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L’Africa e il dramma dell’immigrazione. Che non finirà.
Traduzione a cura di Luciana Buttini, dall'articolo originale di Tidiane Kassé pubblicato su Pambazuka (7/5/2016)

L’immigrazione è vecchia quanto l’Africa stessa. Da sempre le persone si sono spostate in cerca di una vita migliore. In Africa la crisi economica alimentata dalle politiche di sviluppo imposte nel continente da parte della Banca Mondiale, del Fondo Monetario Internazionale (FMI) e di altri donatori, è uno dei fattori che spinge alcuni a intraprendere pericolose traversate verso l’Europa nel tentativo di migliorare la loro sorte.
In alcune culture africane, il viaggio è un atto iniziale. Si diventa uomini quando si lascia la propria famiglia e si va lontano per conoscere altre persone e altre culture, per confrontarsi con le vere realtà del mondo. Questo significa rinunciare al conforto e alle cure di una madre, alla protezione di un padre. Andare via equivale ad acquisire maggiore esperienza; tornare significa arricchire il proprio gruppo con ciò che si è appreso nell’altro mondo. Questa mentalità segna in maniera indelebile i Soninkés, una comunità transfrontaliera che vive tra il Senegal, il Mali e la Mauritania. In questa zona, i villaggi sono vuoti. Nelle case risuonano essenzialmente le risate delle donne e le grida dei bambini. Gli uomini sono partiti. Sono emigrati altrove. I Soninkés sono una delle popolazioni che si sposta di più in Africa e questo continua dai tempi dell’Impero del Ghana (8°-11° secolo).
A Diawara, un villaggio Soninké che si trova a 800 chilometri dalla capitale senegalese Dakar, più del 50% della popolazione è di nazionalità francese. Quasi tutti sono migranti di ritorno, che rientrano per ristabilirsi nella loro terra d’origine una volta che i loro percorsi in Europa o in Africa si sono conclusi. Coloro che non sono ancora ritornati hanno lasciato le loro mogli e i loro figli in dimore di lusso. Le abitazioni che si sviluppano a Diawara danno l’impressione di un benessere inaspettato. Televisori, frigoriferi, condizionatori, etc. sono dietro le mura. Lontano da Dakar, non si può minimamente immaginare la situazione delle zone rurali dove la povertà colpisce il 70% della popolazione.
Ogni mese, i migranti dalla Francia, dalla Germania, dall’Italia o da qualsiasi altra parte del mondo mandano alle loro famiglie denaro per coprire le spese mensili. Spese mediche, tasse scolastiche, qualsiasi cosa per assicurare il benessere della famiglia. Nella comunità dei Soninkés, il successo dell’emigrazione viene misurato dalla facilità con cui la famiglia viene lasciata nel villaggio. Le rimesse dei migranti sono considerevoli. Infatti nel 2015 la Banca Mondiale ha stimato che i trasferimenti di denaro provenienti dall’emigrazione sono stati pari a 601 miliardi di dollari, compresi i 441 miliardi di dollari ai Paesi in via di sviluppo. In Senegal, questo circuito è stato alimentato da circa 2 miliardi di dollari e questo è molto di più dei contributi degli Aiuti Pubblici allo Sviluppo (APS).
L’immigrazione è vecchia quanto l’Africa stessa. Da sempre le persone si sono spostate in cerca di una vita migliore. In Africa la crisi economica alimentata dalle politiche di sviluppo imposte nel continente da parte della Banca Mondiale, del Fondo Monetario Internazionale (FMI) e di altri donatori, è uno dei fattori che spinge alcuni a intraprendere pericolose traversate verso l’Europa nel tentativo di migliorare la loro sorte.
In alcune culture africane, il viaggio è un atto iniziale. Si diventa uomini quando si lascia la propria famiglia e si va lontano per conoscere altre persone e altre culture, per confrontarsi con le vere realtà del mondo. Questo significa rinunciare al conforto e alle cure di una madre, alla protezione di un padre. Andare via equivale ad acquisire maggiore esperienza; tornare significa arricchire il proprio gruppo con ciò che si è appreso nell’altro mondo. Questa mentalità segna in maniera indelebile i Soninkés, una comunità transfrontaliera che vive tra il Senegal, il Mali e la Mauritania. In questa zona, i villaggi sono vuoti. Nelle case risuonano essenzialmente le risate delle donne e le grida dei bambini. Gli uomini sono partiti. Sono emigrati altrove. I Soninkés sono una delle popolazioni che si sposta di più in Africa e questo continua dai tempi dell’Impero del Ghana (8°-11° secolo).
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Non muri, ma ponti. Diritti umani, ma anche ecumenismo
Accogliendo in Italia a Fiumicino il secondo gruppo di profughi (musulmani e cristiani) dalla Siria e dall'Iraq attraverso i corridoi umanitari, ho richiamato il primo articolo del Trattato di Lisbona, la "Costituzione" dell'Europa: "l'Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana della libertà, della democrazia, dell'uguaglianza, dello stato di diritto, del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze".
La vera Europa non ha muri, ma costruisce ponti. I corridoi umanitari sono nati dalla collaborazione fra cattolici e protestanti - la Comunità di Sant'Egidio, la Federazione delle Chiese evangeliche, le Chiese valdesi e metodiste- in sinergia con il governo italiano. La società civile, su tutto il territorio nazionale, provvede in totale autonomia finanziaria all'accoglienza, all'insegnamento della lingua italiana, alle cure mediche di cui molti di loro hanno bisogno.
Questo progetto coniuga insieme solidarietà e legalità, permettendo ai profughi di arrivare in Europa in maniera sicura, evitando le morti in mare e il ricorso ai trafficanti di esseri umani, dopo uno screening legale accurato. Sono un atto di solidarietà verso famiglie in gravi condizioni di vulnerabilità, ma anche una protesta europea e civile contro la guerra che da troppi anni insanguina la Siria. Abbiamo bisogno di pace presto in questo paese.
di Andrea Riccardi, su www.huffingtonpost.it (4.5.2016)

Accogliendo in Italia a Fiumicino il secondo gruppo di profughi (musulmani e cristiani) dalla Siria e dall'Iraq attraverso i corridoi umanitari, ho richiamato il primo articolo del Trattato di Lisbona, la "Costituzione" dell'Europa: "l'Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana della libertà, della democrazia, dell'uguaglianza, dello stato di diritto, del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze".
La vera Europa non ha muri, ma costruisce ponti. I corridoi umanitari sono nati dalla collaborazione fra cattolici e protestanti - la Comunità di Sant'Egidio, la Federazione delle Chiese evangeliche, le Chiese valdesi e metodiste - in sinergia con il governo italiano. La società civile, su tutto il territorio nazionale, provvede in totale autonomia finanziaria all'accoglienza, all'insegnamento della lingua italiana, alle cure mediche di cui molti di loro hanno bisogno.
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Contro razzisti, intolleranti e seguaci di Trump ecco il Vangelo dei migranti
di Darwin Pastorin, su www.huffingtonpost.it (28.4.2016)

