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Spesso gli altri siamo noi
di Ilvo Diamanti, su Rapporto di Carta di Roma 2017 (1/3/2018)

Le migrazioni raggiungono e attraversano il nostro Paese ormai da anni. E da molti anni abbiamo
conosciuto gli immigrati. Come persone ma, soprattutto, come presenze sempre più evidenti. Eppure
non ancora definite. Individuate. La tendenza, la tentazione, è di dare loro un’identità riflessa.
Che rispecchia le nostre ansie, i nostri timori. Talora, spesso, le nostre paure. Gli immigrati,
per noi, sono, restano, prevalentemente “gli altri”. Ai quali è difficile dare un volto. Perché gli altri
non hanno volto. Gli “altri” sono “altri da noi”. La nostra ombra. Perché assorbono i nostri ri-sentimenti.
Danno loro visibilità e ci permettono, così, di affrontare le nostre ansie. Le nostre paure.
Così, quando escono dall’anonimato, quando li conosciamo, quando diamo loro un nome, un’identità,
allora smettono di alimentare ri-sentimenti. Allora li ri-conosciamo. E diventano interlocutori,
colleghi. Per i nostri figli e per i più giovani: amici, compagni di scuola e del tempo libero. Il
problema, semmai, è che c’è una distanza molto ampia fra l’esperienza e la rappresentazione.
Soprattutto, mediale. Perché la rappresentazione dei media riflette e ripropone i sentimenti che
generano emozione. Che suscitano attenzione. E, quindi, fanno ascolti. Fanno vendere copie.
Alimentano l’audience. Per questo, la paura e il risentimento trovano tanto spazio, sui media.
Soprattutto in tempi di divisione e di competizione – politica ed elettorale. In tempi di campagna
elettorale, come questi. Perché amplificano i risentimenti. Scavano e riproducono solchi profondi
nella società. Dunque, dividono. Alzano muri. E noi, in questi tempi confusi e rabbiosi, abbiamo
bisogno di muri e divisioni, per sapere da che parte stare. Di conseguenza, per sapere dove siamo.
Perché le paure e le divisioni dis-orientano. Mentre i muri ri-orientano. Offrono senso di appartenenza.
Quantomeno, di rifugio.
Il rapporto realizzato da Carta di Roma, da alcuni anni, ci permette di individuare e riconoscere i
muri. In questo modo ci permette di superarli. Di abbassare il rumore della paura. Quest’anno, la
rassegna e la ricostruzione della presenza degli immigrati sui media propone qualche novità.
Anzitutto, le immagini hanno preso il sopravvento sulle parole. E le notizie sui giornali hanno
perso visibilità, rispetto ai Tg. Gli immigrati hanno perduto identità. Sono, come abbiamo detto, gli
altri. In-definiti. Così, si assiste a ondate mediatiche che corrispondono a eventi e soggetti specifici.
Episodi ad alto tasso di angoscia e drammaticità. Fatti criminali e di violenza, su cui si concentrano
i notiziari di prima serata. Nelle reti Mediaset una notizia su due relativa all’immigrazione
riguarda fatti criminali, di ordine pubblico e sicurezza.
In occasione dello stupro di Rimini (compiuto da 3 minorenni residenti in Italia, di origine marocchina
e un maggiorenne originario del Congo e provvisto di una protezione umanitaria), alcuni
telegiornali hanno dedicato 9 notizie, per alcuni giorni.
Nulla di nuovo, potremmo dire.
Tuttavia, nell’ultimo anno qualcosa è cambiato, nel racconto mediale del nostro rapporto con le
migrazioni e i migranti.
In primo luogo, tra i muri che ci dividono da loro, ha assunto un grande rilievo la religione. L’altro,
Le migrazioni raggiungono e attraversano il nostro Paese ormai da anni. E da molti anni abbiamo conosciuto gli immigrati. Come persone ma, soprattutto, come presenze sempre più evidenti. Eppure non ancora definite. Individuate. La tendenza, la tentazione, è di dare loro un’identità riflessa. Che rispecchia le nostre ansie, i nostri timori. Talora, spesso, le nostre paure. Gli immigrati,per noi, sono, restano, prevalentemente “gli altri”. Ai quali è difficile dare un volto. Perché gli altrinon hanno volto. Gli “altri” sono “altri da noi”. La nostra ombra.

Perché assorbono i nostri ri-sentimenti. Danno loro visibilità e ci permettono, così, di affrontare le nostre ansie. Le nostre paure. Così, quando escono dall’anonimato, quando li conosciamo, quando diamo loro un nome, un’identità, allora smettono di alimentare ri-sentimenti. Allora li ri-conosciamo. E diventano interlocutori, colleghi. Per i nostri figli e per i più giovani: amici, compagni di scuola e del tempo libero.

