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La chiesa e la teologia alla prova del Gender
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Aristotele, Adorno e l’inganno della post-verità
Stiamo transitando dalla civiltà della ragione alla civiltà dell’emozione. E la prova è il dilagare della cosiddetta post-verità. Ovvero la verità nell’epoca della sua riproducibilità tecnologica. Dominata dai social media che sostituiscono l’oggettività con l’opinione, l’attendibilità della fonte con la fascinazione della testimonianza, l’autorevolezza della spiegazione con l’incantamento della narrazione. E quando l’impatto emotivo del racconto è più forte della qualità delle argomentazioni e della fondatezza delle prove, l’informazione tende inesorabilmente a scivolare verso la fiction.
È uno dei paradossi della connessione permanente. L’aumento delle conoscenze disponibili e accessibili con un semplice clic, assieme ai progressi delle tecnologie comunicative e alla crescita esponenziale dei flussi di trasmissione della cultura, stanno provocando una sorta di nichilismo digitale. Con la tracimazione di fake news incontrollate e spesso incontrollabili. E la viralizzazione inarrestabile delle post-verità. Che nell’orizzontalità della Rete, senza gerarchia e senza cronologia, trovano uno strumento di diffusione formidabile e senza filtri. Così voci, leggende metropolitane, pseudo scoperte scientifiche, bufale, finte evidenze e correlazioni fantasiose fanno sembrare vero quello che vero non è. Col risultato di mettere sullo stesso piano esternazioni banali e intuizioni geniali. Chiacchiere 2.0 e acquisizioni consolidate, nozioni confermate dal tempo, legittimate dalle verifiche, garantite dalle competenze. Assistiamo e partecipiamo a un confronto caotico, e al momento impari, tra cultura e impostura. Solo apparentemente democratico. Perché, come diceva Aristotele duemilaquattrocento anni fa, quando in una società viene meno ogni principio condiviso di oggettività e di autorevolezza, di verifica razionale dei fattori di accertamento della verità, la democrazia non può che degenerare in demagogia. Che della prima è la caricatura anabolizzata.
Rumorosa e minacciosa. Plebiscitaria e totalitaria. Chissà cosa direbbe oggi il grande filosofo di Stagira davanti alle dimensioni planetarie della polis globale, dove la propria opinione non viene più scritta su un coccio di terracotta o su una conchiglia, come si faceva ad Atene, ma postata urbi et orbi, con effetti spesso destabilizzanti. Ostracismi, giudizi sommari, gogne mediatiche. E la questione non è la vecchia contrapposizione tra cultura popolare e cultura ufficiale. Perché la cultura può nascere anche dal basso, ma deve guadagnarsi quel livello di riconoscimento collettivo, che la distingue da una boiata qualsiasi. O, peggio, da una falsità deliberata.
Rimane il fatto che il problema non è la Rete in sé, ma l’uso dilettantesco che ne stiamo facendo. Anche per il fatto che navighiamo a vista tra le onde impetuose di una rivoluzione culturale paragonabile all’invenzione della stampa. E, prima ancora, a quella della scrittura, che hanno segnato dei punti di non ritorno nella storia dell’umanità.
Insomma, siamo in mezzo a un guado e non abbiamo ancora imparato a padroneggiare i poteri straordinari di questi  mezzi che spesso usiamo come giocattoli. Subendone l’incanto che moltiplica oltremisura il ruolo delle emozioni.
Non a caso il nostro rapporto con le news diventa ogni giorno più emotivo che critico, più immaginativo che riflessivo. Consumiamo con avidità notizie aumentate, che proprio come l’augmented reality cui siamo assuefatti, ci sembrano avere una definizione più alta, indispensabile a catturare la nostra attenzione. A emozionarci, stupirci, scuoterci. Che si tratti della morsa del gelo o degli attacchi terroristici, dei migranti o della meningite. Con un atteggiamento sempre più sentimentalistico e sensazionalistico. Non a caso quello che chiamiamo sensazionalismo ha a che fare, anche etimologicamente, con i sensi, con la pelle, la pancia, il cuore. Usiamo sempre più frequentemente espressioni del tipo “quelle immagini mi hanno fatto venire i brividi”, “mi sono emozionato”. Reazioni più etologiche che logiche. Ci sta succedendo quello che aveva previsto il filosofo Theodor Adorno, vale a dire che giunto al suo apogeo l’illuminismo si sta rovesciando in mitologia.
di Marino Niola, su www.marinoniola.it (21/3/2017)

Stiamo transitando dalla civiltà della ragione alla civiltà dell’emozione. E la prova è il dilagare della cosiddetta post-verità. Ovvero la verità nell’epoca della sua riproducibilità tecnologica. Dominata dai social media che sostituiscono l’oggettività con l’opinione, l’attendibilità della fonte con la fascinazione della testimonianza, l’autorevolezza della spiegazione con l’incantamento della narrazione. E quando l’impatto emotivo del racconto è più forte della qualità delle argomentazioni e della fondatezza delle prove, l’informazione tende inesorabilmente a scivolare verso la fiction.
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Incontri di ecologia letteraria
Percorso di formazione su www.ilgiocodeglispecchi.org

Il progetto “Cambiamenti climatici e migrazioni: nuovi punti di vista per uno sviluppo sostenibile” mira ad accendere l’attenzione sui fenomeni causati dall’uomo che impoveriscono la terra producendo impatti negativi a livello ambientale, proponendo al contempo buone pratiche di comportamento. In particolar modo, il focus sarà rivolto ai cambiamenti climatici.
Il percorso si struttura in un ciclo di 4 incontri di 2 o 3 ore ed intende fornire informazioni e strumenti concreti per orientarsi e orientare nella complessità dei molti aspetti collegati allo sviluppo sostenibile locale e globale.
Obiettivo specifico: mettere in luce la relazione tra ecologia e letteratura a partire dall’analisi di alcuni testi e fornire ai partecipanti gli strumenti per imparare a delineare “l’ambiente” tenendo conto delle sue molteplici dimensioni: biologica, sociale, culturale, politica.
Di seguito i dettagli di ciascun incontro:
mercoledì 15 marzo conferenza (2 h) dedicata all’approfondimento delle suddette tematiche nell’ambito della letteratura per l’infanzia e l’adolescenza, settore con importanti ricadute educative ma in cui è molto difficile orientarsi senza strumenti adeguati. Docente Elisa Rossignoli, responsabile delle relazioni con gli insegnanti per l’Associazione Mani Altri Sguardi. Insegnante, laureata in filosofia, ha conseguito il perfezionamento in antropologia e un master in Interventi Relazionali in Contesto d'Emergenza. Ha svolto esperienze di volontariato internazionale. Ha lavorato in Italia in progetti di inserimento scolastico di minori rom e stranieri.
mercoledì 22 marzo, primo incontro da 3 h dedicato all’approccio pratico alla Ecologia letteraria attraverso la costruzione di “laboratori” di lettura a partire dall’analisi di testi selezionati dai nostri collaboratori scientifici, fascia d'età: bambini/ragazzi.
giovedì 30 marzo, conferenza sul tema della Ecologia letteraria (2 h) con Serenella Iovino, docente di Filosofia Morale all’Università di Torino e Research Fellow della Alexander-von-Humboldt Stiftung. Dal 2008 al 2010 è stata presidente dell’EASLCE (European Association for the Study of Literature, Culture and Environment). Tra i suoi libri ricordiamo Ecologia letteraria. Una strategia di sopravvivenza, Ed. Ambiente, 2006, e Filosofie dell’ambiente. Etica, natura, società Carocci, 2004.
mercoledì 5 aprile, secondo incontro da 3 h, secondo laboratorio di lettura su testi per la fascia d'età giovani/adulti, con Elisa Rossignoli.
Orari e sedi in via di definizione.
Gli insegnanti possono richiedere il riconoscimento di crediti formativi.
Il percorso si struttura in un ciclo di 4 incontri di 2 o 3 ore ed intende fornire informazioni e strumenti concreti per orientarsi e orientare nella complessità dei molti aspetti collegati allo sviluppo sostenibile locale e globale. Obiettivo specifico: mettere in luce la relazione tra ecologia e letteratura a partire dall’analisi di alcuni testi e fornire ai partecipanti gli strumenti per imparare a delineare “l’ambiente” tenendo conto delle sue molteplici dimensioni: biologica, sociale, culturale, politica.
Di seguito i dettagli di ciascun incontro:
 
mercoledì 15 marzo, conferenza (2 h) dedicata all’approfondimento delle suddette tematiche nell’ambito della letteratura per l’infanzia e l’adolescenza, settore con importanti ricadute educative ma in cui è molto difficile orientarsi senza strumenti adeguati. Docente Elisa Rossignoli, responsabile delle relazioni con gli insegnanti per l’Associazione Mani Altri Sguardi. Insegnante, laureata in filosofia, ha conseguito il perfezionamento in antropologia e un master in Interventi Relazionali in Contesto d'Emergenza. Ha svolto esperienze di volontariato internazionale. Ha lavorato in Italia in progetti di inserimento scolastico di minori rom e stranieri.
