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La libertà di espressione ai tempi di internet |
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La libertà di espressione ai tempi di internet
Il tema è sempre più discusso. La libertà di espressione è un principio affermato da quasi tutte le costituzioni e, anzi, si può forse dire che una costituzione che non affermi tale principio non può essere definita democratica. Resta però il problema dei limiti della libertà di espressione. Soprattutto ai tempi di internet. In questa occasione non vogliamo scrivere, come abbiamo dovuto fare spesso negli ultimi mesi, dei limiti che le autorità religiose vogliono porre alla critica nei loro confronti, e della velocità che troppe istituzioni e legislazioni mostrano nell’adeguarvisi. Ma del dibattito in corso in Italia sulla rete, sul modo di utilizzarla da parte dei navigatori e sul modo di considerarla da parte dei magistrati.
I troll sono sempre solerti e si attivano per il gusto di farlo, per questioni ideali
Punto dolente, i commenti degli utenti. Per molto tempo si è pensato fosse l’anonimato a incentivare flame, insulti o azioni di trolling. Ma se di dà un’occhiata alla piega che certe discussioni prendono su Facebook, dove la maggior parte degli utenti è perfettamente riconoscibile con tanto di nome e cognome, si è portati a pensare che la tendenza a postare commenti negativi rientri nelle dinamiche (a)sociali on line. D’altronde l’anonimato sul web è relativo, visto che ci si firma con un nick e si è rintracciabili tramite indirizzo IP o email. Senza contare che i troll sono sempre solerti e si attivano per il gusto di farlo, per questioni ideali e in rari casi persino per professione. È ormai noto come i commenti negativi possano fare da influencer, dirottando la discussione e condizionando l’opinione dei lettori sulle questioni trattate e su chi ne scrive.
A dare per primo visibilità alla frustrazione di tanti giornalisti e redattori di siti e giornali, lo sfogo di Marco Travaglio sul suo blog de Il Fatto Quotidiano. Travaglio se l’è presa con coloro che commentano solo per insultare, che non leggono ciò che viene scritto o criticano per partito preso. E con quelli che pretendono gli si dia sempre ragione perché altrimenti — nella logica dicotomica del noi/loro — si è schierati d’ufficio dall’altra parte; con chi pretende di dettare la linea a giornali o siti, perché altrimenti sono “venduti”, o scambia il parlare di una cosa con il sostenerla attivamente.
Anche le istituzioni stanno prendendo consapevolezza del fenomeno, ora che il web è diventato una piazza virtuale dove si discute — a volte in maniera accanita — su questioni politiche. Il presidente della Camera, Laura Boldrini, ha denunciato le “campagne di odio” su internet e ha rivelato di essere oggetto di minacce frequenti, anche di morte. Ha quindi invocato la necessità di fare una legge che limiti certi eccessi sul web, scatenando un’ondata di commenti e reazioni, positive e negative. Di recente il direttore del telegiornale di La7, Enrico Mentana, ha annunciato di abbandonare Twitter, motivando la decisione con la difficoltà nel gestire il proprio account a causa dei numerosi insulti.
L’insulto o l’aggressività costruiscono non una società più sincera ma una società peggiore
Nel dibattito sull’addio di Mentana è intervenuto anche Roberto Saviano contro il “bullismo” su internet. Di certo, scrive, è un diritto avere una propria vita sul web, che è oggetto di forti censure e limitazioni nei regimi non democratici. Ma questo diritto non può comportare il via libera all’insulto e alla diffamazione. Saviano fa notare che specie sui social network scatta “l’effetto Gialappa’s Band”: “molti commenti intendono portare all’attenzione dei propri follower ciò che si ritene stupido più che interessante, e lo fa con parole cariche di sarcasmo”. Anche per esigenze di sintesi, si punta alla “battuta brillante, spesso feroce”, o si indulge sul cinismo o sulla provocazione. A volte sul web si scatena una spirale di insulti. Secondo Saviano, “la necessità di regole non può passare per censura”, perché se va garantita la libertà di espressione va anche tutelato il diritto di non essere diffamati o perseguitati sui propri spazi. Quindi anche “bannare è decidere di dare un’impronta al proprio spazio: è esercitare un proprio diritto”. È necessario che oltre alle regole, si costruita una “educazione nel web”, visto che le forme di linguaggio e i toni che usiamo costruiscono il mondo che si ha intorno. “Il turpiloquio, l’insulto o l’aggressività costruiscono non una società più sincera ma una società peggiore“, sostiene Saviano, “sicuramente una società più violenta”. Questo è un monito che deve valere per tutti (anche per chi scrive), affinché si rifletta sul peso che possono avere certe espressioni o semplici commenti che giudichiamo estemporanei. Ma regole di buonsenso interne già esistono: si chiamano netiquette.
Oltre al dibattito fra giornalisti e intellettuali, altri fatti recenti rimettono al centro la questione dal punto di vista legale. Il gestore della pagina Facebook del blog Cartellopoli, che critica la diffusione di cartelli pubblicitari a Roma, è stato condannato a nove mesi di carcere per istigazione a delinquere e apologia di reato. Non aveva infatti rimosso dei commenti in cui si invitavano a compiere azioni di protesta che si configuravano come reato (nella fattispecie, vandalizzare cartelloni). Dopo la denuncia di una società di affissioni, ad andarci di mezzo è stato proprio l’amministratore della pagina. Sul blog di Beppe Grillo è comparso un post in cui si chiede l’abolizione del reato di vilipendio verso il presidente della Repubblica, non a caso senza possibilità di commentare. Pezzo che prende spunto dall’inchiesta della procura di Nocera Inferiore contro una ventina di persone accusate di commenti offensivi nei confronti del presidente, pubblicati come commenti sul blog di Grillo. Il blogger e leader del Movimento 5 Stelle lamenta l’attacco alla libertà di espressione da parte della politica e perquisizioni.
Mezzo indiretto per limitare fortemente la libertà di espressione se impiegato in maniera massiccia
L’ultimo caso ha dell’incredibile e viene rilanciato da Guido Scorza sul suo blog de L’Espresso. Il tribunale di Firenze ha condannato l’Aduc per non aver chiuso un thread sul proprio forum in cui gli utenti si scambiavano esperienze e commenti su un mago, tal Omen di Bahia. Il suddetto, “cartomante demonologo esorcista e sensitivo”, come riportato dall’Aduc è stato condannato dall’Antitrust per pubblicità ingannevole: aveva organizzato corsi a pagamento in cui sosteneva di insegnare una “legge della vibrazione” tale da prevedere l’andamento dei mercati finanziari e quindi permettere cospicui guadagni. Si capisce che far chiudere a chiunque un sito o parte di esso, pretendendo alti risarcimenti, diventi un mezzo indiretto per limitare fortemente la libertà di espressione se impiegato in maniera massiccia. A prescindere dal fatto se ciò che viene denunciato sia vero o falso, il sito — e ancor di più il blog di un singolo internauta che manca di risorse — preso di mira da una richiesta di risarcimento preferirà oscurare certi contenuti piuttosto che imbarcarsi in una battaglia legale lunga e costosa, alla luce di sentenze come quella di Firenze.
