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L'equivoco
della famiglia

di Chiara Saraceno
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Coppie e famiglie
Non è questione di natura
di Chiara Saraceno
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Differenze di genere nell'editoria scolastica
Indagine empirica sui sussidiari dei linguaggi per la scuola primaria
di Cristiano Corsini
e Irene D. M. Scierri
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Ho molti amici Gay
La crociata omofoba
della politica italian
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di Filippo Maria Battaglia
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Diversità di natura,
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di Philippe Descola
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Il genere di Dio
La chiesa e la teologia alla prova del Gender
di Selene Zorzi
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di Sherry Turkle
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La didattica delle discipline in una prospettiva di genere
a cura 
di: Maria Serena Sapegno
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La didattica delle discipline in una prospettiva di genere
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Il punto su sessismo, gender e alienazione genitoriale

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Tutta un'altra storia
Come spiegare ai bambini la diversità
di Elisabetta Maùti

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Cattive parole che aprono la strada al cattivo diritto
"Immigrati clandestini" e "soggetti la cui presenza in mare è finalizzata all’immigrazione clandestina": in quattro minuti di conferenza stampa, il Procuratore della Repubblica di Trapani parla dei migranti trasbordati dai barconi sulle navi delle Ong in mare aperto senza mai usare la parola "persone", "esseri umani", "donne e bambini in fuga", "profughi", "richiedenti asilo".
Nel linguaggio burocratico sono tutti «soggetti» o «immigrati clandestini» e questo linguaggio disumanizzante e dissacrante (perché ogni essere umano è sakros, cioè unico e inviolabile) apre la strada alla deformazione della pubblica opinione, che di fronte agli «uomini di legge» che additano i «soggetti la cui presenza in mare è finalizzata all’immigrazione clandestina» correrà a chiudere porte, coscienze, cuori e senso critico.
Il cattivo uso del linguaggio, troppo sottovalutato, è una parte importante del problema.
E per «cattivo» intendo esattamente ed etimologicamente «prigioniero» del proprio pregiudizio, che replicato dai media e rimbalzato di bocca in bocca diventa stereotipato «linguaggio comune».
Ma in questo caso il cattivo uso del linguaggio disegna anche la scenografia del cattivo uso del diritto.
Se è vero (ed è vero) che il salvataggio di vite umane in mare è un preciso dovere giuridico, se è vero che la stessa fattispecie di reato (articolo 12 Testo Unico Immigrazione) esclude la rilevanza penale di chi abbia agito per salvare qualcuno dal pericolo attuale di un danno grave alla persona (è lo stato di necessità di cui all’articolo 54 del Codice penale), allora dove sta il reato e, soprattutto, chi è il criminale?
Colui che trasbordando un gommone carico all’inverosimile di esseri umani evita che si ribalti facendo affogare in mare le persone trasportate? O colui che aspetta che il gommone si spinga oltre, in mare aperto, si ribalti, consegni al mare le vite dei trasportati e solo allora, codice Minniti alla mano, intervenga?
E non è forse doveroso dubitare della legittimità di una missione militare dell’Italia che supporta i libici nel respingimento dei migranti, restituendoli ai campi di concentramento dove si perpetrano violenze, torture e stupri e rimettendoli nelle mani dei trafficanti di esseri umani? Contro il principio di non refoulement della Convenzione di Ginevra sulla protezione dei rifugiati (che del resto la Libia non ha ratificato, ma l’Italia invece sì) e contro l’articolo 10 della nostra Costituzione che garantisce il diritto di asilo?
Lo dico con pacatezza e rispetto ma lo dico, perché è un mio preciso dovere etico, giuridico e politico dirlo: l’uso della forza del diritto contro i diritti fondamentali delle persone e l’esercizio dell’azione penale senza conoscenza approfondita e meditata del complesso sistema dei diritti umani e dei processi migratori contro gli operatori, singoli o organizzati, di solidarietà fa il paio con la cattiva politica dei decreti Minniti-Orlando che introducono il diritto diseguale, il diritto su base etnica, l’apartheid giudiziaria.
E iniziano a disegnare i contorni di uno stato autoritario.
di Andrea Maestri, su https://ilmanifesto.it (10/8/2017)

"Immigrati clandestini" e "soggetti la cui presenza in mare è finalizzata all’immigrazione clandestina": in quattro minuti di conferenza stampa, il Procuratore della Repubblica di Trapani parla dei migranti trasbordati dai barconi sulle navi delle Ong in mare aperto senza mai usare la parola "persone", "esseri umani", "donne e bambini in fuga", "profughi", "richiedenti asilo".
Nel linguaggio burocratico sono tutti «soggetti» o «immigrati clandestini» e questo linguaggio disumanizzante e dissacrante (perché ogni essere umano è sakros, cioè unico e inviolabile) apre la strada alla deformazione della pubblica opinione, che di fronte agli «uomini di legge» che additano i «soggetti la cui presenza in mare è finalizzata all’immigrazione clandestina» correrà a chiudere porte, coscienze, cuori e senso critico.
Il cattivo uso del linguaggio, troppo sottovalutato, è una parte importante del problema.
E per «cattivo» intendo esattamente ed etimologicamente «prigioniero» del proprio pregiudizio, che replicato dai media e rimbalzato di bocca in bocca diventa stereotipato «linguaggio comune».
Ma in questo caso il cattivo uso del linguaggio disegna anche la scenografia del cattivo uso del diritto.
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La piramide dell’odio e la necessaria cultura dei diritti fondamentali
«Dove iniziano i diritti umani universali? In piccoli posti vicino casa, così vicini e così piccoli che essi non possono essere visti su nessuna mappa del mondo. Ma essi sono il mondo di ogni singola persona; il quartiere dove si vive, la scuola frequentata, la fabbrica, fattoria o ufficio dove si lavora. Questi sono i posti in cui ogni uomo, donna o bambino cercano uguale giustizia, uguali opportunità, eguale dignità senza discriminazioni. Se questi diritti non hanno significato lì, hanno poco significato da altre parti. In assenza di interventi organizzati di cittadini per sostenere chi è vicino alla loro casa, guarderemo invano al progresso nel mondo più vasto. Quindi noi crediamo che il destino dei diritti umani è nelle mani di tutti i cittadini in tutte le nostre comunità».
Queste parole pronunciate da Eleanor Roosevelt alle Nazioni Unite il 27 marzo 1958 in un celebre discorso in occasione della presentazione del suo libro In Your Hands, contenente le linee giuda per un’azione comune nel decimo anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani che vide la luce anche grazie al suo determinante impegno, tornano oggi di stringente attualità dopo la pubblicazione, sotto il titolo di “La piramide dell’odio in Italia”, della relazione finale dei lavori della Commissione Parlamentare sulla intolleranza, la xenofobia, il razzismo e i fenomeni di odio istituita dalla Camera nel maggio del 2016 e, successivamente, dedicata a Jo Cox, deputata presso la Camera di Comuni del Regno Unito barbaramente uccisa a Leeds il 16 giugno 2016 da un nazionalista a causa della sua ferma contrarietà alla Brexit che aveva scatenato nei suoi confronti una violenta campagna d’odio sui media da parte di chi, invece, era favorevole all’uscita dall’Unione Europea.
La relazione – frutto di 14 mesi di lavoro nel corso dei quali è stato sentito il parere di 31 soggetti e sono stati acquisiti 187 documenti, con il coinvolgimento di esperti, rappresentanti del Consiglio d’Europa, delle Nazioni Unite, dell’ISTAT e di centri ricerca ed associazioni impegnati attivamente nello studio e nella sensibilizzazione sul linguaggio d’odio – ha dato conto dell’esistenza, per l’appunto, di una piramide dell’odio la cui base è costituita da stereotipi, rappresentazioni false o fuorvianti, insulti, linguaggio ostile normalizzato o banalizzato che creano discriminazioni che sfociano, ad un livello superiore, nel linguaggio d’odio il quale, a sua volta, può arrivare, quale esito ultimo, a condizionare ed ispirare i crimini d’odio contro le persone in ragione del sesso, dell’orientamento sessuale, dell’etnia, del colore della pelle o della religione professata.
Non possono lasciare indifferenti, in particolare, nell’ambito dell’indagine statistica, le percentuali di risposte dalle quali emerge diffidenza, se non, addirittura, aperta ostilità, nei confronti di quello che è ritenuto diverso e che, suo malgrado, è visto come obiettivo da schernire, dileggiare, insultare, malmenare, fino ad eliminare fisicamente, in un’escalation d’odio che nasce dalla frustrazione, dalla disinformazione e dalla mancanza di consapevolezza del fatto che i diritti umani sono universali e sono riconosciuti a tutti gli esseri umani indistintamente. Ed è proprio con riferimento a quest’ultimo aspetto che, tra le varie raccomandazioni contenute nella parte finale della relazione per prevenire e contrastare l’odio, assumono particolare e pregnante rilievo quelle volte alla diffusione di una cultura della conoscenza e del rispetto dei diritti fondamentali sia in ambito scolastico, che da parte dei media, specialmente on-line.
di Federico Cappelletti, su www.articolo21.it (3/8/2017)

