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Il volto arcigno della madre patria: l'omofobia istituzionale in Italia
> IL VOLTO ARCIGNO DELLA MADRE PATRIA: L'OMOFOBIA ISTITUZIONALE IN ITALIA
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di Yuri Guaiana
31 gennaio 2012
Quando si parla di discriminazioni nei confronti delle persone LGBTI si pensa immediatamente agli uomini quali soggetti discriminanti. Se si sposta l’attenzione sulle discriminazioni da parte dell’autorità costituita, si potrebbe pensare che le istituzioni discriminanti siano concepite nell’immaginario collettivo come maschili e mascolinizzate. In realtà, le istituzioni sono spesso simboleggiate da figure femminili prodotte però, questo sì, invariabilmente da maschi, come tutte le immagini del discorso nazionale e nazionalista.
Forse, una riflessione sulla simbologia di genere dei luoghi identitari italiani può introdurci allora al tema dell’omofobia istituzionale – quella particolare forma di omofobia che si esprime attraverso le istituzioni e i suoi più insigni rappresentanti, ma anche attraverso le leggi e i regolamenti della pubblica amministrazione – da una nuova angolazione.
L’allegoria risorgimentale puntava molto sul concetto di madre patria nel quale prevaleva l’elemento femminile e materno, capace di generare e ri-generarsi e potenzialmente in grado di accogliere tutti i suoi figli che, tra loro, erano quindi fratelli di sangue. In quel periodo la repressione giudiziaria e poliziesca - pur variando nei singoli stati in cui era suddivisa allora la penisola, in alcuni dei quali l’omosessualità era penalmente perseguibile - era in genere molto blanda, pur rimanendo la repressione sociale invece molto forte.
Ma la patria era anche monarchica e il re era un luogo identitario forte, questa volta declinato tutto al maschile. Non a caso Vittorio Emanuele II era considerato il padre della patria (1). Di padri della patria, eroi e martiri patrioti, monumenti della memoria nazionale, ve ne erano anche molti altri, tra questi Luigi Settembrini, il cui romanzo omoerotico I Neoplatonici venne censurato fino al 1977 per non infrangerne la figura esemplare. Nell’Italia liberale un altro luogo identitario maschile si affermò con forza: l’esercito, che continuò a essere importante fino al periodo repubblicano. Si prefigurava così un modello di cittadino virtuoso sostenuto dal Codice penale per il Regno di Sardegna – promulgato nel 1859 dal padre della patria Vittorio Emanuele II ed esteso dopo l’Unità d’Italia a tutto il paese ad eccezione del meridione – per il quale gli "atti di libidine contro natura" erano puniti come lo stupro eterosessuale (fino alla pena di morte) qualora fosse intervenuta violenza o con la reclusione, o il lavoro forzato per dieci anni, qualora vi fosse stato scandalo o querela di parte.
Questo valse fino al 1889 quando entrò in vigore il codice Zanardelli che depenalizzò l’omosessualità in tutto il paese. La repressione da esplicita diventava implicita attraverso il silenzio e la negazione della stessa esistenza dell’omosessualità. Giovanni Dall’Orto ha parlato a questo proposito di una specie di “patto” non scritto tra Stato e omosessuali che darebbe a entrambi qualche vantaggio: lo Stato garantisce agli omosessuali una relativa impunità alla loro sessualità, purché clandestina; in cambio è sicuro di non veder contestato pubblicamente il modello di vita eterosessuale.
Il fascismo fu poi artefice di una virilizzazione del paese, tutto declinato al maschile (lo stato, il potere, il duce, il re, il partito, lo statuto…) in un’accezione aggressiva e violenta che trasformò il cittadino virtuoso in cittadino soldato. “Lo Stato, concepito come organismo non solo giuridico, ma anche etico, si fa tutore della morale pubblica, invade la vita privata, impone un’immagine di «uomo nuovo», maschio, virile, potente con la conseguente denigrazione del controtipo, femmineo, impotente, imbelle. Uno stereotipo si rafforza nel confronto con la sua negazione. Se la mascolinità riflette le aspirazioni e gli ideali della società, gli uomini che non aderiscono a questa mascolinità diventano i nemici della società stessa, un pericolo per la nazione. […] In questo contesto a subire la repressione più umiliante sono gli omosessuali più visibili, gli «effeminati» e i travestiti, i cui atteggiamenti violano lo stereotipo del maschio virile, forte e rude. Sono loro le vittime degli strumenti repressivi che il fascismo mette in atto, senza bisogno di una legge apposita, dalla diffida all’ammonizione al confino di polizia, fino al carcere al manicomio. Se un omosessuale aderisce esteriormente al modello imposto può anche essere ignorato dal regime o comunque non perseguitato” (2).
Con la fine della seconda guerra mondiale, si poteva avviare il recupero dell’elemento “madre patria”, a cui veniva però assegnato un valore diverso rispetto ai periodi precedenti, attraverso la nuova veste della patria repubblicana. Le storiche Daria Gabusi e Liviana Rocchi hanno notato come “sembrava che la Repubblica si caratterizzasse, tanto nella simbologia quanto, più in generale, nel «genere» delle istituzioni e delle culture che la contraddistinguevano e la cominciavano ad animare, per una diffusa caratterizzazione femminile e materna” (3). Eppure la liberazione dal nazifascismo non fu liberazione di tutti: le vite degli omosessuali rimasero per lo più clandestine fino alla nascita del FUORI!, la prima associazione LGBT italiana, nel 1971.
Il cittadino democratico vagheggiato dai partiti antifascisti agli albori della Repubblica, assunse infatti più che altro le vesti del devoto e operoso cristiano o quelle del compagno militante per la rivoluzione socialista, mentre rimase drammaticamente minoritaria l’idea dell’individuo emancipato e libero della democrazia laica. Non a caso, tra il 1960 e il 1963, il Movimento Sociale Italiano e il Partito Socialista Democratico Italiano presentarono tre disegni di legge per reintrodurre il reato di omosessualità in Italia e addirittura quello di “apologia della condotta omosessuale” (4). Le due proposte non passarono in omaggio alla tradizione cattolica per la quale il silenzio è la forma repressiva più efficace, ma per ricordare che l’omosessualità, pur non essendo in sé un reato, non poteva certo essere vissuta liberamente c’era bisogno di un segno tangibile che arrivò puntualmente il 12 luglio 1968, quando Aldo Braibanti venne condannato a 9 anni di carcere per plagio grazie alla testimonianza del giovane Piercarlo Toscani, che interpretò alla perfezione il ruolo di vittima della «prepotenza interiore» dell’imputato.
Il risvolto omosessuale della vicenda era ovviamente la più eloquente prova di colpevolezza, mentre l’omosessualità dell’imputato si accompagnava ad altre forme di abiezione, il comunismo e la personalità anticonformista, che dipingevano un quadro di corruzione morale. Per sostenere la sua richiesta di condanna al massimo della pena (14 anni) il Pubblico Ministero parlò di “un bisogno del corrotto di diffondere il vizio, così come il drogato diffonde la droga: è questa diffusione della corruzione che permette ai drogati di vivere” (5).
Il vento del ’68 spirava però ormai forte e contro la condanna si levarono le vibrate proteste da parte dei radicali di Marco Pannella e di intellettuali quali Elsa Morante, Pier Paolo Pasolini, Umberto Eco e Cesare Musatti. Il discorso omofobo cominciava a essere contrastato pubblicamente e da lì a poco sarebbe nato anche in Italia il movimento LGBTI che iniziò la lunga marcia per inserire la questione LGBTI nell’agenda di tutte le forze politiche rendendo più difficile ignorare questa ampia fetta della popolazione. Questo avvenne con il World Pride del 2000 che scatenò però anche polemiche caratterizzate da una violenza verbale inedita.
In questo clima infuocato, l’allora presidente del Consiglio dei Ministri, Giuliano Amato, “sollecitato dalle richieste d’impedire l’evento da parte del Vaticano e della destra e chiamato a riferire in Parlamento sulla manifestazione stessa, sostenne di ritenerla inopportuna, ma di trovarsi nell’impossibilità di impedirne lo svolgimento perché «purtroppo esiste una Costituzione» a garanzia del diritto di manifestare” (6). Come è evidente l’omofobia istituzionale non conosce epoche storiche né colori politici e non si esprime solo in dispositivi o proposte di legge, ma anche in dichiarazioni perniciose fino al punto da minare direttamente il patto sociale. Qui siamo al parossismo per cui il capo di un esecutivo di sinistra si dispiace per l’esistenza di una Costituzione che non gli permette di sospendere la libertà di manifestare. Cosa accadrebbe, in qualunque paese, se il capo del governo dicesse che purtroppo esiste quella costituzione sulla quale ha giurato prendendo servizio?
Nel 2004, il ministro per le Politiche comunitarie Rocco Buttiglione non viene accettato come commissario europeo alla Giustizia e agli Affari interni. Il suo collega, ministro per gli Italiani nel Mondo, Mirko Tremaglia, rilasciò una dichiarazione di solidarietà a Buttiglione su carta intestata del Ministero che affermava: “Purtroppo Buttiglione ha perso. Povera Europa: i culattoni sono in maggioranza”. Per voce di Tremaglia, non contestato dai suoi colleghi, lo Stato adottava un linguaggio denigratorio contro una consistente fetta dei suoi cittadini. Naturalmente nessuna conseguenza politica si ebbe dopo il comunicato del Ministro. Cosa sarebbe successo in qualsiasi altro paese europeo? Ma soprattutto, cosa sarebbe successo, forse anche in Italia, se un Ministro avesse usato in un comunicato ufficiale un linguaggio altrettanto denigratorio nei confronti di neri o ebrei?
All’inizio del 2007 il governo Prodi si avventurò nella discussione di una legge per il “riconoscimento giuridico dei diritti, prerogative e facoltà alle persone che fanno parte delle unioni di fatto” redatta dagli staff legislativi di due ministri donne, quello per le Pari Opportunità Barbara Pollastrini e quello per la Famiglia Rosy Bindi. Già il giro di parole per evitare l’uso del termine “coppia” è indicativo. Il provvedimento era un distillato di omofobia e reticenza perché non prevedeva alcuna forma di registrazione della coppia, mostrando tutto il disprezzo nei confronti dell’omoaffettività che evidentemente non può avere cittadinanza in Italia.
Nonostante ciò, il goffo tentativo scatenò una ridda di polemiche. In questo contesto il ministro degli Esteri D’Alema si dichiarò (come ha fatto anche lo scorso 11 settembre in un’intervista, salvo poi doversi scusare di fronte alle proteste di Arcigay e di tutto il movimento) contrario ai matrimoni tra persone dello stesso sesso sostenendo che il matrimonio tra uomo e donna sta a fondamento della famiglia secondo la Costituzione. Riferendosi a un’interpretazione, ampiamente contestata in dottrina, dell’art. 29 della Costituzione, D’Alema propose una gerarchizzazione delle sessualità e, peggio ancora, delle affettività che porta a considerare l’omoaffettività inferiore o, almeno, qualitativamente diversa da quella etero e quindi impossibilitata ad accedere agli stessi diritti dei cittadini che si conformano alla norma eterosessuale.
In conclusione, quindi, l’omofobia istituzionale esiste eccome. Non conosce epoche storiche, generi o colori politici e rappresenta una minaccia non solo per le persone LGBTI direttamente prese di mira, ma per tutta la cittadinanza che vede mettere in discussione alcuni capisaldi del patto sociale liberaldemocratico come il diritto all’uguaglianza, quello di parola, quello di associazione, di manifestazione e di libera espressione del proprio pensiero. Come ha scritto Stefano Fabeni nella postfazione a «Omofobia. Storia e critica di un pregiudizio» di Daniel Borrillo, “la legge da un lato svolge un ruolo chiave nella promozione della stigmatizzazione sociale (quando non rappresenta addirittura un elemento costitutivo dell’omofobia), dall’altro, nella lotta alla discriminazione, nella repressione della violenza omofobica e nella promozione di buone pratiche: lo «stato della legge» può pertanto costituire un elemento di misura del livello di promozione o al contrario di lotta all’omofobia in un paese”. Lo stesso vale a mio avviso per quanto riguarda “il discorso politico in quanto momento di discussione pubblica sul tema, tanto al livello della retorica politica, quanto in riferimento a[lle] scelte politiche” (7).
(1) Sul nesso tra la figura del padre e il potere politico cfr. G. Campanili, Potere politico e immagine paterna, Vita e Pensiero, Milano, 1985.
(2) F. Gnerre, Il nemico dell'uomo nuovo, in “Pride”, ottobre 2005.
(3) D. Gabusi, L. Rocchi, Le feste della Repubblica. 25 aprile e 2 giugno, Brescia, Morcelliana, 2006, p. 493.
(4) G. Lo Presti, P. Pedote, Omofobia. Il pregiudizio antiomosessuale dalla Bibbia ai giorni nostri, Stampa Alternativa, 2003, p. 97.
(5) Gianni Rossi Barilli, Il movimento gay in Italia, Feltrinelli, 1999, p. 44.
(6) Daniel Borrillo, Omofobia. Storia e critica di un pregiudizio, Edizioni Dedalo, postfazione di Stefano Fabeni, 2009, p. 150.
(7) Ivi, p. 127.
di Yuri Guaiana, su www.zeroviolenzadonne.it (3/2/2012)

