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Viviamo in una società che non riconosce il razzismo. Nessun déjà vu?
di Margherita Cavallaro, su www.ilfattoquotidiano.it (15/6/2018)

Un paio di settimane fa mi sono rifiutata di avere una discussione con un soggetto di forma umanoide che affermava che l’insegnamento della storia dovrebbe essere tolto dalle scuole in quanto inutile. Questo soggetto sosteneva che sapere che in passato ci sia stato l’Olocausto non impedirà gli olocausti futuri e, quindi, quella conoscenza è inutile come d’altro canto lo è tutta la cultura generale. Mi sono rifiutata di parlare con tale soggetto non perché non avessi argomentazioni, ma perché avevo di meglio da fare (tira più un pelo di patafiocca che un carro di buoi) che spiegare a un omuncolo che per altro faceva il borioso le basi della vita. Gli ultimi fatti di cronaca, però, mi stanno letteralmente prendendo le mani e sbattendole sulla tastiera.
Premessa: sapere che c’è stato l’Olocausto non è conoscere la storia, è sapere che è avvenuto un fatto storico. Conoscere la storia vuol dire capire le cause, gli effetti e i segnali che evidenziano il ricorrere di certe situazioni o pattern. Questo vuol dire che, idealmente, se tutti conoscessimo la storia saremmo anche in grado di cogliere certi segnali ed evitare di ripercorrere certe strade e commettere gli stessi errori e abomini umani del passato.
Un paio di settimane fa mi sono rifiutata di avere una discussione con un soggetto di forma umanoide che affermava che l’insegnamento della storia dovrebbe essere tolto dalle scuole in quanto inutile. Questo soggetto sosteneva che sapere che in passato ci sia stato l’Olocausto non impedirà gli olocausti futuri e, quindi, quella conoscenza è inutile come d’altro canto lo è tutta la cultura generale. Mi sono rifiutata di parlare con tale soggetto non perché non avessi argomentazioni, ma perché avevo di meglio da fare (tira più un pelo di patafiocca che un carro di buoi) che spiegare a un omuncolo che per altro faceva il borioso le basi della vita. Gli ultimi fatti di cronaca, però, mi stanno letteralmente prendendo le mani e sbattendole sulla tastiera.
Premessa: sapere che c’è stato l’Olocausto non è conoscere la storia, è sapere che è avvenuto un fatto storico. Conoscere la storia vuol dire capire le cause, gli effetti e i segnali che evidenziano il ricorrere di certe situazioni o pattern. Questo vuol dire che, idealmente, se tutti conoscessimo la storia saremmo anche in grado di cogliere certi segnali ed evitare di ripercorrere certe strade e commettere gli stessi errori e abomini umani del passato.
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Le bugie sulla gestione degli arrivi
di Filippo Miraglia, su www.huffingtonpost.it (12/6/2018)

Ciò che colpisce del dibattito sulla gestione degli arrivi via mare in Italia e in Europa è la totale falsità dei presupposti sui quali esso si basa. Vediamone alcuni.
1. I numeri degli arrivi nell'Ue sono insostenibili
2. l'Italia è quella che fa di più, vittima di Unione Europea assente
3. Con una riforma del Regolamento di Dublino più equa noi accoglieremmo meno persone.
Non è assolutamente vero. Politici, giornalisti e commentatori farebbero bene a cominciare a usare argomenti più vicini alla realtà.
Nei prossimi giorni l'Unhcr pubblicherà il suo rapporto sui rifugiati nel mondo e, a meno di straordinari e imprevisti cambiamenti, si confermerà un dato noto a tutti e preoccupante: gli sfollati, i rifugiati e i profughi aumentano nel mondo, a causa di conflitti che spesso sono alimentati da interessi dei paesi più ricchi. Ma a farsi carico dei flussi conseguenti sono in prevalenza i paesi più poveri in prossimità delle aree di provenienza dei flussi. I paesi ricchi, occidentali e lontani da guerre, conflitti e disastri ambientali, accolgono percentuali ridicole di persone che necessitano di protezione: tra i primi 10 paesi d'accoglienza nel mondo c'è un solo paese europeo ed è la Germania.
All'interno dell'Ue, se si vuol fare un ragionamento serio sui numeri, è corretto prendere in considerazione un periodo lungo, ad esempio gli ultimi 10 anni.
Dal 2008 al 2017, l'Ue ha accolto circa 5 milioni di richiedenti asilo, pari all'1% della popolazione (quindi una media annuale dello 0,1%). Poiché l'Italia ha una popolazione pari al 12% di quella dell'Ue, in una divisione basata solo sulla quantità di popolazione, a noi ne sarebbero toccati 600mila, più di quelli che abbiamo accolto in 10 anni.
Meglio di noi, se si considerano i richiedenti asilo accolti in percentuale sulla popolazione (ma per i primi anche in valore assoluto), hanno fatto la Germania, la Francia, Malta, la Svezia e altri ancora.
Quindi l'Italia non è affatto vittima di una Unione Europea che non vuole assumersi alcuna responsabilità. Questa tesi serve solo a giustificare politiche di progressivo smantellamento dei diritti umani e del diritto di asilo. Per giustificare la chiusura di porti e frontiere e soprattutto per alimentare il razzismo, il rancore e l'odio contro migranti, richiedenti asilo e contro le organizzazioni sociali che promuovono i loro diritti. Razzismo e rancore su cui si basa gran parte del consenso della destra italiana ed europea.
Se una riforma del Regolamento Dublino è indispensabile, il criterio per rivendicarla in Europa non deve essere quello della convenienza che risponde a logiche di propaganda politica, che sembra prevalere oggi, ma quella della solidarietà.
Se non passa un principio di equa ripartizione nell'Ue è soprattutto a causa dell'atteggiamento dei governi amici della Lega, che sull'immigrazione hanno le stesse posizioni di Salvini volte a impedire che ci sia una politica europea di gestione dei flussi migratori e ad alimentare l'egoismo nazionalista Ue.
