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10 dicembre 2017 - 10 dicembre 2018: anno dei diritti umani
di Elisa Marincola, su www.articolo21.org (11/12/2017)

inizia l’Anno dei diritti umani, che si concluderà il 10 dicembre 2018 con la celebrazione dei settant’anni, appunto, dal varo di quella storica Dichiarazione, prima legge planetaria voluta dalle Nazioni Unite e accolta poi dai paesi membri. Un anno in cui confluiranno altri due anniversari centrali nella memoria del nostro paese: a gennaio, infatti, ricorreranno i settant’anni dall’entrata in vigore della Costituzione della Repubblica italiana; e il 4 novembre prossimo saranno cento anni dalla fine della prima guerra mondiale, costata milioni di morti.
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Ragazzi a lezione di fake news
di Federico Taddia, su www.lastampa.it (8/12/2017)

«Disseminare gli anticorpi per proteggersi dalla cattiva informazione. Partendo dai giovanissimi, offrendo loro gli strumenti di analisi e difesa. Da diffondere poi in famiglia, tra gli adulti e nei contesti relazionali in cui sono immersi». Non demonizzare la rete, prendere consapevolezza della complessità del fenomeno, capire come agire e reagire: ecco le parole d’ordine anti bufale di Gabriela Jacomella.
La giornalista, ricercatrice presso l’Istituto Universitario Europeo di Fiesole e co-fondatrice di Factcheckers, associazione nata poco più di un anno fa per promuovere tra i banchi la cultura del fact-checking.
«Non basta spiegare cosa sia una fake-news, bisogna spiegare come riconoscerla e non subirla: la scuola è uno degli ultimi momenti di formazione collettiva, dove si apprendono contenuti e dove si dovrebbe sviluppare senso critico. Ed è quello che ci chiedono i ragazzi: percepiscono la presenza delle fake, sanno che esistono, si stupiscono nel comprendere quando sia facile cadere nella trappole e quali siano le strategie e finalità sottostanti, quasi rimangono smarriti nel rendersi conto che anche davanti ai media tradizionali la guardia non vada mai abbassata. Noi tentiamo di dar loro le chiavi necessarie per smontare le bugie, poi sta a loro scegliere se usarle».
Controllare l’Url: questo è il primo comandamento dell’aspirante fact-checker, come ben spiega la Jacomella nel manuale Il falso e il vero edito da Feltrinelli. L’inganno spesso è nascosto dietro all’indirizzo Internet, simile a quello di testate più autorevoli ma che in verità gioca proprio su impercettibili variazioni. Altro campanello d’allarme è la data di pubblicazione del post: spesso sono articoli riproposti, scaduti e rimessi in giro dopo qualche anno, anche se smascherati, solo con l’intento di creare disordine.
E poi occhio al clickbaiting: titoli urlati, allusivi, in maiuscolo, sono specchietti per allodole da tastiera che con un click cedono al richiamo della sirena. «I ragazzi sono molto sensibili al tema economico: quando prendono coscienza del valore di un “like” e del giro di soldi dietro alle fake news alzano notevolmente la loro percezione del pericolo. Non si spaventano però davanti all’ampiezza del problema, anzi preferiscono lo scontro con la realtà alla pacca edulcorata sulla spalla. Arrivano a chiedere “Ma allora non possiamo fidarci di nessuno?”, ed è lì che bisogna spiegare la differenza tra furbizia e autorevolezza, sottolineando che nulla va preso per oro colato».
Verificare le fonti prima di condividere un dubbio diventa quindi necessario e indispensabile. E’ prezioso il tempo speso per controllare i dati citati, verificare i link connessi, spostarsi anche su altri media e cercando appoggio sia sulle proprie testate di riferimento sia su quelle straniere. Oltre a chiedersi chi ci sia dietro a portali meno noti, cercando i nomi e i cognomi dei referenti. Insospettendosi, e non poco, in caso di assenza di responsabili identificabili. «Velocità, viralità, libertà: sono parole che tornano tantissimo nei nostri incontri e sono ancora la forza e la debolezza della rete. Un concetto su cui insistiamo molto con i ragazzi è quello di pensare oltre l’algoritmo. Prendono così cognizione che i social tendono a farti vivere in una bolla dove le persone che stanno attorno a te sono simili a te». Di «Mi piace» in «Mi piace» ci si trova quindi linkati con chi ha gusti sintonizzati, con chi ha profili assonanti, con chi ha idee e frequentazioni non così differenti: viene quindi meno il confronto, la diversità di opinioni e si crede che il proprio mondo coincida con l’intero mondo. «Ecco perché va sollecitato lo sforzo di mettere il naso al di fuori della propria cerchia di amici virtuali».
L’attenzione ai Bot, ovvero alla presenza di finti profili gestiti da software e capaci di generare in maniera sospetta migliaia di like, cuoricini e condivisioni in pochi minuti, così come immagini esageratamente bizzarre o provocatorio, e comunque verificabili su appositi siti, sono un altro paio di dritte preziose. Che si chiude con l’invito a frequentare altri fact-checker, per scambiarsi informazioni e controllare che la notizia incriminata non sia già stata «sbufalata». «Poi non bisogna dimenticare che i giovani vanno anche in cerca di leggerezza, un diritto che va tutelato. Così come la satira, che può essere un mezzo formidabile per contrastare le fake. La buona satira è quella che si fa riconoscere, non è ambigua gioca a carte scoperte. Non ha bisogno della truffa per acchiappare un sorriso e attivare la mente».
«Disseminare gli anticorpi per proteggersi dalla cattiva informazione. Partendo dai giovanissimi, offrendo loro gli strumenti di analisi e difesa. Da diffondere poi in famiglia, tra gli adulti e nei contesti relazionali in cui sono immersi». Non demonizzare la rete, prendere consapevolezza della complessità del fenomeno, capire come agire e reagire: ecco le parole d’ordine anti bufale di Gabriela Jacomella.
La giornalista, ricercatrice presso l’Istituto Universitario Europeo di Fiesole e co-fondatrice di Factcheckers, associazione nata poco più di un anno fa per promuovere tra i banchi la cultura del fact-checking.
«Non basta spiegare cosa sia una fake-news, bisogna spiegare come riconoscerla e non subirla: la scuola è uno degli ultimi momenti di formazione collettiva, dove si apprendono contenuti e dove si dovrebbe sviluppare senso critico. Ed è quello che ci chiedono i ragazzi: percepiscono la presenza delle fake, sanno che esistono, si stupiscono nel comprendere quando sia facile cadere nella trappole e quali siano le strategie e finalità sottostanti, quasi rimangono smarriti nel rendersi conto che anche davanti ai media tradizionali la guardia non vada mai abbassata. Noi tentiamo di dar loro le chiavi necessarie per smontare le bugie, poi sta a loro scegliere se usarle».
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Un’indagine online di Skuola.net e Osservatorio Nazionale Adolescenza
di Carla Ardizzone, su www.skuola.net (28/11/2017)