Quando si parla di discriminazioni nei confronti delle persone LGBTI si pensa immediatamente agli uomini quali soggetti discriminanti. Se si sposta l’attenzione sulle discriminazioni da parte dell’autorità costituita, si potrebbe pensare che le istituzioni discriminanti siano concepite nell’immaginario collettivo come maschili e mascolinizzate. In realtà, le istituzioni sono spesso simboleggiate da figure femminili prodotte però, questo sì, invariabilmente da maschi, come tutte le immagini del discorso nazionale e nazionalista. Forse, una riflessione sulla simbologia di genere dei luoghi identitari italiani può introdurci allora al tema dell’omofobia istituzionale – quella particolare forma di omofobia che si esprime attraverso le istituzioni e i suoi più insigni rappresentanti, ma anche attraverso le leggi e i regolamenti della pubblica amministrazione – da una nuova angolazione.
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Religione a scuola: quando lo Stato rinuncia al suo ruolo
Religione a scuola: quando lo Stato rinuncia al suo ruolo
di Cinzia Sciuto
[28 gen 2012]
È tempo di iscrizioni scolastiche, che riguardano milioni di famiglie alle prese con la scelta della scuola per il prossimo anno. Sui moduli delle scuole statali, a partire addirittura dalla scuola dell’infanzia, tra i vari campi da riempire c’è anche quello «per l’esercizio del diritto di scegliere se avvalersi o non avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica». Una manifestazione di libertà, si dice. Un’abdicazione dello Stato al suo ruolo, in verità.
I genitori che ritengono che il posto della religione non sia nella scuola (pubblica) ma nelle chiese e nelle case, possono richiedere che il figlio esca dall’aula quando entra l’insegnante di religione. Per andare dove? A fare cosa? Quando va bene, la scuola organizza non meglio specificate «attività sostitutive», quando va male i bambini-ragazzi bighellonano per i corridoi in attesa che finisca l’ora di religione oppure entrano o escono prima da scuola se si tratta delle ore iniziali o finali della giornata scolastica. Per cui l’«alternativa» che si presenta al genitore è una sorta di segregazione: mentre (quasi) tutti i tuoi compagni rimangono in classe, tu (insieme a pochi altri) devi uscire e inventarti qualcos’altro da fare. Scelta di cui poi bisogna in qualche modo rendere conto ai figli, e molto probabilmente è più semplice spiegare a un bambino di 3 anni che l’uomo è un animale venuto fuori dopo centinaia di migliaia di anni di evoluzione naturale, piuttosto che fargli capire perché quando arriva la maestra di religione lui deve uscire dall’aula.
Ora, i casi sono due: o l’insegnamento della religione cattolica è parte integrante della formazione che la scuola pubblica intende dare ai suoi alunni, e allora non può essere consentito a nessuno di rinunciarvi, esattamente come nessun genitore può pretendere che il figlio non segua le lezioni di italiano, matematica e persino di educazione fisica; oppure l’insegnamento della religione cattolica è questione demandata alle scelte della famiglia, e allora non si capisce perché queste scelte debbano essere realizzate a scuola. La formazione dei propri figli è una questione complessa, nella quale entrano diverse «agenzie» formative, con ruoli distinti. Dopo la scuola, ogni famiglia decide in completa autonomia come «integrare» la formazione dei figli e sarebbe del tutto insensato pretendere che la scuola (pubblica) copra interamente lo spettro delle opzioni formative delle famiglie.
Uno Stato confessionale ha il pieno diritto di prevedere nell’ambito dei curricula scolastici della scuola pubblica l’insegnamento della religione, poiché in questo modello statuale essa costituisce non già un aspetto della vita privata delle persone, ma parte integrante (e anzi fondamentale) della formazione «civica» dei cittadini. I Patti Lateranensi, recepiti nell’articolo 7 della nostra Costituzione, fino alla loro revisione del 1984, definivano la religione cattolica «religione di Stato» ed era pertanto comprensibile e, a rigor di logica, persino doveroso che lo Stato la inserisse tra gli insegnamenti obbligatori della scuola pubblica.
Nel 1984 però quella clausola fu abolita e la religione cattolica è (dovrebbe essere) oggi una religione al pari delle altre (sebbene continui a godere di uno status privilegiato, ormai non più giustificato), tanto che proprio quella revisione, abolendo la «religione di Stato», abolì anche l’obbligatorietà dell’insegnamento della religione cattolica. Se non c’è una religione «di Stato», la religione diventa questione privata, personalissima che può rappresentare per molti (al limite: per tutti) un’aspetto centrale della propria vita e che può ovviamente esprimersi pubblicamente in tutte le forme e i limiti garantiti dalla libertà di espressione e associazione di tutti i cittadini, ma non può costituire insegnamento in una scuola pubblica.
E scaricare sui genitori la scelta rivela soltanto la debolezza di uno Stato, incapace di assumersi la responsabilità della formazione dei propri cittadini.
Cinzia Sciuto
Cinzia Sciuto
di Cinzia Sciuto, su www.orizzontescuola.it (28/1/2012)