Il ruolo della vittima, inaugurato da Renzi e sviluppato con grande impegno dall'ex Ministro Minniti, poco si adatta alla realtà e ai numeri che con testardaggine raccontano una storia diversa dalla propaganda elettorale leghista e non solo.
La decisione di chiudere i porti, già avanzata da Minniti all'inizio della scorsa estate, ha giovato solo a Salvini, che l'ha subito applicata.
Siamo molto preoccupati. Che un esponente del governo tanto popolare soffi sul fuoco dell'odio contro gli stranieri non fa che confermare le nostre preoccupazioni.
"L'Italia deve ricoprire un ruolo determinante ai tavoli dei negoziati europei in merito alle politiche di asilo e di immigrazione", scrivono sul contratto di governo. È evidente che hanno già abdicato alla politica fatta nei luoghi e nei tempi predisposti per una politica fatta sulla pelle delle persone. Una politica fatta di spot, di tweet, di carne umana.
Oltre a denunciare quel che di falso e strumentale c'è nelle parole del Ministro Salvini, occorrerà mettere in campo un'opposizione sociale all'altezza della sfida. Le tante manifestazioni spontanee che si sono svolte tra ieri e oggi in tutta la penisola dimostrano che c'è una parte importante del paese che non è disposta a veder calpestato ogni senso di umanità. Partiamo da qui per costruire una vera alternativa alle politiche del governo più reazionario che l'Italia repubblicana abbia mai avuto: il prossimo 20 giugno, Giornata internazionale del rifugiato, può essere una grande occasione di mobilitazione nazionale.
Porti aperti e libertà di circolazione.
Ciò che colpisce del dibattito sulla gestione degli arrivi via mare in Italia e in Europa è la totale falsità dei presupposti sui quali esso si basa. Vediamone alcuni.
1. I numeri degli arrivi nell'Ue sono insostenibili.
2. l'Italia è quella che fa di più, vittima di Unione Europea assente.
3. Con una riforma del Regolamento di Dublino più equa noi accoglieremmo meno persone.
Non è assolutamente vero. Politici, giornalisti e commentatori farebbero bene a cominciare a usare argomenti più vicini alla realtà.
Nei prossimi giorni l'Unhcr pubblicherà il suo rapporto sui rifugiati nel mondo e, a meno di straordinari e imprevisti cambiamenti, si confermerà un dato noto a tutti e preoccupante: gli sfollati, i rifugiati e i profughi aumentano nel mondo, a causa di conflitti che spesso sono alimentati da interessi dei paesi più ricchi. Ma a farsi carico dei flussi conseguenti sono in prevalenza i paesi più poveri in prossimità delle aree di provenienza dei flussi. I paesi ricchi, occidentali e lontani da guerre, conflitti e disastri ambientali, accolgono percentuali ridicole di persone che necessitano di protezione: tra i primi 10 paesi d'accoglienza nel mondo c'è un solo paese europeo ed è la Germania.
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Sbagliate le affermazioni del ministro Fontana. Preludono a una stagione di campagne diffamatorie contro persone Lgbti e donne libere?
di Franco Grillini, su www.articolo21.org (4/6/2018)

Le affermazioni del neoministro leghista Lorenzo Fontana sulla non esistenza di altre famiglie, che non siano quelle tradizionali, sono del tutto sbagliate esattamente come il nome del suo dicastero che dovrebbe chiamarsi Ministero delle famiglie.
Fontana forse vive in un mondo a parte di qualche secolo fa. Sarebbe meglio che si svegliasse e si rendesse conto che esiste la modernità dove ognuno costruisce, spesso faticosamente, la propria vita familiare contribuendo così alla coesione sociale e al benessere collettivo. Ogni famiglia di qualsiasi tipo è un bene per la società.
Farebbe bene a studiare la sentenza cosiddetta “Oliari” (dal nome di uno dei ricorrenti) del 21 luglio 2015 con cui la Corte europea dei diritti umani ha condannato all’unanimità l’Italia per violazione dell’articolo 8 della Convenzione dei diritti dell’uomo. Quello, cioè, sul “diritto al rispetto della vita familiare e privata”. Stabilendo, inoltre, che lo Stato dovrà versare a ognuno dei ricorrenti 5mila euro per danni morali.
Il ministro sembra, in realtà, ignorare la pluralità di modelli familiari come desumibile da principi costituzionali e ribadita da numerose sentenze a partire da quelle della Cassazione. È di alcuni giorni fa il verdetto della Suprema Corte che non solo ha riconosciuto la validità del provvedimento francese a favore di Giuseppina La Delfa e Raphaëlle Hoedts in riferimento alla reciproca adozione dei rispettivi figli biologici ma ha anche respinto ogni pregiudizio di omogenitorialità.
La stessa legge 76/2016 (legge Cirinnà) fa riferimento in un passaggio alle coppie unitesi civilmente, anche in presenza di figli, come “famiglia”.
È pur vero che le affermazioni odierne di Fontana sull’inesistenza delle famiglie arcobaleno non sorprendono poi del tutto. Sono infatti note le dichiarazioni, da lui rilasciate nel 2016, sulla famiglia naturale sotto attacco da parte dei gay.
Verrebbe da chiedere al ministro a quale concetto di natura si riferisce nel parlare di “famiglia naturale”. Ad Aristotele? A Tommaso d’Aquino? A Giusto Lipsio? A Spinoza? A Kant? A Baumann? In realtà Fontana con le sue affermazioni paga lo scotto non solo a personali convinzioni passatiste ma anche a quei gruppi cattoreazionari, dal Family Day a CitizenGo, che hanno sostenuto elettoralmente il programma xenofobo, razzista e discriminatorio di un partito come la Lega.
Non esiste un solo modello familiare e, questo, non da oggi. Una riflessione sul concetto di familia in epoca romana e medievale nonché l’estensione dello stesso a entità diverse, come ad esempio quello di “famiglie religiose” con riferimento a frati e suore, lo potrebbe aiutare in tal senso.
