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Le femmine stanno cambiando. E i maschi? Educhiamoli a superare gli stereotipi
di Patrizia Violi, su http://27esimaora.corriere.it (9/6/2017)

Per combattere le discriminazioni di genere stiamo cercando di instillare sicurezza nelle nostre bambine, insegnando loro che il limite è il cielo: possono fare tutto. Ma questa strategia non sarà mai vincente se non vengono aiutati anche i maschi a uscire dagli stereotipi.
Nel nostro cuore lo sapevamo e l’abbiamo anche predicato da tempo, però a convalidare questa tesi è appena uscito un articolo su New York Times in cui non solo si auspica una rivoluzione di genere per l’equilibrio della società, ma si lancia un grido d’allarme anche per il risanamento dell’economia.
Il punto di partenza di questa analisi è il concetto di Pink Economy: mentre la curva dell’andamento del mercato del lavoro maschile è in discesa, le competenze identificate come vincenti sul lavoro sono quelle “tipicamente” femminili: empatia, flessibilità, cooperazione, abilità comunicativa.
Talenti che le donne posseggono perché vengono educate, da sempre in un certo modo, mentre i maschi, forti del loro primato nelle scienze e nella matematica, hanno spesso snobbato come “roba da femmine” queste abilità e ora sono rimasti indietro. Acidi pregiudizi femministi? Pare proprio di no, l’articolo del quotidiano americano approfondisce con i risultati di un recentissimo studio del O.E.C.D (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) che ha rilevato come i ragazzi nel 70% degli stati siano meno brillanti delle ragazze nel rendimento scolastico. Un dato molto interessante è che le eccellenze scolastiche femminili si trovano nei Paesi dove la discriminazione è alta: Tailandia, Malesia, Arabia Saudita, Quatar.
Cosa significa? Che le ragazze hanno imparato, abbiamo insegnato loro, che per primeggiare bisogna impegnarsi, mentre nell’educazione dei maschi si fanno ancora troppi errori e si lascia che boys will be boys, simpatico detto anglosassone che -come scrive il New York Times- scusando gli atteggiamenti più sciovinisti, continua a rovinare generazioni.
Per attuare un vera rivoluzione di genere la responsabilità è dei genitori e, come sottolinea il quotidiano, l’unica alternativa è crescere un “bambino femminista”, prototipo raro e difficile da riprodurre anche perché le discriminazioni sono ovunque. Prevalgono alla grande, prima ancora della nascita, nel mercato dei prodotti dedicati all’infanzia. Anche se, in teoria, non siamo mai stati così liberali verso il gender, secondo una ricerca dell’università di S. Jose in California, i giocattoli negli ultimi 50 anni sono diventati sempre più sofisticati, settoriali e soprattutto discriminanti.
Le differenze sono marcatissime, non solo tra le bambole e i trenini, ma in tutto il merchandising: anche gli spazzolini da denti sono da maschio e da femmina. Rosa per le femmine e azzurro per i maschi: una condanna frutto di un’invenzione pubblicitaria lanciata a metà degli anni ’10 nel secolo scorso. Anzi all’inizio rosa per i maschi e l’azzurro per le bambini. Mentre prima tutti i bambini portavano i capelli lunghi e si vestivano di bianco. Interessante il link del New York Times che rimanda a una foto del Presidente Roosevelt da bambino, con un vestito a balze e i capelli lunghi. Nonostante l’abbigliamento così camp, poco maschile, è diventato un uomo di potere!
Per combattere le discriminazioni di genere stiamo cercando di instillare sicurezza nelle nostre bambine, insegnando loro che il limite è il cielo: possono fare tutto. Ma questa strategia non sarà mai vincente se non vengono aiutati anche i maschi a uscire dagli stereotipi. Nel nostro cuore lo sapevamo e l’abbiamo anche predicato da tempo, però a convalidare questa tesi è appena uscito un articolo su New York Times in cui non solo si auspica una rivoluzione di genere per l’equilibrio della società, ma si lancia un grido d’allarme anche per il risanamento dell’economia.
Il punto di partenza di questa analisi è il concetto di Pink Economy: mentre la curva dell’andamento del mercato del lavoro maschile è in discesa, le competenze identificate come vincenti sul lavoro sono quelle “tipicamente” femminili: empatia, flessibilità, cooperazione, abilità comunicativa.

