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Tutta un'altra storia
Come spiegare ai bambini la diversità
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Migrazioni forzate di ieri, di oggi, e di domani
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di Francesco D'Adamo
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L'orso che non lo era
Testi e disegni
di Frank Tashlin
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Va bene se ...
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Per l'uguaglianza
Come cambiare i nostri immaginari

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Giovani e cyber razzismo. Buone pratiche di promozione di una cultura inclusiva e multiculturale nel mondo online.
La parola ai giovani ... Un videopsot per dire no al razzismo.
A cura degli studenti e delle studentesse dell'Istituto Claudio Varalli di Milano.
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Evento cittadino: 5 ottobre - Palazzo Marino - Piazza della Scala, 2
                          ore10.00-13.00
 
Torna alla luce la storia sommersa della tratta degli schiavi
La storia della tratta degli schiavi, quella sommersa sul fondo dell’Oceano Atlantico, ha ancora molto da raccontare. Da qualche tempo è esploso l’interesse al ritrovamento e al recupero delle navi negriere affondate al largo delle coste africane con il loro carico di merci – comprese quelle umane – mentre erano dirette nelle Americhe. Tre secoli è durato quello che può essere definito un genocidio sistematico, comunque un commercio tanto vergognoso quanto lucroso.
La prima di una serie di scoperte che possono riaprire lo studio e la riflessione sulla schiavitù è stata, nel 2015, la São José-Paquete de Africa, nave che apparteneva al Regno del Portogallo e affondò al largo di Cape Town in Sud Africa nel 1794. Almeno 200, dei 400 o 500 uomini in catene che erano a bordo, morirono. Oggi alcuni resti del ritrovamento si trovano all’Iziko Museums del Sud Africa, altri saranno destinati al National Museum of African American History and Culture a Washington, la cui apertura è prevista per il 24 settembre prossimo. Il ritrovamento rientra in un progetto più ampio – Slave Wrecks Project – che oltre al Sud Africa e al Nord America interessa anche altri Paesi: Mozambico, Senegal, Cuba, Brasile.
La nave portoghese potrebbe essere solo la prima, appunto. Se altre ricerche solleciteranno interesse e, soprattutto, l’accesso a fondi che, per la natura stessa dei progetti, sono di certo cospicui.
su www.vociglobali.it (26/9/2016)

La storia della tratta degli schiavi, quella sommersa sul fondo dell’Oceano Atlantico, ha ancora molto da raccontare. Da qualche tempo è esploso l’interesse al ritrovamento e al recupero delle navi negriere affondate al largo delle coste africane con il loro carico di merci – comprese quelle umane – mentre erano dirette nelle Americhe. Tre secoli è durato quello che può essere definito un genocidio sistematico, comunque un commercio tanto vergognoso quanto lucroso.
La prima di una serie di scoperte che possono riaprire lo studio e la riflessione sulla schiavitù è stata, nel 2015, la São José-Paquete de Africa, nave che apparteneva al Regno del Portogallo e affondò al largo di Cape Town in Sud Africa nel 1794. Almeno 200, dei 400 o 500 uomini in catene che erano a bordo, morirono. Oggi alcuni resti del ritrovamento si trovano all’Iziko Museums del Sud Africa, altri saranno destinati al National Museum of African American History and Culture a Washington, la cui apertura è prevista per il 24 settembre prossimo. Il ritrovamento rientra in un progetto più ampio – Slave Wrecks Project – che oltre al Sud Africa e al Nord America interessa anche altri Paesi: Mozambico, Senegal, Cuba, Brasile.
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Rotte migratorie: una mappa interattiva racconta il viaggio dei migranti per arrivare in Italia
Raccontare in modo chiaro e dettagliato i motivi di fuga e le rotte affrontate dai migranti dall’Africa subsahariana all’Italia. Questo è l’obiettivo di ESODI – Rotte migratorie dai paesi sub-sahariani verso l’Europa, una mappa interattiva raccontata dai migranti e realizzata da MEDU – Medici per i diritti umani.
Gli operatori e volontari di MEDU hanno raccolto tra il 2014 e il 2016 oltre mille testimonianze di migranti giunti in Sicilia nei centri di accoglienza straordinaria di Ragusa, nel Centro di accoglienza per richiedenti asilo di Mineo (260 testimonianze approfondite), e a Roma in luoghi informali di accoglienza e presso il centro Psychè per la riabilitazione delle vittime di tortura (686 schede socio-anagrafiche e 52 testimonianze approfondite).
Alcune testimonianze sono state raccolte anche a Ventimiglia (14 testimonianze approfondite) e in Egitto, ad Aswan e al Cairo (40 testimonianze approfondite).
In tutti questi luoghi MEDU opera portando supporto socio-sanitario ai migranti, prima assistenza medica, servizi di riabilitazione medico-psicologica per le vittime di tortura e trattamenti inumani e degradanti.
ESODI racconta anche le conseguenze del viaggio sulla salute fisica e mentale dei migranti oltre a raccogliere informazioni relative a: motivi della fuga, paesi d’origine, durata e costi del viaggio.
E S O D I / E X O D I: Rotte migratorie dai paesi sub-sahariani verso l’Europa
su www.programmaintegra.it (14/9/2016)

Raccontare in modo chiaro e dettagliato i motivi di fuga e le rotte affrontate dai migranti dall’Africa subsahariana all’Italia. Questo è l’obiettivo di ESODI – Rotte migratorie dai paesi sub-sahariani verso l’Europa, una mappa interattiva raccontata dai migranti e realizzata da MEDU – Medici per i diritti umani.
Gli operatori e volontari di MEDU hanno raccolto tra il 2014 e il 2016 oltre mille testimonianze di migranti giunti in Sicilia nei centri di accoglienza straordinaria di Ragusa, nel Centro di accoglienza per richiedenti asilo di Mineo (260 testimonianze approfondite), e a Roma in luoghi informali di accoglienza e presso il centro Psychè per la riabilitazione delle vittime di tortura (686 schede socio-anagrafiche e 52 testimonianze approfondite).
Alcune testimonianze sono state raccolte anche a Ventimiglia (14 testimonianze approfondite) e in Egitto, ad Aswan e al Cairo (40 testimonianze approfondite).
In tutti questi luoghi MEDU opera portando supporto socio-sanitario ai migranti, prima assistenza medica, servizi di riabilitazione medico-psicologica per le vittime di tortura e trattamenti inumani e degradanti.
ESODI racconta anche le conseguenze del viaggio sulla salute fisica e mentale dei migranti oltre a raccogliere informazioni relative a: motivi della fuga, paesi d’origine, durata e costi del viaggio.
E S O D I / E X O D I: Rotte migratorie dai paesi sub-sahariani verso l’Europa
 