La questione, a nostro avviso, è relativamente semplice: non si possono commettere online reati che non si possono commettere nella vita reale. La diffamazione, per esempio: quella vera, non la critica legittima a fenomeni più che discutibili. Anche per il resto vale però quanto previsto nella vita reale: la libertà di espressione è un principio costituzionale fondamentale e deve essere difeso. Ovviamente, ognuno deve essere libero di decidere le regole di gestione dei propri spazi, ammesso e non concesso che voglia avere spazi online. Ecco, forse ciò che non è per nulla facile è proprio la gestione di spazi online: il tempo da dedicare alla verifica dei commenti aumenta di giorno in giorno. Sembra proprio che il positivo fenomeno di voler dire la propria si debba per forza accompagnare al fenomeno negativo di condirlo spesso con insulti e falsità (e quasi sempre in casa d’altri). Il compito è sempre più impegnativo e porterà, se non cambieranno gli atteggiamenti, alla chiusura di sempre maggiori spazi divenuti ormai ingestibili. Per la libertà di espressione non sarà un giorno glorioso.
La redazione
da Redazione, su www.uaar.it (21/5/2013)
Il tema è sempre più discusso. La libertà di espressione è un principio affermato da quasi tutte le costituzioni e, anzi, si può forse dire che una costituzione che non affermi tale principio non può essere definita democratica. Resta però il problema dei limiti della libertà di espressione. Soprattutto ai tempi di internet. In questa occasione non vogliamo scrivere, come abbiamo dovuto fare spesso negli ultimi mesi, dei limiti che le autorità religiose vogliono porre alla critica nei loro confronti, e della velocità che troppe istituzioni e legislazioni mostrano nell’adeguarvisi. Ma del dibattito in corso in Italia sulla rete, sul modo di utilizzarla da parte dei navigatori e sul modo di considerarla da parte dei magistrati.
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Omofobia e transfobia: l'urgenza sono i provvedimenti legislativi e la scuola. Tutto il resto sono chiacchiere |
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Sono diversi anni ormai che lo Stato attraverso i suoi rappresentanti più significativi ci invita a celebrare la Giornata mondiale contro l'omofobia e la transfobia in luoghi non meno rappresentativi.
Sicuramente questi sono segnali importanti dati al Paese: allo stesso tempo simbolici e forti.
Apprezziamo anche il lavoro svolto dall'UNAR negli ultimi anni, in particolare l'aver messo come priorità la lotta contro l'omofobia nel suo programma d'azione. Apprezziamo la buona volontà e i pochi atti concreti che ne sono susseguiti.
Ma tutti noi, qui presenti, siamo bene consci che ciò non basta e non può più bastare.
Mentre noi qui celebriamo questa Giornata, tante lesbiche e tanti gay e ancora di più tante persone transessuali subiscono troppo spesso la violenza omofobica verbale e fisica nei luoghi di studio, nei luoghi di lavoro, per strada e in casa. Troppo spesso sentiamo discorsi omofobici in tv e nei media. Cosa molto più grave, li sentiamo uscire dalla bocca stessa di personaggi istituzionali che dovrebbero avere a cuore la tutela e il rispetto di ogni cittadino.
C'è urgente bisogno di provvedimenti: prima di tutto una legge che punisca severamente i reati di omofobia. E questa legge non può tardare più, altrimenti ci sentiremo presi in giro per l'ennesima volta da uno Stato che solo a parole e a simboli ci tende la mano.
C'è urgente bisogno di provvedimenti concreti, a cominciare dalla scuola. L'omofobia si semina nella mente dei bambini già nella scuola materna. Si semina per assenza di rappresentazioni dei nostri percorsi di vita, si semina per la repressione apparentemente blanda fatta sui bambini ogni qualvolta si allontanino dai modelli prefissi del genere, si semina ogni volta che una maestra o un maestro fanno finta di non sentire le parole offensive uscire dalla bocca di bimbi di sei anni, si semina ogni volta che un adulto di riferimento sorride e si diverte di fronte alle offese, si semina ogni volta che un adulto dice "femminuccia" a un bimbo e "maschiaccio" a una bimba...
L'omofobia si sviluppa e si diffonde alla scuola elementare perché gli insegnanti non sono stati formati al rispetto delle differenze e ancora meno all'accoglienza delle differenze. L'omofobia cresce ogni volta che la parola sesso viene abbinata con timore e repulsione alle relazioni omoaffettive, si semina per l'assenza di immagini e di racconti positivi che descrivano le nostre coppie e le nostre famiglie.
L'omofobia esplode con violenza nelle scuole medie e nelle scuole superiori quando non viene dato nessun supporto ai nostri ragazzi e alle nostre ragazze omosessuali o transgender, quando la derisione e la negazione vengono offerte come uniche risposte e troppo spesso sfociano in conseguenze terribili: solitudine, aggressioni, disperazione e suicidio.
Lo Stato e le istituzioni sono responsabili della formazione dei nostri giovani e per conseguenza anche responsabili dell'omofobia e della transfobia che nasce e si sviluppa nella scuola e a casa.
È dovere dello Stato fornire ai giovani e ai formatori, con provvedimenti mirati e seri, gli strumenti per combattere il sessismo e l'odio omofobico e transfobico a scuola, e dare così ai giovani (come spesso è accaduto su altri temi) l'opportunità di insegnare a casa il rispetto, nel linguaggio e negli atti.
Questa è secondo me la base della lotta, il punto irrinunciabile di partenza: una battaglia collettiva e comune condotta da Stato, esperti e associazionismo per una scuola dell'inclusione, del rispetto e del sostegno. Una scuola in cui le famiglie, tutte le famiglie oggi presenti sul territorio dello Stato, tutte le formazioni sociali (per citare l'art. 2 della Costituzione), trovino spazio nel linguaggio, nei libri usati, nella preparazione stessa dei docenti.
Bisogna restituire dignità e visibilità alle nostre persone, alle nostre coppie, alle nostre famiglie e ai nostri figli. Per questo ci vuole un lavoro di fondo, serio e capillare, che non tema né le critiche, né gli oppositori reazionari, né tutti coloro che vorrebbero continuare a imporre nell'immaginario istituzionale un solo e unico modello possibile di famiglia.
Ci vogliono anche e soprattutto dei provvedimenti legislativi che affermino con chiarezza l'uguaglianza dei cittadini di fronte alle leggi, che diano a tutti gli stessi doveri ma anche le stesse tutele e gli stessi diritti.
Non c'è dubbio che nessun progresso in materia di lotta contro l'omofobia potrà nascere se non ci sarà l'adozione rapida da parte del Parlamento del matrimonio civile per tutti, con tutti i diritti e doveri connessi, ivi compresa la tutela dei minori nati dalle coppie omosessuali che sono tanti, visibili e che condividono già oggi con i loro coetanei luoghi e spazi di vita.
di Giuseppina La Delfa (Presidente Associazione Famiglie Arcobaleno), su www.huffingtonpost.it (18/5/2013)
Sono diversi anni ormai che lo Stato attraverso i suoi rappresentanti più significativi ci invita a celebrare la Giornata mondiale contro l'omofobia e la transfobia in luoghi non meno rappresentativi. Sicuramente questi sono segnali importanti dati al Paese: allo stesso tempo simbolici e forti. Apprezziamo anche il lavoro svolto dall'UNAR negli ultimi anni, in particolare l'aver messo come priorità la lotta contro l'omofobia nel suo programma d'azione. Apprezziamo la buona volontà e i pochi atti concreti che ne sono susseguiti. Ma tutti noi, qui presenti, siamo bene consci che ciò non basta e non può più bastare.