È tempo di iscrizioni scolastiche, che riguardano milioni di famiglie alle prese con la scelta della scuola per il prossimo anno. Sui moduli delle scuole statali, a partire addirittura dalla scuola dell’infanzia, tra i vari campi da riempire c’è anche quello «per l’esercizio del diritto di scegliere se avvalersi o non avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica». Una manifestazione di libertà, si dice. Un’abdicazione dello Stato al suo ruolo, in verità.
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"Non dare per scontato il genere"
"Non dare per scontato il genere"
Ha preso il via in questi giorni il Premio Letterario “Non dare per scontato il genere” e si concluderà - per quanto riguarda la consegna delle opere in concorso - il 4 marzo.
Ideato da Nido della Fenice e Gay Center, in collaborazione con Pianeta Queer, l'iniziativa ha come obiettivo di combattere con la scrittura e la creatività ogni forma di violenza e discriminazione.
Questo progetto vuole essere una reazione al continuo ripetersi di episodi di violenza legati alla sessuofobia e, quindi, al concetto di genere inteso in senso binario, vale a dire maschio/femmina.
Un esempio per tutti sono le recenti affermazioni di Giuseppe Ripa, assessore Pdl ai Trasporti della città di Lecce, che ha definito "signorina" il Governatore della Regione Puglia, Nichi Vendola, per poi precisare che per lui l'omosessualità è una "turba psichica".
Il Premio Letterario si compone di due sezioni: Poesia e Racconto Breve, per entrambi il tema proposto è il seguente: “Non dare per scontato il genere, siamo molto di più di maschio/femmina”.
I lavori dovranno essere inviati via e-mail entro il 4 marzo 2012.
Gli organizzatori del Premio Letterario auspicano che questa iniziativa possa contribuire a diffondere nel Paese un modo di pensare scevro da pregiudizi, ignoranza e inciviltà favorendo lo scambio e la convivenza tra le persone.
Bando, scheda di partecipazione e tutte le informazioni sul premio Letterario sono pubblicati sia sul sito del Gay Center che su quello dell'associazione Nido della Fenice .
editoriale su www.pianetaqueer.it

Ha preso il via in questi giorni il Premio Letterario “Non dare per scontato il genere” e si concluderà - per quanto riguarda la consegna delle opere in concorso - il 4 marzo. Ideato da Nido della Fenice e Gay Center, in collaborazione con Pianeta Queer, l'iniziativa ha come obiettivo di combattere con la scrittura e la creatività ogni forma di violenza e discriminazione.
Questo progetto vuole essere una reazione al continuo ripetersi di episodi di violenza legati alla sessuofobia e, quindi, al concetto di genere inteso in senso binario, vale a dire maschio/femmina. Un esempio per tutti sono le recenti affermazioni di Giuseppe Ripa, assessore Pdl ai Trasporti della città di Lecce, che ha definito "signorina" il Governatore della Regione Puglia, Nichi Vendola, per poi precisare che per lui l'omosessualità è una "turba psichica".
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Se governasse la pedagogia
di Luciano Pasqualino, su www.educare.it (11/1/2012)

All'inizio di un anno in cui i morsi delle priorità contabili sono annunciati come più profondi e diffusi, ci sia concesso immaginare come potrebbe essere diverso il nostro Paese se fosse governato secondo un orientamento pedagogico che pone come primari i bisogni di crescita, relazione e realizzazione delle persone.
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«Ora basta con la carità, l'Africa è schiava degli aiuti»

di Linda Chiaromonte, su www.ilmanifesto.it

È lucida e senza esitazioni Dambisa Moyo, economista africana autrice di Dead Aid uscito in Italia per Rizzoli con il titolo Quando la carità uccide. La sua tesi è tanto forte quanto ovvia, sostiene, il suo pensiero ruota intorno all'analisi attenta e documentata del fallimento del sistema degli aiuti allo sviluppo al continente africano, da non confondere con gli aiuti di emergenza, come quelli per calamità naturali ad Haiti o dopo lo tsunami.
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“Zingari, vucumprà, clandestini”. Così l’informazione ha “rovinato” gli immigrati

“
di Eleonora Bianchini, su www.ilfattoquotidiano.it (21/12/2011)

"Brutti, sporchi e cattivi. L'inganno mediatico sull'immigrazione” è il saggio di Giulio Di Luzio, che analizza i clichés narrativi attraverso i titoli dei quotidiani e i programmi del piccolo schermo. Emergono ritratti umani e cronache distanti anni luce dalla realtà. Perché in ballo ci sono consenso e direttive politiche.
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Torna la scuola reale
TORNA LA SCUOLA REALE

di Fabrizio Dacrema, su www.scuolaoggi.org (10/12/2011)

Archiviato l’ultimo governo Berlusconi, la nuova fase politica si giocherà su questa affermazione del nuovo premier: “Il vero costo della politica è aver guardato per decenni al consenso e non al futuro delle nuove generazioni”.

