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Voci dall'inferno. È chiedere troppo di ascoltarle?
di Umberto De Giovannangeli, su www.huffingtonpost.it (31/8/2017)

Quelle voci non hanno la forza per raggiungere i palazzi del potere in Europa, là dove si decidono le strategie, si litiga sulle quote, si cerca di contenere l'"invasione" dei migranti. Ma quelle voci esistono per chi le vuole ascoltare. E raccontano dell'inferno che alberga nella Sponda Sud del Mediterraneo.
Darne conto è un dovere morale, oltre che un servizio che ridà dignità e spessore al mestiere di giornalista. Violenze di ogni genere, detenzioni illegali, stupri e torture. È quanto denunciano di subire in Libia migranti e rifugiati secondo il nuovo rapporto "L'inferno al di là del mare": è il titolo di un recente rapporto diffuso da Oxfam, Borderline Sicilia, Medu (Medici per i Diritti Umani).
Il rapporto dà voce a centinaia di persone - arrivate in Sicilia negli ultimi 12 mesi - che raccontano di essere state picchiate, abusate, vendute e arrestate illegalmente dalle milizie locali, dai trafficanti di esseri umani e dalle bande armate che "controllano" gran parte del territorio libico. Uomini, donne e bambini fuggiti da guerra, persecuzioni e povertà nei paesi di origine, arrivate con attese e speranze di una vita migliore in quella Libia divenuta la porta d'Europa, per poi scoprire di essere finite in un vero e proprio inferno.
"Non ti senti più un essere umano". Con questa frase si potrebbe riassumere gran parte delle testimonianze raccolte. Una fotografia in cui l'84% delle persone intervistate ha dichiarato di avere subito trattamenti inumani tra cui violenze brutali e tortura, il 74% ha dichiarato di aver e assistito all'omicidio o alla tortura di un compagno di viaggio, l'80% di aver subito la privazione di acqua e cibo e il 70% di essere stato imprigionato in luoghi di detenzione ufficiali o non ufficiali.
"Sono stato arrestato da una banda armata mentre stavo camminando per la strada a Tripoli- racconta H.R, 30 anni dal Marocco - mi hanno portato in una prigione sotterranea e mi hanno detto di chiedere il riscatto alla mia famiglia (...) Mi hanno picchiato e ferito diverse volte con un coltello. (...) Un muscolo nel mio braccio sinistro è stato completamente lacerato (...) Stavo per morire a causa delle botte (...) Violentavano regolarmente gli uomini. Per spaventarci, in varie stanze amplificavano le urla per le violenze a cui gli altri detenuti erano sottoposti".
"(...) C'erano circa 300 persone nella prigione (...). Mi hanno fatto fare qualsiasi tipo di lavoro (...). Ci davano da mangiare raramente. Mi picchiavano, a volte mi hanno torturato (...)" – aggiunge C.B., 28 anni, arrivato in Libia dal Gambia. "(...) Ho lasciato il mio paese e ho raggiunto mio fratello in Libia – ricorda K.M. , 27 anni, originaria della Costa d'Avorio, intervistata al CARA di Mineo - Un giorno un gruppo di soldati è entrato nella nostra casa. (...) Mi hanno picchiata e sono stata violentata davanti a mio fratello e mia figlia. Mio fratello ha cercato di difendermi ed è stato picchiato selvaggiamente (...)."
"Si tratta di testimonianze talmente atroci da essere al limite della nostra comprensione – afferma la direttrice delle campagne di Oxfam Italia, Elisa Bacciotti – Racconti di migranti che stiamo aiutando da un anno con il progetto OpenEurope in gran parte della Sicilia, che ci restituiscono uno spaccato inaccettabile di ciò che accade dall'altra parte del Mediterraneo. "Di fronte a questa situazione c'è da chiedersi - conclude Bacciotti - dove stia finendo il senso di umanità dell'Europa e di molti Stati Membri, che nella migliore delle ipotesi, sembrano disposti ad offrire ai paesi africani un aiuto rivolto esclusivamente al controllo delle frontiere, e non alla protezione dei diritti umani.
Di fronte alla palese violazione dei diritti umani dei migranti in Libia, desta particolare preoccupazione quindi l'obiettivo di Italia e UE di rafforzare il controllo dei flussi migratori non solo da Italia a Libia ma anche con finanziamenti a paesi di transito come Niger, Mali, Etiopia, Sudan e Ciad, dietro una loro maggiore collaborazione nel controllo delle frontiere e nelle procedure di rimpatrio e espulsione, ma senza chiedere loro di rispettare standard nella tutela dei diritti umani dei migranti. Queste misure sembrano tracciare un disegno volto alla chiusura della rotta centrale del Mediterraneo, senza però che vengano predisposti meccanismi di ingresso regolari e sicuri verso l'Italia e l'Europa" . Il rischio è quindi quello di creare così "nuovi inferni" per le persone in fuga da conflitti, abusi, violenze, fame e povertà.
