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“L’indifferenza è un crimine contro l’umanità”
di Alessandra Giraldo, su www.articolo21.org (5.4.2016)

Al liceo Leonardo Da Vinci di Treviso i ragazzi arrivano alla spicciolata, entrano in aula magna, si siedono in ordine sparso. Rimangono in silenzio, in attesa che inizi il convegno “Bambini nei campi profughi”, durante il quale ascolteranno Andrea Iacomini, portavoce di Unicef Italia, e Beppe Giulietti, Presidente della Federazione Nazionale della Stampa.
Il convegno inizia. I ragazzi ascoltano con attenzione i primi interventi: Massimo Zennaro del Sindacato Giornalisti del Veneto, Daniele Gobbo dell’associazione ArtAttiva, co-organizzatrice dell’evento, Luciano Franchin, assessore alla cultura del Comune di Treviso, che ricorda ai ragazzi che non basta guardare la televisione per conoscere le vere storie dei bambini in guerra, Deborah Compagnoni, ambasciatrice Unicef (nonché la più vittoriosa sciatrice italiana di tutti i tempi) che sottolinea come oggi ci siano posti bellissimi devastati dalla guerra, Mariella Andreatta, presidente del Comitato Unicef Treviso, che ricorda l’importanza dell’impegno e del volontariato da parte di ognuno di noi…
Silenzio nella grande aula magna. Attenzione per questi temi così importanti e attuali. Poi prende la parola Andrea Iacomini, e lo fa alzandosi in piedi e iniziando a camminare fra i ragazzi. “Voi non avete idea di cosa succede veramente a quei bambini, a quei ragazzi, che vivono nei paesi in guerra, che scappano dalle loro case, e vedono le loro città rase al suolo…
Il silenzio dei media è devastante. Quando i telegiornali vi parlano di una ‘emergenza’, ormai è tardi, ormai quell’emergenza è finita. I drammi che vediamo oggi in televisione sono il risultato di situazioni che si sono trascinate per anni e che non si sono mai risolte.
Quando poi succede un fatto eclatante, un fatto che fa ‘notizia’, siamo tutti pronti a ripeterci: ‘Ma come è potuto succedere…? Mai più!’. E subito dopo, nelle nostre televisioni, la notizia viene presto rimpiazzata con banalità e gossip. Breve è la nostra attenzione sulla reale condizione di vita di ragazzi, come voi, della vostra stessa età, che OGGI, ADESSO, sono in guerra. Sono più di 250 milioni i ragazzi sotto i 18 anni coinvolti attualmente in conflitti armati. Che effetto vi fa questo numero? 250 milioni. Per anni e anni di guerra.”
Mi sono soffermata a guardare i volti di quei ragazzi. Da quando ha iniziato a parlare Andrea, un silenzio diverso è sceso nella sala. Si possono udire distintamente i respiri di quei 300 ragazzi. Nessuno più si muove, gli occhi sbarrati, mentre le parole risuonano in quel silenzio surreale.
Poi Andrea ci mostra delle diapositive: sono foto in bianco e nero dei nostri nonni, profughi, nel 1940. A fianco di ogni foto, ce n’è un’altra a colori, dei bimbi di oggi, ritratti nelle stesse identiche pose e condizioni dei nostri nonni. “Guardate come eravamo, noi che adesso alziamo muri”.
Infine, un invito: “Non vi chiedo di cambiare le sorti del mondo. Ci stanno già pensando altri, e vedo con ‘ottimi’ risultati. Vi chiedo invece di non restare indifferenti. Perché l’indifferenza è un crimine contro l’umanità”.
“Andrea Iacomini ci sta invitando a capire, ad approfondire, ad essere partecipi di quanto sta accadendo nel mondo – dice Beppe Giulietti prendendo la parola – perché oggi non possiamo più permetterci di stare a guardare. Dobbiamo chiedere di essere informati in modo corretto, dobbiamo mobilitarci per una nuova ‘Carta di Treviso’ che garantisca un’informazione corretta e trasparente, anche e soprattutto su questi grandi temi di attualità”.
Anch’io ho avuto l’onore di parlare a quei ragazzi, in questa occasione.
Ho ricordato loro una cosa: che ognuno di noi non è più solo uno spettatore passivo davanti alle notizie che ci arrivano dal mondo, ma può contribuire attivamente a mobilitare l’opinione pubblica su questi temi che riguardano anche il nostro livello di umanità e di empatia con gli altri esseri umani. Non dobbiamo sottovalutare il nostro ruolo. Dobbiamo informarci, controllare notizie e fonti, mobilitarci. Il nostro obiettivo minimo dev’essere chiedere una vita dignitosa per ogni bambino.
Al liceo Leonardo Da Vinci di Treviso i ragazzi arrivano alla spicciolata, entrano in aula magna, si siedono in ordine sparso. Rimangono in silenzio, in attesa che inizi il convegno “Bambini nei campi profughi”, durante il quale ascolteranno Andrea Iacomini, portavoce di Unicef Italia, e Beppe Giulietti, Presidente della Federazione Nazionale della Stampa.
Il convegno inizia. I ragazzi ascoltano con attenzione i primi interventi: Massimo Zennaro del Sindacato Giornalisti del Veneto, Daniele Gobbo dell’associazione ArtAttiva, co-organizzatrice dell’evento, Luciano Franchin, assessore alla cultura del Comune di Treviso, che ricorda ai ragazzi che non basta guardare la televisione per conoscere le vere storie dei bambini in guerra, Deborah Compagnoni, ambasciatrice Unicef (nonché la più vittoriosa sciatrice italiana di tutti i tempi) che sottolinea come oggi ci siano posti bellissimi devastati dalla guerra, Mariella Andreatta, presidente del Comitato Unicef Treviso, che ricorda l’importanza dell’impegno e del volontariato da parte di ognuno di noi…
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Sono quasi 2.500 i minori stranieri non accompagnati arrivati nel nostro Paese nel 2016: sistema di accoglienza e protezione per minori soli ancora inadeguato
su www.articolo21.org (31/3/2016)

Migranti, Save the Children: “più che raddoppiato il numero dei minori stranieri non accompagnati arrivati nel nostro Paese nei primi due mesi dell’anno rispetto allo stesso periodo del 2015”.
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Alternanza scuola lavoro, indietro tutta?
di Fabrizio Dacrema, su http://portal.sitecom.com (31/3/2016)

