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Sui migranti parole scontate per tenere lontano i problemi reali
di Alessandra Ballerini, su www.cartadiroma.org (19/5/2018)

“Le parole fanno le cose”, dice Foucault. E a volte fanno anche le persone.
In tema di migrazioni quanti vocabili, spesso dispregiativi, vengono utilizzati, a volte senza una reale consapevolezza, per indicare intere categorie di individui!
Ad esempio, quando si parla degli arrivi dei profughi sulle nostre coste si adopera quasi sempre il termine “invasione”, anche se, come quest’anno, ci si riferisce a neppure 10 mila persone.
Chi arriva via mare, in fuga da violenze e mali indicibili, secondo il gergo comune, “sbarca” da “carrette del mare” sovraffollate di “disperati”.
A Lampedusa i miei amici mi hanno insegnato che le persone, a differenza degli eserciti, non sbarcano ma approdano. E lo fanno per lo più, non da “carrette”, ma, se tutto è andato bene, dagli scafi delle grandi navi (che qualcuno chiama “taxi del mare”) della guardia costiera o delle Ong ( almeno di quelle che ancora non sono state sequestrate da qualche magistrato che confonde il dovere di soccorso in mare con un reato).
E non sono “disperati” ma portatori di un’irriducibile speranza. Almeno i vivi.
Chi non ce la fa, chi approda privo di vita a causa delle atrocità e delle privazioni subite in Libia e nella traversata in mare, viene impietosamente liquidato, nei bollettini delle prefetture, come “elemento” o, peggio ancora, come P.M., profugo morto.
I vivi poi vengono smistati. Chi ha contratto la scabbia nei campi di prigionia libici, finisce rinchiuso nella zona predisposta per gli “scabbiati”, mentre la polizia tenta, secondo criteri a dir poco oscuri, di separare i potenziali richiedenti asilo dai “migranti economici”. Con questa ultima definizione si vorrebbero indicare, non già, come verrebbe da pensare, i migranti parsimoniosi, ma quelli che sono fuggiti dal proprio Paese, rischiando la vita in Libia e nel mare “solo” per fuggire da una povertà endemica ed estrema, vale a dire solo per poter vedere garantito il diritto inviolabile alla vita.
I migranti economici potrebbero essere espulsi, o meglio “respinti”, utilizzando un’altra delle parole care alla nostra violenta burocrazia. Respinti, cacciati via, rimandati nell’inferno dal quale erano faticosamente riusciti a scappare. Senza tante cerimonie: con i lacci ai polsi, ordini urlati, la scaletta di un aereo salita a forza, divise come compagni di un viaggio di non ritorno.
I più fortunati, quelli che riescono a chiedere protezione internazionale, sono, per l’appunto, “richiedenti”. Come fossero questuanti, mendicanti di un diritto che dovrebbe invece essere inviolabile e sacro.
Se la domanda di protezione viene rigettata, perchè la loro storia viene giudicata “inverosimile” (ma si tratta oggettivamente di storie, per l’appunto, “dell’altro mondo”), quelle stesse persone diventano, in virtù di un foglio di carta. “diniegati” o “rifiutati”. Ed è quasi grottesco che una sola lettera faccia la differenza tra l’inferno dell’essere “rifiutato” e il paradiso di essere riconosciuto”rifugiato”.
“Mi hanno rifiutato” ti dicono quando si prentano affranti ed increduli in studio chiedendoti aiuto per fare valere le proprie ragioni davanti ad un giudice che si spera più attento della commissione.
Non appena si inizia l’iter processuale si diventa “ricorrenti”. E dato che la maggior parte dei richiedenti asilo vede in prima istanza rifiutata la propria domanda, diventare ricorrenti è fatto, in effetti, piuttosto ricorrente.
Se la domanda viene rigettata in tutti i gradi di giudizio si è condannati ad diventare irregolari. Anzi, come molti amano dire con una parola che andrebbe abolita da qualsiasi dizionario, almeno se riferita ad esseri umani e non a corse di cavalli: “clandestini”.
Le parole fanno le cose. Impariamo a chiamare le persone “persone” indipendentemente dalla (cattiva) sorte che è toccata loro in dote. Perchè le parole che noi pronunciamo “fanno” anche noi.
“Le parole fanno le cose”, dice Foucault. E a volte fanno anche le persone.
In tema di migrazioni quanti vocabili, spesso dispregiativi, vengono utilizzati, a volte senza una reale consapevolezza, per indicare intere categorie di individui!