«Dove iniziano i diritti umani universali? In piccoli posti vicino casa, così vicini e così piccoli che essi non possono essere visti su nessuna mappa del mondo. Ma essi sono il mondo di ogni singola persona; il quartiere dove si vive, la scuola frequentata, la fabbrica, fattoria o ufficio dove si lavora. Questi sono i posti in cui ogni uomo, donna o bambino cercano uguale giustizia, uguali opportunità, eguale dignità senza discriminazioni. Se questi diritti non hanno significato lì, hanno poco significato da altre parti. In assenza di interventi organizzati di cittadini per sostenere chi è vicino alla loro casa, guarderemo invano al progresso nel mondo più vasto. Quindi noi crediamo che il destino dei diritti umani è nelle mani di tutti i cittadini in tutte le nostre comunità».
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No alle notizie spazzatura. Punto sul futuro dell’informazione in chiave europeista
di Rita Bramante, su www.educationduepuntosero.it (30/7/2017)

Il patto di fiducia tra chi assume il dovere di raccontare e chi ha il diritto di sapere e comprendere – che il Maestro Enzo Biagi considerava inalienabile – è oggi un terreno minato.
Troppe bufale, panzane, notizie spazzatura, piccole frottole e grandi mistificazioni, campagne di disinformazione via web e dibattiti pubblici esacerbati da odio e bugie. Notizie false a caratteri cubitali e smentite relegate in minuscoli trafiletti. Sta dilagando un’epidemia che ha investito l’intero sistema dei media e che sembra inarrestabile.
Non ci sta Paolo Pagliaro, che del racconto veritiero dei fatti ha fatto da sempre la sua bussola e insieme a Beppe Severgnini ha lanciato dal palco di “Tempo di libri” un appello: Fermiamo il declino dell’informazione!
Da anni Pagliaro ha intrapreso la sua battaglia civile contro l’”irrilevanza della verità” e la combatte quotidianamente con il suo “Punto” nel programma di approfondimento condotto da Lilli Gruber su La7. Ora la voce di Paolo Pagliaro si fissa anche nelle pagine di un agile pamphlet che porta il titolo dell’editoriale che lo ha reso noto al pubblico televisivo [Cfr. P. PAGLIARO, Punto. Fermiamo il declino dell’informazione, Il Mulino, 2017].
Il patto di fiducia tra chi assume il dovere di raccontare e chi ha il diritto di sapere e comprendere – che il Maestro Enzo Biagi considerava inalienabile – è oggi un terreno minato. Troppe bufale, panzane, notizie spazzatura, piccole frottole e grandi mistificazioni, campagne di disinformazione via web e dibattiti pubblici esacerbati da odio e bugie. Notizie false a caratteri cubitali e smentite relegate in minuscoli trafiletti. Sta dilagando un’epidemia che ha investito l’intero sistema dei media e che […]
Non c’è niente di più facile che vendere bugie in rete – “Lo dice la rete” – e in genere le notizie false mobilitano di più e a poco serve cercare di individuare le bufale per provare a denunciarle e smontarle, anche se è comunque doveroso farlo.
Sensazionalismo e politicismo vanno combattuti da chi aspira a fare informazione di qualità e per fermare il declino dell’informazione è necessario il rispetto delle regole di comunicazione in rete, ove vengono commessi impunemente reati.
Bugie nazionali e globali e una nutrita serie di fakes riguardanti l’Europa, altro facile bersaglio per chi è alla ricerca di nemici esterni grazie ai quali costruire le proprie fortune politiche.
L’Europa dello zero virgola, che ci strozza e ci lascia soli. Facile dare sempre la colpa all’Europa e usarla come capro espiatorio: “i politici giocano a piattello con l’Europa”, ha affermato la Presidente della Camera  Laura Boldrini, ospite a “Tempo di Libri” per rispondere alle domande del direttore del Corriere della Sera, Luciano Fontana. Europeista convinta, determinata e appassionata, la Boldrini dedica un libro alla nuova rotta per il futuro dell’Europa, oggi bersaglio troppo facile del malcontento [Cfr. L. BOLDRINI, La comunità possibile. Una nuova rotta per il futuro dell’Europa, Marsilio, 2017].
Oggi la parola necessaria è together, occorre procedere insieme senza erigere muri e creare divisioni. Bisogna diffidare del ritorno agli Stati nazione, a favore di una visione unitaria basata sulla solidarietà concreta tra Stati membri e su una maggiore equità sociale.
Il futuro dell’Europa ci riguarda tutti, noi e chi verrà dopo di noi: ci vuole idealità, utopia e concretezza perché la nostra Europa torni ad avere un motore ideale, perché il progetto europeista non soccomba.
Non basta battere i pugni con un antieuropeismo di comodo, ma bisogna battersi per nuove politiche di giustizia sociale, facendo alleanze e cordate per una nuova ricetta per l’Europa.
Se c’è pace da sessant’anni, se c’è meno inquinamento, se si viaggia liberamente, se c’è cibo più sano, se i borghi del Sud hanno avuto fondi per la ricostruzione, è merito dell’Europa unita: non si è dato spazio abbastanza alla narrazione europea e la Presidente della Camera è impegnata più che mai in prima persona per rilanciarne il progetto verso gli Stati Uniti d’Europa.
Il patto di fiducia tra chi assume il dovere di raccontare e chi ha il diritto di sapere e comprendere – che il Maestro Enzo Biagi considerava inalienabile – è oggi un terreno minato.Troppe bufale, panzane, notizie spazzatura, piccole frottole e grandi mistificazioni, campagne di disinformazione via web e dibattiti pubblici esacerbati da odio e bugie. Notizie false a caratteri cubitali e smentite relegate in minuscoli trafiletti. Sta dilagando un’epidemia che ha investito l’intero sistema dei media e che sembra inarrestabile.
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Nuove forme di famiglia e affettività: tra riconoscimento, welfare e diritti
Soprattutto nell’ultimo anno, la discussione a livello mediatico e politico sul concetto di famiglia è stata aperta ed ha provocato diverse reazioni nel nostro Paese. E’ complesso parlare di famiglia, o potremmo ormai dire di famiglie, poiché non solo questo è un concetto che ha subito numerose mutazioni all’interno del quadro sociale, ma perché le prospettive e le basi su cui questa si fonda dovrebbero essere totalmente ripensate, alla luce sia delle evoluzioni giuridiche, sia delle evoluzioni sociali che caratterizzerebbero questa istituzione, certamente fondamentale e fondante della nostra società.
Storicamente parlando, il concetto di famiglia ha subito numerose mutazioni, andando ad integrare numerose esperienze molto diverse tra di loro, anche in base al momento storico di riferimento. Dall’idea di famiglia che includeva persino gli schiavi, all’idea di nucleo familiare in cui il padre padrone poteva decidere della vita e della morte dei suoi diversi membri, fino alla famiglia costruita sulla poligamia, ovviamente concessa solo al maschio, arrivando ai giorni nostri e provando ad includere al suo interno tutte le differenti esperienze di famiglie che ruotano attorno alla nostra società: da quella poliamorosa recentemente riconosciuta in Colombia fino a quella omosessuale.
Come si può notare da questo brevissimo excursus storico, la definizione di famiglia è mutata totalmente e questa è probabilmente la migliore risposta a chi oggi si oppone al cambiamento e all’inclusione, all’interno di questa sfera, di tutte quelle esperienze che metterebbero in discussione il concetto di famiglia tradizionale, se mai ne esistesse davvero uno per i motivi di cui sopra. E’ chiaro che una istituzione così importante per la nostra società susciti una discussione tanto accesa tra tutte le parti in causa e ponga elementi importanti su cui costruire una riflessione collettiva, anche per scardinare alcuni meccanismi e alcune politiche che l’hanno caratterizzata fino ad ora: pensiamo alle tante politiche familiste che sono state fatte nel nostro Paese ed all’intero sistema di welfare state, prettamente familistico, su cui si fonda l’Italia.
Nella nostra Costituzione, all’articolo 29, il concetto di famiglia è legato all’istituto del matrimonio, costruendo quindi un legame che per troppo tempo ha rappresentato la scusa per negare alle coppie same-sex (o dovremmo dire, più correttamente, same-gender) e a tutte le altre forme di affettività “non tradizionali” il diritto al matrimonio, o dall’altra parte per negare diritti e tutele a chi, pur famiglia a tutti gli effetti, decide legittimamente di non sposarsi. L’idea che una coppia di persone dello stesso sesso non possa costituire una famiglia o debba essere esclusa dall’istituto del matrimonio è ancora oggi troppo diffusa in troppi Paesi del mondo. In Italia, in particolare, con l’approvazione della legge sulle unioni civili, si è andato costituendo un istituto simile al matrimonio, ma non uguale. Durante il dibattito su questo disegno di legge, tanto è stato detto, anche e soprattutto rispetto al concetto stesso di famiglia e a cosa comprenderebbe o meno: in tante e tanti siamo scesi in piazza a ribadire un fondamentale, ossia che è l’amore a creare una famiglia e che pensare di creare un istituto di serie B, pur con la maggior parte, non tutti, dei diritti e doveri garantiti dal matrimonio, è discriminatorio e, per la prima volta, istituzionalizza la minore importanza delle coppie di persone dello stesso sesso rispetto a quelle eterosessuali. Crediamo sia fondamentale garantire la possibilità di accedere o meno al matrimonio per tutte le coppie, che siano etero o omosessuali, senza alcuna discriminazione e abbandonando l’idea che esistano famiglie più meritevoli di altre di accedere ad alcuni diritti, che altrimenti diventano privilegi a tutti gli effetti.
Subito dopo l’approvazione del DDL Cirinnà, che certamente, dall’altra parte, ha riconosciuto per la prima volta, pur con tutti i limiti di cui sopra, le coppie same-sex, il movimento LGBTQIA+ si era detto pronto a ricominciare la battaglia, per rivendicare matrimonio per tutte e tutti e adozioni, poiché dall’altra parte la legge aveva abbandonato totalmente l’idea di garantire la cosiddetta stepchild adoption, negando il riconoscimento e la tutela giuridica a figli e figlie già esistenti e già parte di numerose famiglie all’interno del nostro Paese. Questo non è purtroppo avvenuto e la rivendicazione del matrimonio per tutte e tutti, pur ritrovandosi nelle piattaforme dei pride che hanno attraversato e stanno attraversando il Paese, non riesce però ad emergere e il dibattito è ancora fermo, quasi come se il movimento si fosse accontentato delle unioni civili e non avesse intenzione, per ora, di riaprire il fronte per una nuova battaglia o arrancasse a deboli passi per paura di perdere ciò che è stato conquistato.