L’alternanza scuola lavoro continua ad incontrare resistenze, a volte inaspettate e, forse, inconsapevoli. Non stupisce l’opposizione dei settori del mondo della scuola che disprezzano la cultura del lavoro perché rimasti ancorati a una visione gerarchica dei saperi e che non accetteranno mai la pari dignità tra sapere originato dal lavoro e quello scolastico.
Per chi la pensa in questo modo – e non sono pochi purtroppo – l’alternanza scuola lavoro significa solo degrado culturale o, nel migliore di casi, inutile perdita di tempo.
Stupisce, invece, che uno dei quattro quesiti referendari presentati per abrogare gli errori più gravi della legge 107 sia dedicato all’alternanza scuola lavoro nell’intento di ricondurla dentro i limiti tracciati dalle norme Moratti. Se il quesito referendario venisse approvato, infatti, le esperienze di alternanza tornerebbero a essere facoltative e aggiuntive al curricolo ordinario.
Con l’introduzione dell’obbligo le esperienze di alternanza diventano parte integrante dei curricoli di tutti gli studenti riconoscendo così che nella scuola della Repubblica fondata sul lavoro la cultura del lavoro è parte essenziale del bagaglio dei saperi da assicurare a ogni cittadino.
Un passo avanti decisivo per far uscire la scuola italiana dal perdurante imprinting elitario e classista che ritiene autentica esclusivamente la cultura disinteressata.
Già nel 2002 Bruno Trentin, nel discorso per la laurea honoris causa attribuitagli dall’Università di Venezia, individuava i “rapporti trasparenti fra gli istituti scolastici e universitari ed il sistema delle imprese nella salvaguardia delle rispettive autonomie” e la diffusione sistematica “della pratica degli stages” come scelte prioritarie per ridurre la disoccupazione giovanile e per far diventare il rapporto fra lavoro e conoscenza il motore di un nuovo sviluppo basato sulla qualità e creatività del lavoro.
L’introduzione dell’alternanza obbligatoria permette di recuperare un ritardo, già allora giudicato intollerabile da Trentin, che frena l’innovazione nella scuola e nel sistema produttivo italiani. Fino a oggi le esperienze di alternanza hanno coinvolto una minoranza di studenti (poco più del 10%), ora può e deve diventare per tutti una metodologia didattica che, integrando le competenze apprese nella scuola e nel contesto lavorativo, migliora e arricchisce gli esiti educativi e le transizioni tra scuola e lavoro.
Le difficoltà sono sotto gli occhi di tutti, il balzo in avanti rischia di trasformarsi in un salto nel buio, ma tornare indietro sarebbe la scelta peggiore.
Come in ogni relazione il rischio della subalternità non deve essere mai sottovalutato, anche se appare francamente esagerata l’avversione di minoranze vetero-ideologiche che intravvedono in ogni forma di rapporto con il mondo del lavoro lo spettro dell’aziendalismo, quasi fossimo di fronte a legioni di imprenditori avidi di piegare le scuole ai loro bassi interessi a breve. La realtà è un'altra, prevalgono largamente le aziende del tutto disinteressate a interagire con le istituzioni formative e questo è uno dei limiti strutturali più evidenti del nostro sistema produttivo che contribuisce a spiegare le sue tendenze al declino.
Proprio per questo le proposte di CGIL CISL UIL per rinnovare la contrattazione individuano nell’alternanza scuola lavoro uno dei fattori per valorizzare il lavoro e per riposizionare il sistema produttivo sulle filiere alte dello sviluppo. Alcuni esempi molto avanzati di alternanza e di apprendistato (Enel e Ducati) sono infatti il frutto di accordi sindacali.
Anche le 32 associazioni dell’alleanza “La scuola che cambia il Paese” nel documento di proposte successivo all’approvazione della legge 107 non chiedono di cancellare l’obbligo all’alternanza perché ritengono che lo “sviluppo del rapporto scuola lavoro contribuisce a rendere più inclusivo il sistema formativo italiano, a potenziare il bagaglio di competenze necessarie ai giovani per il lavoro e la cittadinanza”. Si preoccupano invece di rivendicare nei confronti del governo “una strategia per la crescita della capacità formativa delle imprese”, cioè dei requisiti delle imprese chiamate co-progettare con le scuole. Questo è il principale problema, visto che la responsabilità educativa rimane saldamente nelle mani delle scuole ma, senza interlocutori aziendali adeguati, i rischi di dequalificazione dei percorsi aumentano.
Il governo, invece di dedicarsi al trionfalismo degli annunci, deve rafforzare il dialogo sociale, pilastro essenziale in tutte le esperienze europee dello sviluppo dei rapporti scuola lavoro. Occorre certamente gradualità attuativa – la guida operativa del Ministero non manca di prudenza – ma, soprattutto, occorre un piano operativo condiviso con le parti sociali che tenga conto delle specificità del sistema produttivo italiano in gran parte costituito da piccole imprese.
Agli studenti in alternanza devono essere assicurati contesti lavorativi dotati, anche nell’ambito dei poli tecnico-professionali o di altre reti territoriali, di tutor aziendali con competenze professionali ed educative adeguate, di spazi attrezzati per la formazione, di strumenti e attrezzature didattiche.
Sono questi i principali obiettivi alla base della richiesta dei sindacati confederali di una cabina di regia nazionale per la promozione del rapporto tra istruzione, formazione e lavoro in cui siano rappresentati il Governo, le Regioni e le Parti Sociali. La proposta ha trovato consenso, non si deve perdere altro tempo. Altrimenti prevarranno i professionisti dell’indietro tutta.
L’alternanza scuola lavoro continua ad incontrare resistenze, a volte inaspettate e, forse, inconsapevoli. Non stupisce l’opposizione dei settori del mondo della scuola che disprezzano la cultura del lavoro perché rimasti ancorati a una visione gerarchica dei saperi e che non accetteranno mai la pari dignità tra sapere originato dal lavoro e quello scolastico.
Per chi la pensa in questo modo – e non sono pochi purtroppo – l’alternanza scuola lavoro significa solo degrado culturale o, nel migliore di casi, inutile perdita di tempo.
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La Giornata della memoria per le vittime dell’immigrazione è legge, ma non basta ricordare. Bisogna agire
di Antonella Napoli, su www.articolo21 (18/3/2016)