Non ci sarà mai pace per i migranti, in terra come in mare. Londra respinge migliaia di minori siriani, il Mediterraneo è diventato il più grande cimitero del mondo, l'America rischia di finire nelle mani di un miliardario che vorrebbe rispedire in Messico milioni e milioni di clandestini (che stanno costruendo, con le loro fatiche e il loro sudore, gli Stati Uniti) e ovviamente chi si fa i selfie con Trump? Matteo Salvini.
L'Austria vira pericolosamente a destra. In tanto caos, fra tanta intolleranza ecco alzarsi la voce, così chiara, così perfetta, di Erri De Luca. Sono un estimatore da sempre dello scrittore napoletano: amo il suo modo di vedere e di sentire tutte le cose, la scelta degli aggettivi, la parola mai una volta banale. Nei suoi romanzi o nei suoi racconti, così come nelle sue poesie, ci svela la profondità dell'animo umano, con le sue rive e i suoi abissi, con chi conosce l'umile gesto del dividere il pane o chi fa dell'indifferenza il proprio sentire, il proprio cinico abito esistenziale. De Luca, con il suo ultimo, breve e folgorante, lavoro (La faccia delle nuvole, Feltrinelli) ci propone un antidoto all'odio e al rancore di questi tempi, rileggendo, in una specie di Vangelo apocrifo, la storia antica di una famiglia di migranti: Iosèf, Miriàm e il figlio Ièshu. Giuseppe, Maria e Gesù. Ci dà, soprattutto, lo sguardo del padre.
Un uomo, ma forse anche ragazzo, (perché pensarlo vecchio?) smarrito, che "crede nell'inverosimile notizia" di Maria incinta "perché la ama". E "cedere in amore non è cedere, ma accrescere, aggiungere manciate di fiducia ardente". Iosèf insegna al figlio i segreti del proprio mestiere, il carpentiere. Ed ecco, fin dalle prime pagine, un'immagine che ci prende il cuore: "Quando Iéshu si troverà issato sul patibolo romano, starà tra i rumori e gli odori di bottega. La resina del trave si seccherà in cristalli insieme al sangue". Ci sarà, nella morte, il trionfo del figlio, e quel padre si toglierà dalla scena "assunto a protettore dei falegnami, uno dei tanti mestieri, uno dei tanti santi in calendario. La sua biografia sfuma nell'ombra larga del figlio. Succede ai padri umili di creature grandiose".
Seguiamo il cammino di questa famiglia: Betlemme, i re Magi (che non vanno giù a Giuseppe: "Non mi fido dei ricchi, dei potenti. hanno sempre un secondo pensiero, un altro scopo. Che ci vengono a fare, a visitare la nostra povertà?"), la strage dei bambini voluta da Erode ("Stanno togliendo di mezzo una generazione!", come accadde nei giorni neri delle dittature sudamericane, come sta accadendo ora nel disprezzo della generosità umana), la fuga in Egitto, ma anche l'umile passione dei pastori che qui, in questo struggente apocrifo, parlano napoletano, il dialetto di tanti che sono partiti. Iosèf, meridionale di Betlemme in Giudea, comincia a preoccuparsi per il destino della sua famiglia e, soprattutto, per quel figlio "il più piccolo latitante della storia. E pare che lo sappia, di essere un clandestino".
Erri De Luca ci narra la storia, che ben conosciamo, con frasi di assoluta modernità: "il giovane emigrante, pochi bagagli ben legati e via, la notte stessa", "Sarà arrivato al posto frontiera e avrà chiesto il permesso di soggiorno. Provo a ricostruire il disbrigo delle formalità", "richiesta di asilo politico", "Erano i tempi in cui un paese favoriva i flussi migratori di forza lavoro, che aumentavano la produzione e la prosperità. A quel tempo non esistevano pregiudizi razziali e discriminazioni sul colore della pelle. Erano accolti anche i sospetti visi pallidi e biondi".
Gesù predicherà, guarirà, si sentirà solo, porterà la speranza, "ama il prossimo tuo come te stesso", si sacrificherà, sfiderà i mercanti del Tempio. Lui non assomigliava a nessuno, e non è stato da molti capito: "La faccia delle nuvole è il destino di chi viene scambiato per qualcun altro. Essere frainteso: faceva guarire e allora accorrevano ai suoi passi, ma non era quella la sua specialità. Un'insegna all'esterno, sulla strada, non è il negozio. Un nome non è la persona che lo porta. Una rassomiglianza non fa l'appartenenza. Semplicemente lui non apparteneva al mondo". Lui, che "dimostrava senz'armi il sovvertimento delle gerarchie e delle potenze". Piacerebbe a Papa Francesco, ne sono sicuro, questo Vangelo dei migranti di Erri De Luca. A Francesco, sì: che va dove il dolore è più forte, dove le lacrime sono ferite. Nel nome del figlio di un carpentiere, che fu latitante e clandestino.
Non ci sarà mai pace per i migranti, in terra come in mare. Londra respinge migliaia di minori siriani, il Mediterraneo è diventato il più grande cimitero del mondo, l'America rischia di finire nelle mani di un miliardario che vorrebbe rispedire in Messico milioni e milioni di clandestini (che stanno costruendo, con le loro fatiche e il loro sudore, gli Stati Uniti) e ovviamente chi si fa i selfie con Trump? Matteo Salvini.
L'Austria vira pericolosamente a destra. In tanto caos, fra tanta intolleranza ecco alzarsi la voce, così chiara, così perfetta, di Erri De Luca. Sono un estimatore da sempre dello scrittore napoletano: amo il suo modo di vedere e di sentire tutte le cose, la scelta degli aggettivi, la parola mai una volta banale. Nei suoi romanzi o nei suoi racconti, così come nelle sue poesie, ci svela la profondità dell'animo umano, con le sue rive e i suoi abissi, con chi conosce l'umile gesto del dividere il pane o chi fa dell'indifferenza il proprio sentire, il proprio cinico abito esistenziale. De Luca, con il suo ultimo, breve e folgorante, lavoro (La faccia delle nuvole, Feltrinelli) ci propone un antidoto all'odio e al rancore di questi tempi, rileggendo, in una specie di Vangelo apocrifo, la storia antica di una famiglia di migranti: Iosèf, Miriàm e il figlio Ièshu. Giuseppe, Maria e Gesù. Ci dà, soprattutto, lo sguardo del padre.
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Non c'è Liberazione se si alzano muri
22 aprile 2016
Lettera aperta alle donne che vogliono un altro genere di Europa
Il 25 aprile festeggeremo come sempre l’anniversario della Liberazione. Ma in quale liberazione oggi possiamo riconoscerci come cittadine europee?
Di fronte alle tragiche morti nel Mediterraneo, e alla terribile condizione di migliaia di richiedenti asilo davanti alle frontiere chiuse e ai fili spinati, c’è chi in nome dell’Europa pronuncia parole intrise di razzismo e di crudele indifferenza. Rinascono – o forse non sono mai scomparse – regressive logiche patriarcali e nazionaliste nemiche dei diritti umani e delle libertà. Poter andare dove si vuole, dice Hannah Arendt, è il gesto originario dell’essere liberi, e questo le donne lo sanno bene.
Sbarrare le porte dell’Europa a migliaia di persone in fuga da guerre e violenze, o costringerle ad ammassarsi nei disumani campi profughi, davanti a frontiere improvvisamente risorte nonostante Schengen, significa violare i loro diritti e accettare anche di vederle morire davanti ai nostri occhi, com’è accaduto tempo fa alla frontiera macedone dove tre giovani, tra cui una donna, sono stati travolti dai gorghi del fiume Suva Reka nel tentativo di passare a nuoto il confine.
Ma non basta. Adesso istituzioni e governi propongono respingimenti collettivi con il ricorso a forze di polizia eufemisticamente chiamate “Guardia costiera e di frontiera europea”.
"Se non saremo in grado di proteggere le nostre frontiere esterne allora questo potrebbe portare a una grave perturbazione del nostro mercato interno", ha detto la cancelliera tedesca Angela Merkel. Grave perturbazione del mercato? Rifiutiamo questa mercificazione della vita umana. Primum vivere, prima le persone. E infatti, nonostante tutto, continua per fortuna la splendida solidarietà di tante persone comuni, e il lavoro eroico della gente di mare che salva ogni giorno quante più vite possibile a Idomeni, in Macedonia, a Lampedusa… Ma non basta.
Come Rete femminista “No muri, no recinti” già dallo scorso ottobre abbiamo lanciato un appello per  chiedere un altro genere di politiche europee sull’immigrazione, che ha raccolto numerose adesioni di gruppi e associazioni di donne in Italia, in Spagna e in Grecia. Vogliamo che l’Europa accolga le persone migranti con dignità, umanità e sicurezza, sottraendole alla violenza e allo sfruttamento degli scafisti e dei passeur.
La nostra petizione su Change.org (L’Europa apra le porte ai migranti e usi i finanziamenti per garantire viaggi aerei sicuri) ha raccolto finora oltre 2.200 firme e le stiamo inviando alle parlamentari europee per sollecitarle a considerare le proprie responsabilità in merito. La nostra proposta è molto concreta: l’Europa smetta di finanziare la Turchia dove non si rispettano i diritti umani, e usi quei soldi per salvare le persone in fuga dalla morte in mare, organizzando viaggi sicuri e un’accoglienza degna sul suolo europeo.  Questo significa per noi festeggiare il 25 aprile, oggi.
Ecco quindi perché ti mandiamo questa lettera aperta. A te, cara amica nota o sconosciuta, chiediamo di firmare, ringraziandoti di cuore.
Rete Femminista “No muri, no recinti”
Rete “No muri, no recinti” (23.04.2016)