E’ importante, a nostro parere, provare a costruire una riflessione collettiva sul concetto stesso di famiglia e sul suo legame con il matrimonio, non solo slegandolo da quest’ultimo per allargarlo a tutte le esperienze eterogenee che già esistono e che meritano un riconoscimento formale e giuridico per accedere a diritti da cui altrimenti sarebbero escluse, ma anche per ripensare totalmente l’ambiente familiare, legato troppo spesso ad una visione retrograda, ancora machista e patriarcale, oltre che eterosessista. La famiglia è il primo luogo e la prima istituzione con cui veniamo in contatto, il primo ambiente in cui entriamo in relazione con altri ed in cui si costruiscono rapporti di solidarietà tra persone, e di cui subiamo, necessariamente, influenze e condizionamenti; proprio per questo esso non può essere escludente e fondato su paradigmi discriminatori. Ritornando poi al tema dell’inclusione, all’interno del concetto di famiglia, di tutte le formazioni familiari eterogenee oggi esistenti, è importante sottolineare sia che la pluralità delle famiglie esiste ormai da molti anni nella società e non resta che prenderne atto, ma soprattutto che le persone si amano, convivono, si prendono cura le une delle altre, crescono figli in una moltitudine di schemi e possibilità che è folle cercare di ridurre ad un unico modello. Tale discussione va poi necessariamente allargata alle famiglie poliamorose che chiedono da tempo di essere riconosciute e che non possono e non devono essere escluse dal dibattito.
Nessuno può permettersi di imporre ad altri l’obbligo di uniformarsi all’idea della famiglia eterosessuale fondata sul matrimonio. Il legislatore dunque dovrebbe interrogarsi e intervenire per tutelare il più possibile tutte le forme di convivenza e di famiglia esistenti nella società; invece, ancora oggi, le istituzioni, ostaggio di forze politiche bigotte e conservatrici, discriminano le tante famiglie e le tantissime persone nel nostro Paese che si discostano dalla norma del matrimonio eterosessuale. Non è più tollerabile la discriminazione che subiscono le coppie omosessuali, ad esempio: il loro amore non è diverso da quello delle coppie eterosessuali, eppure ancora oggi è negata loro la possibilità di sposarsi, sulla base dell’idea di “famiglia naturale” che non è altro che una grottesca copertura del più bieco e ignorante sentimento omofobo. Le unioni civili non bastano, non è accettabile alcuna soluzione tampone che ponga le coppie omosessuali un gradino più in basso rispetto a quelle eterosessuali e non ci stancheremo di lottare fino a che non saranno riconosciuti loro gli stessi diritti e gli stessi doveri. Ancora più violente diventano le argomentazioni omofobe, quando si discute di adozioni, che tirano in ballo il presunto diritto dei bambini ad avere un padre e una madre, nonostante gli studi scientifici e tutte le società internazionali di psicologi spieghino che non vi è differenza, per lo sviluppo psicologico dei figli, tra coppie eterosessuali e coppie omosessuali, e d’altro canto gli studi sull’omogenitorialità dimostrano che essere un buon genitore prescinde dall’orientamento sessuale e dall‘identità di genere. Prendiamone atto, smascheriamo l’ipocrisia omofoba e riconosciamo a tutte le coppie il diritto di sposarsi.Inoltre, la galassia delle famiglie non riconosciute dallo Stato non si ferma alle coppie omosessuali: genitori single con figli, coppie che non intendono sposarsi, familiari che si prendono cura gli uni degli altri sono solo alcuni esempi. Occorre pensare a strumenti giuridici che tutelino queste forme di famiglia, rivedendo l’impianto giuridico ad oggi esistente che prevede solo la famiglia basata sul matrimonio e andando oltre un modello di società, superato dalla stessa realtà, che sovrappone le dimensioni dell’affettività, dell’amore, della cura, della sessualità e della riproduzione. Non sono le leggi a dover definire il valore dell’amore e il sostegno che noi condividiamo con altri esseri umani, ma è proprio quel concetto in termini universali che deve essere interpretato e rappresentato dalle leggi in un’ottica di inclusione e uguaglianza. A questo è chiaro che si aggiunge anche il diritto di tutte e tutti a non avere una famiglia, senza per questo rinunciare ad uno status in qualche modo più legittimato di altri anche solo nella cultura popolare. L’autodeterminazione del singolo individuo e la legittimità di questo a livello sociale non può essere subordinata alla scelta di avere una famiglia: l’idea che una donna sia “zitella” qualora decidesse di non avere relazioni in questo senso deve essere sradicata proprio in tale ottica.
Dobbiamo poi necessariamente rivendicare una riforma della legge sulle adozioni, che non può però diventare lo scudo dietro il quale si nascondono le istituzioni retrograde affinché questa diventi l’unica modalità di accesso alla genitorialità per le coppie omosessuali e per le persone singole. L’adozione non può essere una scelta obbligata, ma deve essere una delle possibilità a cui ricorrono tutte e tutti coloro che vogliono diventare genitori. Tutte e tutti devono poter avere accesso alle tecniche di procreazione medicalmente assistite; nessuno deve essere discriminato rispetto alla fecondazione eterologa; e deve essere avviata una riflessione collettiva per legiferare sulla gestazione per altri anche nel nostro Paese.
Aggiungiamo che l’intero sistema di adozioni in Italia è fortemente retrogrado e bigotto e necessita di essere riformulato e discusso sotto tutti i punti di vista. Se da un lato ci battiamo per delle adozioni accessibili a qualsiasi forma di famiglia e il riconoscimento dunque di queste ultime, dall’altro le politiche conservatrici e tradizionaliste messe in campo attualmente, risultano restrittive anche per quelle coppie non desiderose di sposarsi e che poste sotto il ricatto della legge, non possono adottare così un bambino. Recenti statistiche inoltre, dimostrano come i legami matrimoniali siano calati negli ultimi dieci anni, al contrario del desiderio di maternità e paternità di donne e uomini. Il nostro Governo si ostina dunque a subordinare le adozioni a condizioni tradizionaliste, escludendo buona parte di persone desiderose di figli e capaci di educarli con amore e dedizione pur non volendo convolare a nozze.
Tra queste rientra anche il singolo che decide di rimanere tale e che agli occhi del Governo italiano non è considerato all’altezza di accudire un figlio. In quasi tutta Europa e in paesi estremamente cattolici come la Spagna o l’Irlanda, esistono infatti leggi che consentono l’adozione a una sola persona col fine di garantire al bambino o alla bambina una figura di riferimento nella loro vita riconoscendo le genitorialità alla sola persona che viene così considerata famiglia.
In tutto questo, quello che è in gioco è l’equiparazione totale tra famiglie strettamente eterosessuali e tutte le altre forme di famiglia che, lo ripetiamo, ad oggi già esistono; questo vale soprattutto rispetto all’istituto del matrimonio aperto a chiunque ma anche rispetto all’idea che debba costruirsi una forma di riconoscimento più duttile ed elastica, basata sulle condizioni reali delle diverse forme di unione, piuttosto che sulla semplice acquisizione di uno status, poiché altrimenti si rischia che il matrimonio, ad oggi fortemente legittimante nella cultura popolare e nella società tutta, diventi uno strumento attraverso cui si distingue quali famiglie meritino questa legittimazione e quali no. Poi sarà la singola coppia a decidere a quali forme di riconoscimento accedere e a quali no, senza però per questo essere esclusa da qualche forma di tutela, o di diritti e doveri.
I diritti civili si collocano poi in un’ottica più ampia che viaggia su due obiettivi di trasformazione sociale strettamente legati al sistema da welfare. Superare il valore del matrimonio eterosessuale come conditio sine qua non per riconoscere una famiglia come tale ha una valenza culturale oltre che politica forte. Il modello di famiglia “tradizionale” (eteronormata e patriarcale) è ormai da decenni non rappresentativo dell’ampia diversità di famiglie non riconosciute come tali, eterosessuali od omosessuali che siano, cosa che in un sistema di welfare familistico ne comporta un minore accesso ad esso e dunque disparità sociale. Rivendicare l’ammissione di singole categorie in un sistema che lascia comunque fuori altri soggetti non solo manterrebbe rapporti di subalternità già esistenti, ma significherebbe soprattutto mancanza di reale inclusione e parità. La battaglia per un welfare universale che valorizzi il singolo, partendo chiaramente dal reddito di base per tutte e tutti, e da qui tutte le forme di famiglia esistenti, assume dunque un valore fondamentale sia nell’autodeterminazione degli individui e nella coesione sociale derivante dalla loro libera aggregazione, sia nel diritto dei minori di crescere in un nucleo familiare che abbia pari dignità sociale, a prescindere dal sesso o dall’orientamento sessuale dei genitori. Questo obiettivo lo si raggiunge pretendendo un ingente investimento di risorse su misure universali tali da permettere l’emancipazione degli individui dalla famiglia e la loro autodeterminazione nella vita, nella formazione e nel lavoro, che impediscano anche il ricatto del matrimonio per l’acquisizione di diritti e tutele riconoscendo piena cittadinanza a chi oggi ne è evidentemente escluso. Il tutto passa da politiche di welfare finalizzate all’emancipazione del singolo e che garantiscano direttamente i bisogni sociali primari per l’inclusione sociale: il diritto alla casa, trasporti pubblici economicamente ed ecologicamente sostenibili, l’accesso alla cultura e ai consumi culturali sono ambiti che non possono essere lasciati al libero mercato, ma devono essere ridefiniti dall’intervento dello Stato sociale affinché venga contrastata la riproduzione delle disuguaglianze e della marginalità sociale.
La battaglia è molto complessa. Modificare le leggi e costruire una cultura inclusiva di tutte le forma di affettività e famiglie ad oggi esistenti nel quadro sociale è una prospettiva che non possiamo abbandonare, tenendo ben salda l’idea che l’accesso ad un istituto come quello del matrimonio deve rappresentare una possibilità per tutte e tutti e che sarà il singolo a decidere se accedervi o meno, nel pieno rispetto della sua autonomia e nella sua totale uguaglianza sostanziale di fronte alla legge e allo Stato. Forme di welfare state universali ed inclusive di tutte le differenze e di tutte le esperienze sono l’unico strumento per garantire la piena autodeterminazione del singolo e della collettività e per la costruzione di uno Stato che non discrimini nessuno o che non crei una corsia di serie B per alcuna persona.
su http://www.retedellaconoscenza.it (6/7/2017)