Se, sull’orlo del baratro, il paese troverà il coraggio di accantonare la prevalenza degli interessi a breve termine, allora, nonostante l’emergenza finanziaria, si riscoprirà il buonsenso contadino secondo il quale, quando le cose vanno male, si tira la cinghia ma non si smette di seminare.

La conoscenza è, per eccellenza, un investimento a redditività differenziata, i suoi ritorni sociali e individuali sono certi e superiori a qualsiasi altro tipo di investimento, ma gli effetti si manifestano solo nel medio e lungo periodo.

Le stanze dei bottoni sono oggi popolate da persone che queste cose le sanno bene, non solo perché le hanno studiate, ma perché hanno promosso, realizzato e divulgato ricerche tese a dimostrare che investire in conoscenza conviene sempre. Penso all’Ufficio Studi della Banca d’Italia o alla recente pubblicazione dell’attuale Governatore Ignazio Visco significativamente intitolata “Investire in conoscenza. Per la crescita economica”.

Indipendentemente dall’orientamento politico, siamo di fronte a una nuova classe dirigente lontana anni luce dal populismo e accomunata da una visione della conoscenza come fattore strategico per lo sviluppo.

Un’ulteriore conferma è venuta dall’ascolto del Ministro Profumo al CNR il 7 dicembre.
Dopo le vagonate di “bullshit” gelminiane, sembra tornata la scuola reale, un grande corpo debilitato da trascuratezza, cure sbagliate e salassi demolitivi per il quale urgono interventi di rianimazione ed efficaci iniezioni di innovazione.

Il Ministro, pur con la cautela di chi sta ancora studiando i dossier, ha toccato i tasti giusti:
·      restituire reputazione e attrattività alla funzione docente;
·      promuovere diffusamente processi di innovazione didattica per migliorare gli esiti di apprendimento e motivare le nuove generazioni “native digitali”;
·      la valutazione non sanzionatoria ma strumento indispensabile per conoscere e migliorare il sistema;
·      l’autonomia scolastica come responsabilità e partecipazione per superare i rischi di autoreferenzialità;
·      accoutability, autovalutazione e trasparenza per promuovere il cambiamento attraverso processi bottom-up;
·      la peculiarità del sistema scolastico rispetto ai modelli aziendali;
·      la necessità per i sistemi formativi di giocare d’anticipo rispetto ai bisogni sociali ed economici (“nessuno immagina le professioni del 2030”).

Nel pensiero del Ministro traspare la convinzione della necessità del protagonismo del mondo della scuola per realizzare cambiamenti effettivi unita alla consapevolezza della presenza di resistenze al cambiamento e di una elevata inerzia del sistema.

Qui sta il nodo su cui si deciderà il successo delle politiche della conoscenza del nuovo governo. Difese, resistenze e inerzie potranno essere superate solo se il progetto del governo sarà coerente, credibile e condiviso. Ciò significa innanzitutto discontinuità con le scelte del precedente Ministro tese a rendere meno inclusivo il sistema scolastico e una decisa inversione di tendenza rispetto al progressivo disinvestimento nella conoscenza programmato da Tremonti (secondo il documento economico finanziario 2011-14 la spesa per l’istruzione, già oggi tra le più basse dell’Ocse con un magro 4,8 per cento, è destinata a precipitare entro il 2030 al 3,2% del Pil).

Nessuno chiede miracoli nel momento dell’emergenza finanziaria, ma le scelte di oggi saranno decisive per un futuro non breve.

Per questo lo sciopero del 12 e 19 dicembre, finalmente proclamato unitariamente, mira a ottenere una correzione della manovra economica che non è solo finalizzata a cambiare le misure inique e recessive che colpiscono i lavoratori dipendenti e i pensionati. Mira anche ad accrescere il prelievo sulle grandi ricchezze e sull’evasione fiscale al fine di potenziare gli interventi finalizzati alla crescita economica e alla ripresa degli investimenti nella conoscenza.

In un paese dove il 10 per cento dei cittadini detiene il 50 per cento della ricchezza e dove l’evasione fiscale ammonta a 120 miliardi all’anno non ci sono alternative, in queste due aree si devono trovare le risorse per “pensare a quel futuro delle nuove generazioni” che il nuovo Presidente del Consiglio ha giustamente posto come priorità.
di Fabrizio Dacrema, su www.scuolaoggi.org (10/12/2011)

La nuova fase politica si giocherà su questa affermazione del nuovo premier: “Il vero costo della politica è aver guardato per decenni al consenso e non al futuro delle nuove generazioni”.