Ad esempio, quando si parla degli arrivi dei profughi sulle nostre coste si adopera quasi sempre il termine “invasione”, anche se, come quest’anno, ci si riferisce a neppure 10 mila persone.
Chi arriva via mare, in fuga da violenze e mali indicibili, secondo il gergo comune, “sbarca” da “carrette del mare” sovraffollate di “disperati”.
A Lampedusa i miei amici mi hanno insegnato che le persone, a differenza degli eserciti, non sbarcano ma approdano. E lo fanno per lo più, non da “carrette”, ma, se tutto è andato bene, dagli scafi delle grandi navi (che qualcuno chiama “taxi del mare”) della guardia costiera o delle Ong ( almeno di quelle che ancora non sono state sequestrate da qualche magistrato che confonde il dovere di soccorso in mare con un reato).
E non sono “disperati” ma portatori di un’irriducibile speranza. Almeno i vivi.
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17 maggio - Giornata internazionale contro l’omofobia
Con la risoluzione del Parlamento Europeo del 26 aprile 2007, l’Unione Europea ha
dichiarato il 17 maggio, la Giornata internazionale contro l’omofobia e contro ogni forma di atteggiamento pregiudiziale basata sull’orientamento sessuale. I principi a cui si ispira la giornata sono quelli costitutivi sia dell’Unione Europea sia della Costituzione italiana: il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali, l’uguaglianza fra tutti i cittadini e la non discriminazione.
La scuola è costantemente impegnata nel realizzare al suo interno una reale inclusione in grado di valorizzare le singole individualità ed ha il compito di educare le nuove generazioni alla cultura del rispetto. Nello svolgere tale prezioso lavoro, ogni giorno, le scuole educano al contrasto ad ogni forma di violenza e discriminazione, tra cui anche la discriminazione omofobica.
In vista di tale giornata le scuole di ogni ordine e grado, nell’ambito della propria autonomia didattica ed organizzativa, sono invitate ad effettuare un approfondimento dei temi legati alla lotta alle discriminazioni di cui all’articolo 3 della Costituzione Italiana. Le pari opportunità, infatti, rappresentano la totale mancanza di ostacoli alla partecipazione sociale, politica ed economica, di qualsiasi individuo per ragioni legate al genere, alla religione, all’orientamento sessuale, alle convinzioni personali, all’origine etnica, alla disabilità e all’età.
Con la risoluzione del Parlamento Europeo del 26 aprile 2007, l’Unione Europea hadichiarato il 17 maggio, la Giornata internazionale contro l’omofobia e contro ogni forma di atteggiamento pregiudiziale basata sull’orientamento sessuale. I principi a cui si ispira la giornata sono quelli costitutivi sia dell’Unione Europea sia della Costituzione italiana: il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali, l’uguaglianza fra tutti i cittadini e la non discriminazione.
La scuola è costantemente impegnata nel realizzare al suo interno una reale inclusione in grado di valorizzare le singole individualità ed ha il compito di educare le nuove generazioni alla cultura del rispetto. Nello svolgere tale prezioso lavoro, ogni giorno, le scuole educano al contrasto ad ogni forma di violenza e discriminazione, tra cui anche la discriminazione omofobica.
In vista di tale giornata le scuole di ogni ordine e grado, nell’ambito della propria autonomia didattica ed organizzativa, sono invitate ad effettuare un approfondimento dei temi legati alla lotta alle discriminazioni di cui all’articolo 3 della Costituzione Italiana. Le pari opportunità, infatti, rappresentano la totale mancanza di ostacoli alla partecipazione sociale, politica ed economica, di qualsiasi individuo per ragioni legate al genere, alla religione, all’orientamento sessuale, alle convinzioni personali, all’origine etnica, alla disabilità e all’età.
 
Storia dell’omosessualità all’Università di Torino, tre motivi per cui tutti vogliono studiarla
di Dario Accolla, su www.ilfattoquotidiano.it (25/4/2018)

È stato un successo contro ogni aspettativa, quello registrato all’Università di Torino all’avvio del corso di Storia dell’omosessualità, tenuto dalla professoressa Maya De Leo. Come lei stessa ha dichiarato a Repubblica.it, avevano previsto di tenere le lezioni in un’aula da 50 posti. È stato però necessario trovarne una molto più grande visto che le iscrizioni sono salite a più di 300. Un trionfo che ci deve far riflettere, su almeno tre piani.
