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Il volto arcigno della madre patria: l'omofobia istituzionale in Italia


L’allegoria risorgimentale puntava molto sul concetto di madre patria nel quale prevaleva l’elemento femminile e materno, capace di generare e ri-generarsi e potenzialmente in grado di accogliere tutti i suoi figli che, tra loro, erano quindi fratelli di sangue. In quel periodo la repressione giudiziaria e poliziesca - pur variando nei singoli stati in cui era suddivisa allora la penisola, in alcuni dei quali l’omosessualità era penalmente perseguibile - era in genere molto blanda, pur rimanendo la repressione sociale invece molto forte.
Ma la patria era anche monarchica e il re era un luogo identitario forte, questa volta declinato tutto al maschile. Non a caso Vittorio Emanuele II era considerato il padre della patria (1). Di padri della patria, eroi e martiri patrioti, monumenti della memoria nazionale, ve ne erano anche molti altri, tra questi Luigi Settembrini, il cui romanzo omoerotico I Neoplatonici venne censurato fino al 1977 per non infrangerne la figura esemplare. Nell’Italia liberale un altro luogo identitario maschile si affermò con forza: l’esercito, che continuò a essere importante fino al periodo repubblicano. Si prefigurava così un modello di cittadino virtuoso sostenuto dal Codice penale per il Regno di Sardegna – promulgato nel 1859 dal padre della patria Vittorio Emanuele II ed esteso dopo l’Unità d’Italia a tutto il paese ad eccezione del meridione – per il quale gli "atti di libidine contro natura" erano puniti come lo stupro eterosessuale (fino alla pena di morte) qualora fosse intervenuta violenza o con la reclusione, o il lavoro forzato per dieci anni, qualora vi fosse stato scandalo o querela di parte.
Questo valse fino al 1889 quando entrò in vigore il codice Zanardelli che depenalizzò l’omosessualità in tutto il paese. La repressione da esplicita diventava implicita attraverso il silenzio e la negazione della stessa esistenza dell’omosessualità. Giovanni Dall’Orto ha parlato a questo proposito di una specie di “patto” non scritto tra Stato e omosessuali che darebbe a entrambi qualche vantaggio: lo Stato garantisce agli omosessuali una relativa impunità alla loro sessualità, purché clandestina; in cambio è sicuro di non veder contestato pubblicamente il modello di vita eterosessuale.
Il fascismo fu poi artefice di una virilizzazione del paese, tutto declinato al maschile (lo stato, il potere, il duce, il re, il partito, lo statuto…) in un’accezione aggressiva e violenta che trasformò il cittadino virtuoso in cittadino soldato. “Lo Stato, concepito come organismo non solo giuridico, ma anche etico, si fa tutore della morale pubblica, invade la vita privata, impone un’immagine di «uomo nuovo», maschio, virile, potente con la conseguente denigrazione del controtipo, femmineo, impotente, imbelle. Uno stereotipo si rafforza nel confronto con la sua negazione. Se la mascolinità riflette le aspirazioni e gli ideali della società, gli uomini che non aderiscono a questa mascolinità diventano i nemici della società stessa, un pericolo per la nazione. […] In questo contesto a subire la repressione più umiliante sono gli omosessuali più visibili, gli «effeminati» e i travestiti, i cui atteggiamenti violano lo stereotipo del maschio virile, forte e rude. Sono loro le vittime degli strumenti repressivi che il fascismo mette in atto, senza bisogno di una legge apposita, dalla diffida all’ammonizione al confino di polizia, fino al carcere al manicomio. Se un omosessuale aderisce esteriormente al modello imposto può anche essere ignorato dal regime o comunque non perseguitato” (2).
Con la fine della seconda guerra mondiale, si poteva avviare il recupero dell’elemento “madre patria”, a cui veniva però assegnato un valore diverso rispetto ai periodi precedenti, attraverso la nuova veste della patria repubblicana. Le storiche Daria Gabusi e Liviana Rocchi hanno notato come “sembrava che la Repubblica si caratterizzasse, tanto nella simbologia quanto, più in generale, nel «genere» delle istituzioni e delle culture che la contraddistinguevano e la cominciavano ad animare, per una diffusa caratterizzazione femminile e materna” (3). Eppure la liberazione dal nazifascismo non fu liberazione di tutti: le vite degli omosessuali rimasero per lo più clandestine fino alla nascita del FUORI!, la prima associazione LGBT italiana, nel 1971.