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Italiani, popolo di meticci |
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CHI NON E' METICCIO ALZI LA MANO
In Italia siamo cresciuti per decenni in scuole che non ci hanno insegnato sufficientemente e con convinzione la storia del nostro Paese e del nostro popolo. Per millenni gli italiani si sono formati, molto più di altri popoli e Paesi europei, attraverso continue mescolanze di popolazioni e culture provenienti da molte aree del mondo, assieme ad alcune popolazioni locali delle diverse regioni d'Italia: fenici, greci, etruschi, celti, latini, romani, siculi e sicani, sardi, veneti, e poi longobardi, arabi, normanni, slavi, ebrei, borboni, savoia e molti altri che hanno in parte combattuto e poi convissuto e si sono mescolati per almeno 3500 anni, da oltre il 1500 a.c. fino all'Unità d'Italia del 1861, data che, fra un anno appena, ci accingiamo a celebrare per i 150 anni dell'Italia Unita e Repubblicana.
Il nostro è quindi storicamente un Paese di veri "meticci", "multietnico", "multiculturale", arricchitosi in oltre 3500 anni della presenza di uomini e donne di culture diverse provenienti dall'Asia Minore, dal Medio Oriente, dall'Arabia e dall'Africa, dal Nord Europa e dall'Est, dalla Spagna, dalla Francia e Germania, dai Balcani. Lo stesso Impero Romano, in realtà è cresciuto ed è stato governato in oltre 500 anni di storia da grandissimi imperatori che erano originari di diverse aree e culture: Spagna (Adriano), Dalmazia (Diocleziano), Libia (Settimio Severo).
Addirittura ce ne dimentichiamo continuamente, facciamo finta di non ricordare e non sapere, non riproponiamo mai il mito stesso dell'italianità: pensate a quel famosissimo profugo "pre-turco" fuggito da una guerra che aveva distrutto la sua città (Troia nel 1300 a. C.) e arrivato con suo padre in spalla dopo un lungo viaggio in mare sulle coste laziali. Insomma, quell'Enea (quetso sconosciuo), con la sua storia, diffusa e raccontata nell'Eneide di Virgilio (scritta in dieci anni dal 30 al 20 a.C.), studiata a scuola ininterrottamente per quasi cento anni. Fatti che non sono stati mai realmente assorbiti dalla coscienza collettiva nazionale.
Le diverse generazioni di italiani, invece, cresciute nelle nostre scuole di ogni ordine grado e tipologia, sono convinte che gli italiani fossero un popolo integro, bianco, mediterraneo, europeo al 100 %, puro nella sua italianità, tutt'al più "dominato", "attraversato" o addirittura "contaminato" a volte e per forza da altri popoli di passaggio. La nostra lingua, il nostro cibo, la nostra arte, la nostra architettura sono invece proprio il risultato straordinario e invidiatissimo di meticciati, di incroci, di nuove sintesi umane di molte parti del mondo antico e moderno.
Questo patrimonio genetico e culturale misto non è stato valorizzato come tale in quasi 150 anni di educazione, formazione, produzione culturale, informazione, governi centrali e locali. Cosicché, pur dopo anni e anni di grandi migrazioni di poveri italiani e italiane (dal Veneto, dal Friuli e da tutto il Centro e Sud Italia) verso altri Paesi, tra la fine dell'Ottocento e la prima metà del Novecento - esperienza dolorosa che sembra non avere insegnato quasi nulla alla coscienza nazionale - adesso che in Italia negli ultimi dieci anni sono arrivati sempre più stranieri immigrati dall'Africa, dall'Asia, dal Medio Oriente, dall'America Latina, dall'Est Europa, quindi da quasi tutto il resto del mondo, adesso noi italiani (popolo e governi), stiamo reagendo con forme di razzismo, come se noi fossimo appunto dei puri bianchi italiani europei e i nuovi arrivati dei poveracci ignoranti, arroganti, delinquenti, bestie da isolare, da tenere distanti e soprattutto solamente da sfruttare il più e meglio possibile per mantenere alta la nostra "ricchezza" acquisita (più o meno legalmente).
Se non ricominciamo dalla storia, la nostra grande storia di Paese meticcio, frutto orgoglioso di mescolanze "etniche", se non promuoviamo al più presto in tutta Italia, dal Nord al Centro al Sud, una campagna di rieducazione storica primaria per la conoscenza delle nostre origini e della potenzialità e positività delle connessioni fra i popoli e le loro culture (che è stata ed è la forza degli Stati Uniti D'America), se non faremo questa azione collettiva, non serviranno quasi a nulla le proteste, le iniziative per i diritti umani e sindacali, le attività di solidarietà e carità, le preghiere, le leggi, menche mai le azioni punitive, le regolamentazioni, i muri, le espulsioni, i cortei, i corsi di integrazione.
L'Italia di oggi e, soprattutto, di domani è e sarà sempre più abitata, vissuta, arricchita in ogni senso da milioni di "nuovi italiani ed italiane" di diverse origini internazionali, così come 500, 1000, 2000, 3000 anni fa era successo. Nuovi cittadini che si mescoleranno ai popoli autoctoni dell'epoca contemporanea.
Oggi la stessa economia e la società italiana sono in buona parte basate e resistono alle ripetute crisi internazionali e nazionali grazie anche al lavoro e l'impegno spesso gravoso di milioni di italiani e italiane di origini straniere: l'assistenza familiare, l'assistenza negli ospedali, il lavoro nei campi e nelle stalle, il lavoro nelle costruzioni, il lavoro nelle piccole fabbriche, i mille lavori nel turismo e nella ristorazione e consumo, nelle pulizie e nelle manutenzioni. Quei milioni di lavoratori e lavoratrici troppo spesso non regolarizzati (per convenienze reciproche di chi paga e di chi è pagato) sono e saranno italiani ed italiane a tutti gli effetti, solamente con pelli di colore diverse dal rosa, con stature diverse, con capelli diversi, con dialetti e lingue originarie diverse, con alcune tradizioni e fedi diverse, ma sempre più connessi a noi italiani "indigeni, autoctoni" che, a nostra volta, paradossalmente (da secoli), siamo individui che vanno dal metro e ottanta con occhi azzurri e capelli biondi del Nord al metro e cinquanta, occhi e capelli neri del Sud, dal cuscus di pesce a Trapani alla polenta&gorgonzola di Brescia : altro che popolo italiano omogeneo e tutto uguale!
Certamente è urgente e necessario cercare al più presto di risolvere i problemi della legalità, dei diritti, dei doveri, del lavoro, delle abitazioni, della sanità, dell'istruzione, della convivenza e della cittadinanza, difficili da vivere soprattutto senza una motivazione e un progetto comune. Ma il futuro migliorerà per tutti, italiani "originari" e italiani "nuovi", solamente attraverso un grande e lungo impegno individuale e collettivo nell'educazione eformazione di base per tutte le età, coordinato fra scuole, università, televisioni, mass media, amministrazioni locali, regionali e nazionali, per rendere tutti più coscienti della grande storia italiana, fatta di incontri e mescolanze e del suo inevitabile futuro. Prospettiva, peraltro, sempre più condivisa da tutti i Paesi europei e occidentali, nella speranza di un mondo più equilibrato, più giusto, con meno guerre e povertà estreme.