Bambini “digitali”: demenza, dipendenza o nuovi linguaggi e pensieri?
Conferenza: «Bambini “digitali”: demenza, dipendenza o nuovi linguaggi e pensieri? Tutto sta a dosare cosa, quando e come, anche a scuola»
Le nuove tecnologie (pc, smartphone, tablet, ecc) hanno di fatto “colonizzato” il tessuto sociale, in primis giovani e giovanissimi, inducendo modifiche sostanziali anche nelle modalità di apprendimento che oggi in tanti studiano e analizzano. Come “stare” nel presente tecnologico senza diventarne schiavi? Quali i nuovi paradigmi cognitivi con cui occorre confrontarsi, a scuola e fuori, per riprendere il filo del senso dell’educazione anche attraverso, grazie o malgrado le nuove tecnologie? Come vengono utilizzate nelle scuole con differenti approcci metodologici?
Le nuove tecnologie (pc, smartphone, tablet, ecc) hanno di fatto “colonizzato” il tessuto sociale, in primis giovani e giovanissimi, inducendo modifiche sostanziali anche nelle modalità di apprendimento che oggi in tanti studiano e analizzano. Come “stare” nel presente tecnologico senza diventarne schiavi? Quali i nuovi paradigmi cognitivi con cui occorre confrontarsi, a scuola e fuori, per riprendere il filo del senso dell’educazione anche attraverso, grazie o malgrado le nuove tecnologie? Come vengono utilizzate nelle scuole con differenti approcci metodologici?

CONFERENZA - «Bambini “digitali”: demenza, dipendenza o nuovi linguaggi e pensieri? Tutto sta a dosare cosa, quando e come, anche a scuola»

DOMENICA 11 SETTEMBRE - ore 9:30-12:30

PRESSO - Area scuola media (istituto Bartolini, scuola secondaria di primo grado), ingresso via Guglielmo Vitali, Vaiano (PO)

CON - Sabino Pavone, Marta Monnecchi, Maria Ranieri, Gloria Germani, Michael Newman
 
 
Conoscere il Passato per capire il Presente
È giusto e doveroso informare, è giusto e doveroso infomarsi, e capire e far capire è necessario.
Parliamo di immigrazione, ovvero di quella moltitudine di popolo che con ogni mezzo, affidandosi ad associazioni criminali e a trafficanti di uomini, lasciano le loro terre d'origine in Africa per venire in Europa alla ricerca di una vita migliore.
L'Europa, e l'Italia in particolare, pongono barriere legislative e non, nel disperato tentativo di frenare questo flusso migratorio.
Si deve sapere che l'Europa, fin dal 1885 (Conferenza di Berlino) si è spartita il continente africano come se fosse stata una terra di conquista. Fin dal 1885, e anche prima ma in modo notevolmente minore, ha sfruttato e si è arricchita con le risorse dell'Africa. Ha reso schiavi interi popoli .. Questa è stata la colonizzazione dell'Africa da parte dei grandi paesi europei, quegli stessi paesi che ora "bloccano" i flussi migratori dall'Africa alle lore porte.
• Approfondimento sulla Spartizione dell'Africa (Download) - http://bit.ly/VkJ2K1
Risultano evidenti le responsabilità storiche dell'Euro­pa anche per l'attuale situazione in Africa.
ll Razzismo “scientifico” è iniziato ben prima dell'avvento al po­tere di Hitler e di Mussolini. Già all'epoca della Conferenza di Berlino (1884-1885) era oppinione diffusa, in Europa, che le persone di colore e quindi gli africani fossero “diversi” e cultu­ralmente inferiori.
La spartizione per zone di influenza e l'unificazione di territori tra di loro non omogenei sono la causa, anche attuale, di gravi conflitti etnici. Basti pensare al Sudan (Sud Sudan e Darfur), alla Somalia, all'Uganda (Genocidio gli anni '90 tra Hutu e Tutsi), alla Ni­geria (odio religioso del Nord Nigeria e gli attentati degli islamici nei confronti dei cristiani), lo stesso Mali (tuttora in atto). E poi i conflitti in Congo, in Liberia, in Sier­ra Leone (diamanti insanguinati), la guerra del Biafra (per il petrolio nigeriano) degli anni passati e moltissimi altri.
La colonizzazione totale dell'Africa ha provocato per un secolo la sottomissione delle popolazioni locali e il loro completo im­poverimento culturale ed economico.
Le potenze europee hanno reso schiavi, per generazioni, interi popoli. Hanno provocato massacri, hanno sfruttato le ricchez­ze del sottosuolo e si sono impossessati di immensi territori to­gliendo ogni fonte di sostentamento a coloro che ne avevano davvero diritto.
Dal Portogallo alla Spagna, dalla Francia all'Inghilterra, dalla Germania all'Italia, e poi il Belgio e l'Olanda .. Grandi potenze o ex grandi potenze che per un secolo (chi più chi meno) si sono arricchite a spese del continente africano.
La fine progressiva, all'inizio degli anni sessanta, del vecchio colonialismo con il ritiro dei governi occidentali nello sfruttamento diretto delle economie africane, ha semplicemente dato inizio al nuovo colonialismo che consiste nello sfruttamento “indiretto” delle ricchezze dell'Africa. Attraverso ricche compagnie petrolifere e minerarie, governi locali “amici” e/o “corrotti”, potentati economici, ecc..
Il nuovo colonialismo ha provocato e sta provocando guerre, eccidi, migrazioni di intere popolazioni, milioni di rifugiati. Dagli anni '60 ai giorni nostri non c'è un solo stato africano che non abbia conosciuto guerre e conflitti .. e con i paesi occidentali alla finestra pronti ad appoggiare questa o quella parte politica a seconda della convenienza economica.
In questi ultimi decenni poi, la scoperta del petrolio nei paesi che si affacciano nel Mediterraneo, in Sudan, in Nigeria, ecc.. ha ulteriormente esasperato l'influenza economica dell'occidente in questi Paesi africani .. e in questo senso l'esempio più eclatante di questo fruttamento è il delta del Niger, ricco di petrolio, ma dove la sua ricchezza non rimane in Nigeria ma va a tutto vantaggio delle "milionarie"  compagnie straniere appoggiate da governi occidentali. Compagnie straniere che in quasi 4 decenni hanno provocato un disastro ecologico senza precedenti, inquinando terreni, il delta del Niger e il Golfo di Guinea, in un'area vasta quanto la pianura Padana. Approfondimenti sullo sfruttamento del Delta del Niger - http://on.fb.me/SXbSys
Il consistente e “mal tollerato” flusso di migranti dai Paesi africani verso l'Europa di questi ultimi anni è la conseguen­za dello sfruttamento secolare e sistematico di un continen­te, quello Africano, di per se ricco e pieno di risorse e che mal tollera la "carità" che riceve da parte dell'occidente..
Bisogna che l'Europa e tutto il mondo occidentale prenda coscienza che i "mali" dell'Africa non sono del tutto attribuibli alla popolazione africana, e che è giunto il momento che chi ha sfruttato e sta sfruttando il continente nero se ne assuma le responsabilità, storiche, prima di tutto, ma anche culturali e sociali.
La Colonizzazione dell'Africa (Download) - http://bit.ly/VkJ2K1
(Foundation for Africa - Maris)
Foundation for Africa - Maris, (4/8/2016)

