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Lo ius soli non spalanca le porte agli immigrati, è tempo di spiegare bene agli italiani di che si tratta
di Antonella Napoli, su www.huffingtonpost.it (15/10/2017)

Il diritto a una nazionalità è sancito nella dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Basterebbe già questo per zittire quanti blaterano di 'sopruso' nei confronti degli italiani nell'approvare una legge che applichi il principio dello 'ius soli'.
Per chi non lo sapesse, e sono in tanti, questo termine latino - letteralmente diritto (ius) del suolo (soli genitivo di solum)- che sancisce il diritto all'acquisizione della cittadinanza nel Paese sul cui territorio si nasce, indipendentemente dalla nazionalità dei genitori, è applicato in varie forme nella gran parte dei paesi europei e in assoluto in quelli occidentali.
Ciò non vuol dire che se l'Italia lo adottasse così come è previsto dal disegno di legge che dovrebbe introdurlo, con un profilo 'temperato', tutti i bambini partoriti da donne incinte arrivando oggi nel nostro Paese su barconi di fortuna sarebbero considerati italiani.
Ma i professionisti della speculazione politica e in cerca di consenso elettorale vogliono far passare questa verità che, giustamente o meno, allarma l'opinione pubblica.
E allora tocca fare chiarezza. Una volta per sempre. Soprattutto oggi che il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni dal palco dell'Eliseo, dove si festeggiavano i dieci anni del Partito democratico, ha garantito che l'approvazione di questa legge di civiltà resta una priorità del suo governo.
Lo farò come se lo stessi spiegando a un bambino di cinque anni. In modo semplice.
Intanto, traducendo direttamente dalla Universal Declaration of Human Rights approvata dall'assemblea generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre del 1948, l'articolo 24 del Patto internazionale sui diritti civili e politici recita: ogni fanciullo, senza alcuna discriminazione sulla razza, il colore, il sesso, la lingua, la religione, l'origine nazionale o sociale, deve essere registrato immediatamente dopo la nascita e deve avere un nome. Ogni bambino ha il diritto di acquisire una cittadinanza.
E l'articolo 7 precisa che: gli Stati firmatari della presente dichiarazione devono garantire l'applicazione di questi diritti in conformità della loro legislazione nazionale e dei loro obblighi ai sensi degli strumenti internazionali pertinenti in questo settore, in particolare quando il bambino risulterebbe altrimenti apolide.
Con queste indicazioni, i sottoscrittori della dichiarazione del '48 tra cui ovviamente l'Italia, hanno assunto l'impegno a rispettare il diritto dei minori costretti a nascere al di fuori del proprio Paese di origine, ma anche dei figli di lavoratori migranti ad acquisire una nazionalità all'atto della registrazione dopo la nascita.
Tra gli Stati che finora hanno preso alla lettera le prescrizioni delle Nazioni Unite e non si limitano come in Italia al riconoscimento della cittadinanza secondo il principio dello ius sanguinis ('diritto di sangue') ovvero bambini nati da almeno un genitore italiano, i discendenti che sono in grado di dimostrare la catena parentale fino ai parenti italiani e i figli di ignoti nati in Italia, i più virtuosi in Europa sono la Francia, la Germania, l'Irlanda e la Gran Bretagna.
Il Regno Unito, anche se con la Brexit potrebbe modificare la normativa in materia di cittadinanza, pur non avendo uno ius soli alla nascita garantisce un accesso facilitato alla nazionalità britannica.
Il bambino che nasce sul territorio inglese anche da un solo genitore già in possesso della nazionalità Uk o che è legalmente residente nel Paese da tre anni è automaticamente cittadino del Regno Unito, diritto che si acquisisce anche dopo tre anni di matrimonio con un britannico.
In Irlanda, che come l'Italia riconosce il principio dello ius sanguinis, se un bambino nasce da genitori di cui almeno uno risiede nel Paese regolarmente con un permesso di soggiorno da non meno di tre anni è di diritto irlandese.