Con questo spirito sta nascendo un nuovo Festival nazionale annuale dell'Italia "multietnica", per dare senso e valore alle celebrazioni dei 150 anni dell'Unità d'Italia, ricordando però sempre le parole dell'antropologo francese Marc Augè in Le relazioni sociali e il suo futuro: "Non esiste democrazia senza libertà individuale ma questa libertà è minacciata dall'assegnazione dell'individuo umano ad una natura pensata come destino, tanto quanto dalla sua chiusura in una cultura concepita come natura. L'avvenire non è nel multiculturalismo. L'avvenire è nel trasculturalismo, l'itinerario individuale attraverso le culture, frutto di educazione e libertà. Come a dire che la storia non è affatto finita".
(Gianguido Palumbo)
di Gianguido Pagi Palumbo, su http://assaman.info (15/5/2013)
In Italia siamo cresciuti per decenni in scuole che non ci hanno insegnato sufficientemente e con convinzione la storia del nostro Paese e del nostro popolo. Per millenni gli italiani si sono formati, molto più di altri popoli e Paesi europei, attraverso continue mescolanze di popolazioni e culture provenienti da molte aree del mondo, assieme ad alcune popolazioni locali delle diverse regioni d'Italia: fenici, greci, etruschi, celti, latini, romani, siculi e sicani, sardi, veneti, e poi longobardi, arabi, normanni, slavi, ebrei, borboni, savoia e molti altri che hanno in parte combattuto e poi convissuto e si sono mescolati per almeno 3500 anni, da oltre il 1500 a.c. fino all'Unità d'Italia del 1861.
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Quando il sapere spiana la strada all’ingnoranza |
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14 maggio 2013 | Oggi ce l'ho con
Quando il sapere spiana la strada all’ingnoranza
di Tarek Kamaleldin
Si dice che l’ignoranza crei pregiudizi, ma si è mai pensato al contrario? Che sia proprio la conoscenza a fregarci?
Da quando sono in Italia grazie al mio lavoro (faccio il medico) ho incontrato e continuo ad incontrare moltissime persone che si relazionano con me anche in base a quanto esse credono di sapere sul mondo arabo.
In linea di massima li ho divisi in due categorie:
1. Chi non sa molto del mondo arabo (o se ne frega altamente di saperne qualcosa). Fortunatamente questa categoria è bella ampia, perché sono le persone con le quali mi rapporto meglio. Sanno poco o niente dell’Egitto, del mondo arabo e dell’Islam e, a parte qualche commento di circostanza, o qualche curiosità da sodisfare, non si interessano del mio paese di origine, a quale religione appartengo o altro. Semplicemente si rapportano con me basandosi su ciò che vedono; un giovane medico più o meno bravo che cerca di costruirsi la sua strada, e mi giudicano basandosi sulle mie azioni e sulle opinioni che esprimo.
2. I Sapientoni, chi crede di sapere. E qua inizia il dramma. Si parte con la domanda di rito: di che religione sei? Domanda che ho sempre odiato sentirmi rivolgere in Egitto ma che mi perseguita anche quì.
Per queste persone io sono automaticamente musulmano, credente, osservante e conformante alla loro idea sull’Islam, e tra l’altro rimangono deluse se accenno a qualche dubbio sulla fede o se esprimo qualche opinione laica e perciò, secondo loro, “poco islamica”.
Da notare che il pregiudizio non è necessariamente negativo. Molti(e) sono affascinati e in un certo senso, sono attratti da tutto ciò che è arabo o islamico, ma, nel bene e nel male, per queste persone non sono mai Tarek, ma sono un “uomo musulmano”, o come scherzosamente mi chiama un caro amico, sono “un infedele”, come se davvero un termine così generico possa descrivere uomini di varie etnie, età, esperienze di vita, stati social e livelli di istruzione.
Al di là dell’effetto sui rapporti umani, mi accorgo che il “credere di sapere” blocca anche il processo stesso di apprendimento.
Ho sentito gente coltissima sostenere con fervore delle assurdità del tipo che le donne musulmane indossano il burka anche quando hanno rapporti sessuali perché l’avevano letto su qualche libro.
Come dimostrano molti commenti lasciati su questo blog, c’è chi si improvvisa esperto di politica medio orientale e di primavera araba, e chi, copiando un paio di hadith da internet, si crede esperto di Islam. Il problema non è tanto l’informazione errata o incompleta. Ci si blocca lì dietro a un “Io so” e si rifiuta di ascoltare o di credere a chi essendo cresciuto in quel mondo ne sa sicuramente molto di più.
Chiudo citando un carissimo professore che volendoci insegnare la modestia nel sapere, ci disse che nessuno è più pericoloso di chi conosce le cose a metà; chi ignora non si sbilancia, chi conosce bene una cosa non casca negli errori comuni, mentre chi conosce le cose a metà si lancia in giudizi e azioni senza rendersi conto degli errori che sta commettendo.
di Tarek Kamaleldin, su www.yallaitalia.it (15/5/2013)
Si dice che l’ignoranza crei pregiudizi, ma si è mai pensato al contrario? Che sia proprio la conoscenza a fregarci? Da quando sono in Italia grazie al mio lavoro (faccio il medico) ho incontrato e continuo ad incontrare moltissime persone che si relazionano con me anche in base a quanto esse credono di sapere sul mondo arabo. In linea di massima li ho divisi in due categorie:
1. Chi non sa molto del mondo arabo (o se ne frega altamente di saperne qualcosa). Fortunatamente questa categoria è bella ampia, perché sono le persone con le quali mi rapporto meglio. Sanno poco o niente dell’Egitto, del mondo arabo e dell’Islam e, a parte qualche commento di circostanza, o qualche curiosità da sodisfare, non si interessano del mio paese di origine, a quale religione appartengo o altro. Semplicemente si rapportano con me basandosi su ciò che vedono; un giovane medico più o meno bravo che cerca di costruirsi la sua strada, e mi giudicano basandosi sulle mie azioni e sulle opinioni che esprimo.
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Ci voleva una ministra nera per scoprire l’Italia razzista |
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Ci voleva una ministra nera per scoprire l’Italia razzista
di Rania Ibrahim
Ma siamo sicuri che l’Italia fosse pronta ad avere un ministro della Repubblica italiana nera? Abbiamo voluto fare gli americani per poi accorgersi di colpo che siamo nati in Italy? Abbiamo applaudito Obama tutti contenti riconoscendo l’importanza della “scelta razziale” in un Paese come gli USA e poi, una ministra nera ci ha turbato il sonno, facendoci scoprire quanto siamo ancora indietro e attaccati a paure e pregiudizi.
Pensavate sarebbe passata inosservata come Josefa Idem, anche lei nuova italiana? Non certo in Italia. Almeno non nella mia Italia, quella che in questi giorni invece di stringersi a “coorte”… si stringe attorno alle esternazioni razziste e xenofobe di chiunque… dal giornalista frustrato al politico superato becero e ignorante, al nuovo italiano inacidito o all’ex parlamentare trombato. La stessa Italia che ho imparato a conoscere sulla mia pelle, attraverso i commenti e gli insulti razzisti che riceviamo nel blog o durante le conferenze e le manifestazioni. Quella dei media fomentatori di odio e populismo a beneficio di share e audience.