Un’ indagine online di Skuola.net e Osservatorio Nazionale Adolescenza, condotta esaminando un campione 3.100 studenti tra i 14 e i 19 anni, ha analizzato il rapporto tra giovani e sesso, ponendo particolare attenzione al fenomeno della diffusione - o minaccia di diffusione - di materiale video o fotografico pornografico sul web a scopo di vendetta, ricatto e non solo. Lo stesso fenomeno che avrebbe portato al suicidio di Michela Deriu, 22enne di Porto Torres che – secondo le indagini le forze dell’ordine - sarebbe stata vittima delle minacce di 3 uomini, suoi conoscenti.
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L’estero nei tg
di Fernando Cancedda, su www.articolo21.org (26/11/2017)

Se xenofobia e razzismo sono alimentati il più delle volte dalla paura, la paura dall’ignoranza, l’ignoranza dalla disinformazione, quale contributo ha dato la nostra informazione tv al risanamento di quelle piaghe sociali? Una risposta è arrivata col primo rapporto su “gli esteri nei telegiornali”, dall’iniziativa congiunta dei sindacati dei giornalisti – FNSI e Usigrai –  dell’Osservatorio di Pavia e di una ONG come COSPE, impegnata nella cooperazione internazionale.
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Fact checking per le immagini, qualche suggerimento
di Alessadro Lanni, su www.cartadiroma.org (25/11/2017)

La sfida del fact checking alle immagini. Se informazione e propaganda politica corrono rapidissime sui social media e se gli stessi Facebook e Twitter sono divenuti fonti per il giornalismo, gli strumenti di verifica in mano al giornalista devono essere applicati non solo alle news ma anche alle foto che circolano in rete realizzate e diffuse da professionisti e da utenti.
È possibile scoprire se una foto degli scontri a Barcellona sia contraffatta o meno? O se il selfie del pilota in volo sia una bufala? Quella foto del fronte siriano è stata scattata davvero in Siria.
Ecco, qui di seguito proviamo a dare qualche indicazione per iniziare la verifica di foto e immagini e per certificare la loro autenticità e un uso non ingannevole.
La sfida del fact checking alle immagini. Se informazione e propaganda politica corrono rapidissime sui social media e se gli stessi Facebook e Twitter sono divenuti fonti per il giornalismo, gli strumenti di verifica in mano al giornalista devono essere applicati non solo alle news ma anche alle foto che circolano in rete realizzate e diffuse da professionisti e da utenti.
È possibile scoprire se una foto degli scontri a Barcellona sia contraffatta o meno? O se il selfie del pilota in volo sia una bufala? Quella foto del fronte siriano è stata scattata davvero in Siria.
Ecco, qui di seguito proviamo a dare qualche indicazione per iniziare la verifica di foto e immagini e per certificare la loro autenticità e un uso non ingannevole.
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Carta di Roma, l’hate speech cresce ma linguaggio media mainstream meno allarmistico. Eccezioni a parte
di Giovanni Maria Bellu, su www.articolo21.org (7/11/2017)

