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Lo ius soli non spalanca le porte agli immigrati, è tempo di spiegare bene agli italiani di che si tratta
di Antonella Napoli, su www.huffingtonpost.it (15/10/2017)

Il diritto a una nazionalità è sancito nella dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Basterebbe già questo per zittire quanti blaterano di 'sopruso' nei confronti degli italiani nell'approvare una legge che applichi il principio dello 'ius soli'.
Per chi non lo sapesse, e sono in tanti, questo termine latino - letteralmente diritto (ius) del suolo (soli genitivo di solum)- che sancisce il diritto all'acquisizione della cittadinanza nel Paese sul cui territorio si nasce, indipendentemente dalla nazionalità dei genitori, è applicato in varie forme nella gran parte dei paesi europei e in assoluto in quelli occidentali.
Ciò non vuol dire che se l'Italia lo adottasse così come è previsto dal disegno di legge che dovrebbe introdurlo, con un profilo 'temperato', tutti i bambini partoriti da donne incinte arrivando oggi nel nostro Paese su barconi di fortuna sarebbero considerati italiani.
Ma i professionisti della speculazione politica e in cerca di consenso elettorale vogliono far passare questa verità che, giustamente o meno, allarma l'opinione pubblica.
E allora tocca fare chiarezza. Una volta per sempre. Soprattutto oggi che il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni dal palco dell'Eliseo, dove si festeggiavano i dieci anni del Partito democratico, ha garantito che l'approvazione di questa legge di civiltà resta una priorità del suo governo.
Lo farò come se lo stessi spiegando a un bambino di cinque anni. In modo semplice.
Intanto, traducendo direttamente dalla Universal Declaration of Human Rights approvata dall'assemblea generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre del 1948, l'articolo 24 del Patto internazionale sui diritti civili e politici recita: ogni fanciullo, senza alcuna discriminazione sulla razza, il colore, il sesso, la lingua, la religione, l'origine nazionale o sociale, deve essere registrato immediatamente dopo la nascita e deve avere un nome. Ogni bambino ha il diritto di acquisire una cittadinanza.
E l'articolo 7 precisa che: gli Stati firmatari della presente dichiarazione devono garantire l'applicazione di questi diritti in conformità della loro legislazione nazionale e dei loro obblighi ai sensi degli strumenti internazionali pertinenti in questo settore, in particolare quando il bambino risulterebbe altrimenti apolide.
Con queste indicazioni, i sottoscrittori della dichiarazione del '48 tra cui ovviamente l'Italia, hanno assunto l'impegno a rispettare il diritto dei minori costretti a nascere al di fuori del proprio Paese di origine, ma anche dei figli di lavoratori migranti ad acquisire una nazionalità all'atto della registrazione dopo la nascita.
Tra gli Stati che finora hanno preso alla lettera le prescrizioni delle Nazioni Unite e non si limitano come in Italia al riconoscimento della cittadinanza secondo il principio dello ius sanguinis ('diritto di sangue') ovvero bambini nati da almeno un genitore italiano, i discendenti che sono in grado di dimostrare la catena parentale fino ai parenti italiani e i figli di ignoti nati in Italia, i più virtuosi in Europa sono la Francia, la Germania, l'Irlanda e la Gran Bretagna.
Il Regno Unito, anche se con la Brexit potrebbe modificare la normativa in materia di cittadinanza, pur non avendo uno ius soli alla nascita garantisce un accesso facilitato alla nazionalità britannica.
Il bambino che nasce sul territorio inglese anche da un solo genitore già in possesso della nazionalità Uk o che è legalmente residente nel Paese da tre anni è automaticamente cittadino del Regno Unito, diritto che si acquisisce anche dopo tre anni di matrimonio con un britannico.
In Irlanda, che come l'Italia riconosce il principio dello ius sanguinis, se un bambino nasce da genitori di cui almeno uno risiede nel Paese regolarmente con un permesso di soggiorno da non meno di tre anni è di diritto irlandese.
Seppur con maggiori restrizioni, anche in Germania è possibile accedere da stranieri alla cittadinanza tedesca. Dal primo gennaio del 2000 è entrato in vigore uno ius sanguinis meno rigido. Tutti i bambini nati da quella data sono riconosciuti 'cittadini' della Germania anche se entrambi i genitori non sono tedeschi. L'unica condizione è che uno dei genitori sia legalmente residente nel Paese da otto anni e abbia un diritto di soggiorno oppure viva lì da tre anni ma con un permesso di soggiorno permanente.
Il sistema più simile a quello italiano, ma che ha adeguato la legislazione in merito alla cittadinanza, è quello francese. Pur non esistendo uno ius soli puro, chi nasce nel territorio del Paese e ha vissuto stabilmente in Francia per un periodo di almeno cinque anni può ottenere la nazionalità quando compie la maggiore età. I figli nati da un genitore straniero nato in Francia viene invece considerato automaticamente francese.
Nonostante l'avvento dell'amministrazione Trump, restano in assoluto gli Stati Uniti il più grande Paese in cui per nascita si applica lo ius soli e dunque si è cittadini americani per il semplice fatto di essere nati sul territorio Usa. La cittadinanza americana dura tutta la vita, a meno che non si rinunci ad essa.
Con l'entrata in vigore del 14esimo Emendamento della Costituzione il 9 luglio 1868, la nazionalità delle persone nate in America è stata regolata da una clausola in cui si afferma: "Tutte le persone nate o naturalizzate negli Stati Uniti, e soggette alla loro giurisdizione, sono cittadini americani e dello Stato in cui risiedono".
In Italia non si vuole arrivare a tanto. Se il ddl in attesa di calendarizzazione in Senato, con la speranza che possa essere approvato entro la fine della legislatura - come si è impegnato a fare il premier Gentiloni - un bambino nato in Italia ottiene la cittadinanza se almeno uno dei due genitori si trova legalmente nel paese da almeno 5 anni ed è in possesso di un permesso di soggiorno, un reddito non inferiore all'importo annuo dell'assegno sociale, vive in un'abitazione con i requisiti di idoneità previsti dalla legge e ha superato un test di conoscenza della lingua italiana.
L'altra strada per ottenere la cittadinanza è quella del cosiddetto ius culturae, e passa attraverso il sistema scolastico italiano.
I minori stranieri nati in Italia o arrivati entro i 12 anni che abbiano frequentato le scuole italiane per almeno 5 anni potranno chiedere la cittadinanza italiana, come i ragazzi nati all'estero ma che arrivano in Italia fra i 12 e i 18 anni trascorrendone almeno sei anni nel nostro Paese e dopo avere frequentato a loro volta un intero ciclo scolastico.
Insomma, quanto fanno già i nostri figli che sono italiani.
Il diritto a una nazionalità è sancito nella dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Basterebbe già questo per zittire quanti blaterano di 'sopruso' nei confronti degli italiani nell'approvare una legge che applichi il principio dello 'ius soli'.
Per chi non lo sapesse, e sono in tanti, questo termine latino - letteralmente diritto (ius) del suolo (soli genitivo di solum)- che sancisce il diritto all'acquisizione della cittadinanza nel Paese sul cui territorio si nasce, indipendentemente dalla nazionalità dei genitori, è applicato in varie forme nella gran parte dei paesi europei e in assoluto in quelli occidentali.
Ciò non vuol dire che se l'Italia lo adottasse così come è previsto dal disegno di legge che dovrebbe introdurlo, con un profilo 'temperato', tutti i bambini partoriti da donne incinte arrivando oggi nel nostro Paese su barconi di fortuna sarebbero considerati italiani.
Ma i professionisti della speculazione politica e in cerca di consenso elettorale vogliono far passare questa verità che, giustamente o meno, allarma l'opinione pubblica.
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In Europa diversi modi per acquisire la cittadinanza

 

di Giuseppe Terranova, su www.educare.it (1/10/2017)

 

Nel dibattito controverso sullo Ius Soli, è interessante confrontare le diverse modalità con cui alcuni Paesi Europei consentono di acquisire la cittadinanza.
Italia: Le legge n.91 del 5 febbraio 1992 modificando, in parte, la disciplina sulle modalità di concessione della cittadinanza in vigore dal 1912, ha confermato che i figli degli immigrati che nascono nel nostro paese non acquisiscono automaticamente lo status civitatis. Ma solo se lo richiedono tra il diciottesimo e il diciannovesimo anno di età dimostrando di aver risieduto in Italia senza interruzioni fino al compimento dei diciotto anni.
Germania: La legge del 15 luglio 1999 riformando la disciplina sulle modalità di concessione della cittadinanza in vigore dal 1913, ha stabilito che i figli degli immigrati che nascono sul territorio tedesco acquisiscono lo status civitatis se uno dei genitori risiede stabilmente nel paese da almeno 8 anni ed è in possesso di regolare autorizzazione al soggiorno o di permesso di soggiorno illimitato da almeno 3 anni.
Francia: La legge del 1998 ha, in parte, riformando la disciplina sulle modalità di concessione della cittadinanza in vigore dal 1889, ha stabilito che i figli degli immigrati che nascono sul territorio francese acquisiscono lo status civitatis se uno dei due genitori è nato in Francia. In caso contrario, acquisisce automaticamente la cittadinanza francese al momento della maggiore età se, a quella data, ha la propria residenza in Francia o vi ha avuto la propria residenza abituale durante un periodo, continuo o discontinuo, di almeno 5 anni, dall’età di 11 in poi. Le autorità pubbliche e gli istituti di insegnamento sono tenuti a informare le persone interessate sulle disposizioni normative in materia.
Regno Unito: La legge del 1981 riformando la disciplina sulle modalità di concessione della cittadinanza in vigore dal 1913, ha stabilito che i figli degli immigrati che nascono sul territorio inglese acquisiscono lo status civitatis se uno dei genitori abbia acquisito il diritto a stabilirsi (to settle) nel Regno Unito. In caso contrario, le alternative sono due. La prima, se successivamente uno dei genitori diventa cittadino britannico o riceve il diritto di stabilirsi (to settle), il figlio può fare domanda di naturalizzazione, ma prima del compimento della maggiore età.
La seconda, il figlio può inoltre fare domanda per acquisire lo status civitatis se ha vissuto nel Regno Unito per i primi 10 anni dopo la nascita, non essendosi assentato per più di 90 giorni in ciascuno di questi anni.
Spagna: In attuazione dell’articolo 11 della Costituzione del 1978, il governo spagnolo ha approvato diverse leggi sulle modalità di concessione della cittadinanza. Quella in vigore è del 2002. In base alla quale i figli degli immigrati che nascono in Spagna acquisiscono lo status civitatis anche se i genitori non sono nati in Spagna e non ne hanno la cittadinanza.
Fonte: West, 22/09/2017
Nel dibattito controverso sullo Ius Soli, è interessante confrontare le diverse modalità con cui alcuni Paesi Europei consentono di acquisire la cittadinanza.