Insomma sono state nominate due ministri donna a ricoprire cariche istituzionali importanti, un vero onore, e di chi si parla… non certo della bionda, della bianca della tedesca… della sportiva, ma solo della nera, dell’africana…di quella come dicono tanti soprattutto nelle segrete urne e dietro ai loro pc che non potrà mai rappresentarli pienamente perché nera, africana e perché parla di meticciato. Capisco, forse la Kyenge ancora non ha imparato a fare il “politico all’italiana” visto che con la sua sincerità ha “offeso” molti italiani parlando di meticciato. La prossima volta più falsità o diplomazia a seconda del contesto signora Kyenge, mi raccomando.
Non basta visivamente mettere parlamentari di colore, disabili, con il velo…o con il turbante, la strada è lunga e mi pare che stiamo messi male. Bisogna arrivare alla pancia e non solo nel mondo elitario degli intellettuali e degli addetti al lavoro, ma alla strada, i quartieri e oggi il web, sono lo specchio del disagio e della condizione di tutta questa insofferenza e sofferenza.
Eppure credo che se andiamo avanti così, non basterà un giuramento a renderci italiani, rimarremo sempre un marocchino di merda, un musulmano di merda, un ebreo di merda o una negra di merda. E vi assicuro che basta poco per sentirsi addosso uno di questi eleganti appellativi, allo stadio o in una fila di un supermercato o anche fuori da scuola, sulla pelle dei nostri figli. Spesso per sciocchezze.
Molti italiani la pensano così…grazie al cielo non la maggioranza…che ci piaccia o no…negarlo sarebbe mera ipocrisia. E c’è anche chi ne va fiero.
Non so bene di chi sia la colpa, forse dei nuovi cittadini, delle istituzioni, della politica opportunista che etichetta, ghettizza e che usa bandiere nelle campagne elettorali proponendo trans, lesbiche, disabili, 2g, neri o altro? insomma, capisco l’importanza delle testimonianze e dei simboli…ma siamo sicuri che in questo modo si ottengono risultati?
Insomma basta nascondersi. Dovrebbero essere temi trasversali, universali e non hanno bisogno di testimonial.
Non dobbiamo tollerare esternazioni indegne come “Scimmia congolese”, “Governante puzzolente”, “Negra vai a lavare i cessi”, “Kunta Kinthe tornatene in Congo” faccia da casalinga… sono solo alcuni dei moltissimi insulti razzisti rivolti alla Kyenge sulla sua pagina Facebook. Alla mercé dei soliti razzisti dal dito veloce e dalla tastiera bollente non ci sono le capacità e le competenze della Kyenge, ma il suo colore di pelle, cosa irrilevante dal punto di vista istituzionale e politico, anzi da ogni punti di vista.
Populismo, xenofobia e demagogia della specie più becera. E vi assicuro che fa male all’anima.
Ma cosa dobbiamo dimostrare ancora per essere riconosciuti come italiani e basta? Insomma bruciano e sputano sul Tricolore e vanno al governo per anni, una Italo-congolese nera dice che rispetta e va fiera delle sue origini non ci rappresenta, ci offende? Che dire se non la solita italietta!? L’Italia provinciale, del campanilismo, della Bergamo de sure o de sota, l’Italia del nord contro il sud, del lumbard contro il terun…insomma di quella Italia ancora troppo divisa e che si indigna spesso ultimamente per dichiarazioni che parlano di meticciato e che non un muove un dito davanti ad una politica sorda e cieca rispetto ai reali problemi allarmanti del Paese.
Comunque forse un merito questa nomina ce l’ha, quella di sbatterci in faccia la realtà, di scardinare una volta per tutte ipocrisie degli italiani che ancora si credono brava gente, che ancora pensano che questo non sia un paese razzista, il paese del furbo che va avanti e del buono che è un fesso. Un paese che si immagina bianco e che si ricorda del tricolore solo ogni 4 anni durante i mondiali e allora si che si vedono sventolare le bandiere sui balconi, un paese che nega il sacrosanto diritto ai suoi cittadini di inginocchiarsi e pregare in una Moschea, definendosi cattolico per poi non accorgersi delle proprie Chiese vuote anche la domenica mattina. Un paese che all’occorrenza sottolinea fieramente la cultura e le gesta dei suoi avi e poi si perde nei programmi della De Filippi e della D’Urso, o del Grande fratello divenuti oramai il vero sogno dell’italiano medio…ci crediamo accoglienti e poi teniamo aperti i CIE, diamo una connotazione geografica e spesso religiosa al crimine fregandocene delle statistiche e della realtà che ci farebbe apparire peggiori di quanto noi non vogliamo vederci.
Chissà se questa era l’Italia che si immaginava mio padre quando nel 1971 scelse questo paese per viverci e realizzarsi.?Ah, dimenticavo, ancora oggi mio padre sta aspettando la cittadinanza italiana.
di Rania Ibrahim, su www.corriere.it (11/5/2013)
Ma siamo sicuri che l’Italia fosse pronta ad avere un ministro della Repubblica italiana nera? Abbiamo voluto fare gli americani per poi accorgersi di colpo che siamo nati in Italy? Abbiamo applaudito Obama tutti contenti riconoscendo l’importanza della “scelta razziale” in un Paese come gli USA e poi, una ministra nera ci ha turbato il sonno, facendoci scoprire quanto siamo ancora indietro e attaccati a paure e pregiudizi.
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Primo convegno dell'Associazione Unopertutti, Sabato 1 Giugno presso la Sala delle Eroine del Comune di Pontassieve dalle ore 9 alle 16,30. "Mi tuffo in un bicchiere" sarà l''occasione per riflettere sul coraggio e la fantasia di sperimentarsi senza considerare la disabilità un limite o un impedimento alla possibilità di interagire. Si parlerà delle tecniche espressive quali la musica, l'arte, il teatro e il circo legati alla disabilità. Nel volantino allegato potete trovare tutte le informazioni necessarie e la modalità di iscrizione, non mancate!
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Emergenza femminicidio, il cambiamento è culturale |
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Emergenza femminicidio, il cambiamento è culturale
di Lorella Zanardo | 8 maggio 2013
di Lorella Zanardo, su www.ilfattoquotidiano.it (8/5/2013)
Gentile presidente della Camera Laura Boldrini, gentili ministre Maria Chiara Carrozza e Josefa Idem, in questi giorni il corpo di noi donne pare stia diventando popolare. Ci sono voluti oltre 100 donne ammazzate l’anno passato e un trend in ascesa anche quest’anno per convincere i media a dare risalto al femminicidio, neologismo che sta a significare omicidio di una donna in quanto donna... mi permetto di consigliare alcune iniziative necessarie la cui richiesta arriva dalle migliaia di ragazze e di giovani uomini che incontriamo ogni anno nelle scuole. Il cambio che auspichiamo è culturale, vogliamo un Paese realmente paritario dove anche per le donne sia valido quella bellissima parte del terzo articolo della Costituzione che ci ricorda come ognuno – e immagino ognuna – debba essere messa in grado di esprimere al meglio il proprio potenziale di persona. I luoghi idonei da cui iniziare il cambiamento sono i due più importanti agenti di socializzazione attivi nell’età formativa: i media e la scuola.
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Di quale paese sono i miei figli? |
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In questi giorni ho pensato ai miei due figli. Il primo nato a Roma, il secondo nato a Rovereto. Cittadini italiani perché figli di italiani. Io e mia moglie, entrambi nati in Marocco e cresciuti in Italia. Non siamo solo italiani, ma ci sentiamo dei super italiani. Vorrei che qualcuno mi rispondesse a quale legge del sangue dovrebbero appartenere Adam e Ilyas? E a quale gradazione di italianità dovremmo appartenere sia io che mia moglie?