1. Innanzi tutto, c’è una forte curiosità intorno ai temi Lgbt. Curiosità data, probabilmente, dalla necessità da parte dei soggetti – narrati troppo a lungo come subalterni o a umanità ridotta – di ritrovare le proprie radici culturali e, di conseguenza, una ragione di esistenza. Il racconto fatto per secoli sugli omosessuali maschi (in primis) e l’invisibilità imposta ad altre categorie (a cominciare dalle lesbiche) ha avuto l’effetto di stigmatizzare un intero gruppo di persone, ridotte di volta in volta a frutto del peccato, errore della natura o problema medico.
È stato un successo contro ogni aspettativa, quello registrato all’Università di Torino all’avvio del corso di Storia dell’omosessualità, tenuto dalla professoressa Maya De Leo. Come lei stessa ha dichiarato a Repubblica.it, avevano previsto di tenere le lezioni in un’aula da 50 posti. È stato però necessario trovarne una molto più grande visto che le iscrizioni sono salite a più di 300. Un trionfo che ci deve far riflettere, su almeno tre piani.
1. Innanzi tutto, c’è una forte curiosità intorno ai temi Lgbt. Curiosità data, probabilmente, dalla necessità da parte dei soggetti – narrati troppo a lungo come subalterni o a umanità ridotta – di ritrovare le proprie radici culturali e, di conseguenza, una ragione di esistenza. Il racconto fatto per secoli sugli omosessuali maschi (in primis) e l’invisibilità imposta ad altre categorie (a cominciare dalle lesbiche) ha avuto l’effetto di stigmatizzare un intero gruppo di persone, ridotte di volta in volta a frutto del peccato, errore della natura o problema medico.
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Scuola, la lezione frontale ha fatto la storia ma ora è tempo di dirle addio
di Alex Corlazzoli, su www.ilfattoquotidiano.it (14/4/2018)

Cara lezione frontale, addio. Sabato al teatro Carcano di Milano si celebrerà il funerale di un modo di insegnare che ha fatto la storia ma che è da archiviare. A dare l’ultimo saluto alla cattedra e al suo predellino, all’insegnante che ama stare davanti ai suoi studenti come se dovesse essere l’unico depositario della verità, saranno centinaia di docenti chiamati al commiato della lezione dal pedagogista Daniele Novara del Centro psicopedagogico per l’educazione e la prevenzione dei conflitti (Cpp) di Piacenza.
L’allievo di Danilo Dolci, degno ereditario della maieutica, finalmente metterà una pietra su un modello di insegnamento che dovrebbe essere destinato solo a far parte dei ricordi. “La scuola italiana – spiega Novara – ha un problema che si perde nella notte dei tempi. Questo problema non riguarda l’architettura tradizionale del sistema scolastico, i cosiddetti cicli d’istruzione, né la distribuzione delle materie nel curriculo. Non è l’abbandono scolastico o i voti numerici e neppure la formazione degli insegnanti e il sistema di valutazione. È in realtà un vizio di forma, legato alla storia della scuola in Italia, e a tutto quell’insieme di idee, convinzioni e credenze, quelli che si definiscono gli “elementi impliciti”, su come si trasmettono i contenuti dell’insegnamento. Il problema della scuola italiana nasce da un equivoco, profondamente radicato e pervasivo, che ha un nome preciso: lezione frontale”.
Sia chiaro: il problema non è dei più semplici. Abbiamo tutti presenti le classi dei nostri figli o nipoti: nella maggior parte c’è ancora la cattedra, la lavagna, i banchi separati uno a uno. Sembra che l’esperienza di Mario Lodi (che aveva messo da parte la cattedra) e di Maria Montessori (che stava in mezzo ai bambini come faceva anche Alberto Manzi), sia caduta nel vuoto.
Eppure il primo atto rivoluzionario di un insegnate oggi è proprio quello di cambiare il suo modo di fare lezione. “Oggi – spiega Novara – siamo passati dal manoscritto al tablet, ma il sistema resta sostanzialmente lo stesso: l’assunto che muove comunque ancora gran parte della didattica della scuola italiana è che per far imparare qualcosa a qualcuno, e quindi per insegnare, il metodo più scontato, lineare e apparentemente efficace sia quello di utilizzare il sistema della lettura di un testo associata a una spiegazione”.
