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NON E' RIFORMA. COMUNQUE …
di Antonio Valentino, in scuolaoggi.org (11/03/2010)
Nella Prima Parte di considerazioni sui nuovi Regolamenti delle Superiori di qualche giorno fa, dopo aver evidenziato luci (poche) e ombre (molte) dell’operazione “Riordino” e il suo “peccato originale”, esprimevo la convinzione che c’è comunque un ruolo propositivo da giocare da parte di quanti ritengono fondamentale in questo momento il rilancio di una scuola pubblica di qualità. Ma preliminarmente va fatta chiarezza sulla portata dei processi che si stanno avviando e contrastare il tentativo del Ministro, e dei mass media che la sua maggioranza controlla, di far passare i nuovi Regolamenti come la “Riforma” del secondo ciclo.
1. E’ possibile chiamarla "riforma"?
Con le parole si può anche giocare, ma, se si utilizzano in modo improprio, generano confusione e non aiutano a capire cosa sta succedendo. Orbene, il nuovo quadro ordinamentale, che pure presenta, come già detto, elementi positivi, di fatto, però
- lascia inalterato l’impianto organizzativo (la scuola ancora organizzata per classi di età e per materie di studio. Le stesse per tutti gli studenti, a prescindere dalle inclinazioni e dai livelli raggiunti in precedenza);
- conferma la conclusione degli studi superiori ancora a 19 anni (a 18 anni nella maggior parte dei Paesi europei);
- frammenta il ciclo della formazione superiore nientemeno che in 5 opzioni (in Lombardia, perché siamo più belli, 6, considerando i corsi triennali presso gli Istituti Statali): Licei / Istruzione Tecnica / Istruzione Professionale + Istruzione e Formazione Professionale + Apprendistato;
- lascia indeterminata e sostanzialmente opaca l’identità dell’Istruzione Professionale, non chiarendo il rapporto con l’Istruzione Tecnica, da una parte, e con i corsi regionali di Istruzione e formazione (e votandola così all’estinzione), dall’altra;
- presenta un anno terminale che non è carne né pesce;
- mantiene la ripartizione rigida tra Licei, Istituti Tecnici e Istituti Professionali e il loro ordine gerarchico;
- non riconosce spazi per le attività opzionali (cose diverse dalle opzioni previste dai Regolamenti e dagli insegnamenti facoltativi), che, più di tante altre scelte, permettono di sviluppare motivazione, di coltivare attitudini e promuovere eccellenze;
- non si preoccupa di prevedere strumenti normativi ad hoc, per la individualizzazione dell’offerta formativa e più in generale del servizio, attraverso forme e tempi diversi dell’organizzazione scolastica e del tempo scuola;
- non lascia intravedere un’idea diversa di scuola, capace sia di fronteggiare la vera e propria emergenza formativa (non educativa) di questi anni, sia di ripensare la formazione nell’era della rivoluzione digitale, soprattutto in termini di competenze chiave di cittadinanza
(Non c’è bisogno di ricorrere alle rilevazioni internazionali per conoscere i livelli di formazione e preparazione dei nostri studenti - della stragrande maggioranza di essi -, e non solo dei Tecnici e dei Professionali. E’ il quadro generale che è disastroso);
- non prevede uscite laterali nei percorsi quinquennali, neanche nell’Istruzione Tecnica e Professionale (siamo i soli in Europa);
- fa fare un passo in avanti e due indietro ad un modello di governance che sia a un tempo articolato e aperto, rispettoso delle prerogative dei vari soggetti in campo e in grado di superare l’impianto ancora sostanzialmente burocratico e piramidale del sistema scuola.
2. Dal Riordino alla Riforma. Un percorso da costruire.
Ciò detto, si tratta però di capire come ci si colloca nei processi in atto. Se accettare passivamente che prevalga la logica dei cambiamenti che cambiano poco o niente o cercare spazi per qualificare questa nostra scuola (alla scuola privata ci pensa il governo con interventi sostanziosi che ormai hanno carattere di continuità), a partire dai nostri Istituti.
Da più parti si svolgono ragionamenti che mirano a creare le condizioni per passare da questo Riordino ad una reale Riforma. Riforma che soprattutto nelle scuole (associate), nell’associazionismo professionale, nella collaborazione di amministratori locali (e non solo) attenti e disponibili, nelle organizzazioni sindacali soprattutto a vocazione confederale, nelle associazioni imprenditoriali ecc., può trovare l’interesse e le competenze giuste.