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La noia, linfa segreta della creatività
I ritmi sempre più frenetici del mondo contemporaneo hanno determinato un nuovo concetto di tempo: non più una categoria che l’uomo gestisce e utilizza per i propri fini, ma piuttosto un vorace cavaliere oscuro che lo travolge e lo fagocita, destituendolo dal suo ruolo di “padrone” a quello di “servo”. Neppure i bambini sono esenti da questo vortice e sono sottomessi al tempo. Sono oberati da impegni continui e scanditi da orari ben precisi: palestra, corso di musica, gara di nuoto, laboratorio artistico e... così via! Poveri bambini! Costretti a vivere le loro giornate come una frenetica corsa, non hanno neppure il tempo di annoiarsi... Ma sono davvero così felici di rinunciare a quella sensazione di vuoto non riempito che si chiama noia? E questa è davvero tutta deleteria o può addirittura essere considerata un valore?
Al di là delle mie considerazioni personali, determinate da esperienze concrete vissute in età infantile, quando avevo il tempo di annoiarmi e, grazie a questo, potevo far lavorare la mia fantasia per inventare un gioco nuovo o per “costruire” storie, ho cercato di avvalorare le mie idee in proposito facendo riferimento a quelle, più autorevoli, di persone esperte.
Teresa Belton, scienziata inglese esperta di problemi dell'infanzia e dell'apprendimento, per esempio, sostiene che la noia è “la linfa segreta della creatività”. Oggi i genitori sono convinti che impegnare i figli in varie attività pomeridiane extrascolastiche sia propedeutico a una maggiore efficienza futura, ma non è proprio così. Avere tempo per pensare può aiutarli a scoprire meglio ciò che li rende felici. Perciò, ai bambini deve essere lasciato lo spazio idoneo per gestire in modo personale il loro tempo e non avere tutto programmato e gestito dagli adulti. Come sostiene la Belton: “Facciamo dunque i giusti onori alla noia. Questa buona fata che costringe i nostri bambini, sbadigliando, a scegliere ciò che è davvero utile per loro”: avere tempi morti in una giornata già scandita dalle ore dedicate alla scuola e alla normale e indispensabile routine della giornata deve rappresentare, per il bambino, il modo più congeniale per attivare le sue doti creative. Per evidenziare il valore educativo della noia la scienziata inglese cita i racconti dell’infanzia di artisti e scrittori che, avendo avuto il tempo di annoiarsi, sono stati indotti a riflettere sulle proprie inclinazioni e , in futuro, a farle proliferare. Perciò, non si deve “riempire” il tempo, ma far sì che sia il bambino a trovare, nei cosiddetti ”tempi morti” alternative positive alle quotidiane attività.
di Aida Dattola, su www.educare.it (10/3/2017)

I ritmi sempre più frenetici del mondo contemporaneo hanno determinato un nuovo concetto di tempo: non più una categoria che l’uomo gestisce e utilizza per i propri fini, ma piuttosto un vorace cavaliere oscuro che lo travolge e lo fagocita, destituendolo dal suo ruolo di “padrone” a quello di “servo”. Neppure i bambini sono esenti da questo vortice e sono sottomessi al tempo. Sono oberati da impegni continui e scanditi da orari ben precisi: palestra, corso di musica, gara di nuoto, laboratorio artistico e... così via! Poveri bambini! Costretti a vivere le loro giornate come una frenetica corsa, non hanno neppure il tempo di annoiarsi... Ma sono davvero così felici di rinunciare a quella sensazione di vuoto non riempito che si chiama noia? E questa è davvero tutta deleteria o può addirittura essere considerata un valore?
Al di là delle mie considerazioni personali, determinate da esperienze concrete vissute in età infantile, quando avevo il tempo di annoiarmi e, grazie a questo, potevo far lavorare la mia fantasia per inventare un gioco nuovo o per “costruire” storie, ho cercato di avvalorare le mie idee in proposito facendo riferimento a quelle, più autorevoli, di persone esperte.
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Il vocabolario della questione dei Generi
di Irene Biemme, su www.nuoviocchiperimedia.it (4/3/2017)

Per progettare percorsi di educazione di genere nelle scuole è utile in primo luogo padroneggiare e condividere un vocabolario specialistico costituito da termini quali: sesso, genere, differenze sessuali, differenze di genere, mascolinità, femminilità, stereotipo, sessismo. Alcuni di questi termini (genere, sessismo) sono neologismi creati nell'ambito del neo-femminismo per inaugurare un linguaggio che si faccia portatore di un nuovo sguardo per osservare la "questione dei generi": le differenze tra uomini e donne – che si configurano tradizionalmente in termini di disparità di un sesso sull’altro – non sono un dato biologico, innato, ma sono il frutto di un condizionamento socio-culturale messo in atto all’interno della famiglia, della scuola e del più ampio contesto sociale.
Ci sono due nozioni preliminari da cui partire: quelle di sesso e genere. La distinzione tra i due termini palesa a livello linguistico due differenti prospettive teoriche attraverso le quali si possono studiare le tematiche in oggetto e rimanda ad un antico dibattito, quello tra natura e cultura, che è stato applicato anche alla discussione delle origini delle differenze tra i sessi. La questione può essere così espressa: donne e uomini imparano ad essere differenti, oppure la responsabilità delle differenze va attribuita esclusivamente al loro patrimonio biologico ereditario? Le differenze nei comportamenti e nella costituzione psichica sono determinate da dati biologici/genetici/ormonali o sono piuttosto il prodotto di condizionamenti culturali e influenze ambientali? In sostanza, le differenze tra maschi e femmine sono innate o sono apprese?
I termini sesso e genere rimandano, rispettivamente, alle due prospettive: quella innatista e quella culturale. Il termine sesso allude ad una caratteristica fisica biologicamente definita che distingue i maschi dalle femmine, nasce infatti in biologia per designare una specifica coppia di cromosomi contenuti nelle cellule. Ogni cellula del corpo umano contiene quarantasei cromosomi, che si presentano in coppie di due elementi caratterizzati dalla forma uguale. I cromosomi sessuali costituiscono un ventitreesimo del patrimonio cromosomico totale: si tratta dei cosiddetti cromosomi X e Y, perché la loro forma è approssimativamente simile a queste due lettere maiuscole. Le donne hanno due cromosomi X, gli uomini hanno un cromosoma X e un cromosoma Y. Questi cromosomi sessuali, XX nella femmina e XY nel maschio, sono responsabili dello sviluppo delle caratteristiche femminili e maschili perché producono – nella norma – due differenti schemi di sviluppo somatico: appunto, quello maschile e quello femminile. Dunque è indubbio, e pacifico, che maschi e femmine siano biologicamente differenti. La situazione è però complicata dal fatto che le diversità che da sempre hanno connotato i due sessi si sono allargate ben oltre la sfera biologica per andare ad investire la sfera dei ruoli sociali e familiari fino ad arrivare a determinare una diversità nei comportamenti, nelle attitudini, nei tratti psicologici e comportamenti che sono ritenuti peculiari di ciascun sesso. Ci possiamo domandare se questo secondo ordine di diversità derivi direttamente dalla diversità primordiale, biologica, o se invece sia frutto di condizionamenti sociali e culturali. Per lungo tempo gli studiosi hanno abbracciato la prima posizione, quella innatista, sostenendo che il ruolo di subalternità che la donna riveste nella società sia la diretta conseguenza di una sua inferiorità fisica e mentale. Il movimento femminista inaugura una prospettiva antitetica, arrivando a sostenere che le diverse caratteristiche, i diversi ruoli e comportamenti di donne e uomini sono appresi nel processo di socializzazione.
Si arriva in questo modo alla definizione del concetto di genere. Genere è un neologismo che viene introdotto nella lingua italiana negli anni ’80 e deriva dal corrispondente termine inglese gender. Il concetto di gender si sviluppa a partire dagli anni ’60 in area anglo-americana per designare il carattere sessuato dell’identità psicologica e socioculturale delle persone, dei ruoli nella famiglia e nella società, delle relazioni tra i sessi. Genere è dunque il significato sociale assunto dalle differenze sessuali e può essere definito come l’insieme di caratteristiche, comportamenti, norme di condotta che finiscono per essere rispettivamente associati ai maschi e alle femmine e perciò da loro attesi all’interno di una particolare società. In altre parole è un termine che designa i concetti di mascolinità e femminilità intesi come le attese sociali e culturali nei confronti della donna e dell’uomo. La distinzione tra differenze di genere e differenze sessuali ha quindi un significato sostanziale perché rimanda a due diversi presupposti teorici. Quando si fa riferimento alle differenze di sesso si allude ad una distinzione essenzialmente biologica che si fonda sulle caratteristiche anatomiche e fisiologiche degli individui; quando invece si fa riferimento alle differenze di genere si sottolinea il fatto che c’è una caratteristica socioculturale che assegna convenzionalmente a uomini e donne comportamenti e stili riconosciuti propri di ciascun sesso.