Cara lezione frontale, addio. Oggi al teatro Carcano di Milano si celebrerà il funerale di un modo di insegnare che ha fatto la storia ma che è da archiviare. A dare l’ultimo saluto alla cattedra e al suo predellino, all’insegnante che ama stare davanti ai suoi studenti come se dovesse essere l’unico depositario della verità, saranno centinaia di docenti chiamati al commiato della lezione dal pedagogista Daniele Novara del Centro psicopedagogico per l’educazione e la prevenzione dei conflitti (Cpp) di Piacenza.
L’allievo di Danilo Dolci, degno ereditario della maieutica, finalmente metterà una pietra su un modello di insegnamento che dovrebbe essere destinato solo a far parte dei ricordi. “La scuola italiana – spiega Novara – ha un problema che si perde nella notte dei tempi. Questo problema non riguarda l’architettura tradizionale del sistema scolastico, i cosiddetti cicli d’istruzione, né la distribuzione delle materie nel curriculo. Non è l’abbandono scolastico o i voti numerici e neppure la formazione degli insegnanti e il sistema di valutazione. È in realtà un vizio di forma, legato alla storia della scuola in Italia, e a tutto quell’insieme di idee, convinzioni e credenze, quelli che si definiscono gli “elementi impliciti”, su come si trasmettono i contenuti dell’insegnamento. Il problema della scuola italiana nasce da un equivoco, profondamente radicato e pervasivo, che ha un nome preciso: lezione frontale”.
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Educare i figli significa accettare anche i loro insuccessi
di Vanna Iori, su www.huffingtonpost.it (12/4/2018)

La cronaca degli ultimi giorni racconta un aumento preoccupante del numero di aggressioni perpetrate dai genitori nei confronti dei docenti e, più in generale, del totale disprezzo verso ogni autorità educativa, siano insegnanti o allenatore di calcio di una squadra giovanile. Il loro ruolo non viene più riconosciuto e si tenta con ogni strumento di piegarli nel tentativo di assecondare la prestazione dei propri figli che hanno sempre ragione e che non possono essere messi in discussione.
Ci troviamo di fronte a una contrapposizione inedita ma sempre più diffusa, tra l'autorità educativa e l'autoritarismo genitoriale. Come se le regole fossero un ostacolo da superare e l'insegnante non fosse un alleato con cui collaborare in un rapporto di fiducia educativa.
Si trascura di riconoscere, dunque, due dei principi cardine su cui si dovrebbe fondare ogni sistema educativo: l'alleanza tra scuola e famiglia e l'accettazione da parte dei ragazzi del fatto che qualcuno indichi loro gli errori e, insieme, la capacità di superare gli impedimenti, riconoscendo i propri limiti.
I genitori che sostengono in modo arrogante e prevaricatore le ragioni dei propri figli, dimostrano di non essere capaci di accettare i loro fallimenti quasi fossero espressione della mancata capacità genitoriale. Una proiezione totale nei confronti dei ragazzi che devono vivere la loro vita senza che sia frapposto un ostacolo al normale scorrere degli eventi che è fatto di successi ma anche di fallimenti.
Sembra che l'obiettivo principale di questi genitori sia quello di assicurare ai ragazzi una vita di affermazioni positive e di vittorie senza sudore. E infatti i successi vengono premiati anche eccessivamente mentre le sconfitte diventano un incubo per i ragazzi: come si deve essere sentito il giovane calciatore che non ha potuto proseguire, insieme alla squadra, la partita a causa delle intemperanze del padre? Se mio figlio perde è colpa tua. Se mio figlio sbaglia tu non hai alcun diritto di rimproverarlo. Ma, soprattutto, non posso accettare in alcun modo una sua sconfitta e tu ne sei responsabile.
Fa bene Recalcati a definire questa aggressività un "oltraggio alla vita collettiva". Come altro potremmo definire il costante tentativo di mettere in discussione, dileggiare e mortificare l'autorità educativa, quella che -proprio insieme alla famiglia- dovrebbe sostenere e guidare il percorso di crescita dei ragazzi, facendoli diventare cittadini responsabili e consapevoli dei diritti e dei doveri a cui si ispira, o si dovrebbe ispirare, ogni relazione educativa?
La cultura, la capacità di giudizio, l'autonomia di pensiero dei giovani che escono da scuola sono i fattori che determinano la qualità della nostra democrazia e la vitalità della società in cui viviamo. Se i genitori si sottraggono al loro compito che è quello di contribuire a sostenere questo percorso viene meno un ruolo fondamentale.