È giusto e doveroso informare, è giusto e doveroso informarsi, e capire e far capire è necessario. Parliamo di immigrazione, ovvero di quella moltitudine di popolo che con ogni mezzo, affidandosi ad associazioni criminali e a trafficanti di uomini, lasciano le loro terre d'origine in Africa per venire in Europa alla ricerca di una vita migliore.
L'Europa, e l'Italia in particolare, pongono barriere legislative e non, nel disperato tentativo di frenare questo flusso migratorio.
Si deve sapere che l'Europa, fin dal 1885 (Conferenza di Berlino) si è spartita il continente africano come se fosse stata una terra di conquista. Fin dal 1885, e anche prima ma in modo notevolmente minore, ha sfruttato e si è arricchita con le risorse dell'Africa. Ha reso schiavi interi popoli. Questa è stata la colonizzazione dell'Africa da parte dei grandi paesi europei, quegli stessi paesi che ora "bloccano" i flussi migratori dall'Africa alle lore porte.
• Approfondimento sulla Spartizione dell'Africa (Download) - http://bit.ly/VkJ2K1
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Fertility Day L’idea di dare figli alla patria: perché non mi piace
di Cristina Obber, su http://27esimaora.corriere.it (2/9/2016)

Ho due figlie e un figlio. Non li ho dati alla patria, ho dato a loro la vita. Non ho risposto a un dovere sociale, ma a un intimo desiderio di maternità. Perché quel corpo era mio, e di nessun altro. Vivo in un paese che pensavo laico e soprattutto impegnato con il rispetto della Costituzione ad allontanarci sempre più dal fascismo. Poi entro in rete e scopro che il Ministero della salute (non un gruppo di integralisti) ha istituito il Fertility day, una giornata per la promozione della fertilità. Una campagna con tanto di cartoline illustrate, dove la fertilità viene definita un “bene comune”, dove le scarpette in lana lavorate a maglia sono avvolte dal tricolore. Si esortano i giovani ad essere creativi facendo figli e poco importa se non avrai servizi, trasporti, asili; se il lavoro sarà ancora più precario, se per pagare un affitto ti priverai del cinema, di una sera a teatro, di un aperitivo con gli amici, di un viaggio. Ci sarà la tivù ad allietarti le serate facendoti sentire meno sfigata per dieci minuti.
Una campagna in perfetta sintonia con l’esponenziale aumento dell’obiezione di coscienza negli ospedali pubblici che ti nega il diritto acquisito di non diventare madre (mentre l’aborto clandestino cresce con numeri che giovano solo a quei medici meno inflessibili nel loro studio privato). C’è la cartolina anche per chi non ha ancora assolto al suo “compito sociale” con tanto di clessidra che ricorda che il tempo passa e la fertilità diminuisce e poco importa se stai facendo altro, se la tua realizzazione personale passa attraverso altre esperienze. Ho tante amiche che non hanno figli, non li hanno desiderati e hanno desiderato altro. Le loro esistenze non sono meno ricche e soddisfacenti della mia, la vita sì è un contenitore (non l’utero) da riempire con le cose che vuoi.
Il fascismo ci celebrava unicamente come mogli e madri, il femminismo ci ha liberate; dove ci porta ora questa gestione conservatrice di ambiti (salute, istruzione) che incidono quotidianamente sulle nostre vite fin dall’infanzia? Chi la desidera questa maternità ri-celebrata come orgoglio nazionale, che a Sanremo portò la famiglia Anania con i suoi 16 figli, una moglie muta e un padre fiero che li nominava per numero? Questa maternità che trionfa sulle passerelle sotto le note di Viva la mamma (dove i frutti della maternità sono ovviamente griffati dalla nascita), che ci vuole belle e seducenti con il pancione e con altri pargoli per mano, in cucina a mescolare il ragù più buono col tacco dodici mentre sogniamo una lavatrice più sofisticata? Non la vogliamo noi donne, non la vogliono le ragazze. Dateci servizi, lavoro, rispetto. Poi decideremo se pensare o meno alla maternità. Una signora anziana mi raccontò di non aver portato la fede al duce perché «Era mia, non del duce nè della sua guerra». Forse dobbiamo ritornare nelle piazze a gridare che l’utero è nostro, che la vita è nostra e ce la gestiamo noi.
Ho due figlie e un figlio. Non li ho dati alla patria, ho dato a loro la vita. Non ho risposto a un dovere sociale, ma a un intimo desiderio di maternità. Perché quel corpo era mio, e di nessun altro. Vivo in un paese che pensavo laico e soprattutto impegnato con il rispetto della Costituzione ad allontanarci sempre più dal fascismo. Poi entro in rete e scopro che il Ministero della salute (non un gruppo di integralisti) ha istituito il Fertility day, una giornata per la promozione della fertilità. Una campagna con tanto di cartoline illustrate, dove la fertilità viene definita un “bene comune”, dove le scarpette in lana lavorate a maglia sono avvolte dal tricolore. Si esortano i giovani ad essere creativi facendo figli e poco importa se non avrai servizi, trasporti, asili; se il lavoro sarà ancora più precario, se per pagare un affitto ti priverai del cinema, di una sera a teatro, di un aperitivo con gli amici, di un viaggio. Ci sarà la tivù ad allietarti le serate facendoti sentire meno sfigata per dieci minuti.
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L’hijab, cinque verità che stravolgono i luoghi comuni
Traduzione a cura di Luciana Buttini dall’articolo originale di Peter Hopkins
pubblicato su The Conversation, su www.vociglobali.it (25/8/2016)