L’odio che si è scatenato sui social in relazione alla notizia delle 26 giovani donne nigeriane morte, forse assassinate, durante la traversata del Mediterraneo, non sorprende. Gli odiatori si comportano esattamente come le cavie di Pavlov: reagiscono sempre allo stesso modo a determinati stimoli. Chiunque abbia anche una minima esperienza di giornalismo on line è perfettamente in grado di prevedere che una determinata notizia scatenerà certe reazioni. Abbiamo, infatti, degli odiatori in servizio effettivo permanente. Alcuni agiscono con sincronismi che fanno intravvedere una forma di organizzazione, ma sono più numerosi i “lupi solitari” dell’hate speech.
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Quando la violenza è di casa
da rapporto UNICEF "A Familiar Face: Violence in the lives of children and adolescents", su www.unicef.it (2/11/2017)

A livello globale, tre quarti dei bambini tra i 2 e i 4 anni – circa 300 milioni in tutto – subiscono in casa aggressioni psicologiche e/o fisiche da coloro che se ne dovrebbero prendere cura.
Circa 60% dei bambini di un anno di età, nei 30 Stati per i quali sono disponibili tali statistiche, sono regolarmente vittime di un’educazione violenta: circa un quarto di essi viene abitualmente strattonato per punizione, e 1 su 10 viene schiaffeggiato o colpito sul volto, alla testa o sulle orecchie.
Nel mondo, il 25% dei bambini sotto i 5 anni – 176 milioni in tutto – vivono insieme a una madre vittima di un partner violento.
[scarica il Rapporto
 
Può la disuguaglianza determinare le chance di vita di un bambino?
di Flavia Bustreo (Vice Direttore Generale dell'OMS), su www.huffingtonpost.it (31/10/2017)

