica arriva anche altrove
Neppure la Capitale è rimasta immune alla “crociata”. Nel celebre liceo romano Giulio Cesare è finito in rissa - e con un ricorso al Tribunale civile da parte dei genitori - il tentativo da parte di un docente di far leggere agli studenti alcuni passaggi di un romanzo di Melania Mazzucco, che descriveva scene di amore omosessuale.
In Piemonte la situazione non sembra essere migliore. Eppure nelle aule scolastiche, di educazione alla sessualità (di qualunque genere), ci sarebbe proprio bisogno. Soprattutto per permettere agli studenti di superare paure e pregiudizi. Visto che i casi di omofobia continuano a essere all’ordine del giorno.
All’istituto Pininfarina di Moncalieri, per esempio, è ancora in corso un’inchiesta interna sulla frase pronunciata lo scorso novembre da un’insegnante di religione: “Dall’omosessualità si può guarire con la psicanalisi, perché è un problema psicologico”, avrebbe detto la donna.
Racconta a l’Espresso Giorgio B., 16 anni, studente del Pininfarina e attivista di Arcigay Torino: “Per anni ho dovuto subire battute e minacce più o meno velate, per via della mia omosessualità. Poi ho deciso di fare coming out, con i miei compagni e con la mia famiglia, ed è stata una liberazione. Da allora ho cominciato a ricevere lettere, sfoghi, segnalazioni da parte di studenti di tutta Italia. E mi sono reso conto che la situazione è allarmante. L’omofobia non può più essere tollerata come semplice “libertà di opinione” ma trattata per quella che è: discriminazione”.
A riferire un panorama inquietante è anche una recente indagine effettuata Studenti.it, popolarissimo portale dedicato agli allievi delle scuole medie e superiori. Secondo loro, il 58 per cento degli studenti italiani ha subito o ha direttamente assistito in prima persona a episodi di omofobia. Nei dettagli, il 38 per cento riferisce di essere stato testimone di episodi di discriminazione e di omofobia da parte di studenti verso altri studenti, il 12 per cento dichiara di aver assistito a episodi di questo genere da parte di professori ai danni degli allievi e l’8 per cento rivela di esserne stato vittima in prima persona.
A spiegare bene la situazione è il circolo Arcigay Omphalos di Perugia, il primo a denunciare la diffusione degli “opuscoli di autodifesa dalla teoria del gender”. “Questo è il risultato delle campagne di odio che i movimenti oltranzisti cattolici e di estrema destra stanno portando avanti in tutto il Paese - spiega il presidente Patrizia Stefani - Le loro manifestazioni, apparentemente silenziose e rispettose, sono invece intrise di odio e discriminazione non solo verso le famiglie “arcobaleno”, ma anche verso chiunque non condivida con loro una visione di ‘famiglia tradizionale’”. “Con sospetto e diffidenza - aggiunge Stefani - vengono guardate anche le famiglie composte da un solo genitore o da coppie conviventi che hanno figli senza essere regolarmente sposate”.
Contattata da l’Espresso, l’associazione La Manif pour tous - co-autrice del vademecum “contro l’ideologia del genere" - respinge al mittente ogni accusa, parlando di semplice libertà di espressione: “Sono stati gli stessi genitori dei ragazzi a chiederci di redigere questa guida - spiega il presidente Filippo Savarese - tutto questo perché le famiglie sono intimorite dagli incontri che avvengono a scuola con le associazioni pro-gay e vogliono poter scegliere l’educazione da impartire ai propri figli”.
“Basti sapere - aggiunge Savarese - che la nostra raccolta firme online a difesa della famiglia tradizionale ha già raggiunto quasi 21mila adesioni”.
A chi li accusa di essere omofobi (l’associazione si scaglia apertamente contro l’entrata in vigore di una legge contro l’omofobia), rispondono: “Essere contro le unioni gay non significa essere omofobi”. Sul sito dell’associazione, però, alla voce “tredici motivi per dire ‘no’ alla legge sull’omofobia” compare un articolo firmato dall’avvocato Gianfranco Amato, presidente di Giuristi per la Vita, già autore di controverse dichiarazioni sul matrimonio omosessuale nelle quali paragonò il matrimonio fra due uomini  a quello fra “un uomo e un cane”. Stavolta l’avvocato - invocando la libertà di espressione - cita le Sacre Scritture: “l’omosessualità rappresenta una grave depravazione, Il catechismo definisce l’omosessualità come un insieme di atti intrinsecamente disordinati e contrari alla legge naturale. Se questa legge fosse approvata dirlo diventerebbe un reato”.
A spingere la discussione più in là, sottolineando una mancata presa di posizione del governo in materia di educazione “al diverso”, è invece l’associazione Equality Italia, che si occupa di diritti, e che ricordando il vuoto legislativo in materia di omofobia lancia un vero e proprio “j’accuse” al governo Renzi, colpevole di aver fatto troppo poco in questo campo: “Il ministro dell’Istruzione Giannini ci deve spiegare una volta per tutte se sta con la laicità della scuola o con le organizzazioni religiose, vista la mancanza di educazione alle differenze nelle aule scolastiche”, dichiara il presidente Aurelio Mancuso. “Ma la responsabilità di questo ‘Medioevo di ritorno’ non è solamente del ministero dell’Istruzione - aggiunge Mancuso - perché quando ci sono casi di omofobia, sia ai danni di studenti che di insegnanti, non possiamo far a meno che notare un assordante e gravissimo silenzio da parte dei sindacati della scuola. Una situazione che ci fa sentire tremendamente soli”.Avevano promesso la guerra al mondo “omosex” e a una non meglio precisata “teoria del genere”. Avevano annunciato che si sarebbero battuti affinché nelle aule scolastiche parole come “gay”, “lesbiche”, “transgender” ma anche “monofamiglie” e “unioni civili” non entrassero mai. E la promessa è stata mantenuta.
La chiamano “battaglia a difesa della famiglia tradizionale”, è promossa da associazioni e organizzazioni religiose, e in teoria dovrebbe semplicemente sponsorizzare l’importanza e la bellezza di un’unione composta da uomo e donna. In realtà, si tratterebbe di una campagna di boicottaggio verso qualsiasi tentativo di spiegare l’omosessualità in classe, che sta avendo come teatro alcuni istituti scolastici e che rischia di avere conseguenze deleterie. Poiché gli effetti - come dimostrano recenti fatti di cronaca - si sono già cominciati a far sentire.
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Manifesto per una convivenza civile e inclusiva
su www.maschileplurale.it (10/1272015)

Ultimamente si sta diffondendo – soprattutto in territorio bresciano, ma non solo – la convinzione che una fantomatica ideologia “Gender” stia mettendo in pericolo la famiglia, insinuandosi nelle norme di legge (107/2015) e proposte (Ddl Cirinnà).
Preoccupa vedere che sono diffuse notizie assolutamente infondate, che stravolgono volutamente il contenuto stesso di quei testi.
Preoccupa vedere che queste infondate notizie creano allarme e grande senso d’insicurezza e non contribuiscono a creare quel clima di serena convivenza civile che, al contrario, insieme dovremmo sentirci chiamati e chiamate a costruire, se davvero crediamo nella democrazia, nella pacifica convivenza, nella giustizia.
Preoccupa vedere avanzare pensieri che mirano a distruggere ciò che con tanta fatica si sta costruendo in decenni di democrazia: – parità tra i sessi – dignità di ogni persona – apertura alle diversità come valori – riconoscimento dei diritti inalienabili di ogni cittadina e ogni cittadino.
Preoccupa vedere che, attraverso false notizie, si getta discredito su un’istituzione così importante come la scuola e, in generale, si umilia un’idea di società democratica basata sui principi fondamentali sanciti dalla nostra Costituzione.
La nostra idea di società democratica si fonda, al contrario, su queste convinzioni:
1. E’ necessario promuovere, in ogni contesto e luogo, una cultura del rispetto, unica strada per costruire una società pacifica.
2. Occorre combattere pregiudizi e stereotipi che riguardano i ruoli delle persone, affinché ogni donna e ogni uomo possa trovare la personale realizzazione ed esprimere al meglio le proprie potenzialità.
3. Sentiamo la necessità di una costante riflessione su come vivere la condizione di femmina e di maschio, al fine di dare dignità alle forme con cui ogni persona realizza il proprio bisogno di legami affettivi.
4.Vogliamo che la scuola sia, sempre più, luogo di apprendimento della convivenza civile, attraverso l’educazione al confronto.
5.Riteniamo che il compito della scuola, pubblica e privata, sia quello di insegnare la pratica dei principi della Costituzione.
6.Rifiutiamo ogni ideologia o pratica che miri a gettare discredito sulle istituzioni democratiche e, in particolare, sulla scuola: diffondere la convinzione che l’unica educazione ottimale sia quella parentale, significa preparare una società fatta di piccoli clan in guerra tra loro, ben lontana dal respiro di libertà e cultura contenuto nella Costituzione.
7. Denunciamo il dilagare di atti di violenza, bullismo e discriminazione, sia nella scuola, sia nel più ampio contesto sociale. In una società democratica e giusta nessuno deve sentirsi autorizzato a esercitare violenza fisica e/o psicologica su altri individui, diffondendo la convinzione che situazioni personali, che si discostano da un presunto concetto di normalità, siano da stigmatizzare.
8.Siamo consapevoli della complessità sociale e culturale della nostra epoca e degli anni futuri: per questo vogliamo promuovere una concezione della pluralità al passo coi tempi, in uno spirito di laicità inclusiva che consenta il rispetto fra concezioni etiche e religiose differenti, di confronto fra individui, di conoscenza fra culture, di rifiuto di ogni tentativo di trasformare le legittime appartenenze in occasioni di prevaricazione e forzatura.
9.Riteniamo necessario e urgente il più ampio coinvolgimento civile su questi temi. Invitiamo cittadine e cittadini, associazioni, movimenti, realtà culturali e sociali, a sottoscrivere questo manifesto e a seguire e partecipare alle iniziative che verranno poste in essere.
Invitiamo cittadine e cittadini, associazioni, movimenti, realtà culturali e sociali, a sottoscrivere questo manifesto e a seguire e partecipare alle iniziative che verranno poste in essere.
Ultimamente si sta diffondendo la convinzione che una fantomatica ideologia “Gender” stia mettendo in pericolo la famiglia, insinuandosi nelle norme di legge (107/2015) e proposte (Ddl Cirinnà).
Preoccupa vedere che sono diffuse notizie assolutamente infondate, che stravolgono volutamente il contenuto stesso di quei testi.
Preoccupa vedere che queste infondate notizie creano allarme e grande senso d’insicurezza e non contribuiscono a creare quel clima di serena convivenza civile che, al contrario, insieme dovremmo sentirci chiamati e chiamate a costruire, se davvero crediamo nella democrazia, nella pacifica convivenza, nella giustizia.
Preoccupa vedere avanzare pensieri che mirano a distruggere ciò che con tanta fatica si sta costruendo in decenni di democrazia: – parità tra i sessi – dignità di ogni persona – apertura alle diversità come valori – riconoscimento dei diritti inalienabili di ogni cittadina e ogni cittadino.
Preoccupa vedere che, attraverso false notizie, si getta discredito su un’istituzione così importante come la scuola e, in generale, si umilia un’idea di società democratica basata sui principi fondamentali sanciti dalla nostra Costituzione. La nostra idea di società democratica si fonda, al contrario, su queste convinzioni:

1.
E’ necessario promuovere, in ogni contesto e luogo, una cultura del rispetto, unica strada per costruire una società pacifica.

2.
Occorre combattere pregiudizi e stereotipi che riguardano i ruoli delle persone, affinché ogni donna e ogni uomo possa trovare la personale realizzazione ed esprimere al meglio le proprie potenzialità.

3.
Sentiamo la necessità di una costante riflessione su come vivere la condizione di femmina e di maschio, al fine di dare dignità alle forme con cui ogni persona realizza il proprio bisogno di legami affettivi.

4. 
Vogliamo che la scuola sia, sempre più, luogo di apprendimento della convivenza civile, attraverso l’educazione al confronto.

5.
Riteniamo che il compito della scuola, pubblica e privata, sia quello di insegnare la pratica dei principi della Costituzione.

6.
Rifiutiamo ogni ideologia o pratica che miri a gettare discredito sulle istituzioni democratiche e, in particolare, sulla scuola: diffondere la convinzione che l’unica educazione ottimale sia quella parentale, significa preparare una società fatta di piccoli clan in guerra tra loro, ben lontana dal respiro di libertà e cultura contenuto nella Costituzione.

7.
Denunciamo il dilagare di atti di violenza, bullismo e discriminazione, sia nella scuola, sia nel più ampio contesto sociale. In una società democratica e giusta nessuno deve sentirsi autorizzato a esercitare violenza fisica e/o psicologica su altri individui, diffondendo la convinzione che situazioni personali, che si discostano da un presunto concetto di normalità, siano da stigmatizzare.

8.
Siamo consapevoli della complessità sociale e culturale della nostra epoca e degli anni futuri: per questo vogliamo promuovere una concezione della pluralità al passo coi tempi, in uno spirito di laicità inclusiva che consenta il rispetto fra concezioni etiche e religiose differenti, di confronto fra individui, di conoscenza fra culture, di rifiuto di ogni tentativo di trasformare le legittime appartenenze in occasioni di prevaricazione e forzatura.