Italia:
Le legge n.91 del 5 febbraio 1992 modificando, in parte, la disciplina sulle modalità di concessione della cittadinanza in vigore dal 1912, ha confermato che i figli degli immigrati che nascono nel nostro paese non acquisiscono automaticamente lo status civitatis. Ma solo se lo richiedono tra il diciottesimo e il diciannovesimo anno di età dimostrando di aver risieduto in Italia senza interruzioni fino al compimento dei diciotto anni.

Germania:
La legge del 15 luglio 1999 riformando la disciplina sulle modalità di concessione della cittadinanza in vigore dal 1913, ha stabilito che i figli degli immigrati che nascono sul territorio tedesco acquisiscono lo status civitatis se uno dei genitori risiede stabilmente nel paese da almeno 8 anni ed è in possesso di regolare autorizzazione al soggiorno o di permesso di soggiorno illimitato da almeno 3 anni.
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Imparare con "stile"
Le più recenti teorie sull’apprendimento sottolineano differenze individuali nei modi di pensare e di apprendere. La prova più immediata dell’esistenza di differenze nei processi cognitivi la si raccoglie osservando come persone, sostanzialmente simili per capacità intellettive generali, affrontino determinati compiti in maniera diversa. Chi di noi non ha esperienza di compagni di studio con cui non si “trova” perché non condivide lo stesso “metodo”? O di colleghi di lavoro che, seppur stimabili e bravissimi, approcciano i problemi in modo molto dissimile dal nostro? Queste variazioni si riscontrano in qualsiasi ambito dell’attività cognitiva. E’ infatti appannaggio dell’esperienza comune notare differenze nei modi di affrontare gli stessi compiti, di memorizzare le stesse informazioni, di utilizzare le medesime strategie o di avere le stesse attitudini.
Non solo dunque gli individui appaiono diversi per le diverse intelligenze che sviluppano (rif. H. Gardner) , ma anche per i diversi stili di pensiero che acquisiscono. Gli stili di pensiero si definiscono quindi come “modalità di preferenza” di funzionamento della mente. Gli individui infatti posseggono differenti modalità di elaborazione dell’informazione e imparano utilizzando strategie e ritmi differenti (stili di apprendimento). Detti stili, pur fondandosi su una predisposizione di base, possono essere modificati dalle circostanze ambientali e dall’educazione. Non sono cioè fissi, né immutabili, né immodificabili. Ma flessibili ed in continua evoluzione.
Indubbie sembrano quindi le implicazioni in ambito didattico di tali assunti. Apparirebbe infatti doveroso, da parte del docente, indagare le differenze individuali nei differenti modi di apprendere dei propri studenti per poi orientare opportunamente le pratiche didattiche.. Un educatore consapevole delle differenze individuali nei modi di pensare ed apprendere dei propri discenti ha il dovere di variare stile di insegnamento e strategie didattiche per meglio incontrare le inclinazioni dei propri alunni e valorizzarne i differenti talenti. Se uno studente mostra qualche difficoltà scolastica, non necessariamente tale difficoltà è da imputare ad una mancanza di abilità o capacità. Le discordanze tra il modo di insegnare del docente e il modo di apprendere dello studente possono ingenerare infatti difficoltà di apprendimento. Appare quindi ragionevole pensare che il concetto di “stile di pensiero” possa rappresentare una chiave di accesso fondamentale per la lettura di numerosi insuccessi scolastici, dovuti magari alla incompatibilità fra le modalità di apprendere degli studenti e le caratteristiche del docente e del suo metodo di insegnamento. Dalla prospettiva della teoria degli stili, dunque, pochi metodi di insegnamento possono essere migliori per tutti. Possono essere migliori in media, ma le medie non considerano le differenze individuali. Il soggetto che apprende dovrebbe essere posto al centro del progetto educativo, stimolando la dovuta riflessione intorno agli stili di insegnamento e alle più adeguate metodologie didattiche e modalità di approccio alle singole discipline. Contestualmente, ogni studente dovrebbe, invece, essere portato a scoprire il suo “buon” metodo di studio, fatto di quelle strategie che già conosce e utilizza in maniera matura, correggendo gli errori che commette ed eventualmente implementando la conoscenza di altre nuove strategie che, sulla base del contesto, può applicare in maniera flessibile.
I recenti progressi compiuti nell’analisi dell’apprendimento (anche in ambito sociale) confermano la validità dei processi educativi incentrati sull’individuo. I risultati riconoscono l’importanza della costruzione sociale del sapere, ma sottolineano nel medesimo tempo i fondamentali processi di controllo personale che presiedono all’apprendimento, in specie per quanto riguarda l’organizzazione della conoscenza. Da questi studi emerge in modo evidente che i sistemi educativi potranno conseguire risultati più soddisfacenti nella misura con cui sapranno puntare sullo sviluppo dell’esperienza personalizzata. Il futuro della scuola, insomma, non andrebbe più scandito dalla trasmissione di saperi codificati, ma da sequenze di apprendimenti e di esperienze regolati in funzione dei compiti da svolgere e organizzati in modo tale da permettere allo studente di ritrovare il proprio stile di apprendimento e, contestualmente, di sviluppare abilità e strategie per acquisire nuovi modi di pensare .
di Beatrice Aimi, su www.educationduepuntozero.it (22/9/2017)

Le più recenti teorie sull’apprendimento sottolineano differenze individuali nei modi di pensare e di apprendere. La prova più immediata dell’esistenza di differenze nei processi cognitivi la si raccoglie osservando come persone, sostanzialmente simili per capacità intellettive generali, affrontino determinati compiti in maniera diversa. Chi di noi non ha esperienza di compagni di studio con cui non si “trova” perché non condivide lo stesso “metodo”? O di colleghi di lavoro che, seppur stimabili e bravissimi, approcciano i problemi in modo molto dissimile dal nostro? Queste variazioni si riscontrano in qualsiasi ambito dell’attività cognitiva. E’ infatti appannaggio dell’esperienza comune notare differenze nei modi di affrontare gli stessi compiti, di memorizzare le stesse informazioni, di utilizzare le medesime strategie o di avere le stesse attitudini.
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Quando emigra la politica
di Ilvo Diamanti, su www.repubblica.it (17/9/2017)

L’immigrazione, ormai, è “l’emergenza”. Che divide la società. Ma anche la politica. Tanto da indurre Luigi Zanda, presidente dei senatori Pd, a rinviare il voto del Senato sullo “Ius soli”. A data da destinarsi. Sul Ddl, la maggioranza di governo oggi non ha la maggioranza. Domani si vedrà. Il diritto dei figli di immigrati nati in Italia: negato. Per paura. Per paura delle paure. Che, certo, in Italia, sono diffuse. Ma, forse, non quanto in Parlamento. Un segno, l’ultimo, dell’impotenza della politica in Italia. Incapace di decidere. Tanto più, in attesa delle prossime elezioni. L’indagine dell’Osservatorio Europeo sulla Sicurezza, curato da Demos (con la Fondazione Unipolis e l’Osservatorio di Pavia) rileva, d’altronde, come la percezione di insicurezza, suscitata dagli immigrati, nelle ultime settimane, abbia raggiunto gli indici più elevati, da 10 anni a oggi: il 46%. Bisogna risalire all’autunno del 2007 per trovare un indice più elevato: 51%. Mentre nel 1999, quasi vent’anni fa, il timore degli immigrati risultava altrettanto diffuso. In entrambi i casi, si trattava di stagioni elettorali molto “calde”.
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Quando il razzismo mistifica l’inferno dei disperati
di Maria Cristina Serra, su www.articolo21.org (9/9/2017)