Seppur con maggiori restrizioni, anche in Germania è possibile accedere da stranieri alla cittadinanza tedesca. Dal primo gennaio del 2000 è entrato in vigore uno ius sanguinis meno rigido. Tutti i bambini nati da quella data sono riconosciuti 'cittadini' della Germania anche se entrambi i genitori non sono tedeschi. L'unica condizione è che uno dei genitori sia legalmente residente nel Paese da otto anni e abbia un diritto di soggiorno oppure viva lì da tre anni ma con un permesso di soggiorno permanente.
Il sistema più simile a quello italiano, ma che ha adeguato la legislazione in merito alla cittadinanza, è quello francese. Pur non esistendo uno ius soli puro, chi nasce nel territorio del Paese e ha vissuto stabilmente in Francia per un periodo di almeno cinque anni può ottenere la nazionalità quando compie la maggiore età. I figli nati da un genitore straniero nato in Francia viene invece considerato automaticamente francese.
Nonostante l'avvento dell'amministrazione Trump, restano in assoluto gli Stati Uniti il più grande Paese in cui per nascita si applica lo ius soli e dunque si è cittadini americani per il semplice fatto di essere nati sul territorio Usa. La cittadinanza americana dura tutta la vita, a meno che non si rinunci ad essa.
Con l'entrata in vigore del 14esimo Emendamento della Costituzione il 9 luglio 1868, la nazionalità delle persone nate in America è stata regolata da una clausola in cui si afferma: "Tutte le persone nate o naturalizzate negli Stati Uniti, e soggette alla loro giurisdizione, sono cittadini americani e dello Stato in cui risiedono".
In Italia non si vuole arrivare a tanto. Se il ddl in attesa di calendarizzazione in Senato, con la speranza che possa essere approvato entro la fine della legislatura - come si è impegnato a fare il premier Gentiloni - un bambino nato in Italia ottiene la cittadinanza se almeno uno dei due genitori si trova legalmente nel paese da almeno 5 anni ed è in possesso di un permesso di soggiorno, un reddito non inferiore all'importo annuo dell'assegno sociale, vive in un'abitazione con i requisiti di idoneità previsti dalla legge e ha superato un test di conoscenza della lingua italiana.
L'altra strada per ottenere la cittadinanza è quella del cosiddetto ius culturae, e passa attraverso il sistema scolastico italiano.
I minori stranieri nati in Italia o arrivati entro i 12 anni che abbiano frequentato le scuole italiane per almeno 5 anni potranno chiedere la cittadinanza italiana, come i ragazzi nati all'estero ma che arrivano in Italia fra i 12 e i 18 anni trascorrendone almeno sei anni nel nostro Paese e dopo avere frequentato a loro volta un intero ciclo scolastico.
Insomma, quanto fanno già i nostri figli che sono italiani.
Il diritto a una nazionalità è sancito nella dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Basterebbe già questo per zittire quanti blaterano di 'sopruso' nei confronti degli italiani nell'approvare una legge che applichi il principio dello 'ius soli'.
Per chi non lo sapesse, e sono in tanti, questo termine latino - letteralmente diritto (ius) del suolo (soli genitivo di solum)- che sancisce il diritto all'acquisizione della cittadinanza nel Paese sul cui territorio si nasce, indipendentemente dalla nazionalità dei genitori, è applicato in varie forme nella gran parte dei paesi europei e in assoluto in quelli occidentali.
Ciò non vuol dire che se l'Italia lo adottasse così come è previsto dal disegno di legge che dovrebbe introdurlo, con un profilo 'temperato', tutti i bambini partoriti da donne incinte arrivando oggi nel nostro Paese su barconi di fortuna sarebbero considerati italiani.
Ma i professionisti della speculazione politica e in cerca di consenso elettorale vogliono far passare questa verità che, giustamente o meno, allarma l'opinione pubblica.
E allora tocca fare chiarezza. Una volta per sempre. Soprattutto oggi che il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni dal palco dell'Eliseo, dove si festeggiavano i dieci anni del Partito democratico, ha garantito che l'approvazione di questa legge di civiltà resta una priorità del suo governo.