Lettera aperta alle donne che vogliono un altro genere di Europa. Il 25 aprile festeggeremo come sempre l’anniversario della Liberazione. Ma in quale liberazione oggi possiamo riconoscerci come cittadine europee?
Di fronte alle tragiche morti nel Mediterraneo, e alla terribile condizione di migliaia di richiedenti asilo davanti alle frontiere chiuse e ai fili spinati, c’è chi in nome dell’Europa pronuncia parole intrise di razzismo e di crudele indifferenza. Rinascono – o forse non sono mai scomparse – regressive logiche patriarcali e nazionaliste nemiche dei diritti umani e delle libertà. Poter andare dove si vuole, dice Hannah Arendt, è il gesto originario dell’essere liberi, e questo le donne lo sanno bene.
Sbarrare le porte dell’Europa a migliaia di persone in fuga da guerre e violenze, o costringerle ad ammassarsi nei disumani campi profughi, davanti a frontiere improvvisamente risorte nonostante Schengen, significa violare i loro diritti e accettare anche di vederle morire davanti ai nostri occhi, com’è accaduto tempo fa alla frontiera macedone dove tre giovani, tra cui una donna, sono stati travolti dai gorghi del fiume Suva Reka nel tentativo di passare a nuoto il confine.
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Insegnare la resilienza a casa ed a scuola
La resilienza è la capacità di reagire alle difficoltà e alle sfide della vita, trasformandole in opportunità e andando avanti nonostante le delusioni e le frustrazioni. Si tratta di una risorsa indispensabile, insieme all’autostima, per crescere affrontando la vita a testa alta. Una persona dotata di resilienza è una persona più serena.
Insegnare ai propri figli ad essere resilienti è un’impresa più difficile di quanto possa sembrare.
Vedo molto spesso genitori che adottano un atteggiamento di iperprotezione, come se volessero inglobare il proprio figlio dentro una campana di vetro ed evitargli ogni frustrazione e infelicità; gli danno sempre ragione mentre il resto del mondo ha torto.
È impossibile proteggere per sempre i bambini e ragazzi dalle cose che potrebbero renderli tristi o in cui potrebbero incontrare delle difficoltà. E' anche estremamente dannoso. Molte coppie non riescono a rendersene conto e perdurano a mantenere nel tempo questo atteggiamento che a lungo andare si rivela controproducente perché non permette un pieno sviluppo della personalità.
Proverò di seguito ad analizzare alcune situazioni che si possono presentare nella vita quotidiana e che richiedono l’uso di questa "famosa" resilienza.
Quando vostro figlio (o figlia) vi chiede di potersi cimentare in un compito, lasciatelo tentare (ovviamente se non mette in gioco la sua sicurezza fisica). Anche se vi sembrerà troppo complesso rispetto alle sue abilità, dategli libertà. Potrebbe stupirvi! Se così non fosse avrà imparato un nuovo modo di non riuscire a fare una cosa, gliene restano sempre altri 99 per imparare a farla bene (pensiero rivolto al positivo, sempre!).
sostieni_educareit
Insegnate a vostro figlio ad aspettare. Insegnategli che non tutto arriva pronto per essere mangiato o non tutto può essere comprato subito. Spiegategli perché non è possibile fare quella cosa in quel dato momento (non valgono le spiegazioni che sento spesso “perché lo dico io”, quelle non sono spiegazioni). Vero, le prime volte si ribellerà, potrà lamentarsi... ma ricordatevi che nella vita non avrà tutto e subito. E’ è meglio insegnargli fin da subito che ciò che ha arriva grazie al sacrificio e all’impegno.
Valutate le richieste di vostro figlio in base all’importanza e alle motivazioni. Se vi chiede un giocattolo o un capo di abbigliamento o un taglio di capelli solo perché va di moda e ce l’hanno tutti i suoi amici, spiegategli che non sono motivazioni sufficienti per essere necessariamente accontentati. Insegnategli anche a rendersi diverso dalla massa, a ragionare con la sua testa, a volere quel cappello o quella maglia perché gli piace e non perché altrimenti i suoi amici lo prendono in giro.
Gli errori e le cadute servono a crescere, servono a rialzarsi più forti e determinati di prima. Non è tenendolo chiuso dentro una bolla di vetro che gli impedirete di soffrire. Insegnateli piuttosto ad affrontare gli ostacoli!
Resistete al forte impulso di correre ad aiutarlo appena lo vedete in difficoltà: lasciatelo tentare. Le grandi teorie sono state create partendo da tentativi ed errori!
Lasciategli vivere le proprie emozioni, anche quelle particolarmente forti e dolorose. Non sminuite mai i suoi sentimenti, siate il suo porto sicuro ma senza mai sostituirvi.
di Federica Ghirardo, su www.educare.it (12.04.2016)

La resilienza è la capacità di reagire alle difficoltà e alle sfide della vita, trasformandole in opportunità e andando avanti nonostante le delusioni e le frustrazioni. Si tratta di una risorsa indispensabile, insieme all’autostima, per crescere affrontando la vita a testa alta. Una persona dotata di resilienza è una persona più serena.Insegnare ai propri figli ad essere resilienti è un’impresa più difficile di quanto possa sembrare.Vedo molto spesso genitori che adottano un atteggiamento di iperprotezione, come se volessero inglobare il proprio figlio dentro una campana di vetro ed evitargli ogni frustrazione e infelicità; gli danno sempre ragione mentre il resto del mondo ha torto.
È impossibile proteggere per sempre i bambini e ragazzi dalle cose che potrebbero renderli tristi o in cui potrebbero incontrare delle difficoltà. E' anche estremamente dannoso. Molte coppie non riescono a rendersene conto e perdurano a mantenere nel tempo questo atteggiamento che a lungo andare si rivela controproducente perché non permette un pieno sviluppo della personalità. Proverò di seguito ad analizzare alcune situazioni che si possono presentare nella vita quotidiana e che richiedono l’uso di questa "famosa" resilienza.
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Insegnare la diversità ai bambini è il modo per superare i pregiudizi
di Antonio Rossano
Paolo Valerio, clinico della Federico II, spiega come evolve l’identità di genere
«L’identità è ciò che lentamente costruiamo nel nostro percorso evolutivo. Le prime esperienze di vita sono cruciali, fondamentali, sapendo che siamo tutti diversi gli uni dagli altri, come già le nostre impronte digitali ci dicono. E sviluppiamo capacità diverse, per ciascuno, di adattamento al mondo esterno. Oggi è un percorso più articolato. Siamo in un’epoca di continui cambiamenti».
A fornirci questa definizione di “identità” e della sua dimensione evolutiva è Paolo Valerio, direttore della Scuola di Specializzazione in Psicologia Clinica dell’Università Federico II di Napoli e presidente della Fondazione “Genere Identità Cultura”, uno dei massimi esperti clinici in Italia sulle questioni inerenti l’identità di genere. Una persona che ha fatto dell’inclusione e della lotta al pregiudizio una ragione, scientifica, di vita. La sua area di ricerca si sviluppa intorno all’identità di genere, ai transgenderismi , disordini della differenziazione sessuale ( DSD ) ed all’orientamento.
Professor Valerio quindi l’identità è un concetto dinamico-adattivo. E l’identità di genere?
«Il costrutto dell’identità di genere ha a che vedere con l’interazione di più fattori, il corpo che uno ha ed il contesto affettivo – emozionale nel quale si vive. Ed ha anche a che vedere con il caso. Quello che sappiamo è che ci sono alcune persone, bambini e bambine, che non si sentono in sintonia con il corpo che hanno, sentendo di appartenere a un genere diverso, rispetto a quello assegnatogli dai propri genitali. Vi sono processi la cui natura non è ancora ben chiara, penso, ad esempio all’unità mente-corpo. Quando parliamo di identità di genere o orientamento sessuale, dovremmo pensare all’immagine che Nancy Chodorow propone dell’arcobaleno, dove tutte le sfumature dei colori sono presenti nella nostra vita. L’identità di genere si forma intorno ai due – tre anni e poi lentamente va consolidandosi. Esistono bambini che vengono oggi definiti “gender variant” o “gender non conforming” e non sappiamo che identità di genere assumeranno».
