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Segnaliamo

laconversazionenecessaria

La conversazione necessaria
La forza del dialogo nell'era digitale

di Sherry Turkle
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La differenza insegna
La didattica delle discipline in una prospettiva di genere
a cura 
di: Maria Serena Sapegno

La didattica delle discipline in una prospettiva di genere
a cura di: Maria Serena Sape
 
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Sguardi differenti
Il punto su sessismo, gender e alienazione genitoriale

AA. VV.
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Tutta un'altra storia
Come spiegare ai bambini la diversità
di Elisabetta Maùti

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Eco Profughi
Migrazioni forzate di ieri, di oggi, e di domani
di Valerio Calzolaio
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Storia di Ismael
che ha attraversato
il mare

di Francesco D'Adamo
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L'orso che non lo era
Testi e disegni
di Frank Tashlin
Traduzione
di Bianca Lazzaro

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Va bene se ...
di Isabella Paglia e Francesca Cavallaro
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thuram-uguaglianza-500x724

Per l'uguaglianza
Come cambiare i nostri immaginari

di Lilian Thuram
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La Pina
Il pianeta dei calzini spaiati

illustrazioni di Irene Frigo
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Atlante dei pregiudizi
diYanko Tsvetkov
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Radici
Tradizione, identità, memoria
di Maurizio Bettini
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Le regole raccontate ai bambini
di Gherardo Colombo e Marina Morpurgo
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L'odio online

Violenza verbale e ossessioni in rete
di Giovanni Zaccardi
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Leggere senza stereotipi
di Elena Fierli, Giulia Franchi, Giovanna Lancia, Sara Marini
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Stai zitta e va' in cucina

Breve storia del maschilismo in politica da Togliatti a Grillo
di Filippo Maria Battaglia
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Guarire con una Fiaba
Usare l'immaginario per curarsi

di Paola Santagostino
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Stai zitta e va' in cucina
Breve storia del maschilismo in politica da Togliatti a Grillo
di Filippo Maria Battaglia
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Meticcio
L'opportunità della differenza

di Bruno Barba
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Mamma, perché Dio è maschio?
Educazione e differenza di genere
di Rita torti
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Ancora dalla parte delle bambine
di Loredana Lipperini
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APPUNTAMENTI

Che tempo che f'hai?
Giocare ... facendo esperienza
di inclusione e accoglienza
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Dat- 11 mar 2017
Ore - 09:30Luogo
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Luogo - Sede Bologna
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E se fossi ...
Le infinite diversità

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Nuovo percorso-laboratorio dell'Associazioni Mani Altri Sguardi
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Confini

Pluralismi, attrazioni, inclusioni

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Percorso-laboratorio dell'Associazione Mani Altri Sguardi.
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Percorso-laboratorio dell'Associazione Mani Altri Sguardi.
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A scuola di bagno
Segnali per toilette dal mondo!

nuovotoilette

Percorso-laboratorio dell'Associazione Mani Altri Sguardi.
[depliant e locandina]


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Segni, le comunicazioni possibili
comunicasegni

Percorso-laboratorio dell'Associazione Mani Altri Sguardi. [depliant e locandina]

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3° Convegno Nazionale SIAA
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Prato, 17-19 dicembre 2015 
Organizzatori e Responsabili Scientifici: Roberta Bonetti e Massimo Bressan
[programma]

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Alf@beti, abecedari di ieri e di oggi

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Percorso-laboratorio dell'Associazione Mani Altri Sguardi. [depliant e locandina]

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Gli accessori delle identità

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Percorso-laboratorio dell'Associazione Mani Altri Sguardi. [depliant e locandina]

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Mai dire squola

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Modelli educativi dal mondo.
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Giochi e giocattoli dalle Afriche

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Mille e una creatività ...
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Ti parlo con un vestito

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Dalle Afriche, narrazioni, immagini e illustrazioni attraverso i tessuti.
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Quando gli animali parlano


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Favole, immagini, colori, suoni dalle Afriche
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Le applicazioni su stoffa dei Fon del Benin
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Aux bords de l’Europe

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Migreurop. Rapporto 2010-2011

 

 

 

L’externalisation des contrôles migratoires.

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LO SGUARDO DELLA MANO
notizie, riflessioni e approfondimenti                                                        facebooklog
 