9.
Riteniamo necessario e urgente il più ampio coinvolgimento civile su questi temi. Invitiamo cittadine e cittadini, associazioni, movimenti, realtà culturali e sociali, a sottoscrivere questo manifesto e a seguire e partecipare alle iniziative che verranno poste in essere.
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Salvini, giù le mani dalla scuola
di Alex Corlazzoli, su www.ilfattoquotidiano.it (1/12/2015)

“Maestra chi è quel signore vestito di verde con in mano il presepe?”. Chissà come avranno spiegato, stamattina, i docenti della scuola di Rozzano la presenza di Matteo Salvini nei corridoi dell’istituto. Stamattina il leader della Lega Nord, dopo la polemica sui canti di Natale negati dal preside, è arrivato in via Milano con un presepe in mano ma non si è fermato davanti ai cancelli della scuola. Ha fatto di più.
Ha varcato la soglia della scuola, mentre i ragazzi e i loro docenti stavano facendo lezione. Ha girato per i corridoi, ha parlato con docenti e collaboratori scolastici.
Salvini oggi si è presentato alla scuola di Rozzano per fare propaganda politica come hanno fatto Maria Stella Gelmini e Ignazio La Russa. Hanno conquistato l’attenzione mediatica. Hanno fatto accendere le telecamere sulla scuola. E lo hanno voluto fare di lunedì, quando ci sono i ragazzini in classe; quando un bambino di 6 o 7 anni sta imparando a leggere e scrivere; quando una maestra sta insegnando i Babilonesi; quando un “bidello” sta tenendo in ordine il corridoio; quando un preside sta ascoltando un genitore o cercando di trovare un finanziamento per un progetto.
“Maestra chi è quel signore vestito di verde con in mano il presepe?”. Chissà come avranno spiegato, stamattina, i docenti della scuola di Rozzano la presenza di Matteo Salvini nei corridoi dell’istituto. Stamattina il leader della Lega Nord, dopo la polemica sui canti di Natale negati dal preside, è arrivato in via Milano con un presepe in mano ma non si è fermato davanti ai cancelli della scuola. Ha fatto di più.
Ha varcato la soglia della scuola, mentre i ragazzi e i loro docenti stavano facendo lezione. Ha girato per i corridoi, ha parlato con docenti e collaboratori scolastici.
Salvini oggi si è presentato alla scuola di Rozzano per fare propaganda politica come hanno fatto Maria Stella Gelmini e Ignazio La Russa. Hanno conquistato l’attenzione mediatica. Hanno fatto accendere le telecamere sulla scuola. E lo hanno voluto fare di lunedì, quando ci sono i ragazzini in classe; quando un bambino di 6 o 7 anni sta imparando a leggere e scrivere; quando una maestra sta insegnando i Babilonesi; quando un “bidello” sta tenendo in ordine il corridoio; quando un preside sta ascoltando un genitore o cercando di trovare un finanziamento per un progetto.
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Presepi, Bataclan, leggi speciali: ma che Occidente difendiamo?
di Stefano Feltri, su www.ilfattoquotidiano.it (1/12/2015)

Tra i tanti danni che causano i terroristi, quegli squilibrati che usando il linguaggio dell’Islam (come a Parigi) o il un nichilismo tutto europeo (Anders Breivik in Norvegia), c’è quello di esasperare le nostre ambiguità. Di far vacillare proprio quelle certezze, quei valori che in momenti di aggressione esterna o interna proclamiamo di voler difendere. Anche a prezzo della vita.
L’ultimo esempio è quello del presepe di Rozzano, vicino Milano. L’opinionista collettivo, da bar o da social network, da giorni discute se sia giusto o no cancellare le celebrazioni del Natale da una scuola elementare. Rispetto per le diverse fedi dei bambini e delle famiglie o pericolosa deriva relativista?
Subito la destra italiana, quella che rivendica con orgoglio scarsa sensibilità di fronte ai profughi congelati alle frontiere e ai bambini siriani affogati in mare, quella che difende i metodi dell’autocrate Vladimir Putin, quella che candida gli assassini, perché sparare a un ladro per ucciderlo deve essere un diritto costituzionale, ecco, quella destra lì si è precipitata a Rozzano con presepi e cd musicali.
Tra i tanti danni che causano i terroristi, quegli squilibrati che usando il linguaggio dell’Islam (come a Parigi) o il un nichilismo tutto europeo (Anders Breivik in Norvegia), c’è quello di esasperare le nostre ambiguità. Di far vacillare proprio quelle certezze, quei valori che in momenti di aggressione esterna o interna proclamiamo di voler difendere. Anche a prezzo della vita.
L’ultimo esempio è quello del presepe di Rozzano, vicino Milano. L’opinionista collettivo, da bar o da social network, da giorni discute se sia giusto o no cancellare le celebrazioni del Natale da una scuola elementare. Rispetto per le diverse fedi dei bambini e delle famiglie o pericolosa deriva relativista?
Subito la destra italiana, quella che rivendica con orgoglio scarsa sensibilità di fronte ai profughi congelati alle frontiere e ai bambini siriani affogati in mare, quella che difende i metodi dell’autocrate Vladimir Putin, quella che candida gli assassini, perché sparare a un ladro per ucciderlo deve essere un diritto costituzionale, ecco, quella destra lì si è precipitata a Rozzano con presepi e cd musicali.
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Strage di Parigi. Cosa può fare la scuola
di Luigi Berlinguer, su www.ecucationduepuntozero.it (29/11/2015)

Education 2.0 invita a un momento di raccoglimento di fronte a questa grande tragedia e alle tante persone che hanno perso la vita.
Ma non possiamo fermarci a questo. L’evento, per la sua dimensione e per l’organizzazione che ha richiesto, indica che siamo in presenza di un’escalation dello scontro. Anche se ciò che ci atterrisce è il terrorismo e le morti cruente, la sostanza di fondo è lo scontro di due mondi che sembra esser giunto ad un “redde rationem”: per semplificare (e me ne scuso) il mondo dei ricchi e il mondo dei poveri. Usando armi inedite come i suicidi esplosivi o i cadaveri galleggianti.
E tuttavia, senza nulla togliere al necessario e irremovibile contrasto al terrorismo, non si può chiudere gli occhi di fronte al fatto che, da un lato, una violenza così perfezionata e, dall’altro, le migrazioni di centinaia di migliaia di persone ripropongono il triste tema dell’egoismo dei benestanti, del “leghismo”, della chiusura di fronte alla disperata ricerca di una vita diversa, fuggendo dalla fame.
Che c’entra questo con Education 2.0? C’entra. Un’istruzione moderna nell’era della democrazia, nell’evo dell’uguaglianza sostanziale, un’istruzione moderna – dicevo - non può prescindere dall’intridere i contenuti disciplinari ed i saperi di una sempre più ampia illuminazione di cosa è la società di oggi e di come intanto le giovani generazioni debbano confrontarsi con questi nuovi interrogativi. E, attraverso questo, conoscere e penetrare il reale e il mondo che ci circonda, i suoi drammi e le sue speranze.
“La cosa più terrificante è constatare che la scuola ha totalmente fallito la sua missione: non ha permesso loro di sentirsi integrati, non ha trasmesso loro i suoi valori, non gli ha fornito gli strumenti critici per informarsi e per comprendere il mondo nel quale vivono” – ha scritto Jean-Pierre Gross, un insegnante francese, all’indomani della strage di Charlie Hebdo.
“Quei giovani non chiedono altro, se non che un adulto risponda alle loro domande di adolescenti, non con grandi discorsi, ma con buoni argomenti, altrimenti alcuni di loro cresceranno fino a diventare dei Merah e dei Kouachi, mentre tutti gli altri continueranno a sentirsi frustrati ed esclusi”.
Quello che viene chiamato il fallimento nella scuola, con una punta di esagerazione, è solo in questo? Mi viene da pensare al libro di François Bégadeau, pubblicato in Italia da Einaudi con il titolo La classe – Entre les murs e diventato un film che, nel 2008, ha vinto la Palma d’oro al festival del cinema di Cannes. L’autore del libro, nel film, interpreta se stesso, il professore di  una classe di collège  formata esclusivamente da ragazzi immigrati, provenienti da paesi molto diversi tra loro: africani, magrebini, cinesi, francesi …; una scuola dove i conflitti, prima che originarsi a causa dall’appartenenza a diverse etnie, sorgono a causa dell’incomprensione linguistica.
Il professore deve ben presto rendersi conto che anche le espressioni apparentemente più semplici, che fanno parte del linguaggio comune, non vengono comprese. Eppure François è dotato di buona volontà, non è come i suoi colleghi che già hanno deciso che quella classe sarà bocciata. E così, leggendo il libro, ci si rende conto dell’aumentare della sua frustrazione, che si riverbera, inevitabilmente, nel suo rapporto con la classe.
“Souleymane  non ce la farà mai: è un caso disperato” – afferma François, nel corso di un consiglio di classe. Souleymane, figlio di un immigrato del Mali, bello e rabbioso, non parla francese e continua a sfidare il suo professore con atteggiamenti oppositivi e provocatori, fino a essere cacciato dalla classe e, forse, dalla scuola. Nel film, uno dei nodi nevralgici è la disciplina nel sistema scolastico francese, che si pone come metafora di un paese: una società che enfatizza i valori e i principi sanciti dalla Costituzione, dalle leggi e dagli ideali ma che, in pratica, abbandona al loro destino gli ultimi, espellendoli come mele marce.
E così, alla fine, perfino Sandra, la ragazza più tranquilla e studiosa, nel salutare il professore, dirà: “Io non ho imparato niente”.
E allora la scuola è chiamata a integrare non solo le varie Sandra, ma anche i Souleymane, a dare loro la possibilità di credere nel futuro e, contemporaneamente, a fornire a tutti i suoi studenti elementi di conoscenza e comprensione della realtà.
E questo vale nei due grandi “continenti”, sia pure diversamente, quello dei ricchi e quello dei poveri: quello dei ricchi, perché la conoscenza aiuta a uscire dall’egoismo, dall’autosufficienza, dal chiudersi in se stessi, per godere da soli dei vantaggi del benessere (e su questa linea istruirsi è crescere intellettualmente); quello dei poveri, perché più istruzione, più conoscenza, più crescita intellettuale sono componenti essenziali, perché non sia necessario cercare altrove il benessere e sia anche possibile costruirlo in casa propria.
Education 2.0 invita a un momento di raccoglimento di fronte a questa grande tragedia e alle tante persone che hanno perso la vita. Ma non possiamo fermarci a questo. L’evento, per la sua dimensione e per l’organizzazione che ha richiesto, indica che siamo in presenza di un’escalation dello scontro. Anche se ciò che ci atterrisce è il terrorismo e le morti cruente, la sostanza di fondo è lo scontro di due mondi che sembra esser giunto ad un “redde rationem”: per semplificare (e me ne scuso) il mondo dei ricchi e il mondo dei poveri. Usando armi inedite come i suicidi esplosivi o i cadaveri galleggianti.
E tuttavia, senza nulla togliere al necessario e irremovibile contrasto al terrorismo, non si può chiudere gli occhi di fronte al fatto che, da un lato, una violenza così perfezionata e, dall’altro, le migrazioni di centinaia di migliaia di persone ripropongono il triste tema dell’egoismo dei benestanti, del “leghismo”, della chiusura di fronte alla disperata ricerca di una vita diversa, fuggendo dalla fame.
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“ScusaTi Oriana…”
di Simone Perotti, sull’ultima Oriana Fallaci, su https://africanvoicess.wordpress.com (22/11/2015)

Se fosse viva le scriverei: “Scusati Oriana…”.
Lo farei col garbo e il rispetto che un piccolo scrittore deve a una grande autrice, ma con la convinzione che un uomo del Mediterraneo ha raggiunto studiando, viaggiando, vivendo e maturando una propria salda opinione, da riferire senza mezzi termini o false reverenze, come faceva lei.
“Scusati Oriana…” perchè la tesi che questa sia una guerra di religione è troppo superficiale per una intellettuale raffinata come te. Perchè uno scrittore letto da tante persone ha la responsabilità di smontare sempre la soluzione più semplice, non sostenerla. Perchè nella complessità occorre cautela e profondità, se si vuole partecipare al processo lento e vitale della formazione di una coscienza critica civile diffusa. Perchè sostenere che vi sia in atto una crociata all’incontrario è scorretto dal punto di vista storico, giacchè non vi è alcuna Terra Santa da conquistare in Occidente, nè ricchi e potenti mercanti mediorientali interessati ai nostri mercati, come era, appunto, all’incontrario. Perchè non ricordare la nostra Santa Inquisizione, assai più longeva e istituzionale dei fanatismi islamisti, sbilancia ogni valutazione proprio in seno al processo storico.
“Scusati Oriana…”, soprattutto, perchè sei stata a fianco dei potenti e dei poteri, hai lavorato per i loro giornali, li hai intervistati, dunque non potevi non sapere che le guerre di religione non sono mai esistite. La religione, come tutte le pratiche irrazionali, può essere usata dal potere, dall’economia, dalla guerra, e non il contrario. Non potevi non capire che quando lanci bombe generi un nemico, anche se lo sconfiggi. Non potevi ignorare, tu che vivevi a New York, che quando trasformi il mondo in un mostro vorace di mercati da conquistare, senza alcun freno o controllo, non puoi non attenderti squilibri e mancanza di scrupoli in ogni periferia del mondo. Proprio tu, che hai visto la guerra, hai visto l’odio degli uomini, dovevi sapere che gli sforzi per mitigarne e controllarne gli istinti feroci non bastano mai, andrebbero moltiplicati, non interrotti, e pagano sempre.
“Scusati Oriana…” per non aver usato la tua popolarità per disinnescare, portare a più miti consigli, gettare le basi, favorire il dialogo, come ogni intellettuale dovrebbe fare, condannando i potenti, non il pensiero della gente, riducendo la loro impunità, non inveendo contro chi richiama le parti a un mutuo raziocinio. Il risultato, qualcuno dice, di non averti capita lo vediamo oggi nelle stragi. A me pare che il risultato di averti capita (gli Stati non hanno applicato alla lettera le tue ricette?) lo vediamo nel peggioramento della situazione mondiale, ma soprattutto nell’intolleranza crescente e nell’assenza sempre più tangibile di spirito critico e misura.
Effetti che genereranno altra violenza.
Ecco perchè dovresti scusarti.
Se fosse viva le scriverei: “Scusati Oriana…”.
Lo farei col garbo e il rispetto che un piccolo scrittore deve a una grande autrice, ma con la convinzione che un uomo del Mediterraneo ha raggiunto studiando, viaggiando, vivendo e maturando una propria salda opinione, da riferire senza mezzi termini o false reverenze, come faceva lei.
Scusati Oriana…” perchè la tesi che questa sia una guerra di religione è troppo superficiale per una intellettuale raffinata come te. Perchè uno scrittore letto da tante persone ha la responsabilità di smontare sempre la soluzione più semplice, non sostenerla. Perchè nella complessità occorre cautela e profondità, se si vuole partecipare al processo lento e vitale della formazione di una coscienza critica civile diffusa. Perchè sostenere che vi sia in atto una crociata all’incontrario è scorretto dal punto di vista storico, giacchè non vi è alcuna Terra Santa da conquistare in Occidente, nè ricchi e potenti mercanti mediorientali interessati ai nostri mercati, come era, appunto, all’incontrario. Perchè non ricordare la nostra Santa Inquisizione, assai più longeva e istituzionale dei fanatismi islamisti, sbilancia ogni valutazione proprio in seno al processo storico.  
Scusati Oriana…”, soprattutto, perchè sei stata a fianco dei potenti e dei poteri, hai lavorato per i loro giornali, li hai intervistati, dunque non potevi non sapere che le guerre di religione non sono mai esistite. La religione, come tutte le pratiche irrazionali, può essere usata dal potere, dall’economia, dalla guerra, e non il contrario. Non potevi non capire che quando lanci bombe generi un nemico, anche se lo sconfiggi. Non potevi ignorare, tu che vivevi a New York, che quando trasformi il mondo in un mostro vorace di mercati da conquistare, senza alcun freno o controllo, non puoi non attenderti squilibri e mancanza di scrupoli in ogni periferia del mondo. Proprio tu, che hai visto la guerra, hai visto l’odio degli uomini, dovevi sapere che gli sforzi per mitigarne e controllarne gli istinti feroci non bastano mai, andrebbero moltiplicati, non interrotti, e pagano sempre.
Scusati Oriana…” per non aver usato la tua popolarità per disinnescare, portare a più miti consigli, gettare le basi, favorire il dialogo, come ogni intellettuale dovrebbe fare, condannando i potenti, non il pensiero della gente, riducendo la loro impunità, non inveendo contro chi richiama le parti a un mutuo raziocinio. Il risultato, qualcuno dice, di non averti capita lo vediamo oggi nelle stragi. A me pare che il risultato di averti capita (gli Stati non hanno applicato alla lettera le tue ricette?) lo vediamo nel peggioramento della situazione mondiale, ma soprattutto nell’intolleranza crescente e nell’assenza sempre più tangibile di spirito critico e misura.
Effetti che genereranno altra violenza.
Ecco perchè dovresti scusarti.
 