Se un popolo si sente minacciato e si esprime a tinte forti, abdicando alla Ragione, vuole dire che il suo Declino è iniziato. Se il nostro paese annega ogni giorno di più nella crisi strutturale economica, sociale e culturale, non ci dobbiamo meravigliare se a prendere il sopravvento siano gli istinti più bellicosi. Meravigliarci no, ma indignarci certamente sì! Se poi la tanto invocata “libertà di stampa” (prezioso puntello di ogni democrazia) diventa invece il megafono per una “libertà di linciaggio”, una caccia alle streghe possibilmente di colore scuro, allora vuol dire che il senso del pudore e ciò che resta dell’Etica evaporano al bordo della voragine in cui si rischia di precipitare.
Da troppo tempo, è in atto un sottile stillicidio di disinformazione e avvelenamento della pubblica opinione, agitando fantasmi, paure, ataviche avversioni verso qualsiasi tipo di “diversità”, considerata alla stregua di oltraggiose contaminazioni nei confronti di una presunta “purezza” originaria da preservare. Che le pericolose “invasioni” siano rappresentate da insetti o da esseri umani, ormai non fa più differenza!
Miseria e malattie antiche bussano insistentemente alle nostre porte e “cavalieri senza macchia e senza paura” sfoderano le spade e le lingue avvelenate, per erigere fortini in difesa! Si invocano marce su Roma, caccia spietata all’untore di turno, dimenticando, omettendo, mistificando ad arte i problemi reali che affliggono il Paese (ormai avviato verso un declino di pochezza morale e materiale). Non è più il caso di ridimensionare questo imbarbarimento: è oggettivamente difficile contabilizzare la dimensione dell’idiozia generalizzata, dei focolai accesi e sparsi, pronti ad alimentare mille incendi.
Vorrei condividere un episodio personale per rendere il profondo disagio che avverto di fronte all’ondata di razzismo, ormai incontenibile. Sono trascorsi alcuni mesi, ma il ricordo è indelebile. In questi giorni riaffiora. Mi trovavo in una stazione della Metro “A” di Roma, in ritardo per un appuntamento. Non avevo trovato i biglietti nei bar circostanti e nell’unica tabaccheria di zona e avevo una banconota da 20 euro. Le macchinette erano difettose. Il personale di vigilanza insensibile alla mia richiesta di aiuto. La gente cui chiedevo il favore di cambiare la banconota mi sfuggiva. L’unico che si è fermato in mio soccorso è stato un uomo “color cioccolato”, modestamente vestito, con un pesante borsone sulle spalle; non aveva da cambiare, ma senza esitazione mi ha regalato uno dei suoi biglietti, sorridendomi. Al mio dilungarmi in ringraziamenti, ha tagliato corto: anche lui andava di fretta. L’ho visto sparire tra la folla, un uomo fra tanti, ma più generoso degli altri.
Ho pensato a lui in questi giorni, scorrendo anche la mia pagina Facebook. Quanti “amici benpensanti” e ben introdotti nel mondo reale, che “conta”, si dannano l’anima per la presunta “ondata di emigranti” in procinto di invadere e contaminare la nostra civiltà. O meglio ciò che ne resta! Forse anche Lui era arrivato dal mare, con i suoi fagotti stracciati di speranze, illusioni, in cerca di pane e opportunità, lontano dalla sua terra arida, desertica, divorata dal sole e devastata dalle guerre, ormai prodiga solo di lacrime e sangue.
Guardo la cartina dell’Africa e penso al “Quadrilatero della morte”, che si estende tra Sudan, Etiopia, Eritrea, Nigeria, Ciad e Libia, ormai disseminato da cadaveri senza nomi e senza numeri, attraversato da donne, bambini e uomini disperati, alla mercé di passaggi di “sfortuna”. Tentano di arrivare sulle coste con la fievole illusione di trovare, seppure a caro prezzo, un’imbarcazione che li conduca a sponde più sicure di quelle che si lasciano alle spalle. I listini dei prezzi oscillano in base ai loro punti partenza e dei rischi nel percorso. Gli eserciti dei paesi africani dittatoriali, anche finanziati “per scopi umanitari” dall’Unione Europea, hanno sigillato molti confini e schierato spietate bande armate, impegnate nel loro smistamento, che spesso si trasformano in decimazione. Le milizie nomadi libiche dirigono il traffico, così come quelle somale. Gli emigranti vengono svenduti come fossero prodotti da supermercato discount: esseri umani ridotti a merce deperibile. Uno parte gratis, se dietro se ne porta 3 o 4 paganti.
Abusi, torture, sfruttamenti sono all’ordine del giorno ed è grazie alle denunce di “Medici senza frontiere”, se il mondo si è fermato un attimo a riflettere. Sul numero imprecisato degli annegati nel Mediterraneo ormai si è steso un velo pietoso. Sui campi di concentramento in Libia, grazie a coraggiosi reportage, si sono accesi i fari, scoprendo una realtà che contrasta con l’ufficialità dei governi. Ora il traffico dei barconi e dei gommoni della morte sembra sospeso. Più redditizio sembra trattenere in detenzione nei campi quanti vorrebbero partire. I mercanti di schiavi hanno scoperto un altro orrendo business, arricchendosi come col traffico di armi e droga.
I veri e inconfessabili accordi tra i rappresentanti dei governi europei ed africani restano in ombra e sfuggono alla pubblica opinione. Alla gestione dei flussi lungo la “Rotta del Mediterraneo centrale” i funzionari pubblici in Libia ormai affiancano le bande tribali locali. In un Rapporto delle Nazioni Unite, pubblicato nel dicembre del 2016, veniva già denunciato come la corruzione è alle stelle, le prigioni e i campi di lavoro e di detenzione forzata, pubblici e privati, versano in condizioni disumane. Stando sempre alle stime dell’ONU si conterebbero all’incirca 30 centri di questo tipo, sotto la tutela della Direzione di “Lotta contro la migrazione illegale” (DCMI), dipendente direttamente dal ministero dell’Interno. A queste “prigioni speciali” si affiancano altrettante prigioni ufficiose, gestite dalle milizie armate. In tutte queste strutture della “disperazione” sarebbero stipati sui 7 mila rifugiati ciascuna. Più o meno 500 mila disperati: carne umana dai profitti garantiti e senza alcun rischio.
Un inferno raccontato dai pochi cronisti che sono potuti entrare clandestinamente in alcune prigioni di Gharian, Sorman, Zaouia vicino Tripoli. In maggioranza sono maschi, ma ci sono anche molte donne che subiscono regolarmente violenze sessuali, che partoriscono in mezzo alla sporcizia. Mancano cibo e medicine, i neonati sono denutriti e coperti alla meno peggio di cenci. Tutti partono allo sbaraglio, non prevedendo l’atroce inganno ordito dai carcerieri che li attendono. Il Destino stavolta non ha nessuna colpa. Credono che una volta arrivati in Libia, dopo una settimana, più o meno, dovrebbero approdare sulle spiagge italiane, per poi disperdersi nel resto d’Europa. All’orizzonte vedono già un lavoro e la dignità finora calpestata. Ma a Sebha, la più grande oasi della regione del Fezzan, nel pieno Sahara, comprendono che la loro odissea è appena agli inizi. Regolarmente derubati di tutto quel poco che hanno, agli uomini addirittura vengono tagliati gli orli dei pantaloni, per scoprire se vi sono nascosti piccoli “tesori”; spesso ai loro familiari rimasti a casa vengono richiesti i riscatti in cambio della vita.
C’è poi anche un’altra realtà: quella di centinaia di migliaia di emigranti dai paesi confinanti bloccati da tempo in Libia, dove erano andati per lavorare regolarmente. In gran parte sono nigeriani e provenienti dall’Africa Subsahariana, occupati nei lavori più umili, inizialmente retribuiti, ma poi trattenuti all’infinito, come ostaggi, in attesa di un salario e quindi costretti a lavorare gratuitamente. L’economia della Libia, dopo la caduta di Gheddafi, è allo sbando, come le strutture statali e finanziarie del paese. La valuta si cambia e si contrabbanda al mercato nero, sotto il controllo delle milizie armate. E intanto le grandi corporation energetiche macinano profitti.
Questo è il paese col quale l’Italia ha stretto un patto “umanitario” per bloccare sulle spiagge tripolitane il “pericolo dell’invasione” dei disperati della terra.
Se un popolo si sente minacciato e si esprime a tinte forti, abdicando alla Ragione, vuole dire che il suo Declino è iniziato. Se il nostro paese annega ogni giorno di più nella crisi strutturale economica, sociale e culturale, non ci dobbiamo meravigliare se a prendere il sopravvento siano gli istinti più bellicosi. Meravigliarci no, ma indignarci certamente sì! Se poi la tanto invocata “libertà di stampa” (prezioso puntello di ogni democrazia) diventa invece il megafono per una “libertà di linciaggio”, una caccia alle streghe possibilmente di colore scuro, allora vuol dire che il senso del pudore e ciò che resta dell’Etica evaporano al bordo della voragine in cui si rischia di precipitare.
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Voci dall'inferno. È chiedere troppo di ascoltarle?
di Umberto De Giovannangeli, su www.huffingtonpost.it (31/8/2017)