Le Olimpiadi di Rio 2016 si sono rivelate non solo una piattaforma per le abilità sportive, ma hanno anche contribuito a scuotere alcuni pregiudizi culturali conservati a livello tradizionale.
In Occidente, gli abiti della tradizione musulmana come ad esempio l’hijab appaiono agli occhi di molti come un segno di oppressione maschile nei confronti delle donne. Tuttavia la questione non è così semplice: molte donne scelgono di indossare l’hijab come segno di fede, femminismo, o semplicemente perché lo vogliono.
Recentemente, la decisione della giocatrice egiziana diciannovenne di pallavolo Doaa Elghobashy di indossare un hijab mentre gareggiava contro la Germania ha fatto scalpore. La divisa di squadra sua e della compagna Nada Meawad, costituita da una maglietta a maniche lunghe e pantaloni lunghi fino alle caviglie, erano già apparsi in “netto contrasto” con i bikini indossati dalle giocatrici tedesche, tuttavia è stato proprio sull’hijab di Elghobashy che si è focalizzata l’attenzione dei media.
Le Olimpiadi di Rio 2016 si sono rivelate non solo una piattaforma per le abilità sportive, ma hanno anche contribuito a scuotere alcuni pregiudizi culturali conservati a livello tradizionale.
In Occidente, gli abiti della tradizione musulmana come ad esempio l’hijab appaiono agli occhi di molti come un segno di oppressione maschile nei confronti delle donne. Tuttavia la questione non è così semplice: molte donne scelgono di indossare l’hijab come segno di fede, femminismo, o semplicemente perché lo vogliono.
Recentemente, la decisione della giocatrice egiziana diciannovenne di pallavolo Doaa Elghobashy di indossare un hijab mentre gareggiava contro la Germania ha fatto scalpore. La divisa di squadra sua e della compagna Nada Meawad, costituita da una maglietta a maniche lunghe e pantaloni lunghi fino alle caviglie, erano già apparsi in “netto contrasto” con i bikini indossati dalle giocatrici tedesche, tuttavia è stato proprio sull’hijab di Elghobashy che si è focalizzata l’attenzione dei media.
Elgobashy e Meawad sono state la prima squadra a rappresentare l’Egitto nella pallavolo alle Olimpiadi e, stando alle parole di Elgobashy, l’hijab che indossa da dieci anni “non mi impedisce di fare le cose che amo“.
La determinazione e l’abilità sportiva mostrate da Elgobashy sono esattamente il contrario della credenza secondo la quale tutte le donne musulmane che indossano l’hijab sono passive e oppresse. Il sostegno e l’approvazione che l’hijab di Elgobashy ha anche ricevuto sono in netto contrasto con il divieto di indossare il burkini in diverse città francesi – anche se a guardarle, entrambe le divise coprono la stessa quantità di corpo.
Oggi molte donne musulmane indossano l’hijab e altri abiti tradizionali per contestare la credenza che siano simboli di controllo. Infatti, ci sono diverse verità che rivelano le motivazioni sugli abiti musulmani e il loro uso. Verità che la società deve ascoltare.
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Piccoli schiavi, quei minori stranieri soli e fonte di reddito per la criminalità

pubblicato su www.redattoresociale.it (24/8/2016)

Dossier Save the children. Al mondo una vittima su 5 è un bambino o un adolescente: "schiavi invisibili", vittime di sfruttamento sessuale o lavorativo. In Italia nei primi sei mesi dell’anno raddoppiati i minori soli giunti via mare rispetto al 2015, oltre mille inseriti in programmi di protezione (7% sotto 18 anni).
 
Demolire e deportare, bambini a rischio nella Jordan Valley
di Patrizia Cecconi, su www.articolo21.org (24/8/2016)

Non si può tacere davanti alla nuova grave violazione del Diritto umanitario internazionale programmata dal governo israeliano: abbattere la scuola del villaggio beduino di Khan al Ahmar costruita dalla ong italiana Vento di Terra col patrocinio del Consolato italiano di Gerusalemme, delle Nazioni Unite, della Conferenza Episcopale Italiana e della Cooperazione Italiana allo sviluppo.
La scuola è un campione di creatività essendo stata costruita col riciclo di pneumatici usati e senza fondazioni perché Israele nei territori che occupa e che amministra non consente costruzioni vere e proprie, neanche per i più elementari diritti umani, come il diritto all’istruzione.
Ma Israele questa scuola non l’ha mai voluta e da anni cerca scuse per abbatterla. In realtà vuole deportare l’intero villaggio di Khan al Ahmar, a partire dai 178 bambini che frequentano la scuola, ed avere mano libera per espandere gli insediamenti illegali e far passare il muro di separazione, altrettanto illegale, che mira a dividere in due tronconi la Palestina impedendo ogni possibile reale percorso di pace.
Tale violenza, che si configura, tra l’altro, come violazione degli artt. 49 e 53 della IV Convenzione di Ginevra, al momento è sottoposta al vaglio della Corte Suprema Israeliana che si esprimerà fra due giorni, altra aberrazione legale visto che, in mancanza di azioni da parte delle Organizzazione preposte alla tutela del Diritto internazionale ci si affida al tribunale dell’occupante “riconoscendogli” un ruolo super partes!
Bambini e insegnanti hanno anticipato di due settimane l’apertura dell’anno scolastico per presidiare la loro scuola e chiedono attenzione mondiale al loro problema che, se nello specifico è il problema di 178 bambini, in realtà è la violazione di più principi del Diritto universale e ci riguarda tutti.
Per tutto ciò la nostra Associazione si unisce all’appello della Comunità Internazionale a sostegno del diritto allo studio e all’autodeterminazione delle comunità beduine in Palestina e sollecita i media a dare la dovuta attenzione a questo ennesimo caso di violazione della dignità umana per mano di uno Stato, come quello di Israele, ritenuto, con sempre minori ragioni, uno Stato democratico.
* Associazione Oltre il Mare, onlus
Non si può tacere davanti alla nuova grave violazione del Diritto umanitario internazionale programmata dal governo israeliano: abbattere la scuola del villaggio beduino di Khan al Ahmar costruita dalla ong italiana Vento di Terra col patrocinio del Consolato italiano di Gerusalemme, delle Nazioni Unite, della Conferenza Episcopale Italiana e della Cooperazione Italiana allo sviluppo.La scuola è un campione di creatività essendo stata costruita col riciclo di pneumatici usati e senza fondazioni perché Israele nei territori che occupa e che amministra non consente costruzioni vere e proprie, neanche per i più elementari diritti umani, come il diritto all’istruzione. Ma Israele questa scuola non l’ha mai voluta e da anni cerca scuse per abbatterla. In realtà vuole deportare l’intero villaggio di Khan al Ahmar, a partire dai 178 bambini che frequentano la scuola, ed avere mano libera per espandere gli insediamenti illegali e far passare il muro di separazione, altrettanto illegale, che mira a dividere in due tronconi la Palestina impedendo ogni possibile reale percorso di pace.
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Il corpo della donna nell’arte e nella vita tra laicità e integralismo
di Maria Cristina Serra, su www.articolo21.org (21/08/2016)