Il cittadino democratico vagheggiato dai partiti antifascisti agli albori della Repubblica, assunse infatti più che altro le vesti del devoto e operoso cristiano o quelle del compagno militante per la rivoluzione socialista, mentre rimase drammaticamente minoritaria l’idea dell’individuo emancipato e libero della democrazia laica. Non a caso, tra il 1960 e il 1963, il Movimento Sociale Italiano e il Partito Socialista Democratico Italiano presentarono tre disegni di legge per reintrodurre il reato di omosessualità in Italia e addirittura quello di “apologia della condotta omosessuale” (4). Le due proposte non passarono in omaggio alla tradizione cattolica per la quale il silenzio è la forma repressiva più efficace, ma per ricordare che l’omosessualità, pur non essendo in sé un reato, non poteva certo essere vissuta liberamente c’era bisogno di un segno tangibile che arrivò puntualmente il 12 luglio 1968, quando Aldo Braibanti venne condannato a 9 anni di carcere per plagio grazie alla testimonianza del giovane Piercarlo Toscani, che interpretò alla perfezione il ruolo di vittima della «prepotenza interiore» dell’imputato.
Il risvolto omosessuale della vicenda era ovviamente la più eloquente prova di colpevolezza, mentre l’omosessualità dell’imputato si accompagnava ad altre forme di abiezione, il comunismo e la personalità anticonformista, che dipingevano un quadro di corruzione morale. Per sostenere la sua richiesta di condanna al massimo della pena (14 anni) il Pubblico Ministero parlò di “un bisogno del corrotto di diffondere il vizio, così come il drogato diffonde la droga: è questa diffusione della corruzione che permette ai drogati di vivere” (5).
Il vento del ’68 spirava però ormai forte e contro la condanna si levarono le vibrate proteste da parte dei radicali di Marco Pannella e di intellettuali quali Elsa Morante, Pier Paolo Pasolini, Umberto Eco e Cesare Musatti. Il discorso omofobo cominciava a essere contrastato pubblicamente e da lì a poco sarebbe nato anche in Italia il movimento LGBTI che iniziò la lunga marcia per inserire la questione LGBTI nell’agenda di tutte le forze politiche rendendo più difficile ignorare questa ampia fetta della popolazione. Questo avvenne con il World Pride del 2000 che scatenò però anche polemiche caratterizzate da una violenza verbale inedita.
In questo clima infuocato, l’allora presidente del Consiglio dei Ministri, Giuliano Amato, “sollecitato dalle richieste d’impedire l’evento da parte del Vaticano e della destra e chiamato a riferire in Parlamento sulla manifestazione stessa, sostenne di ritenerla inopportuna, ma di trovarsi nell’impossibilità di impedirne lo svolgimento perché «purtroppo esiste una Costituzione» a garanzia del diritto di manifestare” (6). Come è evidente l’omofobia istituzionale non conosce epoche storiche né colori politici e non si esprime solo in dispositivi o proposte di legge, ma anche in dichiarazioni perniciose fino al punto da minare direttamente il patto sociale. Qui siamo al parossismo per cui il capo di un esecutivo di sinistra si dispiace per l’esistenza di una Costituzione che non gli permette di sospendere la libertà di manifestare. Cosa accadrebbe, in qualunque paese, se il capo del governo dicesse che purtroppo esiste quella costituzione sulla quale ha giurato prendendo servizio?
Nel 2004, il ministro per le Politiche comunitarie Rocco Buttiglione non viene accettato come commissario europeo alla Giustizia e agli Affari interni. Il suo collega, ministro per gli Italiani nel Mondo, Mirko Tremaglia, rilasciò una dichiarazione di solidarietà a Buttiglione su carta intestata del Ministero che affermava: “Purtroppo Buttiglione ha perso. Povera Europa: i culattoni sono in maggioranza”. Per voce di Tremaglia, non contestato dai suoi colleghi, lo Stato adottava un linguaggio denigratorio contro una consistente fetta dei suoi cittadini. Naturalmente nessuna conseguenza politica si ebbe dopo il comunicato del Ministro. Cosa sarebbe successo in qualsiasi altro paese europeo? Ma soprattutto, cosa sarebbe successo, forse anche in Italia, se un Ministro avesse usato in un comunicato ufficiale un linguaggio altrettanto denigratorio nei confronti di neri o ebrei?