La Qualità dell'integrazione scolastica e sociale
su www.convegni.erickson.it (17/11/2015)

Al decimo convegno Erickson La Qualità dell’integrazione scolastica e sociale, cinquemila persone hanno come sempre intensamente discusso, ascoltato, parlato, negoziato idee ed esperienze per una vera Qualità. Questi convegni sono ormai diventati un momento, strutturale e non episodico, di crescita collettiva di un pensiero inclusivo che è la base etica, professionale, civile del lavoro quotidiano nella scuola e nella società.
Per tradizione il Convegno si chiude sempre con una mozione che propone al Paese gli orizzonti per migliorare la Qualità.
È su questa base di partecipazione civile che quest’anno, a differenza di altre mozioni del passato, questa mozione mette a fuoco un solo aspetto, anche se cruciale, sui temi dell’inclusione legate alla contingenza del presente, nella fattispecie la legge 107/2015 "Buona Scuola" e il già noto comma 181, lettera c.
Naturalmente le questioni aperte sull’inclusione sono molte, ma il tema caldo del convegno, come era inevitabile, riguarda la formazione degli insegnanti.
I presenti al convegno offrono quindi questa mozione alla discussione politica, culturale, sociale e giuridica sul destino dell’insegnare nella scuola inclusiva.
Al decimo convegno Erickson La Qualità dell’integrazione scolastica e sociale, cinquemila persone hanno come sempre intensamente discusso, ascoltato, parlato, negoziato idee ed esperienze per una vera Qualità. Questi convegni sono ormai diventati un momento, strutturale e non episodico, di crescita collettiva di un pensiero inclusivo che è la base etica, professionale, civile del lavoro quotidiano nella scuola e nella società.
Per tradizione il Convegno si chiude sempre con una mozione che propone al Paese gli orizzonti per migliorare la Qualità.
È su questa base di partecipazione civile che quest’anno, a differenza di altre mozioni del passato, questa mozione mette a fuoco un solo aspetto, anche se cruciale, sui temi dell’inclusione legate alla contingenza del presente, nella fattispecie la legge 107/2015 "Buona Scuola" e il già noto comma 181, lettera c.
Naturalmente le questioni aperte sull’inclusione sono molte, ma il tema caldo del convegno, come era inevitabile, riguarda la formazione degli insegnanti.
I presenti al convegno offrono quindi questa mozione alla discussione politica, culturale, sociale e giuridica sul destino dell’insegnare nella scuola inclusiva.
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Attentato terroristico a Parigi. La diretta conseguenza della politica coloniale.
La notte del 14 novembre sarà ricordata come l’incubo di Parigi. Attacchi simultanei in vari punti strategici della capitale francese molto frequentati hanno provocato la perdita di 128 persone, secondo le informazioni fornite, purtroppo ancora parziali. I terroristi hanno scelto posti famosi per la vita notturna, posti turistici estremamente affollati. Hanno scelto il venerdì sera dove la gente esce alla fine di una settimana lavorativa per divertirsi e rilassarsi. Anche le 128 vittime erano uscite per divertirsi ma non sono mai ritornate a casa. Giacciono in un sacco nero nel obitorio in attesa di essere riconosciute dai loro familiari. Lo stesso presidente Francois Hollande è scappato alla morte e portato subito al riparo. La nazione intera è sotto shock. Il governo francese ha dimostrato di essere vulnerabile agli attacchi terroristici. La stessa vulnerabilità che gli esperti francesi hanno sempre criticato al governo keniota incapace di difendersi dagli attacchi del gruppo islamico somalo Al-Shabaab…
I terroristi potevano scegliere attentati dinamitardi provocando molte più vittime. Al contrario hanno scelto di far assaporare alla Francia la guerra urbana, la stessa guerra che si assapora da anni in Siria, Libia, Mali, Repubblica Centrafricana, tutti paesi di cui le interferenze francesi sono evidenti. Hanno costretto la potenza coloniale a dichiarare lo stato di emergenza nazionale, chiudere le frontiere, sospendere tutti i voli. Misure estreme che nemmeno gli Stati Uniti presero dopo l’attacco del 11 settembre. Misure che svelano l’estrema vulnerabilità della Francia. A massacro compiuto assisteremo nei prossimi giorni al solito teatrino, vero e proprio insulto alle vittime e ai loro famigliari. Gli esperti ci spiegheranno il pericolo del islam. Onesti mussulmani saranno costretti a differenziarsi dal terrorismo del ISIL. Una ennesima umiliazione in quanto dovrebbe essere ormai chiaro per ogni essere intelligente che il ISIL o Al-Qaeda non hanno nulla a che vedere con la religione islamica. La destra ne approfitterà per aumentare la islamofobia e il governo francese giurerà di aumentare gli sforzi nella guerra contro il terrorismo, magari cercando di distruggere il regime di Assad in Siria, storico baluardo anti terroristico nella regione…
Assisteremo a mille ricostruzioni degli attacchi e le teorie del complotto compariranno come funghi aggiungendo confusione alla confusione e trasformando la verità in una interpretazione. Nessuno e sottolineo nessuno, però farà notare ai cittadini francesi che l’attacco di Parigi è la diretta conseguenza della politica imperiale del loro governo. Una politica in cui le 128 vittime di Parigi sono moltiplicate per mille. Dalla caduta del Muro la Francia ha intrapreso una politica estera aggressiva e criminale mirata a difendere l’economia francese che per il 48% si basa sulla rapina delle sue colonie africane. Visto lo stato di servitù in cui i paesi africani francofoni versano nei confronti della Francia il termine “ex colonie” risulta un insopportabile eufemismo e il suo utilizzo una mistificazione della realtà. Nel 1994 Parigi aiutò ad organizzare e a realizzare il genocidio in Rwanda. Quando gli avvenimenti preso una piega inaspettata, la vittoria del Fronte Patriottico Rwandese, Parigi inviò addirittura i suoi soldati. L’operazione Tourqoise, camuffata da operazione umanitaria, aveva il compito di salvare l’esercito genocidario per riorganizzarlo nel vicino Zaire (ora Congo) e lanciare la riconquista del Rwanda.
Questo salvataggio pose le basi per la prima guerra pan africana in Congo. Da quel maledetto 12 settembre 1996 quando le truppe ruandesi e ugandesi invasero lo Zaire per porre fine ai genocidari ruandesi sostenuti dalla Francia, il paese più ricco del mondo abitato da brava gente non si è più ripreso condannando 52 milioni di persone a vivere in un eterno incubo fatto di guerre a bassa intensità, miseria, corruzione, dittature, e violazione sistematica dei diritti umani. La Repubblica Centrafricana fu destabilizzata dalla Francia nel 2003 per mettere al potere un governo “amico” guidato dal Generale Francois Bozize.
Ahimè anche Bozize divenne inaffidabile e nel 2012 la Francia appoggiò la coalizione ribelle denominata Seleka per contrapporla al governo Bozize. Trattasi di un’accozzaglia di estremisti islamici che dimostrarono la loro incapacità di governare il paese con il presidente Michel Djotodia. Di nuovo gli strateghi francesi furono costretti a trovare altra mano d’opera: gli estremisti cristiani Anti Balaka che hanno compiuto una terribile pulizia etnica contro la minoranza mussulmana del paese. Ora la Repubblica Centrafricana è guidata da un governo fantoccio con a capo un presidente mai eletto: Charterine Samba-Panza e un caos di morte perenne. Tutte gravi responsabilità accuratamente nascoste dal governo francese.
In Mali la Francia ha finanziato i ribelli islamici del nord per abbattere un altro presidente africano non più di loro gradimento, facendo sprofondare il paese in una guerra civile che dura dal 2012. In Costa d’Avorio hanno addirittura attuato un colpo di stato contro un presidente che aveva veramente vinto le elezioni: Laurent Gagbo sostituendolo con un loro uomo, Alassane Ouattara. Un rispettabile ex funzionario del FMI. In realtà un signore della guerra leader delle “Forze Nuove” con troppi crimini contro l’umanità accuratamente nascosti da lui e i complici parigini. In Burkina Faso non hanno gradito la rivoluzione democratica che ha abbattuto il regime del loro amico Campaorè che gli aveva fatto un gran piacere trent’anni prima: quello di assassinare Thomas Sankara. Per fortuna il colpo di stato organizzato dalla Francia in Burkina Faso lo scorso settembre è fallito e il processo democratico nel paese africano continua malgrado Parigi.
Al est del Congo, Goma, capitale del Nord Kivu, istruttori militari francesi dal 2013 stanno addestrando il gruppo terroristico ruandese FDLR, quello che ora ha preso il potere in Burundi. La Francia, attraverso tenta FDLR, tenta da ventun anni di riconquistare il Rwanda. Non hanno mai perdonato due cose a Paul Kagame: quello di aver terminato il dominio francese e quello di aver ricostruito il Rwanda. La lista dei crimini compiuti in Africa dal governo francese è talmente lunga che occorrerebbe scrivere un saggio. Le sue multinazionali controllano interi Stati come la multinazionale nucleare AREVA che è il vero governo nel Niger. I suo servizi segreti nel 2014 hanno fornito armi al gruppo terroristico nigeriano Boko Haram per indebolire la Nigeria, potenza economica regionale. I Raffalle hanno contribuito ad abbattere il regime di Geddafi in Libia, regalando al popolo libico un medio evo fatto di sangue e di estremismo islamico.
La Francia dietro agli ideali della rivoluzione, traditi già in epoca napoleonica, nasconde un imperialismo basato sul concetto di superiorità e sul profondo disprezzo delle popolazione e della vita umana. La storia del suo colonialismo non è la civiltà portata ai lontani popoli primitivi, come la storiografia ufficiale insegna. È una storia di sterminio, genocidio, schiavitù. L’esempio meno conosciuto ma più eloquente fu la sorte riservata ad Haiti quando conquistò l’indipendenza nel 1803. La Francia domandò 150 milioni di franchi come indennizzo al governo e ai latifondisti francesi per aver perso le terre e i loro schiavi. Dopo aver constato l’impossibilità del neonato governo haitiano di pagare il ricatto la Francia diminuì l’assurda pretesa di risarcimento a 90 milioni pagabili in trenta anni. Quando nel 1915 il rifiuto di Haiti di pagare tale debito era divenuto palese, la Francia chiese agli Stati Uniti di invadere l’isola per costringerla ad onorarlo. Lo stesso anno in cui gli Stati Uniti entrarono in guerra contro la Germania in difesa della libertà dei popoli europei dall’oppressione del Kaiser. I Marine restarono ad Haiti fino al 1934 costringendo il governo a saldare il debito.
La piccola nazione dei Caraibi non si riprese più e ogni possibilità di sviluppo furono negate.
In Siria l’obiettivo è lo stesso. Il regime di Bashar Al-Assad ha sempre ricoperto il ruolo di freno al estremismo islamico nella regione ma da cinque anni la Francia è in prima linea a fomentare il suo collasso. La iniziale opposizione siriana è stata ben presto sostituita da una miriade di gruppi terroristici islamici fino ad arrivare ai giorni nostri in cui tra le fila dei ribelli si conta il 72% di mercenari stranieri trasformando la guerra di liberazione di un popolo in una guerra di invasione. Nonostante che l’esempio di cosa è successo in Libia dopo la caduta di Gheddafi sia recente, la Francia è in prima linea nel continuare ad alimentare il conflitto siriano senza nemmeno riflettere cosa sarà la Siria e l’intero Medio Oriente dopo la caduta di Assad.
I Jihadisti francesi che si uniscono al ISLI DAESH appartengono al sottoproletariato urbano di origine magrebina di cui ogni governo francese ha impedito sempre lavoro e dignità. Varie indagini hanno dimostrato che questi giovani disperati sono incoraggiati dai servizi segreti francesi ad unirsi al ISIL. Si calcola che circa 1.500 giovani francesi di origine magrebina si sono uniti al DAESH dopo un periodo di tre mesi di addestramento militare in Turchia. Dimostrate anche le triangolazioni di armi per i ribelli siriani che, ahimè, sono per la maggioranza estremisti islamici.
L’attacco terroristico di Parigi è la diretta conseguenza di questa politica estera di morte e distruzione. Una politica di cui gli occidentali rifiutano di riconoscerla come tale ma che Africani e Arabi pagano ogni santo giorno il pesante tributo di sangue. L’attacco a Parigi ha dimostrato la velleitaria convinzione del governo francese di poter dispensare terrore nel mondo per supremazie politiche ed economiche senza pagarne le conseguenze. Il governo francese non ha compreso evidentemente che non si può esportare guerre, violenza, morte e distruzione in tutto il mondo e sperare che il proprio paese rimanga immune dalla cieca violenza e dallo spirito di vendetta.
“La politica francese in Medio Oriente ha contribuito all’espansione del terrorismo e l’attacco di Parigi ne è la diretta conseguenza. La Francia ha conosciuto ieri quello che in Siria viviamo da cinque anni.” afferma il presidente siriano in un comunicato alla agenzia di stampa Sana. “Le nostre scelte di guerra ci stanno presentando il conto di anni di violenza e di distruzione. Vediamo accadere in Europa quello che da anni accade in Afghanistan, in Iraq, in Siria. Diritti, democrazia e libertà sono l’unico modo di spezzare il cerchio della violenza e del terrore” Questo è il riassunto del pensiero del fondatore di Emergency, Gino Strada in un suo commento su Facebook.
L’attacco terroristico è frutto anche di una politica schizofrenica del governo francese nei riguardi del Islam (seconda religione nel paese) e della comunità mussulmana in Francia. La maggior parte dei francesi di origine magrebina sono cittadini di serie “D” sospettati di essere tutti potenziali terroristi. Tremila cittadini francesi sono in carcere a causa di questi sospetti. Cinquanta rifugiati politici di origine araba sono agli arresti domiciliari da oltre sette anni senza che la giustizia francese abbia mai avviato serie inchieste per verificare se sono realmente dei terroristi o se sono innocenti, contravvenendo ai più elementari diritti civici. Spesso i sospetti sono originati da denunce anonime come illustra un reportage trasmesso una settimana su TV5 Monde: “Perseguitati per la loro fede”.
Contemporaneamente a questa repressione cieca si assiste ad una tolleranza incomprensibile del Islam radicale in Francia. Negli ultimi tre anni si è permesso l’istallazione in territorio francese di 5000 Imam provenienti dal Qatar e dall’Arabia Saudita, paesi noti per finanziare il terrorismo internazionale. Tramite ingenti finanziamenti sauditi questi Imam creano in Francia dei focolari di terrorismo sottomettendo alle loro ideologie estremiste le comunità povere ed emarginate. Questo estremismo religioso si sta progressivamente sostituendo al Islam rendendo vani gli sforzi di guide religiose che intendono insegnare ai giovani i veri valori islamici quali Hassen Chalghoumi. Di origine tunisina è il presidente dell’associazione culturale dei mussulmani de Drancy e promuove tra le varie attività il dialogo tra mussulmani ed ebrei.
Per vincere il terrorismo e le barbarie occorre voltare pagina e fermare l’ideologia di dominio assoluto del Occidente. Stati Uniti, Francia, Germania e altre potenze occidentali devono comprendere che è più umano, intelligente ed economico collaborare con le potenze emergenti e gli altri paesi per garantire pace, stabilità e convivenza a livello mondiale. Occorre interrompere l’odiosa propaganda contro l’Islam associandolo ad un terrorismo islamico che è alieno alla religione mussulmana. Un terrorismo che abbiamo inventato noi, quando i signori della guerra americani decisero di creare Al Qaida per combattere i sovietici in Afganistan negli anni Ottanta. Anche il ISIL DAESH è stato creato da noi. Prima che questo gruppo fosse identificato come ottima arma contro il regime di Assad, era pressoché insignificante. Ora detiene un califfato tra Siria e Irak divenendo una minaccia per l’Africa e l’Europa. Urgente si rende un ripensamento della politica occidentale in Medio Oriente.
Occorre un diverso atteggiamento che veda il contenimento della politica aggressiva israeliana e riconosciuta la necessità di dissociarsi dalle monarchie arabe principali finanziatori del terrorismo internazionale promuovendo al contrario una processo di democratizzazione e liberazione della Penisola Araba. Questo atteggiamento non è auspicabile ma tappa obbligatoria per garantire la sicurezza in Europa. In ultima analisi occorre superare la colpevole ambiguità dell’Occidente nei rapporti con i paesi mussulmani e l’Africa in generale. Una ambiguità che è la vera causa dei queste tragedie. Inviare la portaerei “Charles de Gaule” in Medio Oriente per combattere lo Stato Islamico non servirà che a peggiorare la situazione. La portaerei partirà il 18 novembre e si nutrono seri dubbi che non sarà utilizzata contro i terroristi di DAESH ma contro il regime di Assad, con gravi rischi per la pace mondiale visto la presenza militare russa in Siria.
Un diverso approccio occidentale verso il mondo è obbligatorio in quanto la guerra al terrorismo non può essere vinta per una semplice e drammatica ragione: il terrorismo islamico è ancora considerato da alcune potenze occidentali come la miglior arma per destabilizzare paesi “nemici” che questi siano Siria o Nigeria, poco importa. Ma questa arma è incontrollabile, come la bomba atomica. Ammazza il nemico ma anche gli amici. Accetta di fare il lavoro sporco per noi ma matura una propria agenda politica che inevitabilmente porta a ribellarsi ai suoi padrini. Sono due anni che vari esperti occidentali avvertono del pericolo dei mercenari che inviamo ad ingrossare le file del ISIL contro Assad. Per due anni questi esperti, bollati da Cassandre maledette, ci hanno detto: “attenzione quelli li, formati sui campi di battaglia medio orientali, ritorneranno da noi per seminare la morte” I governi ridevano di loro. Ora sono costretti a imporre lo stato di emergenza su tutto il territorio nazionale…
Purtroppo questo cambiamento non si intravvede a breve termine. Si intravvede solo una spirale di violenza dove ad ogni attacco terroristico si risponde con attacchi di droni e la criminalizzazione del Islam. Le vittime francesi verranno vendicate uccidendo altre vittime arabe. Entrambi civili, entrambi innocenti. I governi ci spingono alle barbarie intellettuali e morali, fino ad arrivare a creare una giusta indignazione pubblica sulle vittime occidentali e una terrificante e disumana indifferenza verso le migliaia di vittime arabe o africane di una politica imperiale di governi occidentali che di democrazia odorano ben poco in questo periodo storico.
L’Islam è il nemico numero uno per l’Occidente ci ripetono. Eppure questa religione demonizzata non ha mai accettato o giustificato orribili atti come quelli compiuti quotidianamente dal ISIL DAESH una nostra creatura (ripeto) che ha superato per ferocia e barbarie anche Al-Qaida. Pochi ci ricordano che il 95% delle vittime dei terroristi islamici “sono mussulmani che non la pensano come loro, musulmani che si oppongono alla pazzia di questi individui pagando delle volte con la propria vita.” come ricorda alle nostre coscienze assopite Soufiane Malouni, attivista arabo che vive a Roma.
Al contrario i governi occidentali fermano gli occhi sulla propaganda di odio religioso e razziale che vari media ed associazioni di ultra destra si permettono di fare aggravando la situazione. Una propaganda rozza, demenziale, identica a quella di Radio Mille Colline o del quotidiano Kangura durante il genocidio in Rwanda del 1994. Vietiamo l’Islam rivendica il sito di ultra destra francese Resistence Republicaine di cui motto è “ll fascismo islamico non passerà” Bastardi islamici. Questo è il titolo di prima pagina del quotidiano Libero. “Siamo tutti in pericolo, perché il terrorismo islamico non fa distinzione tra uomini e donne, fra combattenti e innocenti. Il terrorismo islamico vuole non solo uccidere, terrorizzare, ma colpire chiunque sia ritenuto un infedele.” Esclama urlando Maurizio Belpietro nel editoriale pubblicato su Libero on line tra la pubblicità della bambolina Barbie e quella di DASH il detersivo che regala lo sconto di 5 euro. No caro Belpietro. Non è l’Islam il pericolo ma persone come te che consapevolmente diffondono odio razziale con il sogno di vedere scorrere altro sangue. Non ti chiamo collega poiché c’è una netta differenza tra un giornalista e un propagandista di morte.
E che dire del direttore dell’Ansa che fa appello ai valori occidentali? Ma di quali valori parla questo? Democrazia, giustizia, diritti umani? Sono decenni che questi valori sono ignorati dinnanzi al unico valore occidentale imperante: il dio denaro. Quel dio che ci spinge a considerare l’Arabia Saudita come il nostro migliore alleato e ad offrirgli la presidenza annuale della Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite. Un paese governato da una feroce e medioevale dinastia dove le donne sono lapidate e i gay decapitati in pubblica piazza. Uno stato terroristico fucina dei peggiori gruppi islamici, ISIL compreso.
Il direttore dell’Ansa forse crede che l’Occidente e l’uomo bianco siano stati inventati. La nostra stirpe discende dalla razza umana che ha una sola origine: l’Africa. La nostra cultura è contaminata in gran parte da quella islamica che durante il medio evo ha offerto all’Europa le miglior civiltà esistenti. La nostra stessa religione cattolica non è una religione europea. Noi credevano nelle divinità: Zeus, Giove, Odino. La religione cattolica ha lo stesso ceppo abramitico di quella Islamica ed ebraica. Tre religioni nate nel medio oriente, non certo in Europa.
L’attacco terroristico di Parigi ha nuovamente evidenziato la nostra immonda ipocrisia. Un’ora dopo il presidente Obama ha dichiarato tutta la sua solidarietà e condannato l’atto. Lo stesso presidente che ci ha messo otto mesi per condannare i piani genocidari in atto nel Burundi. Otto mesi in cui migliaia di civili burundesi sono stati massacrati barbaramente sotto l’indifferenza della Comunità Internazionale. Ci sono voluti i chiari propositi di genocidio pronunciati dal regime per far comprendere il pericolo. Quando l’ISIL ha abbattuto l’aereo russo nel Sinai i media sono stati tranquilli e i governi occidentali forse compiaciuti. Le vittime palestinesi sono ormai diventate una noia da evitare così some quelle siriane. È questa la cultura occidentale da accettare? Una cultura che crea differenze razziali sulle vittime, odio etnico e promesse di nuove violenze? Se questa è la cultura occidentale va abiurata con netta determinazione.
Purtroppo non ci sarà nessun cambiamento all’orizzonte. “È in corso una guerra e quando c’è una guerra bisogna organizzarsi per vincerla” afferma Massimo D’Alema il leader di una “sinistra” di remota memoria che vive nel lusso e privilegi, fanatico amante delle barche a vela e delle regate… Quindi il suggerimento è che anche l’Italia si deve avventurare nella crociata contro l’Islam non avendo nemmeno i mezzi per farlo? D’Alema è consapevole della preparazione delle nostre forze di sicurezza per fronteggiare l’ondata di terrorismo che si potrebbe abbattere in Italia?
Assisteremo ad altri lutti in occidente perché non siamo capaci di comprendere il male da noi generato e come fermarlo. Una incapacità che ci divora dall’interno assieme alla nostra decadente società avviata al tramonto. Mentre le 128 vittime parigine saranno sepolte nei cimiteri risulta ancora vivo l’insulto paradossale del loro presidente ripreso in una foto lo scorso maggio a brandire la scimitarra della conquista in Arabia Saudita, lo stato per eccellenza sponsor del terrorismo internazionale. Durante la sua visita, l’industria militare francese ha concluso ottimi affari. Cosi sembra…
di Fulvio Beltrami, su https://africanvoicess.wordpress.com (15/11/2015)