Ciò detto, un ministero della Famiglia, per dirsi tale, dovrebbe dunque cercare in tutti i modi di allargare il concetto di vita familiare visto che viviamo in un mondo dove ci si sposa sempre di meno e dove i nuclei familiari sono sempre più ristretti. Che senso ha escludere e discriminare tutti coloro che non sono eterosessuali, che non sono sposati o che non hanno figli? Una follia, peraltro molto minoritaria nella società.
Le affermazioni di Fontana sembrano preludere a una stagione di campagna diffamatoria e di azioni umilianti nei confronti non solo delle persone Lgbti ma anche nei confronti delle donne libere (i riferimenti odierni al tema dell’aborto ne sono una riprova). Cosa, questa, possibilissima anche senza toccare i diritti fondamentali conquistati finora. È ben noto come tali posizioni politiche abbiano ricadute negative in termini di malessere e di atti omo-transfobici.
Non c’è peggiore politica di quella che calpesta la dignità dei suoi cittadini e cittadine.
Le affermazioni del neoministro leghista Lorenzo Fontana sulla non esistenza di altre famiglie, che non siano quelle tradizionali, sono del tutto sbagliate esattamente come il nome del suo dicastero che dovrebbe chiamarsi Ministero delle famiglie.
Fontana forse vive in un mondo a parte di qualche secolo fa. Sarebbe meglio che si svegliasse e si rendesse conto che esiste la modernità dove ognuno costruisce, spesso faticosamente, la propria vita familiare contribuendo così alla coesione sociale e al benessere collettivo. Ogni famiglia di qualsiasi tipo è un bene per la società.
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Sguardi oltre
Percorsi di Ascolto Attivo di sé e dell’Altro

locandinascandicci
 
Sui migranti parole scontate per tenere lontano i problemi reali
di Alessandra Ballerini, su www.cartadiroma.org (19/5/2018)

“Le parole fanno le cose”, dice Foucault. E a volte fanno anche le persone.
In tema di migrazioni quanti vocabili, spesso dispregiativi, vengono utilizzati, a volte senza una reale consapevolezza, per indicare intere categorie di individui!
Ad esempio, quando si parla degli arrivi dei profughi sulle nostre coste si adopera quasi sempre il termine “invasione”, anche se, come quest’anno, ci si riferisce a neppure 10 mila persone.
Chi arriva via mare, in fuga da violenze e mali indicibili, secondo il gergo comune, “sbarca” da “carrette del mare” sovraffollate di “disperati”.
A Lampedusa i miei amici mi hanno insegnato che le persone, a differenza degli eserciti, non sbarcano ma approdano. E lo fanno per lo più, non da “carrette”, ma, se tutto è andato bene, dagli scafi delle grandi navi (che qualcuno chiama “taxi del mare”) della guardia costiera o delle Ong ( almeno di quelle che ancora non sono state sequestrate da qualche magistrato che confonde il dovere di soccorso in mare con un reato).
E non sono “disperati” ma portatori di un’irriducibile speranza. Almeno i vivi.
Chi non ce la fa, chi approda privo di vita a causa delle atrocità e delle privazioni subite in Libia e nella traversata in mare, viene impietosamente liquidato, nei bollettini delle prefetture, come “elemento” o, peggio ancora, come P.M., profugo morto.
I vivi poi vengono smistati. Chi ha contratto la scabbia nei campi di prigionia libici, finisce rinchiuso nella zona predisposta per gli “scabbiati”, mentre la polizia tenta, secondo criteri a dir poco oscuri, di separare i potenziali richiedenti asilo dai “migranti economici”. Con questa ultima definizione si vorrebbero indicare, non già, come verrebbe da pensare, i migranti parsimoniosi, ma quelli che sono fuggiti dal proprio Paese, rischiando la vita in Libia e nel mare “solo” per fuggire da una povertà endemica ed estrema, vale a dire solo per poter vedere garantito il diritto inviolabile alla vita.
I migranti economici potrebbero essere espulsi, o meglio “respinti”, utilizzando un’altra delle parole care alla nostra violenta burocrazia. Respinti, cacciati via, rimandati nell’inferno dal quale erano faticosamente riusciti a scappare. Senza tante cerimonie: con i lacci ai polsi, ordini urlati, la scaletta di un aereo salita a forza, divise come compagni di un viaggio di non ritorno.
I più fortunati, quelli che riescono a chiedere protezione internazionale, sono, per l’appunto, “richiedenti”. Come fossero questuanti, mendicanti di un diritto che dovrebbe invece essere inviolabile e sacro.
Se la domanda di protezione viene rigettata, perchè la loro storia viene giudicata “inverosimile” (ma si tratta oggettivamente di storie, per l’appunto, “dell’altro mondo”), quelle stesse persone diventano, in virtù di un foglio di carta. “diniegati” o “rifiutati”. Ed è quasi grottesco che una sola lettera faccia la differenza tra l’inferno dell’essere “rifiutato” e il paradiso di essere riconosciuto”rifugiato”.
“Mi hanno rifiutato” ti dicono quando si prentano affranti ed increduli in studio chiedendoti aiuto per fare valere le proprie ragioni davanti ad un giudice che si spera più attento della commissione.
Non appena si inizia l’iter processuale si diventa “ricorrenti”. E dato che la maggior parte dei richiedenti asilo vede in prima istanza rifiutata la propria domanda, diventare ricorrenti è fatto, in effetti, piuttosto ricorrente.
Se la domanda viene rigettata in tutti i gradi di giudizio si è condannati ad diventare irregolari. Anzi, come molti amano dire con una parola che andrebbe abolita da qualsiasi dizionario, almeno se riferita ad esseri umani e non a corse di cavalli: “clandestini”.