Immaginatevi un grande evento, un concerto, un evento sportivo o una conferenza con migliaia di persone. Pensate a quella folla di persone, alle diversità, al loro dinamismo. E poi immaginiamo questo numero: ogni giorno nel mondo 15.000 bambini muoiono prima del loro quinto compleanno per cause prevenibili. 7.000 muoiono prima di raggiungere il 28° giorno di vita. E le cause sono spesso complicazioni durante il parto, oppure malattie come la diarrea o la polmonite.
Sono le nuove stime sulla mortalità infantile pubblicate pochi giorni nel nuovo rapporto dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, Unicef, Banca mondiale e la Divisione delle Nazioni Unite sulla Popolazione, secondo cui nel 2016 circa 5,6 milioni di bambini sono morti prima del loro quinto compleanno.
Sappiamo che si tratta di un dato fortemente drammatico, ma bisogna sottolineare che si tratta di un dato in costante diminuzione: nel 1990 si registravano 12,6 milioni di morti infantili sotto i cinque anni, nel 2000 circa 9,9 milioni, mentre nel 2015 – la stima più recente - erano 5,9 milioni.
Per le madri, i padri e le famiglie di questi bambini, per le comunità e la società in generale, rimane e deve rimanere semplicemente inaccettabile che nel 21°secolo questi bambini continuino a morire per cause largamente evitabili.
I dati sono chiari. Dimostrano infatti come siano le disuguaglianze a influenzare - e spesso a determinare - la vita o la morte di un bambino. È inimmaginabile che un bambino muoia di polmonite o di diarrea qui a Ginevra in Svizzera da dove scrivo mentre è terribilmente devastante constatare che in molti paesi la diarrea e la polmonite siano una seria minaccia per la vita di molti bambini fino ad essere le prime cause di morte.
E mentre un bambino nato prematuro di sei settimane nel mio paese d'origine, l'Italia, trascorrerà tutto il tempo necessario in ospedale con un'attenta e altamente specializzata assistenza medica giornaliera, in molti altri paesi la nascita pretermine equivale a una pena di morte: le complicazioni derivanti dalla nascita prematura, infatti, rappresentano il 35% delle cause di mortalità neonatali.
I paesi in cui sono in corso conflitti sono i luoghi più pericolosi dove far nascere e crescere i bambini. Alcuni dei più alti tassi di mortalità infantile sono osservati in stati con situazioni instabili: tra i 10 paesi con i più alti tassi di mortalità sotto i cinque anni, sette sono classificati dalla Banca mondiale come "paesi fragili", come la Somalia in testa alla lista con un tasso di 133 morti per 1000 nascite, o la Repubblica Centrafricana con 124 morti per 1.000 nascite. I tassi di mortalità infantile sono aumentati negli ultimi anni in Siria e in Yemen. La violenza continua e l'accesso ai servizi sanitari peggiora, e sono proprio i bambini tra i primi a pagarne il prezzo.
Con il trend attuale, 60 milioni di bambini moriranno prima del loro quinto compleanno tra il 2017 e il 2030. Allora cosa possiamo fare?
Dobbiamo aumentare gli sforzi per costruire e rafforzare i sistemi sanitari nei contesti più fragili. Dobbiamo migliorare non solo l'accesso, ma la qualità dei servizi sanitari, soprattutto attorno alla gravidanza, a parto e post partum, considerato che quasi la metà di tutte le morti avvengono entro il primo mese di vita di un bambino.
Dobbiamo rafforzare le conoscenze di genitori e operatori sanitari, fornire loro gli strumenti e il sostegno di cui hanno bisogno per poter allevare e crescere i propri figli, incluse informazioni relative all'allattamento o a vari metodi come per esempio quello della "kangaroo mother care" – il metodo della madre canguro per la cura dei neonati prematuri.
Dobbiamo inoltre continuare a investire nelle innovazioni, come lo sviluppo di nuovi vaccini, per riuscire a superare alcune delle sfide più difficili. È anche necessario sviluppare ulteriormente e integrare al meglio il nostro lavoro sui determinanti sociali della salute, come la nutrizione, l'accesso all'acqua potabile e ai servizi igienici e sanitari.