Cosa possiamo fare per migliorare l’ambiente digitale in cui viviamo
Informarsi, discutere, confrontarsi, conoscersi, condividere, commentare, ridere, scherzare, arrabbiarsi, mettere mi piace. Passiamo sempre più tempo sui social network, in particolar modo su Facebook e su Twitter. Le nostre vite digitali non sono più una dimensione isolata, separabile da quella che un tempo differenziavamo come "vita reale": viviamo sempre connessi e molte delle nostre interazioni si sono spostate sui social.
Quello che diciamo, i post a cui mettiamo like e i contenuti che condividiamo entrano a far parte del flusso informativo dei nostri contatti. Ognuno di noi è “media” e dovremmo sentire la responsabilità delle nostre azioni e scelte in questi ambienti digitali. Avere piena consapevolezza del nostro comportamento online può rendere migliore il nostro stare insieme e contribuire in modo positivo e costruttivo all’ecosistema informativo.
Qui abbiamo individuato alcuni suggerimenti, ma vorremmo realizzare insieme a voi un elenco di consigli utili per tutti. Non solo per i giornalisti, ma per tutti noi cittadini che viviamo la rete e in rete.
Prima di commentare aspetta la seconda o terza versione della notizia
Quando le notizie si diffondo in maniera virale, conviene sempre aspettare prima di dire la nostra opinione sull'argomento, questo vale soprattutto nei casi in cui viene stimolata l'indignazione dei lettori. La versione più corretta e più aderente ai fatti solitamente è la seconda, se non la terza.
Molti media, purtroppo, si precipitano a pubblicare la notizia senza averla verificata. Riservandosi di correggere l'articolo in un secondo momento, quando ormai si è diffusa la prima versione e la conversazione dei lettori si è spostata su una ricostruzione distorta dei fatti.
Come lettori abbiamo il potere di sottrarci a questo meccanismo. E aspettare sempre prima di condividere, pubblicare, commentare, indignarci e diffondere informazioni sbagliate.
Se scopri di aver condiviso una notizia falsa, rettifica
Vale per i giornalisti, ma anche per i lettori. Può capitare a tutti di sbagliare. Quando succede è opportuno correggere l'errore e rettificare pubblicamente.
È necessario lasciare traccia delle correzioni che sono state fatte e spiegarle in maniera esaustiva: ricordiamoci che quello che abbiamo scritto avrà probabilmente generato like, commenti e condivisioni. Sarebbe quindi profondamente scorretto nei confronti di chi ci legge cambiare un articolo, modificare uno status o cancellare un tweet senza avvisare.
Su Facebook, possiamo editare il nostro status mettendo in evidenza la modifica e avvisando dell'errore. Ammettere i propri errori e riconoscerli pubblicamente rafforza la nostra reputazione.
Su Twitter, una volta pubblicato non possiamo editare un tweet, per cui la domanda che si fanno in molti nel momento della rettifica è: dobbiamo cancellare il tweet contenente l'informazione sbagliata? Esistono due possibili soluzioni.
Se decidiamo di non cancellare il nostro primo tweet, possiamo scriverne uno nuovo concatenato all'anteriore (si fa rispondendo al nostro stesso tweet, ma cancellando il nome dal messaggio) per rettificare e diffondere l'informazione corretta. Molti sono contrari a questo metodo perché l'informazione distorta potrebbe continuare a diffondersi attraverso i retweet senza che gli utenti si accorgano della correzione.
Una soluzione alternativa è quella di cancellare il tweet in maniera trasparente e rettificare pubblicamente in questo modo: facciamo uno screenshot del tweet; cancelliamo; twittiamo la rettifica allegando lo screenshot e avvisando i nostri follower che abbiamo cancellato quel tweet. Non bastano i 140 caratteri? Nessun problema, ricordati che puoi concatenare i tweet (consigliamo in ogni caso di non eccedere i tre tweet per una rettifica di questo tipo).
Se dobbiamo correggere un articolo, ricordiamoci di lasciare traccia delle modifiche che abbiamo fatto. La soluzione migliore è una nota alla fine del post spiegando quali errori sono stati corretti e quali parti sono state cambiate.
Chiedere scusa per l’errore è un gesto semplice, segno di sensibilità e intelligenza.
Prima di condividere una foto o un video accertati che siano autentici
In questo modo possiamo contribuire a migliorare il nostro ecosistema informativo, evitando di esporre i nostri contatti (e noi stessi) a informazioni false, incomplete e dannose.
Come verificare l'autenticità di un'immagine? Google Immagini offre uno strumento molto semplice per effettuare una ricerca a partire da un'immagine che abbiamo scaricato sul nostro computer. In questo modo scopriremo se quella foto è già stata usata su Internet. È una pratica essenziale durante le breaking news, perché ci permette di verificare se qualcuno sta diffondendo come attuale un'immagine che è già stata usata in passato e che si riferisce ad altre situazioni o notizie.
Prima di condividere controlla la fonte
Lo hai letto sul Corriere della Pera, sul Fatto Quotidiano o su Repubblica? Quasi sicuramente è una bufala. Fai attenzione alla fonte: non tutto quello che leggiamo su Internet è vero e non tutto quello che condividono i nostri contatti è stato verificato. Controlla sempre che il sito o l'account che ha pubblicato la notizia sia affidabile. E soprattutto, leggi attentamente la url e il nome della pubblicazione per verificare che sia quello corretto: come abbiamo visto negli esempi citati in questo paragrafo, è sufficiente sostituire una lettera per confondersi con una fonte considerata affidabile.
Solitamente questi siti sono facilmente riconoscibili, la loro grafica è totalmente diversa da quella di un giornale. È quando vediamo la notizia scorrere sulla nostra home di Facebook che dobbiamo prestare particolare attenzione. Mai cedere alla tentazione di condividere un articolo senza averlo letto.
Alcune notizie false possono avere uno scopo parodistico, altre sono delle vere e proprie macchine per generare click e guadagni attraverso la pubblicità. In entrambi i casi, non dobbiamo mai prendere sul serio una notizia che abbiamo letto solamente su un sito di questo tipo. E se si tratta di una notizia internazionale, è raccomandabile cercare conferme anche sui quotidiani stranieri.
Lo stesso discorso vale per i social. Quell'account Twitter che si spaccia per una scrittrice famosa ha scritto solo sei tweet ed è stato creato ieri? Non cascarci. E ricorda che anche se i giornali pubblicano le sue dichiarazioni dandole per vere, con molta probabilità quel profilo è falso. E se hai visto solo lo screenshot di un tweet (o di uno status su Facebook), accertati che quella persona abbia davvero scritto quelle parole sui social. Potrebbe trattarsi di un fotomontaggio. Esistono siti che permettono di creare facilmente tweet o status falsi.
Prima di condividere controlla la data
Una notizia di cinque anni fa può apparire "scandalosa" se inserita nel contesto sbagliato. È un trucco a cui ricorrono spesso le pagine e i siti bufalari che pubblicano notizie false con il fine di generare traffico. Per cui, durante un terremoto è probabile che alcune di queste pagine decidano di condividere notizie risalenti a qualche mese fa sulle vacanze al mare del presidente ("vergogna!"), per fare un esempio.
Ma può anche essere un gesto che facciamo in assoluta buona fede, senza accorgercene, presi dalla fretta o per distrazione. Capita quindi che durante un evento catastrofico, le persone inizino a retwittare un tweet della Protezione Civile di tre anni fa con informazioni non aggiornate, contribuendo a creare rumore e disinformazione.
Controllare la data di un articolo, di una foto, di un tweet o di uno status è un gesto immediato, dobbiamo solo far sì che diventi un'abitudine.
Ricordati di citare la fonte
La condivisione sta alla base del nostro stare online. Attraverso i contenuti che postiamo su Facebook definiamo la nostra identità e costruiamo la nostra reputazione. Citare la fonte di quello che pubblichiamo è una forma di rispetto verso chi ha lavorato a quel contenuto, sia esso un testo, una foto, un grafico, o uno status. È un'informazione in più che diamo a chi ci legge.
Non insultare, fa male a te e a chi partecipa alla conversazione
Tratta gli altri come vorresti essere trattato tu. Durante una discussione online, non dire cose che non diresti di persona. E se stai parlando con una persona che non conosci, ricordati sempre di una cosa: non conosci quella persona. Non sai quali sono le sue opinioni, o le sue azioni.
“Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla. Sii gentile, sempre”.
Licenza cc-by-nc-nd valigiablu.it
Fonte: http://www.valigiablu.it/migliorare-ambiente-digitale/Licenza cc-by-nc-nd valigiablu.it

Informarsi, discutere, confrontarsi, conoscersi, condividere, commentare, ridere, scherzare, arrabbiarsi, mettere mi piace. Passiamo sempre più tempo sui social network, in particolar modo su Facebook e su Twitter. Le nostre vite digitali non sono più una dimensione isolata, separabile da quella che un tempo differenziavamo come "vita reale": viviamo sempre connessi e molte delle nostre interazioni si sono spostate sui social.
Quello che diciamo, i post a cui mettiamo like e i contenuti che condividiamo entrano a far parte del flusso informativo dei nostri contatti. Ognuno di noi è “media” e dovremmo sentire la responsabilità delle nostre azioni e scelte in questi ambienti digitali. Avere piena consapevolezza del nostro comportamento online può rendere migliore il nostro stare insieme e contribuire in modo positivo e costruttivo all’ecosistema informativo.
Qui abbiamo individuato alcuni suggerimenti, ma vorremmo realizzare insieme a voi un elenco di consigli utili per tutti. Non solo per i giornalisti, ma per tutti noi cittadini che viviamo la rete e in rete.
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A Malta, la prima legge in Europa contro le terapie riparative. Quando in Italia?
di Tiziana Biondi, su www.stonewall.it (8/2/2017)