Le parole fanno le cose. Impariamo a chiamare le persone “persone” indipendentemente dalla (cattiva) sorte che è toccata loro in dote. Perchè le parole che noi pronunciamo “fanno” anche noi.
“Le parole fanno le cose”, dice Foucault. E a volte fanno anche le persone.
In tema di migrazioni quanti vocabili, spesso dispregiativi, vengono utilizzati, a volte senza una reale consapevolezza, per indicare intere categorie di individui!
Ad esempio, quando si parla degli arrivi dei profughi sulle nostre coste si adopera quasi sempre il termine “invasione”, anche se, come quest’anno, ci si riferisce a neppure 10 mila persone.
Chi arriva via mare, in fuga da violenze e mali indicibili, secondo il gergo comune, “sbarca” da “carrette del mare” sovraffollate di “disperati”.
A Lampedusa i miei amici mi hanno insegnato che le persone, a differenza degli eserciti, non sbarcano ma approdano. E lo fanno per lo più, non da “carrette”, ma, se tutto è andato bene, dagli scafi delle grandi navi (che qualcuno chiama “taxi del mare”) della guardia costiera o delle Ong ( almeno di quelle che ancora non sono state sequestrate da qualche magistrato che confonde il dovere di soccorso in mare con un reato).
E non sono “disperati” ma portatori di un’irriducibile speranza. Almeno i vivi.
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17 maggio - Giornata internazionale contro l’omofobia
Con la risoluzione del Parlamento Europeo del 26 aprile 2007, l’Unione Europea ha
dichiarato il 17 maggio, la Giornata internazionale contro l’omofobia e contro ogni forma di atteggiamento pregiudiziale basata sull’orientamento sessuale. I principi a cui si ispira la giornata sono quelli costitutivi sia dell’Unione Europea sia della Costituzione italiana: il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali, l’uguaglianza fra tutti i cittadini e la non discriminazione.
La scuola è costantemente impegnata nel realizzare al suo interno una reale inclusione in grado di valorizzare le singole individualità ed ha il compito di educare le nuove generazioni alla cultura del rispetto. Nello svolgere tale prezioso lavoro, ogni giorno, le scuole educano al contrasto ad ogni forma di violenza e discriminazione, tra cui anche la discriminazione omofobica.
In vista di tale giornata le scuole di ogni ordine e grado, nell’ambito della propria autonomia didattica ed organizzativa, sono invitate ad effettuare un approfondimento dei temi legati alla lotta alle discriminazioni di cui all’articolo 3 della Costituzione Italiana. Le pari opportunità, infatti, rappresentano la totale mancanza di ostacoli alla partecipazione sociale, politica ed economica, di qualsiasi individuo per ragioni legate al genere, alla religione, all’orientamento sessuale, alle convinzioni personali, all’origine etnica, alla disabilità e all’età.
Con la risoluzione del Parlamento Europeo del 26 aprile 2007, l’Unione Europea hadichiarato il 17 maggio, la Giornata internazionale contro l’omofobia e contro ogni forma di atteggiamento pregiudiziale basata sull’orientamento sessuale. I principi a cui si ispira la giornata sono quelli costitutivi sia dell’Unione Europea sia della Costituzione italiana: il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali, l’uguaglianza fra tutti i cittadini e la non discriminazione.
La scuola è costantemente impegnata nel realizzare al suo interno una reale inclusione in grado di valorizzare le singole individualità ed ha il compito di educare le nuove generazioni alla cultura del rispetto. Nello svolgere tale prezioso lavoro, ogni giorno, le scuole educano al contrasto ad ogni forma di violenza e discriminazione, tra cui anche la discriminazione omofobica.
In vista di tale giornata le scuole di ogni ordine e grado, nell’ambito della propria autonomia didattica ed organizzativa, sono invitate ad effettuare un approfondimento dei temi legati alla lotta alle discriminazioni di cui all’articolo 3 della Costituzione Italiana. Le pari opportunità, infatti, rappresentano la totale mancanza di ostacoli alla partecipazione sociale, politica ed economica, di qualsiasi individuo per ragioni legate al genere, alla religione, all’orientamento sessuale, alle convinzioni personali, all’origine etnica, alla disabilità e all’età.
 
Storia dell’omosessualità all’Università di Torino, tre motivi per cui tutti vogliono studiarla
di Dario Accolla, su www.ilfattoquotidiano.it (25/4/2018)

È stato un successo contro ogni aspettativa, quello registrato all’Università di Torino all’avvio del corso di Storia dell’omosessualità, tenuto dalla professoressa Maya De Leo. Come lei stessa ha dichiarato a Repubblica.it, avevano previsto di tenere le lezioni in un’aula da 50 posti. È stato però necessario trovarne una molto più grande visto che le iscrizioni sono salite a più di 300. Un trionfo che ci deve far riflettere, su almeno tre piani.
1. Innanzi tutto, c’è una forte curiosità intorno ai temi Lgbt. Curiosità data, probabilmente, dalla necessità da parte dei soggetti – narrati troppo a lungo come subalterni o a umanità ridotta – di ritrovare le proprie radici culturali e, di conseguenza, una ragione di esistenza. Il racconto fatto per secoli sugli omosessuali maschi (in primis) e l’invisibilità imposta ad altre categorie (a cominciare dalle lesbiche) ha avuto l’effetto di stigmatizzare un intero gruppo di persone, ridotte di volta in volta a frutto del peccato, errore della natura o problema medico.
È stato un successo contro ogni aspettativa, quello registrato all’Università di Torino all’avvio del corso di Storia dell’omosessualità, tenuto dalla professoressa Maya De Leo. Come lei stessa ha dichiarato a Repubblica.it, avevano previsto di tenere le lezioni in un’aula da 50 posti. È stato però necessario trovarne una molto più grande visto che le iscrizioni sono salite a più di 300. Un trionfo che ci deve far riflettere, su almeno tre piani.