E come si sviluppa il rapporto tra genere e società?
«È un rapporto difficile. Viviamo in un contesto che è ancora patriarcale, genderista ed etero normativo. E mi spiego. In una cultura più antica, pastorale, patriarcale appunto, il maschio era il perno della società, era quello a cui tutto faceva riferimento. Il genderista è colui che immagina che esistano solo due generi, maschio – femmina, e tutto quello che non rientra in questi viene visto come patologia. In un contesto etero normativo, l’eterosessualità è la norma, per cui tutto ciò che non è eterosessuale è anomalo. Di fronte a queste pretese “verità assolute”, ogni volta che si genera un cambiamento si genera una resistenza».
Alcuni sono convinti che questi cambiamenti sono frutto della modernità e relativi solo ad alcune culture. È vero?
«La diversità sessuale è un fenomeno ubiquitario e universale, trasversale alle culture ed alla storia: se pensiamo alla cultura indiana ricordiamo gli Hijras, una casta “fuori casta”, a quella italiana abbiamo i “femminielli” napoletani descritti già nel ’500 da Giovan Battista Della Porta, se pensiamo alla cultura Tailandese abbiamo i Kathoey e Ladyboys, e poi i Rae Rae della Polinesia ed i Muxe del Messico. Insomma il fenomeno c’è sempre stato. La morale giudaico – cristiana ha poi etichettato tutto questo come “peccato”. Interessante la storia: la prima volta in cui le relazioni “same sex” (tra lo stesso sesso) vengono depenalizzate è la Rivoluzione francese, per cui il successivo codice napoleonico non condanna più queste relazioni.
Ricordiamo che in precedenza tali comportamenti venivano puniti anche con il rogo: la stessa parola “finocchio” deriva dai fasci di finocchio che venivano buttati nei roghi dei sodomiti per non far sentire l’odore di carne bruciata. Quando ci fu l’unità d’Italia vi erano alcune norme che penalizzavano i comportamenti omosessuali, norme che venivano applicate prevalentemente da Torino a Roma ma non da Roma in giù, dove vi era una cultura più aperta. Durante il fascismo ci si chiese se fossero necessarie norme restrittive su questi comportamenti, fu poi deciso che il popolo italiano fosse così virile da non richiedere tali leggi, ancora confondendo identità di genere e orientamento sessuale. Perché quello che viene stigmatizzata principalmente è la femminilizzazione del maschio, maschio che viene penetrato, sodomizzato, non è ammissibile in una società patriarcale».
Eppure oggi il mondo sembra più aperto al cambiamento…
«In parte sì. Tutte quelle che una volta erano diversità patologiche sono oggi invece definite, secondo l’American Psychological Association, come fattori di variabilità: transessualismo, transgenderismo, gender variant, gender non conformity.Parte delle difficoltà ad affrontare questo cambiamento vengono dal fatto che abbiamo sempre vissuto in un contesto dove il binarismo di genere, maschio -femmina, è fondante. Con la consapevolezza che un mondo agito all’interno di un codice binario ha sempre visto la contrapposizione di due termini: maschio – femmina, bello – brutto, buono – cattivo, alto – basso, dove uno dei due termini ha sempre una connotazione negativa. Il mondo in cui viviamo oggi ci pone innanzi ad una molteplicità, un pluralismo di identità, nel quale l’autodeterminazione è cruciale.
In Germania, nel 2013, per i bambini con genitali che possono essere definiti ambigui o atipici, è stata aggiunta una terza “casella” a fianco alle tradizionali “m” o “f”. Da adulti questi bambini, una volta definiti “intersessuali”, oggi “con “disordine della differenziazione sessuale” o “con diverso sviluppo sessuale”, potranno scegliere di optare per uno dei due sessi o rimanere indeterminati. Anche i termini, come vede hanno una valenza importante per rimuovere le barriere e lo stigma».
Qual è la principale difficoltà che ha riscontrato in questo percorso?
«La necessità che chi lavora in questo campo abbia una formazione specifica e complessa ed articolata. Sono campi dove se non sai abbastanza non puoi davvero comprendere ed offrire un aiuto utile alle persone per il loro benessere psicofisico. Allora vorrei parlare di me stesso. Io lavoro in quest’ambito da oltre 20 anni ed una volta venne da me una ragazza, con la sua compagna, che voleva fare un cambiamento di sesso. E io, benché fossi già psicoterapeuta formato, non avevo però avuto strumenti conoscitivi sufficienti dai miei studi universitari, e pensai: “Ma perché deve fare tutto questo e non può accettare il rapporto affettivo con la compagna e sentirsi lesbica?”. Oggi non mi permetterei neanche di pensare questo, perché ho conosciuto bene questo mondo dove l’identità di genere è un elemento fondamentale della vita di una persona. Chiesi del tempo, ricominciai a studiare. Da li è nato un gruppo di lavoro e di studio.
Oggi penso che l’intervento chirurgico corrisponda ad un bisogno profondo di potersi sentire più a proprio agio in una nuova configurazione anatomica e genitale. La figura dello psicologo, in questi processi, è una figura di accompagnamento, ma anche una strada ineludibile per poter ottenere la certificazione di “gender variance” ed accedere sia al percorso endocrinologico che poi, eventualmente a quello chirurgico con il sostegno della sanità pubblica».
La mancanza di accettazione e di inclusione generano dolore. Nella sua storia professionale avrà visto molta sofferenza…
«Dolore e difficoltà tanto ed a tanti livelli: ricordo di un bambino, tornato dalle vacanze che il papà aveva portato con sé al lavoro in cantiere, per farlo diventare più “maschio”. Il bambino era triste perché non era potuto stare con la mamma e fare quello che voleva. Penso ad un episodio che mi ha raccontato un amico di una persona, transgender F to M (femmina che si identifica in maschio), di cui un amico sta scrivendo un libro che, negli anni ’50, si fece tagliare le gambe da un treno, per poter indossare i pantaloni. Penso a tutti gli episodi di bullismo omofobico, alle esperienze di una educativa sociale di Secondigliano, dove alcuni bambini sono stati etichettati come “femmenella” o “ricchione”. Tanta sofferenza c’è nel momento in cui una tua istanza viene vista solo come vizio, malattia e non come possibilità di declinare la tua esistenza aiutandoti ad autodeterminarti».
Professore, è di questi ultimi mesi un ampio dibattito pubblico, spesso condito da ignoranza e pregiudizio , sulle questioni di genere e sul loro impatto in ambito educativo, nella scuola. È possibile parlare ai bambini di queste tematiche?
«Stereotipi e pregiudizi hanno a che vedere con la non conoscenza. Lo stereotipo è in termini concreti “I napoletani sono un po’ imbroglioni e ladri”. Il pregiudizio significa che, se incontro un napoletano, non penso più alla persona che sto incontrando ma alla categoria descritta dallo stereotipo e da questo viene lo stigma, ovvero la de-umanizzazione. Questo è quello che è accaduto con gli ebrei, che sono stati deumanizzati, per cui anche persone tedesche sensibili, sono state condizionate nel loro pensiero.
La conoscenza è quindi il primo elemento per superare il pregiudizio e lo stigma. Per poter individuare nella cultura della differenza un valore e non un limite. Educare i bambini ad una cultura che vede le differenze, non solo di genere, ma anche religiose, etniche e culturali, come una risorsa. È giusto cominciare nella scuola dell’infanzia a promuovere una cultura che aiuti a riconoscere e rispettare le differenze di genere, a rispettare l’altro diverso da se, certamente dosando l’informazione a seconda del momento evolutivo del bambino o della bambina».
di Antonio Rossano, su www.stonewall.it (11.04.2016)