Quelle voci non hanno la forza per raggiungere i palazzi del potere in Europa, là dove si decidono le strategie, si litiga sulle quote, si cerca di contenere l'"invasione" dei migranti. Ma quelle voci esistono per chi le vuole ascoltare. E raccontano dell'inferno che alberga nella Sponda Sud del Mediterraneo.
Darne conto è un dovere morale, oltre che un servizio che ridà dignità e spessore al mestiere di giornalista. Violenze di ogni genere, detenzioni illegali, stupri e torture. È quanto denunciano di subire in Libia migranti e rifugiati secondo il nuovo rapporto "L'inferno al di là del mare": è il titolo di un recente rapporto diffuso da Oxfam, Borderline Sicilia, Medu (Medici per i Diritti Umani).
Il rapporto dà voce a centinaia di persone - arrivate in Sicilia negli ultimi 12 mesi - che raccontano di essere state picchiate, abusate, vendute e arrestate illegalmente dalle milizie locali, dai trafficanti di esseri umani e dalle bande armate che "controllano" gran parte del territorio libico. Uomini, donne e bambini fuggiti da guerra, persecuzioni e povertà nei paesi di origine, arrivate con attese e speranze di una vita migliore in quella Libia divenuta la porta d'Europa, per poi scoprire di essere finite in un vero e proprio inferno.
"Non ti senti più un essere umano". Con questa frase si potrebbe riassumere gran parte delle testimonianze raccolte. Una fotografia in cui l'84% delle persone intervistate ha dichiarato di avere subito trattamenti inumani tra cui violenze brutali e tortura, il 74% ha dichiarato di aver e assistito all'omicidio o alla tortura di un compagno di viaggio, l'80% di aver subito la privazione di acqua e cibo e il 70% di essere stato imprigionato in luoghi di detenzione ufficiali o non ufficiali.
"Sono stato arrestato da una banda armata mentre stavo camminando per la strada a Tripoli- racconta H.R, 30 anni dal Marocco - mi hanno portato in una prigione sotterranea e mi hanno detto di chiedere il riscatto alla mia famiglia (...) Mi hanno picchiato e ferito diverse volte con un coltello. (...) Un muscolo nel mio braccio sinistro è stato completamente lacerato (...) Stavo per morire a causa delle botte (...) Violentavano regolarmente gli uomini. Per spaventarci, in varie stanze amplificavano le urla per le violenze a cui gli altri detenuti erano sottoposti".
"(...) C'erano circa 300 persone nella prigione (...). Mi hanno fatto fare qualsiasi tipo di lavoro (...). Ci davano da mangiare raramente. Mi picchiavano, a volte mi hanno torturato (...)" – aggiunge C.B., 28 anni, arrivato in Libia dal Gambia. "(...) Ho lasciato il mio paese e ho raggiunto mio fratello in Libia – ricorda K.M. , 27 anni, originaria della Costa d'Avorio, intervistata al CARA di Mineo - Un giorno un gruppo di soldati è entrato nella nostra casa. (...) Mi hanno picchiata e sono stata violentata davanti a mio fratello e mia figlia. Mio fratello ha cercato di difendermi ed è stato picchiato selvaggiamente (...)."
"Si tratta di testimonianze talmente atroci da essere al limite della nostra comprensione – afferma la direttrice delle campagne di Oxfam Italia, Elisa Bacciotti – Racconti di migranti che stiamo aiutando da un anno con il progetto OpenEurope in gran parte della Sicilia, che ci restituiscono uno spaccato inaccettabile di ciò che accade dall'altra parte del Mediterraneo. "Di fronte a questa situazione c'è da chiedersi - conclude Bacciotti - dove stia finendo il senso di umanità dell'Europa e di molti Stati Membri, che nella migliore delle ipotesi, sembrano disposti ad offrire ai paesi africani un aiuto rivolto esclusivamente al controllo delle frontiere, e non alla protezione dei diritti umani.
Di fronte alla palese violazione dei diritti umani dei migranti in Libia, desta particolare preoccupazione quindi l'obiettivo di Italia e UE di rafforzare il controllo dei flussi migratori non solo da Italia a Libia ma anche con finanziamenti a paesi di transito come Niger, Mali, Etiopia, Sudan e Ciad, dietro una loro maggiore collaborazione nel controllo delle frontiere e nelle procedure di rimpatrio e espulsione, ma senza chiedere loro di rispettare standard nella tutela dei diritti umani dei migranti. Queste misure sembrano tracciare un disegno volto alla chiusura della rotta centrale del Mediterraneo, senza però che vengano predisposti meccanismi di ingresso regolari e sicuri verso l'Italia e l'Europa" . Il rischio è quindi quello di creare così "nuovi inferni" per le persone in fuga da conflitti, abusi, violenze, fame e povertà.
"Uno scenario in cui la vita di centinaia di migliaia di migranti sarebbe ancor più alla mercé delle reti di trafficanti di esseri umani che non operano solo attraverso il Mediterraneo, ma direttamente in Libia e nel continente africano. Facendo aumentare il numero dei morti in mare, che nel 2016 sono stati quasi 6000 e sono 1985 dall'inizio dell'anno" – aggiunge Bacciotti. Uno scenario inaccettabile a cui va ad aggiungersi l'effetto dei primi rimpatri in Libia. "L'accordo stipulato dall'Italia con il cosiddetto Governo di Unità Nazionale libico di Al Sarraj qualora riuscisse a diventare pienamente operativo, manterrebbe o riporterebbe le persone indietro, in un paese dove regna il caos, con abusi sistematici dei diritti di chi scappa da guerra e povertà e dove i centri per i migranti sono dei veri e propri lager", continua Bacciotti. "Già nel 2012 la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo condannava l'Italia per avere effettuato respingimenti collettivi in mare verso la Libia, in forza dell'accordo bilaterale stipulato nel 2008 sotto il regime del colonnello Gheddafi, per violazione del divieto di trattamenti inumani e degradanti previsto dall'art. 3 della C.E.D.U. – dichiara Germana Graceffo di Borderline Sicilia - Oggi la Corte Penale Internazionale dell'Aja indaga la Libia per crimini contro l'umanità. E' inaccettabile che il governo italiano con questo tipo di accordi si renda complice in questi crimini, di cui prima o poi sarà tenuta a rispondere".
E l'inferno si materializza anche dalle testimonianze raccolte da Amnesty International. La maggior parte delle persone con cui Amnesty ha parlato ha denunciato di essere stata vittima di tratta di esseri umani. I migranti e i rifugiati sono presi dai trafficanti appena entrati in Libia o vengono venduti alle bande criminali. Parecchi di loro hanno riferito di pestaggi, stupri, torture e sfruttamento. Alcuni hanno assistito a uccisioni da parte dei trasportatori, altri hanno visto compagni di viaggio morire a causa delle malattie o dei maltrattamenti subiti.
"Quando arrivi in Libia, quello è il momento in cui inizia tutto, quando cominciano a picchiarti" – ha raccontato Ahmed, 18 anni, proveniente dalla Somalia e arrivato in Libia nel novembre 2015 attraverso il Sudan. I trasportatori si rifiutavano di dare da bere e a volte sparavano a chi supplicava un goccio d'acqua, come è successo a un gruppo di siriani che stava morendo di sete.
"Il primo siriano morto era un giovane, poteva avere 21 anni. Dopo ci hanno dato da bere ma nel frattempo era stato ucciso un altro siriano di 19 anni". I trasportatori hanno rubato gli oggetti personali dei due siriani morti e non hanno permesso di seppellirli. Paolos, 24 anni, un eritreo arrivato in Libia nell'aprile 2016 attraverso Sudan e Ciad, ha raccontato che i trasportatori hanno abbandonato un disabile nel deserto, poco dopo essere entrati in Libia diretti a Sabha.
"Hanno gettato un uomo dal pick-up lasciandolo nel deserto. Era ancora vivo. Era un disabile" – ha raccontato Paolos. Durante il viaggio Amnesty International ha parlato con 15 donne, la maggior parte delle quali ha raccontato di aver temuto di subire violenza sessuale in ogni momento del viaggio verso la costa libica. Gli stupri sono talmente comuni che molte donne assumono contraccettivi prima di mettersi in viaggio, onde evitare di rimanere incinte.
Il personale medico del centro d'accoglienza di Bari ha confermato di aver assistito altre donne che avevano avuto la stessa esperienza. In tutto, Amnesty International ha raccolto 16 testimonianze di persone che hanno subìto violenza sessuale o vi hanno assistito. La violenza è commessa dai trasportatori, dai trafficanti o dai gruppi armati, sia durante il viaggio che nella fase di attesa dell'imbarco verso l'Europa, quando le donne sono trattenute in abitazioni private o in fabbriche abbandonate lungo la costa.
Un'eritrea di 22 anni ha assistito alla violenza sessuale contro altre donne, una delle quali è stata sottoposta a uno stupro di gruppo poiché accusata erroneamente di non aver pagato il dovuto al trasportatore: "La sua famiglia non aveva i soldi per pagare una seconda volta. Allora cinque uomini libici l'hanno presa da parte e l'hanno stuprata. Era notte, nessuno di noi ha potuto far niente, avevamo troppa paura".
Ramya, un'altra eritrea di 22 anni, è stata stuprata più di una volta dai trafficanti che la tenevano prigioniera in un campo nei pressi di Ajdabya, nel nord-est della Libia, dove era entrata nel marzo 2015. "Dopo aver bevuto alcool e fumato hashish, le guardie entravano e sceglievano le donne. Poi le portavano fuori. Loro cercavano di opporsi ma quando hai una pistola puntata alla testa, non hai altra scelta se vuoi sopravvivere. Mi hanno stuprato due o tre volte. Non volevo perdere la vita".
Antoinette, 28 anni, proveniente dal Camerun, ha descritto i trafficanti che la tenevano prigioniera nell'aprile 2016: "Non gliene importa nulla se sei una donna o un bambino. Ci picchiano coi bastoni, sparano in aria per metterci paura... Avevo con me un bambino, forse per quello non mi hanno stuprata, ma l'hanno fatto alle donne incinte e a quelle che viaggiavano sole".
Rapimenti, sfruttamento ed estorsione Molti dei migranti e dei rifugiati incontrati da Amnesty International hanno raccontato di essere stati fatti prigionieri a scopo di riscatto. Erano tenuti in condizioni spesso squallide, privati di cibo e acqua, picchiati, minacciati e insultati costantemente. Semre, 22 anni, eritreo, ha testimoniato di aver visto quattro persone, tra cui un ragazzino di 14 anni e una donna di 22, morire di malattie e inedia durante la prigionia. "Nessuno li ha portati all'ospedale e alla fine li abbiamo dovuti seppellire noi stessi".
Il padre di Semre ha fatto arrivare i soldi del riscatto ma i trafficanti, anziché liberarlo, lo hanno venduto a un'altra banda di criminali. Saleh, 20 anni, eritreo, è entrato in Libia nell'ottobre 2016. I trafficanti lo hanno immediatamente portato in un hangar nella zona di Bani Walid, dove è rimasto 10 giorni. In quel periodo, ha visto un uomo che non poteva pagare il riscatto sottoposto a scariche elettriche mentre era in una vasca d'acqua.
"Minacciavano la stessa fine a chi non avesse avuto i soldi per pagare il riscatto" Saleh è finito in un altro campo gestito dai trafficanti dalle parti di Sabrata, vicino al mare. "Non sapevamo cosa sarebbe successo, se non che ci avrebbero tenuti lì fino a quando le nostre famiglie non avessero mandato i soldi. Nel frattempo ci costringevano a lavorare gratis nelle case, pulire e altre cose del genere. Non avevamo abbastanza cibo e l'acqua che ci davano da bere era salata. Molti di noi avevano malattie alla pelle. Gli uomini fumavano hashish e ci picchiavano coi calci delle pistole o con qualsiasi oggetto che avessero a portata di mano: pezzi di metallo, pietre. Era gente priva di cuore".
Voci dall'inferno. È pretendere troppo che siano ascoltate?
Quelle voci non hanno la forza per raggiungere i palazzi del potere in Europa, là dove si decidono le strategie, si litiga sulle quote, si cerca di contenere l'"invasione" dei migranti. Ma quelle voci esistono per chi le vuole ascoltare. E raccontano dell'inferno che alberga nella Sponda Sud del Mediterraneo.
Darne conto è un dovere morale, oltre che un servizio che ridà dignità e spessore al mestiere di giornalista. Violenze di ogni genere, detenzioni illegali, stupri e torture. È quanto denunciano di subire in Libia migranti e rifugiati secondo il nuovo rapporto "L'inferno al di là del mare": è il titolo di un recente rapporto diffuso da Oxfam, Borderline Sicilia, Medu (Medici per i Diritti Umani).
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Noi e i migranti, due alibi da sfatare. Aiutiamoli, a iniziare da casa nostra
di Francesco Gesualdi, su www. avvenire.it (29/8/2017)