Ma le soluzioni per arrestare la mortalità infantile non riguardano solo interventi biomedici o relativi all'erograzione dei servizi sanitari. Dobbiamo dare voce a genitori e famiglie che sopportano il dramma della perdita dei loro figli, devono essere messi nelle condizioni di poter accedere ai servizi, di essere coinvolti nella loro progettazione e di poter chiedere riscontro ai leader politici per gli impegni presi.
E soprattutto, dobbiamo suonare un campanello d'allarme e ricordare ai leader mondiali che ogni giorno 15.000 morti di bambini non possono essere accettate come un fenomeno normale o comune.
L'inaccettabilità morale deve essere considerata tra gli impegni politici prioritari in modo che i neonati e i bambini dal Ciad alla Cina fino ad arrivare al Canada abbiano le stesse possibilità di sopravvivere e di avere una vita dignitosa.
Immaginatevi un grande evento, un concerto, un evento sportivo o una conferenza con migliaia di persone. Pensate a quella folla di persone, alle diversità, al loro dinamismo. E poi immaginiamo questo numero: ogni giorno nel mondo 15.000 bambini muoiono prima del loro quinto compleanno per cause prevenibili. 7.000 muoiono prima di raggiungere il 28° giorno di vita. E le cause sono spesso complicazioni durante il parto, oppure malattie come la diarrea o la polmonite.
Sono le nuove stime sulla mortalità infantile pubblicate pochi giorni nel nuovo rapporto dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, Unicef, Banca mondiale e la Divisione delle Nazioni Unite sulla Popolazione, secondo cui nel 2016 circa 5,6 milioni di bambini sono morti prima del loro quinto compleanno.
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Dal più raro al più potente, quante storie per un passaporto
di Vittorio Sabadin, su www.lastampa.it (23/10/2017)

I cittadini tedeschi hanno, insieme a quelli di Singapore, il passaporto più potente del mondo: possono visitare 158 Stati su 218 senza avere bisogno di un visto. Gli italiani non sono distanti in classifica, e possono andare liberamente in 156 nazioni, una in più degli americani. Sono molte le cose che non sappiamo del nostro passaporto e uno sguardo al divertente sito passport index e al libro The Secrets of Your Passport di Martin Lloyd riserva sorprese molto interessanti.
I colori, per esempio. I passaporti del mondo ne usano solo quattro: rosso, verde, blu e nero. Il verde, per motivi religiosi, è legato a Paesi islamici come l’Arabia Saudita, il Pakistan o il Marocco. Il bordeaux è caratteristico dei Paesi europei e della Turchia. Il blu identifica subito i cittadini americani e del Regno Unito, il nero Paesi africani come Ciad, Burundi, Botswana, Gabon, Malawi e Angola. Chi vuole distinguersi, come gli svizzeri, utilizza passaporti di un rosso accesso, preferito anche nei Paesi scandinavi.
I cittadini tedeschi hanno, insieme a quelli di Singapore, il passaporto più potente del mondo: possono visitare 158 Stati su 218 senza avere bisogno di un visto. Gli italiani non sono distanti in classifica, e possono andare liberamente in 156 nazioni, una in più degli americani. Sono molte le cose che non sappiamo del nostro passaporto e uno sguardo al divertente sito passport index e al libro The Secrets of Your Passport di Martin Lloyd riserva sorprese molto interessanti. 
I colori, per esempio. I passaporti del mondo ne usano solo quattro: rosso, verde, blu e nero. Il verde, per motivi religiosi, è legato a Paesi islamici come l’Arabia Saudita, il Pakistan o il Marocco. Il bordeaux è caratteristico dei Paesi europei e della Turchia. Il blu identifica subito i cittadini americani e del Regno Unito, il nero Paesi africani come Ciad, Burundi, Botswana, Gabon, Malawi e Angola. Chi vuole distinguersi, come gli svizzeri, utilizza passaporti di un rosso accesso, preferito anche nei Paesi scandinavi.
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Lo ius soli non spalanca le porte agli immigrati, è tempo di spiegare bene agli italiani di che si tratta
di Antonella Napoli, su www.huffingtonpost.it (15/10/2017)