 Se, sull’orlo del baratro, il paese troverà il coraggio di accantonare la prevalenza degli interessi a breve termine, allora, nonostante l’emergenza finanziaria, si riscoprirà il buonsenso contadino secondo il quale, quando le cose vanno male, si tira la cinghia ma non si smette di seminare.
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Il padre selvaggio
Il padre selvaggio
di Pier Paolo Pasolini - [progetto di un film]
Quello che segue è il racconto originale di Pier Paolo Pasolini de Il padre selvaggio, il film che il regista avrebbe dovuto girare dopo le fatiche di Mamma Roma (1962) e della Ricotta (1963). Il padre selvaggio avrebbe dovuto essere il primo film che avrebbe affrontato realisticamente e con una precisa impostazione ideologica il dramma e la nascita della nuova Africa (da Appendice a Il padre selvaggio, in Pasolini per il cinema, vol I, Meridiani Mondadori, Milano 2001).
Capitolo I - È bello uccidere il leone
Primi giorni di scuola, in un liceo africano, nella capitale di uno stato africano che ha acquistato da un anno l’indipendenza. Il liceo: quattro baracche a un piano su uno spiazzo di polvere rossa, tra i palmizi.
Nel liceo insegna un professore democratico, appena giunto nel nuovo Stato. Sta per cominciare la sua esperienza drammatica con la scolaresca africana, composta dei figli dei pochi impiegati e dei capi tribù dell’interno; la sua lotta contro il conformismo insegnato ai ragazzi dai precedenti professori colonialisti.
Tra gli scolari, uno, Davidson, è il più ostile di tutti alle novità di metodo e di cultura del nuovo insegnante: ed è il più ostile proprio perché è il più intelligente e il più sensibile. Sono infatti gli intelligenti ed i sensibili che si appassionano alle cose con un attaccamento che può essere fazioso: anche alle istituzioni del conformismo e alla retorica.
La lotta è soprattutto, quindi, tra l’insegnante e Davidson.
Il nocciolo centrale di questa lotta è il problema della libertà, della democrazia, dei rapporti tra bianchi e negri.
Dai dialoghi diretti, e estremamente sinceri, del professore, viene fuori, esauriente, il quadro politico dello Stato africano appena libero. I rapporti con l’ONU, i rapporti con lo Stato ex colonialista, ecc.
Il metodo del nuovo insegnante, nel far capire le cose, appunto perché è sincero e democratico, appare sempre «scandaloso» agli scolari, abituati alla supina accettazione, alla meccanicità dell’insegnamento autoritario.
Un giorno, per esempio, il professore dà agli scolari questo tema: «Descrivete la vostra vita vera nella tribù, a casa vostra, nella foresta». Ebbene, saltano fuori degli svolgimenti tutti retorici e mistificatori. E allora il professore fa rifare il tema: egli vuole che i suoi scolari affrontino coraggiosamente la vergogna, la miseria, la superstizione o lo stato tribale, da cui provengono. Cerca di spiegare loro che cosa è la cultura «magica», la ritualità, i tabù, il cannibalismo, ecc.
Dopo la terza o quarta volta, accade una specie di miracolo: Davidson svolge finalmente un tema molto sincero, e, per questo, scritto estremamente bene, quasi come autentica poesia. Egli racconta, con grande vivezza e fantasia di particolari, una tipica situazione tribale: l’obbligo che ha un giovane, per diventare uomo, di uccidere da solo un leone.
Il professore, stupito e felice, loda di fronte a tutti il tema, e commenta, dopo averlo letto, l’inutile crudele abitudine della tribù.
Gli scolari comprendono la critica rivolta dal professore all’arcaicità, ormai superata dalla storia degli stessi africani, della cultura tribale. Tuttavia, alla fine, Davidson non può fare a meno di dire, con la sua voce roca e dolce: «Però è bello uccidere il leone!».
Sì, è difficile staccarsi criticamente dal proprio mondo vitale. È questa vitalità istintiva che è la sede poi, a un livello superiore, della pigrizia intellettuale, e del conformismo.
Soprattutto nello studio della poesia, gli scolari si mostrano pigri e pieni di riserve mentali: non capiscono la poesia «moderna». Sono meccanicamente abituati al classico accademico.
Anche qui il professore deve affrontare lo «scandalo», e legge ai suoi scolari la difficile poesia di un poeta africano. Niger o altri: una poesia che ricorda i modelli europei più raffinati, Eliot o Dylan Thomas...
Gli scolari negri hanno la stessa reazione della maggior parte degli scolari bianchi, non capiscono, si distraggono, quasi ne ridono.
Piano piano il professore la spiega, la commenta con esempi immediati, concreti, che cadono sotto l’esperienza di tutti: rende chiari e lampanti i versi dapprima incomprensibili. Ma Davidson non vuole capire.
(N.B. – L’aridità di questa prima parte è solo apparente, perché tutte le discussioni specialmente politiche e culturali, sono illustrate da episodi visivi: documentari per quel riguarda la situazione politica dello Stato, i rapporti con l’ONU, ecc. Il tema scritto da Davidson sulla caccia al leone sarà tutto visto. E infine il commento della poesia difficile, fatto dal professore, sarà tutto vissuto visivamente in episodi e rapidi particolari di cui gli stessi scolari saranno protagonisti).
Capitolo II - Tinte forti da tavolozza cubista
Gli ultimi giorni dell’anno scolastico sono simili a quelli di tutte le scuole del mondo: giorni di rimpianti e di speranze, di rimorsi e di allegrezza. I risultati sono quelli che sono, i miracoli non accadono mai, anche se molti progressi sono stati fatti, molte conoscenze acquisite, molte resistenze superate.
Ma proprio in questi ultimi giorni di scuola, in cui ci si dovrebbe sentire ottimisti per ciò che pur si è fatto con buona volontà o passione, c’è un’aria di vago, angoscioso, pessimismo.
Il nuovo Stato negro è inquieto, è ben lontano dall’aver raggiunto una reale indipendenza, una reale libertà. I colonialisti sono rimasti, con la faccia dei capitalisti sfruttatori privati e, per proteggere i loro interessi, non si fanno scrupolo di fomentare rancori e divisioni nel paese: e magari lotte civili.
Delle tribù si ribellano, lottano ferocemente contro altre tribù non secessioniste:  tanto che l’ONU deve inviare nuovi reparti per mantenere l’ordine nel paese.
In quest’aria di imminente, imprecisa tragedia si chiude il primo anno di scuola democratica.
Ma gli scolari, loro, covano in cuore l’antica gioia della vacanza, eguale in tutto il mondo: sono dei ragazzi...
Davidson partirà per l’interno, a trascorrere le vacanze nel suo villaggio: il giorno prima della partenza, va in giro per le strade della capitale, coi suoi compagni più cari, a divertirsi un po’. Ci sono intorno «i forti colori da tavolozza cubista», nel porto, nei locali variopinti dove ci si diverte, dove si mescolano bianchi, indiani, arabi, negri.
I caffè sono pieni di gente: allegra, vestita coi colori più vivaci, all’americana.
È in uno di questi caffè che Davidson incontra il suo professore: è la prima volta che s’incontrano nella vita privata. Il professore è con dei suoi amici bianchi, suoi compatrioti: sono dei giovanissimi «Caschi blu», biondi, allegri, un po’ ubriachi, pieni di spavalderia e gioventù... Uno, soprattutto, che è un conoscente del professore, della sua stessa città europea...
I giovani negri e i giovani bianchi fanno amicizia, presentati dal professore che del resto è abbastanza giovane anche lui...
Poi il professore se ne va, e i giovani restano insieme. Bevono, si ubriacano ancora di più: si abbracciano e vanno a donne.
Il gran sogno dei ragazzi negri è fare l’amore con una donna bianca: essi sanno a memoria anche i versi di un poeta negro, su questo antico, disperato  desiderio...
La vanno a cercare, la donna bianca, per i quartieri allegri del porto... Ma per la strada, qualcosa ferma Davidson. È una ragazzetta negra con delle sue amiche... (È un episodio questo totalmente da inventare sul posto, secondo la psicologia e le abitudini africane). Davidson lascia la compagnia, con qualche scusa... Parla con la ragazza... Sta con lei. Se ne innamora. Dopo le vacanze...
Capitolo III - La negra luce
Tutto quello che avevamo intuito attraverso la testimonianza dei ragazzi, nei loro temi, nei loro discorsi con il professore, tutto quello che avevamo capito razionalmente dai commenti scientifici del professore, ora lo vediamo davanti ai nostri occhi.
È il mondo preistorico dell’Africa, appena affiorato alla storia.
La vita tribale, i tabù, i riti, l’odio.
Siamo talmente dentro la vita negra che i personaggi potranno parlare nella loro lingua senza bisogno di traduzione, né parlata, né scritta; il mondo è totalmente loro e si esprime totalmente nella loro lingua. Ma le azioni, pur nel loro intraducibile mistero, sono assolutamente semplici, e possono, parlare atrocemente da sé.
Davidson è riprecipitato nel suo mondo, nel cuore dell’Africa.
Ora, nei momenti di tranquillità, di normalità, la sua «cultura storica», europea, potrebbe diffondersi nella sua famiglia, nei suoi coetanei del villaggio. Ma questo non è un momento di pace. La tribù fa parte di una regione dello Stato che ha proclamato la propria indipendenza. E si è giunti, nella foresta, a una vera e propria guerra.
E la guerra, col suo terrore, la sua contagiosa sete di uccidere, non può essere che regressiva: in essa tutto ciò che è storico, è civile, pare dissolversi, ridursi a puro meccanismo di oggetti che servono poi a uccidere: armi, jeeps, aeroplani.
Un po’ alla volta, il villaggio di Davidson diventa il centro del più feroce episodio della breve guerra.
Truppe bianche mercenarie, truppe dell’ONU, tribù africane si scontrano, in combattimenti selvaggi e inutili, spaventosi e senza senso; il caos politico coincide con l’antica furia bestiale degli uomini nati nella foresta.
Davidson, lentamente, ma necessariamente, cade nell’abiezione: abiura dalla sua co-scienza forse senza averne coscienza. Un po’ alla volta le ragioni della tribù diventano le sue; perché sono quelle del padre, dei fratelli, dei consanguinei. Prende le armi, combatte al loro fianco. È  un contagio, una peste.
A combattere contro le tribù secessioniste ci sono anche truppe dell’ONU: tra cui i giovani «caschi blu» che Davidson aveva conosciuto nella capitale.
Alternativamente, in scene quasi mute, da racconto assolutamente poetico e docu-mentario, nella foresta più funeraria, magari sotto le piogge, seguiamo la storia dei «caschi blu», da una parte, dei negri e delle truppe mercenarie dall’altra. È un’azione di guerra, una delle tante vanamente feroci, intorno a un aeroporto perduto nell’interno.
I «caschi blu» con le loro nostalgie, il loro mondo di giovani europei, le loro allegrie di soldati e uomini d’ordine; i negri con la loro furia preistorica, i riti, le danze; i campi di concentramento; le fami collettive, le stragi.
Un gruppo di bianchi, tra cui i «caschi blu» amici di Davidson, sono fatti prigionieri. Portati nel villaggio. Ammazzati. Squartati.
Nella ferocia di altre epoche storiche, riaffiora il rito religioso del cannibalismo: una specie di folle vertigine. Due, tre immagini da incubo. Davidson è con gli altri della sua tribù a compiere il rito.
Capitolo IV - Il sogno di una cosa
Ritorna la pace. Ritorna la scuola. È il primo giorno di scuola del nuovo anno. Gli scolari arrivano, pieni di eccitazione; non è come gli altri anni, quando la scuola era un dovere noioso. Adesso, col nuovo professore, le cose si presentano diversamente.
Così il professore, risiedendosi alla cattedra, ha la stupenda sorpresa di vedere che il suo insegnamento ha dato dei frutti insperati. E un’onda di commozione investe lui e i suoi scolari.
Scende dalla cattedra, fra i banchi, va tra i suoi ragazzi: sono amici che si incontrano, e, come amici, si parlano, si raccontano le loro cose.
Quando il professore si avvicina a Davidson, come al più caro dei suoi amici, Davidson lo guarda e, come un automa, scoppia in una specie di gemito terrorizzato.
Comincia così il «male» di Davidson: per tutti misterioso, perché ignoto a tutti, e inimmaginabile, il trauma che ha prodotto la nevrosi.
Davidson fa ogni cosa meccanicamente: mangia, dorme, va a scuola: in certo senso riesce anche a studiare. Ma è come se fosse dissociato da sé, altro da sé.
Le nozioni le impara, i temi li scrive, alle domande scolastiche risponde: ma come se qualcosa lo separasse da ogni realtà, tenendolo relegato in un mondo di tenebre e di terrore.
Il professore va alla ricerca del suo Davidson, quello su cui aveva puntato tante speranze: e Davidson se ne rende conto, come si rende conto del suo «male»: capisce le lunghe e minute spiegazioni del suo insegnante sulla nevrosi: e cerca di collaborare con lui, che lo interroga, lo studia, lo aggredisce.
Dove va Davidson dopo la scuola? Cosa fa?
Il professore lo segue: Davidson non va in alcun luogo, gira come un automa. Evita i bianchi, ma come senza alcuna intima passione. Spesso va sul porto, in un certo luogo un po’ deserto.
Un giorno, in questo angolo del porto, mentre Davidson è lì, passa una ragazzetta negra, che si ferma, sorride, gli va incontro. Ma Davidson come impaurito, non le risponde, poi le volta le spalle e va via di corsa.
Va a piangere solo come una bestia ai margini della foresta, intorno allo spiazzo.
Non è tanto malato da dover esser dato per perduto: la sua nevrosi è piuttosto una crisi che lo paralizza, lo tiene in uno stato di assenza, di rifiuto ad essere.
Forse, il miracolo avviene casualmente. Talvolta la nevrosi crea da sé la guarigione...
Può apparire un Dio, un’immagine sacra... Ma anche un fantasma di altro ordine...
Un giorno, in classe, il professore rilegge la poesia del grande poeta africano che l’anno prima, i suoi scolari e soprattutto Davidson non avevano voluto capire. Tutti, ora, la capiscono, e Davidson, ascoltandola, ha finalmente come un moto di vita... Il professore se ne accorge, e legge la poesia con tutta l’anima. Il moto di vita nell’occhio, nel volto di Davidson presto si cancella, ma non del tutto, non del tutto...
Mentre i ragazzi giocano al pallone, nella radura davanti alla scuola, Davidson sta seduto in disparte. Pensa... e, all’orecchio, come dettato da qualcuno, gli risuonano delle parole. Sono versi. Li ascolta, li ripete. Si alza. Va nella camerata, al suo tavolino, a scrivere. Sono versi tremendi, di totale disperazione, di morte: non solo sua, di Davidson, ma dell’intera razza negra.
Davidson, con quel nuovo segno di vita negli occhi, il giorno seguente, si presenta al suo professore, e timidamente, muto, gli fa vedere quello che ha scritto.
Sono versi bellissimi: e il professore glielo dice subito, stupito, felice. Gli dice addirittura che sono tanto belli, che li spedirà ad una rivista europea, perché li pubblichi; e io abbraccia, pieno di speranza.
Davidson che aveva sempre collaborato col suo professore, nella impotente lotta contro il suo «male», ora, coi professore, si rende conto che qualcosa è accaduto.
Il «male» non è più su lui, come una forza maligna, che lo rende assente e atterrito; non è più un tutto insondabile e invincibile; è incrinato.
Esprimersi significa guarire. Non importa se l’espressione è confusa, e se la speranza in fondo all’espressione è solo il «sogno di una cosa», come dice Marx.
Con questa timida speranza in fondo al cuore, Davidson va a vagare, come ogni giorno solo, lungo il porto. È sempre cupo, angosciato.
Ed ecco, ancora, camminando, la voce: la sua voce interiore che gli dice altri versi, anch’essi disperati: negro, a che ti serve amare? A dar vita ad altri negri infelici come te?
E quando vede, con le compagne, tutta dolcemente allegra, camminare la sua ragazza, immemore, ignara, ecco che altri versi gli vengono in mente. Ma sono già più umani, già affiora in essi, più esplicita, la speranza, il «sogno di una cosa», di un futuro confuso ma felice, al cui pensiero, un leggero sorriso può biancheggiare nel fosco viso del ragazzo negro.
Nel 1963 Pasolini scrisse una sceneggiatura, mai realizzata, che intitolò: “Il padre Selvaggio”. Ambiente: l’aula della scuola di Kado in Africa. Un insegnante bianco e uno studente nero si scontrano in un duro sentimento di passione razziale - sia pure ancora timida - sul dolce sentimento delle cose vive dell’Africa.
L’insegnante tenta di far maturare nella classe lo spirito critico. Parla di democrazia, di neocolonialismo, ma anche di poesia, che non è quella formalizzata dalla retorica, bensì il canto naturale del popolo.
Nel 1962 il regista effettuò una serie di provini ambientati nella borgata del Mandrione, presso le baracche addossate all'acquedotto romano dove, secondo lui, si trovava la sua Africa. Era sua intenzione trasformare in film un trattamento da lui scritto ambientato in Congo durante la guerra civile seguita all'indipendenza dal Belgio ottenuta nel 1960. La storia di Davidson, un ragazzo intelligente e sensibile e del suo incontro con un insegnante idealista e innovatore, come poteva essere stato il Pasolini del secondo dopoguerra italiano, aveva come sfondo i contrasti economici fra le multinazionali che avevano tutto l'interesse a dividere e non certo a pacificare gli animi. Il regista non trovò finanziatori, spaventati dalla sua libertà di pensiero, e il progetto non si realizzò.
di Pier Paolo Pasolini - Progetto di un film