1. Innanzi tutto, c’è una forte curiosità intorno ai temi Lgbt. Curiosità data, probabilmente, dalla necessità da parte dei soggetti – narrati troppo a lungo come subalterni o a umanità ridotta – di ritrovare le proprie radici culturali e, di conseguenza, una ragione di esistenza. Il racconto fatto per secoli sugli omosessuali maschi (in primis) e l’invisibilità imposta ad altre categorie (a cominciare dalle lesbiche) ha avuto l’effetto di stigmatizzare un intero gruppo di persone, ridotte di volta in volta a frutto del peccato, errore della natura o problema medico.
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Scuola, la lezione frontale ha fatto la storia ma ora è tempo di dirle addio
di Alex Corlazzoli, su www.ilfattoquotidiano.it (14/4/2018)

Cara lezione frontale, addio. Sabato al teatro Carcano di Milano si celebrerà il funerale di un modo di insegnare che ha fatto la storia ma che è da archiviare. A dare l’ultimo saluto alla cattedra e al suo predellino, all’insegnante che ama stare davanti ai suoi studenti come se dovesse essere l’unico depositario della verità, saranno centinaia di docenti chiamati al commiato della lezione dal pedagogista Daniele Novara del Centro psicopedagogico per l’educazione e la prevenzione dei conflitti (Cpp) di Piacenza.
L’allievo di Danilo Dolci, degno ereditario della maieutica, finalmente metterà una pietra su un modello di insegnamento che dovrebbe essere destinato solo a far parte dei ricordi. “La scuola italiana – spiega Novara – ha un problema che si perde nella notte dei tempi. Questo problema non riguarda l’architettura tradizionale del sistema scolastico, i cosiddetti cicli d’istruzione, né la distribuzione delle materie nel curriculo. Non è l’abbandono scolastico o i voti numerici e neppure la formazione degli insegnanti e il sistema di valutazione. È in realtà un vizio di forma, legato alla storia della scuola in Italia, e a tutto quell’insieme di idee, convinzioni e credenze, quelli che si definiscono gli “elementi impliciti”, su come si trasmettono i contenuti dell’insegnamento. Il problema della scuola italiana nasce da un equivoco, profondamente radicato e pervasivo, che ha un nome preciso: lezione frontale”.
Sia chiaro: il problema non è dei più semplici. Abbiamo tutti presenti le classi dei nostri figli o nipoti: nella maggior parte c’è ancora la cattedra, la lavagna, i banchi separati uno a uno. Sembra che l’esperienza di Mario Lodi (che aveva messo da parte la cattedra) e di Maria Montessori (che stava in mezzo ai bambini come faceva anche Alberto Manzi), sia caduta nel vuoto.
Eppure il primo atto rivoluzionario di un insegnate oggi è proprio quello di cambiare il suo modo di fare lezione. “Oggi – spiega Novara – siamo passati dal manoscritto al tablet, ma il sistema resta sostanzialmente lo stesso: l’assunto che muove comunque ancora gran parte della didattica della scuola italiana è che per far imparare qualcosa a qualcuno, e quindi per insegnare, il metodo più scontato, lineare e apparentemente efficace sia quello di utilizzare il sistema della lettura di un testo associata a una spiegazione”.
Cara lezione frontale, addio. Oggi al teatro Carcano di Milano si celebrerà il funerale di un modo di insegnare che ha fatto la storia ma che è da archiviare. A dare l’ultimo saluto alla cattedra e al suo predellino, all’insegnante che ama stare davanti ai suoi studenti come se dovesse essere l’unico depositario della verità, saranno centinaia di docenti chiamati al commiato della lezione dal pedagogista Daniele Novara del Centro psicopedagogico per l’educazione e la prevenzione dei conflitti (Cpp) di Piacenza.
L’allievo di Danilo Dolci, degno ereditario della maieutica, finalmente metterà una pietra su un modello di insegnamento che dovrebbe essere destinato solo a far parte dei ricordi. “La scuola italiana – spiega Novara – ha un problema che si perde nella notte dei tempi. Questo problema non riguarda l’architettura tradizionale del sistema scolastico, i cosiddetti cicli d’istruzione, né la distribuzione delle materie nel curriculo. Non è l’abbandono scolastico o i voti numerici e neppure la formazione degli insegnanti e il sistema di valutazione. È in realtà un vizio di forma, legato alla storia della scuola in Italia, e a tutto quell’insieme di idee, convinzioni e credenze, quelli che si definiscono gli “elementi impliciti”, su come si trasmettono i contenuti dell’insegnamento. Il problema della scuola italiana nasce da un equivoco, profondamente radicato e pervasivo, che ha un nome preciso: lezione frontale”.
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Educare i figli significa accettare anche i loro insuccessi
di Vanna Iori, su www.huffingtonpost.it (12/4/2018)

La cronaca degli ultimi giorni racconta un aumento preoccupante del numero di aggressioni perpetrate dai genitori nei confronti dei docenti e, più in generale, del totale disprezzo verso ogni autorità educativa, siano insegnanti o allenatore di calcio di una squadra giovanile. Il loro ruolo non viene più riconosciuto e si tenta con ogni strumento di piegarli nel tentativo di assecondare la prestazione dei propri figli che hanno sempre ragione e che non possono essere messi in discussione.
Ci troviamo di fronte a una contrapposizione inedita ma sempre più diffusa, tra l'autorità educativa e l'autoritarismo genitoriale. Come se le regole fossero un ostacolo da superare e l'insegnante non fosse un alleato con cui collaborare in un rapporto di fiducia educativa.
Si trascura di riconoscere, dunque, due dei principi cardine su cui si dovrebbe fondare ogni sistema educativo: l'alleanza tra scuola e famiglia e l'accettazione da parte dei ragazzi del fatto che qualcuno indichi loro gli errori e, insieme, la capacità di superare gli impedimenti, riconoscendo i propri limiti.