La notte del 14 novembre sarà ricordata come l’incubo di Parigi. Attacchi simultanei in vari punti strategici della capitale francese molto frequentati hanno provocato la perdita di 128 persone, secondo le informazioni fornite, purtroppo ancora parziali. I terroristi hanno scelto posti famosi per la vita notturna, posti turistici estremamente affollati. Hanno scelto il venerdì sera dove la gente esce alla fine di una settimana lavorativa per divertirsi e rilassarsi. Anche le 128 vittime erano uscite per divertirsi ma non sono mai ritornate a casa. Giacciono in un sacco nero nel obitorio in attesa di essere riconosciute dai loro familiari. Lo stesso presidente Francois Hollande è scappato alla morte e portato subito al riparo. La nazione intera è sotto shock. Il governo francese ha dimostrato di essere vulnerabile agli attacchi terroristici. La stessa vulnerabilità che gli esperti francesi hanno sempre criticato al governo keniota incapace di difendersi dagli attacchi del gruppo islamico somalo Al-Shabaab…
I terroristi potevano scegliere attentati dinamitardi provocando molte più vittime. Al contrario hanno scelto di far assaporare alla Francia la guerra urbana, la stessa guerra che si assapora da anni in Siria, Libia, Mali, Repubblica Centrafricana, tutti paesi di cui le interferenze francesi sono evidenti. Hanno costretto la potenza coloniale a dichiarare lo stato di emergenza nazionale, chiudere le frontiere, sospendere tutti i voli. Misure estreme che nemmeno gli Stati Uniti presero dopo l’attacco del 11 settembre. Misure che svelano l’estrema vulnerabilità della Francia. A massacro compiuto assisteremo nei prossimi giorni al solito teatrino, vero e proprio insulto alle vittime e ai loro famigliari. Gli esperti ci spiegheranno il pericolo del islam. Onesti mussulmani saranno costretti a differenziarsi dal terrorismo del ISIL. Una ennesima umiliazione in quanto dovrebbe essere ormai chiaro per ogni essere intelligente che il ISIL o Al-Qaeda non hanno nulla a che vedere con la religione islamica. La destra ne approfitterà per aumentare la islamofobia e il governo francese giurerà di aumentare gli sforzi nella guerra contro il terrorismo, magari cercando di distruggere il regime di Assad in Siria, storico baluardo anti terroristico nella regione…
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La (non) cultura europea dell'asilo
di Francesco Cherubini, su www.zeroviolenza.it (11/11/2015)

L'asilo è istituto fra i più antichi nell'ambito del diritto (internazionale e non): se non la sua origine etimo-logica (dal greco: α- privativa, anteposta a συλάω, termine con il quale veniva indicata l'azione predatoria dei pirati), a dircelo è la sua stessa logica, che si basa, in modo piuttosto primitivo, sulla presenza di una autorità in grado di fornire protezione a chi fugge dalla violenza.
Sicché, la persona (o persino la cosa) che si trovasse nel “territorio” sovrano di quella autorità beneficiava, indirettamente, della sua protezione: nessuno, infatti, avrebbe osato toccarla o strapparla a quei luoghi, mercé di divinità che avrebbero senza pietà alcuna cercato vendetta. La letteratura greca è piena di esempi del genere: si pensi, per citare i più famosi, alle sventure in cui incorsero i prìncipi greci per avere oltraggiato i templi divini nella notte in cui cadde Troia.
Neottolemo, che uccise Priamo sull’altare di Zeus Erceo, fece la sua stessa fine, pare per mano di Oreste, mentre Aiace Oileo finì risucchiato dal “cavo antro d’Eubea” per avere strappato Cassandra, dopo averla stuprata, all’altare di Atena.
In epoche successive, questa logica permase, almeno fino all’avvento del cristianesimo. Con esso, il richiedente asilo cessa di essere la “pertinenza” di un luogo – sicuro perché terribile sarebbe stata, in caso di sua violazione, la vendetta della divinità che lì vi aveva posto dimora –; esso bensì diventa omaggio ai princìpi della carità e della penitenza. Per usare le parole che Giovanni Crisostomo (il “bocca d’oro”), levatosi in difesa di Eutropio, rivolse ad una folla inferocita (che aveva inseguito l’odiato ciambellano dell’imperatore Arcadio fin dentro una chiesa): “avrete voi cuore di chiedere il perdono dei vostri peccati, se nol volete accordare al prossimo vostro?”.
Nella attuale disciplina del diritto internazionale, l’asilo, similmente a quello cristiano, poggia sul rispetto più della persona umana che della autorità che offre protezione (in questo caso, lo Stato). La sua logica è nella difesa dei diritti umani fondamentali, che altrove sarebbero calpestati gravemente, precludendo dunque a qualunque Stato di consegnare a questo destino un individuo che si trovi sotto il suo controllo.
In questo contesto, le regole del diritto internazionale offrono una duplice tutela: la prima, nata storicamente nel secondo dopoguerra per “rimediare” ai numerosi (e forzati) movimenti di popolazione, prende il nome di rifugio; l’altra, alternativa alla prima, quello di protezione sussidiaria. Il rifugiato, nella lettera della Convenzione omonima del 1951, è colui il quale fugge dal rischio di subire persecuzioni in base alla razza, alla religione, alla nazionalità, all’opinione politica e alla appartenenza ad un determinato gruppo sociale – rischio che si concretizza nel suo paese di origine –; il beneficiario della protezione sussidiaria è, invece, colui il quale fugge dal proprio paese per effetto del rischio di subire, più genericamente, gravi violazioni dei propri di-ritti fondamentali, senza una motivazione specifica.
I paesi dell’UE si trovano a dover fronteggiare niente altro che i precipitati di questo elementare principio (detto anche di non refoulement): le masse di individui che provengono da luoghi “insicuri” beneficiano, a seconda dei casi, dello status di rifugiato o di beneficiario della protezione sussidiaria. Si tratta, in vero, di un problema sì rilevantissimo (come sempre dovrebbe essere quando sia interessata la tutela del nocciolo duro dei diritti umani), ma dalle proporzioni, almeno ora e in Europa, non smisurate, come qualcuno vorrebbe lasciar cre-dere (ogni riferimento a politici che, nel nostro paese come in altri, cavalcano, in maniera demagogica e persino terrorista, l’onda della c.d. invasione è affatto voluto).
Qualche numero renderà l’idea: nella lista, aggiornata alla fine del 2013, dei dieci paesi che ospitano più rifugiati non figura alcun paese dell’UE (il primo in assoluto è il Pakistan, con una quota di più di un milione e mezzo); più significativa è quella relativa alla quota di rifugiati per numero di abitanti, nella quale, di nuovo, non ci sono paesi dell’UE (il primo in assoluto è il Libano, con più di duecento, soprattutto siriani, ogni mille abitanti). In altre parole, l’UE assorbe una percentuale molto bassa dei rifugiati nel mondo, la cui maggior parte finisce per muoversi sulle rotte Sud-Sud, verso i poli di attrazione all’interno dello stesso continente di origine.
Se, dunque, i numeri sono così bassi (benché negli ultimi mesi siano aumentati, ma senza sbilanciare di molto l’equilibrio descritto), ci si può e deve chiedere per quale motivo l’UE e i suoi membri si stiano provando pressoché inadeguati a fronteggiare il problema. Gli ostacoli, che peraltro si intersecano l’un l’altro, sono di ordine tecnico-giuridico, politico e culturale.
Sotto il primo profilo, viene scontata la natura binaria della politica di asilo, che appartiene per certi versi all’UE, per altri versi agli Stati membri.
Questa obbedienza a due padroni (o, più precisamente, la natura concorrente di detta politica) produce l’inevitabile risultato della inefficienza delle misure adottate, che si sgretolano in assenza di una chiara scelta unitaria. La soluzione è senz’altro fuori dalla portata di una politica narcisista e poco lungimirante, da cui sembrano essere affetti, in modo autocompiacente, i governi dei paesi dell’Unione: una riforma in senso autenticamente europeista della politica d’asilo avrebbe bisogno del coraggio dei padri fondatori (persone come il nostro De Gasperi, o il tedesco Adenauer, o l’olandese Spaak, o il francese Schuman), che in questo momento manca ad una politica supinamente accodata nell’inseguire, assecondare e finanche fomentare le paure che affliggono, come pure è normale, buona parte dei consociati.
Ed è questo un problema di cultura (che – forse è il caso di sottolineare – non necessariamente coincide con l’istruzione) per superare il quale occorre spegnerne la sorgente: “[l]’ignoranza”, scrive Melville nel suo Moby Dick, “è madre della paura”. Il suo Ismaele, “sconcertato e confuso a proposito dello straniero”, confessa, alla vista del ramponiere Queequeg, “che ora provavo tanto orrore di quell’uomo, quanto ne avrei avuto se, nel cuore della notte, il diavolo in persona fosse venuto in camera mia”. “In realtà,” aggiunge, “avevo tanta paura di lui che non avevo il coraggio nemmeno di rivolgergli la parola per avere una risposta soddisfacente a ciò che in lui mi pareva inesplicabile”.
L’arretramento culturale non ammette, però, misure cautelari: mentre l’Europa uccide la Grecia, che ne ha prodotto il mito, e sembra pren-dere le distanze dalla radice dell’asilo, negandolo con muraglie ed altri stratagemmi (quando non con siluri intelligenti e raggi paralizzanti: questa una delle bizzarre proposte di una ricerca promossa anni fa dalla Scuola superiore dell’economia e delle finanze e dal Centro studi geopolitica economica, coordinata da Carlo Jean e Gian Maria Piccinelli, e diretta da Osvaldo Cucuzza), i richiedenti asilo, cioè coloro i quali aspirano alla protezione internazionale, permangono in una situazione del tutto inaccettabile sotto il profilo della tutela dei loro diritti umani di base.
Pasolini, che accostava i suoi accattoni alle popolazioni pre-industriali del terzo mondo, descrive questi esiliati quasi come Isocrate disegna i propri nel Plataico: “omini finiti, ce scartano tutti! Pure in galera nun ce ponno vede, a noi!”; “[q]uali pensate siano i nostri sentimenti ve-dendo che i nostri genitori sono assistiti indegnamente nella loro vecchiaia, che i nostri figli non sono allevati conforme alle speranze che avevamo concepite, ma che molti sono caduti in servitù per debiti da nulla, altri vanno a lavorare a mercede, altri si procacciano il sostentamento quotidiano come ognuno può, in modo non conveniente alle imprese degli antenati, alla loro età, alla nostra fierezza? Ma la cosa più penosa di tutte è quando si vede separare non solo i cittadini gli uni dagli altri, ma anche le mogli dai mariti, le figlie dalle madri e tutti i legami di parentela dissolversi”. Vuoto di carità, vuoto di cultura.
L'asilo è istituto fra i più antichi nell'ambito del diritto (internazionale e non): se non la sua origine etimo-logica (dal greco: α- privativa, anteposta a συλάω, termine con il quale veniva indicata l'azione predatoria dei pirati), a dircelo è la sua stessa logica, che si basa, in modo piuttosto primitivo, sulla presenza di una autorità in grado di fornire protezione a chi fugge dalla violenza... La sua logica è nella difesa dei diritti umani fondamentali, che altrove sarebbero calpestati gravemente, precludendo dunque a qualunque Stato di consegnare a questo destino un individuo che si trovi sotto il suo controllo.
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La gestione della diversità in ambito scolastico
di Luigia Tatiana Porcelli, su www.studioliberamente.it (2/11/2015)