Quello che segue è il racconto originale di Pier Paolo Pasolini de Il padre selvaggio, il film che il regista avrebbe dovuto girare dopo le fatiche di Mamma Roma (1962) e della Ricotta (1963). Nel 1962 il regista effettuò una serie di provini ambientati nella borgata del Mandrione, presso le baracche addossate all'acquedotto romano dove, secondo lui, si trovava la sua Africa. Era sua intenzione trasformare in film un trattamento da lui scritto ambientato in Congo durante la guerra civile seguita all'indipendenza dal Belgio ottenuta nel 1960. La storia di Davidson, un ragazzo intelligente e sensibile e del suo incontro con un insegnante idealista e innovatore, come poteva essere stato il Pasolini del secondo dopoguerra italiano, aveva come sfondo i contrasti economici fra le multinazionali che avevano tutto l'interesse a dividere e non certo a pacificare gli animi.
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Seminario "Dall'integrazione all'inclusione: le logiche del confine e del sentiero"
Seminario "Dall'integrazione all'inclusione: le logiche del confine e del sentiero" Dal 14/11/2011 al 14/11/2011 dalle ore 16.00 alle ore 19.00
Aula Magna della Fondazione Bruno Kessler, via S.Croce 77, Trento
Seminario "Dall'integrazione all'inclusione: le logiche del confine e del sentiero"
A cura di Roberta Bonetti: laboratori-seminari con il corpo docente della scuola dell’infanzia e primaria: libri, percorsi, proposte per un progetto dell’inclusione nella scuola. Con Vinicio Ongini: Nelle scarpe degli altri. Proposte per una didattica dei personaggi ponte
Un ulteriore momento formativo legato a questa iniziativa martedì 29 novembre,ore 16, con il prof. Andrea Canevaro, presso la Sala degli Affreschi della Biblioteca Comunale Centrale, Via Roma 55, Trento.
Dall'integrazione all'inclusione:
le logiche del confine e del sentiero