I genitori che sostengono in modo arrogante e prevaricatore le ragioni dei propri figli, dimostrano di non essere capaci di accettare i loro fallimenti quasi fossero espressione della mancata capacità genitoriale. Una proiezione totale nei confronti dei ragazzi che devono vivere la loro vita senza che sia frapposto un ostacolo al normale scorrere degli eventi che è fatto di successi ma anche di fallimenti.
Sembra che l'obiettivo principale di questi genitori sia quello di assicurare ai ragazzi una vita di affermazioni positive e di vittorie senza sudore. E infatti i successi vengono premiati anche eccessivamente mentre le sconfitte diventano un incubo per i ragazzi: come si deve essere sentito il giovane calciatore che non ha potuto proseguire, insieme alla squadra, la partita a causa delle intemperanze del padre? Se mio figlio perde è colpa tua. Se mio figlio sbaglia tu non hai alcun diritto di rimproverarlo. Ma, soprattutto, non posso accettare in alcun modo una sua sconfitta e tu ne sei responsabile.
Fa bene Recalcati a definire questa aggressività un "oltraggio alla vita collettiva". Come altro potremmo definire il costante tentativo di mettere in discussione, dileggiare e mortificare l'autorità educativa, quella che -proprio insieme alla famiglia- dovrebbe sostenere e guidare il percorso di crescita dei ragazzi, facendoli diventare cittadini responsabili e consapevoli dei diritti e dei doveri a cui si ispira, o si dovrebbe ispirare, ogni relazione educativa?
La cultura, la capacità di giudizio, l'autonomia di pensiero dei giovani che escono da scuola sono i fattori che determinano la qualità della nostra democrazia e la vitalità della società in cui viviamo. Se i genitori si sottraggono al loro compito che è quello di contribuire a sostenere questo percorso viene meno un ruolo fondamentale.
Oggi la sfida è quella di ricondurre le famiglie dentro il patto e ricostruire la fiducia nelle agenzie educative perché se non contribuiamo a restituire autorevolezza alle figure di riferimento non genitoriali svuotiamo i processi educativi della loro forza.
Se le famiglie assenti o disgregate decidono di superare mancanze, frustrazioni o sensi di colpa sostenendo i ragazzi nel tentativo (comprensibile a quell'età) di costante di delegittimazione delle autorità fanno un danno che pagherà un'intera generazione. Alterare la differenza tra generazioni distrugge il patto educativo e incrina i valori su cui si fonda la collettività.
Si possono educare i figli in tanti modi differenti ma una cosa li deve accomunare tutti: comprendere e tollerare i propri limiti non è un segno di debolezza ma è un atto etico e di onestà da cui non si può prescindere.
Riconoscere i propri errori e accettare le conseguenze è uno strumento con cui si diventa cittadini. Ed è una competenza che deve durare tutta la vita. Questo è il punto da cui parte necessariamente ogni avventura educativa. Si impara da ragazzi e si insegna da genitori.
La cronaca degli ultimi giorni racconta un aumento preoccupante del numero di aggressioni perpetrate dai genitori nei confronti dei docenti e, più in generale, del totale disprezzo verso ogni autorità educativa, siano insegnanti o allenatore di calcio di una squadra giovanile. Il loro ruolo non viene più riconosciuto e si tenta con ogni strumento di piegarli nel tentativo di assecondare la prestazione dei propri figli che hanno sempre ragione e che non possono essere messi in discussione.
Ci troviamo di fronte a una contrapposizione inedita ma sempre più diffusa, tra l'autorità educativa e l'autoritarismo genitoriale. Come se le regole fossero un ostacolo da superare e l'insegnante non fosse un alleato con cui collaborare in un rapporto di fiducia educativa.
Si trascura di riconoscere, dunque, due dei principi cardine su cui si dovrebbe fondare ogni sistema educativo: l'alleanza tra scuola e famiglia e l'accettazione da parte dei ragazzi del fatto che qualcuno indichi loro gli errori e, insieme, la capacità di superare gli impedimenti, riconoscendo i propri limiti.
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Alimentazione e televisione: le correlazioni
di Vincenzo Amendolagine, su www.educare.it (10/4/2018)

Vedere la televisione è una delle attività più diffuse fra la popolazione. Si guarda la televisione nel tempo libero, ma anche durante i pasti. Frequentemente molte persone hanno l'abitudine, quando guardano la televisione nel tempo libero, di accompagnare la visione di film o di altri programmi con il consumo di snack, quali patatine, tarallini, stuzzichini vari, ovvero cibi ricchi di grassi e di zuccheri. Questa pratica si rivela deleteria, in quanto ha delle ripercussioni importanti sul peso dell'individuo. Infatti, nei paesi occidentali si assiste ad un incremento del sovrappeso e dell'obesità e alla base di questo fenomeno c'è lo stile di vita sedentario, che accomuna gran parte degli individui. La visione della televisione determina un ampliamento del tempo trascorso in completa inattività.
Una consuetudine molto diffusa è quella di accompagnare i pasti principali con l'assistere ai programmi televisivi. Diverse ricerche hanno dimostrato che il consumare il pasto, mentre si guarda la televisione, determina un incremento dei cibi introdotti e questo è particolarmente vero quando si mangia da soli. Inoltre, il seguire la televisione ipoteca negativamente anche il pasto successivo, ovvero se si è vista la televisione durante il pranzo, si mangia di più anche a cena.
Da questo punto di vista, le donne sono più a rischio degli uomini nel prendere peso da queste abitudini nocive. Ricerche fin qui condotte hanno evidenziato che le donne, che guardano la televisione per più tempo, hanno un rischio maggiore di sviluppare il pannicolo adiposo addominale rispetto agli uomini. A parità di tempo trascorso a vedere la televisione, le donne vanno incontro più degli uomini ad ipertensione e sindrome metabolica.
