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Imparare con "stile"
Le più recenti teorie sull’apprendimento sottolineano differenze individuali nei modi di pensare e di apprendere. La prova più immediata dell’esistenza di differenze nei processi cognitivi la si raccoglie osservando come persone, sostanzialmente simili per capacità intellettive generali, affrontino determinati compiti in maniera diversa. Chi di noi non ha esperienza di compagni di studio con cui non si “trova” perché non condivide lo stesso “metodo”? O di colleghi di lavoro che, seppur stimabili e bravissimi, approcciano i problemi in modo molto dissimile dal nostro? Queste variazioni si riscontrano in qualsiasi ambito dell’attività cognitiva. E’ infatti appannaggio dell’esperienza comune notare differenze nei modi di affrontare gli stessi compiti, di memorizzare le stesse informazioni, di utilizzare le medesime strategie o di avere le stesse attitudini.
Non solo dunque gli individui appaiono diversi per le diverse intelligenze che sviluppano (rif. H. Gardner) , ma anche per i diversi stili di pensiero che acquisiscono. Gli stili di pensiero si definiscono quindi come “modalità di preferenza” di funzionamento della mente. Gli individui infatti posseggono differenti modalità di elaborazione dell’informazione e imparano utilizzando strategie e ritmi differenti (stili di apprendimento). Detti stili, pur fondandosi su una predisposizione di base, possono essere modificati dalle circostanze ambientali e dall’educazione. Non sono cioè fissi, né immutabili, né immodificabili. Ma flessibili ed in continua evoluzione.
Indubbie sembrano quindi le implicazioni in ambito didattico di tali assunti. Apparirebbe infatti doveroso, da parte del docente, indagare le differenze individuali nei differenti modi di apprendere dei propri studenti per poi orientare opportunamente le pratiche didattiche.. Un educatore consapevole delle differenze individuali nei modi di pensare ed apprendere dei propri discenti ha il dovere di variare stile di insegnamento e strategie didattiche per meglio incontrare le inclinazioni dei propri alunni e valorizzarne i differenti talenti. Se uno studente mostra qualche difficoltà scolastica, non necessariamente tale difficoltà è da imputare ad una mancanza di abilità o capacità. Le discordanze tra il modo di insegnare del docente e il modo di apprendere dello studente possono ingenerare infatti difficoltà di apprendimento. Appare quindi ragionevole pensare che il concetto di “stile di pensiero” possa rappresentare una chiave di accesso fondamentale per la lettura di numerosi insuccessi scolastici, dovuti magari alla incompatibilità fra le modalità di apprendere degli studenti e le caratteristiche del docente e del suo metodo di insegnamento. Dalla prospettiva della teoria degli stili, dunque, pochi metodi di insegnamento possono essere migliori per tutti. Possono essere migliori in media, ma le medie non considerano le differenze individuali. Il soggetto che apprende dovrebbe essere posto al centro del progetto educativo, stimolando la dovuta riflessione intorno agli stili di insegnamento e alle più adeguate metodologie didattiche e modalità di approccio alle singole discipline. Contestualmente, ogni studente dovrebbe, invece, essere portato a scoprire il suo “buon” metodo di studio, fatto di quelle strategie che già conosce e utilizza in maniera matura, correggendo gli errori che commette ed eventualmente implementando la conoscenza di altre nuove strategie che, sulla base del contesto, può applicare in maniera flessibile.
I recenti progressi compiuti nell’analisi dell’apprendimento (anche in ambito sociale) confermano la validità dei processi educativi incentrati sull’individuo. I risultati riconoscono l’importanza della costruzione sociale del sapere, ma sottolineano nel medesimo tempo i fondamentali processi di controllo personale che presiedono all’apprendimento, in specie per quanto riguarda l’organizzazione della conoscenza. Da questi studi emerge in modo evidente che i sistemi educativi potranno conseguire risultati più soddisfacenti nella misura con cui sapranno puntare sullo sviluppo dell’esperienza personalizzata. Il futuro della scuola, insomma, non andrebbe più scandito dalla trasmissione di saperi codificati, ma da sequenze di apprendimenti e di esperienze regolati in funzione dei compiti da svolgere e organizzati in modo tale da permettere allo studente di ritrovare il proprio stile di apprendimento e, contestualmente, di sviluppare abilità e strategie per acquisire nuovi modi di pensare .
di Beatrice Aimi, su www.educationduepuntozero.it (22/9/2017)