Arriviamo quindi alla nozione di sessismo, neologismo derivante dall’inglese sexism a sua volta creato in analogia a racism (razzismo), nasce negli anni '70 negli Stati Uniti. Come con "razzismo" si intende discriminazione secondo la razza, con "sessismo" si intende discriminazione secondo il sesso. Il termine indica quindi qualunque arbitraria stereotipizzazione di maschi e femmine in base al sesso.
Questa definizione ci rimanda ad altre tre nozioni che vanno a chiudere il nostro piccolo vocabolario: pregiudizio, stereotipo/stereotipo di genere, discriminazione. Il pregiudizio è un atteggiamento e, in quanto tale, è composto da tre aspetti: una componente affettiva o emozionale, che rappresenta il tipo di emozione collegata all’atteggiamento (ad esempio, la rabbia o la gioia, l’ansia, l’ostilità); una componente cognitiva, che comprende le credenze o i pensieri (cognizioni) che compongono l’atteggiamento; una componente comportamentale, collegata alle azioni dell’individuo.
Il pregiudizio (componente emotiva) è un atteggiamento ostile o negativo nei confronti di un gruppo, basato unicamente sull’appartenenza a quel determinato gruppo. I pregiudizi sono frutto di categorizzazioni sociali. Lo stereotipo (componente cognitiva) è un’opinione comune, ritenuta valida, relativa a caratteristiche e credenze di gruppi e/o istituzioni, spesso semplificata e rigida che non tiene in nessun conto le differenze individuali. Gli stereotipi sono l’effetto di generalizzazioni. Una sua sottocategoria è lo stereotipo di genere che consiste in una visione semplificata e rigida che attribuisce a donne e uomini ruoli determinati e limitati dal loro sesso. Infine, la discriminazione (componente comportamentale) è un’azione ingiustificata negativa o dannosa verso i membri di un gruppo, semplicemente a causa dell’appartenenza a quel determinato gruppo.
Per progettare percorsi di educazione di genere nelle scuole è utile in primo luogo padroneggiare e condividere un vocabolario specialistico costituito da termini quali: sesso, genere, differenze sessuali, differenze di genere, mascolinità, femminilità, stereotipo, sessismo. Alcuni di questi termini (genere, sessismo) sono neologismi creati nell'ambito del neo-femminismo per inaugurare un linguaggio che si faccia portatore di un nuovo sguardo per osservare la "questione dei generi": le differenze tra uomini e donne – che si configurano tradizionalmente in termini di disparità di un sesso sull’altro – non sono un dato biologico, innato, ma sono il frutto di un condizionamento socio-culturale messo in atto all’interno della famiglia, della scuola e del più ampio contesto sociale.
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Un approccio per innovare l'agire didattico
di Rago Giuseppe, su www.lascuolapossibile.it (3/3/2017)

In un'ottica di responsabilità sociale, la scuola, da sempre considerata l'istituzione preposta all'educazione e all'istruzione, è chiamata oggi a rinnovare, nelle scelte politico-organizzative e pratico-metodologiche, il suo paradigma di riferimento, accettando e inglobando opportunamente nel suo agire formale tutte quelle caleidoscopiche sfaccettature degli apprendimenti informali che dall'insegnamento e dalla trasmissione di valori, norme, conoscenze, capacità e linguaggi conducono a quella socializzazione sistematica che guarda al sistema educativo prima di tutto come mezzo di integrazione e coesione sociale (Durkheim, 1971).
Siamo di fatto abituati ad una scuola statica e oppositiva nei canoni e nelle strutture portanti, affaticata nei tentativi di abbracciare quegli input di flessibilità richiesti dai nuovi paradigmi che non possono trascurare l'utilizzo delle nuove tecnologie, in particolare per la valorizzazione dell'individuo e delle sue esperienze, collettive e sociali.
È necessario, in quest'ottica, concentrarsi sugli studenti, da coinvolgere in un ruolo tutt'altro che passivo, ai quali deve necessariamente essere affidata la "riforma" del setting didattico: solo così le idee e le opinioni della classe potranno essere accolte, negoziate, valorizzate e plasmate sul progetto educativo proposto dall'insegnante e supportato dalle nuove tecnologie.
È questo il modello Student Voice: un processo dinamico, democratico e allo stesso tempo capace di allestire ambienti inclusivi, puntando allo sviluppo di abilità sempre più partecipative, creative e socializzanti atte a sviluppare una capacità critica e dialogica, dando ad ognuno, con la supervisione dell'insegnante, l'opportunità di esprimersi utilizzando la voce in maniera ordinata e non casuale, in modo da generare un intreccio creativo e aperto, propedeutico nel favorire la discussione e il reciproco scambio di interpretazioni in una dimensione sociale dell'apprendimento dove oggetto dell'educazione diventa la costruzione di uno stato interiore che sia capace, a sua volta, di orientare per tutta la vita l'individuo verso l'apprendimento (Morin, 2001).
Emerge oggigiorno la necessità di fortificare la legittimazione della voce degli studenti, ancora troppe volte considerati "fruitori" e non "protagonisti" di una scuola che attende di essere rinnovata. L'ancora di salvezza non possono che essere le tecnologie (si pensi ad esempio ai forum, ai blog e alle piattaforme per l'e-learning) che aiutano ad esprimersi al meglio, a raccontare e a raccontarsi, contribuendo non soltanto attraverso il personale punto di vista, bensì portando avanti, sul piano educativo, l'opportunità di dare valore al potenziale comunicativo ed espressivo, amplificato e abilitato nelle nuove generazioni dalla rete e dai nuovi linguaggi comunicativi.
Gli studi, infatti, hanno dimostrato la naturale tendenza degli studenti a distrarsi meno, a cooperare, a diventare più creativi e a sviluppare capacità di produzione di idee innovative proprio grazie agli strumenti digitali e alla partecipazione "attiva" in classe. Si è dimostrato, infatti, che il rinnovamento degli apparati scolastici attraverso l'utilizzo delle nuove tecnologie può favorire alcune modifiche generali del contesto della relazione educativa ed essere quindi positivo per l'apprendimento: non si può affatto ignorare quanto le tecnologie siano in grado di stimolare la curiosità, l'esplorazione, lo scambio tra pari, la comunicazione, la creatività, tutti ingredienti fondamentali per ogni tipo di apprendimento.
C'è dell'altro: la proposta Student Voice trova riscontro anche nelle indicazioni europee che prospettano un'istruzione basata sull'adesione al principio di uguaglianza, al rispetto dei diritti umani e dei valori democratici (Watkins, 2012), con la consapevolezza di poter vantare nell'azione educativa quella ricchezza generata dalla valorizzazione delle diversità dell'alunno (considerato come vera risorsa) e dal sostegno nella promozione di un apprendimento disciplinare, pratico, e allo stesso tempo emotivo e sociale.
Nell'era della simultaneità intercognitiva, tra interrogativi e sperimentazioni pedagogiche, la proposta di sperimentazione è quella di incentivare lo spirito dell'approccio Student Voice, questo nuovo processo antropocentrico che, se accolto e ben tessuto nella fitta rete di orientamenti didattici, potrebbe davvero contribuire a delineare ancor meglio in Italia, nelle nostre classi, i tratti di una scuola che, sposando l'incipit dell'UE, si sviluppa e mantiene viva la democrazia generata dalla condivisione formativa, dalla corresponsabilità e dalla compartecipazione educativa per la promozione dei valori democratici, della coesione sociale, della cittadinanza attiva e del dialogo interculturale.
In un'ottica di responsabilità sociale, la scuola, da sempre considerata l'istituzione preposta all'educazione e all'istruzione, è chiamata oggi a rinnovare, nelle scelte politico-organizzative e pratico-metodologiche, il suo paradigma di riferimento, accettando e inglobando opportunamente nel suo agire formale tutte quelle caleidoscopiche sfaccettature degli apprendimenti informali che dall'insegnamento e dalla trasmissione di valori, norme, conoscenze, capacità e linguaggi conducono a quella socializzazione sistematica che guarda al sistema educativo prima di tutto come mezzo di integrazione e coesione sociale (Durkheim, 1971).
Siamo di fatto abituati ad una scuola statica e oppositiva nei canoni e nelle strutture portanti, affaticata nei tentativi di abbracciare quegli input di flessibilità richiesti dai nuovi paradigmi che non possono trascurare l'utilizzo delle nuove tecnologie, in particolare per la valorizzazione dell'individuo e delle sue esperienze, collettive e sociali.
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Il mondo secondo Amnesty: distrutto dal "noi contro di loro"
Chiara Cruciati, Il Manifesto
23 febbraio 2017
Come un gambero il mondo va all’indietro: ripiombato in un buio clima da anni Trenta, diviso con l’accetta nell’inquietante binomio "noi" e "loro", permeato di populismo razzista che lambisce il fascismo.
Il quadro che emerge dal Rapporto 2017 di Amnesty International è allarmante perché smonta l'impalcatura di falsa democrazia che l'Occidente – esperto "esportatore" – ha sempre usato per distanziarsi dalla funzionale categoria degli Stati canaglia.