Aldilà delle battute, il clima che si è creato in questi giorni, che sarebbero dovuti essere giorni di festa per la rottura di un tabù, mi ha amareggiato. Un segnale preoccupante per l’evidente difficoltà del nostro Paese nel guardarsi serenamente allo specchio . La scelta coerente e coraggiosa, dopo un percorso avviato in seno al Partito Democratico in questi anni, del neo Presidente del Consiglio Enrico Letta di nominare Cécile Kyenge, il primo ministro nero della storia d’Italia, non è solo una bella notizia, ma è l’affermazione di un l’Italia che in questi ultimi anni è cambiata grazie alla presenza di milioni di nuovi italiani. Invece della festa, siamo ripiombati nella volgare collezione di battute e insulti di stampo razzista diffusi in numerosi siti dell’estrema destra e purtroppo ripresi anche da qualche noto e fortunatamente isolato esponente politico.
Quello che fa paura non è la presenza dei soliti, forse ancora troppi, difensori della razza pura che continuano a fomentare odio indisturbati sui social network. La nostra vera preoccupazione riguarda il livello scarso di conoscenza tra la nostra classe dirigente, e non parliamo solo della politica, della realtà della nuova Italia e di come la società si sia effettivamente trasformata in questi ultimi anni. Parlare di cinque milioni di immigrati e di un milione di minori figli di immigrati non significa solo snocciolare gli ultimi dati statistici, ma dovrebbe far riflettere sul vissuto di una parte dell’intera popolazione che oggi vive, lavora e studia in questo Paese. Non si tratta di braccia prese in prestito in attesa di restituzione ai Paesi di provenienza, ma di donne e uomini che hanno lasciato dietro di sé memorie e passioni sfidando le proprie paure e superando enormi difficoltà nella speranza di un futuro migliore. Persone che oggi offrono un contributo straordinario al tessuto sociale e soprattutto economico dell’Italia. Si tratta di bambini e bambine che non hanno conosciuto altri orizzonti fuori dall’Italia. Ragazzi che alla domanda “Di dove sei?”, non trovano ancora le parole giuste per offrire una risposta. E non c’è nulla di più frustrante e pericoloso per un adolescente della non capacità di darsi una identità, urlare con orgoglio il nome della propria madre, l’Italia. Ecco, oggi la nostra Italia continua a rinnegare quel milione di propri figli in nome di non si sa bene quale ideologia. La nostra battaglia per la riforma della legge sulla cittadinanza per chi nasce o cresce in Italia non vuole nascondere le difficoltà sul cammino della società multietnica e nemmeno vuole sminuire l’alto valore che l’appartenenza ad una nazione giustamente deve comportare.
Nessuna persona che abbia conosciuto o vissuto sulla propria pelle esperienze migratorie può affermare che la convivenza tra persone di diverse origini culturali sia una passeggiata come sanno tutti gli italiani che sono stati emigrati all’esetro. La costruzione della convivenza è un progetto che richiede a tutti noi, italiani, immigrati e nuovi italiani tanta fatica e soprattutto spirito di condivisione e volontà di costruire insieme un domani comune. Ma queste difficoltà non riguardano e non devono confondersi con il vissuto dei nostri figli, che non sono immigrati ma figli di immigrati.
Si tratta di dare cittadinanza ad uno stato d’animo, ad un modo di essere, ad un legame profondo con il Paese dove si nasce. Un’aspirazione naturale a cui lo Stato deve riconoscere piena legittimità come ci ha ripetuto più volte il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
La legge sulla cittadinanza non è una legge tra le tante: è una legge su cui si misura la cultura democratica di un Paese, di una società. Ed è per questo che il Partito Democratico, insieme ad un largo schieramento trasversale, il più ampio possibile in Parlamento, ambisce a certificare tutti insieme il cambiamento già avvenuto nella società italiana.
Arrivare ad una legge moderna e avanzata in materia di cittadinanza non è solo un modo di tenere fede ad un fondamentale principio di uguaglianza, sancito peraltro anche dall’articolo 3 della nostra Costituzione. Non è solo una questione di giustizia sociale, cosa che già sarebbe di per sé sufficiente. Ma rappresenta la cifra della nostra civiltà. Insieme a Cécile, siamo quindi pronti per fare un ulteriore nuovo passo. Una nuova legge che riconosca con chiarezza che chi nasce o cresce in Italia è italiano!
di Khalid Chaouki, su http://nuoviitaliani.com.unita.it (7/5/2013)
In questi giorni ho pensato ai miei due figli. Il primo nato a Roma, il secondo nato a Rovereto. Cittadini italiani perché figli di italiani. Io e mia moglie, entrambi nati in Marocco e cresciuti in Italia. Non siamo solo italiani, ma ci sentiamo dei super italiani. Vorrei che qualcuno mi rispondesse a quale legge del sangue dovrebbero appartenere Adam e Ilyas? E a quale gradazione di italianità dovremmo appartenere sia io che mia moglie?
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Predicare bene e razzolare male |
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Non basta dichiarare che si firma contro il femminicidio, non è sufficiente cliccare “mi piace” alla pagina FB di una petizione, per avviare un cambiamento.
E’ necessario ridiscutere i valori su cui si basa un quotidiano, un canale tv, un’agenzia pubblicitaria, e di conseguenza coerentemente agire.
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Coppie miste e immigrazione: la paura della contaminazione |
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Coppie miste e immigrazione: la paura della contaminazione
di Naoual Razik
Tra donne, si sa, ci si lascia andare davanti ad alcuni argomenti.
Recentemente ho avuto un piacevole ed interessante confronto con alcune mie amiche marocchine sul classico tema: la relazione con uomo italiano.
E’ inutile dire che sono diverse le opinioni a riguardo, ma quello che più mi ha colpito é soprattutto il condizionamento esercitato dalla famiglia sulle ragazze.
Dico sulle ragazze perché i maschi risultano avere più possibilità di vivere pienamente le relazioni con donne straniere.
E’ emerso che la maggior parte delle ragazze marocchine, arrivate in Italia in giovane età, optano per un matrimonio con un connazionale poiché difficilmente la famiglia accetterebbe una relazione con un italiano.
Queste ragazze frequentano scuole italiane e quindi hanno compagni italiani; eppure non hanno il diritto di innamorarsi di uno di questi perché la relazione è giudicata senza futuro.
Queste giovani ragazze spesso accettano fidanzati o addirittura mariti scelti dalla famiglia, questo anche dopo pochi incontri avvenuti durante il breve periodo delle vacanze estive in Marocco.
E’ un fenomeno poco conosciuto in Italia, ma purtroppo molto diffuso anche tra le seconde generazione.
Il giudizio negativo che esprimo è dovuto alla constatazione che esiste un’alta percentuale di insuccesso in questi matrimoni perché spesso non sono fondati sulla conoscenza reciproca. Spesso i giovani fidanzati, che neppure si conoscono, provengono da ambienti culturali ed esperienze di vita completamente diversi.
Molte delle ragazze presenti all’incontro hanno sostenuto di non aver avuto la possibilità di intraprendere una relazione con un ragazzo italiano per diversi motivi; tra questi emerge principalmente la religione, in quanto l’Islam non permette alla donna musulmana di sposarsi con uomo cristiano o ebreo a meno che questo non si sia convertito; questo principalmente è stato sancito per evitare che i figli nati dal matrimonio acquisiscano una educazione in un’altra religione (diversa dall’Islam, ndr);infatti nella tradizione musulmana i figli seguono la religione del padre.