La Giornata della memoria delle vittime dell’immigrazione è legge. Con il voto in Senato, pressoché unanime fatta eccezione per il prevedibile ‘no’ della Lega, la Repubblica italiana ha riconosciuto il 3 ottobre quale data simbolo per conservare e rinnovare la memoria di quanti hanno perso la vita nel tentativo di emigrare verso il nostro Paese per sfuggire alle guerre, alle persecuzioni e alla miseria. Prima di tutto per ricordare la tragedia del 3 ottobre del 2013, uno dei giorni più bui nella storia delle migrazioni. Quel giorno morirono 366 persone, annegate dopo il naufragio di un barcone al largo di Lampedusa. E nell’ultimo anno le vittime accertate nel Mediterraneo sono state almeno 4200. Uomini, donne, bambini… Ognuno con un nome, un volto. Con sogni e desideri, debolezze e paure. Accomunati da un solo elemento, la tragedia che si consuma giorno dopo giorno a largo delle nostre coste i cui fondali sono disseminati di barconi affondati con il loro carico di disperazione ma anche per il peso della responsabilità di chi su quelle carrette del mare ce li ha spinti quei disperati perché altre vie di fuga dalle crisi umanitarie, dalle guerre, dalla povertà assoluta che vessano milioni di persone non ce ne sono. Oggi sarà più difficile ignorare queste realtà, una Giornata della memoria ci ‘ancora’ alle nostre responsabilità. Certo è più facile piangere che accogliere le migliaia, le centinaia di migliaia, di profughi che arrivano alla ricerca di un futuro in Europa, quell’Europa che stenta a superare egoismi e divisioni.
E’ giusto, doveroso, ricordare le vittime ma, prima di ogni cosa, serve agire. Eppure nonostante l’impegno di pochi in tanti continuano a osteggiare qualsiasi iniziativa comune che possa portare alla condivisione del carico di disperazione che si riversa sulle nostre terre. Ogni volta che arriva un barcone in Italia, che riesca ad approdare o che affondi in mare aperto lasciando l’incombenza alla nostra Guardia Costiera di recuperarne i naufraghi, c’è chi storce il naso e grida allo scandalo dei rifugiati accolti indiscriminatamente nel nostro Paese come negli altri Stati europei. Visti da molti come ‘pesi morti’ che lo Stato si ‘accolla’ a scapito dei tanti italiani in difficoltà, non vengono considerati per quello che sono: dei disperati che rischiano la vita attraversando il Mediterraneo su imbarcazioni fatiscenti e pericolose, sempre stracolme, perché non hanno alternative.
Sapete quanti immigrati arrivati nel 2015, e cito statistiche pubblicate dal Ministero dell’Interno, hanno finora ottenuto lo status di rifugiati in Italia?
Solo il 50% dei richiedenti asilo (circa 2.800 persone) ha ottenuto il riconoscimento di qualche forma di protezione e non tutti viene attribuita, come prevede l’ordinamento italiano, anche la ‘protezione sussidiaria’, che viene concessa solo a coloro per i quali sussistono ‘fondati motivi di ritenere che, se ritornassero nel Paesi dal quali provengono correrebbero un rischio effettivo di subire un grave danno’.
La maggior parte dei profughi può però contare esclusivamente sull’accoglimento e la protezione umanitaria (ovvero il permesso di soggiorno per motivi umanitari), concessa nel caso,sussistano gravi motivi, come guerre o crisi di altra natura.
Il numero di rifugiati accolti dall’Italia appare ancor più modesto se comparato a quello di altri paesi europei e del resto del mondo
Secondo i dati dell’Agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite) in Italia sono circa 50mila e ogni anno vengono presentate dalle 30mila alle 40mila richieste di asilo.
Il trend registrato in tutta Europa dagli anni ‘90 ad oggi, ovvero l’aumento di domande a causa di nuovi conflitti e violazioni dei diritti umani, si è verificato anche in Italia.
Gli ultimi dati forniti da UNHCR rilevano che “a titolo di comparazione la Germania accoglie circa 580mila rifugiati ed il Regno Unito circa 290mila, mentre i Paesi Bassi e la Francia ne ospitano rispettivamente 80mila e 160mila. In Danimarca, Paesi Bassi e Svezia i rifugiati tra i 4,2 e gli 8,5 ogni 1.000 abitanti, in Germania oltre 7, nel Regno Unito quasi 5, mentre in Italia appena 0,7, ovvero 1 ogni 1.500 abitanti”.
La legislazione del nostro Paese non facilita (volutamente?) l’incremento del numero di rifugiati. E la domanda sorge spontanea: come è possibile che l’Italia, a fronte di un’emergenza così pressante non abbia nel proprio ordinamento una normativa organica sull’accoglienza?
La disciplina dello status di rifugiato, pur essendo stata concepita a tal fine, non è mai risultata coincidente con il diritto di asilo. È frammentaria e incompleta, essendo contenuta in diversi strumenti che si sono sovrapposti nel tempo senza mai ricevere una revisione organica.
E il punto, dunque, è proprio questo. Se l’importante successo di oggi, l’istituzione di una giornata della memoria per le vittime dell’immigrazione, è senza dubbio un punto fermo, una vittoria per quanti si impegnano quotidianamente nell’assistenza ai profughi, come il Comitato 3 ottobre promotore della legge, la vera battaglia, quella che dobbiamo affrontare con ancor più vigore e determinazione è proprio il raggiungimento di una normativa che renda possibile per tutti coloro che fuggono da morte e disperazione, il diritto all’accoglienza e il sostegno per poter ricominciare. Riappropriarsi di un futuro, della propria vita.
La Giornata della memoria delle vittime dell’immigrazione è legge. Con il voto in Senato, pressoché unanime fatta eccezione per il prevedibile ‘no’ della Lega, la Repubblica italiana ha riconosciuto il 3 ottobre quale data simbolo per conservare e rinnovare la memoria di quanti hanno perso la vita nel tentativo di emigrare verso il nostro Paese per sfuggire alle guerre, alle persecuzioni e alla miseria. Prima di tutto per ricordare la tragedia del 3 ottobre del 2013, uno dei giorni più bui nella storia delle migrazioni. Quel giorno morirono 366 persone, annegate dopo il naufragio di un barcone al largo di Lampedusa. E nell’ultimo anno le vittime accertate nel Mediterraneo sono state almeno 4200. Uomini, donne, bambini… Ognuno con un nome, un volto. Con sogni e desideri, debolezze e paure. Accomunati da un solo elemento, la tragedia che si consuma giorno dopo giorno a largo delle nostre coste i cui fondali sono disseminati di barconi affondati con il loro carico di disperazione ma anche per il peso della responsabilità di chi su quelle carrette del mare ce li ha spinti quei disperati perché altre vie di fuga dalle crisi umanitarie, dalle guerre, dalla povertà assoluta che vessano milioni di persone non ce ne sono. Oggi sarà più difficile ignorare queste realtà, una Giornata della memoria ci ‘ancora’ alle nostre responsabilità. Certo è più facile piangere che accogliere le migliaia, le centinaia di migliaia, di profughi che arrivano alla ricerca di un futuro in Europa, quell’Europa che stenta a superare egoismi e divisioni.
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Telefono azzurro: ragazzi web-dipendenti
Un ragazzo su quattro è sempre connesso, mentre quattro su cinque frequentano siti porno. E ancora, tre genitori su quattro non conoscono il sexting, uno su dieci non ha mai sentito parlare di cyberbullismo. Sono i dati di un'indagine realizzata con Doxakids presentata a Milano in occasione di un dibattito nell'ambito del Safer Internet Day 2016.
Adolescenti perennemente connessi comunicano tramite chat con i genitori, che, spesso, non sono consapevoli dei rischi corsi dai propri figli in rete. E' la fotografia delle famiglie italiane che emerge dall'indagine "Tempo del web. Adolescenti e genitori online" realizzata da Sos Il Telefono Azzurro Onlus in occasione della ricorrenza internazionale promossa dall'Unione europea dedicata alla sicurezza dei minori in rete.
La ricerca, che si basa sulle risposte di 600 ragazzi dai 12 anni ai 18 anni e 600 genitori dai 25 ai 64 anni è stata presentata in occasione dell'incontro "Modelli di business tramite la rete e tutela dei diritti dei bambini e degli adolescenti" con protagonisti stakeholder di riconosciuto rilievo nel panorama nazionale e internazionale del mondo istituzionale, accademico ed aziendale.
"Le nuove tecnologie e Internet oggi permeano la vita dei ragazzi e delle famiglie influenzando non solo i processi di costruzione d'identità e socializzazione, ma incidendo anche su riti e gesti della quotidianità e sui contenuti delle conversazioni familiari - dice Ernesto Caffo, fondatore e Presidente di Sos Il Telefono Azzurro Onlus- La rete sta cambiando gli stili educativi e presenta una serie di rischi per i più giovani che vanno dalla pornografia al cyberbullismo, dall'utilizzo dei dati forniti per fini commerciali e all'adescamento online".
di Laura Alberico, su www.educare.it (23/2/2016)
Fonte:Dire- Notiziario settimanale Minori 19/2/2016

Un ragazzo su quattro è sempre connesso, mentre quattro su cinque frequentano siti porno. E ancora, tre genitori su quattro non conoscono il sexting, uno su dieci non ha mai sentito parlare di cyberbullismo. Sono i dati di un'indagine realizzata con Doxakids (scarica) presentata a Milano in occasione di un dibattito nell'ambito del Safer Internet Day 2016.
Adolescenti perennemente connessi comunicano tramite chat con i genitori, che, spesso, non sono consapevoli dei rischi corsi dai propri figli in rete. E' la fotografia delle famiglie italiane che emerge dall'indagine "Tempo del web. Adolescenti e genitori online" realizzata da Sos Il Telefono Azzurro Onlus in occasione della ricorrenza internazionale promossa dall'Unione europea dedicata alla sicurezza dei minori in rete.
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Unioni civili, stepchild adoption, teoria del gender: rispondiamo ai vostri dubbi
di Carmen Bellone, su www.stonewall.it (18/2/2016)