"Uno scenario in cui la vita di centinaia di migliaia di migranti sarebbe ancor più alla mercé delle reti di trafficanti di esseri umani che non operano solo attraverso il Mediterraneo, ma direttamente in Libia e nel continente africano. Facendo aumentare il numero dei morti in mare, che nel 2016 sono stati quasi 6000 e sono 1985 dall'inizio dell'anno" – aggiunge Bacciotti. Uno scenario inaccettabile a cui va ad aggiungersi l'effetto dei primi rimpatri in Libia. "L'accordo stipulato dall'Italia con il cosiddetto Governo di Unità Nazionale libico di Al Sarraj qualora riuscisse a diventare pienamente operativo, manterrebbe o riporterebbe le persone indietro, in un paese dove regna il caos, con abusi sistematici dei diritti di chi scappa da guerra e povertà e dove i centri per i migranti sono dei veri e propri lager", continua Bacciotti. "Già nel 2012 la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo condannava l'Italia per avere effettuato respingimenti collettivi in mare verso la Libia, in forza dell'accordo bilaterale stipulato nel 2008 sotto il regime del colonnello Gheddafi, per violazione del divieto di trattamenti inumani e degradanti previsto dall'art. 3 della C.E.D.U. – dichiara Germana Graceffo di Borderline Sicilia - Oggi la Corte Penale Internazionale dell'Aja indaga la Libia per crimini contro l'umanità. E' inaccettabile che il governo italiano con questo tipo di accordi si renda complice in questi crimini, di cui prima o poi sarà tenuta a rispondere".
E l'inferno si materializza anche dalle testimonianze raccolte da Amnesty International. La maggior parte delle persone con cui Amnesty ha parlato ha denunciato di essere stata vittima di tratta di esseri umani. I migranti e i rifugiati sono presi dai trafficanti appena entrati in Libia o vengono venduti alle bande criminali. Parecchi di loro hanno riferito di pestaggi, stupri, torture e sfruttamento. Alcuni hanno assistito a uccisioni da parte dei trasportatori, altri hanno visto compagni di viaggio morire a causa delle malattie o dei maltrattamenti subiti.
"Quando arrivi in Libia, quello è il momento in cui inizia tutto, quando cominciano a picchiarti" – ha raccontato Ahmed, 18 anni, proveniente dalla Somalia e arrivato in Libia nel novembre 2015 attraverso il Sudan. I trasportatori si rifiutavano di dare da bere e a volte sparavano a chi supplicava un goccio d'acqua, come è successo a un gruppo di siriani che stava morendo di sete.
"Il primo siriano morto era un giovane, poteva avere 21 anni. Dopo ci hanno dato da bere ma nel frattempo era stato ucciso un altro siriano di 19 anni". I trasportatori hanno rubato gli oggetti personali dei due siriani morti e non hanno permesso di seppellirli. Paolos, 24 anni, un eritreo arrivato in Libia nell'aprile 2016 attraverso Sudan e Ciad, ha raccontato che i trasportatori hanno abbandonato un disabile nel deserto, poco dopo essere entrati in Libia diretti a Sabha.
"Hanno gettato un uomo dal pick-up lasciandolo nel deserto. Era ancora vivo. Era un disabile" – ha raccontato Paolos. Durante il viaggio Amnesty International ha parlato con 15 donne, la maggior parte delle quali ha raccontato di aver temuto di subire violenza sessuale in ogni momento del viaggio verso la costa libica. Gli stupri sono talmente comuni che molte donne assumono contraccettivi prima di mettersi in viaggio, onde evitare di rimanere incinte.
Il personale medico del centro d'accoglienza di Bari ha confermato di aver assistito altre donne che avevano avuto la stessa esperienza. In tutto, Amnesty International ha raccolto 16 testimonianze di persone che hanno subìto violenza sessuale o vi hanno assistito. La violenza è commessa dai trasportatori, dai trafficanti o dai gruppi armati, sia durante il viaggio che nella fase di attesa dell'imbarco verso l'Europa, quando le donne sono trattenute in abitazioni private o in fabbriche abbandonate lungo la costa.
