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Razza umana? No, specie.
di Piero Bianucci, su www.lastampa.it (18/1/2018)

Premessa. Da decenni la ricerca scientifica ha cancellato il concetto di razza. Non esistono razze umane e neppure “la” razza umana. Esiste esclusivamente la specie umana. Nel 2001 la lettura completa del nostro patrimonio genetico ha precisato che tra due persone dello stesso sesso scelte a caso la differenza corrisponde a meno dello 0,1 per cento del loro DNA, una variabilità quasi costante che si può riscontrare tra due bergamaschi come tra un bergamasco e un australiano.
L’altra sera a “Di martedì”, in onda su La 7 sotto la guida di Giovanni Floris, è stato chiaro che i decenni sono passati invano: la scuola non è ancora riuscita a far passare l’aggiornamento del concetto di razza, parola usata dal candidato leghista per il centrodestra alla presidenza della Lombardia Attilio Fontana (“la nostra razza bianca è a rischio”), poi ritrattata come un “lapsus” e sminuita al rango di “gaffe”. Non si tratta in realtà né di lapsus né di gaffe, bensì di ignoranza.
Il concetto di razza è in discussione almeno dal 1871, quando Edward Tylor, primo docente di antropologia sociale a Oxford, pubblicò “Primitive culture”. La genetica moderna si sviluppa a partire dagli Anni 50, l’antropologia biologica ha completato il lavoro.
La politica è lenta, c’è voluto del tempo, ma in Francia, il paese di Marie Le Pen, nel 2014 l’Assemblea nazionale ha approvato l’eliminazione della parola razza dalla costituzione francese e da ogni documento pubblico. Poco dopo, il 23 gennaio 2015, i bio-antropologi dell’Istituto Italiano di Antropologia (Isita) e gli antropologi culturali dell’Associazione nazionale universitaria antropologi culturali (Anuad), al termine di una giornata di lavori alla Sapienza di Roma hanno chiesto al governo del nostro paese la cancellazione della parola razza dall’articolo 3 della Costituzione, richiesta formalizzata da Gianfranco Biondi e Olga Rickards in una lettera aperta alle più alte cariche dello Stato. I padri costituenti scrissero la Carta nel clima culturale del 1946: la scoperta della doppia elica del DNA arriva nel 1953, sette anni dopo, e la comprensione dei meccanismi genetici negli Anni 60. Oggi sostituire quella parola priva di significato scientifico ma ancora capace di generare equivoci pericolosi sarebbe perfettamente nello spirito con cui i padri costituenti scrissero l’articolo 3, ed è triste che non lo si sia fatto.
Peraltro, non ci sono molte speranze che ciò avvenga perché nel dibattito svoltosi a “Di martedi” è emerso che nessuno dei vari interlocutori possiede la nozione scientifica (diciamo pure scolastica) sulla quale ci si accapigliava. Inutilmente Floris ha provato a leggere la voce razza dell’Enciclopedia Treccani. Alessandro Sallusti ha persino invocato l’articolo 3 della Costituzione come prova della correttezza e intangibilità del concetto – magnifico anacronismo. Ancora più sconcertante è che Sallusti abbia sostenuto che effettivamente se continuano ad arrivare emigranti prolifici nel 2100 gli italiani scompariranno: come se immigrati e italiani fossero l’acqua e l’olio, che non si mescolano, una visione statica delle popolazioni contraddetta da millenni di storia.
Aneddoto. Nel novembre 1979 capitai all’Università di Stanford, California, alle 9 di sera. C’era un solo ufficio con la luce accesa ed era quello di Luca Cavalli-Sforza (foto). In quel tempo Cavalli-Sforza studiava la genetica delle popolazioni analizzando i gruppi sanguigni. Si passò poi anche ad altre caratteristiche genetiche e ai cognomi (che si trasmettono come un gene culturale). Dobbiamo a Cavalli-Sforza, un cervello italiano emigrato negli Stati Uniti, il lavoro fondamentale che ha stabilito l’origine africana di tutti i “sapiens” poi irradiatisi nei cinque continenti e l’inesistenza delle razze (termine che da allora si applica solo agli animali addomesticati). L’italianità di questa conquista scientifica dovrebbe solleticare persino i “patrioti” della Meloni e i leghisti di Salvini.
Premessa. Da decenni la ricerca scientifica ha cancellato il concetto di razza. Non esistono razze umane e neppure “la” razza umana. Esiste esclusivamente la specie umana. Nel 2001 la lettura completa del nostro patrimonio genetico ha precisato che tra due persone dello stesso sesso scelte a caso la differenza corrisponde a meno dello 0,1 per cento del loro DNA, una variabilità quasi costante che si può riscontrare tra due bergamaschi come tra un bergamasco e un australiano.