Soprattutto nell’ultimo anno, la discussione a livello mediatico e politico sul concetto di famiglia è stata aperta ed ha provocato diverse reazioni nel nostro Paese. E’ complesso parlare di famiglia, o potremmo ormai dire di famiglie, poiché non solo questo è un concetto che ha subito numerose mutazioni all’interno del quadro sociale, ma perché le prospettive e le basi su cui questa si fonda dovrebbero essere totalmente ripensate, alla luce sia delle evoluzioni giuridiche, sia delle evoluzioni sociali che caratterizzerebbero questa istituzione, certamente fondamentale e fondante della nostra società.
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“Linee guida sulla comunicazione interculturale”: una riflessione per una comunicazione rispettosa
Contrastare disinformazione e false notizie su un tema complesso come quello delle migrazioni, sensibilizzare l’opinione pubblica, fermare il linguaggio dell’odio sin dalle scuole, educare i giovani a una comunicazione rispettosa degli elementari principi di civile convivenza.
Questi gli obiettivi delle “Linee guida sulla comunicazione interculturale” della Regione Emilia-Romagna, che sono state presentate oggi a Bologna durante il convegno “Il ruolo della comunicazione pubblica di fronte alle sfide dell’immigrazione”, organizzato in collaborazione con l’Ordine dei giornalisti. Il documento – destinato principalmente a comunicatori pubblici, giornalisti, operatori degli uffici per relazioni con il pubblico – fornisce indicazioni concrete su come utilizzare un linguaggio responsabile, privo di parole improprie o strumentali che causano pregiudizi e stereotipi pericolosi, e la conseguente diffusione di informazioni distorte.
“In questo particolare momento- sottolinea la vicepresidente della Regione, Elisabetta Gualmini– è quanto mai necessario fornire un’informazione corretta ed equilibrata per restituire appieno la rappresentazione di tutti gli aspetti del fenomeno migratorio e promuovere una visione inclusiva della partecipazione dei cittadini stranieri immigrati alla vita delle comunità territoriali regionali. Si tratta- aggiunge Gualmini- di una sfida importante per la nostra regione e, più in generale, per le istituzioni pubbliche, impegnate a costruire un rapporto reciprocamente consapevole con le proprie comunità di riferimento. Conoscenza, visibilità e fiducia- conclude- sono elementi fondamentali che un amministratore pubblico dovrebbe tenere sempre ben presenti nel rapporto quotidiano con i cittadini”.
E proprio in tema di collaborazione interistituzionale, le Linee guida e il convegno rientrano tra le attività previste dal Protocollo d’intesa sulla Comunicazione interculturale, che la Regione ha attivato con altre istituzioni pubbliche e mass media per migliorare la comunicazione interculturale nel territorio emiliano-romagnolo. In fase di prima stesura, il documento illustrato oggi è stato realizzato con il contributo di Università di Bologna, Associazione Carta di Roma, Anci Emilia-Romagna, Associazione Italiana della Comunicazione pubblica e istituzionale e Cospe Onlus.
Molte, come sottolinea la pubblicazione, sono le parole che andrebbero bandite dal linguaggio giornalistico e sostituite sulla base delle indicazioni contenute nella Carta di Roma, il protocollo deontologico relativo ai migranti sottoscritto nel 2008 dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti e dalla Federazione nazionale della stampa italiana. Un esempio su tutti: il termine “clandestino”, che spesso viene usato impropriamente al posto di “rifugiato” o “richiedente asilo”.
su http://sociale.regione.emilia-romagna.it/news/2017

Contrastare disinformazione e false notizie su un tema complesso come quello delle migrazioni, sensibilizzare l’opinione pubblica, fermare il linguaggio dell’odio sin dalle scuole, educare i giovani a una comunicazione rispettosa degli elementari principi di civile convivenza. Questi gli obiettivi delle “Linee guida sulla comunicazione interculturale” della Regione Emilia-Romagna, che sono state presentate a Bologna durante il convegno “Il ruolo della comunicazione pubblica di fronte alle sfide dell’immigrazione”, organizzato in collaborazione con l’Ordine dei giornalisti. Il documento – destinato principalmente a comunicatori pubblici, giornalisti, operatori degli uffici per relazioni con il pubblico – fornisce indicazioni concrete su come utilizzare un linguaggio responsabile, privo di parole improprie o strumentali che causano pregiudizi e stereotipi pericolosi, e la conseguente diffusione di informazioni distorte. 
“In questo particolare momento – sottolinea la vicepresidente della Regione, Elisabetta Gualmini – è quanto mai necessario fornire un’informazione corretta ed equilibrata per restituire appieno la rappresentazione di tutti gli aspetti del fenomeno migratorio e promuovere una visione inclusiva della partecipazione dei cittadini stranieri immigrati alla vita delle comunità territoriali regionali. Si tratta – aggiunge Gualmini – di una sfida importante per la nostra regione e, più in generale, per le istituzioni pubbliche, impegnate a costruire un rapporto reciprocamente consapevole con le proprie comunità di riferimento. Conoscenza, visibilità e fiducia – conclude – sono elementi fondamentali che un amministratore pubblico dovrebbe tenere sempre ben presenti nel rapporto quotidiano con i cittadini”.
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No alle notizie spazzatura. Punto sul futuro dell’informazione in chiave europeista
Il patto di fiducia tra chi assume il dovere di raccontare e chi ha il diritto di sapere e comprendere – che il Maestro Enzo Biagi considerava inalienabile – è oggi un terreno minato.
Troppe bufale, panzane, notizie spazzatura, piccole frottole e grandi mistificazioni, campagne di disinformazione via web e dibattiti pubblici esacerbati da odio e bugie. Notizie false a caratteri cubitali e smentite relegate in minuscoli trafiletti. Sta dilagando un’epidemia che ha investito l’intero sistema dei media e che sembra inarrestabile.
Non ci sta Paolo Pagliaro, che del racconto veritiero dei fatti ha fatto da sempre la sua bussola e insieme a Beppe Severgnini ha lanciato dal palco di “Tempo di libri” un appello: Fermiamo il declino dell’informazione!
Da anni Pagliaro ha intrapreso la sua battaglia civile contro l’”irrilevanza della verità” e la combatte quotidianamente con il suo “Punto” nel programma di approfondimento condotto da Lilli Gruber su La7. Ora la voce di Paolo Pagliaro si fissa anche nelle pagine di un agile pamphlet che porta il titolo dell’editoriale che lo ha reso noto al pubblico televisivo [Cfr. P. PAGLIARO, Punto. Fermiamo il declino dell’informazione, Il Mulino, 2017].
di Rita Bramante, su www.educazioneduepuntozero.it (4/7/2017)