Paolo Valerio, clinico della Federico II, spiega come evolve l’identità di genere
«L’identità è ciò che lentamente costruiamo nel nostro percorso evolutivo. Le prime esperienze di vita sono cruciali, fondamentali, sapendo che siamo tutti diversi gli uni dagli altri, come già le nostre impronte digitali ci dicono. E sviluppiamo capacità diverse, per ciascuno, di adattamento al mondo esterno. Oggi è un percorso più articolato. Siamo in un’epoca di continui cambiamenti».A fornirci questa definizione di “identità” e della sua dimensione evolutiva è Paolo Valerio, direttore della Scuola di Specializzazione in Psicologia Clinica dell’Università Federico II di Napoli e presidente della Fondazione “Genere Identità Cultura”, uno dei massimi esperti clinici in Italia sulle questioni inerenti l’identità di genere. Una persona che ha fatto dell’inclusione e della lotta al pregiudizio una ragione, scientifica, di vita. La sua area di ricerca si sviluppa intorno all’identità di genere, ai transgenderismi , disordini della differenziazione sessuale ( DSD ) ed all’orientamento.
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Abusi e violenze sotto l’egida delle Nazioni Unite
di Giuseppe Fusco
Ancora costose missioni di pace sporcate da abusi sessuali. Un continuo aumento di vittime innocenti. Altre inchieste che non portano a nulla. Un’impunità che continua. Immobilità di un sistema ONU ormai a pezzi che non riesce a garantire diritti, protezione, assistenza. Dove i più indifesi vengono lasciati a se stessi. O peggio nelle mani di infami predatori. Criminali che aumentano a macchia d’olio sotto l’egida delle Nazioni Unite. Un crescendo d’orrore.
Le ultime rivelazioni parlano di altri abusi nella Repubblica Centrafricana da parte di peacekeeper ONU e di altre missioni internazionali. Il più rivoltante, la violenza subita da quattro ragazze, legate e forzate da un comandante francese dell’Operazione Sangaris ad avere rapporti sessuali con un cane. Una di loro è morta per una malattia non identificata.
All’inizio di marzo è stato pubblicato il nuovo rapporto annuale del Segretario Generale delle Nazioni Unite Misure speciali per la protezione dallo sfruttamento e l’abuso sessuale. La situazione è tutt’altro che migliorata dopo una serie di scandali seguiti da vane promesse di prendere seri provvedimenti per risolvere questa grave situazione. C’è un fallimento di leadership.
Il Segretario Generale dell’ONU Ban Ki-moon ha espresso “preoccupazione e vergogna”. Dicendo che la “preoccupazione è per le vittime e chi è a rischio”. Ha invocato “tolleranza zero”. Ma con quali risultati?
di Giuseppe Fusco, su www.vociglobali.it (11.04.2016)

Ancora costose missioni di pace sporcate da abusi sessuali. Un continuo aumento di vittime innocenti. Altre inchieste che non portano a nulla. Un’impunità che continua. Immobilità di un sistema ONU ormai a pezzi che non riesce a garantire diritti, protezione, assistenza. Dove i più indifesi vengono lasciati a se stessi. O peggio nelle mani di infami predatori. Criminali che aumentano a macchia d’olio sotto l’egida delle Nazioni Unite. Un crescendo d’orrore.
Le ultime rivelazioni parlano di altri abusi nella Repubblica Centrafricana da parte di peacekeeper ONU e di altre missioni internazionali. Il più rivoltante, la violenza subita da quattro ragazze, legate e forzate da un comandante francese dell’Operazione Sangaris ad avere rapporti sessuali con un cane. Una di loro è morta per una malattia non identificata.
All’inizio di marzo è stato pubblicato il nuovo rapporto annuale del Segretario Generale delle Nazioni Unite Misure speciali per la protezione dallo sfruttamento e l’abuso sessuale. La situazione è tutt’altro che migliorata dopo una serie di scandali seguiti da vane promesse di prendere seri provvedimenti per risolvere questa grave situazione. C’è un fallimento di leadership.
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“L’indifferenza è un crimine contro l’umanità”
di Alessandra Giraldo, su www.articolo21.org (5.4.2016)