La diversità è una componente intrinseca alla natura dell’uomo; ognuno è portatore di una propria diversità poiché possiede delle caratteristiche che lo rendono differente dagli altri, unico e speciale.
Oggi una delle sfide più difficili da affrontare non è quella di annullare ogni distinzione ma di includere le caratteristiche specifiche di ognuno in un disegno collettivo, sostanzialmente condiviso, dimostrando che le differenze, ritenute in maniera erronea un limite e un difetto, possono invece produrre un complessivo arricchimento. I tratti distintivi di ogni individuo quindi, devono essere concepiti in un’altra ottica ovvero come dei valori e come delle risorse per la propria crescita. Le differenze non devono quindi essere ridotte o eliminate altrimenti si assisterebbe ad un impoverimento della diversità e della ricchezza dei tipi umani e quindi di quelle caratteristiche così uniche che ognuno ha.
Si tratta comunque di un’impresa molto poiché si deve tener presente in primo luogo, che ogni diversità ha un suo peso specifico, presenta determinate difficoltà che necessitano di precise strategie e di soluzioni differenziate per essere risolte: è indispensabile perciò, per mettere in atto degli interventi mirati, analizzare con grande attenzione tutte le variabili che connotano sia la persona che viene presa in esame sia il contesto nel quale si vuole agire.
Questa sfida inoltre, coinvolge vari ambiti come ad esempio, quello della scuola.
Essa deve innanzitutto dare a tutti l’opportunità di esercitare il diritto-dovere allo studio; infatti uno dei principi basilari della Costituzione italiana (artt. 3 e 34) che individua nella scuola pubblica uno dei cardini della nostra società, è proprio quello che tutti, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione e di condizioni personali e sociali, hanno il diritto e il dovere di essere istruiti.
Tuttavia non è sufficiente dare ad ogni persona la possibilità di una formazione educativa; bisogna anche impegnarsi a migliorare la qualità del servizio formativo. L’azione educativa infatti, non deve realizzarsi in un’offerta unica e indistinta che non tiene conto delle diversità di cui ciascuno è portatore ma deve essere articolata in modo da prendere in considerazione le situazioni di partenza di ognuno. La scuola ha quindi, il compito di favorire lo sviluppo delle potenzialità di ciascuno. Per raggiungere tale obiettivo, è fondamentale che si conoscano le caratteristiche, i bisogni, le necessità e le esigenze di ogni individuo in modo tale da poter mettere in atto degli interventi mirati e differenziati.
Al fine di adottare delle strategie appropriate per ogni soggetto, la scuola deve avere un’organizzazione flessibile ed autonoma e non rigida e deve essere adeguatamente attrezzata sul piano delle risorse economiche e strutturali; è necessario poi che promuova lo sviluppo professionale di tutti i docenti, non solo degli insegnanti di sostegno, attraverso dei percorsi di formazione. È essenziale infatti, differenziare la didattica e personalizzare gli atteggiamenti educativi.
Un’ attenta e sensibile attività da parte degli insegnanti inoltre, può contribuire ad evitare o a risolvere situazioni di disagio generate da forme di pregiudizio e di esclusione che potrebbero portare alcuni bambini e ragazzi a non voler andare più a scuola.
Alla base di questi interventi è fondamentale che ci sia un nuovo modo di concepire l’uomo ovvero come valore e quindi, deve esserci la consapevolezza che ogni persona ha la sua ragion d’essere nella sua diversità ed irripetibilità e solo dal rispetto per questa varietà esistenziale può scaturire un progetto sociale che consenta ai soggetti educandi di avere pari opportunità educative.
Attualmente quindi, la scuola si trova ad affrontare un’ardua sfida ovvero quella tra due istanze altrettanto importanti ed ineliminabili: da un lato il diritto all’uguaglianza delle opportunità di fronte all’istruzione, dall’altro, il diritto alla differenza e ad uno sviluppo personale individualizzato. Si tratta di una sfida poiché si tenta di contemplare e coniugare queste due dimensioni. Per molto tempo, la scuola e gli insegnanti si sono fortemente impegnati nella realizzazione dell’uguaglianza delle opportunità e del diritto allo studio, pensando che ciò dovesse necessariamente ridurre lo spazio delle differenze individuali. In realtà uguaglianza e differenza appartengono a due ordini diversi di problemi, a due dimensioni differenti dell’ esperienza.
La differenza infatti, non è il contrario dell’uguaglianza bensì della somiglianza e dell’assimilazione e la sua affermazione è attribuzione di valore; il riconoscimento di pari opportunità invece, ha carattere di equità e come tale attiene alla dimensione della giustizia.
La scuola inoltre, così come la famiglia, ha il compito di educare gli individui; deve perciò insegnare ai bambini e ai ragazzi a rispettare gli altri e ad essere solidali, a non avere atteggiamenti di diffidenza, di sospetto, di rifiuto, di discriminazione e di intolleranza verso individui che presentano caratteristiche diverse dalle proprie e quindi a rapportarsi agli altri senza opinioni preconcette, stereotipi e pregiudizi. Oggi infatti fenomeni come il pregiudizio razziale, l’intolleranza religiosa e la discriminazione di soggetti quali ad esempio, portatori di handicap sono molto frequenti e hanno effetti distruttivi sia sulla persona intollerante sia sulla sua vittima; ecco perché è indispensabile che gli individui, sin dalla tenera età, vengano educati sia dai genitori sia dagli insegnanti, a considerare gli altri come persone e non come membri di particolari categorie. In questo modo la scuola potrà gettare le basi per lo sviluppo di una mentalità aperta alla diversità, di qualsiasi tipo essa sia. Gli studenti potranno così imparare a guardare la realtà non solo dal loro punto di vista ma anche da quello altrui e a considerare sempre le questioni con grande attenzione e in maniera critica. In questo modo saranno capaci di confrontarsi con gli altri e saranno consapevoli del fatto che non devono rinunciare alle proprie idee ma devono saper riconoscere anche il valore di quelle altrui.
La funzione della scuola non è quindi esclusivamente quella di trasmettere delle conoscenze, ma anche di creare le condizioni favorevoli alla formazione di cittadini e alla creazione di una coscienza civile. Deve fare in modo che gli individui si sentano parte di una stessa comunità sulla base di un minimo comune denominatore di regole, di valori e di criteri di convivenza. L’insegnante deve perciò, fornire ai suoi alunni una cornice di riferimento entro la quale essi possano definire il proprio ruolo di cittadini; deve trasmettere i valori sui quali la democrazia si fonda e attraverso cui possano crescere delle personalità libere; quando infatti si perde il diritto ad essere diversi, si perde il diritto ad essere liberi. Deve quindi, rispettare i diversi gruppi culturali non soltanto per il contributo che essi possono dare al benessere comune ma per ciò che essi possono diventare attraverso la condivisione di determinati valori. È importantissimo che gli studenti giungano alla consapevolezza che la vita del proprio paese è inserita nel più ampio contesto della globalizzazione e che imparino a riconoscersi come cittadini italiani, europei e planetari.
La scuola svolge anche la funzione di favorire lo sviluppo delle abilità relazionali e sociali di tutti gli allievi; ha perciò il dovere di rimuovere tutti gli ostacoli che non permettono una reale partecipazione da parte di tutti gli allievi ai percorsi di apprendimento e di socializzazione.
È estremamente importante inoltre, che il clima all’interno della classe, sia di cooperazione e di collaborazione: in tal modo ciascuno avrebbe la possibilità di contribuire al raggiungimento di scopi comuni.
La scuola deve perciò, realizzare un grande salto di qualità nella coscienza culturale, morale e sociale del paese attraverso l’assunzione dei valori dell’accoglienza e della solidarietà.
Naturalmente è indispensabile che essa sia inserita all’interno di un sistema integrato che metta insieme soggetti ed istituzioni diverse come la famiglia, la comunità locale, le strutture socio-sanitarie e gli enti e le istituzioni del territorio; solo in questo modo infatti, potrà realizzare un progetto educativo ricco ed articolato affinché la sua offerta formativa non si limiti alle sole attività curricolari ma assuma un più ampio ruolo di promozione culturale e sociale.
Tutto ciò riveste una grandissima importanza soprattutto in virtù del fatto che attualmente numerosissimi contesti scolastici si presentano come realtà multietniche e multiculturali caratterizzate quindi, da una pluralità di modelli culturali di riferimento che si manifestano in stili di vita, orientamenti e comportamenti diversi; uno di questi contesti è quello italiano.
Uno dei fenomeni più vistosi che ha toccato la realtà della scuola italiana dagli anni ’90 in poi infatti, è stata proprio la presenza di alunni con cittadinanza non italiana, figli di genitori immigrati o nati in Italia da genitori stranieri.
La scuola italiana si configura perciò, come un vero e proprio “laboratorio” d’ incontro tra culture ed è sorto un dibattito su come accogliere e favorire l’inserimento di queste persone. Innanzitutto bisogna tener presente che l’inserimento scolastico di bambini provenienti da nazioni diverse deve prevedere interventi che utilizzino un disegno sistemico che correli scuola, famiglia e territorio e che adottino una prospettiva di network, ovvero un approccio che attribuisce ai contesti un ruolo determinante nei processi di sviluppo e che valorizza l’interconnessione fra gli ambienti di vita e in particolare, fra corso di vita individuale, ciclo di vita familiare e scuola di inserimento. Questa modalità accresce, al contrario di un approccio unidimensionale, la probabilità di progettare interventi rispondenti alla complessità dei bisogni e interconnette ambiti di vita differenziati su cui sono chiamati ad intervenire soggetti organizzati in rete il cui compito è quello di riuscire ad affrontare e a risolvere i problemi di una situazione complessa che vede coinvolti aspetti culturali, sanitari, educativi e lavorativi di cui le istituzioni e le politiche si occupano in maniera separata.
È fondamentale quindi, realizzare interventi che non riguardino esclusivamente i minori ma anche le loro famiglie e in generale tutti gli immigrati. Devono esserci perciò, dei mediatori culturali che comunichino con i genitori dei bambini immigrati e che forniscano loro un valido aiuto.
Ulteriori strategie che possono essere utilizzate per favorire la piena integrazione scolastica e sociale dei minori immigrati sono: attività di doposcuola, creazione di laboratori in cui si insegna l’uso corretto della lingua italiana o dove vengono svolte attività che stimolano le varie forme espressive di cui i bambini sono portatori e costruzione di biblioteche e ludoteche con libri, giocattoli e arredi appartenenti ai diversi gruppi culturali ed interventi extra-scolastici nel tempo libero.
Coloro che si trovano in prima linea a dover gestire queste situazioni d’inserimento e a dover mettere in atto queste strategie sono gli insegnanti che spesso avvertono l’inadeguatezza degli strumenti a loro disposizione rispetto alle ambiziose finalità stabilite dalle norme vigenti. Essi hanno infatti, la funzione di tradurre il livello astratto delle finalità educative in tema d’integrazione fra culture, in realistici obiettivi e concrete pratiche didattiche; questo loro compito coinvolge inevitabilmente le rappresentazioni e gli atteggiamenti che essi hanno verso gli immigrati.
Da un lato gli insegnanti dicono di aderire a valori quali l’accoglienza e il rispetto nel momento in cui si rapportano ad individui di altre culture e questo aspetto mette in evidenza la loro tendenza a far riferimento ad una serie di valori pedagogicamente e socialmente riconosciuti; dall’altro, tendono ad evidenziare i rischi dell’immigrazione e si mostrano estremamente preoccupati per i problemi legati all’immigrazione come l’illegalità ma anche la diversità culturale e la conseguente esigenza di difendere i propri valori tradizionali. Inoltre essi dichiarano di provare raramente verso persone di etnia diversa dalla propria, sentimenti negativi come l’irritazione, il fastidio o il disprezzo ma esprimono scarsamente sentimenti positivi come la simpatia, l’ammirazione e la curiosità.
Da alcune ricerche condotte sugli insegnanti di scuola elementare, è emerso che da parte loro, c’è una grande disponibilità ed apertura verso gli alunni stranieri ma anche che essi riscontrano numerose difficoltà nella gestione quotidiana del lavoro in classe e delle relazioni con le famiglie; si tratta di problemi che sono dovuti principalmente alla questione della lingua e al fatto che in molte circostanze essi si trovano a dover gestire classi numerose e molto variegate dal punto di vista culturale.
Un altro aspetto molto interessante riguardante gli interventi educativi nei confronti dei bambini e dei ragazzi immigrati è il seguente: essi inizialmente miravano soltanto all’accesso e alla frequenza scolastica ed oggi sono anche finalizzati a garantire a tutti le stesse opportunità di riuscita, a permettere quindi, a questi individui di diversa nazionalità, di frequentare la scuola con successo, ottenendo buoni risultati. Nel processo di riuscita scolastica di questi soggetti comunque, entrano in gioco una serie di fattori che sono del tutto simili a quelli che esercitano un’influenza sul percorso scolastico degli studenti italiani come ad esempio, le motivazioni ed i significati attribuiti alla scuola o lo status sociale e culturale d’origine ma anche elementi come il clima in classe, il grado di benessere o di disagio che si prova, l’impegno profuso nelle materie scolastiche, le aspettative circa il proprio futuro e le relazioni con i compagni e con gli insegnanti. È stato riscontrato inoltre, che essi rispetto ai loro colleghi italiani, assegnano una maggiore importanza all’istruzione per il proprio futuro ed è stato notato che la soddisfazione per la loro riuscita scolastica rinforza ulteriormente la loro motivazione e fa intravedere loro la possibilità di un futuro migliore.
Molto spesso però, bambini e ragazzi stranieri che studiano in Italia tendono a nascondere e a sopprimere le sofferenze e le difficoltà legate al fatto di doversi mimetizzare per essere simili agli altri. A loro viene infatti frequentemente chiesto di adattarsi in fretta e di trovare il proprio posto all’interno delle regole e delle routine quotidiane sperimentate e sedimentate da tempo nel contesto scolastico italiano. Devono anche apprendere rapidamente l’italiano ed esprimere attraverso le nuove parole, concetti, riflessioni e pensieri. La maggior parte di loro tenta di attivare tutte le possibili risorse per rispondere a queste pressioni e per cercare di appartenere al luogo e al gruppo nei quali si trovano improvvisamente catapultati. Le aspettative della famiglia e della scuola premono affinché la fase di adattamento sia veloce ed il periodo di disorientamento sia silenzioso e invisibile.
Una forte assimilazione ai valori, alle norme, alle regole e alle abitudini ritenute tipiche della cultura italiana è perciò, molto nociva per gli studenti stranieri: in questo modo verrebbe difatti negata la diversità culturale in nome di una presunta superiorità della cultura del paese ospitante.
Per facilitare l’inserimento dei minori stranieri sarebbe più vantaggioso adottare un approccio ovvero quello dell’educazione interculturale, volto alla realizzazione di un processo finalizzato allo sviluppo della comunicazione fra soggetti con storie, conoscenze linguistiche, motivazioni e condizioni sociali molto diversificate. Essa implica una trasformazione delle condizioni e dei contenuti dell’apprendimento ma anche un confronto tra punti di vista diversi in una prospettiva dialogica in cui ciascuno acquisisce e dà qualcosa agli altri.