di Andrea Canevaro, Università di Bologna

“Possiamo credere che vi sia un mondo organizzato unicamente sui confini che dividono. E i confini esistono e si sono moltiplicati con la nascita di nuove entità statali. Ma ci sono confini che non riguardano gli Stati. Riguardano chi sa e chi non sa, chi cura e chi è curato, chi è abile e chi è disabile…”.
 
L'omologazione che viene dall'alto
di Pier paolo Pasolini, in Scritti Corsari 1974

Nulla è più anarchico del potere, il potere fa praticamente ciò che vuole. E ciò che il potere vuole è completamente arbitrario o dettato da sua necessità di carattere economica, che sfugge alle logiche razionali. Io detesto soprattutto il potere di oggi. Ognuno oggi ha il potere che subisce, è un potere che manipola i corpi in una maniera orribile e che non ha niente da invidiare alla manipolazione fatta da Himmler o Hitler. Manipola trasformandone la coscienza, cioè nel modo peggiore istituendo dei nuovi valori che sono valori alienanti e falsi. I valori del consumo, che compiono quello che Marx chiama: "un genocidio delle culture viventi".
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Ma che cos'è che è vero, alla fine, di questa vita?
“Mi alzo con la mente in un punto al di sopra del pianeta e lo guardo dall’alto, come se fosse la prima volta, come quando vedo un film e mi chiedo qual è il suo messaggio. Qual è il messaggio della vita degli uomini sulla terra? Con la mente là in alto, libera dai consueti schemi mentali, nuda di fronte al mistero dell’essere, in questo momento, immagine di ogni altro momento della storia, guardo gli uomini miei simili alle prese col mistero dell’esistenza.
Vedo esseri umani che nascono ed esseri umani che muoiono, sottoposti come ogni altra forma di vita al ciclo del divenire;
vedo due ragazzi che si baciano e si sentono immortali, e un vecchio solo che nessuno più vuole e nessuno più sa; vedo una donna che mi ha scritto dicendomi che soffre da ormai troppi anni per una paralisi sempre più devastante e che ora vuole solo al più presto morire, e vedo altri esseri umani nutriti artificialmente e che respirano artificialmente ma che per questo non hanno perso la voglia di vivere e di continuare a esserci.
Vedo uomini che si affrettano come formiche sui marciapiedi delle metropoli, e altri che se ne stanno da soli in luoghi deserti.
Vedo commerci sessuali di ogni tipo, per amore, per denaro, per cattiveria, per noia o per il solo naturalissimo desiderio del piacere.
Vedo bambini che si ingozzano di cibo artificiale e altri che muoiono di fame.
Vedo una tavola apparecchiata con grazia, la tovaglia fresca di bucato, le posate al loro posto, i bicchieri dell’acqua e del vino, i tovaglioli candidi, e una donna che gioisce di poter servire il pranzo ai suoi cari.
Vedo una ragazza che suona Bach al violoncello e giovani che si riversano nelle orecchie dei suoni che non è possibile definire musica, perché non hanno nulla a che fare con le Muse.
Vedo lotte per il potere, dittatori assassini, terroristi altrettanto assassini, e vedo chi si batte e muore per la giustizia, martire della libertà.
Vedo campi di concentramento e campi di sterminio, lager, gulag, laogai, dove esseri umani sono privati di ogni dignità e sterminati con la stessa meticolosa attenzione e sovrana noncuranza con cui si eliminiamo I pidocchi dai capelli, e vedo ospedali e case di cura dove esseri umani sono colmati di ogni dignità e lavati, nutriti, accarezzati con la stessa meticolosa attenzione e l’affetto più delicato che si riservano ai figli.
Vedo riti millenari e liturgie arcane, accanto a bestemmie rabbiose e ad altre dette così, come si dice “va là”.
Vedo indegni approfittatori del nome di Dio, altri che ne sono un luminoso riflesso, alcuni che ne rimangono del tutto indifferenti.
Vedo il bene e il male che gli uomini e le donne sono capaci di generare e che spesso è quasi impossibile distinguere; vedo lo scorrere del tempo che corrode ogni cosa, e il prodigio di opere umane capaci persino di vincere il tempo.
Vedo una storia senza senso che si nutre del sangue di esseri umani e di animali, e vedo un progresso indubitabile in termini di benessere e di giustizia.
Vedo la bellezza e la deformità, vedo una natura che è madre e a volte è matrigna, un cielo stellato che attrae e insieme impaurisce, con il suo freddo infinito.
Vedo tutto questo, e molte altre grazie e molte altre deformità, e mi chiedo se c’è un senso unitario di questo teatro, e qual è. Questa vita, dentro cui siamo capitati nascendo senza sapere perché, ha mille ragioni per essere una grazia, e mille altre per essere una disgrazia: ma che cos’è che è vero? Che è una grazia, o una disgrazia? E poi vedo i miei morti. Ognuno ha i suoi morti. Nonni, genitori, amici, fratelli.
Vi sono esseri umani a cui è dato di vivere la morte di un figlio, e non esiste dolore più grande. E al cospetto dei morti, di fronte ai quali non si può mentire, pongo la questione della verità: è un bene o un male che essi ci siano stati, che siano vissuti, che siano apparsi in questo mondo?
Se alla fine comunque si deve morire, è meglio nascere o non nascere, essere stati o non essere mai stati, essere o non essere? E poi mi chiedo che fine hanno fatto, loro proprio loro, ognuno diverso dall’altro, irripetibile, con la sua voce, il suo sorriso, la luce singolare degli occhi. Li potrei descrivere tutti, a uno a uno, i miei morti, come ognuno potrebbe descrivere i suoi, perché sono dentro di noi e niente mai ci separerà da loro. Ma che cos’è che è vero, alla fine, per me e per loro, di questa vita che se ne va, nessuno sa dove?
“Rispondere a questa domanda significa parlare di Dio.”
Vito Mancuso, Io e Dio
di Vito Mancuso, tratto dal libro "Io e Dio"