Il diritto a una nazionalità è sancito nella dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Basterebbe già questo per zittire quanti blaterano di 'sopruso' nei confronti degli italiani nell'approvare una legge che applichi il principio dello 'ius soli'.
Per chi non lo sapesse, e sono in tanti, questo termine latino - letteralmente diritto (ius) del suolo (soli genitivo di solum)- che sancisce il diritto all'acquisizione della cittadinanza nel Paese sul cui territorio si nasce, indipendentemente dalla nazionalità dei genitori, è applicato in varie forme nella gran parte dei paesi europei e in assoluto in quelli occidentali.
Ciò non vuol dire che se l'Italia lo adottasse così come è previsto dal disegno di legge che dovrebbe introdurlo, con un profilo 'temperato', tutti i bambini partoriti da donne incinte arrivando oggi nel nostro Paese su barconi di fortuna sarebbero considerati italiani.
Ma i professionisti della speculazione politica e in cerca di consenso elettorale vogliono far passare questa verità che, giustamente o meno, allarma l'opinione pubblica.
E allora tocca fare chiarezza. Una volta per sempre. Soprattutto oggi che il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni dal palco dell'Eliseo, dove si festeggiavano i dieci anni del Partito democratico, ha garantito che l'approvazione di questa legge di civiltà resta una priorità del suo governo.
Lo farò come se lo stessi spiegando a un bambino di cinque anni. In modo semplice.
Intanto, traducendo direttamente dalla Universal Declaration of Human Rights approvata dall'assemblea generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre del 1948, l'articolo 24 del Patto internazionale sui diritti civili e politici recita: ogni fanciullo, senza alcuna discriminazione sulla razza, il colore, il sesso, la lingua, la religione, l'origine nazionale o sociale, deve essere registrato immediatamente dopo la nascita e deve avere un nome. Ogni bambino ha il diritto di acquisire una cittadinanza.
E l'articolo 7 precisa che: gli Stati firmatari della presente dichiarazione devono garantire l'applicazione di questi diritti in conformità della loro legislazione nazionale e dei loro obblighi ai sensi degli strumenti internazionali pertinenti in questo settore, in particolare quando il bambino risulterebbe altrimenti apolide.
Con queste indicazioni, i sottoscrittori della dichiarazione del '48 tra cui ovviamente l'Italia, hanno assunto l'impegno a rispettare il diritto dei minori costretti a nascere al di fuori del proprio Paese di origine, ma anche dei figli di lavoratori migranti ad acquisire una nazionalità all'atto della registrazione dopo la nascita.
Tra gli Stati che finora hanno preso alla lettera le prescrizioni delle Nazioni Unite e non si limitano come in Italia al riconoscimento della cittadinanza secondo il principio dello ius sanguinis ('diritto di sangue') ovvero bambini nati da almeno un genitore italiano, i discendenti che sono in grado di dimostrare la catena parentale fino ai parenti italiani e i figli di ignoti nati in Italia, i più virtuosi in Europa sono la Francia, la Germania, l'Irlanda e la Gran Bretagna.
Il Regno Unito, anche se con la Brexit potrebbe modificare la normativa in materia di cittadinanza, pur non avendo uno ius soli alla nascita garantisce un accesso facilitato alla nazionalità britannica.
Il bambino che nasce sul territorio inglese anche da un solo genitore già in possesso della nazionalità Uk o che è legalmente residente nel Paese da tre anni è automaticamente cittadino del Regno Unito, diritto che si acquisisce anche dopo tre anni di matrimonio con un britannico.
In Irlanda, che come l'Italia riconosce il principio dello ius sanguinis, se un bambino nasce da genitori di cui almeno uno risiede nel Paese regolarmente con un permesso di soggiorno da non meno di tre anni è di diritto irlandese.
Seppur con maggiori restrizioni, anche in Germania è possibile accedere da stranieri alla cittadinanza tedesca. Dal primo gennaio del 2000 è entrato in vigore uno ius sanguinis meno rigido. Tutti i bambini nati da quella data sono riconosciuti 'cittadini' della Germania anche se entrambi i genitori non sono tedeschi. L'unica condizione è che uno dei genitori sia legalmente residente nel Paese da otto anni e abbia un diritto di soggiorno oppure viva lì da tre anni ma con un permesso di soggiorno permanente.
Il sistema più simile a quello italiano, ma che ha adeguato la legislazione in merito alla cittadinanza, è quello francese. Pur non esistendo uno ius soli puro, chi nasce nel territorio del Paese e ha vissuto stabilmente in Francia per un periodo di almeno cinque anni può ottenere la nazionalità quando compie la maggiore età. I figli nati da un genitore straniero nato in Francia viene invece considerato automaticamente francese.
Nonostante l'avvento dell'amministrazione Trump, restano in assoluto gli Stati Uniti il più grande Paese in cui per nascita si applica lo ius soli e dunque si è cittadini americani per il semplice fatto di essere nati sul territorio Usa. La cittadinanza americana dura tutta la vita, a meno che non si rinunci ad essa.
Con l'entrata in vigore del 14esimo Emendamento della Costituzione il 9 luglio 1868, la nazionalità delle persone nate in America è stata regolata da una clausola in cui si afferma: "Tutte le persone nate o naturalizzate negli Stati Uniti, e soggette alla loro giurisdizione, sono cittadini americani e dello Stato in cui risiedono".
In Italia non si vuole arrivare a tanto. Se il ddl in attesa di calendarizzazione in Senato, con la speranza che possa essere approvato entro la fine della legislatura - come si è impegnato a fare il premier Gentiloni - un bambino nato in Italia ottiene la cittadinanza se almeno uno dei due genitori si trova legalmente nel paese da almeno 5 anni ed è in possesso di un permesso di soggiorno, un reddito non inferiore all'importo annuo dell'assegno sociale, vive in un'abitazione con i requisiti di idoneità previsti dalla legge e ha superato un test di conoscenza della lingua italiana.
L'altra strada per ottenere la cittadinanza è quella del cosiddetto ius culturae, e passa attraverso il sistema scolastico italiano.
I minori stranieri nati in Italia o arrivati entro i 12 anni che abbiano frequentato le scuole italiane per almeno 5 anni potranno chiedere la cittadinanza italiana, come i ragazzi nati all'estero ma che arrivano in Italia fra i 12 e i 18 anni trascorrendone almeno sei anni nel nostro Paese e dopo avere frequentato a loro volta un intero ciclo scolastico.
Insomma, quanto fanno già i nostri figli che sono italiani.
Il diritto a una nazionalità è sancito nella dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Basterebbe già questo per zittire quanti blaterano di 'sopruso' nei confronti degli italiani nell'approvare una legge che applichi il principio dello 'ius soli'.
Per chi non lo sapesse, e sono in tanti, questo termine latino - letteralmente diritto (ius) del suolo (soli genitivo di solum)- che sancisce il diritto all'acquisizione della cittadinanza nel Paese sul cui territorio si nasce, indipendentemente dalla nazionalità dei genitori, è applicato in varie forme nella gran parte dei paesi europei e in assoluto in quelli occidentali.
Ciò non vuol dire che se l'Italia lo adottasse così come è previsto dal disegno di legge che dovrebbe introdurlo, con un profilo 'temperato', tutti i bambini partoriti da donne incinte arrivando oggi nel nostro Paese su barconi di fortuna sarebbero considerati italiani.
Ma i professionisti della speculazione politica e in cerca di consenso elettorale vogliono far passare questa verità che, giustamente o meno, allarma l'opinione pubblica.
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In Europa diversi modi per acquisire la cittadinanza