L’educazione interculturale si delinea quindi, come promozione delle capacità di convivenza costruttiva in un tessuto culturale e sociale multiforme e come una modalità di interazione che avvalora il significato di democrazia. La scuola quindi, deve fare in modo che il processo educativo consenta ai membri dei diversi gruppi culturali di acquisire una maggiore comprensione reciproca per mezzo del riconoscimento dei differenti valori e credenze di persone che provengono da altri paesi ed anche attraverso il forte desiderio e la buona volontà di cooperare con loro per il raggiungimento di determinati obiettivi.
Si tratta di un approccio non privo di difficoltà e molto impegnativo per svariati motivi. Innanzitutto esso necessita di un nuovo modo di insegnare e quindi implica delle profonde trasformazioni sia nei programmi scolastici sia nella formazione degli insegnanti; quest’ultimi devono seguire dei corsi di aggiornamento che permettano loro di conoscere meglio le altre culture al fine di integrare la programmazione didattica generale con progetti specifici dedicati a percorsi individuali di apprendimento ed anche di acquisire delle tecniche educative per infondere nei bambini delle regole per relazionarsi agli altri. L’insegnante deve utilizzare queste abilità in ogni corso di studi o situazione che si presenta in classe. L’educazione interculturale infatti, deve essere integrata nelle varie attività che vengono svolte nel contesto scolastico come la musica, la danza, le arti figurative ed ogni aspetto della vita scolastica deve essere stimolato in questo senso. Gli insegnanti devono quindi, in primo luogo, aiutare i bambini a riflettere sulle credenze spesso erronee che vengono trasmesse loro circa le differenti categorie di persone e poi essere abili nel riconoscere i fenomeni del pregiudizio e dell’intolleranza che frequentemente si verificano in classe, cercando di individuare le modalità attraverso cui si sono manifestati, i motivi per i quali sono accaduti e i metodi volti alla loro eliminazione.
In secondo luogo essa coinvolge soggetti che possiedono orientamenti simbolici differenti e hanno stili diversi di interazione. Potrebbero perciò sorgere dei problemi nel corso della comunicazione interculturale. In particolare queste difficoltà emergono nel momento in cui interagiscono tra loro individui appartenenti a culture ad impronta individualistica come quelle cosiddette “occidentali” che sottolineano l’importante ruolo del singolo e che si basano sulla sua indipendenza ed autonomia, e a culture collettivistiche che invece, valorizzano l’interdipendenza, la cooperazione ed il valore delle credenze condivise. In quest’ ultime le pause e i silenzi rivestono un’enorme importanza durante la conversazione poiché esprimono attenzione e rispetto verso l’altro; nelle culture occidentali sono invece, valorizzate molto meno e il linguaggio è schietto e diretto e non si sopporta l’idea che in pubblico si abbiano atteggiamenti ed opinioni diverse da quelli che si manifestano nel privato; questo aspetto nelle culture collettivistiche è interpretato come mancanza di cordialità e di civiltà. In questi casi allora è indispensabile che le persone posseggano strumenti validi per gestire al meglio i problemi legati alla comunicazione.
Allora innanzitutto devono acquisire la consapevolezza che ciascuno porta con sé un particolare software mentale che deriva dal modo in cui è cresciuto e che coloro che sono cresciuti in altre condizioni hanno, per le stesse ottime ragioni, un diverso software mentale. È necessario quindi, riflettere sulla propria cultura e sui propri modi di vedere la realtà per giungere a comprendere il forte influsso culturale sui comportamenti e sui significati che di solito si danno per scontati.
Successivamente è indispensabile conoscere in maniera approfondita i gruppi etnici con i quali si interagisce ed è quindi, necessario imparare come sono le loro culture, quali sono i loro simboli, i loro riti, i loro valori e le loro credenze ed anche i loro stili di comunicazione e le loro regole di interazione; solo in questo modo sarà possibile acquisire la capacità di interpretare i modi particolari con cui stili e regole vengono espressi dalle singole persone attraverso la comunicazione.
Bisogna poi acquisire delle abilità per comunicare efficacemente con persone di cultura differente dalla propria. Innanzitutto è fondamentale essere molto abili nel leggere tra le righe per comprendere totalmente il significato delle parole dette. Un importantissimo mezzo che può essere utilizzato a tal fine è costituito dall’attenzione al linguaggio del corpo e quindi alla postura, ai gesti, alle espressioni facciali e al contatto visivo. In questa maniera gli individui avranno una grande capacità di intuizione e saranno molto bravi nel cogliere, oltre ai segnali verbali, anche quelli non verbali quando comunicano e rapidamente impareranno ad interpretarli all’interno di un contesto con più culture.
Bisogna poi acquisire le abilità di ascolto attivo e quindi saper non solo ascoltare molto attentamente ciò che gli altri dicono ma dare anche dei segnali per indicare che li stanno ascoltando, mostrando così di essere interessati alle loro parole. Molto facilmente però, potrebbero nascere delle incomprensioni e nel momento in cui esse sono notate, sarà necessario un attento chiarimento. Può quindi verificarsi che semplici messaggi mandati con le migliori intenzioni, siano fraintesi. Per ridurre questo pericolo si deve possedere la capacità della chiarezza. E’ indispensabile quindi, andare incontro alle necessità dei soggetti che, poichè provengono da nazioni differenti, non sanno ancora bene la lingua del paese in cui sono. A questo proposito si possono utilizzare parole, frasi e uno stile di dizione che annulla il rischio di non essere compresi bene. Inoltre si deve spiegare non soltanto ciò che si vuole fare ma anche il come e il perchè si vuole agire in un certo modo e segnalare chiaramente ed esplicitamente le proprie intenzioni. Nel momento in cui quindi, si presentano all’altro delle informazioni, si devono ad esempio, ripetere le parole chiave e dare degli esempi.
Tuttavia la comunicazione interculturale non implica soltanto aspetti cognitivi riguardanti la consapevolezza delle differenze culturali e la conoscenza dell’altra cultura, e comportamentali che consistono in abilità pratiche da adottare nelle interazioni faccia a faccia ma anche aspetti affettivi che sono legati alla sensibilità culturale e alla capacità di gestire lo stress che si prova nel momento in cui si entra in contatto con persone con culture totalmente diverse dalle proprie. Il senso di disorientamento che si avverte in queste situazioni non deve essere enfatizzato al punto tale da utilizzare stereotipi negativi nei confronti dell’ altro e da rifiutare l’alterità e deve essere gestito al meglio per non andare incontro a questo rischio.
La comunicazione interculturale quindi, prende atto della ricchezza insita nella varietà e non si propone l’omogeneizzazione ma mira a permettere la costruzione di relazioni interculturali piacevoli e soddisfacenti e a favorire la coesione sociale; la scuola rappresenta sicuramente un contesto importantissimo nel quale gli individui possono acquisire le abilità legate alla comunicazione interculturale; è indispensabile quindi, che in questo ambito vengano realizzati dei percorsi che consentano di sviluppare queste capacità; programmi formativi di questo genere devono comunque essere previsti non solo nelle scuole ma anche nelle università, negli ambienti lavorativi e di conseguenza in tutti quei contesti nei quali ci si trova ad interagire per motivi di studio, di lavoro o di turismo con persone di nazionalità diversa dalla propria.
Essa inoltre, poiché coinvolge identità profondamente diverse, caratterizzate da valori fino a quel momento mai condivisi e mai negoziati, richiede un notevole impegno da parte dei suoi interlocutori che devono compiere un lavoro difficile ma non impossibile che contribuisce a realizzare, insieme all’empatia nelle sue molteplici dimensioni, la comprensione dell’altro.
In questo percorso gli ostacoli però, sono tanti e sono rappresentati ad esempio, dalla forte ansia che spesso si prova quando si entra in contatto con diverse etnie, dai preconcetti, dagli stereotipi e dall’ estrema facilità con cui nascono degli equivoci.
L’incontro con le altre culture impegna gli individui a rivedere il loro concetto di identità e a considerarlo sempre più come prodotto di negoziazioni, non esenti da conflitti: si tratta di una sfida e se gli individui saranno capaci di coglierla e di affrontarla, potrebbero uscirne arricchiti di nuovi codici interpretativi per comprendere aspetti finora ignoti della realtà.
Tuttavia, sebbene le comunità scolastiche solitamente cerchino di fare in modo che diversi individui e gruppi possano stare insieme tranquillamente all’interno di uno stesso ambiente, non è inusuale che qualcuno di religione, cultura, genere, etnia, razza, orientamento sessuale e caratteristiche fisiche diverse da quelle della maggior parte dei ragazzi, venga escluso. Attualmente, in misura sempre più frequente, i media narrano di episodi di discriminazione e di violenza verificatisi nelle scuole nei confronti di determinati soggetti.
Per quanto poi concerne in maniera specifica, la diversità culturale, in molte occasioni le scuole si trovano a dover gestire dei conflitti che si sviluppano in seguito a credenze e valori molto diversi tra loro e profondamente radicati negli studenti.
In questo caso l’intensità dei sentimenti che si provano nei confronti di questioni legate alla diversità culturale è così forte che le parti non sono disposte a negoziare, a trovare dei compromessi e dei punti d’incontro o a rivedere i propri punti di vista che ritengono immodificabili. Non hanno alcuna intenzione di contrattare su argomenti in cui credono fortemente.
Un ambiente scolastico però, deve essere strutturato in modo che nessuno sia offeso ed escluso per i valori, le credenze e i principi che possiede. È impossibile però, che, anche sotto le migliori condizioni, tutti i conflitti possano essere presagiti e prevenuti. Si potrebbe verificare ad esempio, durante una normale conversazione in classe, che degli studenti che presentano un differente background culturale, dopo aver ascoltato membri di un altro gruppo fare affermazioni che essi percepiscono come stereotipiche, entrino in conflitto con questi.
È fondamentale che vi sia una comunità culturalmente sensibile e preparata a rispondere a certe domande e necessità che emergono; tuttavia, anche quando gli individui sono culturalmente sensibili, non è inusuale entrare in conflitto; per quanto quindi, si cerchi di prevenire degli scontri che potrebbero nascere a causa della diversità culturale e di fare in modo che vi sia una comunità culturalmente sensibile, ci saranno inevitabilmente dei conflitti che richiederanno degli interventi. È necessario perciò, che gli insegnanti posseggano dei validi strumenti per gestirli.
La mediazione rappresenta uno dei processi più innovativi e più adatti per risolvere queste situazioni che si vengono a creare; essa rende gli individui capaci di lavorare in questi ambienti attraverso le loro diversità e offre l’opportunità di stare insieme e di parlare dei differenti punti di vista; in particolar modo essa permette di capire che le ragioni del comportamento dell’altro risiedono in un determinato bagaglio di credenze, valori ed abitudini che egli ha acquisito con il passare degli anni e che quindi derivano dalla storia del paese in cui è nato.
In classe quindi, ogni individuo parla del luogo dal quale proviene e di tutti gli aspetti che caratterizzano la cultura del suo paese e successivamente espone agli altri il modo in cui percepisce la cultura che essi possiedono. A tal proposito è importantissimo capire se essi vorrebbero avere anche altre opportunità di incontro e di dialogo che esulino dal contesto scolastico per confrontarsi e per interagire con gli altri.
Le comunità scolastiche rappresentano gli ambienti ideali in cui usare la mediazione. Sebbene esse siano caratterizzate da una comunità di ragazzi che varia continuamente la sua composizione per il costante turnover della popolazione studentesca, si instaurano diversi tipi di relazioni, alcune effimere, altre che possono durare tantissimi anni. La mediazione in contesti di questo tipo, consente agli individui di lavorare facendo leva sulle loro differenze.
Naturalmente questo processo prevede l’intervento di una persona ovvero il mediatore; questo ruolo può essere rivestito dall’insegnante che innanzitutto deve vedere da cosa questi conflitti sono solitamente scatenati e deve inoltre, cercare di fare in modo che le parti in contrasto raggiungano un accordo; per raggiungere tale obiettivo deve acquisire per poi usare, determinate tecniche ed abilità per cercare di risolverli.
Il mediatore potrebbe ad esempio, dividere la classe in piccoli gruppi e cercare di facilitare la conversazione tra i soggetti di ogni gruppo; si tratta di una strategia che dà buoni risultati se sono stabilite delle semplici regole generali come aver rispetto per l’altro e non interromperlo mentre sta parlando. Egli deve essere molto attento a non schierarsi da nessuna parte e a non esprimere opinioni: è fondamentale perciò, che sia imparziale. Potrebbe anche dar vita a delle discussioni, a dei forum sui temi riguardanti la diversità culturale, che coinvolgono ampi gruppi di studenti.
La mediazione perciò, rappresenta un metodo estremamente efficace che offre alle comunità scolastiche un modo per gestire i conflitti che possono nascere in diverse situazioni e può migliorare la comunicazione e la comprensione e ridurre l’ostilità tra le persone.
In conclusione quindi, è possibile affermare che la scuola rappresenta uno dei luoghi in cui crescono e si sviluppano identità e affettività e anch’essa deve guidare gli individui in questo percorso finalizzato a far comprendere loro il grande valore della diversità. Essa quindi, non ha soltanto il compito di trasmettere contenuti tecnici e saperi settoriali ma deve anche educare alla differenza, all’altro, al diverso per creare i presupposti per lo sviluppo di una cultura dell’accoglienza. Deve perciò, insegnare agli studenti a considerare il diverso non come un pericolo per la propria sicurezza ma come una risorsa per la propria crescita e a rapportarsi all’altro senza timore ma con grande curiosità e con la voglia di conoscerlo.
La diversità è una componente intrinseca alla natura dell’uomo; ognuno è portatore di una propria diversità poiché possiede delle caratteristiche che lo rendono differente dagli altri, unico e speciale.
Oggi una delle sfide più difficili da affrontare non è quella di annullare ogni distinzione ma di includere le caratteristiche specifiche di ognuno in un disegno collettivo, sostanzialmente condiviso, dimostrando che le differenze, ritenute in maniera erronea un limite e un difetto, possono invece produrre un complessivo arricchimento. I tratti distintivi di ogni individuo quindi, devono essere concepiti in un’altra ottica ovvero come dei valori e come delle risorse per la propria crescita. Le differenze non devono quindi essere ridotte o eliminate altrimenti si assisterebbe ad un impoverimento della diversità e della ricchezza dei tipi umani e quindi di quelle caratteristiche così uniche che ognuno ha.
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L'ossessione da like che ci rende vulnerabili