Non c’è niente di più facile che vendere bugie in rete – “Lo dice la rete” – e in genere le notizie false mobilitano di più e a poco serve cercare di individuare le bufale per provare a denunciarle e smontarle, anche se è comunque doveroso farlo. Sensazionalismo e politicismo vanno combattuti da chi aspira a fare informazione di qualità e per fermare il declino dell’informazione è necessario il rispetto delle regole di comunicazione in rete, ove vengono commessi impunemente reati. Bugie nazionali e globali e una nutrita serie di fakes riguardanti l’Europa, altro facile bersaglio per chi è alla ricerca di nemici esterni grazie ai quali costruire le proprie fortune politiche.
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Siamo invasi dai migranti, la più grande tra le fake news
Il ministro dell'Interno ha invertito la rotta dell'aereo che l'avrebbe dovuto portare negli Usa per far rientro immediato a Roma. Uno pensa che l'Italia stia per diventare come il Venezuela, che le piazze stiano per esplodere, che chissà quali minacce oscurino il futuro del Paese.
Niente di tutto questo, per fortuna. Il precipitoso rientro al Viminale del ministro Minniti è dato da quella che viene vissuta come una inquietante escalation degli arrivi sulle nostre coste di migranti italiani. La sicurezza è minacciata, l'invasione è in atto, e era ora che se ne accorgesse anche il governo, si affrettano a proclamare leghisti e simili.
L'invasione: uno dei punti di forza dell'era della post verità, una gigantesca fake news spacciata per realtà. L'Italia sta per essere invasa, così come l'Europa. Niente di più falso. Su questa narrazione si sta radicando una psicologia securista trasversale agli schieramenti politici, dai Cinque Stelle alla Lega, e ora anche il Pd che fa proprio il concetto coniato dall'attivissimo ministro dell'Interno secondo cui "sicurezza è un concetto di sinistra".
E chiunque prova a contestarne, dati alla mano, che l'Italia sia "invasa", viene messo all'indice o fatto fuori da sindaco, come è successo a Giusi Nicolini a Lampedusa. Papa Francesco, inascoltato, ripete in ogni dove che dietro ai numeri ci sono esseri umani, donne, uomini, bambini, una umanità sofferente che fugge dall'inferno di guerre, pulizie etniche, regimi sanguinari, disastri ambientali, povertà assoluta.
Pur di avere una chance per il futuro, la maggior parte di queste persone affidano la loro vita ai trafficanti di esseri umani, e per molti la vita si conclude sul fondo del mar Mediterraneo, divenuto il "mar della morte", o asfissiati in container sovraffollati sulla rotta balcanica.
Mi permetto di dire che una parola nobile, non dico di sinistra, non è "sicurezza" ma, a mio avviso, "legalità". E che la più grande dimostrazione di come sia possibile coniugare valori universalisti, come la solidarietà e il rispetto della dignità della persona, con il principio di legalità, la dimostrazione di come sia ancora possibile coniugare idealità e concretezza è rappresentata dalla straordinaria esperienza dei corridoi umanitari dei quali associazioni della società civile italiane sono state protagoniste.
Invece di impegnarsi a moltiplicare questi corridoi e a battersi a Bruxelles perché assuma e moltiplichi questa esperienza, si preferisce affrontare il tema migranti con una fallimentare concezione emergenzialista. Certo, parliamo di persone e non di numeri, ma a volte anche i numeri possono essere utili per smontare una narrazione che, per una manciata di voti, parla alla pancia del Paese.
E a quanti insistono, convinti, non a torto purtroppo, che se ripetuta dieci, cento volte, un bugia diviene verità, consiglierei di guardare con attenzione e rispetto alla storia di un piccolo Paese mediorientale, che nella sua storia ha conosciuto la pesantezza di guerre civili, ferite profonde non ancora completamente rimarginate; un Paese che non ha risorse petrolifere o di gas, che non è ricco come le petromonarchie del Golfo, ma che con grande dignità, e senza mai gridare all'invasione, si fa carico di un esodo biblico: questo Paese è il Libano.
Un Paese di 4 milioni di abitanti che ormai da tempo si fa carico di 1,5 milioni di profughi provenienti dalla vicina, martoriata, Siria. Non c'è bisogno di essere un Nobel per la matematica per fare una proporzione proiettandola su scala italiana, spagnola, francese, tedesca e via elencando tutti i Paesi dell'Unione.
Dicono: "Vengono tutti in Italia!". Falso. In realtà, la maggior parte dei migranti non si "imbarca" per l'Europa. Degli oltre 65 milioni di persone costrette alla fuga nel 2015, l'86% è rimasto nelle aree più povere del mondo: il 39% in Medio Oriente e Nord Africa, 29% in Africa, 14% in Asia e Pacifico, 12% nelle Americhe, solo il 6% in Europa. In Italia si trovano 118.000 rifugiati (ovvero 1,9 ogni 1000 italiani) e 60.000 richiedenti asilo.
L'Italia è agli ultimi posti in Europa per incidenza dei rifugiati sulla popolazione totale. Rilanciano: "Sono pericolosi!". In realtà, sono più vulnerabili che pericolosi. Studi internazionali negano una corrispondenza diretta tra l'aumento della popolazione immigrata e le denunce per reati penali. Se sono molti i detenuti stranieri nelle carceri italiane (34%), è dovuto a fattori precisi.
Per esempio, a parità di reato gli stranieri sono sottoposti a misure di carcerazione preventiva o controlli molto più spesso degli italiani. Insistono: "Li trattiamo meglio degli italiani. Accolti, serviti e riveriti. Mentre gli italiani faticano ad arrivare a fine mese e molti non hanno una casa, gli immigrati alloggiano in hotel e ricevono 35 euro ogni giorno. Tutti soldi sottratti a bisogni primari di molti cittadini italiani...".
Altra "sparata". In Italia, il sistema di accoglienza è gestito dal Ministero dell'Interno e comprende centri di prima e seconda accoglienza. L'insieme delle strutture ordinarie e dei servizi predisposti dalle autorità centrali e dagli enti locali è largamente insufficiente, tanto che più del 70% dei richiedenti asilo è attualmente ospitato in strutture temporanee e straordinarie.
La carenza di posti è aggravata anche dalle lungaggini burocratiche che protraggono i tempi di permanenza delle persone all'interno delle strutture, togliendo spazio ai nuovi arrivati. Il risultato è che i centri sono sovraffollati, con personale, strutture e servizi insufficienti a rispondere ai bisogni dei migranti e delle comunità di accoglienza.
Riguardo ai 35 euro, questi soldi non vanno in tasca ai richiedenti asilo, ma agli enti che si occupano della gestione dei centri e ne sostengono i costi (affitto delle strutture, salari per gli operatori, vitto e servizi di base per gli ospiti). In media, solo 2,5 euro al giorno - il cosiddetto "pocket money" - vengono corrisposti direttamente al richiedente asilo per le sue piccole spese quotidiane (ricariche telefoniche per chiamare i parenti nei paesi d'origine, acquisti di generi alimentari e non, etc...). Questi fondi per l'accoglienza vengono peraltro stanziati in parte rilevante dall'Unione Europea.
Quelli più "aperti", suggeriscono: "Aiutiamoli a casa loro. È un errore continuare ad accogliere persone provenienti da Paesi poveri. Da noi non troveranno un futuro migliore. L'unico intervento ragionevole è mandare gli aiuti nei loro Paesi: solo così si eviterà che masse di poveri invadano l'Europa". In realtà, la comunità internazionale da decenni si pone come obiettivo di eliminare la fame e la povertà estrema ma, nonostante sforzi e investimenti, i risultati sono ancora insufficienti.
Gli aiuti internazionali da soli non bastano a consentire il rientro a casa in sicurezza di chi fugge da conflitti, persecuzioni e violenza, e in alcuni contesti l'instabilità è tale che non esistono le garanzie minime di sicurezza per mantenere programmi di assistenza. Queste e altre falsità imposte come "verità", sono smantellate da Medici Senza Frontiere, l'organizzazione internazionale che dà assistenza medica dove c'è più bisogno, ha lanciato la campagna online "Anti-slogan", un'iniziativa che punta a sfatare le dieci leggende sulla migrazione con risposte e dati "basati sulla realtà dei fatti, per diffondere un'informazione corretta e senza preconcetti".
Intanto, costruttori di muri e di frontiere blindate in giro per il Vecchio Continente, continuano a suonare campane a morto: l'Europa è invasa!!! Ebbene, tra il 1 gennaio e il 31 maggio 2017 sono arrivati via mare in Europa 71.080 migranti: e questa sarebbe una "invasione"?
di Umberto De Giovannangeli, su www.huffingtonpost.it (28/6/2017)