Una ricerca angloaustraliana (Università del Sussex di Brighton, Università Macquarie di Sidney e Università Griffith di Gold Coast) ha indagato le correlazioni esistenti fra visione della televisione e incremento del peso in 153 adulti (95 donne e 58 uomini). Lo studio ha stabilito che le donne tendono a mangiare più degli uomini snack quando guardano la televisione e questa è una routine diffusa fra le persone che sono abituate a fare frequenti spuntini fuori pasto.
Vedere la televisione è una delle attività più diffuse fra la popolazione. Si guarda la televisione nel tempo libero, ma anche durante i pasti. Frequentemente molte persone hanno l'abitudine, quando guardano la televisione nel tempo libero, di accompagnare la visione di film o di altri programmi con il consumo di snack, quali patatine, tarallini, stuzzichini vari, ovvero cibi ricchi di grassi e di zuccheri. Questa pratica si rivela deleteria, in quanto ha delle ripercussioni importanti sul peso dell'individuo. Infatti, nei paesi occidentali si assiste ad un incremento del sovrappeso e dell'obesità e alla base di questo fenomeno c'è lo stile di vita sedentario, che accomuna gran parte degli individui. La visione della televisione determina un ampliamento del tempo trascorso in completa inattività.
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Un’ora di educazione sentimentale contro violenza, bullismo, omofobia
di Giovanna Pezzuoli, su http://27esimaora.corriere.it

«Perché se una bambina picchia è un “maschiaccio”? E se un bambino piange è una “femminuccia”? Perché le ragazze possono camminare mano nella mano e i ragazzi no? Perché si studia Gabriele D’Annunzio e non Sibilla Aleramo? Perché se mamma non lavora è normale ma se non lavora papà è una vergogna? Sono solo alcuni dei perché a cui cerca di rispondere la proposta di legge sull’introduzione dell’“educazione sentimentale” nelle scuole di cui sono prima firmataria», spiega Celeste Costantino, 34 anni, deputata per Sinistra ecologia e libertà. In tutt’Italia ormai esistono progetti scolastici autonomi di formazione che forniscono a ragazzi e ragazze gli strumenti necessari per sradicare pregiudizi e svelare stereotipi maschili e femminili. E’ arrivato il momento di trasformarli in un virtuoso modello nazionale, attuando così un diritto scritto nella Convenzione di Istanbul, approvata all’umanità dal Parlamento, e colmando il ritardo dell’Italia rispetto all’Europa. E da oggi, sui social network, compare uno spot (diretto da Gustav Hofer e Luca Ragazzi)  con l’invito a firmare affinché la proposta di legge fortemente voluta da Celeste Costantino e Titti Di Salvo venga discussa al più presto alla Camera.
Troppo lungo e doloroso è l’elenco delle ragazze e dei ragazzi suicidi perché insultati, derisi, tormentati, emarginati per la loro diversità, il loro aspetto fisico, la presunta omosessualità. L’ultima, proprio ieri, a Venaria (Torino) una ragazzina di 14 anni che si è gettata dal balcone. Pare che fosse perseguitata dai cyberbulli di Ask.fm, temeva di essere brutta. Sempre nella rete aveva trovato i suoi aguzzini Nadia, la 14enne di Fontaniva, nel Padovano, insultata ferocemente dopo essere stata lasciata dal fidanzatino. E prima di lei Carolina di Novara, umiliata dai suoi coetanei,  si era lanciata dal balcone.  E poi i ragazzi:  solo a Roma, negli ultimi anni, quattro casi drammatici di studenti suicidi per colpa dell’omofobia dilagante.
«Perché se una bambina picchia è un “maschiaccio”? E se un bambino piange è una “femminuccia”? Perché le ragazze possono camminare mano nella mano e i ragazzi no? Perché si studia Gabriele D’Annunzio e non Sibilla Aleramo? Perché se mamma non lavora è normale ma se non lavora papà è una vergogna? Sono solo alcuni dei perché a cui cerca di rispondere la proposta di legge sull’introduzione dell’“educazione sentimentale” nelle scuole di cui sono prima firmataria», spiega Celeste Costantino, 34 anni, deputata per Sinistra ecologia e libertà. In tutt’Italia ormai esistono progetti scolastici autonomi di formazione che forniscono a ragazzi e ragazze gli strumenti necessari per sradicare pregiudizi e svelare stereotipi maschili e femminili. E’ arrivato il momento di trasformarli in un virtuoso modello nazionale, attuando così un diritto scritto nella Convenzione di Istanbul, approvata all’umanità dal Parlamento, e colmando il ritardo dell’Italia rispetto all’Europa. E da oggi, sui social network, compare uno spot (diretto da Gustav Hofer e Luca Ragazzi)  con l’invito a firmare affinché la proposta di legge fortemente voluta da Celeste Costantino e Titti Di Salvo venga discussa al più presto alla Camera.
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Festa del papà arcobaleno, a Roma la filastrocca per tutti i bambini. Anche quelli con due mamme
di Eugenia Romanelli, su www.ilfattoquotidiano.it (17/3/2018)

La dirigente di un plesso scolastico di piuttosto noto a Roma, solido baluardo delle tradizioni di una certa destra cattolica, per la Festa del Papà del 19 marzo mi ha chiesto di scrivere una nuova filastrocca da fare imparare ai bambini della materna in sostituzione delle vecchie, cantilene ormai vetuste e poco aderenti alle nuove famiglie reali che compongono le nostre società e che ne costituiscono il tessuto più vivo e vivace. Ho assunto l’incarico con convinzione, certa di contribuire a versare la mia goccia nel mare dell’evoluzione, perché da tanti anni ormai penso che siano l’arte e la cultura da una parte, e l’infanzia e la scuola dall’altra, i veri traini per traghettare la nostra vecchia povera Italia verso il suo futuro. Un futuro fatto di accoglienza e umanità, di leggi giuste e inclusive, di persone aperte al confronto e al dialogo, pronte a proteggere il passato e l’identità ma anche a fare spazio al nuovo.