Un'eritrea di 22 anni ha assistito alla violenza sessuale contro altre donne, una delle quali è stata sottoposta a uno stupro di gruppo poiché accusata erroneamente di non aver pagato il dovuto al trasportatore: "La sua famiglia non aveva i soldi per pagare una seconda volta. Allora cinque uomini libici l'hanno presa da parte e l'hanno stuprata. Era notte, nessuno di noi ha potuto far niente, avevamo troppa paura".
Ramya, un'altra eritrea di 22 anni, è stata stuprata più di una volta dai trafficanti che la tenevano prigioniera in un campo nei pressi di Ajdabya, nel nord-est della Libia, dove era entrata nel marzo 2015. "Dopo aver bevuto alcool e fumato hashish, le guardie entravano e sceglievano le donne. Poi le portavano fuori. Loro cercavano di opporsi ma quando hai una pistola puntata alla testa, non hai altra scelta se vuoi sopravvivere. Mi hanno stuprato due o tre volte. Non volevo perdere la vita".
Antoinette, 28 anni, proveniente dal Camerun, ha descritto i trafficanti che la tenevano prigioniera nell'aprile 2016: "Non gliene importa nulla se sei una donna o un bambino. Ci picchiano coi bastoni, sparano in aria per metterci paura... Avevo con me un bambino, forse per quello non mi hanno stuprata, ma l'hanno fatto alle donne incinte e a quelle che viaggiavano sole".
Rapimenti, sfruttamento ed estorsione Molti dei migranti e dei rifugiati incontrati da Amnesty International hanno raccontato di essere stati fatti prigionieri a scopo di riscatto. Erano tenuti in condizioni spesso squallide, privati di cibo e acqua, picchiati, minacciati e insultati costantemente. Semre, 22 anni, eritreo, ha testimoniato di aver visto quattro persone, tra cui un ragazzino di 14 anni e una donna di 22, morire di malattie e inedia durante la prigionia. "Nessuno li ha portati all'ospedale e alla fine li abbiamo dovuti seppellire noi stessi".
Il padre di Semre ha fatto arrivare i soldi del riscatto ma i trafficanti, anziché liberarlo, lo hanno venduto a un'altra banda di criminali. Saleh, 20 anni, eritreo, è entrato in Libia nell'ottobre 2016. I trafficanti lo hanno immediatamente portato in un hangar nella zona di Bani Walid, dove è rimasto 10 giorni. In quel periodo, ha visto un uomo che non poteva pagare il riscatto sottoposto a scariche elettriche mentre era in una vasca d'acqua.
"Minacciavano la stessa fine a chi non avesse avuto i soldi per pagare il riscatto" Saleh è finito in un altro campo gestito dai trafficanti dalle parti di Sabrata, vicino al mare. "Non sapevamo cosa sarebbe successo, se non che ci avrebbero tenuti lì fino a quando le nostre famiglie non avessero mandato i soldi. Nel frattempo ci costringevano a lavorare gratis nelle case, pulire e altre cose del genere. Non avevamo abbastanza cibo e l'acqua che ci davano da bere era salata. Molti di noi avevano malattie alla pelle. Gli uomini fumavano hashish e ci picchiavano coi calci delle pistole o con qualsiasi oggetto che avessero a portata di mano: pezzi di metallo, pietre. Era gente priva di cuore".
Voci dall'inferno. È pretendere troppo che siano ascoltate?
Quelle voci non hanno la forza per raggiungere i palazzi del potere in Europa, là dove si decidono le strategie, si litiga sulle quote, si cerca di contenere l'"invasione" dei migranti. Ma quelle voci esistono per chi le vuole ascoltare. E raccontano dell'inferno che alberga nella Sponda Sud del Mediterraneo.
Darne conto è un dovere morale, oltre che un servizio che ridà dignità e spessore al mestiere di giornalista. Violenze di ogni genere, detenzioni illegali, stupri e torture. È quanto denunciano di subire in Libia migranti e rifugiati secondo il nuovo rapporto "L'inferno al di là del mare": è il titolo di un recente rapporto diffuso da Oxfam, Borderline Sicilia, Medu (Medici per i Diritti Umani).
Il rapporto dà voce a centinaia di persone - arrivate in Sicilia negli ultimi 12 mesi - che raccontano di essere state picchiate, abusate, vendute e arrestate illegalmente dalle milizie locali, dai trafficanti di esseri umani e dalle bande armate che "controllano" gran parte del territorio libico. Uomini, donne e bambini fuggiti da guerra, persecuzioni e povertà nei paesi di origine, arrivate con attese e speranze di una vita migliore in quella Libia divenuta la porta d'Europa, per poi scoprire di essere finite in un vero e proprio inferno.