Al liceo Leonardo Da Vinci di Treviso i ragazzi arrivano alla spicciolata, entrano in aula magna, si siedono in ordine sparso. Rimangono in silenzio, in attesa che inizi il convegno “Bambini nei campi profughi”, durante il quale ascolteranno Andrea Iacomini, portavoce di Unicef Italia, e Beppe Giulietti, Presidente della Federazione Nazionale della Stampa.
Il convegno inizia. I ragazzi ascoltano con attenzione i primi interventi: Massimo Zennaro del Sindacato Giornalisti del Veneto, Daniele Gobbo dell’associazione ArtAttiva, co-organizzatrice dell’evento, Luciano Franchin, assessore alla cultura del Comune di Treviso, che ricorda ai ragazzi che non basta guardare la televisione per conoscere le vere storie dei bambini in guerra, Deborah Compagnoni, ambasciatrice Unicef (nonché la più vittoriosa sciatrice italiana di tutti i tempi) che sottolinea come oggi ci siano posti bellissimi devastati dalla guerra, Mariella Andreatta, presidente del Comitato Unicef Treviso, che ricorda l’importanza dell’impegno e del volontariato da parte di ognuno di noi…
Silenzio nella grande aula magna. Attenzione per questi temi così importanti e attuali. Poi prende la parola Andrea Iacomini, e lo fa alzandosi in piedi e iniziando a camminare fra i ragazzi. “Voi non avete idea di cosa succede veramente a quei bambini, a quei ragazzi, che vivono nei paesi in guerra, che scappano dalle loro case, e vedono le loro città rase al suolo…
Il silenzio dei media è devastante. Quando i telegiornali vi parlano di una ‘emergenza’, ormai è tardi, ormai quell’emergenza è finita. I drammi che vediamo oggi in televisione sono il risultato di situazioni che si sono trascinate per anni e che non si sono mai risolte.
Quando poi succede un fatto eclatante, un fatto che fa ‘notizia’, siamo tutti pronti a ripeterci: ‘Ma come è potuto succedere…? Mai più!’. E subito dopo, nelle nostre televisioni, la notizia viene presto rimpiazzata con banalità e gossip. Breve è la nostra attenzione sulla reale condizione di vita di ragazzi, come voi, della vostra stessa età, che OGGI, ADESSO, sono in guerra. Sono più di 250 milioni i ragazzi sotto i 18 anni coinvolti attualmente in conflitti armati. Che effetto vi fa questo numero? 250 milioni. Per anni e anni di guerra.”
Mi sono soffermata a guardare i volti di quei ragazzi. Da quando ha iniziato a parlare Andrea, un silenzio diverso è sceso nella sala. Si possono udire distintamente i respiri di quei 300 ragazzi. Nessuno più si muove, gli occhi sbarrati, mentre le parole risuonano in quel silenzio surreale.
Poi Andrea ci mostra delle diapositive: sono foto in bianco e nero dei nostri nonni, profughi, nel 1940. A fianco di ogni foto, ce n’è un’altra a colori, dei bimbi di oggi, ritratti nelle stesse identiche pose e condizioni dei nostri nonni. “Guardate come eravamo, noi che adesso alziamo muri”.
Infine, un invito: “Non vi chiedo di cambiare le sorti del mondo. Ci stanno già pensando altri, e vedo con ‘ottimi’ risultati. Vi chiedo invece di non restare indifferenti. Perché l’indifferenza è un crimine contro l’umanità”.
“Andrea Iacomini ci sta invitando a capire, ad approfondire, ad essere partecipi di quanto sta accadendo nel mondo – dice Beppe Giulietti prendendo la parola – perché oggi non possiamo più permetterci di stare a guardare. Dobbiamo chiedere di essere informati in modo corretto, dobbiamo mobilitarci per una nuova ‘Carta di Treviso’ che garantisca un’informazione corretta e trasparente, anche e soprattutto su questi grandi temi di attualità”.
Anch’io ho avuto l’onore di parlare a quei ragazzi, in questa occasione.
Ho ricordato loro una cosa: che ognuno di noi non è più solo uno spettatore passivo davanti alle notizie che ci arrivano dal mondo, ma può contribuire attivamente a mobilitare l’opinione pubblica su questi temi che riguardano anche il nostro livello di umanità e di empatia con gli altri esseri umani. Non dobbiamo sottovalutare il nostro ruolo. Dobbiamo informarci, controllare notizie e fonti, mobilitarci. Il nostro obiettivo minimo dev’essere chiedere una vita dignitosa per ogni bambino.
Al liceo Leonardo Da Vinci di Treviso i ragazzi arrivano alla spicciolata, entrano in aula magna, si siedono in ordine sparso. Rimangono in silenzio, in attesa che inizi il convegno “Bambini nei campi profughi”, durante il quale ascolteranno Andrea Iacomini, portavoce di Unicef Italia, e Beppe Giulietti, Presidente della Federazione Nazionale della Stampa.
Il convegno inizia. I ragazzi ascoltano con attenzione i primi interventi: Massimo Zennaro del Sindacato Giornalisti del Veneto, Daniele Gobbo dell’associazione ArtAttiva, co-organizzatrice dell’evento, Luciano Franchin, assessore alla cultura del Comune di Treviso, che ricorda ai ragazzi che non basta guardare la televisione per conoscere le vere storie dei bambini in guerra, Deborah Compagnoni, ambasciatrice Unicef (nonché la più vittoriosa sciatrice italiana di tutti i tempi) che sottolinea come oggi ci siano posti bellissimi devastati dalla guerra, Mariella Andreatta, presidente del Comitato Unicef Treviso, che ricorda l’importanza dell’impegno e del volontariato da parte di ognuno di noi…
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Sono quasi 2.500 i minori stranieri non accompagnati arrivati nel nostro Paese nel 2016: sistema di accoglienza e protezione per minori soli ancora inadeguato
su www.articolo21.org (31/3/2016)

Migranti, Save the Children: “più che raddoppiato il numero dei minori stranieri non accompagnati arrivati nel nostro Paese nei primi due mesi dell’anno rispetto allo stesso periodo del 2015”.
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Alternanza scuola lavoro, indietro tutta?
di Fabrizio Dacrema, su http://portal.sitecom.com (31/3/2016)