Lo farò come se lo stessi spiegando a un bambino di cinque anni. In modo semplice.

Intanto, traducendo direttamente dalla Universal Declaration of Human Rights approvata dall'assemblea generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre del 1948, l'articolo 24 del Patto internazionale sui diritti civili e politici recita: ogni fanciullo, senza alcuna discriminazione sulla razza, il colore, il sesso, la lingua, la religione, l'origine nazionale o sociale, deve essere registrato immediatamente dopo la nascita e deve avere un nome. Ogni bambino ha il diritto di acquisire una cittadinanza.

E l'articolo 7 precisa che: gli Stati firmatari della presente dichiarazione devono garantire l'applicazione di questi diritti in conformità della loro legislazione nazionale e dei loro obblighi ai sensi degli strumenti internazionali pertinenti in questo settore, in particolare quando il bambino risulterebbe altrimenti apolide. Con queste indicazioni, i sottoscrittori della dichiarazione del '48 tra cui ovviamente l'Italia, hanno assunto l'impegno a rispettare il diritto dei minori costretti a nascere al di fuori del proprio Paese di origine, ma anche dei figli di lavoratori migranti ad acquisire una nazionalità all'atto della registrazione dopo la nascita.

Tra gli Stati che finora hanno preso alla lettera le prescrizioni delle Nazioni Unite e non si limitano come in Italia al riconoscimento della cittadinanza secondo il principio dello ius sanguinis ('diritto di sangue') ovvero bambini nati da almeno un genitore italiano, i discendenti che sono in grado di dimostrare la catena parentale fino ai parenti italiani e i figli di ignoti nati in Italia, i più virtuosi in Europa sono la Francia, la Germania, l'Irlanda e la Gran Bretagna.

Il Regno Unito, anche se con la Brexit potrebbe modificare la normativa in materia di cittadinanza, pur non avendo uno ius soli alla nascita garantisce un accesso facilitato alla nazionalità britannica.

Il bambino che nasce sul territorio inglese anche da un solo genitore già in possesso della nazionalità Uk o che è legalmente residente nel Paese da tre anni è automaticamente cittadino del Regno Unito, diritto che si acquisisce anche dopo tre anni di matrimonio con un britannico.

In Irlanda, che come l'Italia riconosce il principio dello ius sanguinis, se un bambino nasce da genitori di cui almeno uno risiede nel Paese regolarmente con un permesso di soggiorno da non meno di tre anni è di diritto irlandese.

Seppur con maggiori restrizioni, anche in Germania è possibile accedere da stranieri alla cittadinanza tedesca. Dal primo gennaio del 2000 è entrato in vigore uno ius sanguinis meno rigido. Tutti i bambini nati da quella data sono riconosciuti 'cittadini' della Germania anche se entrambi i genitori non sono tedeschi. L'unica condizione è che uno dei genitori sia legalmente residente nel Paese da otto anni e abbia un diritto di soggiorno oppure viva lì da tre anni ma con un permesso di soggiorno permanente.

Il sistema più simile a quello italiano, ma che ha adeguato la legislazione in merito alla cittadinanza, è quello francese. Pur non esistendo uno ius soli puro, chi nasce nel territorio del Paese e ha vissuto stabilmente in Francia per un periodo di almeno cinque anni può ottenere la nazionalità quando compie la maggiore età. I figli nati da un genitore straniero nato in Francia viene invece considerato automaticamente francese.

Nonostante l'avvento dell'amministrazione Trump, restano in assoluto gli Stati Uniti il più grande Paese in cui per nascita si applica lo ius soli e dunque si è cittadini americani per il semplice fatto di essere nati sul territorio Usa. La cittadinanza americana dura tutta la vita, a meno che non si rinunci ad essa.Con l'entrata in vigore del 14esimo Emendamento della Costituzione il 9 luglio 1868, la nazionalità delle persone nate in America è stata regolata da una clausola in cui si afferma: "Tutte le persone nate o naturalizzate negli Stati Uniti, e soggette alla loro giurisdizione, sono cittadini americani e dello Stato in cui risiedono".

In Italia non si vuole arrivare a tanto. Se il ddl in attesa di calendarizzazione in Senato, con la speranza che possa essere approvato entro la fine della legislatura - come si è impegnato a fare il premier Gentiloni - un bambino nato in Italia ottiene la cittadinanza se almeno uno dei due genitori si trova legalmente nel paese da almeno 5 anni ed è in possesso di un permesso di soggiorno, un reddito non inferiore all'importo annuo dell'assegno sociale, vive in un'abitazione con i requisiti di idoneità previsti dalla legge e ha superato un test di conoscenza della lingua italiana.

L'altra strada per ottenere la cittadinanza è quella del cosiddetto ius culturae, e passa attraverso il sistema scolastico italiano.

I minori stranieri nati in Italia o arrivati entro i 12 anni che abbiano frequentato le scuole italiane per almeno 5 anni potranno chiedere la cittadinanza italiana, come i ragazzi nati all'estero ma che arrivano in Italia fra i 12 e i 18 anni trascorrendone almeno sei anni nel nostro Paese e dopo avere frequentato a loro volta un intero ciclo scolastico.

Insomma, quanto fanno già i nostri figli che sono italiani. 
 
 

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