All’inizio del 2007 il governo Prodi si avventurò nella discussione di una legge per il “riconoscimento giuridico dei diritti, prerogative e facoltà alle persone che fanno parte delle unioni di fatto” redatta dagli staff legislativi di due ministri donne, quello per le Pari Opportunità Barbara Pollastrini e quello per la Famiglia Rosy Bindi. Già il giro di parole per evitare l’uso del termine “coppia” è indicativo. Il provvedimento era un distillato di omofobia e reticenza perché non prevedeva alcuna forma di registrazione della coppia, mostrando tutto il disprezzo nei confronti dell’omoaffettività che evidentemente non può avere cittadinanza in Italia.
Nonostante ciò, il goffo tentativo scatenò una ridda di polemiche. In questo contesto il ministro degli Esteri D’Alema si dichiarò (come ha fatto anche lo scorso 11 settembre in un’intervista, salvo poi doversi scusare di fronte alle proteste di Arcigay e di tutto il movimento) contrario ai matrimoni tra persone dello stesso sesso sostenendo che il matrimonio tra uomo e donna sta a fondamento della famiglia secondo la Costituzione. Riferendosi a un’interpretazione, ampiamente contestata in dottrina, dell’art. 29 della Costituzione, D’Alema propose una gerarchizzazione delle sessualità e, peggio ancora, delle affettività che porta a considerare l’omoaffettività inferiore o, almeno, qualitativamente diversa da quella etero e quindi impossibilitata ad accedere agli stessi diritti dei cittadini che si conformano alla norma eterosessuale.
In conclusione, quindi, l’omofobia istituzionale esiste eccome. Non conosce epoche storiche, generi o colori politici e rappresenta una minaccia non solo per le persone LGBTI direttamente prese di mira, ma per tutta la cittadinanza che vede mettere in discussione alcuni capisaldi del patto sociale liberaldemocratico come il diritto all’uguaglianza, quello di parola, quello di associazione, di manifestazione e di libera espressione del proprio pensiero. Come ha scritto Stefano Fabeni nella postfazione a «Omofobia. Storia e critica di un pregiudizio» di Daniel Borrillo, “la legge da un lato svolge un ruolo chiave nella promozione della stigmatizzazione sociale (quando non rappresenta addirittura un elemento costitutivo dell’omofobia), dall’altro, nella lotta alla discriminazione, nella repressione della violenza omofobica e nella promozione di buone pratiche: lo «stato della legge» può pertanto costituire un elemento di misura del livello di promozione o al contrario di lotta all’omofobia in un paese”. Lo stesso vale a mio avviso per quanto riguarda “il discorso politico in quanto momento di discussione pubblica sul tema, tanto al livello della retorica politica, quanto in riferimento a[lle] scelte politiche” (7).

 
(1) Sul nesso tra la figura del padre e il potere politico cfr. G. Campanili, Potere politico e immagine paterna, Vita e Pensiero, Milano, 1985.
(2) F. Gnerre, Il nemico dell'uomo nuovo, in “Pride”, ottobre 2005.
(3) D. Gabusi, L. Rocchi, Le feste della Repubblica. 25 aprile e 2 giugno, Brescia, Morcelliana, 2006, p. 493.
(4) G. Lo Presti, P. Pedote, Omofobia. Il pregiudizio antiomosessuale dalla Bibbia ai giorni nostri, Stampa Alternativa, 2003, p. 97.
(5) Gianni Rossi Barilli, Il movimento gay in Italia, Feltrinelli, 1999, p. 44.
(6) Daniel Borrillo, Omofobia. Storia e critica di un pregiudizio, Edizioni Dedalo, postfazione di Stefano Fabeni, 2009, p. 150.
(7) Ivi, p. 127.
 
 

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