L’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’Ordine Nazionale degli Psicologi italiano unitamente alle più importanti associazioni scientifiche e professionali internazionali, come l’American Psychological Association e l’American Psychiatric Association, affermano, ormai da anni,che l’omosessualità è una variante naturale della sessualità e che le terapie riparative e di conversione sono non solo prive di alcuna validità e attendibilità scientifica ma sono soprattutto molto pericolose per la salute psicologica e mentale di una persona.
A ribadirlo il parlamento di Malta con l’approvazione dell’”Affirmation of Sexual Orientation, Gender Identity, and Gender Expression Bill” , la prima legge in Europa che prevede il divieto, sanzioni pecuniarie o carcere per chiunque di prescriva o pratichi terapie riparative e di conversione ai danni di persone GLBT.
La legge prevede inoltre il cambio di genere per le persone transgender al raggiungimento del sedicesimo anno di età.
Viene da chiedersi perché l’Italia debba essere sempre la “cenerentola” dei diritti civili soprattutto quando si tratta della popolazione Gay Lesbica Bisessuale e Transessuale?
Come ricorda lo stesso senatore Sergio Lo Giudice, senatore del Partito Democratico membro delle commissioni giustizia e diritti umani di Palazzo Madama, “qui da noi in Senato giacciono ancora i miei disegni di legge 2402 (Norme di contrasto alle terapie di conversione dell’orientamento sessuale dei minori) e 405 (Norme in materia di modificazione dell’attribuzione di sesso). Serve un intervento chiaro da parte del Parlamento per il diritto all’identità delle persone”.
“La mia proposta sul divieto delle cosiddette ‘terapie riparative’ – prosegue il senatore dem – individua le figure professionali (psicologo, medico psichiatra, psicoterapeuta, terapeuta, consulente clinico, counsellor, consulente psicologico, assistente sociale, educatore o pedagogista) alle quali è fatto divieto di applicare queste pratiche, già condannate dai codici deontologici delle associazioni di categoria, su soggetti minorenni, pena la reclusione fino a due anni e la multa da 10.000 euro a 50.000 euro. Per le professioni che richiedono una speciale abilitazione dallo Stato, la condanna comporta la sospensione dall’esercizio della professione da un minimo di un anno a un massimo di cinque anni”.
Cosa bisogna aspettare ancora perché il nostro paese diventi davvero “civile”?
Chi ci governa prenda esempio dai colleghi di Malta!
L’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’Ordine Nazionale degli Psicologi italiano unitamente alle più importanti associazioni scientifiche e professionali internazionali, come l’American Psychological Association e l’American Psychiatric Association, affermano, ormai da anni, che l’omosessualità è una variante naturale della sessualità e che le terapie riparative e di conversione sono non solo prive di alcuna validità e attendibilità scientifica ma sono soprattutto molto pericolose per la salute psicologica e mentale di una persona. A ribadirlo il parlamento di Malta con l’approvazione dell’”Affirmation of Sexual Orientation, Gender Identity, and Gender Expression Bill” , la prima legge in Europa che prevede il divieto, sanzioni pecuniarie o carcere per chiunque di prescriva o pratichi terapie riparative e di conversione ai danni di persone GLBT.
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Violenza e linguaggio: un allarme crescente
di Anna Letizia Calasso, su www.educazioneduepuntozero.it (8/2/2017)

Ultimamente la cronaca nera sembra aver occupato uno spazio quasi predominante nella nostra vita quotidiana eppure il linguaggio con cui si affronta questa tematica è ben lontano dal rispecchiare la gravità di questi avvenimenti. Il segnale di un allarme sociale che non possiamo trascurare.
Generalmente di fronte a un episodio di uccisione, soprattutto nei confronti di bambini e donne o ad opera di giovanissimi, tanto più verso i propri genitori, si pensa subito a un comportamento attribuibile ad una persona con una mente malata, psicologicamente disturbata o con un equilibrio instabile e pertanto non padrona delle proprie azioni: cioè “incapace di intendere e di volere”. Si licenzia così un episodio che, al di là del ruolo che dovranno svolgere gli organi competenti, diventa, purtroppo, argomento di attualità che invade i palinsesti televisivi nei quali drammi del genere sono al centro dei programmi per la loro attualità. Lo scopo apparente è l’informazione ma, a mio parere, c’è il rischio che ci si abitui a vedere immagini arricchite di particolari che portano a parlare, come argomenti da salotto, di atti ai quali si finisce con il fare l’abitudine. Questo naturalmente è più dannoso nei confronti di persone fragili e in particolare di giovani nel loro processo di sviluppo e formazione psicologica e di carattere. Si scatena, inevitabilmente, una insana morbosità con l’esasperata attesa che alla fine della “puntata” si sappia chi sia l’assassino.
Episodi crudi, disumani, irrazionali e non paragonabili neppure a quelli che hanno per protagonisti gli animali la cui violenza, quando si scatena, è animata dal solo istinto di sopravvivenza. E si parla di mondo animale e non di persone evolute. Ma cosa si può fare dinanzi a tanta violenza, a tanta crudeltà, a tanta gratuita distruzione?´ Quale compito possono svolgere i genitori, la scuola, la società e ognuno di noi nel nostro piccolo quotidiano di vita? Non è facile trovare una risposta tale da risolvere una problematica così complessa e delicata, ma si possono intanto analizzare queste manifestazioni di malsana condotta di vita che suscitano tanto dolore e preoccupazione.
Ci sono tre punti per me fondamentali che andrebbero approfonditi con maggiore senso di analisi e responsabilità da parte di tutti coloro che hanno il compito di educare, dopo aver esaminato e capito la situazione in modo da poter offrire soluzioni adeguate. Un primo punto è il linguaggio.
Si deve intervenire sul linguaggio che da un po’ di tempo siamo abituati a sentire: un linguaggio impoverito, superficiale e tal volta privo di un vero significato, una continua parafrasi di termini impropri che distorcono il significato reale delle parole.
Mi colpisce profondamente quando l’artefice di un così crudele misfatto arriva a definire la sua azione con la frase : “Ho fatto una cazzata”, che viene quasi spacciata per giustificazione o comunque espressione sincera di un pentimento. Il vocabolario della lingua italiana riporta: cazzata “… cacchiata…s.f. 1 volg. Balordaggine, sciocchezza, stupidaggine….”. Mi chiedo se è una balordaggine, una sciocchezza, un atto stupido togliere la vita ad una persona?
E’ come suonare il campanello di un portone per gioco, è come spruzzare quando si è sulla spiaggia l’acqua del mare su un amico che sta prendendo il sole è come fare un innocente scherzo al telefono? E non è, invece, un atto ben più grave, terribile e atroce, anzi disumano? Come si può pensare che uccidere o tentare di uccidere, possa definirsi una stupidaggine, un gioco, un diversivo per combattere la noia, una “botta di nervi” , nervi che hanno accecato totalmente l’intelletto?
E’ quindi fondamentale che venga attribuito alle parole il giusto peso e siano usate in modo corretto tanto più in giudizi di tale gravità e rilevanza.
Conoscere la nostra lingua è conoscere se stessi e offrire tramite la parola la reale descrizione di quello che davvero si vuole dire, ma soprattutto essere consapevoli del significato del termine e del suo vero senso e avere la capacità di usarlo in modo appropriato: dove, quando, come e perché. E’ quindi importantissimo riprendere in mano la nostra bella lingua italiana facendo riferimenti a tutti coloro che nel passato e nel presente hanno dedicato e dedicano una vita intera allo studio, alla ricerca, alla diffusione della cultura e della conoscenza, allo scopo di offrire un supporto essenziale alla realizzazione di una società migliore dove i valori possano trovare la giusta collocazione ed essere riconosciuti come beni essenziali per ognuno di noi e in particolar modo per i giovani che saranno gli artefici e la classe dirigente del mondo futuro.
Giovani che nella loro formazione e crescita devono essere educati al valore primario della vita: un bene cosi prezioso che non può essere svalutato dall’uso di una termologia che non solo offende ma mina il futuro di una generazione che ha bisogno di confermarne il valore e la qualità. E’ necessario riappropriarsi, dunque, di un linguaggio più consono che appartenga alla vera lingua italiana e non sia storpiato da coloro che ne fanno scempio senza alcun pudore e ritegno.
Un atro punto da analizzare è perché esista tutta questa violenza, questo bisogno di esplodere con atti criminali e inconsulti per un nonnulla, perché si agisce in maniera abnorme per futili motivi, con una sproporzione abissale tra il movente e il compimento dell’atto annullando se stessi senza aver il minimo controllo della proprie azioni. Non è una domanda alla quale sia facile dare una risposta. Ma noi tutti abbiamo il dovere di capire e analizzare questi episodi per poter porre rimedio a tanto scempio. La famiglia, la scuola e la società sono i tre punti focali, i pilastri che rappresentano la spina dorsale per ogni individuo.
E’ attraverso queste realtà che il bambino, l’adolescente, l’adulto si forma, cresce e vive. Dietro ogni atto, anche se appare incredibile al momento, c’è una spiegazione: per quanto amara e cruda, insopportabile e inconcepibile, inaccettabile e assurda, ma c’é. In tutte le follie vi è una logica, pur se perversa, tra il motivo e l’azione. E noi dobbiamo cercare di capire. Non sono sempre famiglie normali, belle, da Mulino Bianco come a volte ci presentano o persone buone brave, normali quelle che scatenano una violenza così allucinante. Esiste qualcosa che sfugge, all’interno della famiglia e nella società, ed è proprio questo che va preso in considerazione, rapportato con le varie realtà e soprattutto va capito per poter trovare un possibile rimedio.
Le istituzioni, la scuola, la famiglia hanno il dovere non solo di educare ma di porre le condizioni necessarie affinché questa “mattanza” abbia fine. E’ necessario creare una giusta sinergia che possa far fronte alle situazioni di difficoltà ed offrire un mondo nel quale i valori, il rispetto e la dignità, i doveri e le responsabilità abbiano la giusta collocazione fornendo le basi per un crescere sano e un vivere sereno.
Il terzo punto riguarda la “ punizione” che questi atti terribili richiedono. Punire o per meglio dire far pagare per ciò che si è compiuto è senza dubbio giusto e ineludibile. Atti di inaudita ferocia non possono restare impuniti e non solo per una doverosa reazione quanto per un insegnamento di vita che sia rivolto alla rieducazione del colpevole e dia un segnale alla società con il preciso scopo di far comprendere il valore di una vita che ognuno ha il dovere di rispettare. Una vita umana non ha prezzo, non è una merce alla quale si possa attribuire un valore materiale.
La vita umana è un dono, un bene così prezioso non commensurabile con nessun altro; nessuna bilancia può attribuirle un peso. Per questo all’insegnamento proveniente dalla nostra società nelle sue molteplici espressioni e in sinergia con la famiglia e la scuola e nella sintonia con i mezzi di comunicazione, va il compito primario trasmettere il principio più elementare e più profondo del valore della vita che non richiede ulteriori dimostrazioni. Il suo valore unico risiede nel miracolo e nella magia dell’esistenza.
La vita umana è un dono, un bene così prezioso non commensurabile con nessun altro; nessuna bilancia può attribuirle un peso. Per questo all’insegnamento proveniente dalla nostra società nelle sue molteplici espressioni e in sinergia con la famiglia e la scuola e nella sintonia con i mezzi di comunicazione, va il compito primario trasmettere il principio più elementare e più profondo del valore della vita che non richiede ulteriori dimostrazioni. Il suo valore unico risiede nel miracolo e nella magia dell’esistenza.
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Olocausto? ‘Dopo l’interrogazione non ti ricordi più nulla’
di Alex Corlazzoli, su www.ilfattoquotidiano.it (27/1/2017)

