.

.

Rom e sinti, tutti parlano di noi ma nessuno ascolta la nostra voce
di Dijana Pavlovic, su www.ilfattoquotidiano.it (22/12/2017)

Si parla tanto, per lo più molto male e spesso con poca cognizione di causa, di “rom”. Oggetto misterioso e pauroso, spauracchio porta-voti, oggetto di studi e progetti a cura di “esperti”, non è riconosciuto, non esiste come soggetto con una propria identità. Sulla “questione rom” ci sono stati e ci sono infiniti convegni, dibattiti pubblicazioni, interventi di ricercatori, di associazioni “caritatevoli”, per non parlare delle trasmissioni televisive condotte da “giornalisti” unicamente rivolte a demonizzare le comunità rom e sinte. Tutti parlano a nome e per conto nostro. In questo coro l’unica voce che manca, se non come testimonianza, è la voce di rom e sinti.
Qualche giorno fa, per aver sottolineato la mancanza del nostro associazionismo tra i relatori a un convegno sull’inclusione sociale, mi è stato risposto: “Non stiamo parlando di cultura”. Quindi noi non possiamo parlare di questioni sociali ma solo ballare sui tavoli o suonare il violino?
Si parla tanto, per lo più molto male e spesso con poca cognizione di causa, di “rom”. Oggetto misterioso e pauroso, spauracchio porta-voti, oggetto di studi e progetti a cura di “esperti”, non è riconosciuto, non esiste come soggetto con una propria identità. Sulla “questione rom” ci sono stati e ci sono infiniti convegni, dibattiti pubblicazioni, interventi di ricercatori, di associazioni “caritatevoli”, per non parlare delle trasmissioni televisive condotte da “giornalisti” unicamente rivolte a demonizzare le comunità rom e sinte. Tutti parlano a nome e per conto nostro. In questo coro l’unica voce che manca, se non come testimonianza, è la voce di rom e sinti.
Qualche giorno fa, per aver sottolineato la mancanza del nostro associazionismo tra i relatori a un convegno sull’inclusione sociale, mi è stato risposto: “Non stiamo parlando di cultura”. Quindi noi non possiamo parlare di questioni sociali ma solo ballare sui tavoli o suonare il violino?
Io invece comincio col dire che anche noi abbiamo diritto a un posto in società e, nel rispetto degli altri, chiediamo che questo diritto venga rispettato.
In questi anni le comunità romanì italiane, tante e diverse nella loro unità di popolo, stanno facendo uno sforzo notevole, anche se troppo solitario, per uscire dalla condizione di marginalità nella quale sono costrette da un antiziganismo pervasivo, da un pregiudizio irrazionale e da una discriminazione che esclude dagli accessi ai diritti sociali e civili. A tutto ciò si è risposto solo con politiche assistenziali e i soldi, tanti, dei fondi europei e delle amministrazioni locali si sono trasformati, in generale e con poche eccezioni, in grandi vantaggi per gli assistenti e in svantaggi per gli assistiti destinati a una costante regressione sociale (basta guardare alle assurde politiche dell’amministrazione romana, da Veltroni in poi, con le enormi concentrazioni di comunità diverse in campi di segregazione).
So che ogni battaglia di emancipazione ha bisogno di alleati anche nel campo degli oppressori e che solo la coscienza collettiva del diritto all’esistenza di una minoranza rende questo diritto una speranza praticabile, ma sappiamo altrettanto bene che nessuna emancipazione è possibile senza il protagonismo in prima persona di chi è oppresso.
So anche, e me ne preoccupo, che la condizione del popolo romanì è a una svolta, allo sterminio fisico tentato nel corso dei secoli si è sostituita una sorta di sterminio culturale che assume forme diverse: da chi pretende di assimilarci, a chi ci nega il riconoscimento della storia e della cultura, al logoramento e al degrado morale di chi vive segregato ai margini fisici e spirituali della società.
Per questo non ci piace che ci siano convegni ed “esperti” che ci spiegano chi siamo, o che ci siano ricercatori che ci utilizzino come oggetti da catalogare definendo a quale gruppo apparteniamo e dove collocarci nella scala dell’evoluzione sociale. Anche quando, nella migliore delle ipotesi, si parla di inclusione dobbiamo renderci conto che il primo percorso che ostacola l’inclusione è proprio quello di escluderci come interlocutori e diciamo pure anche come “esperti” di noi stessi.
Eppure, relegato ai margini anche fisici della società, costretto a occupare gli interstizi di un mondo ostile nel quale la caccia allo “zingaro” è diventato vantaggio politico, il popolo romanì ha costruito momenti di aggregazione e di organizzazione, con fatica e difficoltà per la stessa propria articolazione e complessità e per il pesante svantaggio culturale di decenni di assistenzialismo. E delle cose sono successe: sono nate associazioni e federazioni rom e sinte, sta crescendo un’Alleanza romanì, rete di giovani, a livello europeo è stato costituito un Istituto di cultura romanì, tutti percorsi per sviluppare consapevolezza di sé e del valore della propria cultura e della necessità di un suo riconoscimento istituzionale.
Un percorso non facile e non lineare ma chiaro su un punto: l’autodeterminazione sia del percorso sia delle scelte che lo devono accompagnare e anche dei compagni di viaggio, nella scelta dei quali al motto evangelico “chi non è con me è contro di me” (Matteo 12, 30) preferiamo quello attribuito a Gandhi “chi fa una cosa per me senza di me è contro di me”. 
 
 

maopode :: design