La violazione dei diritti umani si allarga a macchia d’olio, tocca la quasi totalità dei paesi del mondo (159 quelli analizzati). Le parole chiave della deriva si accavallano: rifugiati, torture, sparizioni forzate, autoritarismi, muri.
Come si accavallano i nomi di chi oggi rappresenta «un mondo martoriato da una distruzione di vita e beni senza precedenti negli ultimi 70 anni»: Trump, Duterte, Erdogan, al-Sisi, Orbán.
Qualche numero: in 23 Stati sono stati commessi crimini di guerra, in metà si pratica la tortura, in 22 sono stati uccisi difensori dei diritti umani e in 36 è stato violato il diritto internazionale in materia di richiesta d’asilo.
Sullo sfondo un clima di razzismo strisciante che divide gli esseri umani in etnie, confessioni, razze e che riguarda anche l’Italia: «Esiste una retorica di divisione alimentata dal alcuni leader politici come Matteo Salvini della Lega Nord e Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia», dice Antonio Marchesi, presidente di Amnesty Italia.
Una retorica che entra nell’amministrazione italiana e europea, fisicamente visibile nei muri e i lacrimogeni che accolgono i migranti in fuga e nei pacchetti di aiuti miliardari a paesi che violano palesemente i diritti umani.
Nel mirino di Amnesty finiscono gli accordi sui migranti siglati da Roma e Bruxelles, fatti di Cie, maltrattamenti, respingimenti in violazione del diritto d’asilo, morti in mare: «L’applicazione da parte delle autorità italiane dell’approccio hotspot europeo – si legge nel rapporto – ha portato a casi di uso eccessivo della forza, detenzione arbitraria e espulsioni collettive».
Non si salva la Francia chiamata in causa per quattro estensioni dello stato di emergenza e attacchi come lo sgombero della “giungla” di Calais. Né si salva la Ue che con Ankara ha siglato un accordo che prevede la deportazione dei nuovi arrivati (senza valutarne l’eventuale diritto d’asilo) sulla base della definizione della Turchia come «paese sicuro».
Un «paese sicuro» in cui è in corso una guerra contro i kurdi, due milioni di rifugiati vivono in campi profughi o per le strade delle grandi città senza opportunità di integrazione, 10 parlamentari sono in prigione insieme a 150 giornalisti.
E tale pare essere la definizione che tocca alla Libia, destinataria di un altro accordo seppur divisa in parlamenti rivali, preda di milizie armate e nota per il trattamento riservato ai migranti nei centri di detenzione nel deserto.
Mentre si raccoglievano le spoglie delle 74 vittime dell’ultimo naufragio sulle coste della città di Zawiya, il ministro degli Interni Minniti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema di accoglienza presentava il memorandum libico come modello di un progetto strategico per l’Africa: «Abbiamo fatto un accordo importante con il Niger, più di recente con la Tunisia e firmato un memorandum con la Libia. L’idea è che l’Italia possa svolgere il ruolo di paese apripista».
L’«emergenza migranti», evento epocale che sveste l’Europa di decenni di presunta cultura di pace e accoglienza, si inserisce in un più vasto imbarbarimento dei discorsi promossi da movimenti xenofobi e di ultradestra che puntano a farsi (o si sono già fatti) governo.
Il linguaggio cambia e plasma la dicotomia noi/loro, rintracciabile nelle politiche dell’amministrazione Trump o del governo ungherese di Orbán.
«Il cinico uso della narrativa del noi contro loro, basata su demonizzazione, odio e paura, ha raggiunto livelli che non si vedevano dagli anni Trenta – scrive Salil Shetty, segretario generale di Amnesty – Un numero elevato di politici risponde ai legittimi timori nel campo economico e della sicurezza con una pericolosa e divisiva manipolazione delle politiche identitarie».
Una manipolazione che investe di riflesso la rete di alleanze globali ed erge a colonne portanti della lotta al terrorismo islamista regimi di stampo autoritario.
Ce lo ricorda Giulio Regeni, vittima della pervasiva macchina della repressione egiziana che oggi ripropone ad un livello ancora peggiore le stesse politiche dell’era Mubarak: torture, sparizioni forzate, omicidi extragiudiziali, soffocamento della società civile sono pratiche ormai sistematiche.
L’elenco potrebbe continuare: le Filippine di Duterte e i 7mila omicidi giustificati con la lotta al traffico di droga; le bombe saudite in Yemen; la legge sulla sorveglianza di massa del Regno Unito; gli attacchi in Polonia ai diritti di donne e Lgbti; il fuoco che ha distrutto centinaia di villaggi in Darfur; la pratica israeliana dello “spara per uccidere” e la strutturale confisca di terre palestinesi da parte di Tel Aviv.
E, compiendo un giro completo, si torna all’Italia. Amnesty rilancia la lettera inviata con Antigone, A Buon Diritto e Cittadianzattiva al ministro della Giustizia Orlando: Roma introduca il reato di tortura.
di Chiara Cruciati, su www.ilmanifesto.it (26/2/2017)

Come un gambero il mondo va all’indietro: ripiombato in un buio clima da anni Trenta, diviso con l’accetta nell’inquietante binomio "noi" e "loro", permeato di populismo razzista che lambisce il fascismo. Il quadro che emerge dal Rapporto 2017 di Amnesty International è allarmante perché smonta l'impalcatura di falsa democrazia che l'Occidente – esperto "esportatore" – ha sempre usato per distanziarsi dalla funzionale categoria degli Stati canaglia.
La violazione dei diritti umani si allarga a macchia d’olio, tocca la quasi totalità dei paesi del mondo (159 quelli analizzati). Le parole chiave della deriva si accavallano: rifugiati, torture, sparizioni forzate, autoritarismi, muri.
Come si accavallano i nomi di chi oggi rappresenta «un mondo martoriato da una distruzione di vita e beni senza precedenti negli ultimi 70 anni»: Trump, Duterte, Erdogan, al-Sisi, Orbán.
Qualche numero: in 23 Stati sono stati commessi crimini di guerra, in metà si pratica la tortura, in 22 sono stati uccisi difensori dei diritti umani e in 36 è stato violato il diritto internazionale in materia di richiesta d’asilo.
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Cosa possiamo fare per migliorare l’ambiente digitale in cui viviamo
Informarsi, discutere, confrontarsi, conoscersi, condividere, commentare, ridere, scherzare, arrabbiarsi, mettere mi piace. Passiamo sempre più tempo sui social network, in particolar modo su Facebook e su Twitter. Le nostre vite digitali non sono più una dimensione isolata, separabile da quella che un tempo differenziavamo come "vita reale": viviamo sempre connessi e molte delle nostre interazioni si sono spostate sui social.
Quello che diciamo, i post a cui mettiamo like e i contenuti che condividiamo entrano a far parte del flusso informativo dei nostri contatti. Ognuno di noi è “media” e dovremmo sentire la responsabilità delle nostre azioni e scelte in questi ambienti digitali. Avere piena consapevolezza del nostro comportamento online può rendere migliore il nostro stare insieme e contribuire in modo positivo e costruttivo all’ecosistema informativo.
Qui abbiamo individuato alcuni suggerimenti, ma vorremmo realizzare insieme a voi un elenco di consigli utili per tutti. Non solo per i giornalisti, ma per tutti noi cittadini che viviamo la rete e in rete.
Prima di commentare aspetta la seconda o terza versione della notizia
Quando le notizie si diffondo in maniera virale, conviene sempre aspettare prima di dire la nostra opinione sull'argomento, questo vale soprattutto nei casi in cui viene stimolata l'indignazione dei lettori. La versione più corretta e più aderente ai fatti solitamente è la seconda, se non la terza.
Molti media, purtroppo, si precipitano a pubblicare la notizia senza averla verificata. Riservandosi di correggere l'articolo in un secondo momento, quando ormai si è diffusa la prima versione e la conversazione dei lettori si è spostata su una ricostruzione distorta dei fatti.
Come lettori abbiamo il potere di sottrarci a questo meccanismo. E aspettare sempre prima di condividere, pubblicare, commentare, indignarci e diffondere informazioni sbagliate.
Se scopri di aver condiviso una notizia falsa, rettifica
Vale per i giornalisti, ma anche per i lettori. Può capitare a tutti di sbagliare. Quando succede è opportuno correggere l'errore e rettificare pubblicamente.
È necessario lasciare traccia delle correzioni che sono state fatte e spiegarle in maniera esaustiva: ricordiamoci che quello che abbiamo scritto avrà probabilmente generato like, commenti e condivisioni. Sarebbe quindi profondamente scorretto nei confronti di chi ci legge cambiare un articolo, modificare uno status o cancellare un tweet senza avvisare.
Su Facebook, possiamo editare il nostro status mettendo in evidenza la modifica e avvisando dell'errore. Ammettere i propri errori e riconoscerli pubblicamente rafforza la nostra reputazione.
Su Twitter, una volta pubblicato non possiamo editare un tweet, per cui la domanda che si fanno in molti nel momento della rettifica è: dobbiamo cancellare il tweet contenente l'informazione sbagliata? Esistono due possibili soluzioni.