Un altro ostacolo sembra essere l’appartenenza a due mondi culturali diversi, in quanto una ragazza marocchina pur avendo vissuto una buona parte della sua vita in Italia, continua a mantenere alcuni modi di fare e di pensare legati alla cultura di origine e ne sono espressioni la lingua, le festività specialmente il mese di Ramadan, il tipo di alimentazione (la proibizione di consumare carne di maiale e di bere alcolici).
Sembra che le famiglie marocchine, o almeno quelle a cui appartengono molte mie amiche, educhino le figlie ad evitare relazioni con uomini provenienti da altre culture o nazionalità per paura che sopravvengano problemi oppure per evitare il pericolo dell’allontanamento dalla cultura di origine; molti genitori sostengono che sia impossibile una convivenza tra culture diverse a meno che una non prevalga sull’altra.
Inoltre molte famiglie marocchine residenti il Italia sono fortemente condizionate dal “clan” famigliare ancora residente in Marocco; quindi avere una figlia sposata con uno straniero significa in qualche modo il definitivo taglio con la tradizione e quindi il frantumarsi del famoso sogno del ritorno in un futuro anche lontano nella madre patria della figlia.
Eppure tra queste ragazze qualcuna ha osato infrangere le regole per amore e ha deciso, all’insaputa della famiglia, di contaminarsi con una persona di cultura e religione diversa, di combattere affinché i pregiudizi e le rigide regole della separazione possano essere infrante.
Queste ragazze hanno deciso di vivere la loro storia d’amore con ragazzi italiani cercando di mediare tra la tradizione marocchina e quella italiana, facendosi conoscere dai rispettivi compagni, insegnando loro la loro diversità culturale e religiosa.
E’ovvio che risulti straziante per queste ragazze continuare a nascondere ai propri genitori una storia d’amore e quindi continuare a vivere in clandestinità, ma tendono a sperare che il loro gesto possa partecipare a modificare le tradizioni e le abitudini tramandate da generazioni. Vogliono una rivoluzione culturale.
di Naoual Razik, su www.yallaitalia.it (7/5/2013)
Tra donne, si sa, ci si lascia andare davanti ad alcuni argomenti.Recentemente ho avuto un piacevole ed interessante confronto con alcune mie amiche marocchine sul classico tema: la relazione con uomo italiano. E’ inutile dire che sono diverse le opinioni a riguardo, ma quello che più mi ha colpito é soprattutto il condizionamento esercitato dalla famiglia sulle ragazze. Dico sulle ragazze perché i maschi risultano avere più possibilità di vivere pienamente le relazioni con donne straniere.
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Giornata di studio sul valore educativo delle arti performative nella scuola contemporanea
Per insegnanti, artisti, operatori, educatori, genitori, ragazzi.
Giornata di studio sul valore educativo delle arti performative nella scuola contemporanea. Per insegnanti, artisti, operatori, educatori, genitori, ragazzi. 11 maggio 2013 ore 9,30 -18,30
a cura dell’Associazione Culturale Fosca
insieme a IL VIVAIO DEL MALCANTONE - centro di ricerca e pratica culturale
in collaborazione con il Comune di Firenze, Assessorato alla Pubblica Istruzione
presso la Stazione Leopolda, Firenze
ospitato dal Festival Fabbrica Europa
Gli anni della formazione scolastica sono centrali nella vita dell’individuo e la scuola è il luogo dove, oltre alle materie vere e proprie di studio, si apprende il vivere comune. L’esperienza artistica, portata ai cosiddetti “non professionisti” – non solo bambini e ragazzi, ma anche adulti e anziani – con la stessa qualità con cui si pratica a livello professionale, rappresenta una ricchissima possibilità di comprensione del sé e del mondo.
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Cécile Kyenge: ministro di colore? |
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Cécile Kyenge:ministro di colore?
di Leila El Houssi
Ministro di colore? Cosa significa?
E’ da ieri che leggendo le varie testate dei giornali sulla formazione del nuovo governo risuona in modo martellante la frase “ministro dell’integrazione di colore” per presentare Cécile Kyenge.
Poco importa quale sia stato il percorso politico e culturale che l’ha portata a sedere dapprima nel Parlamento e ora a ricoprire un incarico ministeriale.
Ciò che interessa è il suo essere “di colore”. Definizione a mio avviso alquanto inquietante. D’altra parte come cittadini italiani non siamo nuovi a definizioni di questo tipo visto che qualche anno fa l’ex Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi definì il Presidente USA Obama “abbronzato”.
Così pronunciare frasi come essere di colore” o “abbronzato” sembrerebbero più provocazioni linguistiche che espressioni in cui si rivelano intenti razzisti.
In questo modo passano inosservate anche dichiarazioni pronunciate da ministri, politici e parlamentari come l’affermazione di un ex ministro della Repubblica che, riferendosi alla vittoria della nazionale di calcio italiana contro la Francia ai Mondiali del 2006, affermò: “Vittoria della nostra identità: una squadra che ha schierato lombardi, campani, veneti o calabresi, ha vinto contro una squadra che ha perso, immolando per il risultato la propria identità, schierando negri, islamici, comunisti.”
Al di là della maggiore o minore risonanza mediatica che affermazioni come queste possano avere, è importante la questione che comunque fanno emergere al centro del dibattito politico e sociale: la rivendicazione di un’identità collettiva in chiave etnica che mette in luce un ricorrente e pericoloso atteggiamento di svalutazione dell’ “Altro” in chiave razziale e culturale.
Non possiamo quindi esimerci dal constatare quanto la questione linguistica sia rilevante in questo contesto in quanto spia di ciò che avviene nella società.
Dunque ritengo che una serie di eufemismi- in nome del “politicamente corretto” – adottati per far percepire in modo neutro l’origine delle persone non faccia altro che evidenziare discriminazione.
Il punto vero è che si alimenta il pregiudizio perché si teme fortemente che possa passare il messaggio di una visione alternativa del mondo. Un mondo in cui l’unico confronto dovrebbe essere nelle competenze che ognuno di noi ha e nel quale non dovrebbe servire specificare il colore della pelle, l’orientamento sessuale o il credo religioso.
Ecco che Cecile Kyenge non è un ministro di colore ma è un Ministro della Repubblica Italiana che avrà il difficile compito di portare avanti alcune battaglie tra cui quella del riconoscimento dei diritti di cittadinanza per i nuovi italiani.
Buon lavoro Cécile!
di Leila El Houssi, www.yallaitalia.it (29/4/2013)
Ministro di colore? Cosa significa? E’ da ieri che leggendo le varie testate dei giornali sulla formazione del nuovo governo risuona in modo martellante la frase “ministro dell’integrazione di colore” per presentare Cécile Kyenge.
Poco importa quale sia stato il percorso politico e culturale che l’ha portata a sedere dapprima nel Parlamento e ora a ricoprire un incarico ministeriale. Ciò che interessa è il suo essere “di colore”. Definizione a mio avviso alquanto inquietante. D’altra parte come cittadini italiani non siamo nuovi a definizioni di questo tipo visto che qualche anno fa l’ex Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi definì il Presidente USA Obama “abbronzato”.