L'invasione: uno dei punti di forza dell'era della post verità, una gigantesca fake news spacciata per realtà. L'Italia sta per essere invasa, così come l'Europa. Niente di più falso. Su questa narrazione si sta radicando una psicologia securista trasversale agli schieramenti politici, dai Cinque Stelle alla Lega, e ora anche il Pd che fa proprio il concetto coniato dall'attivissimo ministro dell'Interno secondo cui "sicurezza è un concetto di sinistra".
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Il legame tra emozioni e apprendimento
di Ventre Angela, su www.lascuolapossibile.it (15/6/2017)

L'anno scolastico è giunto al termine ed è il momento dei bilanci, delle riflessioni sul proprio lavoro, su come esso abbia contribuito a sviluppare nei nostri alunni, soprattutto quelli con difficoltà, le potenzialità, le competenze oggi richieste dalla società globale.
Il compito di ogni insegnante dovrebbe essere quello di mettere l'alunno al centro del processo di insegnamento-apprendimento, per garantire la piena formazione, l'autorealizzazione e il successo formativo. Eppure, in alcune circostanze, mi sono trovata davanti a situazioni paradossali: insegnanti che, invece di motivare, aiutare, stimolare in positivo i propri alunni, si sono focalizzati sulle loro difficoltà, mettendole in risalto e causando tensioni emotive tali da interferire negativamente sul processo e non solo.
Forse a questi insegnanti sfugge un particolare e cioè che ogni alunno ha una propria evoluzione cognitiva oltre che emotiva e che, non sempre, esse sono lineari e uguali agli altri. Ci sono quelli che, pur avendo un Q.I. nella norma, mostrano difficoltà di apprendimento e le cause non sono imputabili a handicap mentali gravi e definibili, ma sono riconducibili a diversi fattori, tra i quali quelli emotivo - motivazionali.
I Disturbi Specifici dell'Apprendimento sembrano essere la conseguenza dell'interazione di numerosi fattori di rischio e di protezione, che possono essere sia genetici, ambientali che emotivi. Questi fattori alterano il normale sviluppo delle funzioni neuropsicologiche producendo numerose manifestazioni comportamentali tipiche di tali disturbi e provocando la compromissione delle capacità di lettura, di scrittura o di calcolo. Esse possono essere più o meno gravi: da una semplice lentezza nella lettura, nella scrittura o nell'eseguire semplici calcoli a un'incapacità di decodificazione dei simboli alfanumerici o utilizzo delle procedure di calcolo.
Le ricerche, condotte negli ultimi trent'anni, hanno avvalorato l'ipotesi che la causa di tali disturbi sia multifattoriale. Secondo alcuni studiosi, tra cui Ramos (2003) la difficoltà nell'acquisizione della lettura è da attribuire a un deficit di tipo fonologico, cioè a una difficoltà nella percezione, nell'elaborazione e nella manipolazione dei suoni linguistici; invece, per Skottun (2009) e Osborne (1997), la causa della dislessia può essere attribuita a un deficit del sistema magnocellulare, a un'alterazione genetica dei cromosomi 6 e 15 e a fattori ereditari, come un consanguineo dislessico. Altre ricerche, inoltre, hanno dimostrato che esiste una relazione fra difficoltà di apprendimento e gli aspetti emotivo - motivazionali. Se l'alunno, in cui prevalgono tensioni, emozioni negative, ansia, frustrazione per un compito non riuscito e una scarsa autostima, non è adeguatamente supportato, stimolato, incoraggiato, queste finiranno per creare l'autoconvinzione di "non essere bravo", la demotivazione, il disinteresse nei confronti dello studio e delle diverse attività di apprendimento, generando il tanto temuto insuccesso formativo.
Quanto più faremo vivere all'alunno emozioni positive, creeremo un ambiente apprenditivo accogliente, stimolante, adeguato alle proprie capacità, tanto più lo aiuteremo ad apprendere, a crescere e di ciò noi dobbiamo essere i diretti co-protagonisti, artefici, responsabili.
Far apprendere agli alunni è nostro compito, ma alcuni insegnanti vivono questo come assoluto e, a volte, non sopportano di avere degli alunni che sembrano, ai loro occhi, proprio non aver volontà di imparare.
Il successo scolastico dipende da noi, dal nostro modo di relazionarci, di comunicare, direttamente o indirettamente, con loro. È necessario, dunque, un cambiamento di rotta, basta con la didattica tradizionale, bisogna dare spazio a una didattica inclusiva in cui tutti gli studenti siano parte attiva del loro processo di apprendimento.
L'anno scolastico è giunto al termine ed è il momento dei bilanci, delle riflessioni sul proprio lavoro, su come esso abbia contribuito a sviluppare nei nostri alunni, soprattutto quelli con difficoltà, le potenzialità, le competenze oggi richieste dalla società globale. Il compito di ogni insegnante dovrebbe essere quello di mettere l'alunno al centro del processo di insegnamento-apprendimento, per garantire la piena formazione, l'autorealizzazione e il successo formativo. Eppure, in alcune circostanze, mi sono trovata davanti a situazioni paradossali: insegnanti che, invece di motivare, aiutare, stimolare in positivo i propri alunni, si sono focalizzati sulle loro difficoltà, mettendole in risalto e causando tensioni emotive tali da interferire negativamente sul processo e non solo. Forse a questi insegnanti sfugge un particolare e cioè che ogni alunno ha una propria evoluzione cognitiva oltre che emotiva e che, non sempre, esse sono lineari e uguali agli altri. Ci sono quelli che, pur avendo un Q.I. nella norma, mostrano difficoltà di apprendimento e le cause non sono imputabili a handicap mentali gravi e definibili, ma sono riconducibili a diversi fattori, tra i quali quelli emotivo - motivazionali.
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Le femmine stanno cambiando. E i maschi? Educhiamoli a superare gli stereotipi
di Patrizia Violi, su http://27esimaora.corriere.it (9/6/2017)