Se decidiamo di non cancellare il nostro primo tweet, possiamo scriverne uno nuovo concatenato all'anteriore (si fa rispondendo al nostro stesso tweet, ma cancellando il nome dal messaggio) per rettificare e diffondere l'informazione corretta. Molti sono contrari a questo metodo perché l'informazione distorta potrebbe continuare a diffondersi attraverso i retweet senza che gli utenti si accorgano della correzione.
Una soluzione alternativa è quella di cancellare il tweet in maniera trasparente e rettificare pubblicamente in questo modo: facciamo uno screenshot del tweet; cancelliamo; twittiamo la rettifica allegando lo screenshot e avvisando i nostri follower che abbiamo cancellato quel tweet. Non bastano i 140 caratteri? Nessun problema, ricordati che puoi concatenare i tweet (consigliamo in ogni caso di non eccedere i tre tweet per una rettifica di questo tipo).
Se dobbiamo correggere un articolo, ricordiamoci di lasciare traccia delle modifiche che abbiamo fatto. La soluzione migliore è una nota alla fine del post spiegando quali errori sono stati corretti e quali parti sono state cambiate.
Chiedere scusa per l’errore è un gesto semplice, segno di sensibilità e intelligenza.
Prima di condividere una foto o un video accertati che siano autentici
In questo modo possiamo contribuire a migliorare il nostro ecosistema informativo, evitando di esporre i nostri contatti (e noi stessi) a informazioni false, incomplete e dannose.
Come verificare l'autenticità di un'immagine? Google Immagini offre uno strumento molto semplice per effettuare una ricerca a partire da un'immagine che abbiamo scaricato sul nostro computer. In questo modo scopriremo se quella foto è già stata usata su Internet. È una pratica essenziale durante le breaking news, perché ci permette di verificare se qualcuno sta diffondendo come attuale un'immagine che è già stata usata in passato e che si riferisce ad altre situazioni o notizie.
Prima di condividere controlla la fonte
Lo hai letto sul Corriere della Pera, sul Fatto Quotidiano o su Repubblica? Quasi sicuramente è una bufala. Fai attenzione alla fonte: non tutto quello che leggiamo su Internet è vero e non tutto quello che condividono i nostri contatti è stato verificato. Controlla sempre che il sito o l'account che ha pubblicato la notizia sia affidabile. E soprattutto, leggi attentamente la url e il nome della pubblicazione per verificare che sia quello corretto: come abbiamo visto negli esempi citati in questo paragrafo, è sufficiente sostituire una lettera per confondersi con una fonte considerata affidabile.
Solitamente questi siti sono facilmente riconoscibili, la loro grafica è totalmente diversa da quella di un giornale. È quando vediamo la notizia scorrere sulla nostra home di Facebook che dobbiamo prestare particolare attenzione. Mai cedere alla tentazione di condividere un articolo senza averlo letto.
Alcune notizie false possono avere uno scopo parodistico, altre sono delle vere e proprie macchine per generare click e guadagni attraverso la pubblicità. In entrambi i casi, non dobbiamo mai prendere sul serio una notizia che abbiamo letto solamente su un sito di questo tipo. E se si tratta di una notizia internazionale, è raccomandabile cercare conferme anche sui quotidiani stranieri.
Lo stesso discorso vale per i social. Quell'account Twitter che si spaccia per una scrittrice famosa ha scritto solo sei tweet ed è stato creato ieri? Non cascarci. E ricorda che anche se i giornali pubblicano le sue dichiarazioni dandole per vere, con molta probabilità quel profilo è falso. E se hai visto solo lo screenshot di un tweet (o di uno status su Facebook), accertati che quella persona abbia davvero scritto quelle parole sui social. Potrebbe trattarsi di un fotomontaggio. Esistono siti che permettono di creare facilmente tweet o status falsi.
Prima di condividere controlla la data
Una notizia di cinque anni fa può apparire "scandalosa" se inserita nel contesto sbagliato. È un trucco a cui ricorrono spesso le pagine e i siti bufalari che pubblicano notizie false con il fine di generare traffico. Per cui, durante un terremoto è probabile che alcune di queste pagine decidano di condividere notizie risalenti a qualche mese fa sulle vacanze al mare del presidente ("vergogna!"), per fare un esempio.
Ma può anche essere un gesto che facciamo in assoluta buona fede, senza accorgercene, presi dalla fretta o per distrazione. Capita quindi che durante un evento catastrofico, le persone inizino a retwittare un tweet della Protezione Civile di tre anni fa con informazioni non aggiornate, contribuendo a creare rumore e disinformazione.
Controllare la data di un articolo, di una foto, di un tweet o di uno status è un gesto immediato, dobbiamo solo far sì che diventi un'abitudine.
Ricordati di citare la fonte
La condivisione sta alla base del nostro stare online. Attraverso i contenuti che postiamo su Facebook definiamo la nostra identità e costruiamo la nostra reputazione. Citare la fonte di quello che pubblichiamo è una forma di rispetto verso chi ha lavorato a quel contenuto, sia esso un testo, una foto, un grafico, o uno status. È un'informazione in più che diamo a chi ci legge.
Non insultare, fa male a te e a chi partecipa alla conversazione
Tratta gli altri come vorresti essere trattato tu. Durante una discussione online, non dire cose che non diresti di persona. E se stai parlando con una persona che non conosci, ricordati sempre di una cosa: non conosci quella persona. Non sai quali sono le sue opinioni, o le sue azioni.
“Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla. Sii gentile, sempre”.
Licenza cc-by-nc-nd valigiablu.it
Fonte: http://www.valigiablu.it/migliorare-ambiente-digitale/Licenza cc-by-nc-nd valigiablu.it

Informarsi, discutere, confrontarsi, conoscersi, condividere, commentare, ridere, scherzare, arrabbiarsi, mettere mi piace. Passiamo sempre più tempo sui social network, in particolar modo su Facebook e su Twitter. Le nostre vite digitali non sono più una dimensione isolata, separabile da quella che un tempo differenziavamo come "vita reale": viviamo sempre connessi e molte delle nostre interazioni si sono spostate sui social.
Quello che diciamo, i post a cui mettiamo like e i contenuti che condividiamo entrano a far parte del flusso informativo dei nostri contatti. Ognuno di noi è “media” e dovremmo sentire la responsabilità delle nostre azioni e scelte in questi ambienti digitali. Avere piena consapevolezza del nostro comportamento online può rendere migliore il nostro stare insieme e contribuire in modo positivo e costruttivo all’ecosistema informativo.
Qui abbiamo individuato alcuni suggerimenti, ma vorremmo realizzare insieme a voi un elenco di consigli utili per tutti. Non solo per i giornalisti, ma per tutti noi cittadini che viviamo la rete e in rete.
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A Malta, la prima legge in Europa contro le terapie riparative. Quando in Italia?
di Tiziana Biondi, su www.stonewall.it (8/2/2017)

L’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’Ordine Nazionale degli Psicologi italiano unitamente alle più importanti associazioni scientifiche e professionali internazionali, come l’American Psychological Association e l’American Psychiatric Association, affermano, ormai da anni,che l’omosessualità è una variante naturale della sessualità e che le terapie riparative e di conversione sono non solo prive di alcuna validità e attendibilità scientifica ma sono soprattutto molto pericolose per la salute psicologica e mentale di una persona.
A ribadirlo il parlamento di Malta con l’approvazione dell’”Affirmation of Sexual Orientation, Gender Identity, and Gender Expression Bill” , la prima legge in Europa che prevede il divieto, sanzioni pecuniarie o carcere per chiunque di prescriva o pratichi terapie riparative e di conversione ai danni di persone GLBT.
La legge prevede inoltre il cambio di genere per le persone transgender al raggiungimento del sedicesimo anno di età.
Viene da chiedersi perché l’Italia debba essere sempre la “cenerentola” dei diritti civili soprattutto quando si tratta della popolazione Gay Lesbica Bisessuale e Transessuale?
Come ricorda lo stesso senatore Sergio Lo Giudice, senatore del Partito Democratico membro delle commissioni giustizia e diritti umani di Palazzo Madama, “qui da noi in Senato giacciono ancora i miei disegni di legge 2402 (Norme di contrasto alle terapie di conversione dell’orientamento sessuale dei minori) e 405 (Norme in materia di modificazione dell’attribuzione di sesso). Serve un intervento chiaro da parte del Parlamento per il diritto all’identità delle persone”.
“La mia proposta sul divieto delle cosiddette ‘terapie riparative’ – prosegue il senatore dem – individua le figure professionali (psicologo, medico psichiatra, psicoterapeuta, terapeuta, consulente clinico, counsellor, consulente psicologico, assistente sociale, educatore o pedagogista) alle quali è fatto divieto di applicare queste pratiche, già condannate dai codici deontologici delle associazioni di categoria, su soggetti minorenni, pena la reclusione fino a due anni e la multa da 10.000 euro a 50.000 euro. Per le professioni che richiedono una speciale abilitazione dallo Stato, la condanna comporta la sospensione dall’esercizio della professione da un minimo di un anno a un massimo di cinque anni”.