Possibili terreni di impegno comune potrebbero essere:
- Rendere operativo il Regolamento per il nuovo obbligo di Istruzione (D.M. 139/2007) e dargli centralità nell’organizzazione didattica e disciplinare del primo biennio. E con esso la centralità degli assi culturali e i risultati di apprendimento in termini di competenze chiave di cittadinanza
- Prendere sul serio i richiami alle Raccomandazioni del Parlamento europeo relative sia al EQF (Quadro delle Qualifiche, 2008) che alle Competenze Chiave per l’apprendimento permanente (2006)
- Rivendicare spazi di formazione qualificata, da collocare dentro misure premianti / convenienti, volti soprattutto a ridare valore e dignità al lavoro docente e senso e funzionalità agli apprendimenti (essenziali, mirati, “chiave”) degli studenti
- Realizzare aggiustamenti mirati dei quadri orario valorizzando la quota dell’autonomia (il 20% dell’orario complessivo), per recuperare l’identità positiva degli istituti.
3. Creare le condizioni
Continuo a pensare che il sindacato possa e debba giocare un ruolo importante in questa partita, se vuole recuperare credibilità nel paese e tra i lavoratori: quello di “lavorare alle condizioni” per veri processi di riforma.
In un ipotetico elenco di azioni e terreni di elaborazione e rivendicazione, riferiti ai processi in atto, indicherei prioritariamente i seguenti:
- Verificare, sulla base di una preliminare analisi dei dati a disposizione, l’entità e le caratteristiche dei docenti in esubero per i tagli e rivendicare forme di organico funzionale (soprattutto con riferimento agli ITP). Nei 3 Regolamenti ci sono “aperture” laddove si dice che “nell’ambito delle dotazioni organiche definite annualmente è previsto un contingente di organico da assegnare alle singole scuole e/o disponibile attraverso accordi di rete…”. L’obiettivo esplicitato è quello di concorrere, assieme all’utilizzo della quota dell’autonomia, a “potenziare gli insegnamenti obbligatori, con particolare riferimento alle attività di laboratorio” e ad “attivare ulteriori insegnamenti”. Si vincola tuttavia l’attribuzione di tale contingente agli obiettivi finanziari della L. 133 (art. 64) e alla “preventiva verifica” del MIUR e del MEF. Il messaggio implicito sembra dunque essere: “Non fatevi illusioni”.
Dobbiamo allora verificare fino in fondo che quanto affermato nei Regolamenti non sia uno specchietto per le allodole e richiedere non solo che tale contingente venga definito “a prescindere” (e ciò alla scopo di dare alle scuole certezze precisando le risorse su cui si può contare), ma che sia adeguatamente funzionale ai bisogni motivati espressi dalle scuole.
- Puntare a negoziare gli organici sul triennio, spalmando i tagli in modo più equilibrato, per evitare il massacro del prossimo anno e favorire un approccio meno convulso alle novità previste.
- Rivendicare che da subito, in proporzione delle risorse sottratte, ci sia un reinvestimento delle stesse, senza aspettare le calende greche, nel mondo della scuola
a. per una ristrutturazione delle carriere e per riconoscimenti significativi dell’’impegno e della qualità professionale (dove è finita la “premialità” della Gelmini?), con modalità trasparenti e sensate (senza eccessiva paura di sbagliare),
b. per interventi adeguati sull’edilizia scolastica.
Sono richieste impossibili? E’ difficile costruire su queste – o altre analoghe per concretezza e buon senso – alleanze e azioni che vadano oltre la mera resistenza, che non penso ci faccia andare molto lontano?
4. E Confindustria?
Ancora una annotazione. Confindustria si è molto impegnata per la riforma dell’Istruzione Tecnica. E in effetti il Regolamento di questa area di istruzione è quello meglio pensato. Ma può far finta di non vedere i rischi di un’operazione che parte, soprattutto per questo settore, col piede sbagliato? Soprattutto per scelte come la riduzione delle ore sulle prime quattro classi (con i contraccolpi che ne seguiranno sul clima interno degli istituti e sul livello di motivazione del personale); la diminuzione per oltre il 30% delle ore di copresenze nel biennio; la mancanza di misure e strumenti per realizzare strategie didattiche laboratori ali di una qualche efficacia. Ma non solo.
Ci piacerebbe che la Confindustria smettesse i panni, che ha preferito indossare al riguardo, del cantor di peana, teso ad esaltare le magnifiche sorti e progressive di una riforma che non c’è. E non si chiamasse fuori rispetto alle garanzie da richiedere per contrastare quanto è di impedimento ad una partenza giusta delle scelte più sensate del nuovo ordinamento. E per dare gambe da subito ai miglioramenti necessari e possibili.
Il fattore tempo, in questa circostanza, non va sottovalutato, se non si vuol perdere definitivamente il treno. |