L’universo delle relazioni familiari attraversa una trasformazione senza precedenti. Ma è accompagnata da profondi dubbi che scuotono l’opinione pubblica. Per fare chiarezza e sfatare gli “slogan” cavalcati da molti, abbiamo posto le 6 domande che tutti si fanno a Stefano Rodotà, Michela Marzano, Marilisa D’Amico. Che qui fanno finalmente piazza pulita dei luoghi comuni e ci spiegano come cambierà la nostra società.
L’universo delle relazioni familiari attraversa una trasformazione senza precedenti: si diffonde una profonda cultura dell’amore, che richiama i principi di dignità e eguaglianza, obbliga il diritto a prendere atto dei profondi mutamenti sociali, a rispettare fino in fondo la libertà delle persone.
LE UNIONI CIVILI SONO ANTICOSTITUZIONALI?
L’articolo 29 della Costituzione italiana recita: “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare». Dunque, il ddl Cirinnà sulle unioni civili è incostituzionale.”
Risponde Stefano Rodotà, giurista attento al tema dei diritti civili, nel saggio “Diritto d’amore” (Laterza, 14 euro, 158 pagine) sgombera il campo dai pregiudizi alimentati dal gioco degli opposti estremismi.
STEFANO RODOTA’: «Si tratta di un’interpretazione chiusa e scorretta dell’articolo 29 della Costituzione, secondo cui esistono famiglia e matrimonio solo nella coppia eterosessuale. Se così fosse, dovrebbero essere contro natura tutte le leggi spagnole, portoghesi, francesi, la sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti e le norme di tutti quei Paesi, inclusa la cattolicissima Irlanda, che prevedono il matrimonio gay. In realtà, come specificò nel suo intervento all’Assemblea Costituente Aldo Moro, con l’articolo 29 si intendeva definire la sfera di competenza dello Stato nei confronti di una delle formazioni sociali alle quali la persona umana dà liberamente vita. In sostanza, si trattava di ampliare i diritti, non di comprimerli. E si voleva mettere la famiglia al riparo da storiche e pesanti invasioni, che hanno sempre accompagnato i regimi totalitari. Inoltre, occorre sottolineare che oggi il Parlamento esamina il disegno di legge Cirinnà perché nel 2015 la Corte europea dei diritti umani ha condannato l’Italia per aver violato l’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e ha stabilito che dovrà introdurre il riconoscimento legale per le coppie dello stesso sesso».
I BAMBINI CON GENITORI OMOSESSUALI SONO TURBATI PSICOLOGICAMENTE?
I figli hanno il diritto di essere amati da un padre e da una madre. Molti psichiatri e pediatri sono contrari alle adozioni omosessuali perché producono turbamenti psicologici nei bambini adottati.
STEFANO RODOTA’: «La stragrande maggioranza delle ricerche condotte su questo tema dimostra l’esatto contrario: gli studi non hanno riscontrato problemi o turbamenti nello sviluppo psicologico dei bambini. Dunque, l’argomento non è scientificamente sostenibile. Anzi, le critiche rivolte alle adozioni omosessuali, in nome della tutela dei bambini, purtroppo si stanno rivelando un argomento molto efficace per discriminarli. Dicendo di voler rafforzare le tutele, in realtà si tolgono anche a coloro che le hanno ottenute con la riforma del diritto di famiglia, nel 1975, e con il lungo iter successivo che ha portato alla parificazione dello stato giuridico dei figli legittimi, naturali e adottivi. Oggi si rischia di introdurre una nuova categoria di figli illegittimi e discriminati, annullando tutto ciò che era stato raggiunto con la riforma del diritto di famiglia».
LA STEPCHILD ADOPTION APRE LA STRADA ALL’UTERO IN AFFITTO?
È vero che la “stepchild adoption”, vale a dire l’adozione del figlio del partner omosessuale, apre la strada alla pratica dell’utero in affitto, oggi vietata in Italia?
EMANUELE COEN: Niente affatto. Si tratta di due istituti distinti. La maternità surrogata è vietata e resterà tale anche se il disegno di legge Cirinnà verrà approvato. Mentre la stepchild adoption, l’adozione del figlio del proprio partner, esiste dal 1983 per le coppie eterosessuali sposate. Viene riconosciuta con il consenso del genitore biologico, solo se l’adozione corrisponde all’interesse del figlio, che deve dare il consenso (se maggiore di 14 anni) o comunque esprimere la sua opinione (se di età tra i 12 e i 14). A partire dal 2007, alcuni tribunali hanno esteso la stepchild adoption dalle coppie sposate ai conviventi, mentre alcune sentenze hanno disposto l’adozione da parte della convivente del figlio della madre biologica, all’interno di una coppia convivente omosessuale. Il disegno di legge sulle unioni civili, all’articolo 5, vorrebbe estenderlo a tutte le coppie, comprese quelle omosessuali. Il componente dell’unione civile continuerà ad avere la facoltà di chiedere l’adozione del figlio biologico del partner, sarà sempre necessario il consenso del genitore biologico e sarà sempre il Tribunale per i minorenni a stabilire se l’adottante ha le carte in regola e se l’adozione corrisponde all’interesse del figlio.
NELLE SCUOLE ITALIANE SI DIFFONDE LA TEORIA DEL GENDER?
Alcune associazioni sostengono che nelle scuole italiane si sta diffondendo in modo subdolo la teoria del gender. Che ammette la libertà di identificarsi in qualsiasi genere indipendentemente dal proprio sesso biologico. Niente più mamma e papà, insomma, ma “genitore 1″ e “genitore 2”. E invece donne e uomini si nasce, non si diventa.
Risponde la filosofa Michela Marzano, professore all’Université Paris Descartes, che nel suo ultimo libro “Papà, mamma e gender” (Utet, 12 euro, 151 pp.) riflette sui temi dell’identità di genere e dell’orientamento sessuale.
Michela Marzano: «Anzitutto non esiste un’unica “teoria del gender”, ma molteplici studi di genere che si sono accumulati nel corso del tempo, fin dagli anni Sessanta. Tutti questi studi partono dal presupposto che si nasce in un determinato corpo, maschile e femminile, cosa che nessuno mette in discussione. In nessuna scuola viene negata l’esistenza della paternità o della maternità: tuttavia, bisogna smettere di pensare che l’unica famiglia possibile sia quella costituita da un padre o da una madre. Oggi esistono famiglie omogenitoriali, famiglie ricomposte, famiglie costituite da due uomini o due donne. L’obiettivo degli studi sul gender è combattere contro le discriminazioni e le violenze subite da donne, gay o trans solo in ragione del proprio orientamento sessuale o della propria identità di genere. Occorre nominare questi pezzi di realtà in maniera corretta, non farlo equivale a mentire. Nelle scuole si insegna a decostruire gli stereotipi di genere, secondo cui per essere un uomo o una donna occorre comportarsi in un certo modo: i maschietti amano l’azzurro e i soldatini, mentre le femminucce il rosa e le principesse».
LA TEORIA DEL GENDER GIUSTIFICA LA PEDOFILIA?
È vero che la teoria del gender giustifica quasi ogni comportamento sessuale, compresa la pedofilia e la masturbazione precoce già all’asilo?
Michela Marzano: «In nessuna scuola o asilo si insegna la masturbazione precoce. Se così fosse, sarei la prima a insorgere. Quanto alla pedofilia, vale a dire l’interesse sessuale da parte di una persona adulta per i bambini o le bambine, non ha niente a che vedere né con l’identità di genere né con l’orientamento sessuale. E’ una pratica sessuale perversa, che a causa della sua pericolosità viene considerata un reato. Come ogni pratica sessuale perversa, può esistere all’interno dell’eterosessualità e dell’omosessualità. È molto importante non confondere pratiche sessuali, orientamento sessuale e identità di genere. E invece la confusione regna sovrana: non stupisce allora di leggere il messaggio di una mamma che, andata a uno dei numerosi incontri organizzati negli ultimi mesi sul gender, racconta inquieta che stanno insegnando ai figli che “al di là del proprio sesso biologico possono decidere autonomamente di appartenere a un altro genere: omosessuale, bisessuale o chi più ne ha più ne metta, includendo in questo genere anche il genere pedofilo”. E, ancora, la stessa mamma ha aggiunto: “A lungo termine, cosa peraltro già prevista nella democratica Germania, vi sarà la legalizzazione della pedofilia, che non sarà più un reato ma una condizione di genere”. Ecco, la teoria del gender serve a fare chiarezza, sfatando luoghi comuni e pregiudizi».
UNIONI CIVILI E MATRIMONIO SARANNO EQUIPARATI?
Nel ddl Cirinnà, secondo la costituzionalista Marilisa D’Amico, i due istituti sono di fatto identici. Mentre restano le differenze tra stepchild adoption e adozione piena.
Marilisa D’Amico, avvocato cassazionista e professore di Diritto costituzionale all’Università degli Studi di Milano, conosce a fondo il tema dei diritti civili, delle pari opportunità e delle discriminazioni di genere. Tra gli altri, per l’editore Franco Angeli ha scritto e curato il saggio “I diritti contesi” e il suo ultimo libro, “Orientamento sessuale e diritti civili. Un confronto con gli Stati Uniti d’America”, realizzato insieme a Costanza Nardocci e Matteo M. Winkler.
È vero che se verrà approvato il ddl Cirinnà non ci sarà più alcuna differenza tra unione civile e matrimonio?
L’universo delle relazioni familiari attraversa una trasformazione senza precedenti. Ma è accompagnata da profondi dubbi che scuotono l’opinione pubblica. Per fare chiarezza e sfatare gli “slogan” cavalcati da molti, abbiamo posto le 6 domande che tutti si fanno a Stefano Rodotà, Michela Marzano, Marilisa D’Amico. Che qui fanno finalmente piazza pulita dei luoghi comuni e ci spiegano come cambierà la nostra società.
L’universo delle relazioni familiari attraversa una trasformazione senza precedenti: si diffonde una profonda cultura dell’amore, che richiama i principi di dignità e eguaglianza, obbliga il diritto a prendere atto dei profondi mutamenti sociali, a rispettare fino in fondo la libertà delle persone.
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La disabilità entra nei giochi per bambini: #ToyLikeMe
di Laura Alberico, su www.educare.it (15/2/2016)