L’alternanza scuola lavoro continua ad incontrare resistenze, a volte inaspettate e, forse, inconsapevoli. Non stupisce l’opposizione dei settori del mondo della scuola che disprezzano la cultura del lavoro perché rimasti ancorati a una visione gerarchica dei saperi e che non accetteranno mai la pari dignità tra sapere originato dal lavoro e quello scolastico.
Per chi la pensa in questo modo – e non sono pochi purtroppo – l’alternanza scuola lavoro significa solo degrado culturale o, nel migliore di casi, inutile perdita di tempo.
Stupisce, invece, che uno dei quattro quesiti referendari presentati per abrogare gli errori più gravi della legge 107 sia dedicato all’alternanza scuola lavoro nell’intento di ricondurla dentro i limiti tracciati dalle norme Moratti. Se il quesito referendario venisse approvato, infatti, le esperienze di alternanza tornerebbero a essere facoltative e aggiuntive al curricolo ordinario.
Con l’introduzione dell’obbligo le esperienze di alternanza diventano parte integrante dei curricoli di tutti gli studenti riconoscendo così che nella scuola della Repubblica fondata sul lavoro la cultura del lavoro è parte essenziale del bagaglio dei saperi da assicurare a ogni cittadino.
Un passo avanti decisivo per far uscire la scuola italiana dal perdurante imprinting elitario e classista che ritiene autentica esclusivamente la cultura disinteressata.
Già nel 2002 Bruno Trentin, nel discorso per la laurea honoris causa attribuitagli dall’Università di Venezia, individuava i “rapporti trasparenti fra gli istituti scolastici e universitari ed il sistema delle imprese nella salvaguardia delle rispettive autonomie” e la diffusione sistematica “della pratica degli stages” come scelte prioritarie per ridurre la disoccupazione giovanile e per far diventare il rapporto fra lavoro e conoscenza il motore di un nuovo sviluppo basato sulla qualità e creatività del lavoro.
L’introduzione dell’alternanza obbligatoria permette di recuperare un ritardo, già allora giudicato intollerabile da Trentin, che frena l’innovazione nella scuola e nel sistema produttivo italiani. Fino a oggi le esperienze di alternanza hanno coinvolto una minoranza di studenti (poco più del 10%), ora può e deve diventare per tutti una metodologia didattica che, integrando le competenze apprese nella scuola e nel contesto lavorativo, migliora e arricchisce gli esiti educativi e le transizioni tra scuola e lavoro.
Le difficoltà sono sotto gli occhi di tutti, il balzo in avanti rischia di trasformarsi in un salto nel buio, ma tornare indietro sarebbe la scelta peggiore.
Come in ogni relazione il rischio della subalternità non deve essere mai sottovalutato, anche se appare francamente esagerata l’avversione di minoranze vetero-ideologiche che intravvedono in ogni forma di rapporto con il mondo del lavoro lo spettro dell’aziendalismo, quasi fossimo di fronte a legioni di imprenditori avidi di piegare le scuole ai loro bassi interessi a breve. La realtà è un'altra, prevalgono largamente le aziende del tutto disinteressate a interagire con le istituzioni formative e questo è uno dei limiti strutturali più evidenti del nostro sistema produttivo che contribuisce a spiegare le sue tendenze al declino.
Proprio per questo le proposte di CGIL CISL UIL per rinnovare la contrattazione individuano nell’alternanza scuola lavoro uno dei fattori per valorizzare il lavoro e per riposizionare il sistema produttivo sulle filiere alte dello sviluppo. Alcuni esempi molto avanzati di alternanza e di apprendistato (Enel e Ducati) sono infatti il frutto di accordi sindacali.
Anche le 32 associazioni dell’alleanza “La scuola che cambia il Paese” nel documento di proposte successivo all’approvazione della legge 107 non chiedono di cancellare l’obbligo all’alternanza perché ritengono che lo “sviluppo del rapporto scuola lavoro contribuisce a rendere più inclusivo il sistema formativo italiano, a potenziare il bagaglio di competenze necessarie ai giovani per il lavoro e la cittadinanza”. Si preoccupano invece di rivendicare nei confronti del governo “una strategia per la crescita della capacità formativa delle imprese”, cioè dei requisiti delle imprese chiamate co-progettare con le scuole. Questo è il principale problema, visto che la responsabilità educativa rimane saldamente nelle mani delle scuole ma, senza interlocutori aziendali adeguati, i rischi di dequalificazione dei percorsi aumentano.
Il governo, invece di dedicarsi al trionfalismo degli annunci, deve rafforzare il dialogo sociale, pilastro essenziale in tutte le esperienze europee dello sviluppo dei rapporti scuola lavoro. Occorre certamente gradualità attuativa – la guida operativa del Ministero non manca di prudenza – ma, soprattutto, occorre un piano operativo condiviso con le parti sociali che tenga conto delle specificità del sistema produttivo italiano in gran parte costituito da piccole imprese.
Agli studenti in alternanza devono essere assicurati contesti lavorativi dotati, anche nell’ambito dei poli tecnico-professionali o di altre reti territoriali, di tutor aziendali con competenze professionali ed educative adeguate, di spazi attrezzati per la formazione, di strumenti e attrezzature didattiche.
Sono questi i principali obiettivi alla base della richiesta dei sindacati confederali di una cabina di regia nazionale per la promozione del rapporto tra istruzione, formazione e lavoro in cui siano rappresentati il Governo, le Regioni e le Parti Sociali. La proposta ha trovato consenso, non si deve perdere altro tempo. Altrimenti prevarranno i professionisti dell’indietro tutta.
L’alternanza scuola lavoro continua ad incontrare resistenze, a volte inaspettate e, forse, inconsapevoli. Non stupisce l’opposizione dei settori del mondo della scuola che disprezzano la cultura del lavoro perché rimasti ancorati a una visione gerarchica dei saperi e che non accetteranno mai la pari dignità tra sapere originato dal lavoro e quello scolastico.
Per chi la pensa in questo modo – e non sono pochi purtroppo – l’alternanza scuola lavoro significa solo degrado culturale o, nel migliore di casi, inutile perdita di tempo.
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La Giornata della memoria per le vittime dell’immigrazione è legge, ma non basta ricordare. Bisogna agire
di Antonella Napoli, su www.articolo21 (18/3/2016)

La Giornata della memoria delle vittime dell’immigrazione è legge. Con il voto in Senato, pressoché unanime fatta eccezione per il prevedibile ‘no’ della Lega, la Repubblica italiana ha riconosciuto il 3 ottobre quale data simbolo per conservare e rinnovare la memoria di quanti hanno perso la vita nel tentativo di emigrare verso il nostro Paese per sfuggire alle guerre, alle persecuzioni e alla miseria. Prima di tutto per ricordare la tragedia del 3 ottobre del 2013, uno dei giorni più bui nella storia delle migrazioni. Quel giorno morirono 366 persone, annegate dopo il naufragio di un barcone al largo di Lampedusa. E nell’ultimo anno le vittime accertate nel Mediterraneo sono state almeno 4200. Uomini, donne, bambini… Ognuno con un nome, un volto. Con sogni e desideri, debolezze e paure. Accomunati da un solo elemento, la tragedia che si consuma giorno dopo giorno a largo delle nostre coste i cui fondali sono disseminati di barconi affondati con il loro carico di disperazione ma anche per il peso della responsabilità di chi su quelle carrette del mare ce li ha spinti quei disperati perché altre vie di fuga dalle crisi umanitarie, dalle guerre, dalla povertà assoluta che vessano milioni di persone non ce ne sono. Oggi sarà più difficile ignorare queste realtà, una Giornata della memoria ci ‘ancora’ alle nostre responsabilità. Certo è più facile piangere che accogliere le migliaia, le centinaia di migliaia, di profughi che arrivano alla ricerca di un futuro in Europa, quell’Europa che stenta a superare egoismi e divisioni.
E’ giusto, doveroso, ricordare le vittime ma, prima di ogni cosa, serve agire. Eppure nonostante l’impegno di pochi in tanti continuano a osteggiare qualsiasi iniziativa comune che possa portare alla condivisione del carico di disperazione che si riversa sulle nostre terre. Ogni volta che arriva un barcone in Italia, che riesca ad approdare o che affondi in mare aperto lasciando l’incombenza alla nostra Guardia Costiera di recuperarne i naufraghi, c’è chi storce il naso e grida allo scandalo dei rifugiati accolti indiscriminatamente nel nostro Paese come negli altri Stati europei. Visti da molti come ‘pesi morti’ che lo Stato si ‘accolla’ a scapito dei tanti italiani in difficoltà, non vengono considerati per quello che sono: dei disperati che rischiano la vita attraversando il Mediterraneo su imbarcazioni fatiscenti e pericolose, sempre stracolme, perché non hanno alternative.
Sapete quanti immigrati arrivati nel 2015, e cito statistiche pubblicate dal Ministero dell’Interno, hanno finora ottenuto lo status di rifugiati in Italia?
Solo il 50% dei richiedenti asilo (circa 2.800 persone) ha ottenuto il riconoscimento di qualche forma di protezione e non tutti viene attribuita, come prevede l’ordinamento italiano, anche la ‘protezione sussidiaria’, che viene concessa solo a coloro per i quali sussistono ‘fondati motivi di ritenere che, se ritornassero nel Paesi dal quali provengono correrebbero un rischio effettivo di subire un grave danno’.
La maggior parte dei profughi può però contare esclusivamente sull’accoglimento e la protezione umanitaria (ovvero il permesso di soggiorno per motivi umanitari), concessa nel caso,sussistano gravi motivi, come guerre o crisi di altra natura.
Il numero di rifugiati accolti dall’Italia appare ancor più modesto se comparato a quello di altri paesi europei e del resto del mondo
Secondo i dati dell’Agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite) in Italia sono circa 50mila e ogni anno vengono presentate dalle 30mila alle 40mila richieste di asilo.
Il trend registrato in tutta Europa dagli anni ‘90 ad oggi, ovvero l’aumento di domande a causa di nuovi conflitti e violazioni dei diritti umani, si è verificato anche in Italia.
Gli ultimi dati forniti da UNHCR rilevano che “a titolo di comparazione la Germania accoglie circa 580mila rifugiati ed il Regno Unito circa 290mila, mentre i Paesi Bassi e la Francia ne ospitano rispettivamente 80mila e 160mila. In Danimarca, Paesi Bassi e Svezia i rifugiati tra i 4,2 e gli 8,5 ogni 1.000 abitanti, in Germania oltre 7, nel Regno Unito quasi 5, mentre in Italia appena 0,7, ovvero 1 ogni 1.500 abitanti”.
La legislazione del nostro Paese non facilita (volutamente?) l’incremento del numero di rifugiati. E la domanda sorge spontanea: come è possibile che l’Italia, a fronte di un’emergenza così pressante non abbia nel proprio ordinamento una normativa organica sull’accoglienza?
La disciplina dello status di rifugiato, pur essendo stata concepita a tal fine, non è mai risultata coincidente con il diritto di asilo. È frammentaria e incompleta, essendo contenuta in diversi strumenti che si sono sovrapposti nel tempo senza mai ricevere una revisione organica.
E il punto, dunque, è proprio questo. Se l’importante successo di oggi, l’istituzione di una giornata della memoria per le vittime dell’immigrazione, è senza dubbio un punto fermo, una vittoria per quanti si impegnano quotidianamente nell’assistenza ai profughi, come il Comitato 3 ottobre promotore della legge, la vera battaglia, quella che dobbiamo affrontare con ancor più vigore e determinazione è proprio il raggiungimento di una normativa che renda possibile per tutti coloro che fuggono da morte e disperazione, il diritto all’accoglienza e il sostegno per poter ricominciare. Riappropriarsi di un futuro, della propria vita.
La Giornata della memoria delle vittime dell’immigrazione è legge. Con il voto in Senato, pressoché unanime fatta eccezione per il prevedibile ‘no’ della Lega, la Repubblica italiana ha riconosciuto il 3 ottobre quale data simbolo per conservare e rinnovare la memoria di quanti hanno perso la vita nel tentativo di emigrare verso il nostro Paese per sfuggire alle guerre, alle persecuzioni e alla miseria. Prima di tutto per ricordare la tragedia del 3 ottobre del 2013, uno dei giorni più bui nella storia delle migrazioni. Quel giorno morirono 366 persone, annegate dopo il naufragio di un barcone al largo di Lampedusa. E nell’ultimo anno le vittime accertate nel Mediterraneo sono state almeno 4200. Uomini, donne, bambini… Ognuno con un nome, un volto. Con sogni e desideri, debolezze e paure. Accomunati da un solo elemento, la tragedia che si consuma giorno dopo giorno a largo delle nostre coste i cui fondali sono disseminati di barconi affondati con il loro carico di disperazione ma anche per il peso della responsabilità di chi su quelle carrette del mare ce li ha spinti quei disperati perché altre vie di fuga dalle crisi umanitarie, dalle guerre, dalla povertà assoluta che vessano milioni di persone non ce ne sono. Oggi sarà più difficile ignorare queste realtà, una Giornata della memoria ci ‘ancora’ alle nostre responsabilità. Certo è più facile piangere che accogliere le migliaia, le centinaia di migliaia, di profughi che arrivano alla ricerca di un futuro in Europa, quell’Europa che stenta a superare egoismi e divisioni.
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Telefono azzurro: ragazzi web-dipendenti
Un ragazzo su quattro è sempre connesso, mentre quattro su cinque frequentano siti porno. E ancora, tre genitori su quattro non conoscono il sexting, uno su dieci non ha mai sentito parlare di cyberbullismo. Sono i dati di un'indagine realizzata con Doxakids presentata a Milano in occasione di un dibattito nell'ambito del Safer Internet Day 2016.
Adolescenti perennemente connessi comunicano tramite chat con i genitori, che, spesso, non sono consapevoli dei rischi corsi dai propri figli in rete. E' la fotografia delle famiglie italiane che emerge dall'indagine "Tempo del web. Adolescenti e genitori online" realizzata da Sos Il Telefono Azzurro Onlus in occasione della ricorrenza internazionale promossa dall'Unione europea dedicata alla sicurezza dei minori in rete.
La ricerca, che si basa sulle risposte di 600 ragazzi dai 12 anni ai 18 anni e 600 genitori dai 25 ai 64 anni è stata presentata in occasione dell'incontro "Modelli di business tramite la rete e tutela dei diritti dei bambini e degli adolescenti" con protagonisti stakeholder di riconosciuto rilievo nel panorama nazionale e internazionale del mondo istituzionale, accademico ed aziendale.
"Le nuove tecnologie e Internet oggi permeano la vita dei ragazzi e delle famiglie influenzando non solo i processi di costruzione d'identità e socializzazione, ma incidendo anche su riti e gesti della quotidianità e sui contenuti delle conversazioni familiari - dice Ernesto Caffo, fondatore e Presidente di Sos Il Telefono Azzurro Onlus- La rete sta cambiando gli stili educativi e presenta una serie di rischi per i più giovani che vanno dalla pornografia al cyberbullismo, dall'utilizzo dei dati forniti per fini commerciali e all'adescamento online".
di Laura Alberico, su www.educare.it (23/2/2016)
Fonte:Dire- Notiziario settimanale Minori 19/2/2016