Per combattere le discriminazioni di genere stiamo cercando di instillare sicurezza nelle nostre bambine, insegnando loro che il limite è il cielo: possono fare tutto. Ma questa strategia non sarà mai vincente se non vengono aiutati anche i maschi a uscire dagli stereotipi.
Nel nostro cuore lo sapevamo e l’abbiamo anche predicato da tempo, però a convalidare questa tesi è appena uscito un articolo su New York Times in cui non solo si auspica una rivoluzione di genere per l’equilibrio della società, ma si lancia un grido d’allarme anche per il risanamento dell’economia.
Il punto di partenza di questa analisi è il concetto di Pink Economy: mentre la curva dell’andamento del mercato del lavoro maschile è in discesa, le competenze identificate come vincenti sul lavoro sono quelle “tipicamente” femminili: empatia, flessibilità, cooperazione, abilità comunicativa.
Talenti che le donne posseggono perché vengono educate, da sempre in un certo modo, mentre i maschi, forti del loro primato nelle scienze e nella matematica, hanno spesso snobbato come “roba da femmine” queste abilità e ora sono rimasti indietro. Acidi pregiudizi femministi? Pare proprio di no, l’articolo del quotidiano americano approfondisce con i risultati di un recentissimo studio del O.E.C.D (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) che ha rilevato come i ragazzi nel 70% degli stati siano meno brillanti delle ragazze nel rendimento scolastico. Un dato molto interessante è che le eccellenze scolastiche femminili si trovano nei Paesi dove la discriminazione è alta: Tailandia, Malesia, Arabia Saudita, Quatar.
Cosa significa? Che le ragazze hanno imparato, abbiamo insegnato loro, che per primeggiare bisogna impegnarsi, mentre nell’educazione dei maschi si fanno ancora troppi errori e si lascia che boys will be boys, simpatico detto anglosassone che -come scrive il New York Times- scusando gli atteggiamenti più sciovinisti, continua a rovinare generazioni.
Per attuare un vera rivoluzione di genere la responsabilità è dei genitori e, come sottolinea il quotidiano, l’unica alternativa è crescere un “bambino femminista”, prototipo raro e difficile da riprodurre anche perché le discriminazioni sono ovunque. Prevalgono alla grande, prima ancora della nascita, nel mercato dei prodotti dedicati all’infanzia. Anche se, in teoria, non siamo mai stati così liberali verso il gender, secondo una ricerca dell’università di S. Jose in California, i giocattoli negli ultimi 50 anni sono diventati sempre più sofisticati, settoriali e soprattutto discriminanti.
Le differenze sono marcatissime, non solo tra le bambole e i trenini, ma in tutto il merchandising: anche gli spazzolini da denti sono da maschio e da femmina. Rosa per le femmine e azzurro per i maschi: una condanna frutto di un’invenzione pubblicitaria lanciata a metà degli anni ’10 nel secolo scorso. Anzi all’inizio rosa per i maschi e l’azzurro per le bambini. Mentre prima tutti i bambini portavano i capelli lunghi e si vestivano di bianco. Interessante il link del New York Times che rimanda a una foto del Presidente Roosevelt da bambino, con un vestito a balze e i capelli lunghi. Nonostante l’abbigliamento così camp, poco maschile, è diventato un uomo di potere!
Per combattere le discriminazioni di genere stiamo cercando di instillare sicurezza nelle nostre bambine, insegnando loro che il limite è il cielo: possono fare tutto. Ma questa strategia non sarà mai vincente se non vengono aiutati anche i maschi a uscire dagli stereotipi. Nel nostro cuore lo sapevamo e l’abbiamo anche predicato da tempo, però a convalidare questa tesi è appena uscito un articolo su New York Times in cui non solo si auspica una rivoluzione di genere per l’equilibrio della società, ma si lancia un grido d’allarme anche per il risanamento dell’economia.
Il punto di partenza di questa analisi è il concetto di Pink Economy: mentre la curva dell’andamento del mercato del lavoro maschile è in discesa, le competenze identificate come vincenti sul lavoro sono quelle “tipicamente” femminili: empatia, flessibilità, cooperazione, abilità comunicativa.
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Il garante della privacy: «No alle foto dei figli sul web, pericolo pedofilia»
«Secondo recenti ricerche, la pedopornografia in rete e, particolarmente nel dark web, sarebbe in crescita vertiginosa: nel 2016 due milioni le immagini censite, quasi il doppio rispetto all’anno precedente. Fonte involontaria sarebbero i social network in cui genitori postano le immagini dei figli». Il monito arriva dal garante della privacy Antonello Soro, che ha illustrato l’attività per il 2016. E’ stato il passaggio più rilevante all’interno di una relazione che ha toccato molti aspetti del rapporto tra nuove tecnologia e sfera personale.
Ok la legge sul cyberbullismo
Sempre in tema minori, Soro promuove la nuova legge sul cyberbullismo giudicando «particolarmente positiva la scelta di coniugare un approccio preventivo e riparatorio, grazie alla promozione dell’educazione digitale e alla specifica procedura di rimozione dei contenuti lesivi presenti in rete. Il meccanismo delineato evita una preventiva e generalizzata ingerenza da parte dei provider e tuttavia li responsabilizza su segnalazione degli interessati, anche se minori. L’Autorità si impegna a svolgere l’importante funzione di garanzia assegnatale dalla legge, nella consapevolezza sia delle oggettive difficoltà tecniche sia delle necessità di risorse adeguate ai nuovi compiti».
Intercettazioni e processi mediatici
Un capitolo della relazione di Soro è stato invece dedicato ai cosidetti «processi mediatici» e alle intercettazioni: «Rispetto alla cronaca giudiziaria si è registrata, anche quest’anno, la diffusione di atti d’indagine in violazione del relativo regime di pubblicità e spesso anche del principio di essenzialità dell’informazione. Mai come in quest’ambito occorre un impegno comune». «Giustizia e informazione - premette Soro - si caratterizzano principalmente per la loro indipendenza e, quindi, per la responsabilità nell’esercizio delle rispettive funzioni. Responsabilità tanto più necessaria rispetto al potenziale distorsivo del processo mediatico, in cui logica dell’audience e populismo penale rischiano di rendere la presunzione di colpevolezza il vero criterio di giudizio». In tema di intercettazioni, «diverse Procure e Csm hanno adottato provvedimenti volti a limitare - nel rispetto del contraddittorio e del diritto di difesa - la trascrizione di contenuti inerenti aspetti irrilevanti ai fini delle indagini o terzi estranei».
«Strapotere dei giganti del web»
«La concentrazione in capo a pochi soggetti privati di un rilevantissimo potere, non solo economico, ha determinato un mutamento sostanziale nei rapporti tra individuo e Stato, tra pubblico e privato, cambiando profondamente la geografia del potere. Un numero esiguo di aziende possiede un patrimonio di conoscenza gigantesco e dispone di tutti i mezzi per indirizzare la propria influenza verso ciascuno di noi, con la conseguenza che, un numero sempre più grande di persone - tendenzialmente l’umanità intera - potrà subire condizionamenti decisivi». A sottolineare i rischi legati al ruolo crescente dei «tanti `grandi fratelli´ che governano la rete» è il Garante della privacy, Antonello Soro, nella sua Relazione annuale al Parlamento. «Gli Over the Top - spiega Soro - sempre più spesso intervengono, in un regime prossimo all’autodichia, per comporre istanze di rilevanza primaria, quali informazione e diritto all’oblio, libertà di espressione, dignità e tutela dalle discriminazioni, veridicità delle notizie diffuse. Parallelamente, l’intervento statale è reso più complesso dalla capacità delle nuove tecnologie di scardinarne i presupposti essenziali: in primo luogo la territorialità, quale criterio di competenza ed applicazione della legge».
su 27esimaora.corriere.it (6/6/2017)

«Secondo recenti ricerche, la pedopornografia in rete e, particolarmente nel dark web, sarebbe in crescita vertiginosa: nel 2016 due milioni le immagini censite, quasi il doppio rispetto all’anno precedente. Fonte involontaria sarebbero i social network in cui genitori postano le immagini dei figli». Il monito arriva dal garante della privacy Antonello Soro, che ha illustrato l’attività per il 2016. E’ stato il passaggio più rilevante all’interno di una relazione che ha toccato molti aspetti del rapporto tra nuove tecnologia e sfera personale.
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La triste classifica delle vittime innocenti
di Antonio Cervi, su www.educare.it (30/5/2017)

La sera del 22 maggio 2017, intorno alle 22.30, un uomo si è fatto esplodere alla Men Arena di Manchester, nel Regno Unito, poco dopo la fine del concerto della cantante statunitense Ariana Grande. Sono morte almeno 22 persone (tra cui bambine e adolescenti) e almeno altre 59 sono rimaste ferite. Due giorni dopo, il 24 maggio, al largo del porto libico di Zuara si è capovolta un’imbarcazione che trasportava più di cinquecento persone. Gli operatori dell’ong maltese Moas hanno detto di aver recuperato 34 corpi, per la maggior parte bambini.
Due eventi simili nei loro effetti tragici, ma così distanti e distinti nelle nostre percezioni. Una sollevazione mondiale di sdegno di fronte alle vittime innocenti colpite in Europa, lunghe analisi politiche e militari, impegni al G7 di Taormina per fronteggiare con maggior fermezza il terrorismo. Per le nuove vittime della disperazione invece, poco meno del silenzio sui media, morti che non fanno più notizia e non arrivano a turbare l'emotività di un'oponione pubblica assuefatta (o distratta).
Si rinnova anche in questi eventi la logica inqualificabile dei "due pesi, due misure", che non giova di certo alla costruzione di un mondo pacifico e fondato sulla giustizia per tutti.
La sera del 22 maggio 2017, intorno alle 22.30, un uomo si è fatto esplodere alla Men Arena di Manchester, nel Regno Unito, poco dopo la fine del concerto della cantante statunitense Ariana Grande. Sono morte almeno 22 persone (tra cui bambine e adolescenti) e almeno altre 59 sono rimaste ferite. Due giorni dopo, il 24 maggio, al largo del porto libico di Zuara si è capovolta un’imbarcazione che trasportava più di cinquecento persone. Gli operatori dell’ong maltese Moas hanno detto di aver recuperato 34 corpi, per la maggior parte bambini.
Due eventi simili nei loro effetti tragici, ma così distanti e distinti nelle nostre percezioni. Una sollevazione mondiale di sdegno di fronte alle vittime innocenti colpite in Europa, lunghe analisi politiche e militari, impegni al G7 di Taormina per fronteggiare con maggior fermezza il terrorismo. Per le nuove vittime della disperazione invece, poco meno del silenzio sui media, morti che non fanno più notizia e non arrivano a turbare l'emotività di un'oponione pubblica assuefatta (o distratta).
Si rinnova anche in questi eventi la logica inqualificabile dei "due pesi, due misure", che non giova di certo alla costruzione di un mondo pacifico e fondato sulla giustizia per tutti. 
 