Lego, il famoso produttore danese, ha presentato questa settimana alla Fiera del giocattolo di Norimberga un nuovo personaggio: un giovane disabile in sedia a rotelle, accompagnato dal suo cane guida. E' la risposta ad una recente polemica che aveva visto coivolto il celebre marchio a cui veniva contestato che le persone con disabilità erano assenti dalla gamma di tipologie.
Il movimento ToyLikeMe (giocattoli come me) aveva denunciato la mancanza di Lego disabili portando oltre 20.000 persone a firmare una petizione online sul sito Change.org per invitare i vertici dell'azienda a cambiare rotta. L'obiettivo è quello di cambiare le percezioni culturali: sono infatti oltre 150 milioni di bambini disabili che non si vedono così rappresentati nei modelli riprodotti nei giochi. A Lego viene chiesto di usare la sua grande influenza per trasmettere un messaggio positivo.
Anche Mattel, evidenzia Giovanni D'Agata, presidente dello "Sportello dei diritti", aggiunge alla Barbie originale altre tre dalle forme più pronunciate. Per la prima volta nei suoi 56 anni di vita, le bambole sono destinate a mutare, adeguandosi ai tempi e ai modelli attuali nel tentativo di bloccare l'emorragia delle vendite. Nella nuova linea saranno quindi disponibili quattro diverse morfologie: a quella originale (le proporzioni del cui fisico non corrispondono a quelle di nessuna donna) se ne affiancheranno altre tre anche più tornite, con vita meno sottile e curve piuttosto abbondanti. La capacità di evolvere della Barbie, pur restando fedele al suo spirito, contribuisce in modo determinante a fare di lei la numero uno al mondo, hanno spiegato i vertici della Mattel, l'azienda produttrice.
Lego, il famoso produttore danese, ha presentato questa settimana alla Fiera del giocattolo di Norimberga un nuovo personaggio: un giovane disabile in sedia a rotelle, accompagnato dal suo cane guida. E' la risposta ad una recente polemica che aveva visto coivolto il celebre marchio a cui veniva contestato che le persone con disabilità erano assenti dalla gamma di tipologie.
Il movimento ToyLikeMe (giocattoli come me) aveva denunciato la mancanza di Lego disabili portando oltre 20.000 persone a firmare una petizione online sul sito Change.org per invitare i vertici dell'azienda a cambiare rotta. L'obiettivo è quello di cambiare le percezioni culturali: sono infatti oltre 150 milioni di bambini disabili che non si vedono così rappresentati nei modelli riprodotti nei giochi. A Lego viene chiesto di usare la sua grande influenza per trasmettere un messaggio positivo.
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Non è il derby tra laici e cattolici
di Emma Fattorini, su www.unita.tv (9/2/2016)

Allargare finalmente tutti i diritti, dico tutti, a tutte le coppie è una conquista di civiltà non solo per loro ma per tutti.
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Il lungo (e incompiuto) processo verso la famiglia fondata su amore e accoglienza
Si discute molto di famiglia e di figli in questo periodo. Ma troppo spesso si dimentica che di “naturale” la famiglia ha poco o nulla, che nella storia e nelle varie culture essa ha assunto connotati molto diversi, e molto spesso violenti nei confronti di donne e bambini. In questo contesto, che significa che “i figli non sono un diritto”?
di Chiara Saraceno
“I figli non sono un diritto”. Vero, non c’è dubbio. Vale per tutti: per le coppie formate da persone di sesso diverso come per le coppie formate da persone dello stesso sesso, per le coppie come per i/le single. Ma che cosa significa esattamente che non sono un diritto? Che chi non è fertile, o ha un partner non fertile, non ha diritto di provare e viceversa che basta essere fertili (e in un rapporto di coppia eterosessuale) per avere automaticamente il diritto di avere un figlio? Quando si discute di diritti e li  si aggancia ad una idea di “natura” e di “normalità” si intraprende una strada molto scivolosa. Una strada lungo la quale si incontrano molte violenze, in particolare contro le donne e i bambini, ma talvolta anche contro gli uomini.
Qualche secolo fa in Italia le donne nubili sospette di essere incinte venivano imprigionate per evitare che abortissero, salvo togliere loro i figli perché “indegne” di essere madri. In Irlanda, come ci ha ricordato il film Le Maddalene, la cosa è durata fino a qualche decennio fa con il beneplacito della Chiesa Cattolica. In nome della protezione della “paternità legittima” i figli nati da un uomo sposato fuori dal matrimonio non potevano essere riconosciuti da quello. E una madre coniugata che avesse un figlio con un uomo diverso dal marito, magari lontano o da cui era separata, aveva di fronte a sé solo due scelte: o non riconoscerlo affinché il padre, se non a sua volta sposato, potesse farlo lui, oppure tacere, attribuendone la paternità al marito. Il tutto con buona pace dell’oggi tanto sbandierato principio che i bambini hanno bisogno di un padre e di una madre, possibilmente biologici.
Nella legge 40, fortemente voluta da una grossa fetta dei parlamentari cattolici e la cui abrogazione per via referendaria è stata attivamente impedita dalla gerarchia cattolica, si è vietata sia la riproduzione artificiale con donatore o donatrice, sia il ricorso all’esame pre-impianto degli embrioni nel caso di aspiranti genitori portatori di malattie genetiche gravi, che avrebbero comportato sofferenze atroci all’eventuale nascituro. Ci sono volute sentenze delle Corti italiane ed europea per cancellare questa mostruosità voluta da parlamentari ottusi e arroganti che, con la benedizione della Chiesa, si arrogavano il diritto di dire chi può e in quali condizioni fare figli e chi no. Se dovessero poter avere figli solo coloro che sono fertili, e in coppia eterosessuale, dovremmo non solo condannare ogni forma di riproduzione assistita, inclusa quella con gameti della coppia, ma anche vietare l’adozione.
Nella nostra società e cultura da lungo tempo si è passati da un’idea che si facessero figli – in proprio o tramite adozione – vuoi perché “venivano”, come non sempre benvenuta conseguenza di un rapporto sessuale, vuoi perché utili alla dinastia o all’impresa famigliare, ma perché danno gioia e aprono al futuro. Come ha ammesso, con un lapsus involontario, lo stesso cardinal Bagnasco, la famiglia non è un fatto ideologico, bensì antropologico. Appunto, l’antropologia, e la storia, ci mostrano che qualunque sia la “famiglia voluta da Dio”, secondo la sorprendente e astorica definizione di papa Francesco, le famiglie umane vengono in forme e contenuti diversi. Non c’è un’unica “famiglia umana”. Ed alcune forme di famiglia anche del nostro recente passato erano intrinsecamente violente nei rapporti di genere e generazione, non solo a livello individuale, ma proprio di conformazione istituzionale.  C'è voluto un lungo processo, non del tutto compiuto, perché la dimensione fondamentale, autenticamente generativa, della genitorialità fosse l’accoglimento e l’assunzione di responsabilità e perché la cifra della relazione genitori-figli (come per la coppia) fosse l’amore E’ su questo che si gioca il “diritto ad avere figli” o, meglio, a provarci, non di fronte alla legge, ma di fronte alla propria coscienza.
Le tecniche di riproduzione assistita, e più ancora la possibilità di ricorrere ad una madre gestante per altri, acuiscono ed esplicitano la necessità di effettuare – ciascuno nel proprio foro interiore – questa valutazione: non solo perché la scelta di diventare genitori è necessariamente più esplicitamente intenzionale, ma perché coinvolge più soggetti e modifica di poco o tanto il nesso tra coppia, sessualità, generazione. Di nuovo, vale per tutti, non solo per le persone omosessuali. Quando si smetterà di pretendere di possedere la verità e il monopolio della definizione di chi può fare famiglia e chi può avere figli, finalmente si potrà aprire una riflessione in cui tutte le parti possano trovare voce e ascolto, con rispetto e pazienza, per fare un passo ulteriore nel processo di civilizzazione della famiglia e dei rapporti di sesso e generazione.
di Chiara Saraceno, su http://temi.repubblica.it/micromega-online (30/1/2016)

Si discute molto di famiglia e di figli in questo periodo. Ma troppo spesso si dimentica che di “naturale” la famiglia ha poco o nulla, che nella storia e nelle varie culture essa ha assunto connotati molto diversi, e molto spesso violenti nei confronti di donne e bambini. In questo contesto, che significa che “i figli non sono un diritto”?
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Invertiamo la rotta di un mondo sempre più ingiusto, il terrorismo ha anche radici sociali
di Vannino Chiti, su www.huffingtonpost.it (19/1/2016)