La storia, alla fine presenta sempre il suo conto. L’emigrazione africana non è figlia di una sciagura transitoria, ma di un sistema di saccheggio di cui siamo stati e siamo ancora parte attiva, addirittura i suoi artefici. Per risolverla, dunque, è da qui che dobbiamo partire: dal nostro assetto produttivo e di consumo, dai nostri obiettivi economici, dai nostri rapporti commerciali, dal nostro assetto finanziario, dal nostro sostegno ai sistemi corruttivi e di rapina. Lo slogan giusto è «cambiamo le cose qui affinché cambino là». Per partire dovremmo porre uno stop serio alla vendita di armi e subito dopo dovremmo avviare nuovi rapporti economici.
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Cattive parole che aprono la strada al cattivo diritto
"Immigrati clandestini" e "soggetti la cui presenza in mare è finalizzata all’immigrazione clandestina": in quattro minuti di conferenza stampa, il Procuratore della Repubblica di Trapani parla dei migranti trasbordati dai barconi sulle navi delle Ong in mare aperto senza mai usare la parola "persone", "esseri umani", "donne e bambini in fuga", "profughi", "richiedenti asilo".
Nel linguaggio burocratico sono tutti «soggetti» o «immigrati clandestini» e questo linguaggio disumanizzante e dissacrante (perché ogni essere umano è sakros, cioè unico e inviolabile) apre la strada alla deformazione della pubblica opinione, che di fronte agli «uomini di legge» che additano i «soggetti la cui presenza in mare è finalizzata all’immigrazione clandestina» correrà a chiudere porte, coscienze, cuori e senso critico.
Il cattivo uso del linguaggio, troppo sottovalutato, è una parte importante del problema.
E per «cattivo» intendo esattamente ed etimologicamente «prigioniero» del proprio pregiudizio, che replicato dai media e rimbalzato di bocca in bocca diventa stereotipato «linguaggio comune».
Ma in questo caso il cattivo uso del linguaggio disegna anche la scenografia del cattivo uso del diritto.
Se è vero (ed è vero) che il salvataggio di vite umane in mare è un preciso dovere giuridico, se è vero che la stessa fattispecie di reato (articolo 12 Testo Unico Immigrazione) esclude la rilevanza penale di chi abbia agito per salvare qualcuno dal pericolo attuale di un danno grave alla persona (è lo stato di necessità di cui all’articolo 54 del Codice penale), allora dove sta il reato e, soprattutto, chi è il criminale?
Colui che trasbordando un gommone carico all’inverosimile di esseri umani evita che si ribalti facendo affogare in mare le persone trasportate? O colui che aspetta che il gommone si spinga oltre, in mare aperto, si ribalti, consegni al mare le vite dei trasportati e solo allora, codice Minniti alla mano, intervenga?
E non è forse doveroso dubitare della legittimità di una missione militare dell’Italia che supporta i libici nel respingimento dei migranti, restituendoli ai campi di concentramento dove si perpetrano violenze, torture e stupri e rimettendoli nelle mani dei trafficanti di esseri umani? Contro il principio di non refoulement della Convenzione di Ginevra sulla protezione dei rifugiati (che del resto la Libia non ha ratificato, ma l’Italia invece sì) e contro l’articolo 10 della nostra Costituzione che garantisce il diritto di asilo?
Lo dico con pacatezza e rispetto ma lo dico, perché è un mio preciso dovere etico, giuridico e politico dirlo: l’uso della forza del diritto contro i diritti fondamentali delle persone e l’esercizio dell’azione penale senza conoscenza approfondita e meditata del complesso sistema dei diritti umani e dei processi migratori contro gli operatori, singoli o organizzati, di solidarietà fa il paio con la cattiva politica dei decreti Minniti-Orlando che introducono il diritto diseguale, il diritto su base etnica, l’apartheid giudiziaria.
E iniziano a disegnare i contorni di uno stato autoritario.
di Andrea Maestri, su https://ilmanifesto.it (10/8/2017)

"Immigrati clandestini" e "soggetti la cui presenza in mare è finalizzata all’immigrazione clandestina": in quattro minuti di conferenza stampa, il Procuratore della Repubblica di Trapani parla dei migranti trasbordati dai barconi sulle navi delle Ong in mare aperto senza mai usare la parola "persone", "esseri umani", "donne e bambini in fuga", "profughi", "richiedenti asilo".
Nel linguaggio burocratico sono tutti «soggetti» o «immigrati clandestini» e questo linguaggio disumanizzante e dissacrante (perché ogni essere umano è sakros, cioè unico e inviolabile) apre la strada alla deformazione della pubblica opinione, che di fronte agli «uomini di legge» che additano i «soggetti la cui presenza in mare è finalizzata all’immigrazione clandestina» correrà a chiudere porte, coscienze, cuori e senso critico.
Il cattivo uso del linguaggio, troppo sottovalutato, è una parte importante del problema.
E per «cattivo» intendo esattamente ed etimologicamente «prigioniero» del proprio pregiudizio, che replicato dai media e rimbalzato di bocca in bocca diventa stereotipato «linguaggio comune».
Ma in questo caso il cattivo uso del linguaggio disegna anche la scenografia del cattivo uso del diritto.
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La piramide dell’odio e la necessaria cultura dei diritti fondamentali
«Dove iniziano i diritti umani universali? In piccoli posti vicino casa, così vicini e così piccoli che essi non possono essere visti su nessuna mappa del mondo. Ma essi sono il mondo di ogni singola persona; il quartiere dove si vive, la scuola frequentata, la fabbrica, fattoria o ufficio dove si lavora. Questi sono i posti in cui ogni uomo, donna o bambino cercano uguale giustizia, uguali opportunità, eguale dignità senza discriminazioni. Se questi diritti non hanno significato lì, hanno poco significato da altre parti. In assenza di interventi organizzati di cittadini per sostenere chi è vicino alla loro casa, guarderemo invano al progresso nel mondo più vasto. Quindi noi crediamo che il destino dei diritti umani è nelle mani di tutti i cittadini in tutte le nostre comunità».
Queste parole pronunciate da Eleanor Roosevelt alle Nazioni Unite il 27 marzo 1958 in un celebre discorso in occasione della presentazione del suo libro In Your Hands, contenente le linee giuda per un’azione comune nel decimo anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani che vide la luce anche grazie al suo determinante impegno, tornano oggi di stringente attualità dopo la pubblicazione, sotto il titolo di “La piramide dell’odio in Italia”, della relazione finale dei lavori della Commissione Parlamentare sulla intolleranza, la xenofobia, il razzismo e i fenomeni di odio istituita dalla Camera nel maggio del 2016 e, successivamente, dedicata a Jo Cox, deputata presso la Camera di Comuni del Regno Unito barbaramente uccisa a Leeds il 16 giugno 2016 da un nazionalista a causa della sua ferma contrarietà alla Brexit che aveva scatenato nei suoi confronti una violenta campagna d’odio sui media da parte di chi, invece, era favorevole all’uscita dall’Unione Europea.
La relazione – frutto di 14 mesi di lavoro nel corso dei quali è stato sentito il parere di 31 soggetti e sono stati acquisiti 187 documenti, con il coinvolgimento di esperti, rappresentanti del Consiglio d’Europa, delle Nazioni Unite, dell’ISTAT e di centri ricerca ed associazioni impegnati attivamente nello studio e nella sensibilizzazione sul linguaggio d’odio – ha dato conto dell’esistenza, per l’appunto, di una piramide dell’odio la cui base è costituita da stereotipi, rappresentazioni false o fuorvianti, insulti, linguaggio ostile normalizzato o banalizzato che creano discriminazioni che sfociano, ad un livello superiore, nel linguaggio d’odio il quale, a sua volta, può arrivare, quale esito ultimo, a condizionare ed ispirare i crimini d’odio contro le persone in ragione del sesso, dell’orientamento sessuale, dell’etnia, del colore della pelle o della religione professata.
Non possono lasciare indifferenti, in particolare, nell’ambito dell’indagine statistica, le percentuali di risposte dalle quali emerge diffidenza, se non, addirittura, aperta ostilità, nei confronti di quello che è ritenuto diverso e che, suo malgrado, è visto come obiettivo da schernire, dileggiare, insultare, malmenare, fino ad eliminare fisicamente, in un’escalation d’odio che nasce dalla frustrazione, dalla disinformazione e dalla mancanza di consapevolezza del fatto che i diritti umani sono universali e sono riconosciuti a tutti gli esseri umani indistintamente. Ed è proprio con riferimento a quest’ultimo aspetto che, tra le varie raccomandazioni contenute nella parte finale della relazione per prevenire e contrastare l’odio, assumono particolare e pregnante rilievo quelle volte alla diffusione di una cultura della conoscenza e del rispetto dei diritti fondamentali sia in ambito scolastico, che da parte dei media, specialmente on-line.
di Federico Cappelletti, su www.articolo21.it (3/8/2017)