 

di Giuseppe Terranova, su www.educare.it (1/10/2017)

 

Nel dibattito controverso sullo Ius Soli, è interessante confrontare le diverse modalità con cui alcuni Paesi Europei consentono di acquisire la cittadinanza.
Italia: Le legge n.91 del 5 febbraio 1992 modificando, in parte, la disciplina sulle modalità di concessione della cittadinanza in vigore dal 1912, ha confermato che i figli degli immigrati che nascono nel nostro paese non acquisiscono automaticamente lo status civitatis. Ma solo se lo richiedono tra il diciottesimo e il diciannovesimo anno di età dimostrando di aver risieduto in Italia senza interruzioni fino al compimento dei diciotto anni.
Germania: La legge del 15 luglio 1999 riformando la disciplina sulle modalità di concessione della cittadinanza in vigore dal 1913, ha stabilito che i figli degli immigrati che nascono sul territorio tedesco acquisiscono lo status civitatis se uno dei genitori risiede stabilmente nel paese da almeno 8 anni ed è in possesso di regolare autorizzazione al soggiorno o di permesso di soggiorno illimitato da almeno 3 anni.
Francia: La legge del 1998 ha, in parte, riformando la disciplina sulle modalità di concessione della cittadinanza in vigore dal 1889, ha stabilito che i figli degli immigrati che nascono sul territorio francese acquisiscono lo status civitatis se uno dei due genitori è nato in Francia. In caso contrario, acquisisce automaticamente la cittadinanza francese al momento della maggiore età se, a quella data, ha la propria residenza in Francia o vi ha avuto la propria residenza abituale durante un periodo, continuo o discontinuo, di almeno 5 anni, dall’età di 11 in poi. Le autorità pubbliche e gli istituti di insegnamento sono tenuti a informare le persone interessate sulle disposizioni normative in materia.
Regno Unito: La legge del 1981 riformando la disciplina sulle modalità di concessione della cittadinanza in vigore dal 1913, ha stabilito che i figli degli immigrati che nascono sul territorio inglese acquisiscono lo status civitatis se uno dei genitori abbia acquisito il diritto a stabilirsi (to settle) nel Regno Unito. In caso contrario, le alternative sono due. La prima, se successivamente uno dei genitori diventa cittadino britannico o riceve il diritto di stabilirsi (to settle), il figlio può fare domanda di naturalizzazione, ma prima del compimento della maggiore età.
La seconda, il figlio può inoltre fare domanda per acquisire lo status civitatis se ha vissuto nel Regno Unito per i primi 10 anni dopo la nascita, non essendosi assentato per più di 90 giorni in ciascuno di questi anni.
Spagna: In attuazione dell’articolo 11 della Costituzione del 1978, il governo spagnolo ha approvato diverse leggi sulle modalità di concessione della cittadinanza. Quella in vigore è del 2002. In base alla quale i figli degli immigrati che nascono in Spagna acquisiscono lo status civitatis anche se i genitori non sono nati in Spagna e non ne hanno la cittadinanza.
Fonte: West, 22/09/2017
Nel dibattito controverso sullo Ius Soli, è interessante confrontare le diverse modalità con cui alcuni Paesi Europei consentono di acquisire la cittadinanza.

Italia:
Le legge n.91 del 5 febbraio 1992 modificando, in parte, la disciplina sulle modalità di concessione della cittadinanza in vigore dal 1912, ha confermato che i figli degli immigrati che nascono nel nostro paese non acquisiscono automaticamente lo status civitatis. Ma solo se lo richiedono tra il diciottesimo e il diciannovesimo anno di età dimostrando di aver risieduto in Italia senza interruzioni fino al compimento dei diciotto anni.