Il mondo diventa sempre più ingiusto, miliardi di persone rimangono indietro, anno dopo anno.
Nel 2015 il patrimonio accumulato dall'1% dei più ricchi al mondo ha superato quello del 99% della popolazione mondiale. È un dato sconcertante e lo ha reso noto l'organizzazione non governativa Oxfam, secondo la quale lo scarto tra i super ricchi e il resto della popolazione è cresciuto in modo esponenziale negli ultimi 12 mesi.
Nel rapporto della ong si legge anche che i 62 miliardari più ricchi del mondo hanno un patrimonio equivalente a quello della metà più povera della popolazione mondiale. È la fotografia impietosa di un mondo in cui la condizione umana è sempre più divisa in due, con una parte minoritaria che ha troppo e una parte, quella più numerosa, che ha poco o nulla. Anche al di sopra della soglia di povertà l'ingiustizia sociale la fa da padrona: poche migliaia di persone con i loro patrimoni e il loro potere schiacciano milioni di donne e uomini che lottano ogni giorno per mantenere un livello di benessere accettabile.
Le disuguaglianze crescono e minano la convivenza civile e il futuro. Il terrorismo internazionale che sta insanguinando il mondo e spaventando tutti noi ha radici non solo ideologiche ma anche sociali. Popolazioni povere e non istruite sono terreno fertile del proselitismo di fanatici senza scrupoli e di manipolatori del pensiero. La crisi economica ha impoverito tanti e arricchito pochi: dal 2010, 3,6 miliardi di persone, la metà della popolazione mondiale, ha visto la propria quota di ricchezza ridursi di circa 1.000 miliardi di dollari. I 62 super ricchi hanno invece registrato un incremento di oltre 500 miliardi, arrivando così ad un totale di 1.760.
Anche in Italia le distanze sociali si sono accentuate: l'1% più ricco degli italiani è in possesso del 23,4% della ricchezza nazionale; oltre la metà dell'incremento della ricchezza dal 2000 al 2015 è andata al 10% più ricco. È il modello socio-economico ad essere sbagliato: quello dominante si fonda sull'individualismo, sul culto del profitto slegato da finalità sociali, sul consumo indiscriminato delle risorse naturali, sull'inquinamento dell'ambiente, sull'assenza di regole che assicurino equità sociale e redistribuzione della ricchezza. È il modello neoliberista che si è affermato negli anni '80 e che, nonostante il suo fallimento, continua a guidare le principali istituzioni nazionali, continentali e mondiali.
Il mondo diventa sempre più ingiusto, miliardi di persone rimangono indietro, anno dopo anno.Nel 2015 il patrimonio accumulato dall'1% dei più ricchi al mondo ha superato quello del 99% della popolazione mondiale. È un dato sconcertante e lo ha reso noto l'organizzazione non governativa Oxfam, secondo la quale lo scarto tra i super ricchi e il resto della popolazione è cresciuto in modo esponenziale negli ultimi 12 mesi.
Nel rapporto della ong si legge anche che i 62 miliardari più ricchi del mondo hanno un patrimonio equivalente a quello della metà più povera della popolazione mondiale. È la fotografia impietosa di un mondo in cui la condizione umana è sempre più divisa in due, con una parte minoritaria che ha troppo e una parte, quella più numerosa, che ha poco o nulla. Anche al di sopra della soglia di povertà l'ingiustizia sociale la fa da padrona: poche migliaia di persone con i loro patrimoni e il loro potere schiacciano milioni di donne e uomini che lottano ogni giorno per mantenere un livello di benessere accettabile.
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A ogni studente il proprio stile di apprendimento: un neuromito?
di Elisabetta Intini, su www.educare.it (15/1/2016)

Molti di noi sono cresciuti sentendo parlare degli stili di apprendimento, l'idea che ogni studente prediliga, nel suo approccio coi libri, modalità di studio basate su canali sensoriali diversi, da quello visivo - con immagini, schemi, video - a quello verbale (che predilige istruzioni scritte o ascoltate). Ma quanto c'è di vero? Nulla, secondo un articolo recentemente pubblicato sul New York magazine. Quello degli stili di apprendimento sarebbe uno dei tanti falsi miti che circolano sul cervello (come quello che vuole che utilizziamo soltanto il 10% di esso, o che la dominanza dell'uno o dell'altro emisfero possa influire sulla personalità).
Già nel 2014 Paul Howard-Jones, professore di neuroscienze all'Università di Bristol, aveva pubblicato una revisione scientifica che smentiva questo neuromito; ora, un lavoro di Philip Newton, neuroscienziato della Swansea University (Galles) chiarisce il motivo della sua capillare diffusione: la ragione, cioé, alla base del successo di questo mito, sostenuto dalla maggior parte degli insegnanti ma non confermato da evidenze scientifiche.
Nel suo articolo pubblicato su Frontiers in Psychology, Newton dimostra che, cercando con la chiave "stili di apprendimento" sui motori di ricerca dei più famosi database scientifici (come PubMed), si incorre in pubblicazioni che nella maggior parte dei casi (per il 94% delle volte) danno una visione positiva di queste modalità di insegnamento, incoraggiandole più o meno direttamente, anche in mancanza di basi scientifiche sul loro effettivo funzionamento.
Da qui l'inghippo: anche gli insegnanti che, agendo con scrupolo, volessero informarsi sull'efficacia degli stili di apprendimento, troverebbero un incoraggiamento implicito in letteratura, sebbene nessuno degli studi più seri e specifici su questo tema abbia trovato le prove scientifiche della validità di questo metodo.
La prove "contro"
Quelle che negano l'esistenza di diversi stili di apprendimento sono molte. Nel 2004, una ricerca di Frank Coffield, professore di pedagogia presso l'Università di Londra, ha esaminato 13 tra i più popolari stili di apprendimento, concludendo che mancavano le basi scientifiche per incoraggiarne l'uso.
Nel 2008 un altro studio di Harold Pashler, professore di psicologia all'Università della California di San Diego, ha evidenziato come nella maggior parte dei casi, gli studi su questo tema manchino di rigore scientifico, e i pochi che lo possiedono raramente raggiungono conclusioni a favore di questo metodo di insegnamento.
All'origine del suo successo potrebbe esserci la diffusione di interpretazioni scorrette e generalizzazioni riguardo il funzionamento del cervello, come quella secondo cui le diverse aree cerebrali sarebbero specializzate ciascuna in un compito (visivo, auditivo, processazione degli stimoli sensoriali) e che gli alunni apprenderebbero meglio se lasciati liberi di sfruttare l'area del proprio cervello che funziona meglio. In realtà il cervello è talmente interconnesso che parlare di localizzazione di una determinata funzione non ha senso.
La scarsa conoscenza generale di temi complessi come quelle delle neuroscienze, e la risposta positiva degli studenti a metodi di apprendimento creativi e alternativi, hanno fatto il resto, contribuendo alla sedimentazione di questa ennesima "bugia storica" sul cervello.
Molti di noi sono cresciuti sentendo parlare degli stili di apprendimento, l'idea che ogni studente prediliga, nel suo approccio coi libri, modalità di studio basate su canali sensoriali diversi, da quello visivo - con immagini, schemi, video - a quello verbale (che predilige istruzioni scritte o ascoltate). Ma quanto c'è di vero? Nulla, secondo un articolo recentemente pubblicato sul New York magazine. Quello degli stili di apprendimento sarebbe uno dei tanti falsi miti che circolano sul cervello (come quello che vuole che utilizziamo soltanto il 10% di esso, o che la dominanza dell'uno o dell'altro emisfero possa influire sulla personalità).
Già nel 2014 Paul Howard-Jones, professore di neuroscienze all'Università di Bristol, aveva pubblicato una revisione scientifica che smentiva questo neuromito; ora, un lavoro di Philip Newton, neuroscienziato della Swansea University (Galles) chiarisce il motivo della sua capillare diffusione: la ragione, cioé, alla base del successo di questo mito, sostenuto dalla maggior parte degli insegnanti ma non confermato da evidenze scientifiche.
Nel suo articolo pubblicato su Frontiers in Psychology, Newton dimostra che, cercando con la chiave "stili di apprendimento" sui motori di ricerca dei più famosi database scientifici (come PubMed), si incorre in pubblicazioni che nella maggior parte dei casi (per il 94% delle volte) danno una visione positiva di queste modalità di insegnamento, incoraggiandole più o meno direttamente, anche in mancanza di basi scientifiche sul loro effettivo funzionamento.
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Sul corpo delle donne no pasaran
di Lucia Annunziata, su www.huffingtonpost.it (7/1/2016)