Un ragazzo su quattro è sempre connesso, mentre quattro su cinque frequentano siti porno. E ancora, tre genitori su quattro non conoscono il sexting, uno su dieci non ha mai sentito parlare di cyberbullismo. Sono i dati di un'indagine realizzata con Doxakids (scarica) presentata a Milano in occasione di un dibattito nell'ambito del Safer Internet Day 2016.
Adolescenti perennemente connessi comunicano tramite chat con i genitori, che, spesso, non sono consapevoli dei rischi corsi dai propri figli in rete. E' la fotografia delle famiglie italiane che emerge dall'indagine "Tempo del web. Adolescenti e genitori online" realizzata da Sos Il Telefono Azzurro Onlus in occasione della ricorrenza internazionale promossa dall'Unione europea dedicata alla sicurezza dei minori in rete.
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Unioni civili, stepchild adoption, teoria del gender: rispondiamo ai vostri dubbi
di Carmen Bellone, su www.stonewall.it (18/2/2016)

L’universo delle relazioni familiari attraversa una trasformazione senza precedenti. Ma è accompagnata da profondi dubbi che scuotono l’opinione pubblica. Per fare chiarezza e sfatare gli “slogan” cavalcati da molti, abbiamo posto le 6 domande che tutti si fanno a Stefano Rodotà, Michela Marzano, Marilisa D’Amico. Che qui fanno finalmente piazza pulita dei luoghi comuni e ci spiegano come cambierà la nostra società.
L’universo delle relazioni familiari attraversa una trasformazione senza precedenti: si diffonde una profonda cultura dell’amore, che richiama i principi di dignità e eguaglianza, obbliga il diritto a prendere atto dei profondi mutamenti sociali, a rispettare fino in fondo la libertà delle persone.
LE UNIONI CIVILI SONO ANTICOSTITUZIONALI?
L’articolo 29 della Costituzione italiana recita: “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare». Dunque, il ddl Cirinnà sulle unioni civili è incostituzionale.”
Risponde Stefano Rodotà, giurista attento al tema dei diritti civili, nel saggio “Diritto d’amore” (Laterza, 14 euro, 158 pagine) sgombera il campo dai pregiudizi alimentati dal gioco degli opposti estremismi.
STEFANO RODOTA’: «Si tratta di un’interpretazione chiusa e scorretta dell’articolo 29 della Costituzione, secondo cui esistono famiglia e matrimonio solo nella coppia eterosessuale. Se così fosse, dovrebbero essere contro natura tutte le leggi spagnole, portoghesi, francesi, la sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti e le norme di tutti quei Paesi, inclusa la cattolicissima Irlanda, che prevedono il matrimonio gay. In realtà, come specificò nel suo intervento all’Assemblea Costituente Aldo Moro, con l’articolo 29 si intendeva definire la sfera di competenza dello Stato nei confronti di una delle formazioni sociali alle quali la persona umana dà liberamente vita. In sostanza, si trattava di ampliare i diritti, non di comprimerli. E si voleva mettere la famiglia al riparo da storiche e pesanti invasioni, che hanno sempre accompagnato i regimi totalitari. Inoltre, occorre sottolineare che oggi il Parlamento esamina il disegno di legge Cirinnà perché nel 2015 la Corte europea dei diritti umani ha condannato l’Italia per aver violato l’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e ha stabilito che dovrà introdurre il riconoscimento legale per le coppie dello stesso sesso».
I BAMBINI CON GENITORI OMOSESSUALI SONO TURBATI PSICOLOGICAMENTE?
I figli hanno il diritto di essere amati da un padre e da una madre. Molti psichiatri e pediatri sono contrari alle adozioni omosessuali perché producono turbamenti psicologici nei bambini adottati.
STEFANO RODOTA’: «La stragrande maggioranza delle ricerche condotte su questo tema dimostra l’esatto contrario: gli studi non hanno riscontrato problemi o turbamenti nello sviluppo psicologico dei bambini. Dunque, l’argomento non è scientificamente sostenibile. Anzi, le critiche rivolte alle adozioni omosessuali, in nome della tutela dei bambini, purtroppo si stanno rivelando un argomento molto efficace per discriminarli. Dicendo di voler rafforzare le tutele, in realtà si tolgono anche a coloro che le hanno ottenute con la riforma del diritto di famiglia, nel 1975, e con il lungo iter successivo che ha portato alla parificazione dello stato giuridico dei figli legittimi, naturali e adottivi. Oggi si rischia di introdurre una nuova categoria di figli illegittimi e discriminati, annullando tutto ciò che era stato raggiunto con la riforma del diritto di famiglia».
LA STEPCHILD ADOPTION APRE LA STRADA ALL’UTERO IN AFFITTO?
È vero che la “stepchild adoption”, vale a dire l’adozione del figlio del partner omosessuale, apre la strada alla pratica dell’utero in affitto, oggi vietata in Italia?
EMANUELE COEN: Niente affatto. Si tratta di due istituti distinti. La maternità surrogata è vietata e resterà tale anche se il disegno di legge Cirinnà verrà approvato. Mentre la stepchild adoption, l’adozione del figlio del proprio partner, esiste dal 1983 per le coppie eterosessuali sposate. Viene riconosciuta con il consenso del genitore biologico, solo se l’adozione corrisponde all’interesse del figlio, che deve dare il consenso (se maggiore di 14 anni) o comunque esprimere la sua opinione (se di età tra i 12 e i 14). A partire dal 2007, alcuni tribunali hanno esteso la stepchild adoption dalle coppie sposate ai conviventi, mentre alcune sentenze hanno disposto l’adozione da parte della convivente del figlio della madre biologica, all’interno di una coppia convivente omosessuale. Il disegno di legge sulle unioni civili, all’articolo 5, vorrebbe estenderlo a tutte le coppie, comprese quelle omosessuali. Il componente dell’unione civile continuerà ad avere la facoltà di chiedere l’adozione del figlio biologico del partner, sarà sempre necessario il consenso del genitore biologico e sarà sempre il Tribunale per i minorenni a stabilire se l’adottante ha le carte in regola e se l’adozione corrisponde all’interesse del figlio.
NELLE SCUOLE ITALIANE SI DIFFONDE LA TEORIA DEL GENDER?
Alcune associazioni sostengono che nelle scuole italiane si sta diffondendo in modo subdolo la teoria del gender. Che ammette la libertà di identificarsi in qualsiasi genere indipendentemente dal proprio sesso biologico. Niente più mamma e papà, insomma, ma “genitore 1″ e “genitore 2”. E invece donne e uomini si nasce, non si diventa.
Risponde la filosofa Michela Marzano, professore all’Université Paris Descartes, che nel suo ultimo libro “Papà, mamma e gender” (Utet, 12 euro, 151 pp.) riflette sui temi dell’identità di genere e dell’orientamento sessuale.
Michela Marzano: «Anzitutto non esiste un’unica “teoria del gender”, ma molteplici studi di genere che si sono accumulati nel corso del tempo, fin dagli anni Sessanta. Tutti questi studi partono dal presupposto che si nasce in un determinato corpo, maschile e femminile, cosa che nessuno mette in discussione. In nessuna scuola viene negata l’esistenza della paternità o della maternità: tuttavia, bisogna smettere di pensare che l’unica famiglia possibile sia quella costituita da un padre o da una madre. Oggi esistono famiglie omogenitoriali, famiglie ricomposte, famiglie costituite da due uomini o due donne. L’obiettivo degli studi sul gender è combattere contro le discriminazioni e le violenze subite da donne, gay o trans solo in ragione del proprio orientamento sessuale o della propria identità di genere. Occorre nominare questi pezzi di realtà in maniera corretta, non farlo equivale a mentire. Nelle scuole si insegna a decostruire gli stereotipi di genere, secondo cui per essere un uomo o una donna occorre comportarsi in un certo modo: i maschietti amano l’azzurro e i soldatini, mentre le femminucce il rosa e le principesse».
LA TEORIA DEL GENDER GIUSTIFICA LA PEDOFILIA?
È vero che la teoria del gender giustifica quasi ogni comportamento sessuale, compresa la pedofilia e la masturbazione precoce già all’asilo?
Michela Marzano: «In nessuna scuola o asilo si insegna la masturbazione precoce. Se così fosse, sarei la prima a insorgere. Quanto alla pedofilia, vale a dire l’interesse sessuale da parte di una persona adulta per i bambini o le bambine, non ha niente a che vedere né con l’identità di genere né con l’orientamento sessuale. E’ una pratica sessuale perversa, che a causa della sua pericolosità viene considerata un reato. Come ogni pratica sessuale perversa, può esistere all’interno dell’eterosessualità e dell’omosessualità. È molto importante non confondere pratiche sessuali, orientamento sessuale e identità di genere. E invece la confusione regna sovrana: non stupisce allora di leggere il messaggio di una mamma che, andata a uno dei numerosi incontri organizzati negli ultimi mesi sul gender, racconta inquieta che stanno insegnando ai figli che “al di là del proprio sesso biologico possono decidere autonomamente di appartenere a un altro genere: omosessuale, bisessuale o chi più ne ha più ne metta, includendo in questo genere anche il genere pedofilo”. E, ancora, la stessa mamma ha aggiunto: “A lungo termine, cosa peraltro già prevista nella democratica Germania, vi sarà la legalizzazione della pedofilia, che non sarà più un reato ma una condizione di genere”. Ecco, la teoria del gender serve a fare chiarezza, sfatando luoghi comuni e pregiudizi».
UNIONI CIVILI E MATRIMONIO SARANNO EQUIPARATI?
Nel ddl Cirinnà, secondo la costituzionalista Marilisa D’Amico, i due istituti sono di fatto identici. Mentre restano le differenze tra stepchild adoption e adozione piena.
Marilisa D’Amico, avvocato cassazionista e professore di Diritto costituzionale all’Università degli Studi di Milano, conosce a fondo il tema dei diritti civili, delle pari opportunità e delle discriminazioni di genere. Tra gli altri, per l’editore Franco Angeli ha scritto e curato il saggio “I diritti contesi” e il suo ultimo libro, “Orientamento sessuale e diritti civili. Un confronto con gli Stati Uniti d’America”, realizzato insieme a Costanza Nardocci e Matteo M. Winkler.
È vero che se verrà approvato il ddl Cirinnà non ci sarà più alcuna differenza tra unione civile e matrimonio?
L’universo delle relazioni familiari attraversa una trasformazione senza precedenti. Ma è accompagnata da profondi dubbi che scuotono l’opinione pubblica. Per fare chiarezza e sfatare gli “slogan” cavalcati da molti, abbiamo posto le 6 domande che tutti si fanno a Stefano Rodotà, Michela Marzano, Marilisa D’Amico. Che qui fanno finalmente piazza pulita dei luoghi comuni e ci spiegano come cambierà la nostra società.
L’universo delle relazioni familiari attraversa una trasformazione senza precedenti: si diffonde una profonda cultura dell’amore, che richiama i principi di dignità e eguaglianza, obbliga il diritto a prendere atto dei profondi mutamenti sociali, a rispettare fino in fondo la libertà delle persone.
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La disabilità entra nei giochi per bambini: #ToyLikeMe
di Laura Alberico, su www.educare.it (15/2/2016)

Lego, il famoso produttore danese, ha presentato questa settimana alla Fiera del giocattolo di Norimberga un nuovo personaggio: un giovane disabile in sedia a rotelle, accompagnato dal suo cane guida. E' la risposta ad una recente polemica che aveva visto coivolto il celebre marchio a cui veniva contestato che le persone con disabilità erano assenti dalla gamma di tipologie.
Il movimento ToyLikeMe (giocattoli come me) aveva denunciato la mancanza di Lego disabili portando oltre 20.000 persone a firmare una petizione online sul sito Change.org per invitare i vertici dell'azienda a cambiare rotta. L'obiettivo è quello di cambiare le percezioni culturali: sono infatti oltre 150 milioni di bambini disabili che non si vedono così rappresentati nei modelli riprodotti nei giochi. A Lego viene chiesto di usare la sua grande influenza per trasmettere un messaggio positivo.
Anche Mattel, evidenzia Giovanni D'Agata, presidente dello "Sportello dei diritti", aggiunge alla Barbie originale altre tre dalle forme più pronunciate. Per la prima volta nei suoi 56 anni di vita, le bambole sono destinate a mutare, adeguandosi ai tempi e ai modelli attuali nel tentativo di bloccare l'emorragia delle vendite. Nella nuova linea saranno quindi disponibili quattro diverse morfologie: a quella originale (le proporzioni del cui fisico non corrispondono a quelle di nessuna donna) se ne affiancheranno altre tre anche più tornite, con vita meno sottile e curve piuttosto abbondanti. La capacità di evolvere della Barbie, pur restando fedele al suo spirito, contribuisce in modo determinante a fare di lei la numero uno al mondo, hanno spiegato i vertici della Mattel, l'azienda produttrice.
Lego, il famoso produttore danese, ha presentato questa settimana alla Fiera del giocattolo di Norimberga un nuovo personaggio: un giovane disabile in sedia a rotelle, accompagnato dal suo cane guida. E' la risposta ad una recente polemica che aveva visto coivolto il celebre marchio a cui veniva contestato che le persone con disabilità erano assenti dalla gamma di tipologie.
Il movimento ToyLikeMe (giocattoli come me) aveva denunciato la mancanza di Lego disabili portando oltre 20.000 persone a firmare una petizione online sul sito Change.org per invitare i vertici dell'azienda a cambiare rotta. L'obiettivo è quello di cambiare le percezioni culturali: sono infatti oltre 150 milioni di bambini disabili che non si vedono così rappresentati nei modelli riprodotti nei giochi. A Lego viene chiesto di usare la sua grande influenza per trasmettere un messaggio positivo.
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Non è il derby tra laici e cattolici
di Emma Fattorini, su www.unita.tv (9/2/2016)

Allargare finalmente tutti i diritti, dico tutti, a tutte le coppie è una conquista di civiltà non solo per loro ma per tutti.
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