Sono state la fame e la mancanza del pane nel 1789 a far scatenare la rivoluzione in Francia. E sono stati i valori dei Lumi, la rivendicazione dei diritti di Libertà, Uguaglianza e Laicità a guidare uomini e donne, a spingerli verso una lotta sanguinaria contro l’assolutismo politico e religioso. La Francia di allora ha indicato la strada all’Europa per uscire dall’oscurantismo e da quello che ancora sopravviveva del Medioevo.
La ghigliottina fu un male necessario per spezzare le catene del passato, per spegnere i roghi dell’intolleranza, armi letali di controllo delle masse. Furono lasciati alle spalle i secolari ceppi infuocati sui quali venivano arsi corpi e cervelli di donne non conformi alle regole stabilite dal potere dominante, e per questo definite streghe. Il cammino delle donne per raggiungere la piena parità nei confronti del mondo maschile è stato lungo e prosegue tuttora, soprattutto per adeguare lo stesso trattamento sul lavoro e nelle retribuzioni; ma di fatto nei sistemi occidentali l’uguaglianza formale è regolata per legge.
L’opportunismo, la nauseante ipocrisia, i proclami di vescovi e politici, che in nome di una presunta libertà di pensiero e professione di culto spingono le “politically correct” testoline nostrane a prendere le distanze dalle autorità francesi, colpevoli di voler mettere al bando l’imbalsamante costume islamico, chiamato burkini, ci riempiono di indignazione e di imbarazzo. Nessuna di queste menti “illuminate” da Dio e dalle leggi dello Stato laico difenderebbe, però, qualcuna di noi in bikini, anche se coperto da un pareo, in una spiaggia degli Emirati arabi, dove è proibito mostrare il corpo femminile. E’ questa la reciprocità di cui tanto si parla? Ma senza ciò, il rispetto delle differenze culturali è aria fritta, asservimento, sottomissione, che prende a pretesto un abbigliamento femminile coprente dalla testa ai piedi, per sbeffeggiare, svilire e strumentalizzare il corpo delle donne, la loro libertà di svestirsi e di godere pienamente il piacere naturale dell’acqua, del sole, della brezza marina.
Perché l’uso del burkini non dovrebbe essere regolato e, invece, sulle spiagge non possono avere libero accesso i nudisti, che fanno della loro nudità corporea una scelta culturale ed etica di vita? Perché loro “fanno scandalo” e li si rinchiude in dedicate “riserve indiane”? E allora come non pensare che l’ostentazione di un costume più simile ad una muta subacquea che a una mise da bagno, non possa mettere a disagio noi donne dai comportamenti e pensieri occidentali? Noi donne che ci sentiamo libere e a nostro agio in minigonna o in pantaloni, in costume intero o in succinti bikini, grasse e magre, giovani e attempate, ci sentiamo violentate dagli anatemi dei “benpensanti”, laici o religiosi: queste liberalità ce le siamo conquistate con anni ed anni di lotte e di determinazione!
Come non pensare allora che gli uomini di religione islamica, in short e a petto nudo, che accompagnano le loro mogli completamente coperte, non ci rechino offesa con i loro sguardi intensi, voyeuristi, sulle nostre nudità? E se qualche “firma” si domanda perché tanta ostilità verso il burkini non è invece indirizzata ai “burini”, che imperversano sulle spiagge, è lecito pensare che i “burini” non sono né una categoria dello spirito né un’ideologia politica né una specie umana facilmente definibile. Si annidano numerosi, più che nelle spiagge popolari, in quelle frequentate dai “nouveaux-riches” e nei ristoranti stellati, inaccessibili a noi comuni mortali, che arriviamo faticosamente a fine mese; sono una specie camaleontica ben mimetizzata soprattutto fra gli intellettuali “à la page” e tra i neo-acculturati ben remunerati. Ma si sa, ormai, liberi di sentenziare su tutto con aria solenne e “moralisticheggiante”, da dietro una cattedra da docenti “a gettone”, straparlando sull’integrazione e quant’altro! Le parole del premier francese Manuel Valls al quotidiano La Provence sono eloquenti e sintetizzano l’essenza del problema: “le spiagge come ogni spazio pubblico devono essere difese dalle rivendicazioni religiose. Il burkini non né un nuovo tipo di costume da bagno né una moda. E’ la traduzione di un progetto politico, di contro-società, fondata notoriamente sulla sottomissione della donna”.
Una recente, meravigliosa mostra al Museo d’Orsay di Parigi ha affrontato il tema della libertà femminile, prendendo di vista il mondo della prostituzione. “Splendeurs et miséres. Images de la prostitution 1850-1910” ha con audacia e onestà intellettuale illustrato questa tematica senza tabù, attraverso foto d’epoca, documenti, sculture e tele di artisti celebri. “E’ stata la prima volta che la rappresentazione della prostituzione diviene l’oggetto di una esposizione”, hanno spiegato le curatrici Isolde Pludermarcher e Marie Robert. “Un tema ricco di suggestione e di tematiche ancora inesplorate, che abbiamo trattato con articolate sfaccettature, senza il compiacimento di una lettura licenziosa né frivola”.
Con pertinenza e originalità il percorso espositivo inizia con una grande sezione dedicata alle strade e ai caffè come spazi pubblici nei quali “femmine oneste”, “prostitute ufficiali” od “occasionali” si mescolano, offrendo agli artisti dettagli da catturare e immortalare, in un’epoca in cui la rappresentazione della prostituzione era vissuta da pittori, scrittori e poeti in una dimensione ricca di implicazioni romantiche ed emozionali.
Vittime, seduttrici o icone moderne, le donne ritratte esprimono nei loro sguardi tutte le anime e le sfaccettature femminili che nessun velo potrà mai offuscare. Non temono giudizi né censure, libere comunque di osservare il mondo con la loro profonda umanità. La meravigliosa modella di Giovanni Boldini, “Traversant la rue”, avanza leggiadra sul pavè argenteo, fasciata in un verde smeraldo arricchito da volants, con un gran mazzo di fiori fra le braccia: intorno a lei al vita di tutti i giorni scorre tranquilla. Lo sguardo magnetico di “Olympia”, il capolavoro senza tempo di Edouard Manet, domina il visitatore incantato dal suo incarnato perlaceo e dalla sua posa plastica. E’ sfrontata la “Mòme à Gallieni” di Frantisek Kupka, scolpita dai colori forti “fauvisti”: l’incarnazione di una femminilità moderna che non teme giudizi morali. Sono splendide, misteriose, inquietanti le giovanissime modelle di Degas, spettinate, nude e impudiche, mentre si lavano e si pettinano incuranti degli sguardi altrui. I colori pallidi accentuano l’erotismo scenico. Che siano le famose ballerine sulle punte o le ragazze del bordello, l’inquieta misoginia dell’artista, espressa in prospettive pittoriche simili a inquadrature fotografiche, audaci e luminose, sono di una veridicità spietata, ma rivelano comunque la vitalità, la pienezza e la grazia del corpo femminile.
Il corpo è libero di mostrarsi senza vergogna nel magnifico dipinto di Henry de Toulouse-Lautrec, “Femme tirant son bas”, davanti alla sua compiacente maitresse. La gioia, la dannazione, la tristezza, la complicità, l’intimità nella vita delle case chiuse sono affrontate con infinito amore, rispetto e cura dei particolari dall’artista, che in quei luoghi ritrovava la tenerezza di un’umanità profusa di dignità, che lo accoglieva e lo proteggeva: “In nessuna altra parte del mondo mi sento più me stesso, come se fossi a casa mia”, dirà.
Mille sfumature di blu avvolgono la “La Femme mélancolique” di Pablo Picasso, con una luce in chiaro a rischiararne il volto; quasi a manifestare la profonda empatia tra loro due. E’ una donna libera, seduta al tavolino del bar davanti ad un boccale di birra e una sigaretta fra le dita, “Agostina Segatori au tamburin”, nel celebre ritratto di Vincent Van Gogh: il sorriso appena accennato, gli occhi neri e decisi, le forme sinuose e rassicuranti, le molteplici tonalità del verde che sfumano nei grigi, tocchi di giallo e rosso, le forti pennellate che appaiono scaturire dall’anima, a scavare nell’interiorità del soggetto con profondità di sentimento.
Una sezione della mostra è dedicata alle “Cortigiane” e alle Dame dei salotti parigini, colte, raffinate, affascinanti, padrone della propria vita. Donne che disponevano non solo del loro corpo, ma anche delle loro grandi doti intellettuali, ricche di cultura e spesso conoscitrici del mondo dell’arte, tanto da diventare scopritrici di talenti e così “à la page”, da imporre mode e costumi. Erano celebrate e adorate da Baudelaire, Flaubert, Delacroix, Dumas, Zola, che sovente le elevavano nelle loro opere al ruolo di muse ispiratrici.
Nei due secoli scorsi, l’unità di spirito e corpo per le donne era un’aspirazione, per alcune “più fortunate” era già una realizzazione. Oggi, che sembra che il mondo voglia tornare indietro, con lo sguardo rivolto ad un passato oscurantista, ci viene in mente il motto “rivoluzionario” del movimento femminista nei primi anni Settanta: “Non più puttane, non più madonne, finalmente donne”.
Nei due secoli scorsi, l’unità di spirito e corpo per le donne era un’aspirazione, per alcune “più fortunate” era già una realizzazione. Oggi, che sembra che il mondo voglia tornare indietro, con lo sguardo rivolto ad un passato oscurantista, ci viene in mente il motto “rivoluzionario” del movimento femminista nei primi anni Settanta: “Non più puttane, non più madonne, finalmente donne”. 
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Il burkini e l'autodeterminazione dell'individuo
di Yuri Guaiana, su www.huffingtonpost.it (20/8/2016)

