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Storia dell’omosessualità all’Università di Torino, tre motivi per cui tutti vogliono studiarla
di Dario Accolla, su www.ilfattoquotidiano.it (25/4/2018)

È stato un successo contro ogni aspettativa, quello registrato all’Università di Torino all’avvio del corso di Storia dell’omosessualità, tenuto dalla professoressa Maya De Leo. Come lei stessa ha dichiarato a Repubblica.it, avevano previsto di tenere le lezioni in un’aula da 50 posti. È stato però necessario trovarne una molto più grande visto che le iscrizioni sono salite a più di 300. Un trionfo che ci deve far riflettere, su almeno tre piani.
1. Innanzi tutto, c’è una forte curiosità intorno ai temi Lgbt. Curiosità data, probabilmente, dalla necessità da parte dei soggetti – narrati troppo a lungo come subalterni o a umanità ridotta – di ritrovare le proprie radici culturali e, di conseguenza, una ragione di esistenza. Il racconto fatto per secoli sugli omosessuali maschi (in primis) e l’invisibilità imposta ad altre categorie (a cominciare dalle lesbiche) ha avuto l’effetto di stigmatizzare un intero gruppo di persone, ridotte di volta in volta a frutto del peccato, errore della natura o problema medico.
È stato un successo contro ogni aspettativa, quello registrato all’Università di Torino all’avvio del corso di Storia dell’omosessualità, tenuto dalla professoressa Maya De Leo. Come lei stessa ha dichiarato a Repubblica.it, avevano previsto di tenere le lezioni in un’aula da 50 posti. È stato però necessario trovarne una molto più grande visto che le iscrizioni sono salite a più di 300. Un trionfo che ci deve far riflettere, su almeno tre piani.
1. Innanzi tutto, c’è una forte curiosità intorno ai temi Lgbt. Curiosità data, probabilmente, dalla necessità da parte dei soggetti – narrati troppo a lungo come subalterni o a umanità ridotta – di ritrovare le proprie radici culturali e, di conseguenza, una ragione di esistenza. Il racconto fatto per secoli sugli omosessuali maschi (in primis) e l’invisibilità imposta ad altre categorie (a cominciare dalle lesbiche) ha avuto l’effetto di stigmatizzare un intero gruppo di persone, ridotte di volta in volta a frutto del peccato, errore della natura o problema medico.

Poter tracciare un percorso in cui non solo si descrive il fenomeno – l’essere, cioè, non eterosessuali – ma lo si storicizza pure, significa prendere coscienza della propria identità, definirne i contorni, elaborare strategie argomentative contro chi ci vuole, ancora, come scarto sociale o come bug di sistema. Significa capire che la cosiddetta “normalità”, troppo spesso confusa con la natura, impone un unico modo di rappresentarci che va contro il concetto stesso di felicità. Vuol dire, insomma, opporre al mito di Sodoma e Gomorra una ricostruzione scientifica che individua le ragioni e, quindi, il senso di intere vite.
2. Ma non solo. Se da una parte Torino risponde ad un’evidente domanda di cultura e si fa apripista in un panorama come quello italiano in cui c’è una certa povertà su questi temi – basta vedere la leggenda metropolitana del “gender”, che ha una certa presa anche tra le classi sociali più istruite – dall’altra interroga gli stessi membri della gay community italiana su cosa vuole essere e verso quali orizzonti, politici e culturali, vuole avviarsi. Ed è questo il secondo aspetto fondamentale, su cui vale la pena soffermarsi.
Primariamente, sul fronte dell’identità: apparteniamo a una società culturalmente pigra, che va avanti per etichette e stereotipi. Parte della comunità Lgbt presenta la stessa apatia (si è uguali nel bene e nel male, d’altronde) e molto spesso si fanno proprie certe categorie. Un esempio per tutti: il gay effeminato è oggi oggetto di discriminazione anche tra molti omosessuali maschi. Il corso di De Leo, nel momento in cui ci fa capire che ruoli e aspettative di genere sono il prodotto di una certa subcultura (maschilista e patriarcale, per dirla tutta), scardina le ragioni stesse della loro egemonia culturale.
Sul fronte politico, quindi: nella Germania pre-hitleriana, si apprende, si era costruita una forma embrionale di comunità Lgbt. Questa fu poi spazzata via dalla follia nazista. Quando in quel paese è tornata la democrazia, non si è ripartiti dal punto in cui si era arrivati, ma si è dovuto fare un percorso ancora più ampio: negli anni quaranta non si è prodotta solo una tragica interruzione, ma anche una profonda regressione. Tutto questo ci induce a considerare profondamente la qualità delle nostre lotte e ci aiuta a capire che ogni diritto ottenuto non è mai dato per scontato. Ci fa capire, insomma, che dobbiamo essere sempre vigili se non vogliamo tornare indietro.
3. Il terzo aspetto da tenere sott’occhio è, come si è già accennato, il ritardo culturale in cui versa il nostro sistema accademico. Problema forse causato da un certo nepotismo e, forse, anche dall’impreparazione di chi occupa le cattedre universitarie. Il fatto stesso che faccia notizia ciò che nei paesi più avanzati nel nostro è realtà da molto più tempo – dal Canada al Regno Unito, per toccare le due sponde dell’Atlantico – è indice dell’arretratezza di un sistema che non vede le sessualità non normative nella loro giusta luce: un modo d’essere che può (e deve) produrre sapere. Torino ha il merito di aver fatto un passo significativo in tal senso. Si spera che sia l’inizio di un lungo cammino che coinvolga sempre più realtà. 
 
 

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