Il totalitarismo dell'odio è anche nostro
di Massimo Fini, su www.ilfattoquotidiano.it (30/5/2017)

Molti giornali hanno pubblicato in prima pagina la fotografia di Saffie Rose Roussos la più piccola delle vittime (8 anni) della strage di Manchester. Uccidere dei bambini è una cosa orribile, ma strumentalizzarli è qualcosa che sta solo un paio di gradini sotto.
Nella prima guerra del Golfo furono uccisi dai bombardieri americani e della Nato 32.195 bambini, dati inoppugnabili perché forniti, sia pur involontariamente, dal Pentagono.
Se dovessimo stare nella stessa logica i giornali occidentali dovrebbero pubblicare ogni giorno, per riparazione, la fotografia di uno di questi piccoli, cioè almeno per una decina di anni. Non è che i bambini degli altri sono diversi dai nostri, se non per qualche caratteristica fisica (i bambini dei paesi musulmani, i piccoli Alì, sono in genere tutti riccioluti).
Sul Corriere della Sera Cazzullo si chiede “quale responsabilità possono portare i ragazzi che vanno a un concerto”. Nessuna, ovviamente. Ma quale responsabilità potevano portare i bambini uccisi a Baghdad e a Bassora e le altre decine di migliaia uccisi dai bombardieri americani e Nato in Afghanistan, in Iraq, in Libia?
Certo, in questi macabri conteggi, c’è un’indubbia differenza fra i bambini uccisi a Manchester e i bambini uccisi dai bombardieri americani e Nato. L’attentatore jihadista di Manchester e i suoi complici (perché tutto fa pensare che questa volta non si tratti di un “lupo solitario” ma di una cellula incistata sul suolo britannico) non solo sapevano che avrebbero ucciso dei bambini ma volevano uccidere dei bambini.
I piloti, e anche i non piloti nel caso dei droni, americani e Nato non volevano premeditatamente uccidere dei bambini, anche se sapevano che li avrebbero inevitabilmente uccisi e in una misura molto maggiore di quella che può fare un kamikaze. I jihadisti non fanno differenze. Noi occidentali qualche differenza la facciamo ancora. In questa orribile “guerra asimmetrica” c’è in questa differenza il solo punto di vantaggio a nostro favore, sul piano morale, rispetto al jihad.
Sul Foglio Giuliano Ferrara, questo acrobata professionale nel manipolare i fatti, scrive: “Attaccare, per non essere attaccati. Annientare, per non essere annientati… E noi, invece di esportare con una violenza incomparabilmente superiore alla loro l’unico modo di vita che preveda la possibilità della pace, invece di rispettare il loro progetto distruggendone le radici sociali e politiche dove risiedono, noi a baloccarci, a piangerci addosso, a ricusare la violenza e l’odio”.
Ferrara riprende in toto, quasi aggravandola, la teoria di George W. Bush: esportare la democrazia con la violenza. Questo irresponsabile individuo sembra non rendersi conto, non so se volutamente o meno, che proprio da questa esportazione violenta della democrazia, in Serbia, in Afghanistan, in Iraq, in Somalia e in Libia, è nata la guerra che oggi ci contrappone non solo all’Isis ma, sia pure in forme diverse, all’intero mondo musulmano e anche a quei pochi altri mondi che ci sono restati estranei.
Gli effetti devastanti, sia nelle terre arabe che nelle nostre, della “teoria Bush” sono sotto gli occhi di tutti. Ma non di quelli di Ferrara. Che, pare capire (“con una violenza incomparabilmente superiore”), non sarebbe alieno da gettare qualche atomica sul “mondo della violenza e dell’odio”. Mi piacerebbe anche capire come “l’unico modo di vita che preveda la possibilità della pace” si concili, per fare un esempio recente, con le armi che Trump si appresta a fornire nella misura di 120 miliardi di dollari all’Arabia Saudita, secondo l’accordo firmato l’altro giorno a Ryad.
Questo totalitarismo della violenza, dell’odio, dell’orrore non appartiene solo ai jihadisti, appartiene anche a noi. Anzi siamo stati proprio noi, ubriacati e resi irresponsabili dalla nostra apparente superiorità militare, a provocarlo.
Molti giornali hanno pubblicato in prima pagina la fotografia di Saffie Rose Roussos la più piccola delle vittime (8 anni) della strage di Manchester. Uccidere dei bambini è una cosa orribile, ma strumentalizzarli è qualcosa che sta solo un paio di gradini sotto.
Nella prima guerra del Golfo furono uccisi dai bombardieri americani e della Nato 32.195 bambini, dati inoppugnabili perché forniti, sia pur involontariamente, dal Pentagono.
Se dovessimo stare nella stessa logica i giornali occidentali dovrebbero pubblicare ogni giorno, per riparazione, la fotografia di uno di questi piccoli, cioè almeno per una decina di anni. Non è che i bambini degli altri sono diversi dai nostri, se non per qualche caratteristica fisica (i bambini dei paesi musulmani, i piccoli Alì, sono in genere tutti riccioluti).
Sul Corriere della Sera Cazzullo si chiede “quale responsabilità possono portare i ragazzi che vanno a un concerto”. Nessuna, ovviamente. Ma quale responsabilità potevano portare i bambini uccisi a Baghdad e a Bassora e le altre decine di migliaia uccisi dai bombardieri americani e Nato in Afghanistan, in Iraq, in Libia?
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Migranti, falsità e razzismo
di Tonino Perna, su http://ilmanifesto.it (16/5/2017)

Prima Mafia-Capitale, adesso ‘Ndrangheta-crotonese, sembra che la gestione dei migranti sia solo appannaggio di ladri e mafiosi. È chiaro che se l'opinione pubblica italiana viene bombardata con queste notizie senza avere un quadro complessivo della situazione e delle responsabilità, dati circonstanziati, consegniamo l’Italia al più becero razzismo.
Sarà facile far circolare espressioni quali «lo Stato finanzia le mafie grazie ai migranti» oppure «l’accoglienza dei migranti serve solo alle mafie ed alla corruzione». Partiamo da un fatto: ci sono migliaia di volontari in Italia che accolgono i migranti quando sbarcano, soprattutto nei porti siciliani e calabresi, senza guadagnarci un soldo e spesso con grande dispendio di energie.
Così come ci sono migliaia di assistenti sociali, mediatori culturali, insegnanti, che lavorano negli S.p.r.a.r e che fanno un ottimo lavoro per l’integrazione culturale e sociale dei migranti.
Andate a Riace ed oltre, sulla costa jonica calabrese e potete vedere con i vostri occhi in decine di paesi, grandi e piccoli, il lavoro che stanno facendo associazioni collegate con Re.Co.Sol. ( Rete dei Comuni Solidali). È l’accoglienza diffusa che funziona, crea integrazione e ripopola Comuni e terre abbandonate, fa riaprire le scuole elementari, le farmacie e gli uffici postali: grazie al sistema di accoglienza diffuso dei migranti abbiamo assistito alla rinascita di Comuni desolati, dove solo pochi anziani erano rimasti a vederne la fine.
E poi ci sono i CARA (Centro Accoglienza Richiedenti Asilo) come quello di Sant’Anna, che sono tutti veri e propri lager, con condizioni di vita estreme per i migranti che dovrebbero essere ribattezzati come CASI (Centro Affaristico Sfruttamento Immigrati).
In particolare il CASI di Sant’Anna era ben noto alle autorità politiche e anche alla magistratura perché sono almeno dieci anni che giornalisti coraggiosi ed esponenti di associazioni umanitarie hanno denunciato questa orrenda e vergognosa situazione.
Speriamo che non bisogna aspettare il prossimo scandalo per scoprire che ci sono tanti CASI come quello di Isola Capo Rizzuto. Così come non bisogna più ignorare le condizioni dei migranti che le Prefetture mandano negli alberghi, dove vengono abbandonati a se stessi , sovente in posti isolati. Le Prefetture si giustificano col fatto che i Comuni disposti a sottoscrivere uno Sprar sono pochi e quindi devono trovare alternative.
Ma sicuramente non si possono abbandonare 80 giovani migranti in posti come Gambarie d’Aspromonte, per citare solo un caso tra i tanti, a mille e trecento metri d’altezza, a non far niente tutto l’inverno, sotto la neve in un posto che si popola solo la domenica e ad agosto.
È necessario ed urgente che le Prefetture rivedano questa procedura e affidino ad associazioni e cooperative sane ed efficienti ( e sono tante) la gestione dei bisogni di questi nuovi migranti. Soprattutto, è necessario ripensare tutto il sistema dell’accoglienza migranti.
Abbiamo lanciato come paese i «corridoi umanitari», grazie all’accordo tra governo italiano e libanese ed all’impegno economico e solidale della Federazione delle Chiese Evangeliche e della Comunità di Sant’Egidio.
Finora sono giunti così in Italia poco più di 800 profughi, per lo più siriani, e sono stati accolti in tante località diverse con percorsi di integrazione culturale, sociale ed economica che già stanno dando i loro frutti.
Si tratta di potenziare questo strumento che potrebbe servire da deterrente a chi rischia la vita salendo su un barcone: se ho la speranza di poter entrare legalmente in Italia, posso aspettare anche qualche anno prima di rischiare vita e denari.
Prima Mafia-Capitale, adesso ‘Ndrangheta-crotonese, sembra che la gestione dei migranti sia solo appannaggio di ladri e mafiosi. È chiaro che se l'opinione pubblica italiana viene bombardata con queste notizie senza avere un quadro complessivo della situazione e delle responsabilità, dati circonstanziati, consegniamo l’Italia al più becero razzismo.
Sarà facile far circolare espressioni quali «lo Stato finanzia le mafie grazie ai migranti» oppure «l’accoglienza dei migranti serve solo alle mafie ed alla corruzione». Partiamo da un fatto: ci sono migliaia di volontari in Italia che accolgono i migranti quando sbarcano, soprattutto nei porti siciliani e calabresi, senza guadagnarci un soldo e spesso con grande dispendio di energie.Così come ci sono migliaia di assistenti sociali, mediatori culturali, insegnanti, che lavorano negli S.p.r.a.r e che fanno un ottimo lavoro per l’integrazione culturale e sociale dei migranti.
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