“Liliana, cos’ha provato su quel vagone? E quando l’hanno espulsa dalla scuola come si è sentita?”. Martedì ero al memoriale del “Binario 21” a Milano con la mia classe, quindici ragazzi di dieci anni più alcune mamme, dei papà, una nonna e l’amica di una madre.
Insieme ci siamo fermati di fronte a quella scritta “Indifferenza” che ti accoglie all’ingresso quasi a chiarire subito il compito che questo luogo ti affida: non voltarsi dall’altra parte. Mai.
Insieme siamo saliti su quel vagone per provare ad intuire quello che hanno provato gli oltre 600 ebrei milanesi partiti quella fredda e nebbiosa mattina del 30 gennaio 1944: “Ma come facevano a fare pipì? E non c’erano finestre? In quanti potevano stare qui dentro?”.
In questo sotterraneo abbiamo compreso un pezzo della storia d’Europa. Davanti al muro dei nomi dei deportati ci siamo fermati e ognuno di noi non è passato di fronte con indifferenza ma portandosi a casa un nome e un cognome.
Nello spazio a sezione tronco – conica illuminato solo da un faro che fa luce su un segno nel pavimento che indica l’Est, punto cardinale comune alle tre religioni ci siamo fermati in silenzio. Tutti: bambini, maestri, genitori. In quell’istante ho visto occhi chiusi, mani giunte, capi rivolti verso il pavimento. Persino i più esuberanti sono rimasti ad ascoltare il silenzio.
Oggi più che mai, in un momento storico in cui sorgono muri come quelli costruiti nei ghetti, abbiamo il dovere di passare il testimone e di fare in modo che i nostri alunni diventino a loro volta testimoni. Ecco perché la storia del Novecento deve tornare ad essere patrimonio della scuola primaria: la memoria di quanto avvenuto in quegli anni non può essere relegata ad un dovere di commemorazione legato ad una giornata ma deve diventare esperienza.
Ogni scuola primaria dovrebbe prevedere un viaggio d’istruzione a Fossoli, alla Risiera di San Sabba, al memoriale del Binario 21. Ogni liceo o istituto professionale dovrebbe includere nel suo piano dell’offerta formativa il viaggio nei campi di sterminio perché questa storia non può essere solo sottolineata su un libro.
Nei giorni scorsi ero a Birkenau ed Auschwitz con un gruppo di studenti delle scuole superiori che hanno partecipato al “Viaggio della memoria” organizzato dal ministero dell’istruzione.
Quando ho chiesto loro come si studia la Shoah a scuola mi hanno risposto: “Come i Romani, come le altre guerre, come il resto della storia. Dopo l’interrogazione non ti ricordi più nulla”.
Non possiamo permetterci ciò. Lo dobbiamo agli ebrei, ai rom, agli omosessuali, ai disabili, ai prigionieri politici che sono stati sterminati dall’odio fascista e nazista.
Abbiamo una sola strada: introdurre la storia del Novecento fin dalla primaria. A Birkenau ed Auschwitz c’era anche la ministra Valeria Fedeli. Forza ministra (come piace essere chiamata a lei), tocca a lei: trasformi quel viaggio in un’occasione per ripensare al nostro modo d’insegnare storia. L’anno prossimo sarà l’ottantesimo anniversario dalla data dell’emanazioni delle leggi razziali in Italia: non potrà e non dovrà essere solo un anniversario ma un’opportunità per riflettere, per lanciare un segnale forte, una vera riforma della nostra didattica (che è poi quello che serve davvero).
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Islam, spieghiamo ai giornalisti come occuparsene. O faranno solo spettacolo
di Tiziana Ciavardini, su www.ilfattoquotidiano.org (26/1/2016)

Dall’attacco alle Torri Gemelle alla comparsa del cosiddetto Stato Islamico, i mass media hanno fortemente contribuito ad alimentare la propaganda islamofoba nel mondo occidentale. In una società in cui la competizione prevale sulla cooperazione la predisposizione al conflitto, tende a cercare nemici. Così come fino alla caduta del muro di Berlino il nemico dell’Occidente era individuato nel comunismo, adesso il ruolo di parafulmine, dove scaricare almeno in parte la tensione sociale, è stato assegnato ai musulmani. Proprio come col comunismo all’epoca della Guerra Fredda e non solo, adesso anche i conflitti bellici hanno come nemico il cosiddetto “islam cattivo”. Conflitti che, è sempre bene ricordare, mietono una moltitudine di vittime nel cosiddetto “islam buono”. Il dovere degli organi di informazione dovrebbe servire a contrastare questa tendenza e, invece, assistiamo quotidianamente ad una narrazione superficiale in cui una categoria di persone, accomunate da una fede religiosa, viene praticamente disumanizzata.
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Perché è giusto mostrare il volto di chi ha maltrattato una donna
di Gian Antonio Stella, su http://27esimaora.corriere.it (20/1/2016)