«Dove iniziano i diritti umani universali? In piccoli posti vicino casa, così vicini e così piccoli che essi non possono essere visti su nessuna mappa del mondo. Ma essi sono il mondo di ogni singola persona; il quartiere dove si vive, la scuola frequentata, la fabbrica, fattoria o ufficio dove si lavora. Questi sono i posti in cui ogni uomo, donna o bambino cercano uguale giustizia, uguali opportunità, eguale dignità senza discriminazioni. Se questi diritti non hanno significato lì, hanno poco significato da altre parti. In assenza di interventi organizzati di cittadini per sostenere chi è vicino alla loro casa, guarderemo invano al progresso nel mondo più vasto. Quindi noi crediamo che il destino dei diritti umani è nelle mani di tutti i cittadini in tutte le nostre comunità».
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No alle notizie spazzatura. Punto sul futuro dell’informazione in chiave europeista
di Rita Bramante, su www.educationduepuntosero.it (30/7/2017)

Il patto di fiducia tra chi assume il dovere di raccontare e chi ha il diritto di sapere e comprendere – che il Maestro Enzo Biagi considerava inalienabile – è oggi un terreno minato.
Troppe bufale, panzane, notizie spazzatura, piccole frottole e grandi mistificazioni, campagne di disinformazione via web e dibattiti pubblici esacerbati da odio e bugie. Notizie false a caratteri cubitali e smentite relegate in minuscoli trafiletti. Sta dilagando un’epidemia che ha investito l’intero sistema dei media e che sembra inarrestabile.
Non ci sta Paolo Pagliaro, che del racconto veritiero dei fatti ha fatto da sempre la sua bussola e insieme a Beppe Severgnini ha lanciato dal palco di “Tempo di libri” un appello: Fermiamo il declino dell’informazione!
Da anni Pagliaro ha intrapreso la sua battaglia civile contro l’”irrilevanza della verità” e la combatte quotidianamente con il suo “Punto” nel programma di approfondimento condotto da Lilli Gruber su La7. Ora la voce di Paolo Pagliaro si fissa anche nelle pagine di un agile pamphlet che porta il titolo dell’editoriale che lo ha reso noto al pubblico televisivo [Cfr. P. PAGLIARO, Punto. Fermiamo il declino dell’informazione, Il Mulino, 2017].
Il patto di fiducia tra chi assume il dovere di raccontare e chi ha il diritto di sapere e comprendere – che il Maestro Enzo Biagi considerava inalienabile – è oggi un terreno minato. Troppe bufale, panzane, notizie spazzatura, piccole frottole e grandi mistificazioni, campagne di disinformazione via web e dibattiti pubblici esacerbati da odio e bugie. Notizie false a caratteri cubitali e smentite relegate in minuscoli trafiletti. Sta dilagando un’epidemia che ha investito l’intero sistema dei media e che […]
Non c’è niente di più facile che vendere bugie in rete – “Lo dice la rete” – e in genere le notizie false mobilitano di più e a poco serve cercare di individuare le bufale per provare a denunciarle e smontarle, anche se è comunque doveroso farlo.
Sensazionalismo e politicismo vanno combattuti da chi aspira a fare informazione di qualità e per fermare il declino dell’informazione è necessario il rispetto delle regole di comunicazione in rete, ove vengono commessi impunemente reati.
Bugie nazionali e globali e una nutrita serie di fakes riguardanti l’Europa, altro facile bersaglio per chi è alla ricerca di nemici esterni grazie ai quali costruire le proprie fortune politiche.
L’Europa dello zero virgola, che ci strozza e ci lascia soli. Facile dare sempre la colpa all’Europa e usarla come capro espiatorio: “i politici giocano a piattello con l’Europa”, ha affermato la Presidente della Camera  Laura Boldrini, ospite a “Tempo di Libri” per rispondere alle domande del direttore del Corriere della Sera, Luciano Fontana. Europeista convinta, determinata e appassionata, la Boldrini dedica un libro alla nuova rotta per il futuro dell’Europa, oggi bersaglio troppo facile del malcontento [Cfr. L. BOLDRINI, La comunità possibile. Una nuova rotta per il futuro dell’Europa, Marsilio, 2017].
Oggi la parola necessaria è together, occorre procedere insieme senza erigere muri e creare divisioni. Bisogna diffidare del ritorno agli Stati nazione, a favore di una visione unitaria basata sulla solidarietà concreta tra Stati membri e su una maggiore equità sociale.
Il futuro dell’Europa ci riguarda tutti, noi e chi verrà dopo di noi: ci vuole idealità, utopia e concretezza perché la nostra Europa torni ad avere un motore ideale, perché il progetto europeista non soccomba.
Non basta battere i pugni con un antieuropeismo di comodo, ma bisogna battersi per nuove politiche di giustizia sociale, facendo alleanze e cordate per una nuova ricetta per l’Europa.
Se c’è pace da sessant’anni, se c’è meno inquinamento, se si viaggia liberamente, se c’è cibo più sano, se i borghi del Sud hanno avuto fondi per la ricostruzione, è merito dell’Europa unita: non si è dato spazio abbastanza alla narrazione europea e la Presidente della Camera è impegnata più che mai in prima persona per rilanciarne il progetto verso gli Stati Uniti d’Europa.
Il patto di fiducia tra chi assume il dovere di raccontare e chi ha il diritto di sapere e comprendere – che il Maestro Enzo Biagi considerava inalienabile – è oggi un terreno minato.Troppe bufale, panzane, notizie spazzatura, piccole frottole e grandi mistificazioni, campagne di disinformazione via web e dibattiti pubblici esacerbati da odio e bugie. Notizie false a caratteri cubitali e smentite relegate in minuscoli trafiletti. Sta dilagando un’epidemia che ha investito l’intero sistema dei media e che sembra inarrestabile.
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Nuove forme di famiglia e affettività: tra riconoscimento, welfare e diritti
Soprattutto nell’ultimo anno, la discussione a livello mediatico e politico sul concetto di famiglia è stata aperta ed ha provocato diverse reazioni nel nostro Paese. E’ complesso parlare di famiglia, o potremmo ormai dire di famiglie, poiché non solo questo è un concetto che ha subito numerose mutazioni all’interno del quadro sociale, ma perché le prospettive e le basi su cui questa si fonda dovrebbero essere totalmente ripensate, alla luce sia delle evoluzioni giuridiche, sia delle evoluzioni sociali che caratterizzerebbero questa istituzione, certamente fondamentale e fondante della nostra società.
Storicamente parlando, il concetto di famiglia ha subito numerose mutazioni, andando ad integrare numerose esperienze molto diverse tra di loro, anche in base al momento storico di riferimento. Dall’idea di famiglia che includeva persino gli schiavi, all’idea di nucleo familiare in cui il padre padrone poteva decidere della vita e della morte dei suoi diversi membri, fino alla famiglia costruita sulla poligamia, ovviamente concessa solo al maschio, arrivando ai giorni nostri e provando ad includere al suo interno tutte le differenti esperienze di famiglie che ruotano attorno alla nostra società: da quella poliamorosa recentemente riconosciuta in Colombia fino a quella omosessuale.
Come si può notare da questo brevissimo excursus storico, la definizione di famiglia è mutata totalmente e questa è probabilmente la migliore risposta a chi oggi si oppone al cambiamento e all’inclusione, all’interno di questa sfera, di tutte quelle esperienze che metterebbero in discussione il concetto di famiglia tradizionale, se mai ne esistesse davvero uno per i motivi di cui sopra. E’ chiaro che una istituzione così importante per la nostra società susciti una discussione tanto accesa tra tutte le parti in causa e ponga elementi importanti su cui costruire una riflessione collettiva, anche per scardinare alcuni meccanismi e alcune politiche che l’hanno caratterizzata fino ad ora: pensiamo alle tante politiche familiste che sono state fatte nel nostro Paese ed all’intero sistema di welfare state, prettamente familistico, su cui si fonda l’Italia.
Nella nostra Costituzione, all’articolo 29, il concetto di famiglia è legato all’istituto del matrimonio, costruendo quindi un legame che per troppo tempo ha rappresentato la scusa per negare alle coppie same-sex (o dovremmo dire, più correttamente, same-gender) e a tutte le altre forme di affettività “non tradizionali” il diritto al matrimonio, o dall’altra parte per negare diritti e tutele a chi, pur famiglia a tutti gli effetti, decide legittimamente di non sposarsi. L’idea che una coppia di persone dello stesso sesso non possa costituire una famiglia o debba essere esclusa dall’istituto del matrimonio è ancora oggi troppo diffusa in troppi Paesi del mondo. In Italia, in particolare, con l’approvazione della legge sulle unioni civili, si è andato costituendo un istituto simile al matrimonio, ma non uguale. Durante il dibattito su questo disegno di legge, tanto è stato detto, anche e soprattutto rispetto al concetto stesso di famiglia e a cosa comprenderebbe o meno: in tante e tanti siamo scesi in piazza a ribadire un fondamentale, ossia che è l’amore a creare una famiglia e che pensare di creare un istituto di serie B, pur con la maggior parte, non tutti, dei diritti e doveri garantiti dal matrimonio, è discriminatorio e, per la prima volta, istituzionalizza la minore importanza delle coppie di persone dello stesso sesso rispetto a quelle eterosessuali. Crediamo sia fondamentale garantire la possibilità di accedere o meno al matrimonio per tutte le coppie, che siano etero o omosessuali, senza alcuna discriminazione e abbandonando l’idea che esistano famiglie più meritevoli di altre di accedere ad alcuni diritti, che altrimenti diventano privilegi a tutti gli effetti.
Subito dopo l’approvazione del DDL Cirinnà, che certamente, dall’altra parte, ha riconosciuto per la prima volta, pur con tutti i limiti di cui sopra, le coppie same-sex, il movimento LGBTQIA+ si era detto pronto a ricominciare la battaglia, per rivendicare matrimonio per tutte e tutti e adozioni, poiché dall’altra parte la legge aveva abbandonato totalmente l’idea di garantire la cosiddetta stepchild adoption, negando il riconoscimento e la tutela giuridica a figli e figlie già esistenti e già parte di numerose famiglie all’interno del nostro Paese. Questo non è purtroppo avvenuto e la rivendicazione del matrimonio per tutte e tutti, pur ritrovandosi nelle piattaforme dei pride che hanno attraversato e stanno attraversando il Paese, non riesce però ad emergere e il dibattito è ancora fermo, quasi come se il movimento si fosse accontentato delle unioni civili e non avesse intenzione, per ora, di riaprire il fronte per una nuova battaglia o arrancasse a deboli passi per paura di perdere ciò che è stato conquistato.