Il recente dibattito sul burkini si è sviluppato soprattutto attorno ai temi della religione e della laicità o del ruolo della donna nella società o persino della sicurezza e del terrorismo. Per noi radicali e liberali, invece, la questione attiene al principio fondamentale della libertà individuale e dell'autodeterminazione dell'individuo. Solo seguendo questa strada ci si può liberare di moralismi e fobie sempre in agguato quando si discute di temi sociali controversi e andare all'essenza della questione senza manicheismi.
Da radicale e liberale, seguo la filosofia della libertà che è basata sul principio della proprietà di se stessi dal quale discende che ciascuno è proprietario esclusivo della propria vita e del proprio corpo. Ciò significa che nessun altro può avere sulla nostra vita e sul nostro corpo una pretesa più alta della nostra, a cominciare dallo Stato.
"Il corpo è mio e lo gestisco io" gridavano giustamente le femministe negli anni '70, poiché negare la libertà di scegliere sui propri corpi è una decisione che va contro il diritto all'autodeterminazione delle donne, così come degli uomini.
È del tutto evidente, pertanto, che le ordinanze dei Comuni di Cannes e Sisco, in Corsica, ledono gravemente il principio di autodeterminazione e la libertà individuale e sono assolutamente da rigettare e contrastare.
In quest'ottica, il tema del burkini si lega a quello, che si colloca all'estremo opposto del continuum, del naturismo poiché entrambi attengono a come ciascuno decide di disporre del proprio corpo vestendolo o svestendolo in un certo modo in pubblico o in luoghi aperti al pubblico.
E infatti critico anche le ordinanze di vari comuni italiani che, basandosi sui regolamenti di polizia urbana, vietano agli uomini di girare a torso nudo per salvaguardare il decoro delle medesime città.
Ciò non implica che non si possano regolamentare i contesti nei quali la nudità o certi abbigliamenti siano o meno consentiti, ma il regolamentare è ben diverso dal vietare.
Ricordiamo che anche la norma che vieta l'uso di mezzi atti a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona è un emendamento del 1977 alla Legge Reale del 1975 ed è comunque limitato dalla clausola "senza giustificato motivo".
Una norma che nasce in un contesto di minaccia terroristica simile a quello che viviamo oggi e che sopravvisse al referendum radicale del 1978, ma una norma recente e che, nel caso che a noi interessa, tempera il divieto con la clausola del giustificato motivo.
Non è un caso per altro che, in Italia, non esista una legge che vieta precipuamente l'utilizzo di un velo che copra il volto come il niqab o il burqa e che ci siano solo due paesi in Europa che hanno emanato una legislazione simile negli ultimi anni: la Francia, guarda caso, che ha vietato "una tenuta atta a dissimulare il viso" con una legge dell'ottobre 2010, e il Belgio, con una legge del giugno 2011.
D'altra parte, né nel codice penale, né in nessuna legge dello Stato italiano, c'è nemmeno un qualsiasi tipo di divieto riguardante il naturismo, benché alcuni articoli del codice penale che fanno riferimento ad atti che possono ledere la pubblica decenza o essere considerati osceni dal comune senso del pudore, potrebbero essere contestati ai naturisti, quando stanno nudi in un luogo pubblico.
Altro tema che a questo può legarsi, in un'ottica liberale, è quello del cross-dressing (o del travestitismo). Ovviamente ritengo che il cross-dressing sia un diritto, ci mancherebbe. Come nei casi precedenti, non esiste una legge che vieti esplicitamente il travestitismo.
Tuttavia, l'art. 85 del Regio decreto 773/1931 (si badi alle date, siamo in pieno fascismo!) vieta di "comparire mascherati in luogo pubblico". La norma è stata interpretata come "alterazione dei connotati essenziali del sesso e della persona fisica"- il che impedirebbe alle forze dell'ordine di identificare immediatamente un soggetto in maniera sicura e incontrovertibile - tra gli anni '70 e gli '80, a causa della minaccia terroristica e del conseguente irrigidirsi dei controlli, ma anche nel 2007 nel pescarese per colpire le lavoratrici del sesso transessuali.
Come si vede, la strada dei divieti è assai sdrucciolevole. Per me, compito precipuo dello Stato dev'essere quello di tutelare il diritto all'autodeterminazione dell'individuo e le libertà individuali, nel caso specifico, il diritto di ciascuna e ciascuno a indossare (o non indossare) ciò che ritiene.
Nel caso specifico, le donne devono poter decidere di non indossare quello che gli uomini gli dicono, ma lo Stato non può costringerle a farlo, deve solo proteggere la loro libertà di scelta. Le donne devono poter decidere come vestirsi (o svestirsi) a prescindere dallo Stato e dallo sguardo maschile, salvo che non vogliano scegliere di sedurre quello sguardo, ma anche in questo caso, devono poter scegliere loro come farlo, non certo lo Stato.
Il recente dibattito sul burkini si è sviluppato soprattutto attorno ai temi della religione e della laicità o del ruolo della donna nella società o persino della sicurezza e del terrorismo. Per noi radicali e liberali, invece, la questione attiene al principio fondamentale della libertà individuale e dell'autodeterminazione dell'individuo. Solo seguendo questa strada ci si può liberare di moralismi e fobie sempre in agguato quando si discute di temi sociali controversi e andare all'essenza della questione senza manicheismi.
Da radicale e liberale, seguo la filosofia della libertà che è basata sul principio della proprietà di se stessi dal quale discende che ciascuno è proprietario esclusivo della propria vita e del proprio corpo. Ciò significa che nessun altro può avere sulla nostra vita e sul nostro corpo una pretesa più alta della nostra, a cominciare dallo Stato.
"Il corpo è mio e lo gestisco io" gridavano giustamente le femministe negli anni '70, poiché negare la libertà di scegliere sui propri corpi è una decisione che va contro il diritto all'autodeterminazione delle donne, così come degli uomini.
È del tutto evidente, pertanto, che le ordinanze dei Comuni di Cannes e Sisco, in Corsica, ledono gravemente il principio di autodeterminazione e la libertà individuale e sono assolutamente da rigettare e contrastare.
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Pubblicità – Regresso: l’immagine delle donne
di Laura Berti, su www.articolo21.org (10/8/2016)