Novantasette su cento delle ragazze giovani e carine che vengono assassinate finiscono dritte dritte, con le loro foto, sulle prime pagine. Non è una cifra: è un faro acceso sul femminicidio. E la società in cui viviamo. Lo dice il confronto con la presenza sui giornali, sul web, sui tiggì di altre donne ammazzate dal marito, dall’ex di turno, dal compagno o dallo spasimante. Stessi omicidi, stessa ferocia, stesse pistole, stessa benzina, stessi coltelli… Ma più anni hanno, quelle donne, meno interessano… Fiori appassiti. Certo, è normale che un fiore reciso nel momento in cui sboccia e s’illumina colpisca di più. Si pensi alle parole di «Marinella» dove Fabrizio de Andrè racconta, pare, la storia di Maria Boccuzzi, uccisa a colpi di pistola nel gennaio 1953 e poi gettata nel fiume Olona da un «lui» che aveva seguito «senza una ragione / come un ragazzo segue un aquilone». Ma l’inchiesta condotta da Emanuela Valente sui casi delle 571 donne assassinate negli ultimi dieci anni per motivi di gelosia e possesso, le ultime due nelle ultime ore a Milano e a Santa Maria di Capua Vetere, sta alla larga dalla poesia.
Fatti, numeri, riferimenti, verbali di polizia e dei carabinieri, sentenze della magistratura. Il quadro che ne esce, come dicevamo, spiega molto di come vengono vissuti questi fatti. Sui quali la Valente creò nel 2013 la prima banca dati (inquantodonna.it) a costo di tirarsi addosso le ire di maschi inveleniti al punto di scrivere sui social network cose orrende tipo «purtroppo tra le ammazzate non c’è ancora la Valente, ma speriamo che presto il vuoto venga colmato». Con tanto di indirizzo, via e numero civico. Spiega la blogger, da anni impegnata ad approfondire il fenomeno, che «le foto delle donne assassinate sono pubblicate in media nell’80% dei casi, anche quando si tratta di foto che le ritraggono ormai cadaveri, gettate in un campo o a pezzi». Ma mentre quelle delle uccise tra i 14 e i 35 anni «sono pubblicate nel 97% dei casi» e «vengono spesso scelte le immagini in costume da bagno, in pose avvenenti o con abiti attillati», la quota cala bruscamente al 74% se le vittime di anni ne hanno più di 36 e precipita al 39% se ne hanno più di 65. Diciamolo: è una scelta condivisa salvo eccezioni, tra mille contraddizioni, da un po’ tutti i mass media. Scelta sulla quale anche «La ventisettesima ora», il blog al femminile del Corriere, ha discusso più volte. Chi è senza peccato… Emanuela Valente, però, aggiunge un dato nuovo. O meglio: un dato mai sottolineato.
Fatti i conti, «le foto degli uomini che hanno ucciso sono state pubblicate nel 59% dei casi totali» e «quasi mai prima del 2012». Certo, negli ultimi anni, con una inversione di tendenza crescente, molto è cambiato. Anzi, negli ultimi mesi, per quanto le immagini sia a volte poco riconoscibili (foto in lontananza, in auto, di spalle, il volto semi-coperto») c’è stata un’accelerazione: 92%. Positiva. Prima del 2010, l’uomo veniva addirittura, troppo spesso, «reso irriconoscibile con le fascette sugli occhi anche quando si trattava di un reo confesso o di un recidivo/seriale». Al punto che ancora oggi non sono pubbliche diverse «foto di uomini definiti socialmente pericolosi o recidivi». Cosa che riduce se non annulla quella «sanzione sociale» che aiuterebbe a isolare sempre più i violenti, gli stalker, i persecutori… O addirittura i recidivi se è vero, come provano le inchieste, che non di rado chi ossessiona, ferisce o addirittura massacra una donna di cui ritiene di essere il proprietario lo ha già fatto con altre.
Di più: tra le parole più usate nelle cronache, «solo nel 18% degli articoli si parla di “assassini” (generalmente nelle interviste a parenti e amici della vittima), in meno dell’8% di “criminali”». Al contrario, «nell’83% dei casi gli uomini vengono descritti come persone tranquille, educate, gentili, che salutavano sempre, insospettabili, dediti al lavoro, ai figli, alla famiglia». Brava gente che, così assicura nel 64% delle occasioni, è stata colta da un improvviso raptus senza alcuna premeditazione. Come il primario Roberto Colombo che ha spaccato la testa all’ex moglie «incontrata per caso» con un mattarello che «casualmente» portava addosso. Lo stesso vale per la descrizione della coppia. Salvo il 10% di testimonianze, «nei primi momenti dopo l’uccisione vengono sempre raccolte notizie di due persone tranquille, senza problemi, famiglia perfetta, si amavano tanto e non litigavano mai…»
Solo «nei giorni successivi i vicini iniziano a ricordare urla ricorrenti e rumori di oggetti rotti provenienti dall’appartamento, mentre amici e parenti iniziano a ricordare confidenze e preoccupazioni della donna…». Il tutto nonostante «il 40% delle vittime» avesse denunciato i futuri carnefici «anche più volte». Come Marianna Manduca, la trentaduenne di Palagonia, in provincia di Catania, che nel 2007 fu ammazzata da Saverio Nolfo con dodici coltellate. Dodici come le denunce per aggressione, minacce, violenze che la moglie aveva fatto contro di lui per proteggere non solo se stessa ma i tre figlioletti. Denunce colpevolmente sottovalutate anche secondo la Cassazione, che un paio d’anni fa ha riconosciuto che investigatori e magistrati, informati dei rischi, erano stati negligenti e dovevano risarcire i bambini rimasti orfani. A proposito di Nolfo: la foto? Mai vista. Come se il criminale avesse diritto alla privacy.
Tra gli altri numeri dell’inchiesta, come la percentuale bassissima di assassini mandati all’ergastolo (solo il 4%) o quella altissima di riduzioni di pena col risultato che «tra sconti, indulto e buona condotta spesso gli uomini condannati per femminicidio escono dopo meno di 10 anni», Emanuela Valente sottolinea come vada rovesciata l’idea che siano una moltitudine gli immigrati che ammazzano italiane: semmai è il contrario. Stando alla banca dati citata, infatti, è vero che 57 stranieri (ripetiamo: su 571 femminicidi) hanno ucciso le compagne tutte della loro stessa nazionalità o comunque con passaporto estero. Ma i «delitti incrociati» vedono uno squilibrio inatteso.
Gli italiani che hanno assassinato una immigrata sono stati dal 2010 ad oggi 43 e gli immigrati che da 2008 hanno assassinato un’italiana sono stati (a dispetto dei titoli strillati per motivi di bottega elettorale e dei commenti politici presenti nel 40% dei casi), poco più di un terzo: 17. Cinque erano marocchini, cinque tunisini, due senegalesi, un cubano, un albanese, un bosniaco, un cileno e un egiziano. Descritti dai vicini di casa e nelle cronache con toni assai diversi da quelli su citati: «Lo straniero è socievole, gentile e gran lavoratore solo nel 35% dei casi; un buon padre e marito solo nel 18%». Quanto alle condanne, sono state tutte decisamente più alte della media rispetto al «colleghi» nostrani. Ma c’è un dettaglio in più: di quegli assassini immigrati che hanno ammazzato un’italiana «in quanto donna», abbiamo tutte ma proprio tutte le foto. Giustissimo. Nessuno, a loro, ha messo una pecetta sugli occhi. Ma perché farlo con qualche aguzzino nostrano?
Novantasette su cento delle ragazze giovani e carine che vengono assassinate finiscono dritte dritte, con le loro foto, sulle prime pagine. Non è una cifra: è un faro acceso sul femminicidio. E la società in cui viviamo. Lo dice il confronto con la presenza sui giornali, sul web, sui tiggì di altre donne ammazzate dal marito, dall’ex di turno, dal compagno o dallo spasimante. Stessi omicidi, stessa ferocia, stesse pistole, stessa benzina, stessi coltelli… Ma più anni hanno, quelle donne, meno interessano… Fiori appassiti. Certo, è normale che un fiore reciso nel momento in cui sboccia e s’illumina colpisca di più. Si pensi alle parole di «Marinella» dove Fabrizio de Andrè racconta, pare, la storia di Maria Boccuzzi, uccisa a colpi di pistola nel gennaio 1953 e poi gettata nel fiume Olona da un «lui» che aveva seguito «senza una ragione / come un ragazzo segue un aquilone». Ma l’inchiesta condotta da Emanuela Valente sui casi delle 571 donne assassinate negli ultimi dieci anni per motivi di gelosia e possesso, le ultime due nelle ultime ore a Milano e a Santa Maria di Capua Vetere, sta alla larga dalla poesia.
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Le scelte sociali dei bambini
Che cosa spinge a preferire una persona piuttosto che un’altra con cui avere dei rapporti sociali? Le interazioni sociali, che contraddistinguono la vita quotidiana, dipendono dalle percezioni che si hanno degli altri individui. Queste percezioni generano le impressioni, che a loro volta sono alla base dei giudizi sociali che si esprimono, consapevolmente o inconsapevolmente, sulle persone con cui si viene a contatto. Quindi, i nostri rapporti sociali dipendono dall’idea che ci facciamo dell’altro e questo è alla base delle scelte sociali che compiamo. La scelta sociale comincia abbastanza precocemente.
Il bambino si accosta al mondo sociale con delle preferenze ben specifiche, come diversi studi dimostrano. L’infante, sia maschio che femmina, già dai 3 - 4 mesi preferisce guardare foto di visi femminili, piuttosto che maschili. Un’altra predilezione dell’infante è l’età. I bambini sono attratti dai coetanei: infatti, a 6 mesi di vita se si presentano delle fotografie di infanti della stessa età insieme a quelle di bambini più grandi, i piccoli preferiscono guardare le foto dei loro coetanei.
Anche l’etnia sembra guidare le scelte sociali dei minori. Dai 3 mesi in poi gli infanti prediligono osservare immagini di individui della loro stessa etnia, piuttosto che di etnie diverse. A 6 - 7 anni, essi preferiscono giocare quasi esclusivamente con bambini che appartengono alla medesima etnia.
L’utilizzo dell’identico linguaggio è un’altra ragione alla base delle scelte sociali. L’infante, sin dai primi tempi, ha una propensione per gli individui che parlano il suo stesso idioma, ovvero quello che sente ogni giorno dalla propria madre. Inoltre, egli preferisce essere a contatto con persone che parlano, piuttosto che con quelle che rimangono in silenzio. Questo interesse sociale si consolida nel corso dello sviluppo, tant’è che i bambini più grandi entrano a far parte più volentieri di gruppi di gioco che sono formati da coetanei che parlano la stessa lingua.
Altro motivo, che spinge alle scelte sociali il bambino, è rappresentato dalla condivisione di norme culturali. In altre parole, i bambini scelgono per le interazioni sociali altri piccoli che condividono il loro modo di vivere, le tradizioni, la strutturazione della quotidianità.
Fonte: Esseily, R, Somogyi, E., Guellai, B. (2016). The Relative Importance of Language in Guiding Social Preferences Through Development. Front. Psychol., 7:1645. DOI: 10.3389/fpsyg.2016.01645
di Vincenzo Amendolagine, su www.educare.it (15/1/2017)