Germania:
La legge del 15 luglio 1999 riformando la disciplina sulle modalità di concessione della cittadinanza in vigore dal 1913, ha stabilito che i figli degli immigrati che nascono sul territorio tedesco acquisiscono lo status civitatis se uno dei genitori risiede stabilmente nel paese da almeno 8 anni ed è in possesso di regolare autorizzazione al soggiorno o di permesso di soggiorno illimitato da almeno 3 anni.
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Imparare con "stile"
Le più recenti teorie sull’apprendimento sottolineano differenze individuali nei modi di pensare e di apprendere. La prova più immediata dell’esistenza di differenze nei processi cognitivi la si raccoglie osservando come persone, sostanzialmente simili per capacità intellettive generali, affrontino determinati compiti in maniera diversa. Chi di noi non ha esperienza di compagni di studio con cui non si “trova” perché non condivide lo stesso “metodo”? O di colleghi di lavoro che, seppur stimabili e bravissimi, approcciano i problemi in modo molto dissimile dal nostro? Queste variazioni si riscontrano in qualsiasi ambito dell’attività cognitiva. E’ infatti appannaggio dell’esperienza comune notare differenze nei modi di affrontare gli stessi compiti, di memorizzare le stesse informazioni, di utilizzare le medesime strategie o di avere le stesse attitudini.
Non solo dunque gli individui appaiono diversi per le diverse intelligenze che sviluppano (rif. H. Gardner) , ma anche per i diversi stili di pensiero che acquisiscono. Gli stili di pensiero si definiscono quindi come “modalità di preferenza” di funzionamento della mente. Gli individui infatti posseggono differenti modalità di elaborazione dell’informazione e imparano utilizzando strategie e ritmi differenti (stili di apprendimento). Detti stili, pur fondandosi su una predisposizione di base, possono essere modificati dalle circostanze ambientali e dall’educazione. Non sono cioè fissi, né immutabili, né immodificabili. Ma flessibili ed in continua evoluzione.
Indubbie sembrano quindi le implicazioni in ambito didattico di tali assunti. Apparirebbe infatti doveroso, da parte del docente, indagare le differenze individuali nei differenti modi di apprendere dei propri studenti per poi orientare opportunamente le pratiche didattiche.. Un educatore consapevole delle differenze individuali nei modi di pensare ed apprendere dei propri discenti ha il dovere di variare stile di insegnamento e strategie didattiche per meglio incontrare le inclinazioni dei propri alunni e valorizzarne i differenti talenti. Se uno studente mostra qualche difficoltà scolastica, non necessariamente tale difficoltà è da imputare ad una mancanza di abilità o capacità. Le discordanze tra il modo di insegnare del docente e il modo di apprendere dello studente possono ingenerare infatti difficoltà di apprendimento. Appare quindi ragionevole pensare che il concetto di “stile di pensiero” possa rappresentare una chiave di accesso fondamentale per la lettura di numerosi insuccessi scolastici, dovuti magari alla incompatibilità fra le modalità di apprendere degli studenti e le caratteristiche del docente e del suo metodo di insegnamento. Dalla prospettiva della teoria degli stili, dunque, pochi metodi di insegnamento possono essere migliori per tutti. Possono essere migliori in media, ma le medie non considerano le differenze individuali. Il soggetto che apprende dovrebbe essere posto al centro del progetto educativo, stimolando la dovuta riflessione intorno agli stili di insegnamento e alle più adeguate metodologie didattiche e modalità di approccio alle singole discipline. Contestualmente, ogni studente dovrebbe, invece, essere portato a scoprire il suo “buon” metodo di studio, fatto di quelle strategie che già conosce e utilizza in maniera matura, correggendo gli errori che commette ed eventualmente implementando la conoscenza di altre nuove strategie che, sulla base del contesto, può applicare in maniera flessibile.
I recenti progressi compiuti nell’analisi dell’apprendimento (anche in ambito sociale) confermano la validità dei processi educativi incentrati sull’individuo. I risultati riconoscono l’importanza della costruzione sociale del sapere, ma sottolineano nel medesimo tempo i fondamentali processi di controllo personale che presiedono all’apprendimento, in specie per quanto riguarda l’organizzazione della conoscenza. Da questi studi emerge in modo evidente che i sistemi educativi potranno conseguire risultati più soddisfacenti nella misura con cui sapranno puntare sullo sviluppo dell’esperienza personalizzata. Il futuro della scuola, insomma, non andrebbe più scandito dalla trasmissione di saperi codificati, ma da sequenze di apprendimenti e di esperienze regolati in funzione dei compiti da svolgere e organizzati in modo tale da permettere allo studente di ritrovare il proprio stile di apprendimento e, contestualmente, di sviluppare abilità e strategie per acquisire nuovi modi di pensare .
di Beatrice Aimi, su www.educationduepuntozero.it (22/9/2017)

Le più recenti teorie sull’apprendimento sottolineano differenze individuali nei modi di pensare e di apprendere. La prova più immediata dell’esistenza di differenze nei processi cognitivi la si raccoglie osservando come persone, sostanzialmente simili per capacità intellettive generali, affrontino determinati compiti in maniera diversa. Chi di noi non ha esperienza di compagni di studio con cui non si “trova” perché non condivide lo stesso “metodo”? O di colleghi di lavoro che, seppur stimabili e bravissimi, approcciano i problemi in modo molto dissimile dal nostro? Queste variazioni si riscontrano in qualsiasi ambito dell’attività cognitiva. E’ infatti appannaggio dell’esperienza comune notare differenze nei modi di affrontare gli stessi compiti, di memorizzare le stesse informazioni, di utilizzare le medesime strategie o di avere le stesse attitudini.
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Quando emigra la politica
di Ilvo Diamanti, su www.repubblica.it (17/9/2017)

L’immigrazione, ormai, è “l’emergenza”. Che divide la società. Ma anche la politica. Tanto da indurre Luigi Zanda, presidente dei senatori Pd, a rinviare il voto del Senato sullo “Ius soli”. A data da destinarsi. Sul Ddl, la maggioranza di governo oggi non ha la maggioranza. Domani si vedrà. Il diritto dei figli di immigrati nati in Italia: negato. Per paura. Per paura delle paure. Che, certo, in Italia, sono diffuse. Ma, forse, non quanto in Parlamento. Un segno, l’ultimo, dell’impotenza della politica in Italia. Incapace di decidere. Tanto più, in attesa delle prossime elezioni. L’indagine dell’Osservatorio Europeo sulla Sicurezza, curato da Demos (con la Fondazione Unipolis e l’Osservatorio di Pavia) rileva, d’altronde, come la percezione di insicurezza, suscitata dagli immigrati, nelle ultime settimane, abbia raggiunto gli indici più elevati, da 10 anni a oggi: il 46%. Bisogna risalire all’autunno del 2007 per trovare un indice più elevato: 51%. Mentre nel 1999, quasi vent’anni fa, il timore degli immigrati risultava altrettanto diffuso. In entrambi i casi, si trattava di stagioni elettorali molto “calde”.
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