Le più recenti teorie sull’apprendimento sottolineano differenze individuali nei modi di pensare e di apprendere. La prova più immediata dell’esistenza di differenze nei processi cognitivi la si raccoglie osservando come persone, sostanzialmente simili per capacità intellettive generali, affrontino determinati compiti in maniera diversa. Chi di noi non ha esperienza di compagni di studio con cui non si “trova” perché non condivide lo stesso “metodo”? O di colleghi di lavoro che, seppur stimabili e bravissimi, approcciano i problemi in modo molto dissimile dal nostro? Queste variazioni si riscontrano in qualsiasi ambito dell’attività cognitiva. E’ infatti appannaggio dell’esperienza comune notare differenze nei modi di affrontare gli stessi compiti, di memorizzare le stesse informazioni, di utilizzare le medesime strategie o di avere le stesse attitudini.
Non solo dunque gli individui appaiono diversi per le diverse intelligenze che sviluppano (rif. H. Gardner) , ma anche per i diversi stili di pensiero che acquisiscono. Gli stili di pensiero si definiscono quindi come “modalità di preferenza” di funzionamento della mente. Gli individui infatti posseggono differenti modalità di elaborazione dell’informazione e imparano utilizzando strategie e ritmi differenti (stili di apprendimento). Detti stili, pur fondandosi su una predisposizione di base, possono essere modificati dalle circostanze ambientali e dall’educazione. Non sono cioè fissi, né immutabili, né immodificabili. Ma flessibili ed in continua evoluzione.

Indubbie sembrano quindi le implicazioni in ambito didattico di tali assunti. Apparirebbe infatti doveroso, da parte del docente, indagare le differenze individuali nei differenti modi di apprendere dei propri studenti per poi orientare opportunamente le pratiche didattiche.. Un educatore consapevole delle differenze individuali nei modi di pensare ed apprendere dei propri discenti ha il dovere di variare stile di insegnamento e strategie didattiche per meglio incontrare le inclinazioni dei propri alunni e valorizzarne i differenti talenti. Se uno studente mostra qualche difficoltà scolastica, non necessariamente tale difficoltà è da imputare ad una mancanza di abilità o capacità. Le discordanze tra il modo di insegnare del docente e il modo di apprendere dello studente possono ingenerare infatti difficoltà di apprendimento. Appare quindi ragionevole pensare che il concetto di “stile di pensiero” possa rappresentare una chiave di accesso fondamentale per la lettura di numerosi insuccessi scolastici, dovuti magari alla incompatibilità fra le modalità di apprendere degli studenti e le caratteristiche del docente e del suo metodo di insegnamento. Dalla prospettiva della teoria degli stili, dunque, pochi metodi di insegnamento possono essere migliori per tutti. Possono essere migliori in media, ma le medie non considerano le differenze individuali. Il soggetto che apprende dovrebbe essere posto al centro del progetto educativo, stimolando la dovuta riflessione intorno agli stili di insegnamento e alle più adeguate metodologie didattiche e modalità di approccio alle singole discipline. Contestualmente, ogni studente dovrebbe, invece, essere portato a scoprire il suo “buon” metodo di studio, fatto di quelle strategie che già conosce e utilizza in maniera matura, correggendo gli errori che commette ed eventualmente implementando la conoscenza di altre nuove strategie che, sulla base del contesto, può applicare in maniera flessibile.

I recenti progressi compiuti nell’analisi dell’apprendimento (anche in ambito sociale) confermano la validità dei processi educativi incentrati sull’individuo. I risultati riconoscono l’importanza della costruzione sociale del sapere, ma sottolineano nel medesimo tempo i fondamentali processi di controllo personale che presiedono all’apprendimento, in specie per quanto riguarda l’organizzazione della conoscenza. Da questi studi emerge in modo evidente che i sistemi educativi potranno conseguire risultati più soddisfacenti nella misura con cui sapranno puntare sullo sviluppo dell’esperienza personalizzata. Il futuro della scuola, insomma, non andrebbe più scandito dalla trasmissione di saperi codificati, ma da sequenze di apprendimenti e di esperienze regolati in funzione dei compiti da svolgere e organizzati in modo tale da permettere allo studente di ritrovare il proprio stile di apprendimento e, contestualmente, di sviluppare abilità e strategie per acquisire nuovi modi di pensare.
 
 

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