Che cosa spinge a preferire una persona piuttosto che un’altra con cui avere dei rapporti sociali? Le interazioni sociali, che contraddistinguono la vita quotidiana, dipendono dalle percezioni che si hanno degli altri individui. Queste percezioni generano le impressioni, che a loro volta sono alla base dei giudizi sociali che si esprimono, consapevolmente o inconsapevolmente, sulle persone con cui si viene a contatto. Quindi, i nostri rapporti sociali dipendono dall’idea che ci facciamo dell’altro e questo è alla base delle scelte sociali che compiamo. La scelta sociale comincia abbastanza precocemente.
Il bambino si accosta al mondo sociale con delle preferenze ben specifiche, come diversi studi dimostrano. L’infante, sia maschio che femmina, già dai 3 - 4 mesi preferisce guardare foto di visi femminili, piuttosto che maschili. Un’altra predilezione dell’infante è l’età. I bambini sono attratti dai coetanei: infatti, a 6 mesi di vita se si presentano delle fotografie di infanti della stessa età insieme a quelle di bambini più grandi, i piccoli preferiscono guardare le foto dei loro coetanei.
Anche l’etnia sembra guidare le scelte sociali dei minori. Dai 3 mesi in poi gli infanti prediligono osservare immagini di individui della loro stessa etnia, piuttosto che di etnie diverse. A 6 - 7 anni, essi preferiscono giocare quasi esclusivamente con bambini che appartengono alla medesima etnia.
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Maschile e femminile, nessuna concessione alla violenza
Le differenze di genere, un tempo molto radicate nella cultura, sono ancora oggetto di fenomeni estremi come il femminicidio. Ognuno di noi nelle prime fasi di sviluppo embrionale è un essere indifferenziato, l'orientamento sessuale nella gestazione è affidato alla casualità e agli ormoni che in seguito vengono prodotti. Quindi all'origine siamo due facce di una stessa medaglia, maschile e femminile hanno eguali potenzialità di espressione e di definizione.
Quello che accade dopo la nascita influenza la sessualità, i comportamenti, i giudizi e i pregiudizi che fanno della nostra cultura un bagaglio individuale importante da spendere sul piano sociale e collettivo. Ancora oggi molti uomini non accettano la diversità, schiacciati da un desiderio di onnipotenza e di possesso. Uomini generati da donne e che sono attratti dalle donne, uomini che usano violenza per non essere sommersi dalla fragilità che li rende istintivi e irrazionali, in balia di sentimenti che all'amore e rispetto hanno negato la vita. Perché di vita e di tante vite la cronaca quotidiana e'costellata, storie che nella giornata dedicata alle donne vittime del femminicidio sembrano stelle cadenti in notti senza fine.
Maschile e femminile sono ancora oggetto di discriminazione ma una cultura e una educazione adeguata possono cancellare le distanze e aiutare i giovani a conoscere e riconoscere la diversità come un patrimonio comune di eguale valore, uno specchio nel quale riflettere sentimenti ed emozioni di amore ed empatia, condivisione e appartenenza.
di Laura Alberico, su www.educare.it (12/1/2017)

Le differenze di genere, un tempo molto radicate nella cultura, sono ancora oggetto di fenomeni estremi come il femminicidio. Ognuno di noi nelle prime fasi di sviluppo embrionale è un essere indifferenziato, l'orientamento sessuale nella gestazione è affidato alla casualità e agli ormoni che in seguito vengono prodotti. Quindi all'origine siamo due facce di una stessa medaglia, maschile e femminile hanno eguali potenzialità di espressione e di definizione.
Quello che accade dopo la nascita influenza la sessualità, i comportamenti, i giudizi e i pregiudizi che fanno della nostra cultura un bagaglio individuale importante da spendere sul piano sociale e collettivo. Ancora oggi molti uomini non accettano la diversità, schiacciati da un desiderio di onnipotenza e di possesso. Uomini generati da donne e che sono attratti dalle donne, uomini che usano violenza per non essere sommersi dalla fragilità che li rende istintivi e irrazionali, in balia di sentimenti che all'amore e rispetto hanno negato la vita. Perché di vita e di tante vite la cronaca quotidiana e'costellata, storie che nella giornata dedicata alle donne vittime del femminicidio sembrano stelle cadenti in notti senza fine.
Maschile e femminile sono ancora oggetto di discriminazione ma una cultura e una educazione adeguata possono cancellare le distanze e aiutare i giovani a conoscere e riconoscere la diversità come un patrimonio comune di eguale valore, uno specchio nel quale riflettere sentimenti ed emozioni di amore ed empatia, condivisione e appartenenza.
 