Cosa bisogna aspettare ancora perché il nostro paese diventi davvero “civile”?
Chi ci governa prenda esempio dai colleghi di Malta!
L’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’Ordine Nazionale degli Psicologi italiano unitamente alle più importanti associazioni scientifiche e professionali internazionali, come l’American Psychological Association e l’American Psychiatric Association, affermano, ormai da anni, che l’omosessualità è una variante naturale della sessualità e che le terapie riparative e di conversione sono non solo prive di alcuna validità e attendibilità scientifica ma sono soprattutto molto pericolose per la salute psicologica e mentale di una persona. A ribadirlo il parlamento di Malta con l’approvazione dell’”Affirmation of Sexual Orientation, Gender Identity, and Gender Expression Bill” , la prima legge in Europa che prevede il divieto, sanzioni pecuniarie o carcere per chiunque di prescriva o pratichi terapie riparative e di conversione ai danni di persone GLBT.
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Violenza e linguaggio: un allarme crescente
di Anna Letizia Calasso, su www.educazioneduepuntozero.it (8/2/2017)

Ultimamente la cronaca nera sembra aver occupato uno spazio quasi predominante nella nostra vita quotidiana eppure il linguaggio con cui si affronta questa tematica è ben lontano dal rispecchiare la gravità di questi avvenimenti. Il segnale di un allarme sociale che non possiamo trascurare.
Generalmente di fronte a un episodio di uccisione, soprattutto nei confronti di bambini e donne o ad opera di giovanissimi, tanto più verso i propri genitori, si pensa subito a un comportamento attribuibile ad una persona con una mente malata, psicologicamente disturbata o con un equilibrio instabile e pertanto non padrona delle proprie azioni: cioè “incapace di intendere e di volere”. Si licenzia così un episodio che, al di là del ruolo che dovranno svolgere gli organi competenti, diventa, purtroppo, argomento di attualità che invade i palinsesti televisivi nei quali drammi del genere sono al centro dei programmi per la loro attualità. Lo scopo apparente è l’informazione ma, a mio parere, c’è il rischio che ci si abitui a vedere immagini arricchite di particolari che portano a parlare, come argomenti da salotto, di atti ai quali si finisce con il fare l’abitudine. Questo naturalmente è più dannoso nei confronti di persone fragili e in particolare di giovani nel loro processo di sviluppo e formazione psicologica e di carattere. Si scatena, inevitabilmente, una insana morbosità con l’esasperata attesa che alla fine della “puntata” si sappia chi sia l’assassino.
Episodi crudi, disumani, irrazionali e non paragonabili neppure a quelli che hanno per protagonisti gli animali la cui violenza, quando si scatena, è animata dal solo istinto di sopravvivenza. E si parla di mondo animale e non di persone evolute. Ma cosa si può fare dinanzi a tanta violenza, a tanta crudeltà, a tanta gratuita distruzione?´ Quale compito possono svolgere i genitori, la scuola, la società e ognuno di noi nel nostro piccolo quotidiano di vita? Non è facile trovare una risposta tale da risolvere una problematica così complessa e delicata, ma si possono intanto analizzare queste manifestazioni di malsana condotta di vita che suscitano tanto dolore e preoccupazione.
Ci sono tre punti per me fondamentali che andrebbero approfonditi con maggiore senso di analisi e responsabilità da parte di tutti coloro che hanno il compito di educare, dopo aver esaminato e capito la situazione in modo da poter offrire soluzioni adeguate. Un primo punto è il linguaggio.
Si deve intervenire sul linguaggio che da un po’ di tempo siamo abituati a sentire: un linguaggio impoverito, superficiale e tal volta privo di un vero significato, una continua parafrasi di termini impropri che distorcono il significato reale delle parole.
Mi colpisce profondamente quando l’artefice di un così crudele misfatto arriva a definire la sua azione con la frase : “Ho fatto una cazzata”, che viene quasi spacciata per giustificazione o comunque espressione sincera di un pentimento. Il vocabolario della lingua italiana riporta: cazzata “… cacchiata…s.f. 1 volg. Balordaggine, sciocchezza, stupidaggine….”. Mi chiedo se è una balordaggine, una sciocchezza, un atto stupido togliere la vita ad una persona?
E’ come suonare il campanello di un portone per gioco, è come spruzzare quando si è sulla spiaggia l’acqua del mare su un amico che sta prendendo il sole è come fare un innocente scherzo al telefono? E non è, invece, un atto ben più grave, terribile e atroce, anzi disumano? Come si può pensare che uccidere o tentare di uccidere, possa definirsi una stupidaggine, un gioco, un diversivo per combattere la noia, una “botta di nervi” , nervi che hanno accecato totalmente l’intelletto?
E’ quindi fondamentale che venga attribuito alle parole il giusto peso e siano usate in modo corretto tanto più in giudizi di tale gravità e rilevanza.
Conoscere la nostra lingua è conoscere se stessi e offrire tramite la parola la reale descrizione di quello che davvero si vuole dire, ma soprattutto essere consapevoli del significato del termine e del suo vero senso e avere la capacità di usarlo in modo appropriato: dove, quando, come e perché. E’ quindi importantissimo riprendere in mano la nostra bella lingua italiana facendo riferimenti a tutti coloro che nel passato e nel presente hanno dedicato e dedicano una vita intera allo studio, alla ricerca, alla diffusione della cultura e della conoscenza, allo scopo di offrire un supporto essenziale alla realizzazione di una società migliore dove i valori possano trovare la giusta collocazione ed essere riconosciuti come beni essenziali per ognuno di noi e in particolar modo per i giovani che saranno gli artefici e la classe dirigente del mondo futuro.
Giovani che nella loro formazione e crescita devono essere educati al valore primario della vita: un bene cosi prezioso che non può essere svalutato dall’uso di una termologia che non solo offende ma mina il futuro di una generazione che ha bisogno di confermarne il valore e la qualità. E’ necessario riappropriarsi, dunque, di un linguaggio più consono che appartenga alla vera lingua italiana e non sia storpiato da coloro che ne fanno scempio senza alcun pudore e ritegno.
Un atro punto da analizzare è perché esista tutta questa violenza, questo bisogno di esplodere con atti criminali e inconsulti per un nonnulla, perché si agisce in maniera abnorme per futili motivi, con una sproporzione abissale tra il movente e il compimento dell’atto annullando se stessi senza aver il minimo controllo della proprie azioni. Non è una domanda alla quale sia facile dare una risposta. Ma noi tutti abbiamo il dovere di capire e analizzare questi episodi per poter porre rimedio a tanto scempio. La famiglia, la scuola e la società sono i tre punti focali, i pilastri che rappresentano la spina dorsale per ogni individuo.
E’ attraverso queste realtà che il bambino, l’adolescente, l’adulto si forma, cresce e vive. Dietro ogni atto, anche se appare incredibile al momento, c’è una spiegazione: per quanto amara e cruda, insopportabile e inconcepibile, inaccettabile e assurda, ma c’é. In tutte le follie vi è una logica, pur se perversa, tra il motivo e l’azione. E noi dobbiamo cercare di capire. Non sono sempre famiglie normali, belle, da Mulino Bianco come a volte ci presentano o persone buone brave, normali quelle che scatenano una violenza così allucinante. Esiste qualcosa che sfugge, all’interno della famiglia e nella società, ed è proprio questo che va preso in considerazione, rapportato con le varie realtà e soprattutto va capito per poter trovare un possibile rimedio.
Le istituzioni, la scuola, la famiglia hanno il dovere non solo di educare ma di porre le condizioni necessarie affinché questa “mattanza” abbia fine. E’ necessario creare una giusta sinergia che possa far fronte alle situazioni di difficoltà ed offrire un mondo nel quale i valori, il rispetto e la dignità, i doveri e le responsabilità abbiano la giusta collocazione fornendo le basi per un crescere sano e un vivere sereno.
Il terzo punto riguarda la “ punizione” che questi atti terribili richiedono. Punire o per meglio dire far pagare per ciò che si è compiuto è senza dubbio giusto e ineludibile. Atti di inaudita ferocia non possono restare impuniti e non solo per una doverosa reazione quanto per un insegnamento di vita che sia rivolto alla rieducazione del colpevole e dia un segnale alla società con il preciso scopo di far comprendere il valore di una vita che ognuno ha il dovere di rispettare. Una vita umana non ha prezzo, non è una merce alla quale si possa attribuire un valore materiale.
La vita umana è un dono, un bene così prezioso non commensurabile con nessun altro; nessuna bilancia può attribuirle un peso. Per questo all’insegnamento proveniente dalla nostra società nelle sue molteplici espressioni e in sinergia con la famiglia e la scuola e nella sintonia con i mezzi di comunicazione, va il compito primario trasmettere il principio più elementare e più profondo del valore della vita che non richiede ulteriori dimostrazioni. Il suo valore unico risiede nel miracolo e nella magia dell’esistenza.