"Non ti senti più un essere umano". Con questa frase si potrebbe riassumere gran parte delle testimonianze raccolte. Una fotografia in cui l'84% delle persone intervistate ha dichiarato di avere subito trattamenti inumani tra cui violenze brutali e tortura, il 74% ha dichiarato di aver e assistito all'omicidio o alla tortura di un compagno di viaggio, l'80% di aver subito la privazione di acqua e cibo e il 70% di essere stato imprigionato in luoghi di detenzione ufficiali o non ufficiali.

"Sono stato arrestato da una banda armata mentre stavo camminando per la strada a Tripoli- racconta H.R, 30 anni dal Marocco - mi hanno portato in una prigione sotterranea e mi hanno detto di chiedere il riscatto alla mia famiglia (...) Mi hanno picchiato e ferito diverse volte con un coltello. (...) Un muscolo nel mio braccio sinistro è stato completamente lacerato (...) Stavo per morire a causa delle botte (...) Violentavano regolarmente gli uomini. Per spaventarci, in varie stanze amplificavano le urla per le violenze a cui gli altri detenuti erano sottoposti".

"(...) C'erano circa 300 persone nella prigione (...). Mi hanno fatto fare qualsiasi tipo di lavoro (...). Ci davano da mangiare raramente. Mi picchiavano, a volte mi hanno torturato (...)" – aggiunge C.B., 28 anni, arrivato in Libia dal Gambia. "(...) Ho lasciato il mio paese e ho raggiunto mio fratello in Libia – ricorda K.M. , 27 anni, originaria della Costa d'Avorio, intervistata al CARA di Mineo - Un giorno un gruppo di soldati è entrato nella nostra casa. (...) Mi hanno picchiata e sono stata violentata davanti a mio fratello e mia figlia. Mio fratello ha cercato di difendermi ed è stato picchiato selvaggiamente (...)."

"Si tratta di testimonianze talmente atroci da essere al limite della nostra comprensione – afferma la direttrice delle campagne di Oxfam Italia, Elisa Bacciotti – Racconti di migranti che stiamo aiutando da un anno con il progetto OpenEurope in gran parte della Sicilia, che ci restituiscono uno spaccato inaccettabile di ciò che accade dall'altra parte del Mediterraneo. "Di fronte a questa situazione c'è da chiedersi - conclude Bacciotti - dove stia finendo il senso di umanità dell'Europa e di molti Stati Membri, che nella migliore delle ipotesi, sembrano disposti ad offrire ai paesi africani un aiuto rivolto esclusivamente al controllo delle frontiere, e non alla protezione dei diritti umani.