2017: si annunciano gravi violazioni dei diritti dei migranti in Italia
di Roberto Malini, su www.articolo21.org (4/1/2017)

Un’alta percentuale dei cosiddetti “migranti irregolari” è fuggita da conflitti, persecuzioni e altre crisi umanitarie. Una nazione civile dovrebbe ascoltarli, valutare la loro condizione e, in concerto con i commissari designati dalle Nazioni Unite e dall’Ue, assumere una decisione di enorme importanza: accoglierli più o meno temporaneamente (se la loro deportazione dovesse mettere in pericolo la loro vita, sicurezza o dignità umana) o rimpatriarli, nel caso non avessero diritto a protezione internazionale. Come “auguri di fine anno” ai migranti “irregolari” (che orribile definizione, che nasce dall’intolleranza) il governo italiano annuncia: “Raddoppieremo le espulsioni”. Contemporaneamente, riaprirà i Cie e comincerà un’era di retate. La circolare che ci riconduce in un tempo oscuro, in cui i diritti umani saranno negati agli esseri umani più emarginati e vulnerabili, è stata firmata da ministro dell’Interno e dal capo della polizia.
 
Fondamentalismo e populismo: i punti in comune sono tanti
di Shady Hamadi, su www.ilfattoquotidiano.it (25/12/2016)

“Noi” contro gli “altri“. Sono le categorie che usa il fondamentalismo religioso, di ogni matrice, ma anche il populismo che cerca il capro espiatorio a tutti i problemi nel diverso: di colore e religione. Potremmo dire che il populismo è un fenomeno di radicalismo, tanto quanto il fondamentalismo. Infatti è una idea radicale che alimenta e gonfia le fila di questi partiti. Per questo dobbiamo cercare una correlazione fra questi due fenomeni perché l’uno alimenta l’altro. Infatti, da quando è nato l’Isis, accentuando il già latente conflitto fra due immagini – quella dell’Islam e dell’Occidente -, i partiti populisti hanno visto un’ascesa politica in Europa che ha precedenti solo nel periodo tra le due guerre mondiali, in quei partiti di massa e xenofobi che hanno issato la bandiera del “nazionalismo” e della “sovranità” per giustificare le loro scelte. Allora come oggi, c’era un nemico responsabile di tutte le disgrazie.
Ma i punti di contatto fra questi due radicalismi non finiscono qui. Il proselitismo dell’Isis pesca in quelle fasce di malessere e miseria. Un malessere prodotto dalla confessionalizzazione degli Stati; da una mancanza di libertà sociali e dalla mancanza di riconoscimento da parte dell’altro – in questo caso l’entità Occidentale (se mai esiste). Il populismo, analogamente, trova consenso nel disagio economico; nell’abbassamento della dialettica che deve essere la più violenta possibile: non ci deve essere più buonismo e correttezza nei confronti dell’altro. E’ la “divisione“che entrambi, populismo e fondamentalismo, cercano.
Il fondamentalismo cerca di dividere le società. In Medioriente la lotta è contro i musulmani che non la pensano come loro, tacciati di essere apostati, e che pagano in vite il prezzo più alto. Poi ci sono le altre fedi, fino a l’odio atavico verso questa entità che si chiama occidente, a cui vengono addossate tutte le colpe: la colpa di aver messo al potere regimi dittatoriali; quella di odiare l’islam. Le macerie di Mosul, Aleppo, sono un grande regalo al fondamentalismo: da questi cumuli di pietre troverà la forza per portare avanti la sua battaglia. Anche per il populismo l’unità delle società è un grande problema: quando non c’erano gli immigrati cercavano in chi stava a sud, anche nel proprio paese, il nemico. Il populismo ha timore che le varie componenti delle nostre società dimostrino, unite, contro la paura: chiedendo una società di tutti. Ma questa scelta è insita nel disprezzo, naturale nella sua indole, che il populismo ha verso la democrazia. Non a caso, in politica estera, i maggiori leader di questi partiti sostengono despoti e autocrati di mezzo mondo: “Li vorremmo alla guida dei nostri paesi”, dicono. Ammiccano ai bombardamenti aerei indiscriminati, credendo che dalle voragini causate dai missili nascono fiori.
Più saremo capaci di odiare, di generalizzare, più il fondamentalismo religioso e populista avranno vita lunga e si rafforzerà. La nostra deve essere l’epoca della ragione e di chi sa guardare alla Storia per cercare risposte alle domande di oggi.
“Noi” contro gli “altri“. Sono le categorie che usa il fondamentalismo religioso, di ogni matrice, ma anche il populismo che cerca il capro espiatorio a tutti i problemi nel diverso: di colore e religione. Potremmo dire che il populismo è un fenomeno di radicalismo, tanto quanto il fondamentalismo. Infatti è una idea radicale che alimenta e gonfia le fila di questi partiti. Per questo dobbiamo cercare una correlazione fra questi due fenomeni perché l’uno alimenta l’altro. Infatti, da quando è nato l’Isis, accentuando il già latente conflitto fra due immagini – quella dell’Islam e dell’Occidente -, i partiti populisti hanno visto un’ascesa politica in Europa che ha precedenti solo nel periodo tra le due guerre mondiali, in quei partiti di massa e xenofobi che hanno issato la bandiera del “nazionalismo” e della “sovranità” per giustificare le loro scelte. Allora come oggi, c’era un nemico responsabile di tutte le disgrazie.
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Il linguaggio nelle relazioni familiari
Le ricerche di psicolinguistica hanno rivelato che le parole che si utilizzano nella comunicazione riflettono la psicologia, le emozioni, l’identità sociale e lo stile cognitivo di chi parla. Nel linguaggio comune si usano i pronomi personali o gli aggettivi possessivi relativi alla prima persona plurale, come noi, nostro, allorquando si espongono delle esperienze condivise con qualche altra persona. Si adoperano, invece, i pronomi personali o gli aggettivi possessivi riferiti alla prima o alla seconda persona singolare, come io, tu, mio e tuo, nel momento in cui si parla di esperienze individuali, non percepite come comuni.
Uno studio belga (Università Cattolica di Lovanio e Università di Gent) ha voluto esaminare la relazione che esiste fra i pronomi personali e gli aggettivi possessivi utilizzati nella conversazione dai membri di una coppia (marito e moglie) e il clima relazionale che vige all’interno della loro famiglia. La ricerca ha considerato 47 famiglie, che avevano avuto da poco un figlio. I coniugi considerati avevano un’età compresa fra 23 e 43 anni. 31 coppie erano alla loro prima esperienza come genitori.
La nascita di un figlio crea dei notevoli cambiamenti all’interno della vita familiare. La coppia genitoriale è chiamata ad occuparsi responsabilmente del nuovo nato. Si definisce alleanza familiare quel processo di condivisione dell’accudimento dell’infante. In altre parole, entrambi marito e moglie si dedicano alla cura del piccolo. Nella ricerca l’alleanza familiare è stata misurata attraverso una scala di valutazione (Family Alliance Assessment Scale), che analizza le interazioni fra i coniugi, nell’ambito dell’accudimento della prole, stabilendo l’appropriatezza di tali rapporti.
Lo studio ha sancito che i coniugi che presentano un’elevata alleanza familiare, ovvero ambedue si occupano della cura del nuovo nato, utilizzano più frequentemente il pronome personale noi e l’aggettivo possessivo nostro, quando parlano della vita di coppia. Marito e moglie, che mostrano una bassa alleanza familiare, ossia uno dei due, solitamente la moglie, tende ad accudire il nuovo nato, adoperano quasi esclusivamente i pronomi personali io e tu e gli aggettivi possessivi mio e tuo, quando riportano episodi della vita familiare.
In conclusione, le coppie nelle quali si ritrova un clima relazionale positivo, fatto di condivisione di esperienze, tendono ad usare più facilmente il pronome personale noi e l’aggettivo possessivo nostro, quando parlano della famiglia, dei figli e dell’educazione da impartire ad essi.
Fonte: Galdiolo, S., Roskam, I., Verhofstadt, L., L., De Mol, J., Dewinne, L., Vandaudenard, S. (2016). Associations between relational pronoun usage and the quality of early family interactions. Front. Psychol., 7:1719. DOI:10.3389/fpsyg.2016.01719
di Vincenzo Amendolagine, su www.educare.it (20/12/2016)