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Governo e Parlamento, la disabilità sta aspettando |
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Governo e Parlamento, la disabilità sta aspettando
di Franco Bomprezzi
Finalmente ci siamo. Quasi. Un Governo politico sta per iniziare a guidare il Paese. Non ricordo neppure più quale sia l’ultimo tema affrontato e poi mollato per strada, a proposito di politiche per la disabilità. Il paradosso è che in molti hanno preferito, in questi mesi, l’assoluta mancanza di decisioni politiche, così sono stati evitati, o almeno rinviati, ulteriori danni, oltre a quelli già inferti con i drastici tagli a qualsiasi finanziamento destinato a sostenere gli interventi in favore delle persone con disabilità e delle famiglie. Provo dunque, modestamente e senza alcuna pretesa di esaurire l’agenda del nuovo Parlamento, a elencare alcuni punti che sono in sospeso da tempo immemorabile. Non so quanto durerà questa legislatura, ma mi sono accorto – qualcuno mi smentisca – che la parola “disabilità” è risuonata assai raramente nel concitato dibattito politico di questi mesi. Una rinfrescatina della memoria dunque non guasta.
Il fondo per la non autosufficienza: vi dice niente? Mi pare che siamo rimasti al palo. Anche perché non sono mai stati definiti i criteri per la ripartizione dei pochi fondi, e per l’implementazione di un finanziamento fondamentale per venire incontro alla situazione drammatica di migliaia di famiglie nelle quali vivono, fra mille sacrifici, persone con disabilità grave e gravissima.
Anche la parola “caregiver” probabilmente dice poco. Eppure c’è una battaglia che si è arenata sulle secche dello scioglimento anticipato del Parlamento, per vedere riconosciuto almeno il ruolo di chi è di fatto l’unico autentico baluardo umano a difesa della dignità e dell’esistenza in vita delle persone con grave disabilità. Si possono discutere i dettagli, ma sarebbe un delitto ricominciare da capo.
La “vita indipendente”? Proverei a fare un test ai nuovi parlamentari, e temo che in pochi sappiano che stiamo parlando di una legge dello Stato, che prevede la promozione di progetti, finanziati in modo adeguato, che consentano alle persone con disabilità di vivere la propria esistenza in modo autonomo, non dovendo ricorrere per forza a forme di residenzialità assistita, ma costruendosi un presente e un futuro dignitoso e libero. Non mi soffermo sui dettagli. E’ tutto sulla carta, ormai, anche laddove si era riusciti a partire con esperimenti positivi. Non c’è di peggio, lo sappiamo, delle docce scozzesi: come il dover rinunciare alla libertà dopo averla sperimentata.
Se poi dico “Liveas” temo che in molti, fra Camera e Senato, sgraneranno gli occhi e cercheranno di prendere tempo, per consultare almeno google o wikipedia. Sono i “livelli essenziali di assistenza sociale”, fondamentali per definire una volta per tutte quali prestazioni sociali sono vincolanti sul territorio nazionale, e dunque in ogni Regione. Peccato che tuttora non esistano, nonostante siano previsti per legge da anni. Senza di loro ognuno può fare come crede, e infatti la scelta più diffusa è quella di fare il minimo possibile, se non addirittura un bel nulla.
“Nomenclatore tariffario” non è un insulto, ma si tratta dello strumento, fermo da oltre un decennio, che consente di autorizzare gli ausili e le protesi, ossia gli strumenti più idonei, moderni e appropriati per ridurre il deficit delle persone con disabilità. Basti pensare che tuttora mancano in questo elenco le novità tecnologiche digitali degli ultimi anni. Un rapido ripensamento di questo strumento servirebbe, fra l’altro, a ridare ossigeno a un buon numero di aziende che lavorano ormai in stato di asfissia.
“Inclusione scolastica”: già. Ovvero le nozze con i fichi secchi. La capacità mostruosa degli ultimi governi di barare con i numeri, aumentando gli alunni per classe e spalmando le ore di lavoro di insegnanti di sostegno, spesso demotivati, non adeguatamente formati, alle prese con situazioni complesse e senza alcuna reale collaborazione dall’intero mondo della scuola. Il risultato, sotto gli occhi di tutti, è che gli alunni con disabilità vivono in condizioni evidenti – molto spesso – di emarginazione e di esclusione, senza alcun progetto reale costruito sulla persona, come una delle più avanzate legislazioni europee in materia – ossia la nostra – prevederebbe. Perché non pensare ad esempio, da subito, a una formazione intensiva degli insegnanti curriculari e non solo degli insegnanti di sostegno?
Il lavoro poi: ormai è quasi una chimera persino per giovani con disabilità che si laureano a pieni voti. E’ incredibile il livello di pregiudizio che sta “pregiudicando” la possibilità di inserimenti lavorativi anche laddove la legge, venendo incontro in termini di agevolazioni contributive e fiscali, potrebbe essere uno strumento prezioso per le aziende e un’occasione importante per far uscire molte famiglie dalla assoluta necessità di ricevere interventi assistenziali e pensionistici. Diecimila nuovi lavoratori con disabilità sono altrettante pensioni di invalidità risparmiate dallo Stato: assai più della lotta ai “falsi invalidi”.
Ma soprattutto spero che Governo e Parlamento affrontino questi temi senza l’ossessione del taglio di spesa a tutti i costi. Il risultato disastroso di questo atteggiamento, negli ultimi anni, ha comportato solo macerie sociali e nuova povertà, creando angoscia, se non disperazione, in famiglie dignitose che cercano comunque di cavarsela, o si rivolgono a Comuni, Province e Regioni che spesso si rimpallano la responsabilità di non avere fondi sufficienti per la gestione dei servizi.
C’è solo un modo, serio e corretto, di affrontare i temi della disabilità: rivolgersi a chi ne sa di più. Le competenze esistono e sono consolidate, persino nei ministeri. Ma soprattutto nelle associazioni, piccole e grandi, che hanno maturato finalmente una visione globale dei diritti, grazie anche alla lettura attenta della Convenzione Onu.
Niente su di noi senza di noi: questo monito, ripetutamente espresso dai rappresentanti più illuminati dell’associazionismo italiano ed europeo, va tenuto presente soprattutto adesso, quando si comincia, in Parlamento e nel Governo, a lavorare sul complesso delle politiche sociali ed economiche. Sarebbe grave, dopo tanto silenzio, scoprire che si ricomincia da capo, come fossimo eternamente all’anno zero.
di Franco Bomprezzi, su www.corriere.it (28/4/2013)
Finalmente ci siamo. Quasi. Un Governo politico sta per iniziare a guidare il Paese. Non ricordo neppure più quale sia l’ultimo tema affrontato e poi mollato per strada, a proposito di politiche per la disabilità. Il paradosso è che in molti hanno preferito, in questi mesi, l’assoluta mancanza di decisioni politiche, così sono stati evitati, o almeno rinviati, ulteriori danni, oltre a quelli già inferti con i drastici tagli a qualsiasi finanziamento destinato a sostenere gli interventi in favore delle persone con disabilità e delle famiglie. Provo dunque, modestamente e senza alcuna pretesa di esaurire l’agenda del nuovo Parlamento, a elencare alcuni punti che sono in sospeso da tempo immemorabile. Non so quanto durerà questa legislatura, ma mi sono accorto – qualcuno mi smentisca – che la parola “disabilità” è risuonata assai raramente nel concitato dibattito politico di questi mesi. Una rinfrescatina della memoria dunque non guasta.
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