Non c'è molto da dire ma va detto. E nel più semplice dei modi: noi donne, noi donne europee, abbiamo bisogno di cominciare una discussione vera su quello che l'immigrazione sta portando nei nostri paesi; sul disagio, e sulle vere e proprie minacce alla nostra incolumità fisica che avvertiamo nelle strade, sui bus, nei quartieri delle nostre città. Una franca discussione su come evitare che la giustissima "accoglienza" di chi ha bisogno diventi la vittoria di Pirro della nostra sicurezza e indipendenza. Mi pare che qualcosa si muova in questo senso fra le donne tedesche. E se è così saremo con loro.
Sull'Europa che si è riunita per affrontare la caotica situazione della immigrazione, le ripetute sospensioni di Schengen, pesa l'emozione di quanto è accaduto nella notte di Capodanno a Colonia: l'aggressione sessuale inflitta da "un migliaio di giovani arabi e nordafricani" a tutte le donne che hanno incontrato sul loro cammino. Una violenza le cui modalità rivelano un episodio ben più grave della notte di follia, della frustrazione estrema ed ormonale di maschi frustrati.
Quel migliaio di giovani erano preparati, il loro assalto è stato organizzato ed eseguito come una operazione semi-militare. Assalto per altro ripetuto in altre due città. Erano tanti, usavano il numero come arma di annientamento, e l'accerchiamento come trappola: le donne prese in mezzo, inclusa una donna poliziotto, sono state toccate e passate dall'uno all'altro, senza nessuna cura di proteste e reazioni. "Urlavamo, picchiavamo con quello che potevamo, ma inutilmente" raccontano le testimonianze (incluse quelle di uomini che hanno cercato di intervenire). Una madre e la figlia quindicenne sono state bloccate e "palpate ripetutamente al seno e in mezzo alle gambe".
Un'operazione di molestie così vasta, continuata e determinata non può essere vista solo come un gesto contro le donne; si configura come un atto di scontro, umiliazione e dominio esercitato nei confronti delle donne sì, ma mirato a inviare un segnale di disprezzo e di sfida all'intero paese che quegli uomini ha accolto. Cioè noi, l'Europa tutta e non solo la Germania.
La notte che ha inaugurato il 2016 nel paese che ha generosamente aperto le porte al maggior numero, circa un milione, di profughi dal Medioriente e da altre zone di guerra, è stata macchiata da quello che possiamo definire il primo episodio di scontro di civiltà, la prima sfida consapevole dei nuovi arrivati al nostro mondo. Un annuncio gravido di molte cose a venire. Tanto più grave perché qui non si tratta di Isis, qui non siamo di fronte a nessuna motivazione religiosa: anzi i giovani immigrati arrivati a migliaia di migliaia in Europa in questi mesi e generosamente accolti in Germania sono tecnicamente in fuga dalla guerra.
Il pericolo dell'episodio di Colonia si nasconde proprio nelle pieghe della "normalità" di chi ne è stato protagonista. La verità di cui dobbiamo discutere è proprio questa: il rapporto dell'Islam con le donne è un tema devastante, intriso di violenza e di politica, e non è tale solo nelle forme più estreme, nelle terre più bruciate del Medioriente, nelle esperienze più allucinate e militanti delle guerre dell'Isis o del terrorismo. Tutto questo lo sappiamo, ci conviviamo da anni, è stato al centro di tante nostre analisi e battaglie civili a favore delle donne in tanti e altri paesi. Ma negli ultimi venti anni, proprio sotto la spinta di guerre e rotture interne al mondo islamico, il rapporto fra Islam e donne si è metamorfizzato in una agenda culturale e politica di dominio, usata come arma, o anche solo espressione di potere, in una vastissima area sociale, la cui linea di rottura passa dentro lo stesso mondo mussulmano.
Quel che voglio dire è che tutti ricordiamo gli stupri e le violenze in Iraq durante la conquista da parte dell'Isis, e i rapimenti di Boko Haram, la schiavitù sessuale imposta alle donne cristiane, yazide. Ma val la pena qui di cominciare a ricordare anche che il maggior numero di violenze viene usato nei confronti delle stesse donne musulmane. Vogliamo ricordare le condizioni in cui progressivamente stanno scivolando all'indietro tutte le società musulmane. Ricordiamo qui, ad esempio, il trattamento subito da centinaia di donne egiziane al Cairo durante la "primavera araba", come punizione per una partecipazione, o anche solo come occasione da non perdere. Ma andrebbe ora prestata più attenzione al fatto che questo modo di rapportarsi dell'Islam alle donne proprio perché deriva dalla politica non si ferma alle frontiere.
Ci sono storie che solo le organizzazioni dei diritti umani seguono: nei campi profughi europei ci sono casi di violenze, e stupri. Queste violenze sono per altro la ragione per cui i cristiani quasi mai si sono uniti alle grandi migrazioni collettive di questi ultimi mesi. Ma è anche tempo di mettere in questo elenco l'aggressività, la mancanza di rispetto, che denunciano molte donne giovani ed anziane nei quartieri delle varie città europee, incluse quelle di molte città italiane: ricordate Tor Sapienza, la disperazione e la rabbia delle donne che raccontavano (inutilmente) le offese che subivano dai gruppi di giovani immigrati illegali parcheggiati in tutte le case di accoglienza?
Tutto questo non è destinato a finire. L'attuale immigrazione non è un flusso ordinato. È il frutto di eventi traumatici, multipli e contemporanei, di guerre che hanno un'espansione globale e di lungo periodo. Non sarà aggiustabile secondo la logica di un progressivo assorbimento. La gestione di questa immigrazione è già da oggi uno dei maggiori problemi economici e sociali in Europa, il motore di uno sconvolgimento politico il cui impatto è già visibile.
La sospensione di Schengen da parte di due degli stati da sempre più disponibili, la Danimarca e la Svezia, segnala che davvero si sta raggiungendo un livello di guardia. E indica anche come su questo tema la socialdemocrazia (e la sinistra) sia da tempo in difficoltà a mantenere una posizione "aperturista" a tutti i costi. Le formule con cui abbiamo fin qui vissuto si rivelano inefficaci di fronte alle nuove dimensioni. Ma dentro il problema di tutti con l'integrazione, c'è un problema specifico per noi donne, come stiamo vedendo. E credo tocchi anche a noi trovare una voce in merito.
La prima idea su cui lavorare per il futuro non è forse difficile da individuare perché è un po' nelle cose: costruire un doppio percorso nella accoglienza. Dare priorità e immediata accettazione alle famiglie, ai bambini, alle donne, agli anziani. In qualunque condizioni e per qualunque ragioni arrivino. Costruire invece un percorso più lungo e approfondito per le migliaia di giovani uomini che per altro costituiscono la stragrande maggioranza anche degli illegali e clandestini. Davvero tutti questi giovani uomini sono in bisogno immediato e irreversibile di rifugio? Sono tutti alla ricerca di una nuova vita? Sono tutti decisi a non ritornare nei loro paesi d'origine? Domande scomode, ma realistiche.
Le regole attuali, e possono essere migliorate, forniscono già la definizione per distinguere coloro che hanno diritto all'asilo politico; ugualmente esistono chiari requisiti necessari per poter invece entrare in un paese come immigrato. Intorno a queste definizioni vanno costruite barriere successive per fare dell'ammissione in un paese un lavoro di "integrazione" che cominci ben prima della stessa entrata. E se questo processo porta a prevedere più controlli, e dunque anche a una formulazione più elastica di Schengen, va ricordato che questo è già nelle cose.
È un momento delicato, in cui l'opinione pubblica deve uscire dalle emozioni, dalle rabbie per cercare di capire davvero quale sia la strada migliore per il futuro. Le donne, anzi i diritti delle donne, devono essere una delle pietre miliari di questa chiarezza. In maniera uguale e contraria al modo come questi diritti negati vengono usati come un atto di aggressione nei nostri confronti. Non voglio pensare che mia figlia, le nostre figlie, vivranno in un mondo in cui abbiamo perso i diritti che avevamo conquistato per loro.
Integrare e integrarsi con le tante diversità è la più dinamica opzione della nostra società per crescere. L'accoglienza è un valore supremo. Ma senza definizioni, senza regole e senza domande è possibile che diventi la semplice riproduzione al nostro interno delle disperate periferie del mondo, la ricreazione di permanenti masse di profughi, senza che noi sappiamo cosa far né di loro né di noi stessi.
Non c'è molto da dire ma va detto. E nel più semplice dei modi: noi donne, noi donne europee, abbiamo bisogno di cominciare una discussione vera su quello che l'immigrazione sta portando nei nostri paesi; sul disagio, e sulle vere e proprie minacce alla nostra incolumità fisica che avvertiamo nelle strade, sui bus, nei quartieri delle nostre città. Una franca discussione su come evitare che la giustissima "accoglienza" di chi ha bisogno diventi la vittoria di Pirro della nostra sicurezza e indipendenza. Mi pare che qualcosa si muova in questo senso fra le donne tedesche. E se è così saremo con loro.
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Il crocifisso in aula con gli altri simboli
di Laura Montanari, su www.repubblica.it (24/12/2015)