Di fronte alla palese violazione dei diritti umani dei migranti in Libia, desta particolare preoccupazione quindi l'obiettivo di Italia e UE di rafforzare il controllo dei flussi migratori non solo da Italia a Libia ma anche con finanziamenti a paesi di transito come Niger, Mali, Etiopia, Sudan e Ciad, dietro una loro maggiore collaborazione nel controllo delle frontiere e nelle procedure di rimpatrio e espulsione, ma senza chiedere loro di rispettare standard nella tutela dei diritti umani dei migranti. Queste misure sembrano tracciare un disegno volto alla chiusura della rotta centrale del Mediterraneo, senza però che vengano predisposti meccanismi di ingresso regolari e sicuri verso l'Italia e l'Europa" . Il rischio è quindi quello di creare così "nuovi inferni" per le persone in fuga da conflitti, abusi, violenze, fame e povertà.

"Uno scenario in cui la vita di centinaia di migliaia di migranti sarebbe ancor più alla mercé delle reti di trafficanti di esseri umani che non operano solo attraverso il Mediterraneo, ma direttamente in Libia e nel continente africano. Facendo aumentare il numero dei morti in mare, che nel 2016 sono stati quasi 6000 e sono 1985 dall'inizio dell'anno" – aggiunge Bacciotti. Uno scenario inaccettabile a cui va ad aggiungersi l'effetto dei primi rimpatri in Libia. "L'accordo stipulato dall'Italia con il cosiddetto Governo di Unità Nazionale libico di Al Sarraj qualora riuscisse a diventare pienamente operativo, manterrebbe o riporterebbe le persone indietro, in un paese dove regna il caos, con abusi sistematici dei diritti di chi scappa da guerra e povertà e dove i centri per i migranti sono dei veri e propri lager", continua Bacciotti. "Già nel 2012 la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo condannava l'Italia per avere effettuato respingimenti collettivi in mare verso la Libia, in forza dell'accordo bilaterale stipulato nel 2008 sotto il regime del colonnello Gheddafi, per violazione del divieto di trattamenti inumani e degradanti previsto dall'art. 3 della C.E.D.U. – dichiara Germana Graceffo di Borderline Sicilia - Oggi la Corte Penale Internazionale dell'Aja indaga la Libia per crimini contro l'umanità. E' inaccettabile che il governo italiano con questo tipo di accordi si renda complice in questi crimini, di cui prima o poi sarà tenuta a rispondere".

E l'inferno si materializza anche dalle testimonianze raccolte da Amnesty International. La maggior parte delle persone con cui Amnesty ha parlato ha denunciato di essere stata vittima di tratta di esseri umani. I migranti e i rifugiati sono presi dai trafficanti appena entrati in Libia o vengono venduti alle bande criminali. Parecchi di loro hanno riferito di pestaggi, stupri, torture e sfruttamento. Alcuni hanno assistito a uccisioni da parte dei trasportatori, altri hanno visto compagni di viaggio morire a causa delle malattie o dei maltrattamenti subiti.

"Quando arrivi in Libia, quello è il momento in cui inizia tutto, quando cominciano a picchiarti" – ha raccontato Ahmed, 18 anni, proveniente dalla Somalia e arrivato in Libia nel novembre 2015 attraverso il Sudan. I trasportatori si rifiutavano di dare da bere e a volte sparavano a chi supplicava un goccio d'acqua, come è successo a un gruppo di siriani che stava morendo di sete.

"Il primo siriano morto era un giovane, poteva avere 21 anni. Dopo ci hanno dato da bere ma nel frattempo era stato ucciso un altro siriano di 19 anni". I trasportatori hanno rubato gli oggetti personali dei due siriani morti e non hanno permesso di seppellirli. Paolos, 24 anni, un eritreo arrivato in Libia nell'aprile 2016 attraverso Sudan e Ciad, ha raccontato che i trasportatori hanno abbandonato un disabile nel deserto, poco dopo essere entrati in Libia diretti a Sabha.

"Hanno gettato un uomo dal pick-up lasciandolo nel deserto. Era ancora vivo. Era un disabile" – ha raccontato Paolos. Durante il viaggio Amnesty International ha parlato con 15 donne, la maggior parte delle quali ha raccontato di aver temuto di subire violenza sessuale in ogni momento del viaggio verso la costa libica. Gli stupri sono talmente comuni che molte donne assumono contraccettivi prima di mettersi in viaggio, onde evitare di rimanere incinte.