Le ricerche di psicolinguistica hanno rivelato che le parole che si utilizzano nella comunicazione riflettono la psicologia, le emozioni, l’identità sociale e lo stile cognitivo di chi parla. Nel linguaggio comune si usano i pronomi personali o gli aggettivi possessivi relativi alla prima persona plurale, come noi, nostro, allorquando si espongono delle esperienze condivise con qualche altra persona. Si adoperano, invece, i pronomi personali o gli aggettivi possessivi riferiti alla prima o alla seconda persona singolare, come io, tu, mio e tuo, nel momento in cui si parla di esperienze individuali, non percepite come comuni.
Uno studio belga (Università Cattolica di Lovanio e Università di Gent) ha voluto esaminare la relazione che esiste fra i pronomi personali e gli aggettivi possessivi utilizzati nella conversazione dai membri di una coppia (marito e moglie) e il clima relazionale che vige all’interno della loro famiglia. La ricerca ha considerato 47 famiglie, che avevano avuto da poco un figlio. I coniugi considerati avevano un’età compresa fra 23 e 43 anni. 31 coppie erano alla loro prima esperienza come genitori.
La nascita di un figlio crea dei notevoli cambiamenti all’interno della vita familiare. La coppia genitoriale è chiamata ad occuparsi responsabilmente del nuovo nato. Si definisce alleanza familiare quel processo di condivisione dell’accudimento dell’infante. In altre parole, entrambi marito e moglie si dedicano alla cura del piccolo. Nella ricerca l’alleanza familiare è stata misurata attraverso una scala di valutazione (Family Alliance Assessment Scale), che analizza le interazioni fra i coniugi, nell’ambito dell’accudimento della prole, stabilendo l’appropriatezza di tali rapporti.
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Educare alle differenze ...
Proviamo a fare chiarezza, sintetizzando nello schema seguente i punti di maggiore confusione.
NON è educare alle differenze
Annullare le differenze
Dire che il sesso si sceglie
Proporre educazione sessuale prima di quanto già previsto nella scuola da molti anni
Insegnare la masturbazione
Educare alle differenze è
Educare a rispettare le differenze (etniche, fisiche, di abilità/disabilità, di orientamento sessuale, di difficoltà scolastiche, ecc.)
Contrastare il bullismo omofobico e gli stereotipi legati al genere uomo/donna
Educare alle emozioni e ai sentimenti (favorire corrette relazioni sentimentali e prevenire la violenza)
In particolare va difeso il ruolo importantissimo della scuola nell’intercettare il disagio, avendo ben chiaro che i fenomeni di disparità e la mancata educazione al rispetto delle differenze troppo spesso, purtroppo, sfociano in bullismo sessista ed omofobico, comportamenti denigratori ed aggressivi, fino a e forme ancora più estreme di violenza o autolesionismo da parte di adolescenti.
Ci preme affermare che Educare alle differenze
Vuol dire spiegare ai bambini e alle bambine che i ruoli legati alla differenza sessuale non sono gabbie che imprigionano. Non si può sopprimere ogni altra aspirazione e desiderio.
Vuol dire porre al centro dei processi educativi il tema del rispetto delle proprie e altrui diversità.
Vuol dire anche non discriminare per il colore della pelle o l’orientamento sessuale o l’aspetto fisico o le disabilità.
Vuol dire imparare a riconoscere fin dall’infanzia il diritto di ogni essere umano a essere se stesso, permettendo a ogni persona di individuare la propria unicità e sapere che nel farlo non lede affatto il desiderio o i diritti altrui.
Vuol dire che un bambino può desiderare di fare il ballerino o una bambina la calciatrice senza sentirsi inadeguato/a, essere sbeffeggiato/a ed emarginato/a.
Vuol dire spiegare alle ragazze e ai ragazzi che la violenza degli uomini sulle donne non è un elemento ineluttabile della natura maschile. Ha, invece, precise matrici culturali, che sintetizzano immagini stereotipate del maschile e del femminile. Individuare le sue radici patriarcali ci permette di affrontarle e cambiare la realtà per il benessere sia delle donne sia degli uomini.
Vuol dire mettere al centro la dimensione relazionale tra i generi e riconoscere alle persone uguaglianza di diritti, possibilità e rispetto.
Educare alle differenze vuol dire, infine, che dobbiamo chiederci quali siano i valori dell’affettività e dell’amore. Domandarci con le parole della filosofa Nicla Vassallo “se esistono, così come esistono, parecchie famiglie che non rispondono ai canoni stabiliti” (sett. 2015). Ricordarci reciprocamente che rinnegare i cambiamenti avvenuti nella famiglia e i mutamenti sociali e culturali, significa rinunciare all’uso della ragione e al senso dell’amore.
Proviamo a fare chiarezza, sintetizzando nello schema seguente i punti di maggiore confusione [visita].

NON è educare alle differenze
- Annullare le differenze
- Dire che il sesso si sceglie
- Proporre educazione sessuale prima di quanto già previsto nella scuola da molti anni
- Insegnare la masturbazione

Educare alle differenze è
- Educare a rispettare le differenze (etniche, fisiche, di abilità/disabilità, di orientamento sessuale, di difficoltà scolastiche, ecc.)
- Contrastare il bullismo omofobico e gli stereotipi legati al genere uomo/donna
- Educare alle emozioni e ai sentimenti (favorire corrette relazioni sentimentali e prevenire la violenza)

In particolare va difeso il ruolo importantissimo della scuola nell’intercettare il disagio, avendo ben chiaro che i fenomeni di disparità e la mancata educazione al rispetto delle differenze troppo spesso, purtroppo, sfociano in bullismo sessista ed omofobico, comportamenti denigratori ed aggressivi, fino a e forme ancora più estreme di violenza o autolesionismo da parte di adolescenti.
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NarrAzioni differerenti
Il giornalismo italiano sembra completamente sordo ai progressi della società in fatto di questione di genere continuando a usare un linguaggio, delle immagini e un immaginario retrogrado, violento e discriminante.
E’ tempo di pretendere un cambiamento.
E’ tempo di pretendere che il giornalismo italiano si metta al passo coi tempi di cambiamento della società, della realtà, che rappresenti il meglio di questa e superi i retaggi della cultura patriarcale, maschilista e omo-transfobica.
E’ tempo di pretendere un Giornalismo Differente, perché del valore di informare rimanga anche quello di innovare.
giornalismo differente
La realtà dipende dalle sue rappresentazioni.
Di pari passo vanno le modifiche di una e delle altre, a specchio.
Ma se la realtà inizia a usare vocaboli, idee, immaginari che non trovano mai una rappresentazione massiccia, lo scollamento è inevitabile.

Il giornalismo italiano sembra completamente sordo ai progressi della società in fatto di questione di genere continuando a usare un linguaggio, delle immagini e un immaginario retrogrado, violento e discriminante.
E’ tempo di pretendere un cambiamento.
E’ tempo di pretendere che il giornalismo italiano si metta al passo coi tempi di cambiamento della società, della realtà, che rappresenti il meglio di questa e superi i retaggi della cultura patriarcale, maschilista e omo-transfobica.
E’ tempo di pretendere un Giornalismo Differente, perché del valore di informare rimanga anche quello di innovare.
giornalismo differente
La realtà dipende dalle sue rappresentazioni.Di pari passo vanno le modifiche di una e delle altre, a specchio.Ma se la realtà inizia a usare vocaboli, idee, immaginari che non trovano mai una rappresentazione massiccia, lo scollamento è inevitabile. [visita

 
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