Le radici sono imporanti, ma il territorio non è proprietà privata. Per questo nelle aule scolastiche non bisogna "togliere" ma "aggiungere". Il progetto di una studentessa che immagina modi ingegnosi per evitare il conflitto "croce sì-croce no" nelle scuole. [visita
 
La scuola è più avanti
di E. Colonna e L. Zou
Per fortuna la scuola è più avanti. Della classe politica e anche del livello del dibattito sulla scuola stessa, che attraversa ampi strati dell’opinione pubblica. E non solo sul presepe, argomento che ha scatenato il peggio del peggio in quanto a integralismi e oscurantismi di varia natura, ma anche su temi molto più delicati e profondi come quello dell’accoglienza e dell’attenzione per il diverso, della cura dell’identità e delle pari opportunità, che sono il sottotesto di tutta la discussione sul cosiddetto ‘gender’. Su questo argomento vi è stata, infatti, una incursione irrazionale e in certi casi addirittura violenta nella vita della scuola, fondata su vere e proprie menzogne e orientata a scatenare la paura nei genitori.
Si è anche ricorsi in maniera spregiudicata a mezzi di comunicazione molto invasivi che, se usati senza scrupoli, possono rivelarsi del tutto inadeguati, come le chat che accomunano i genitori soprattutto nelle  classi della scuola primaria.
La scuola è più avanti. Più avanti sono gli insegnanti e in genere chi ci lavora. Perché la responsabilità del tuo ruolo ti costringe a guardare oltre. I nostri alunni devono convivere con un mondo complicato e difficile,‘grande e terribile’, segnato oggi dalla guerra e dal terrorismo, dal dramma dei profughi, da una instabilità crescente. Abbiamo di fronte vere e proprie emergenze educative che chiamano a nuove responsabilità. E che la conoscenza sia una bussola formidabile è una delle poche certezze che abbiamo.
Per questo la scuola è più avanti. Perché il suo obiettivo non è quello di confondere le idee ma di chiarirle, non è quello di crescere sull’ignoranza ma, al contrario, di usare la conoscenza come un’arma, sia di difesa che di attacco, da consegnare ai nostri ragazzi.
Il Cidi ha espresso più volte un giudizio negativo sul modello di scuola che viene delineato dalla legge 107, ma ciò non ci impedisce di vedere che in questo momento la scuola italiana è dentro una grande trasformazione. Siamo di fronte a un passaggio generazionale che si può paragonare solo a quello che ha visto, alla fine degli anni sessanta del secolo scorso, lo sviluppo della scolarizzazione di massa. I nuovi immessi in ruolo e tutti i giovani che si accingono ad affrontare il concorso a cattedre saranno l’anima della scuola di domani, a loro è affidato il compito di costituirne l’identità.
Lavoreremo tutti insieme perché la scuola reale continui a essere, come sempre, un passo più avanti.
di E. Colonna e L. Zou, su www.scuolaoggi.com (23/12/2015)

Per fortuna la scuola è più avanti. Della classe politica e anche del livello del dibattito sulla scuola stessa, che attraversa ampi strati dell’opinione pubblica. E non solo sul presepe, argomento che ha scatenato il peggio del peggio in quanto a integralismi e oscurantismi di varia natura, ma anche su temi molto più delicati e profondi come quello dell’accoglienza e dell’attenzione per il diverso, della cura dell’identità e delle pari opportunità, che sono il sottotesto di tutta la discussione sul cosiddetto ‘gender’. Su questo argomento vi è stata, infatti, una incursione irrazionale e in certi casi addirittura violenta nella vita della scuola, fondata su vere e proprie menzogne e orientata a scatenare la paura nei genitori.
Si è anche ricorsi in maniera spregiudicata a mezzi di comunicazione molto invasivi che, se usati senza scrupoli, possono rivelarsi del tutto inadeguati, come le chat che accomunano i genitori soprattutto nelle  classi della scuola primaria.
La scuola è più avanti. Più avanti sono gli insegnanti e in genere chi ci lavora. Perché la responsabilità del tuo ruolo ti costringe a guardare oltre. I nostri alunni devono convivere con un mondo complicato e difficile,‘grande e terribile’, segnato oggi dalla guerra e dal terrorismo, dal dramma dei profughi, da una instabilità crescente. Abbiamo di fronte vere e proprie emergenze educative che chiamano a nuove responsabilità. E che la conoscenza sia una bussola formidabile è una delle poche certezze che abbiamo.
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Troppa TV danneggia la prontezza mentale
di Redazione Salute onlinehttp://www.corriere.it (16/12/2016)

Avere visto tanta televisione da giovani può minare la prontezza mentale nella mezza età. È la conclusione di uno studio americano pubblicato sulla rivista Jama Psychiatry, condotto da Tina Hoang dell’Istituto della California del Nord per la ricerca e l’istruzione e Kristine Yaffe dell’Università di San Francisco. Se la passione per la tv è spesso abbinata ai chili di troppo, pochi lavori finora hanno indagato l’associazione con le funzioni cognitive.
Performance cognitive scarse
Il team ha esaminato il tempo trascorso davanti alla televisione, lo sport praticato e la prontezza mentale a 25 anni di distanza. Lo studio ha preso in esame, tramite un questionario, le abitudini e lo stile di vita di 3.247 persone dai 18 ai 30 anni. I ricercatori hanno preso in considerazione in particolare chi guardava tanta tv (più di 3 ore al giorno), mentre la funzione cognitiva è stata valutata con tre test su velocità di elaborazione, funzione esecutiva e memoria verbale, ripetuti negli anni. Ebbene, le persone risultate “tv-dipendenti” nei 25 anni di studio (353 su 3.247, il 10,9%) hanno anche mostrato più probabilità di incappare in performance cognitive scarse in alcuni dei test proposti.
Poco movimento, tanta tv
Anche la scarsa attività fisica nei 25 anni presi in esame (528 su 3.247 partecipanti) è stata associata con prestazioni carenti in una delle prove mentali. In generale, le probabilità di essere meno rapidi di testa sono risultate quasi due volte superiori per le persone che alle maratone col telecomando abbinavano una scarsa attività fisica (3,3% dei partecipanti). «Abbiamo scoperto che bassi livelli di esercizio e alte dosi di fruizione televisiva da giovani sono associati a performance cognitive peggiori nella mezza età. In particolare, questi comportamenti sono stati abbinati con una più lenta velocità di elaborazione e una peggiore funzione esecutiva, ma non con una ridotta memoria verbale», concludono gli autori.
Avere visto tanta televisione da giovani può minare la prontezza mentale nella mezza età. È la conclusione di uno studio americano pubblicato sulla rivista Jama Psychiatry, condotto da Tina Hoang dell’Istituto della California del Nord per la ricerca e l’istruzione e Kristine Yaffe dell’Università di San Francisco. Se la passione per la tv è spesso abbinata ai chili di troppo, pochi lavori finora hanno indagato l’associazione con le funzioni cognitive.
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