Il personale medico del centro d'accoglienza di Bari ha confermato di aver assistito altre donne che avevano avuto la stessa esperienza. In tutto, Amnesty International ha raccolto 16 testimonianze di persone che hanno subìto violenza sessuale o vi hanno assistito. La violenza è commessa dai trasportatori, dai trafficanti o dai gruppi armati, sia durante il viaggio che nella fase di attesa dell'imbarco verso l'Europa, quando le donne sono trattenute in abitazioni private o in fabbriche abbandonate lungo la costa.

Un'eritrea di 22 anni ha assistito alla violenza sessuale contro altre donne, una delle quali è stata sottoposta a uno stupro di gruppo poiché accusata erroneamente di non aver pagato il dovuto al trasportatore: "La sua famiglia non aveva i soldi per pagare una seconda volta. Allora cinque uomini libici l'hanno presa da parte e l'hanno stuprata. Era notte, nessuno di noi ha potuto far niente, avevamo troppa paura".

Ramya, un'altra eritrea di 22 anni, è stata stuprata più di una volta dai trafficanti che la tenevano prigioniera in un campo nei pressi di Ajdabya, nel nord-est della Libia, dove era entrata nel marzo 2015. "Dopo aver bevuto alcool e fumato hashish, le guardie entravano e sceglievano le donne. Poi le portavano fuori. Loro cercavano di opporsi ma quando hai una pistola puntata alla testa, non hai altra scelta se vuoi sopravvivere. Mi hanno stuprato due o tre volte. Non volevo perdere la vita".

Antoinette, 28 anni, proveniente dal Camerun, ha descritto i trafficanti che la tenevano prigioniera nell'aprile 2016: "Non gliene importa nulla se sei una donna o un bambino. Ci picchiano coi bastoni, sparano in aria per metterci paura... Avevo con me un bambino, forse per quello non mi hanno stuprata, ma l'hanno fatto alle donne incinte e a quelle che viaggiavano sole".

Rapimenti, sfruttamento ed estorsione Molti dei migranti e dei rifugiati incontrati da Amnesty International hanno raccontato di essere stati fatti prigionieri a scopo di riscatto. Erano tenuti in condizioni spesso squallide, privati di cibo e acqua, picchiati, minacciati e insultati costantemente. Semre, 22 anni, eritreo, ha testimoniato di aver visto quattro persone, tra cui un ragazzino di 14 anni e una donna di 22, morire di malattie e inedia durante la prigionia. "Nessuno li ha portati all'ospedale e alla fine li abbiamo dovuti seppellire noi stessi".

Il padre di Semre ha fatto arrivare i soldi del riscatto ma i trafficanti, anziché liberarlo, lo hanno venduto a un'altra banda di criminali. Saleh, 20 anni, eritreo, è entrato in Libia nell'ottobre 2016. I trafficanti lo hanno immediatamente portato in un hangar nella zona di Bani Walid, dove è rimasto 10 giorni. In quel periodo, ha visto un uomo che non poteva pagare il riscatto sottoposto a scariche elettriche mentre era in una vasca d'acqua.

"Minacciavano la stessa fine a chi non avesse avuto i soldi per pagare il riscatto" Saleh è finito in un altro campo gestito dai trafficanti dalle parti di Sabrata, vicino al mare. "Non sapevamo cosa sarebbe successo, se non che ci avrebbero tenuti lì fino a quando le nostre famiglie non avessero mandato i soldi. Nel frattempo ci costringevano a lavorare gratis nelle case, pulire e altre cose del genere. Non avevamo abbastanza cibo e l'acqua che ci davano da bere era salata. Molti di noi avevano malattie alla pelle. Gli uomini fumavano hashish e ci picchiavano coi calci delle pistole o con qualsiasi oggetto che avessero a portata di mano: pezzi di metallo, pietre. Era gente priva di cuore".

Voci dall'inferno. È pretendere troppo che siano ascoltate? 
 
 

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