La vita umana è un dono, un bene così prezioso non commensurabile con nessun altro; nessuna bilancia può attribuirle un peso. Per questo all’insegnamento proveniente dalla nostra società nelle sue molteplici espressioni e in sinergia con la famiglia e la scuola e nella sintonia con i mezzi di comunicazione, va il compito primario trasmettere il principio più elementare e più profondo del valore della vita che non richiede ulteriori dimostrazioni. Il suo valore unico risiede nel miracolo e nella magia dell’esistenza.
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Olocausto? ‘Dopo l’interrogazione non ti ricordi più nulla’
di Alex Corlazzoli, su www.ilfattoquotidiano.it (27/1/2017)

“Liliana, cos’ha provato su quel vagone? E quando l’hanno espulsa dalla scuola come si è sentita?”. Martedì ero al memoriale del “Binario 21” a Milano con la mia classe, quindici ragazzi di dieci anni più alcune mamme, dei papà, una nonna e l’amica di una madre.
Insieme ci siamo fermati di fronte a quella scritta “Indifferenza” che ti accoglie all’ingresso quasi a chiarire subito il compito che questo luogo ti affida: non voltarsi dall’altra parte. Mai.
Insieme siamo saliti su quel vagone per provare ad intuire quello che hanno provato gli oltre 600 ebrei milanesi partiti quella fredda e nebbiosa mattina del 30 gennaio 1944: “Ma come facevano a fare pipì? E non c’erano finestre? In quanti potevano stare qui dentro?”.
In questo sotterraneo abbiamo compreso un pezzo della storia d’Europa. Davanti al muro dei nomi dei deportati ci siamo fermati e ognuno di noi non è passato di fronte con indifferenza ma portandosi a casa un nome e un cognome.
Nello spazio a sezione tronco – conica illuminato solo da un faro che fa luce su un segno nel pavimento che indica l’Est, punto cardinale comune alle tre religioni ci siamo fermati in silenzio. Tutti: bambini, maestri, genitori. In quell’istante ho visto occhi chiusi, mani giunte, capi rivolti verso il pavimento. Persino i più esuberanti sono rimasti ad ascoltare il silenzio.
Oggi più che mai, in un momento storico in cui sorgono muri come quelli costruiti nei ghetti, abbiamo il dovere di passare il testimone e di fare in modo che i nostri alunni diventino a loro volta testimoni. Ecco perché la storia del Novecento deve tornare ad essere patrimonio della scuola primaria: la memoria di quanto avvenuto in quegli anni non può essere relegata ad un dovere di commemorazione legato ad una giornata ma deve diventare esperienza.
Ogni scuola primaria dovrebbe prevedere un viaggio d’istruzione a Fossoli, alla Risiera di San Sabba, al memoriale del Binario 21. Ogni liceo o istituto professionale dovrebbe includere nel suo piano dell’offerta formativa il viaggio nei campi di sterminio perché questa storia non può essere solo sottolineata su un libro.
Nei giorni scorsi ero a Birkenau ed Auschwitz con un gruppo di studenti delle scuole superiori che hanno partecipato al “Viaggio della memoria” organizzato dal ministero dell’istruzione.
Quando ho chiesto loro come si studia la Shoah a scuola mi hanno risposto: “Come i Romani, come le altre guerre, come il resto della storia. Dopo l’interrogazione non ti ricordi più nulla”.
Non possiamo permetterci ciò. Lo dobbiamo agli ebrei, ai rom, agli omosessuali, ai disabili, ai prigionieri politici che sono stati sterminati dall’odio fascista e nazista.
Abbiamo una sola strada: introdurre la storia del Novecento fin dalla primaria. A Birkenau ed Auschwitz c’era anche la ministra Valeria Fedeli. Forza ministra (come piace essere chiamata a lei), tocca a lei: trasformi quel viaggio in un’occasione per ripensare al nostro modo d’insegnare storia. L’anno prossimo sarà l’ottantesimo anniversario dalla data dell’emanazioni delle leggi razziali in Italia: non potrà e non dovrà essere solo un anniversario ma un’opportunità per riflettere, per lanciare un segnale forte, una vera riforma della nostra didattica (che è poi quello che serve davvero).
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Islam, spieghiamo ai giornalisti come occuparsene. O faranno solo spettacolo
di Tiziana Ciavardini, su www.ilfattoquotidiano.org (26/1/2016)

Dall’attacco alle Torri Gemelle alla comparsa del cosiddetto Stato Islamico, i mass media hanno fortemente contribuito ad alimentare la propaganda islamofoba nel mondo occidentale. In una società in cui la competizione prevale sulla cooperazione la predisposizione al conflitto, tende a cercare nemici. Così come fino alla caduta del muro di Berlino il nemico dell’Occidente era individuato nel comunismo, adesso il ruolo di parafulmine, dove scaricare almeno in parte la tensione sociale, è stato assegnato ai musulmani. Proprio come col comunismo all’epoca della Guerra Fredda e non solo, adesso anche i conflitti bellici hanno come nemico il cosiddetto “islam cattivo”. Conflitti che, è sempre bene ricordare, mietono una moltitudine di vittime nel cosiddetto “islam buono”. Il dovere degli organi di informazione dovrebbe servire a contrastare questa tendenza e, invece, assistiamo quotidianamente ad una narrazione superficiale in cui una categoria di persone, accomunate da una fede religiosa, viene praticamente disumanizzata.
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Perché è giusto mostrare il volto di chi ha maltrattato una donna
di Gian Antonio Stella, su http://27esimaora.corriere.it (20/1/2016)

Novantasette su cento delle ragazze giovani e carine che vengono assassinate finiscono dritte dritte, con le loro foto, sulle prime pagine. Non è una cifra: è un faro acceso sul femminicidio. E la società in cui viviamo. Lo dice il confronto con la presenza sui giornali, sul web, sui tiggì di altre donne ammazzate dal marito, dall’ex di turno, dal compagno o dallo spasimante. Stessi omicidi, stessa ferocia, stesse pistole, stessa benzina, stessi coltelli… Ma più anni hanno, quelle donne, meno interessano… Fiori appassiti. Certo, è normale che un fiore reciso nel momento in cui sboccia e s’illumina colpisca di più. Si pensi alle parole di «Marinella» dove Fabrizio de Andrè racconta, pare, la storia di Maria Boccuzzi, uccisa a colpi di pistola nel gennaio 1953 e poi gettata nel fiume Olona da un «lui» che aveva seguito «senza una ragione / come un ragazzo segue un aquilone». Ma l’inchiesta condotta da Emanuela Valente sui casi delle 571 donne assassinate negli ultimi dieci anni per motivi di gelosia e possesso, le ultime due nelle ultime ore a Milano e a Santa Maria di Capua Vetere, sta alla larga dalla poesia.
Fatti, numeri, riferimenti, verbali di polizia e dei carabinieri, sentenze della magistratura. Il quadro che ne esce, come dicevamo, spiega molto di come vengono vissuti questi fatti. Sui quali la Valente creò nel 2013 la prima banca dati (inquantodonna.it) a costo di tirarsi addosso le ire di maschi inveleniti al punto di scrivere sui social network cose orrende tipo «purtroppo tra le ammazzate non c’è ancora la Valente, ma speriamo che presto il vuoto venga colmato». Con tanto di indirizzo, via e numero civico. Spiega la blogger, da anni impegnata ad approfondire il fenomeno, che «le foto delle donne assassinate sono pubblicate in media nell’80% dei casi, anche quando si tratta di foto che le ritraggono ormai cadaveri, gettate in un campo o a pezzi». Ma mentre quelle delle uccise tra i 14 e i 35 anni «sono pubblicate nel 97% dei casi» e «vengono spesso scelte le immagini in costume da bagno, in pose avvenenti o con abiti attillati», la quota cala bruscamente al 74% se le vittime di anni ne hanno più di 36 e precipita al 39% se ne hanno più di 65. Diciamolo: è una scelta condivisa salvo eccezioni, tra mille contraddizioni, da un po’ tutti i mass media. Scelta sulla quale anche «La ventisettesima ora», il blog al femminile del Corriere, ha discusso più volte. Chi è senza peccato… Emanuela Valente, però, aggiunge un dato nuovo. O meglio: un dato mai sottolineato.
Fatti i conti, «le foto degli uomini che hanno ucciso sono state pubblicate nel 59% dei casi totali» e «quasi mai prima del 2012». Certo, negli ultimi anni, con una inversione di tendenza crescente, molto è cambiato. Anzi, negli ultimi mesi, per quanto le immagini sia a volte poco riconoscibili (foto in lontananza, in auto, di spalle, il volto semi-coperto») c’è stata un’accelerazione: 92%. Positiva. Prima del 2010, l’uomo veniva addirittura, troppo spesso, «reso irriconoscibile con le fascette sugli occhi anche quando si trattava di un reo confesso o di un recidivo/seriale». Al punto che ancora oggi non sono pubbliche diverse «foto di uomini definiti socialmente pericolosi o recidivi». Cosa che riduce se non annulla quella «sanzione sociale» che aiuterebbe a isolare sempre più i violenti, gli stalker, i persecutori… O addirittura i recidivi se è vero, come provano le inchieste, che non di rado chi ossessiona, ferisce o addirittura massacra una donna di cui ritiene di essere il proprietario lo ha già fatto con altre.