Così, mentre molti italiani danno credito all’omofobia di Matteo Salvini, di Silvio Berlusconi, di Giorgia Meloni, che hanno basato parte della loro recente campagna elettorale sull’abolizione dei tiepidi diritti appena conquistati dalle coppie omosessuali, incuranti di un’Europa che, proprio un anno fa, raccomandava all’Italia di portare a compimento le norme sulle unioni civili regolamentando la stepchild adoption, altri, più illuminati, si rimboccano le maniche e danno vita a una innovazione sociale dal basso.
In questi giorni, è con orgoglio che sto monitorando le reazioni dei bambini alla mia filastrocca, mentre le maestre, in prima linea sull’iniziativa insieme alla dirigente, con altrettanto orgoglio insegnano alla loro classe che cosa sia l’inclusione, il valore delle differenze, l’accoglienza. In realtà le due educatrici stanno facendo moto di più: stanno seminando in 23 bambini di 4 anni quello che diventerà un frutto molto importante, ossia la capacità di convivere con realtà multilivello. Come infatti scrivevo a proposito di Librì Progetti educativi, casa editrice, come anche Lo Stampatello, impegnata nel creare una cultura, presso i bambini, che racconti la nuova contemporaneità, la ristrutturazione e lo sviluppo del nostro Paese passa dall’educazione dei figli di oggi, che saranno la classe dirigente e i leader di domani.
La dirigente di un plesso scolastico di piuttosto noto a Roma, solido baluardo delle tradizioni di una certa destra cattolica, per la Festa del Papà del 19 marzo mi ha chiesto di scrivere una nuova filastrocca da fare imparare ai bambini della materna in sostituzione delle vecchie, cantilene ormai vetuste e poco aderenti alle nuove famiglie reali che compongono le nostre società e che ne costituiscono il tessuto più vivo e vivace. Ho assunto l’incarico con convinzione, certa di contribuire a versare la mia goccia nel mare dell’evoluzione, perché da tanti anni ormai penso che siano l’arte e la cultura da una parte, e l’infanzia e la scuola dall’altra, i veri traini per traghettare la nostra vecchia povera Italia verso il suo futuro. Un futuro fatto di accoglienza e umanità, di leggi giuste e inclusive, di persone aperte al confronto e al dialogo, pronte a proteggere il passato e l’identità ma anche a fare spazio al nuovo.
Così, mentre molti italiani danno credito all’omofobia di Matteo Salvini, di Silvio Berlusconi, di Giorgia Meloni, che hanno basato parte della loro recente campagna elettorale sull’abolizione dei tiepidi diritti appena conquistati dalle coppie omosessuali, incuranti di un’Europa che, proprio un anno fa, raccomandava all’Italia di portare a compimento le norme sulle unioni civili regolamentando la stepchild adoption, altri, più illuminati, si rimboccano le maniche e danno vita a una innovazione sociale dal basso.
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Le madri dei figli maschi hanno una responsabilità in più
di Erica Vecchione, su www.ilfattoquotidiano.it (16/3/2018)

Crescere un figlio è un’esperienza totalizzante, alle volte asfissiante, che ti pone in una posizione relativa col mondo. Non è più solamente delle tue azioni e dei tuoi bisogni autoreferenziali a cui devi rispondere, ma di quelle dei tuoi figli.
I tuoi figli non sono unicamente un fatto privato all’interno del tuo album dei ricordi, ma le fondamenta della società civile di domani. Quella stessa società che potrebbe entrare in prima pagina come fatto di cronaca, nel bene e nel male.
Crescere una figlia femmina comporta meno responsabilità etiche che non crescere un maschio. Non è una questione di genere di per sé, piuttosto una questione di potere delle forze in campo.
In questi mesi si è parlato molto, moltissimo, del movimento #metoo, della rivincita delle donne, di una nuova fase di consapevolezza rispetto alle molestie e alla violenza, ancora orribilmente diffuse in tutto il mondo.
Se la coscienza di sé è un requisito indispensabile per rivendicare i propri diritti e far crescere la propria autostima, non credo ci possa essere una vera rivoluzione culturale tra i sessi senza la partecipazione massiccia e diffusa degli uomini.
Non ci potrà mai essere parità a livello sociale, lavorativo e intellettuale senza il contributo in prima fila degli uomini. Per scrivere un altro capitolo davvero, bisogna stare a fianco degli uomini. Non davanti e nemmeno indietro, ma appaiati sulla stessa linea di partenza.
Quando cresci una figlia femmina, oltre a farle coltivare la propria identità, devi instradarla nel riconoscere i cattivi maestri, il malamore e a difendersi da essi. La poni in una posizione di difesa davanti a un pericolo conclamato, non creato da lei.
Quando cresci un maschio, educhi l’uomo adulto in divenire, e puoi porre delle basi concrete sul modo in cui concepirà le relazioni con le donne. Se cresci un maschio hai la possibilità di limitare (senza gongolarci, è ovvio, nell’illusione di onnipotenza) la proliferazione di un essere mostruoso per il quale, la vita di una donna, ha un valore inferiore a quelli della sua specie.
Fin da bambini, a molti maschi, vengono concessi privilegi e attenuanti perché maschi. L’aggressività, le smargiassate, l’insofferenza alle regole, il poter fare il bello e il cattivo tempo (in casa e fuori) vengono loro perdonati perché all’interno di un’indole percepita naturale.
Crescere un figlio è un’esperienza totalizzante, alle volte asfissiante, che ti pone in una posizione relativa col mondo. Non è più solamente delle tue azioni e dei tuoi bisogni autoreferenziali a cui devi rispondere, ma di quelle dei tuoi figli. I tuoi figli non sono unicamente un fatto privato all’interno del tuo album dei ricordi, ma le fondamenta della società civile di domani. Quella stessa società che potrebbe entrare in prima pagina come fatto di cronaca, nel bene e nel male.
Crescere una figlia femmina comporta meno responsabilità etiche che non crescere un maschio. Non è una questione di genere di per sé, piuttosto una questione di potere delle forze in campo.
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