L’altra sera a “Di martedì”, in onda su La 7 sotto la guida di Giovanni Floris, è stato chiaro che i decenni sono passati invano: la scuola non è ancora riuscita a far passare l’aggiornamento del concetto di razza, parola usata dal candidato leghista per il centrodestra alla presidenza della Lombardia Attilio Fontana (“la nostra razza bianca è a rischio”), poi ritrattata come un “lapsus” e sminuita al rango di “gaffe”. Non si tratta in realtà né di lapsus né di gaffe, bensì di ignoranza.

Il concetto di razza è in discussione almeno dal 1871, quando Edward Tylor, primo docente di antropologia sociale a Oxford, pubblicò “Primitive culture”. La genetica moderna si sviluppa a partire dagli Anni 50, l’antropologia biologica ha completato il lavoro.

La politica è lenta, c’è voluto del tempo, ma in Francia, il paese di Marie Le Pen, nel 2014 l’Assemblea nazionale ha approvato l’eliminazione della parola razza dalla costituzione francese e da ogni documento pubblico. Poco dopo, il 23 gennaio 2015, i bio-antropologi dell’Istituto Italiano di Antropologia (Isita) e gli antropologi culturali dell’Associazione nazionale universitaria antropologi culturali (Anuad), al termine di una giornata di lavori alla Sapienza di Roma hanno chiesto al governo del nostro paese la cancellazione della parola razza dall’articolo 3 della Costituzione, richiesta formalizzata da Gianfranco Biondi e Olga Rickards in una lettera aperta alle più alte cariche dello Stato. I padri costituenti scrissero la Carta nel clima culturale del 1946: la scoperta della doppia elica del DNA arriva nel 1953, sette anni dopo, e la comprensione dei meccanismi genetici negli Anni 60. Oggi sostituire quella parola priva di significato scientifico ma ancora capace di generare equivoci pericolosi sarebbe perfettamente nello spirito con cui i padri costituenti scrissero l’articolo 3, ed è triste che non lo si sia fatto.

Peraltro, non ci sono molte speranze che ciò avvenga perché nel dibattito svoltosi a “Di martedi” è emerso che nessuno dei vari interlocutori possiede la nozione scientifica (diciamo pure scolastica) sulla quale ci si accapigliava. Inutilmente Floris ha provato a leggere la voce razza dell’Enciclopedia Treccani. Alessandro Sallusti ha persino invocato l’articolo 3 della Costituzione come prova della correttezza e intangibilità del concetto – magnifico anacronismo. Ancora più sconcertante è che Sallusti abbia sostenuto che effettivamente se continuano ad arrivare emigranti prolifici nel 2100 gli italiani scompariranno: come se immigrati e italiani fossero l’acqua e l’olio, che non si mescolano, una visione statica delle popolazioni contraddetta da millenni di storia.

Aneddoto. Nel novembre 1979 capitai all’Università di Stanford, California, alle 9 di sera. C’era un solo ufficio con la luce accesa ed era quello di Luca Cavalli-Sforza (foto). In quel tempo Cavalli-Sforza studiava la genetica delle popolazioni analizzando i gruppi sanguigni. Si passò poi anche ad altre caratteristiche genetiche e ai cognomi (che si trasmettono come un gene culturale). Dobbiamo a Cavalli-Sforza, un cervello italiano emigrato negli Stati Uniti, il lavoro fondamentale che ha stabilito l’origine africana di tutti i “sapiens” poi irradiatisi nei cinque continenti e l’inesistenza delle razze (termine che da allora si applica solo agli animali addomesticati). L’italianità di questa conquista scientifica dovrebbe solleticare persino i “patrioti” della Meloni e i leghisti di Salvini. 
 
 

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