La prima domanda che sorge spontanea è: ma come gli è venuto in mente? Realizzare una foto pubblicitaria con una donna stesa a terra in un contesto di degrado, con i pantaloni abbassati e la maglietta tirata sopra l’ombelico. Una donna chiaramente vittima di uno stupro. Il tutto per reclamizzare niente popò di meno che un paio di stivaletti. Che francamente questa pubblicità non invita propriamente ad acquistare…
Una campagna che ha giustamente provocato lo sdegno di moltissime persone, compresi i produttori dello stivaletto incriminato che giurano di non saperne nulla di questa bella pensata pubblicitaria dell’azienda che distribuisce scarpe e borse.
Come gli è venuto in mente, allora, ripetiamo?
E’ una specie di appuntamento. Ogni tanto, ad intervalli più o meno regolari, qualcuno fa il classico scivolone. Ovvero esagera.
Nel 2009 ad esagerare fu il Calendario Pirelli, con una splendida modella nera trascinata da due persone, seminuda e con un’espressione terrorizzata. Non ci vuole un genio per capire che anche in quel caso si trattava dell’immagine di uno stupro. Ma il bello fu la spiegazione. I responsabili dell’Ufficio delle Relazioni esterne della Pirelli specificarono che non era affatto uno stupro ma si trattava della citazione recitata di “un rito buscimano”.
Magari sì, era anche vero, ma le immagini valgono per ciò che comunicano e il ragionevole dubbio che sorge è che questo calendario Pirelli non fosse visto solo da esperti antropologi culturali avvezzi ai riti buscimani. Anzi. I calendari con le donne nude (scusate, sintetizzo) in genere sono appesi dai meccanici che in linea di massima di riti buscimani sanno pochino. E il ragazzino che, entrando dal meccanico con il motorino da riparare, abbia visto questa foto del calendario, cosa avrà pensato? Che il rito buscimano è molto interessante o che può essere lecito trascinare a piacimento una donna nuda e spaventata?
E se il bello sono le giustificazioni, l’altro scivolone ancor prima, nel 2007 fu la casa di moda Dolce e Gabbana a farlo.
Una ragazza immobilizzata a terra da un uomo con intorno altri uomini a guardare. Un altro richiamo evidente ad uno stupro. Allora si mobilitarono molte associazioni, politici, tutti a protestare perché si ritirasse quella pubblicità. Ma la replica fu: Anche le fotografie, e quindi le campagne pubblicitarie, sono una forma d’arte e rientrano nel grande tema della libertà artistica. Se si entra nel merito di un’opera d’arte, «allora bisognerebbe chiudere anche il Louvre e la maggior parte dei musei del mondo». Tra l’altro – aggiunsero dalla casa di moda – la donna nell’immagine non ha affatto un’aria sofferente.
Ah ecco, siamo oltre. Alle donne, in fondo essere immobilizzate a terra da un energumeno magari piace.
Ma siamo matti?
Ho parlato finora di scivoloni. Ma bisogna riflettere sul fatto che si scivola solo se il terreno è viscido. Ed è su un terreno culturale molto viscido che continuiamo a muoverci sotto il profilo dei diritti femminili.
Negli ultimi anni noi donne abbiamo avuto un’eccessiva paura di apparire “vetero-femministe” e siamo passate sopra a troppe cose. Troppe violazioni della dignità femminile nelle pubblicità, ma anche nei programmi televisivi in cui veniamo considerate “prede” tutte concentrate nello sforzo di essere la più “appetibile” per il maschio.
Sono questi gli elementi che fanno cultura. Molto più dei libri, purtroppo, molto più della scuola, anche quando è veramente educativa.
Fa di più l’immagine di una ragazza buttata a terra come uno straccio usato, o immobilizzata da un gruppo di uomini, o un programma in cui il valore della persona scompare dietro minigonne mozzafiato e gambe perfette.
E’ inutile che continuiamo a meravigliarci dell’ennesimo femminicidio o della nuova violenza di gruppo su una ragazzina perpetrata da minorenni.
I modelli sono questi. Se su un cartellone pubblicitario la violenza su una donna è normale, se in una trasmissione televisiva viene mostrato che la massima aspirazione di una ragazza è quella di essere voluta e concupita dal più figo di turno, non possiamo stupirci che i giovani maschi escano in strada come andando a caccia..
E’ un circolo vizioso che va interrotto. Con prese di posizione forti, sia sulla pubblicità che sui programmi tv. E senza paura di apparire bigotte o, appunto, vetero-femministe, manco fosse una parolaccia.
E’ come se in questi ultimi decenni, il legittimo desiderio di affermazione sul lavoro ci avesse fatto lasciare indietro temi che pensavamo in parte risolti come la parità sessuale. E non è un caso che alla sempre maggiore affermazione delle donne sul lavoro stia corrispondendo una sempre maggiore violenza cieca a livello domestico e di relazione.
Ma se questo processo viene rafforzato da pubblicità e programmi che confortano un pensiero maschile distorto, allora vedremo sempre più tragedie con le donne come vittime.
Dobbiamo ritrovare l’indignazione per pubblicità come quella di questi stivaletti. Dobbiamo protestare contro programmi lesivi della dignità femminile. Perché non è una vergogna né una diminutio affermare la propria dignità. E a capirlo devono essere soprattutto le ragazze più giovani. Per le quali tutta questa violenza, psicologica e purtroppo anche fisica, sta diventando una drammatica normalità.
La prima domanda che sorge spontanea è: ma come gli è venuto in mente? Realizzare una foto pubblicitaria con una donna stesa a terra in un contesto di degrado, con i pantaloni abbassati e la maglietta tirata sopra l’ombelico. Una donna chiaramente vittima di uno stupro. Il tutto per reclamizzare niente popò di meno che un paio di stivaletti. Che francamente questa pubblicità non invita propriamente ad acquistare…
Una campagna che ha giustamente provocato lo sdegno di moltissime persone, compresi i produttori dello stivaletto incriminato che giurano di non saperne nulla di questa bella pensata pubblicitaria dell’azienda che distribuisce scarpe e borse.
Come gli è venuto in mente, allora, ripetiamo? E’ una specie di appuntamento. Ogni tanto, ad intervalli più o meno regolari, qualcuno fa il classico scivolone. Ovvero esagera.
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Femminicidio: "Caro ministro renda obbligatori i corsi di educazione sentimentale nelle scuole"
Il tema della violenza sulle donne non è un problema delle donne, non è un qualcosa legato soltanto alla pazzia di un momento o a un raptus, è purtroppo qualcosa di più profondo, è intrinseco nella cultura del nostro Paese, dove l’uguaglianza fra uomo e donna è, per molti aspetti, più formale che sostanziale.
La violenza sulle donne è un tema che ci interessa tutti, uomini e donne.
Di fronte a tante vittime, come uomo in primo luogo, e poi come Sindaco e Presidente di Provincia, Le chiedo di rendere obbligatori nelle scuole i corsi di educazione sentimentale e di genere.
E’ evidente che l’idea della ‘donna-oggetto’ di cui un uomo può disporre fino alla morte appartiene alla nostra cultura, è evidente che c’è difficoltà ad accettare che una donna dica ‘no’, è evidente che una donna deve aver paura a dire ‘la relazione è finita’.
So che l’iter in Parlamento su questo argomento è stato tortuoso, ma c’è bisogno di coraggio. C’è bisogno di superare le resistenze di chi non vuole che si diffonda con forza la cultura della donna libera, autonoma, che si auto-determina.
Tra l’altro, sono convinto che una donna libera, autonoma e che si auto-determina è anche garanzia affinché nella nostra società ci siano famiglie forti, coese, che sanno fare fronte alle difficoltà. Lo scambio alla pari fra uomo e donna, infatti, è un valore straordinario, che dà alla coppia una marcia in più, e che le consente di affrontare gli ostacoli che nella vita capitano.
Non è nella paura, nel possesso, nel tarpare le ali la felicità, né sociale, né del singolo.
E’ necessario affrontare il tema di che cosa significa essere ‘uomo’, di cosa significa essere ‘donna’, di cosa significa il rispetto, cosa vuol dire ‘avere una relazione sentimentale’.
Chiedo a Lei di rendere obbligatori questi corsi perché è un tema d’interesse nazionale, che richiede fondi ad hoc perché esperti si occupino di svolgere i corsi nelle scuole di tutta Italia.
C’è bisogno di un segnale forte dal Governo – sappiamo che la Buona Scuola lo prevede, ma occorre un impegno maggiore – nel senso che l’educazione sentimentale e di genere non deve essere presentata come un optional nelle scuole, bensì come una cosa che va fatta. Questo accade da anni in tanti Paesi dell’Unione Europea, in Germania dal 1968, in Danimarca e Finlandia dal 1970, in Francia dal 1998, per fare alcuni esempi.
Come istituzione locale, mi metto a disposizione per collaborare fattivamente a questo percorso, certo che a noi si uniranno tanti primi cittadini e anche le altre Istituzioni del territorio.
La violenza sulle donne – il Femminicidio – oggi ci richiede
azioni concrete per cambiare una cultura maschilista-sessista che purtroppo è ancora radicata, e che purtroppo spesso emerge in tutta la sua brutalità.
Non voglio più che le nostre comunità piangano una vittima, vogliamo agire perché non succeda mai più.
Insieme possiamo incidere, possiamo promuovere una cultura sentimentale degna del sentimento più bello che conosciamo, ovvero dell’Amore.
di Luca Menesini (Sindaco di Capannori, Lucca) scive a Stefania Giannini (Ministro dell'Istruzione), su www.repubblica.it (4/8/2016)