E’ importante, a nostro parere, provare a costruire una riflessione collettiva sul concetto stesso di famiglia e sul suo legame con il matrimonio, non solo slegandolo da quest’ultimo per allargarlo a tutte le esperienze eterogenee che già esistono e che meritano un riconoscimento formale e giuridico per accedere a diritti da cui altrimenti sarebbero escluse, ma anche per ripensare totalmente l’ambiente familiare, legato troppo spesso ad una visione retrograda, ancora machista e patriarcale, oltre che eterosessista. La famiglia è il primo luogo e la prima istituzione con cui veniamo in contatto, il primo ambiente in cui entriamo in relazione con altri ed in cui si costruiscono rapporti di solidarietà tra persone, e di cui subiamo, necessariamente, influenze e condizionamenti; proprio per questo esso non può essere escludente e fondato su paradigmi discriminatori. Ritornando poi al tema dell’inclusione, all’interno del concetto di famiglia, di tutte le formazioni familiari eterogenee oggi esistenti, è importante sottolineare sia che la pluralità delle famiglie esiste ormai da molti anni nella società e non resta che prenderne atto, ma soprattutto che le persone si amano, convivono, si prendono cura le une delle altre, crescono figli in una moltitudine di schemi e possibilità che è folle cercare di ridurre ad un unico modello. Tale discussione va poi necessariamente allargata alle famiglie poliamorose che chiedono da tempo di essere riconosciute e che non possono e non devono essere escluse dal dibattito.
Nessuno può permettersi di imporre ad altri l’obbligo di uniformarsi all’idea della famiglia eterosessuale fondata sul matrimonio. Il legislatore dunque dovrebbe interrogarsi e intervenire per tutelare il più possibile tutte le forme di convivenza e di famiglia esistenti nella società; invece, ancora oggi, le istituzioni, ostaggio di forze politiche bigotte e conservatrici, discriminano le tante famiglie e le tantissime persone nel nostro Paese che si discostano dalla norma del matrimonio eterosessuale. Non è più tollerabile la discriminazione che subiscono le coppie omosessuali, ad esempio: il loro amore non è diverso da quello delle coppie eterosessuali, eppure ancora oggi è negata loro la possibilità di sposarsi, sulla base dell’idea di “famiglia naturale” che non è altro che una grottesca copertura del più bieco e ignorante sentimento omofobo. Le unioni civili non bastano, non è accettabile alcuna soluzione tampone che ponga le coppie omosessuali un gradino più in basso rispetto a quelle eterosessuali e non ci stancheremo di lottare fino a che non saranno riconosciuti loro gli stessi diritti e gli stessi doveri. Ancora più violente diventano le argomentazioni omofobe, quando si discute di adozioni, che tirano in ballo il presunto diritto dei bambini ad avere un padre e una madre, nonostante gli studi scientifici e tutte le società internazionali di psicologi spieghino che non vi è differenza, per lo sviluppo psicologico dei figli, tra coppie eterosessuali e coppie omosessuali, e d’altro canto gli studi sull’omogenitorialità dimostrano che essere un buon genitore prescinde dall’orientamento sessuale e dall‘identità di genere. Prendiamone atto, smascheriamo l’ipocrisia omofoba e riconosciamo a tutte le coppie il diritto di sposarsi.Inoltre, la galassia delle famiglie non riconosciute dallo Stato non si ferma alle coppie omosessuali: genitori single con figli, coppie che non intendono sposarsi, familiari che si prendono cura gli uni degli altri sono solo alcuni esempi. Occorre pensare a strumenti giuridici che tutelino queste forme di famiglia, rivedendo l’impianto giuridico ad oggi esistente che prevede solo la famiglia basata sul matrimonio e andando oltre un modello di società, superato dalla stessa realtà, che sovrappone le dimensioni dell’affettività, dell’amore, della cura, della sessualità e della riproduzione. Non sono le leggi a dover definire il valore dell’amore e il sostegno che noi condividiamo con altri esseri umani, ma è proprio quel concetto in termini universali che deve essere interpretato e rappresentato dalle leggi in un’ottica di inclusione e uguaglianza. A questo è chiaro che si aggiunge anche il diritto di tutte e tutti a non avere una famiglia, senza per questo rinunciare ad uno status in qualche modo più legittimato di altri anche solo nella cultura popolare. L’autodeterminazione del singolo individuo e la legittimità di questo a livello sociale non può essere subordinata alla scelta di avere una famiglia: l’idea che una donna sia “zitella” qualora decidesse di non avere relazioni in questo senso deve essere sradicata proprio in tale ottica.
Dobbiamo poi necessariamente rivendicare una riforma della legge sulle adozioni, che non può però diventare lo scudo dietro il quale si nascondono le istituzioni retrograde affinché questa diventi l’unica modalità di accesso alla genitorialità per le coppie omosessuali e per le persone singole. L’adozione non può essere una scelta obbligata, ma deve essere una delle possibilità a cui ricorrono tutte e tutti coloro che vogliono diventare genitori. Tutte e tutti devono poter avere accesso alle tecniche di procreazione medicalmente assistite; nessuno deve essere discriminato rispetto alla fecondazione eterologa; e deve essere avviata una riflessione collettiva per legiferare sulla gestazione per altri anche nel nostro Paese.
Aggiungiamo che l’intero sistema di adozioni in Italia è fortemente retrogrado e bigotto e necessita di essere riformulato e discusso sotto tutti i punti di vista. Se da un lato ci battiamo per delle adozioni accessibili a qualsiasi forma di famiglia e il riconoscimento dunque di queste ultime, dall’altro le politiche conservatrici e tradizionaliste messe in campo attualmente, risultano restrittive anche per quelle coppie non desiderose di sposarsi e che poste sotto il ricatto della legge, non possono adottare così un bambino. Recenti statistiche inoltre, dimostrano come i legami matrimoniali siano calati negli ultimi dieci anni, al contrario del desiderio di maternità e paternità di donne e uomini. Il nostro Governo si ostina dunque a subordinare le adozioni a condizioni tradizionaliste, escludendo buona parte di persone desiderose di figli e capaci di educarli con amore e dedizione pur non volendo convolare a nozze.
Tra queste rientra anche il singolo che decide di rimanere tale e che agli occhi del Governo italiano non è considerato all’altezza di accudire un figlio. In quasi tutta Europa e in paesi estremamente cattolici come la Spagna o l’Irlanda, esistono infatti leggi che consentono l’adozione a una sola persona col fine di garantire al bambino o alla bambina una figura di riferimento nella loro vita riconoscendo le genitorialità alla sola persona che viene così considerata famiglia.
In tutto questo, quello che è in gioco è l’equiparazione totale tra famiglie strettamente eterosessuali e tutte le altre forme di famiglia che, lo ripetiamo, ad oggi già esistono; questo vale soprattutto rispetto all’istituto del matrimonio aperto a chiunque ma anche rispetto all’idea che debba costruirsi una forma di riconoscimento più duttile ed elastica, basata sulle condizioni reali delle diverse forme di unione, piuttosto che sulla semplice acquisizione di uno status, poiché altrimenti si rischia che il matrimonio, ad oggi fortemente legittimante nella cultura popolare e nella società tutta, diventi uno strumento attraverso cui si distingue quali famiglie meritino questa legittimazione e quali no. Poi sarà la singola coppia a decidere a quali forme di riconoscimento accedere e a quali no, senza però per questo essere esclusa da qualche forma di tutela, o di diritti e doveri.
I diritti civili si collocano poi in un’ottica più ampia che viaggia su due obiettivi di trasformazione sociale strettamente legati al sistema da welfare. Superare il valore del matrimonio eterosessuale come conditio sine qua non per riconoscere una famiglia come tale ha una valenza culturale oltre che politica forte. Il modello di famiglia “tradizionale” (eteronormata e patriarcale) è ormai da decenni non rappresentativo dell’ampia diversità di famiglie non riconosciute come tali, eterosessuali od omosessuali che siano, cosa che in un sistema di welfare familistico ne comporta un minore accesso ad esso e dunque disparità sociale. Rivendicare l’ammissione di singole categorie in un sistema che lascia comunque fuori altri soggetti non solo manterrebbe rapporti di subalternità già esistenti, ma significherebbe soprattutto mancanza di reale inclusione e parità. La battaglia per un welfare universale che valorizzi il singolo, partendo chiaramente dal reddito di base per tutte e tutti, e da qui tutte le forme di famiglia esistenti, assume dunque un valore fondamentale sia nell’autodeterminazione degli individui e nella coesione sociale derivante dalla loro libera aggregazione, sia nel diritto dei minori di crescere in un nucleo familiare che abbia pari dignità sociale, a prescindere dal sesso o dall’orientamento sessuale dei genitori. Questo obiettivo lo si raggiunge pretendendo un ingente investimento di risorse su misure universali tali da permettere l’emancipazione degli individui dalla famiglia e la loro autodeterminazione nella vita, nella formazione e nel lavoro, che impediscano anche il ricatto del matrimonio per l’acquisizione di diritti e tutele riconoscendo piena cittadinanza a chi oggi ne è evidentemente escluso. Il tutto passa da politiche di welfare finalizzate all’emancipazione del singolo e che garantiscano direttamente i bisogni sociali primari per l’inclusione sociale: il diritto alla casa, trasporti pubblici economicamente ed ecologicamente sostenibili, l’accesso alla cultura e ai consumi culturali sono ambiti che non possono essere lasciati al libero mercato, ma devono essere ridefiniti dall’intervento dello Stato sociale affinché venga contrastata la riproduzione delle disuguaglianze e della marginalità sociale.
La battaglia è molto complessa. Modificare le leggi e costruire una cultura inclusiva di tutte le forma di affettività e famiglie ad oggi esistenti nel quadro sociale è una prospettiva che non possiamo abbandonare, tenendo ben salda l’idea che l’accesso ad un istituto come quello del matrimonio deve rappresentare una possibilità per tutte e tutti e che sarà il singolo a decidere se accedervi o meno, nel pieno rispetto della sua autonomia e nella sua totale uguaglianza sostanziale di fronte alla legge e allo Stato. Forme di welfare state universali ed inclusive di tutte le differenze e di tutte le esperienze sono l’unico strumento per garantire la piena autodeterminazione del singolo e della collettività e per la costruzione di uno Stato che non discrimini nessuno o che non crei una corsia di serie B per alcuna persona.
su http://www.retedellaconoscenza.it (6/7/2017)