Talenti che le donne posseggono perché vengono educate, da sempre in un certo modo, mentre i maschi, forti del loro primato nelle scienze e nella matematica, hanno spesso snobbato come “roba da femmine” queste abilità e ora sono rimasti indietro. Acidi pregiudizi femministi? Pare proprio di no, l’articolo del quotidiano americano approfondisce con i risultati di un recentissimo studio del O.E.C.D (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) che ha rilevato come i ragazzi nel 70% degli stati siano meno brillanti delle ragazze nel rendimento scolastico. Un dato molto interessante è che le eccellenze scolastiche femminili si trovano nei Paesi dove la discriminazione è alta: Tailandia, Malesia, Arabia Saudita, Quatar.

Cosa significa? Che le ragazze hanno imparato, abbiamo insegnato loro, che per primeggiare bisogna impegnarsi, mentre nell’educazione dei maschi si fanno ancora troppi errori e si lascia che boys will be boys, simpatico detto anglosassone che -come scrive il New York Times- scusando gli atteggiamenti più sciovinisti, continua a rovinare generazioni.

Per attuare un vera rivoluzione di genere la responsabilità è dei genitori e, come sottolinea il quotidiano, l’unica alternativa è crescere un “bambino femminista”, prototipo raro e difficile da riprodurre anche perché le discriminazioni sono ovunque. Prevalgono alla grande, prima ancora della nascita, nel mercato dei prodotti dedicati all’infanzia. Anche se, in teoria, non siamo mai stati così liberali verso il gender, secondo una ricerca dell’università di S. Jose in California, i giocattoli negli ultimi 50 anni sono diventati sempre più sofisticati, settoriali e soprattutto discriminanti.

Le differenze sono marcatissime, non solo tra le bambole e i trenini, ma in tutto il merchandising: anche gli spazzolini da denti sono da maschio e da femmina. Rosa per le femmine e azzurro per i maschi: una condanna frutto di un’invenzione pubblicitaria lanciata a metà degli anni ’10 nel secolo scorso. Anzi all’inizio rosa per i maschi e l’azzurro per le bambini. Mentre prima tutti i bambini portavano i capelli lunghi e si vestivano di bianco. Interessante il link del New York Times che rimanda a una foto del Presidente Roosevelt da bambino, con un vestito a balze e i capelli lunghi. Nonostante l’abbigliamento così camp, poco maschile, è diventato un uomo di potere!

Nell’educazione le differenze vengono sottolineate troppo presto, già a 5 anni si insegna ai maschi che possono esprimere il loro disagio arrabbiandosi, magari spaccando qualcosa, ma certo non piangendo. Si fanno errori nell’educazione, in buona fede, senza neanche accorgersene. Le sfumature di genere, subdole, iniziano in casa: si incoraggiano le bambine a diventare calciatori o dottori, ma non i maschi a fare gli infermieri o i ballerini. Perché il mercato del lavoro femminile è considerato, implicitamente di serie B, è un dato di fatto che le donne guadagnino il 20% in meno.

In casa alle ragazze si insegna a pulire, badare ai fratellini, a portare fuori il cane. Mentre se lo fanno i maschi vengono pagati. È lo stesso atteggiamento che, trent’anni dopo, porterà a congratularsi con il padre che va a prendere il figlio alla materna, o lo porterà al parco a giocare.

Le madri spesso preferiscono leggere e chiacchierare con le figlie, che condividono rapite. Dovrebbero farlo anche con i maschi riluttanti, così imparerebbero ad ascoltare e comunicare meglio. L’idea che siano più portati per le materie scientifiche deriva anche da queste abitudini radicate. I maschi sono molto più sensibili delle ragazze all’emulazione. Nel bene e nel male, secondo un recente studio della Northwestern University a Chicago. Quindi dare il buon esempio in famiglia è fondamentale. Infatti la buon notizia è che i figli maschi di madri lavoratrici, da una ricerca di Harvard, vedendo la mamma impegnata su due fronti, diventano uomini molto più disponibili nelle faccende di casa.
 
 
 

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