Il problema, semmai, è che c’è una distanza molto ampia fra l’esperienza e la rappresentazione. Soprattutto, mediale. Perché la rappresentazione dei media riflette e ripropone i sentimenti che generano emozione. Che suscitano attenzione. E, quindi, fanno ascolti. Fanno vendere copie. Alimentano l’audience. Per questo, la paura e il risentimento trovano tanto spazio, sui media. Soprattutto in tempi di divisione e di competizione – politica ed elettorale. In tempi di campagna elettorale, come questi. Perché amplificano i risentimenti. Scavano e riproducono solchi profondi nella società. Dunque, dividono. Alzano muri. E noi, in questi tempi confusi e rabbiosi, abbiamo bisogno di muri e divisioni, per sapere da che parte stare. Di conseguenza, per sapere dove siamo. Perché le paure e le divisioni dis-orientano. Mentre i muri ri-orientano. Offrono senso di appartenenza. Quantomeno, di rifugio.
Il rapporto realizzato da Carta di Roma, da alcuni anni, ci permette di individuare e riconoscere i muri. In questo modo ci permette di superarli. Di abbassare il rumore della paura. Quest’anno, la rassegna e la ricostruzione della presenza degli immigrati sui media propone qualche novità. Anzitutto, le immagini hanno preso il sopravvento sulle parole. E le notizie sui giornali hanno perso visibilità, rispetto ai Tg. Gli immigrati hanno perduto identità. Sono, come abbiamo detto, gli altri. In-definiti. Così, si assiste a ondate mediatiche che corrispondono a eventi e soggetti specifici. Episodi ad alto tasso di angoscia e drammaticità. Fatti criminali e di violenza, su cui si concentrano i notiziari di prima serata. Nelle reti Mediaset una notizia su due relativa all’immigrazione riguarda fatti criminali, di ordine pubblico e sicurezza. In occasione dello stupro di Rimini (compiuto da 3 minorenni residenti in Italia, di origine marocchinae un maggiorenne originario del Congo e provvisto di una protezione umanitaria), alcuni telegiornali hanno dedicato 9 notizie, per alcuni giorni.

Nulla di nuovo, potremmo dire.

Tuttavia, nell’ultimo anno qualcosa è cambiato, nel racconto mediale del nostro rapporto con le migrazioni e i migranti. In primo luogo, tra i muri che ci dividono da loro, ha assunto un grande rilievo la religione. L’altro, lo straniero: è sempre più spesso riassunto nell’Islam. E l’Islam, per assonanza, richiama fatti terribili e di terrore. Richiama i terroristi dell’Isis. Il sedicente Stato Islamico. Eppure, la vera novità dell’informazione e del messaggio sugli “altri” che rimbalza sui media è che, oggi, “gli altri siamo noi”. Siamo noi stessi i nemici di noi stessi. Siamo noi che li “aiutiamo” a invaderci, a occupare i nostri Paesi. Offrendo loro il miraggio dell’accoglienza, di una permanenza vantaggiosa a spese nostre. Per incapacità di comprendere, ma anche per interesse. Infatti, tra le parole più “frequentate” per titolare gli articoli dedicate agli “altri” ci sono le ONG. Acronimo che significa, per esteso, Organizzazioni Non Governative. Cioè, il Volontariato che si impegna a sostegno degli immigrati. Negli ultimi mesi, nell’ultimo anno, il Volontariato si pronuncia ONG. Una parola breve, dal suono forte. Soprattutto se davanti aggiungiamo una G. Allora risuona il GONG di coloro che sono buoni solo a parole. Mentre, in effetti, secondo le critiche che troviamo sui media, speculano sulla disperazione degli altri. In accordo e in affari con i mercanti di dolore e di morte che lavorano, in modo incessante, al di qua e al di là del mare. In entrambe le sponde. Fra Libia e Italia. Singoli casi deviati diventano, così, la regola. L’esempio generalizzato. E non c’è più nessuno che si salvi. Nessuno è innocente.

L’altra parola che incontra grande diffusione sui media, negli ultimi mesi è ius soli. La legge che espande i criteri per ottenere la cittadinanza italiana e riguarda soprattutto i bambini nati in Italia da genitori stranieri. Approvata dalla Camera alla fine del 2015, è ancora in attesa di essere esaminata dal Senato. Avrebbe dovuto essere discussa e votata lo scorso settembre, ma i dati dei sondaggi sul tema hanno indotto il governo a rinviarne l’approvazione – e la discussione. Ebbene, in quei giorni, troviamo 12 titoli sulle prime pagine, 38-40 notizie al giorno nei tg, una media di 5-6 notizie a telegiornale.

Se mettiamo insieme le parole e le frasi che raccontano il fenomeno migratorio sui nostri media, negli ultimi mesi, si delinea e compone una rappresentazione dai contorni marcati e dai contenuti un po’ confusi, ma dal significato esplicito. Siamo noi stessi, con il nostro spirito di accoglienza (a parole), i nemici di noi stessi. Noi stessi i complici dei mercanti di uomini, che spingono nel nostro mondo l’invasione che giunge da un altro mondo. Noi, alcuni di noi, per interesse economico e politico. Alcuni, la gran parte, per incomprensibile incomprensione della minaccia che incombe.

In nome di valori enunciati, solo a parole. Talora per ingenuità, altrettanto colpevole del progetto dissolutivo che ispira molti altri. Così, in tanta nebbia, in mezzo a tanta confusione, è significativo l’affermarsi di una figura autorevole.

Ma, in fondo, autoritaria. Il ministro Marco Minniti. Che interpreta l’Uomo Forte, in una società confusa. Capace di affrontare la minaccia che viene dagli altri. Dall’altra sponda. Dall’altro mondo. E di fermarla. Minniti, più di Gentiloni, più del Papa e molto più di Renzi, “rappresenta” il modello individuato e utilizzato dai media per raccontare le vicende dei migranti. Ma anche per indicare le soluzioni privilegiate dagli spettatori e dai lettori. Cioè, da noi. Per affrontare questo fenomeno che provoca e suscita tanta inquietudine. Non l’integrazione, ormai assimilata a cessione di sovranità, resa di fronte agli altri. Ma la chiusura. Comunque, la separazione, la distanza. Noi qua e loro di là. Per marcare le differenze, le distinzioni. In modo chiaro e netto. Perché lontano dagli altri ci sentiamo più sicuri. E non importa se così ci allontaniamo anche da noi stessi. Meglio soli…
 
 

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