Soprattutto nell’ultimo anno, la discussione a livello mediatico e politico sul concetto di famiglia è stata aperta ed ha provocato diverse reazioni nel nostro Paese. E’ complesso parlare di famiglia, o potremmo ormai dire di famiglie, poiché non solo questo è un concetto che ha subito numerose mutazioni all’interno del quadro sociale, ma perché le prospettive e le basi su cui questa si fonda dovrebbero essere totalmente ripensate, alla luce sia delle evoluzioni giuridiche, sia delle evoluzioni sociali che caratterizzerebbero questa istituzione, certamente fondamentale e fondante della nostra società.
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“Linee guida sulla comunicazione interculturale”: una riflessione per una comunicazione rispettosa
Contrastare disinformazione e false notizie su un tema complesso come quello delle migrazioni, sensibilizzare l’opinione pubblica, fermare il linguaggio dell’odio sin dalle scuole, educare i giovani a una comunicazione rispettosa degli elementari principi di civile convivenza.
Questi gli obiettivi delle “Linee guida sulla comunicazione interculturale” della Regione Emilia-Romagna, che sono state presentate oggi a Bologna durante il convegno “Il ruolo della comunicazione pubblica di fronte alle sfide dell’immigrazione”, organizzato in collaborazione con l’Ordine dei giornalisti. Il documento – destinato principalmente a comunicatori pubblici, giornalisti, operatori degli uffici per relazioni con il pubblico – fornisce indicazioni concrete su come utilizzare un linguaggio responsabile, privo di parole improprie o strumentali che causano pregiudizi e stereotipi pericolosi, e la conseguente diffusione di informazioni distorte.
“In questo particolare momento- sottolinea la vicepresidente della Regione, Elisabetta Gualmini– è quanto mai necessario fornire un’informazione corretta ed equilibrata per restituire appieno la rappresentazione di tutti gli aspetti del fenomeno migratorio e promuovere una visione inclusiva della partecipazione dei cittadini stranieri immigrati alla vita delle comunità territoriali regionali. Si tratta- aggiunge Gualmini- di una sfida importante per la nostra regione e, più in generale, per le istituzioni pubbliche, impegnate a costruire un rapporto reciprocamente consapevole con le proprie comunità di riferimento. Conoscenza, visibilità e fiducia- conclude- sono elementi fondamentali che un amministratore pubblico dovrebbe tenere sempre ben presenti nel rapporto quotidiano con i cittadini”.
E proprio in tema di collaborazione interistituzionale, le Linee guida e il convegno rientrano tra le attività previste dal Protocollo d’intesa sulla Comunicazione interculturale, che la Regione ha attivato con altre istituzioni pubbliche e mass media per migliorare la comunicazione interculturale nel territorio emiliano-romagnolo. In fase di prima stesura, il documento illustrato oggi è stato realizzato con il contributo di Università di Bologna, Associazione Carta di Roma, Anci Emilia-Romagna, Associazione Italiana della Comunicazione pubblica e istituzionale e Cospe Onlus.
Molte, come sottolinea la pubblicazione, sono le parole che andrebbero bandite dal linguaggio giornalistico e sostituite sulla base delle indicazioni contenute nella Carta di Roma, il protocollo deontologico relativo ai migranti sottoscritto nel 2008 dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti e dalla Federazione nazionale della stampa italiana. Un esempio su tutti: il termine “clandestino”, che spesso viene usato impropriamente al posto di “rifugiato” o “richiedente asilo”.
su http://sociale.regione.emilia-romagna.it/news/2017

Contrastare disinformazione e false notizie su un tema complesso come quello delle migrazioni, sensibilizzare l’opinione pubblica, fermare il linguaggio dell’odio sin dalle scuole, educare i giovani a una comunicazione rispettosa degli elementari principi di civile convivenza. Questi gli obiettivi delle “Linee guida sulla comunicazione interculturale” della Regione Emilia-Romagna, che sono state presentate a Bologna durante il convegno “Il ruolo della comunicazione pubblica di fronte alle sfide dell’immigrazione”, organizzato in collaborazione con l’Ordine dei giornalisti. Il documento – destinato principalmente a comunicatori pubblici, giornalisti, operatori degli uffici per relazioni con il pubblico – fornisce indicazioni concrete su come utilizzare un linguaggio responsabile, privo di parole improprie o strumentali che causano pregiudizi e stereotipi pericolosi, e la conseguente diffusione di informazioni distorte. 
“In questo particolare momento – sottolinea la vicepresidente della Regione, Elisabetta Gualmini – è quanto mai necessario fornire un’informazione corretta ed equilibrata per restituire appieno la rappresentazione di tutti gli aspetti del fenomeno migratorio e promuovere una visione inclusiva della partecipazione dei cittadini stranieri immigrati alla vita delle comunità territoriali regionali. Si tratta – aggiunge Gualmini – di una sfida importante per la nostra regione e, più in generale, per le istituzioni pubbliche, impegnate a costruire un rapporto reciprocamente consapevole con le proprie comunità di riferimento. Conoscenza, visibilità e fiducia – conclude – sono elementi fondamentali che un amministratore pubblico dovrebbe tenere sempre ben presenti nel rapporto quotidiano con i cittadini”.
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No alle notizie spazzatura. Punto sul futuro dell’informazione in chiave europeista
Il patto di fiducia tra chi assume il dovere di raccontare e chi ha il diritto di sapere e comprendere – che il Maestro Enzo Biagi considerava inalienabile – è oggi un terreno minato.
Troppe bufale, panzane, notizie spazzatura, piccole frottole e grandi mistificazioni, campagne di disinformazione via web e dibattiti pubblici esacerbati da odio e bugie. Notizie false a caratteri cubitali e smentite relegate in minuscoli trafiletti. Sta dilagando un’epidemia che ha investito l’intero sistema dei media e che sembra inarrestabile.
Non ci sta Paolo Pagliaro, che del racconto veritiero dei fatti ha fatto da sempre la sua bussola e insieme a Beppe Severgnini ha lanciato dal palco di “Tempo di libri” un appello: Fermiamo il declino dell’informazione!
Da anni Pagliaro ha intrapreso la sua battaglia civile contro l’”irrilevanza della verità” e la combatte quotidianamente con il suo “Punto” nel programma di approfondimento condotto da Lilli Gruber su La7. Ora la voce di Paolo Pagliaro si fissa anche nelle pagine di un agile pamphlet che porta il titolo dell’editoriale che lo ha reso noto al pubblico televisivo [Cfr. P. PAGLIARO, Punto. Fermiamo il declino dell’informazione, Il Mulino, 2017].
di Rita Bramante, su www.educazioneduepuntozero.it (4/7/2017)

Non c’è niente di più facile che vendere bugie in rete – “Lo dice la rete” – e in genere le notizie false mobilitano di più e a poco serve cercare di individuare le bufale per provare a denunciarle e smontarle, anche se è comunque doveroso farlo. Sensazionalismo e politicismo vanno combattuti da chi aspira a fare informazione di qualità e per fermare il declino dell’informazione è necessario il rispetto delle regole di comunicazione in rete, ove vengono commessi impunemente reati. Bugie nazionali e globali e una nutrita serie di fakes riguardanti l’Europa, altro facile bersaglio per chi è alla ricerca di nemici esterni grazie ai quali costruire le proprie fortune politiche.
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