di Maria Novella De Luca, su http://inchieste.repubblica.it (30/10/2015)

Bisogno compulsivo di controllare il proprio profilo, tendenza all'isolamento dal mondo reale e facilità a cadere in depressione: sono alcuni sintomi dell'uso eccessivo e sbagliato dei social network. Una nevrosi (così la definiscono gli psichiatri) che paradossalmente colpisce soprattutto gli adulti, ma da cui è relativamente facile guarire. Come ci racconta in prima persona chi è riuscito a liberarsi da questa dipendenza, tornando ad usare in maniera sana gli infiniti strumenti messi a disposizione da un mondo in continua evoluzione.
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Il matrimonio egualitario è un dovere per lo Stato
Nel vespaio di polemiche suscitate dalla discussione politica riguardante le unioni civili, si sente spesso parlare di matrimonio egualitario. Ma ci siamo mai chiesti se il matrimonio egualitario è un diritto fondamentale dell’individuo o un capriccio di qualche “gufo” allo sbaraglio? Cominciamo a capirne di più partendo dal concetto di “felicità”
Il diritto alla felicità nella storia
Facciamo subito una doverosa precisazione: il diritto alla felicità viene già enunciato non solo nella dichiarazione di indipendenza americana, ma il fine della “felicità di tutti” viene prepotentemente alla ribalta nella dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789. Dichiarazione che ha rappresentato il primo documento costituzionale della rivoluzione francese. Successivamente, a seguito del cammino storico della società occidentale la parola felicità ha subito una battuta di arresto nell’evoluzione del dibattito politico/costituzionale.
I diritti fondamentali
Esistono diverse tipologie di diritti e si tende spesso a confondere i diritti del cittadino con quelli dell’individuo. Diritti che spesso, ma non sempre, sono coincidenti.
I diritti fondamentali sono quelli che si estendono ben oltre ai cittadini, ovvero che appartengono, universalmente, a tutti gli esseri umani in quanto tali; a tutti i soggetti dotati dello status di persone, indipendentemente dalla propria cittadinanza.
Questi diritti vengono cioè riconosciuti “erga omnes”.
Con la locuzione “diritti soggettivi” si intende qualunque aspettativa positiva (intesa anche come prestazione) o negativa (intesa come non lesione o protezione) appartenente, o più precisamente ascritta, ad un individuo da una norma giuridica positiva.
Generalmente sono considerati e tutelati quali diritti universali e, pertanto, fondamentali, il diritto alla vita, la libertà personale, la libertà di pensiero, i diritti politici, i diritti sociali e simili.
Autodeterminazione, liberalismo e paternalismo
Per definire e cercare di capire quali siano i compiti, nonché doveri, dello Stato finalizzati alla realizzazione e protezione dei diritti dei propri cittadini, dobbiamo richiamare quello che è un punto fermo, un vincolo fondamentale dello stato moderno posto in essere dal costituzionalismo: il principio dell’autodeterminazione dell’individuo. Principio che nasce fondamentalmente dal liberalismo, matrice filosofica che si pone in antitesi con il “paternalismo”; con quella concezione, cioè, per la quale lo stato o meglio, chi governa, dovrebbe provvedere, tra le altre cose, alla felicità dei governati i quali, in questa visione, sarebbero incapaci di realizzare la felicità “motu proprio”, con l’atteggiamento, appunto, del padre verso i propri figli “ignoranti” del funzionamento reale della vita. Concezione che considera anche i governanti quali portatori della verità, verità unica ed indiscutibile.
La filosofia sottesa al liberismo e, pertanto, al costituzionalismo, attribuisce allo Stato, ben lontano dalla concezione paternalistica appunto, la funzione di garantire senza alcuna interferenza la libertà delle scelte di vita dell’individuo. Deve garantire cioè che nella determinazione della propria esistenza l’individuo goda della più completa autonomia:
«Nessuno mi può costringere – scrive Immanuel Kant – ad essere felice a suo modo (come cioè egli si immagina il benessere degli altri uomini) ma ognuno può ricercare la sua felicità per la via che a lui sembra buona, purchè non rechi pregiudizio alla libertà degli altri di tendere allo stesso scopo, in guisa che la sua libertà possa coesistere con la libertà di ogni altro secondo una possibile legge universale (cioè non leda questo diritto degli altri)»
Il dovere dello Stato
Secondo il costituzionalismo moderno, il dovere dello Stato sarebbe di evitare di promulgare o porre in essere norme, provvedimenti o regolamenti che precludano, senza una sottesa ragione giustificatrice, la ricerca e la realizzazione della felicità individuale, ovvero, mutuando un’altra definizione kantiana: “felicità è l’appagamento di tutte le nostre inclinazioni”.
Insomma, determinare in che cosa debba consistere, nel concreto, la felicità individuale e come conseguirla non è compito né dello Stato né di altri soggetti pubblici.
Il diritti alla felicità nella Costituzione Italiana
Nella Costituzione italiana l’articolo 2 e, più specificamente, l’articolo 3, impongono allo Stato l’obbligo di porre in essere tutto il possibile affinché vengano rimossi gli eventuali ostacoli che si frappongono al suo raggiungimento:
«È compito della Repubblica – recita l’articolo 3 – rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana».
Norberto Bobbio spiega bene che “La Costituzione Italiana è una costituzione ispirata a ideali liberali, integrati da ideali socialisti, corretti da ideali cristiano-sociali”.
Appare chiaro che in un simile contesto la formulazione “pieno sviluppo della persona umana” altro non è che una ulteriore forma, molto “politica”, per sancire il diritto alla felicità.
In ultima analisi, la felicità, o meglio il tentativo del suo raggiungimento da parte dei singoli individui, altro non è che la ratio, il fine ultimo, dei diritti costituzionali e, pertanto, da ciò si evince chiaramente che il diritto alla felicità è implicitamente enunciato dalla carta costituzionale italiana.
Rispettare la vita privata significa anche permettere a ciascun individuo di cercare di realizzare i propri sogni, di non rinunciare alla felicità nelle forme in cui ciascuno la identifica, di decidere personalmente circa qualsiasi aspetto del proprio cammino.
Il matrimonio egualitario nello scenario della felicità
Prendiamo in esame il fatto che, alcuni individui, considerino il matrimonio come indispensabile passaggio (o traguardo) per il raggiungimento della propria felicità. Appare dunque chiaro che, all’interno della nostra Costituzione, nulla osta al matrimonio egualitario, anzi, è la lettura stessa della carta Costituzionale che incentiva il legislatore a farne una questione di uguaglianza.
di Carmen Bellone, su www.stonewall.it (23/10/2015)

Nel vespaio di polemiche suscitate dalla discussione politica riguardante le unioni civili, si sente spesso parlare di matrimonio egualitario. Ma ci siamo mai chiesti se il matrimonio egualitario è un diritto fondamentale dell’individuo o un capriccio di qualche “gufo” allo sbaraglio? Cominciamo a capirne di più partendo dal concetto di “felicità”.
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Fiumi di parole
di Sergio Bontempelli e Stefano Galieni, su www.corrieredellemigrazioni.it (18/10/2015)

