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Se governasse la pedagogia


La nostra vita di cittadini è governata dall'economia. Se vi era un qualche dubbio al riguardo in chi si ostinava a credere in un primato della politica o della ricerca del bene comune (da tempo, purtroppo, le due cose hanno smesso di essere convergenti), i convulsi mesi che abbiamo lasciato alle spalle hanno fatto questa drammatica chiarezza: ciò che determina le scelte pubbliche che riguardano la nostra vita sono motivazioni di tipo economico.
Negli anni ci siamo via via abituati ad imprenditori che orientavano le loro decisioni unicamente al profitto: "è l'economia di mercato" ci è stato detto quando, fin dagli anni Ottanta, sono cominciate le delocalizzazioni, a caccia di incentivi statali e manodopera a basso costo. Con la stessa motivazione è stato precarizzato il lavoro in Italia, imbruttite le condizioni di impiego, messi in discussione i contratti nazionali, minate le conquiste sindacali. Ma in questi ultimi mesi siamo andati oltre; l'economia ha disposto come devono essere ridimensionate scuole ed università, ha definito al ribasso il livelli di assistenza sociale e sanitaria, ha tagliato i programmi di ricerca e di prevenzione, ha ridotto il pluralismo dell'informazione e la programmazione culturale, ha allungato la vita lavorativa. Ovunque l'economia, travestita da "rigore dei conti pubblici", da "contenimento del debito", da "razionalizzazione della spesa", da "l'Europa ce lo chiede" …

Da tempo alcuni economisti, tra cui il premio nobel Amartya Sen, hanno denunciato i limiti di parametri economici come il PIL nella determinazione delle scelte che guidano gli Stati. All'inizio di un anno in cui i morsi delle priorità contabili sono annunciati come più profondi e diffusi, ci sia concesso immaginare come potrebbe essere diverso il nostro Paese se fosse governato secondo un orientamento pedagogico che pone come primari i bisogni di crescita, relazione e realizzazione delle persone.

La scuola avrebbe, innanzitutto, ben altra attenzione: nella nostra società complessa e multietnica, la scuola è palestra insostituibile di convivenza, è apprendistato della democrazia, è prevenzione e cura dei disagi personali e famigliari. La pedagogia, probabilmente, indicherebbe di collegare il più possibile gli istituti scolastici alla comunità di appartenenza, salvaguardando le piccole scuole di paese; disporrebbe la diminuzione del numero degli alunni per classe, in modo da assicurare la migliore personalizzazione dell'insegnamento; avrebbe un'attenzione alta e rigorosa verso nei confronti della formazione continua degli insegnanti, investiti della dignità e della responsabilità di essere coloro cui, più di altri, spetta la costruzione di una società migliore.

In secondo luogo, pensiamo, si lavorerebbe per il recupero di una cultura della legalità e della condivisione di alcuni principi etici che fondano il vivere comune. Se siamo arrivati a parlare di una "giustizia giusta" significa, probabilmente, aver superato quella soglia invisibile in cui i comportamenti disonesti, a tutti i livelli, trovano giustificazione in un'opinione pubblica assuefatta da cattivi esempi o, peggio, rassegnata dopo decenni di depenalizzazioni, condoni, scudi fiscali e leggi ad personam. La pedagogia portata a livello di Stato insegnerebbe ciò che la maggior parte dei genitori continua ad spiegare ai propri figli: le regole vanno rispettate, la parola data va mantenuta, ciò che si ha occorre meritarlo con l'impegno e l'applicazione, la benevolenza ed il rispetto sono preferibili all'aggressività ed all'arroganza, etc. Nell'insanabile dialettica tra giustizia ed una libertà che ha assunto le forme del liberismo più sfrenato, si tratterebbe di riguadagnare con intenzionalità educative un diffuso senso della giustizia, valore più ampio e profondo di quell'equità oggi tanto sbandierata.

Poi immaginiamo toccherebbe al territorio, all'aria ed all'acqua: sottratto da una logica meramente economica che lo ha ridotto al rango di qualunque altra merce, l'ambiente verrebbe recuperato alla quella levatura che Francesco d'Assisi ha mirabilmente tracciato nel Cantico delle Creature. Noi viviamo di aria, di acqua e di terra, sono elementi sommamente preziosi per la qualità della nostra vita e per la salute; per questo una politica amministrata con senno pedagogico li tutelerebbe in ogni modo e con ogni misura: sostenendo fonti energetiche rinnovabili, bloccando il consumo del territorio, riducendo il trasporto su gomma, limitando la dispersione di prodotti chimici nella terra e nell'acqua, promuovendo forme di agricoltura e di allevamento sostenibili, anche incentivando le piccole produzioni domestiche.

Tra le altre questioni, una politica orientata dalla pedagogia crediamo che si occuperebbe delle enormi spese per gli armamenti e le missioni di guerra internazionale: quale genitore sottrarrebbe risorse alla scuola, ai trasporti, alla salute dei suoi famigliari per intrattenersi con costosissimi strumenti di morte? Analogamente porrebbe fine a quel vergognoso finanziamento di Stato rappresentato dal gioco d'azzardo legalizzato e continuamente pubblicizzato (circa 80 miliardi spesi nel 2010): come ci ha mirabilmente rappresentato Collodi con la fiaba di Pinocchio, il millantato paese dei balocchi non esiste e Lucignolo si destina ad una triste fine.

Stiamo sognando e lo sappiamo; ma il sogno resiste agli attacchi dei disillusi o dei cinici che chiamano in causa la crisi globale per giustificare l'impossibilità a procedere in queste direzioni. Ogni madre ed ogni padre sanno che quando le entrate famigliari diminuiscono occorre "tirare la cinghia": si comincia da se stessi, cercando di salvaguardare in ogni modo ciò che può assicurare serenità e contentezza, seppure più sobrie; soprattutto, mai si rinuncia a promuovere la crescita culturale, morale e persino spirituale dei propri congiunti, che è davvero altra cosa rispetto alla crescita economica.
 
 

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