Il tema della violenza sulle donne non è un problema delle donne, non è un qualcosa legato soltanto alla pazzia di un momento o a un raptus, è purtroppo qualcosa di più profondo, è intrinseco nella cultura del nostro Paese, dove l’uguaglianza fra uomo e donna è, per molti aspetti, più formale che sostanziale. La violenza sulle donne è un tema che ci interessa tutti, uomini e donne. Di fronte a tante vittime, come uomo in primo luogo, e poi come Sindaco e Presidente di Provincia, Le chiedo di rendere obbligatori nelle scuole i corsi di educazione sentimentale e di genere.
E’ evidente che l’idea della ‘donna-oggetto’ di cui un uomo può disporre fino alla morte appartiene alla nostra cultura, è evidente che c’è difficoltà ad accettare che una donna dica ‘no’, è evidente che una donna deve aver paura a dire ‘la relazione è finita’. So che l’iter in Parlamento su questo argomento è stato tortuoso, ma c’è bisogno di coraggio. C’è bisogno di superare le resistenze di chi non vuole che si diffonda con forza la cultura della donna libera, autonoma, che si auto-determina. Tra l’altro, sono convinto che una donna libera, autonoma e che si auto-determina è anche garanzia affinché nella nostra società ci siano famiglie forti, coese, che sanno fare fronte alle difficoltà. Lo scambio alla pari fra uomo e donna, infatti, è un valore straordinario, che dà alla coppia una marcia in più, e che le consente di affrontare gli ostacoli che nella vita capitano. Non è nella paura, nel possesso, nel tarpare le ali la felicità, né sociale, né del singoli.
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