“Mi alzo con la mente in un punto al di sopra del pianeta e lo guardo dall’alto, come se fosse la prima volta, come quando vedo un film e mi chiedo qual è il suo messaggio. Qual è il messaggio della vita degli uomini sulla terra? Con la mente là in alto, libera dai consueti schemi mentali, nuda di fronte al mistero dell’essere, in questo momento, immagine di ogni altro momento della storia, guardo gli uomini miei simili alle prese col mistero dell’esistenza.
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Vi presentiamo "Giulia"

Gi.U.Li.A. è la rete nazionale delle giornaliste unite libere autonome (19/11/2011)

Giulia è contro i bavagli. Giulia vuole riportare al centro dell'informazione la vita reale: il sapere, la fatica, il coraggio, le competenze, i talenti e le creatività delle donne italiane e di tutta quella gran parte di società che oggi non ha rappresentanza sui media.

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Unione europea come?
L'Unione europea si fonda, sin dalla sua creazione, sul rispetto dei diritti dell'uomo, delle istituzioni democratiche e sull'osservanza della legge, e questi sono i valori sanciti dalla Carta dei diritti fondamentali. Il godimento di questi diritti fa sorgere responsabilità e doveri nei confronti degli altri come pure della comunità umana e delle generazioni future.


Il Trattato di Lisbona, entrato in vigore il 1 dicembre 2009, sebbene non abbia incorporato il testo della Carta dei diritti, la include sotto forma di allegato, conferendole così carattere giuridicamente vincolante all'interno dell'ordinamento dell'Unione, secondo quanto disposto dall'art. 6: "L'Unione riconosce i diritti, le libertà e i principi sanciti nella Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea del 7 dicembre 2000, adottata il 12 dicembre 2007 a Strasburgo, che ha lo stesso valore giuridico dei trattati".

Pertanto le Istituzioni dell'Unione, in tutte le loro azioni o iniziative legislative, devono tener conto dei diritti civili, politici, e conomici e sociali dei cittadini europei.

La materia dei diritti fondamentali, come diritti posti alla base dell'ordinamento dell'Unione, ha acquistato rilievo con la Carta di Nizza che raccoglie e fissa, in un testo organico, una serie di diritti civili, politici, economici e sociali, riconosciuti dalle tradizioni costituzionali e dagli obblighi internazionali comuni agli Stati membri, dalla Convenzione di Roma, dai Trattati sull'Unione europea, dalla Carta sociale europea, dalla Carta comunitaria dei diritti sociali fondamentali dei lavoratori, dalla giurisprudenza della Corte di giustizia e della corte dei diritti umani di Strasburgo.

La Corte di giustizia sarà chiamata a giudicare sul rispetto dei suoi principi da parte degli Stati membri.

Gran Bretagna, Polonia e Repubblica Ceca, ricorrendo alla clausola di "opt-out", hanno chiesto di non incorporare nella loro legislazione la Carta dei diritti.

La Carta si divide in 6 parti secondo le categorie dei diritti fondamentali: dignità (artt. 1-5); libertà (artt. 6-19); uguaglianza (artt. 20-26); solidarietà (artt. 27-38); cittadinanza (artt. 39-46); giustizia (artt. 47-50).

Dignità: diritto alla vita, diritto all'integrità della persona, proibizione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti, proibizione della schiavitù e del lavoro forzato.

Libertà: diritto alla libertà e alla sicurezza, rispetto della vita privata e della vita familiare, protezione dei dati di carattere personale, diritto di sposarsi e di costituire una famiglia, libertà di pensiero, di coscienza e di religione, libertà di espressione e d'informazione, libertà di riunione e di associazione, libertà delle arti e delle scienze, diritto all'istruzione, libertà professionale e diritto di lavorare, libertà d'impresa, diritto di proprietà, diritto di asilo, protezione in caso di allontanamento, di espulsione e di estradizione.

Uguaglianza: uguaglianza davanti alla legge, non discriminazione, diversità culturale, religiosa e linguistica, parità tra donne e uomini, diritti del minore, diritti degli anziani, inserimento delle persone con disabilità.

Solidarietà: diritto dei lavoratori all'informazione e alla consultazione nell'ambito dell'impresa, diritto di negoziazione e di azioni collettive, diritto di accesso ai servizi di collocamento, tutela in caso di licenziamento ingiustificato, condizioni di lavoro giuste ed eque, divieto del lavoro minorile e protezione dei giovani sul luogo di lavoro, vita familiare e vita professionale, sicurezza sociale e assistenza sociale, protezione della salute, accesso ai servizi d'interesse economico generale, tutela dell'ambiente, protezione dei consumatori.

Cittadinanza: diritto di voto e di eleggibilità alle elezioni del Parlamento europeo, diritto di voto e di eleggibilità alle elezioni comunali, diritto ad una buona amministrazione, diritto d'accesso ai documenti, Mediatore europeo, diritto di petizione, libertà di circolazione e di soggiorno, tutela diplomatica e consolare.

Giustizia: diritto a un ricorso effettivo e a un giudice imparziale, presunzione di innocenza e diritti della difesa, principi della legalità e della proporzionalità dei reati e delle pene, diritto di non essere giudicato o punito due volte per lo stesso reato.

Background: La Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea (o Carta di Nizza) proclamata nel corso del Consiglio Europeo di Nizza del 20 dicembre 2000, sancisce il carattere fondamentale e la portata dei diritti umani per i cittadini dell'Unione. Nonostante sia divenuta giuridicamente vincolante solo a seguito dell'entrata in vigore del Trattato di Lisbona, ha ispirato, fin dalla sua origine, l'attività del Parlamento europeo.

Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea

L'Unione europea si fonda, sin dalla sua creazione, sul rispetto dei diritti dell'uomo, delle istituzioni democratiche e sull'osservanza della legge, e questi sono i valori sanciti dalla Carta dei diritti fondamentali. Il godimento di questi diritti fa sorgere responsabilità e doveri nei confronti degli altri come pure della comunità umana e delle generazioni future.

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