Di più: tra le parole più usate nelle cronache, «solo nel 18% degli articoli si parla di “assassini” (generalmente nelle interviste a parenti e amici della vittima), in meno dell’8% di “criminali”». Al contrario, «nell’83% dei casi gli uomini vengono descritti come persone tranquille, educate, gentili, che salutavano sempre, insospettabili, dediti al lavoro, ai figli, alla famiglia». Brava gente che, così assicura nel 64% delle occasioni, è stata colta da un improvviso raptus senza alcuna premeditazione. Come il primario Roberto Colombo che ha spaccato la testa all’ex moglie «incontrata per caso» con un mattarello che «casualmente» portava addosso. Lo stesso vale per la descrizione della coppia. Salvo il 10% di testimonianze, «nei primi momenti dopo l’uccisione vengono sempre raccolte notizie di due persone tranquille, senza problemi, famiglia perfetta, si amavano tanto e non litigavano mai…»
Solo «nei giorni successivi i vicini iniziano a ricordare urla ricorrenti e rumori di oggetti rotti provenienti dall’appartamento, mentre amici e parenti iniziano a ricordare confidenze e preoccupazioni della donna…». Il tutto nonostante «il 40% delle vittime» avesse denunciato i futuri carnefici «anche più volte». Come Marianna Manduca, la trentaduenne di Palagonia, in provincia di Catania, che nel 2007 fu ammazzata da Saverio Nolfo con dodici coltellate. Dodici come le denunce per aggressione, minacce, violenze che la moglie aveva fatto contro di lui per proteggere non solo se stessa ma i tre figlioletti. Denunce colpevolmente sottovalutate anche secondo la Cassazione, che un paio d’anni fa ha riconosciuto che investigatori e magistrati, informati dei rischi, erano stati negligenti e dovevano risarcire i bambini rimasti orfani. A proposito di Nolfo: la foto? Mai vista. Come se il criminale avesse diritto alla privacy.
Tra gli altri numeri dell’inchiesta, come la percentuale bassissima di assassini mandati all’ergastolo (solo il 4%) o quella altissima di riduzioni di pena col risultato che «tra sconti, indulto e buona condotta spesso gli uomini condannati per femminicidio escono dopo meno di 10 anni», Emanuela Valente sottolinea come vada rovesciata l’idea che siano una moltitudine gli immigrati che ammazzano italiane: semmai è il contrario. Stando alla banca dati citata, infatti, è vero che 57 stranieri (ripetiamo: su 571 femminicidi) hanno ucciso le compagne tutte della loro stessa nazionalità o comunque con passaporto estero. Ma i «delitti incrociati» vedono uno squilibrio inatteso.
Gli italiani che hanno assassinato una immigrata sono stati dal 2010 ad oggi 43 e gli immigrati che da 2008 hanno assassinato un’italiana sono stati (a dispetto dei titoli strillati per motivi di bottega elettorale e dei commenti politici presenti nel 40% dei casi), poco più di un terzo: 17. Cinque erano marocchini, cinque tunisini, due senegalesi, un cubano, un albanese, un bosniaco, un cileno e un egiziano. Descritti dai vicini di casa e nelle cronache con toni assai diversi da quelli su citati: «Lo straniero è socievole, gentile e gran lavoratore solo nel 35% dei casi; un buon padre e marito solo nel 18%». Quanto alle condanne, sono state tutte decisamente più alte della media rispetto al «colleghi» nostrani. Ma c’è un dettaglio in più: di quegli assassini immigrati che hanno ammazzato un’italiana «in quanto donna», abbiamo tutte ma proprio tutte le foto. Giustissimo. Nessuno, a loro, ha messo una pecetta sugli occhi. Ma perché farlo con qualche aguzzino nostrano?
Novantasette su cento delle ragazze giovani e carine che vengono assassinate finiscono dritte dritte, con le loro foto, sulle prime pagine. Non è una cifra: è un faro acceso sul femminicidio. E la società in cui viviamo. Lo dice il confronto con la presenza sui giornali, sul web, sui tiggì di altre donne ammazzate dal marito, dall’ex di turno, dal compagno o dallo spasimante. Stessi omicidi, stessa ferocia, stesse pistole, stessa benzina, stessi coltelli… Ma più anni hanno, quelle donne, meno interessano… Fiori appassiti. Certo, è normale che un fiore reciso nel momento in cui sboccia e s’illumina colpisca di più. Si pensi alle parole di «Marinella» dove Fabrizio de Andrè racconta, pare, la storia di Maria Boccuzzi, uccisa a colpi di pistola nel gennaio 1953 e poi gettata nel fiume Olona da un «lui» che aveva seguito «senza una ragione / come un ragazzo segue un aquilone». Ma l’inchiesta condotta da Emanuela Valente sui casi delle 571 donne assassinate negli ultimi dieci anni per motivi di gelosia e possesso, le ultime due nelle ultime ore a Milano e a Santa Maria di Capua Vetere, sta alla larga dalla poesia.
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Le scelte sociali dei bambini
Che cosa spinge a preferire una persona piuttosto che un’altra con cui avere dei rapporti sociali? Le interazioni sociali, che contraddistinguono la vita quotidiana, dipendono dalle percezioni che si hanno degli altri individui. Queste percezioni generano le impressioni, che a loro volta sono alla base dei giudizi sociali che si esprimono, consapevolmente o inconsapevolmente, sulle persone con cui si viene a contatto. Quindi, i nostri rapporti sociali dipendono dall’idea che ci facciamo dell’altro e questo è alla base delle scelte sociali che compiamo. La scelta sociale comincia abbastanza precocemente.
Il bambino si accosta al mondo sociale con delle preferenze ben specifiche, come diversi studi dimostrano. L’infante, sia maschio che femmina, già dai 3 - 4 mesi preferisce guardare foto di visi femminili, piuttosto che maschili. Un’altra predilezione dell’infante è l’età. I bambini sono attratti dai coetanei: infatti, a 6 mesi di vita se si presentano delle fotografie di infanti della stessa età insieme a quelle di bambini più grandi, i piccoli preferiscono guardare le foto dei loro coetanei.
Anche l’etnia sembra guidare le scelte sociali dei minori. Dai 3 mesi in poi gli infanti prediligono osservare immagini di individui della loro stessa etnia, piuttosto che di etnie diverse. A 6 - 7 anni, essi preferiscono giocare quasi esclusivamente con bambini che appartengono alla medesima etnia.
L’utilizzo dell’identico linguaggio è un’altra ragione alla base delle scelte sociali. L’infante, sin dai primi tempi, ha una propensione per gli individui che parlano il suo stesso idioma, ovvero quello che sente ogni giorno dalla propria madre. Inoltre, egli preferisce essere a contatto con persone che parlano, piuttosto che con quelle che rimangono in silenzio. Questo interesse sociale si consolida nel corso dello sviluppo, tant’è che i bambini più grandi entrano a far parte più volentieri di gruppi di gioco che sono formati da coetanei che parlano la stessa lingua.
Altro motivo, che spinge alle scelte sociali il bambino, è rappresentato dalla condivisione di norme culturali. In altre parole, i bambini scelgono per le interazioni sociali altri piccoli che condividono il loro modo di vivere, le tradizioni, la strutturazione della quotidianità.
Fonte: Esseily, R, Somogyi, E., Guellai, B. (2016). The Relative Importance of Language in Guiding Social Preferences Through Development. Front. Psychol., 7:1645. DOI: 10.3389/fpsyg.2016.01645
di Vincenzo Amendolagine, su www.educare.it (15/1/2017)

Che cosa spinge a preferire una persona piuttosto che un’altra con cui avere dei rapporti sociali? Le interazioni sociali, che contraddistinguono la vita quotidiana, dipendono dalle percezioni che si hanno degli altri individui. Queste percezioni generano le impressioni, che a loro volta sono alla base dei giudizi sociali che si esprimono, consapevolmente o inconsapevolmente, sulle persone con cui si viene a contatto. Quindi, i nostri rapporti sociali dipendono dall’idea che ci facciamo dell’altro e questo è alla base delle scelte sociali che compiamo. La scelta sociale comincia abbastanza precocemente.
Il bambino si accosta al mondo sociale con delle preferenze ben specifiche, come diversi studi dimostrano. L’infante, sia maschio che femmina, già dai 3 - 4 mesi preferisce guardare foto di visi femminili, piuttosto che maschili. Un’altra predilezione dell’infante è l’età. I bambini sono attratti dai coetanei: infatti, a 6 mesi di vita se si presentano delle fotografie di infanti della stessa età insieme a quelle di bambini più grandi, i piccoli preferiscono guardare le foto dei loro coetanei.
Anche l’etnia sembra guidare le scelte sociali dei minori. Dai 3 mesi in poi gli infanti prediligono osservare immagini di individui della loro stessa etnia, piuttosto che di etnie diverse. A 6 - 7 anni, essi preferiscono giocare quasi esclusivamente con bambini che appartengono alla medesima etnia.
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