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Non sono, queste, parole nostre. Ad esprimere un giudizio così netto e pesante nei confronti della recente sentenza del Consiglio di Stato è Pierluigi Battista, editorialista del Corriere della sera, considerato un giornalista moderato e nient’affatto rivoluzionario o anticlericale ("La religione a scuola fa media: che errore", 13 maggio 2010). E il sottotitolo dell’articolo è ancora più esplicito. "Il verdetto del Consiglio di Stato danneggia gli studenti che non scelgono religione".
Già, perché di questo si tratta. La sentenza del Consiglio di Stato, ribaltando un precedente orientamento del TAR del Lazio (vedi lo scritto di Osvaldo Roman in Scuolaoggi) stabilisce il principio che l’ora di religione può dare "crediti" a chi se ne avvale. Gli stessi criteri sono applicati, in una sorta di afflato egualitario del Consiglio, alle "attività alternative all’IRC". Nella situazione attuale un inutile equilibrismo, in quanto è risaputo che corsi "alternativi" veri e propri in realtà non vengono quasi mai offerti dalle scuole, o per motivi organizzativi (i docenti che dovrebbero tenerli vengono utilizzati altrimenti, per supplenze, ecc. il numero degli alunni è scarso, ecc.) o perché vengono ignorati e di fatto non realizzati. Tra l'altro il provvedimento cade alla fine dell’anno scolastico, alla vigilia degli esami di maturità.
E così ha ragione Battista, quando scrive che in questo modo "si confinerà l’ora di religione in un’enclave privilegiata". E’ evidente che la scelta dell’insegnamento della religione cattolica precostituirà un vantaggio per chi se ne avvale e quindi in un certo senso potrà rappresentare un elemento di condizionamento. Non tanto per chi non opta per l’IRC perché appartenente ad altre confessioni religiose o per una convinta scelta laica, ma per quegli studenti che semplicemente non sono "interessati" (a Milano il 40% degli studenti delle superiori decide di non fare religione…). In questo senso questa sentenza introduce di fatto una sorta di discriminazione.
Il vero problema, alla radice di tutta questa vicenda (religione cattolica e/o attività alternative), sta ancora una volta nella collocazione di un insegnamento - quello della religione cattolica - all’interno dell’orario scolastico. L’ambiguità sta nel fatto che l’insegnamento della religione cattolica nel nostro sistema scolastico è facoltativo (la facoltatività consiste, com’è noto, nella possibilità da parte delle famiglie o degli studenti di avvalersene o meno) e però tale insegnamento è incardinato nell’orario obbligatorio delle lezioni. La contraddizione, come abbiamo già rilevato altre volte su questo giornale, sta tutta qui. E da qui nascono le discriminazioni, le diseguaglianze (lamentate giustamente da altre chiese o confessioni religiose), e tutto il corredo di polemiche che ne derivano. Perché allora non storia delle religioni, come da più parti da tempo si propone?

Restiamo del parere che, con tutto il rispetto per la tradizione cattolica del nostro paese, l’insegnamento di una confessione religiosa (qualunque essa sia) spetta alla Chiesa, in altre sedi e luoghi e non alla scuola pubblica di Stato. Per un elementare principio di laicità. Principio che invece è costantemente messo in discussione e non rispettato.

 

 
 

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