Ma immigrato è un termine svalutativo? E zingaro? L’etnia è una cosa che tutti hanno o solo qualcuno? E come è cambiata la connotazione di clandestino dalla canzone di Manu Chao? Attorno al fenomeno migratorio si è costruito un lessico che molto spesso carica di ambiguità negativa termini teoricamente neutri. Come immigrato, per esempio, che in certi contesti è assurto a sinonimo di soggetto potenzialmente pericoloso.
Scegliere di non utilizzare certi termini, e di sostituirli con altri sfidando talvolta la semantica, però non è sempre la strada migliore: le parole sono il veicolo dei nostri pensieri e “truccarle”, anche se con le migliori intenzioni, rischia di portare fuori strada. A seguire, un estratto parziale di questo lessico.
Africano/a. Perduta la componente esotica del termine, si va riaffermando il suo uso coloniale, non solo in Italia. La parola diviene così sinonimo di “primitivo”, di “selvaggio”, di “nero” e, se accompagnata da un prefisso (ad esempio nord-africano) viene associata a piccola criminalità e delinquenza di strada. Dall’Africa, immenso continente di quasi un miliardo di persone e di più di cinquanta Paesi, mai considerato come pluralità di culture e di storia, si astrae un’idea di pericolosità sociale mista ad ignoto. Si immagina un mondo in cui si vive ancora nelle capanne e si balla al ritmo di tamburi.
Clandestini. Negli anni Cinquanta i giornali parlavano di “invasione di clandestini” a Roma. Non erano africani, non venivano coi barconi, e non erano nemmeno albanesi o romeni: lavoratori italianissimi, provenienti dal Meridione, non potevano prendere la residenza nella Capitale perché, secondo una legge approvata in epoca fascista, per avere la residenza serviva un contratto di lavoro regolare. Così, molti restavano a Roma, lavorando magari in nero, senza essere registrati: erano “clandestini”, una definizione che già allora evocava disprezzo. Più tardi, negli Anni Settanta, il termine è stato associato al terrorismo: il militante delle BR viveva “in clandestinità”, ed era per questo pericoloso e sfuggente. Alla fine degli anni Ottanta il vocabolo è entrato nel lessico comune per indicare i migranti irregolari, ma ha ereditato le connotazioni minacciose del passato.
Cultura, multiculturalismo, intercultura. I migranti che sbarcavano a Ellis Island, negli Stati Uniti, erano classificati a seconda della “razza” di appartenenza. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, la parola “razza” è stata screditata perché erede del lessico nazista e antisemita: così, si è cominciato a dire che gli immigrati sarebbero portatori di “culture” diverse, descritte a volte come primitive e animalesche, altre volte come esotiche, affascinanti, misteriose, tribali. Spesso ci si dimentica che ogni persona fa le sue scelte, non è un prodotto meccanico della propria “tradizione”: eppure, quando si parla di migranti, sembra che i gesti, i comportamenti, le mentalità siano dettate esclusivamente dalle “loro culture”, concepite quasi sempre come immodificabili. Da questo punto di vista, la “cultura” è usata spesso come sinonimo eufemistico di “razza”.
Etnia, etnico. Il concetto di “etnia” è un parto degli scienziati razzisti dell’Ottocento, ed poi divenuto un termine comune nel lessico coloniale: gli europei hanno classificato in rigidi compartimenti “etnici” gruppi la cui identità era assai più fluida e meno definita. Emblematico il caso del Ruanda, dove due classi sociali – gli agricoltori “hutu” e gli aristocratici “tutsi” – sono state trasformate in “etnie”, a loro volta concepite secondo una gerarchia razziale: i tutsi “quasi-bianchi”, gli hutu “più neri”, dunque inferiori. Ancor oggi, il lessico comune tende a etnicizzare i fenomeni sociali, cioè a leggerli in termini di etnie diverse, irriducibili, non comunicanti tra loro. Spesso, quelle che definiamo “etnie” sono identità mobili, fluidi, in perenne mutazione, largamente “meticciate”  e mescolate con le culture maggioritarie.
Immigrato, migrante. La mobilità umana è sempre esistita: già la Bibbia, nel libro dell’Esodo, ci parla di una grande migrazione dall’Egitto. Eppure, parole come “immigrato” e “migrante” sono relativamente recenti: secondo storici come Gerard Noiriel e Donna Gabaccia, è solo alla fine dell’Ottocento che entrano prima nel lessico giuridico, poi in quello comune. Perché? La risposta, forse, va cercata nei testi normativi dell’epoca: per esempio, l’Aliens Act inglese del 1905 (la legge che introduce per la prima volta i controlli di frontiera) definisce immigrato come “colui che viaggia in terza classe”, cioè come lo straniero povero, che si sposta in cerca di lavoro. Ancora oggi, quando si parla di “immigrati”, si allude alla povertà: quando un non-povero lascia il proprio paese, si preferisce definirlo “expat” (espatriato), o magari “cervello in fuga”.
Invasione. Lasciato in soffitta il suo utilizzo nel linguaggio militaresco, oggi sembra riguardare più quello domestico (invasi dalle formiche o dai parassiti) ma lo si adatta alle persone. Poco conta che nella realtà in un Paese di 60 milioni di abitanti siano giunte nello scorso anno 170 mila persone, in gran parte già fuggite verso altri lidi. Poco importa che il fenomeno incida per meno dello 0,2% rispetto alla popolazione: questo 0,2% è potenzialmente riconosciuto come in grado di tramutare l’Italia in un emirato, diffondere epidemie, o deformare totalmente una preesistente identità comune. La stessa fobia che si ha appunto con le formiche: chi invoca i cannoni verso i barconi spesso ha come retropensiero l’insetticida.
Rifugiato. Così come le migrazioni, anche l’esilio e la fuga esuli esistono dalla notte dei tempi. Eppure, parole come “rifugiato” o “richiedente asilo” sono invenzioni recenti: nascono con la chiusura delle frontiere, agli inizi del XX secolo. Gli Stati europei cominciano allora a sorvegliare i confini, a chiedere visti di ingresso, a respingere i migranti “indesiderabili”: ma si accorgono che tra le persone respinte vi sono anche i perseguitati politici e coloro che fuggono da guerre e violenze. Nasce così l’esigenza di distinguere gli immigrati “economici” (da allontanare, o comunque da controllare) e i “rifugiati” (da accogliere). È una distinzione, però, che serve agli Stati per tenere ben chiuse le frontiere: gli uomini e le donne abbandonano i propri paesi per motivi complessi, che possono includere sia ragioni economiche sia necessità di protezione.
Sicurezza/degrado Bei tempi quelli in cui col primo termine si indicava la necessità di aver garantite condizioni decenti di lavoro, di welfare, una prospettiva di vita futura. E bei tempi quelli in cui ad essere in degrado era un edificio malmesso e ad essere degradati erano ufficiali felloni. Da quasi 20 anni questi termini sono utilizzati, anche se non soprattutto, in ambienti progressisti per indicare realtà di marginalizzazione, vera o presunta, da cui difendersi: e, manco a dirlo, la “marginalità” è regolarmente associata alle migrazioni. Degrado e sicurezza diventano sinonimi di “allarme”, e si contribuisce a creare una percezione fondata sulla paura. Nel corso degli anni sono nati assessorati alla sicurezza, e hanno svolto un ruolo maggiore, anche politico, i Comitati provinciali per l’ordine e la sicurezza (esautorando in parte le istituzioni elette). “Garantire la sicurezza combattendo il degrado” è divenuto slogan imprescindibile per qualsiasi amministratore.
Tratta/trafficanti. Un tempo la tratta era quella delle persone che venivano prese, comprate nei paesi di provenienza, per farne braccia da lavoro forzato: si pensi al mercato atlantico degli schiavi gestito dalle potenze europee. I “trafficanti” di allora venivano chiamati mercanti. Oggi centinaia di migliaia di persone arrivano nei paesi UE per propria volontà, per migliorare le proprie condizioni di vita: i “trafficanti” non sono più mercanti ma diventano “scafisti”, “criminali”, “sfruttatori di merce umana”. La loro esistenza viene spacciata come causa delle migrazioni, quando è invece un effetto della chiusura delle frontiere (non potendo entrare legalmente in Europa, ci si rivolge a chi organizza ingressi irregolari). Nel frattempo, nessuno si preoccupa delle condizioni di sfruttamento dei lavoratori migranti nelle campagne: nella retorica comune, è “schiavista” chi organizza il viaggio, non chi usa il lavoro forzato altrui…
Zingaro/i Non sono mai piaciuti a nessuno, inutile dirlo, per molteplici ragioni e pregiudizi. Ma per tanto tempo, il termine era associato ad una idea romantica di libertà, di rapporto con l’arcano, di rottura voluta dei legami e delle convenzioni sociali. L’immagine dello zingaro libero “figlio del vento” era anch’essa uno stereotipo, ma uno stereotipo “positivo”: oggi la parola “zingaro” è invece un insulto, un sinonimo di ladro, profittatore, violento e marginale. Da europarlamentari che li definiscono impunemente “feccia della società” a ordinanze comunali che, ignorando qualsiasi divieto di discriminazione, si riferiscono direttamente ad un indistinto mondo “zingaro” da controllare e perseguire.
Ma immigrato è un termine svalutativo? E zingaro? L’etnia è una cosa che tutti hanno o solo qualcuno? E come è cambiata la connotazione di clandestino dalla canzone di Manu Chao? Attorno al fenomeno migratorio si è costruito un lessico che molto spesso carica di ambiguità negativa termini teoricamente neutri. Come immigrato, per esempio, che in certi contesti è assurto a sinonimo di soggetto potenzialmente pericoloso.
Scegliere di non utilizzare certi termini, e di sostituirli con altri sfidando talvolta la semantica, però non è sempre la strada migliore: le parole sono il veicolo dei nostri pensieri e “truccarle”, anche se con le migliori intenzioni, rischia di portare fuori strada. A seguire, un estratto parziale di questo lessico.
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Cittadini si nasce o si diventa?
di Nadia Urbinati, su www.repubblica.it (17/10/2015)
La legge appena approvata alla Camera sul riconoscimento di cittadinanza a residenti non italiani, importante sotto molti aspetti e benvenuta, ne è un esempio. Essa stabilisce che acquisisce la cittadinanza italiana chi è nato nel territorio della repubblica da genitori stranieri, di cui almeno uno sia in possesso del permesso di soggiorno Ue per soggiornanti di lungo periodo. Perché chi è nato in Italia abbia diritto alla cittadinanza deve dimostrare che almeno un genitore sia nella norma. La nascita non è sufficiente, dunque, e lo ius soli non è automatico. Il destino del bimbo o della bimba sta se così si può dire nella mani dei genitori (e dello Stato ospitante). Questa regola modera lo ius soli, il quale nella sua connotazione normativa dà priorità alla persona, ovvero ai nati e non a chi li ha messi al mondo. Gli Stati Uniti danno un'idea della radicalità di questo principio se interpretato come diritto del singolo. Nella patria dello ius soli meno annacquato o più genuino, è sufficiente per un bimbo essere nato dentro i confini della federazione per essere cittadino americano. E così può succedere, che genitori stranieri decidano di "regalare" al loro figlio la cittadinanza americana facendolo nascere sul suolo americano. Ciò è sufficiente a richiedere ed ottenere il passaporto, anche se i genitori non sono residenti e anche se sono "clandestini". Neppure la Francia, il paese europeo più aderente allo ius soli, è così inclusivo e – soprattutto— tanto rispettoso dei diritti della singola persona.
L'interpretazione di "nascita" e "acquisizione" della cittadinanza è come si vede tutt'altro che semplice. E del resto, questa complessità interpretativa è testimoniata dall'esistenza in Italia di un altro regime di cittadinanza, quello detto dello ius sanguinis: un regime che vale solo per gli italiani etnici, per cui nascere in Argentina o in Australia da genitori di genitori italiani (avere un bisnonno nato in Italia) dà diritto a richiedere il passaporto italiano dopo aver trascorso un breve periodo di residenza nel paese. Per ovvie ragioni, il contesto famigliare è in questo caso determinante.
Ma perché dovrebbe esserlo anche per lo ius soli? Certo, considerato il fondamento nazionale della cittadinanza nei paesi europei, la legge appena approvata dalla Camera è un passo avanti importante e la reazione della Lega (che ha già annunciato un referendum abrogativo qualora il Senato non cambi il testo) lo dimostra. C'è però da augurarsi che il passo avanti compiuto si faccia più coraggioso, perché la cittadinanza a chi nasce in Italia e non è maggiorenne dipende ancora da una dichiarazione di volontà espressa da un genitore o da chi esercita la responsabilità genitoriale.
Al di là della moderazione interpretativa del principio dello ius soli, questa nuova legge in discussione presenta inoltre un aspetto di discriminazione che sarebbe fortemente desiderabile correggere, perché stride non soltanto col proclamato principio dello ius soli, ma prima ancora con quello dell'eguale dignità delle persone. Come si è detto, la nascita sul suolo italiano non è sufficiente, se altre condizioni non sono presenti, due in particolare: la frequenza scolastica e la condizione economica della famiglia.
Nel primo caso, il bambino nato o entrato nel paese prima della maggiore età deve dimostrare di aver frequentato almeno cinque anni di scuola pubblica. Per uno straniero la condizione di alfabetizzazione può aver senso anche perché è nel suo stesso interesse conoscere la lingua del paese. Tuttavia se si tratta di un bambino nato e socializzato in Italia, è davvero giustificabile attendere l'attestato della quinta elementare? La seconda condizione è grave in sé perché introduce un fattore di discriminazione. Torniamo al caso dei nati in Italia, per i quali è necessario che almeno un genitore sia in possesso di "permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo" per richiedere la cittadinanza. Ora, sappiamo che per avere questo permesso, il residente straniero deve dimostrare non solo di aver vissuto in Italia da almeno cinque anni, ma anche di avere un reddito superiore all'assegno sociale (circa mille euro al mese o poco più) e un "alloggio idoneo". Come possono due bambini nati in Italia essere considerati diversi ai fini della cittadinanza per questioni economiche – di cui non sono tra l'altro responsabili? Come possono due bimbi giustificare a se stessi che solo chi dei due è meno povero merita di essere cittadino? Può essere la povertà una ragione di esclusione? È augurabile che il legislatore veda la contraddizione insita in questa norma rispetto al significato della cittadinanza moderna, per cui è proprio chi ha poco o nessun potere sociale ed economico ad avere più bisogno del potere politico.

Cittadini si nasce o si diventa. Facile a dirsi, difficile a farsi. Non foss'altro perché, quando si tratta di decidere sull'appartenenza al corpo politico, sul potere di cittadinanza, verbi come "nascere" e "diventare" sono oggetto di interpretazioni discordanti e difficilmente riducibili a formule semplici. La legge appena approvata alla Camera sul riconoscimento di cittadinanza a residenti non italiani, importante sotto molti aspetti e benvenuta, ne è un esempio. Essa stabilisce che acquisisce la cittadinanza italiana chi è nato nel territorio della repubblica da genitori stranieri, di cui almeno uno sia in possesso del permesso di soggiorno Ue per soggiornanti di lungo periodo. Perché chi è nato in Italia abbia diritto alla cittadinanza deve dimostrare che almeno un genitore sia nella norma. La nascita non è sufficiente, dunque, e lo ius soli non è automatico. Il destino del bimbo o della bimba sta, se così si può dire, nella mani dei genitori (e dello Stato ospitante).
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Ma quale "teoria gender": l'elefante con la valigia e la coraggiosa Cappuccetto Rosso insegnano la parità di genere
di Laura Eduati, su www.huffingtonpost.it (10/10/2015)

"L'elefante con la valigia è un maschio o una femmina?".

elefante_valigia

Daniela Paci è l'energica insegnante di una scuola per l'infanzia di Trieste, una delle 18 scuole della città dove hanno debuttato i corsi della cosiddetta "teoria gender" avversati dalla destra cattolica e dai gruppi come "Le sentinelle in piedi" e "Manif pour Tous".
A marzo, proprio a Trieste, scoppiò il putiferio: sui giornali locali questo nuovo tipo di approccio educativo venne bollato come "osé" perché, secondo le accuse, le maestre facevano toccare ai bambini le proprie parti intime e spingevano i maschietti a travestirsi da femminucce".
Il caso divenne internazionale - se ne occupò persino la stampa cinese - e ha aperto la stura a numerose iniziative di denuncia e boicottaggio, tra le quali la decisione del sindaco veneziano Luigi Brugnaro di togliere 49 titoli considerati pericolosi dagli scaffali degli asili. E con l'apertura dell'anno scolastico, il clima contro il "gender" è tornato pesante: nonostante l'80% delle famiglie abbia deciso di appoggiare la sperimentazione triestina sulla parità di genere, Paci preferisce che questo articolo non riporti il nome dell'istituto scolastico dove lavora.
"Una campagna diffamatoria", si indigna Lucia Beltramini, ricercatrice e docente alle università di Trieste e Udine che insieme alla Paci e alla responsabile dell'associazione culturale Laby, Benedetta Gargiulo, ha inventato il contestato "Gioco del Rispetto": una scatola che contiene tra i vari materiali la favola di "Red e Blue", un bambino e una bambina che nella trama piangono, provano rabbia oppure gioia, senza distinzioni di sesso perché anche i maschietti possono piangere e le femminucce possono arrabbiarsi moltissimo.
"Il Gender Gap Index colloca l'Italia al 69mo posto nel mondo, 114ma per partecipazione ed opportunità economica delle donne", continua Beltramini, intervenuta sabato 19 settembre al visitatissimo convegno nazionale "Educare alle differenze" promosso a Roma dall'associazione "Scosse", "E nella mia esperienza con gli adolescenti ho notato come una coppia su dieci già abbia problemi di violenza di genere. Per questo bisogna puntare sulla prevenzione e dunque ci rivolgiamo ai bambini molto piccoli".
"Storia incredibile di due principesse" è uno dei 49 libri messi all'indice dal sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, perché considerato "gender":
"Quando pongo questa domanda ai miei bambini dell'asilo, la risposta è sempre la stessa: 'Maschio!'. E questo nonostante molti abbiano una mamma che lavora fuori casa, magari fa l'avvocato o l'insegnante e più volte l'abbiano vista con una valigia". Fa una pausa. "Questo per dimostrarvi che gli stereotipi di genere sono molto più forti dell'esperienza".
Daniela Paci è l'energica insegnante di una scuola per l'infanzia di Trieste, una delle 18 scuole della città dove hanno debuttato i corsi della cosiddetta "teoria gender" avversati dalla destra cattolica e dai gruppi come "Le sentinelle in piedi" e "Manif pour Tous".
A marzo, proprio a Trieste, scoppiò il putiferio: sui giornali locali questo nuovo tipo di approccio educativo venne bollato come "osé" perché, secondo le accuse, le maestre facevano toccare ai bambini le proprie parti intime e spingevano i maschietti a travestirsi da femminucce".
Il caso divenne internazionale - se ne occupò persino la stampa cinese - e ha aperto la stura a numerose iniziative di denuncia e boicottaggio, tra le quali la decisione del sindaco veneziano Luigi Brugnaro di togliere 49 titoli considerati pericolosi dagli scaffali degli asili. E con l'apertura dell'anno scolastico, il clima contro il "gender" è tornato pesante: nonostante l'80% delle famiglie abbia deciso di appoggiare la sperimentazione triestina sulla parità di genere, Paci preferisce che questo articolo non riporti il nome dell'istituto scolastico dove lavora.
"Una campagna diffamatoria", si indigna Lucia Beltramini, ricercatrice e docente alle università di Trieste e Udine che insieme alla Paci e alla responsabile dell'associazione culturale Laby, Benedetta Gargiulo, ha inventato il contestato "Gioco del Rispetto": una scatola che contiene tra i vari materiali la favola di "Red e Blue", un bambino e una bambina che nella trama piangono, provano rabbia oppure gioia, senza distinzioni di sesso perché anche i maschietti possono piangere e le femminucce possono arrabbiarsi moltissimo.
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