Oggi la sfida è quella di ricondurre le famiglie dentro il patto e ricostruire la fiducia nelle agenzie educative perché se non contribuiamo a restituire autorevolezza alle figure di riferimento non genitoriali svuotiamo i processi educativi della loro forza.
Se le famiglie assenti o disgregate decidono di superare mancanze, frustrazioni o sensi di colpa sostenendo i ragazzi nel tentativo (comprensibile a quell'età) di costante di delegittimazione delle autorità fanno un danno che pagherà un'intera generazione. Alterare la differenza tra generazioni distrugge il patto educativo e incrina i valori su cui si fonda la collettività.
Si possono educare i figli in tanti modi differenti ma una cosa li deve accomunare tutti: comprendere e tollerare i propri limiti non è un segno di debolezza ma è un atto etico e di onestà da cui non si può prescindere.
Riconoscere i propri errori e accettare le conseguenze è uno strumento con cui si diventa cittadini. Ed è una competenza che deve durare tutta la vita. Questo è il punto da cui parte necessariamente ogni avventura educativa. Si impara da ragazzi e si insegna da genitori.
La cronaca degli ultimi giorni racconta un aumento preoccupante del numero di aggressioni perpetrate dai genitori nei confronti dei docenti e, più in generale, del totale disprezzo verso ogni autorità educativa, siano insegnanti o allenatore di calcio di una squadra giovanile. Il loro ruolo non viene più riconosciuto e si tenta con ogni strumento di piegarli nel tentativo di assecondare la prestazione dei propri figli che hanno sempre ragione e che non possono essere messi in discussione.
Ci troviamo di fronte a una contrapposizione inedita ma sempre più diffusa, tra l'autorità educativa e l'autoritarismo genitoriale. Come se le regole fossero un ostacolo da superare e l'insegnante non fosse un alleato con cui collaborare in un rapporto di fiducia educativa.
Si trascura di riconoscere, dunque, due dei principi cardine su cui si dovrebbe fondare ogni sistema educativo: l'alleanza tra scuola e famiglia e l'accettazione da parte dei ragazzi del fatto che qualcuno indichi loro gli errori e, insieme, la capacità di superare gli impedimenti, riconoscendo i propri limiti.
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Alimentazione e televisione: le correlazioni
di Vincenzo Amendolagine, su www.educare.it (10/4/2018)

Vedere la televisione è una delle attività più diffuse fra la popolazione. Si guarda la televisione nel tempo libero, ma anche durante i pasti. Frequentemente molte persone hanno l'abitudine, quando guardano la televisione nel tempo libero, di accompagnare la visione di film o di altri programmi con il consumo di snack, quali patatine, tarallini, stuzzichini vari, ovvero cibi ricchi di grassi e di zuccheri. Questa pratica si rivela deleteria, in quanto ha delle ripercussioni importanti sul peso dell'individuo. Infatti, nei paesi occidentali si assiste ad un incremento del sovrappeso e dell'obesità e alla base di questo fenomeno c'è lo stile di vita sedentario, che accomuna gran parte degli individui. La visione della televisione determina un ampliamento del tempo trascorso in completa inattività.
Una consuetudine molto diffusa è quella di accompagnare i pasti principali con l'assistere ai programmi televisivi. Diverse ricerche hanno dimostrato che il consumare il pasto, mentre si guarda la televisione, determina un incremento dei cibi introdotti e questo è particolarmente vero quando si mangia da soli. Inoltre, il seguire la televisione ipoteca negativamente anche il pasto successivo, ovvero se si è vista la televisione durante il pranzo, si mangia di più anche a cena.
Da questo punto di vista, le donne sono più a rischio degli uomini nel prendere peso da queste abitudini nocive. Ricerche fin qui condotte hanno evidenziato che le donne, che guardano la televisione per più tempo, hanno un rischio maggiore di sviluppare il pannicolo adiposo addominale rispetto agli uomini. A parità di tempo trascorso a vedere la televisione, le donne vanno incontro più degli uomini ad ipertensione e sindrome metabolica.
Una ricerca angloaustraliana (Università del Sussex di Brighton, Università Macquarie di Sidney e Università Griffith di Gold Coast) ha indagato le correlazioni esistenti fra visione della televisione e incremento del peso in 153 adulti (95 donne e 58 uomini). Lo studio ha stabilito che le donne tendono a mangiare più degli uomini snack quando guardano la televisione e questa è una routine diffusa fra le persone che sono abituate a fare frequenti spuntini fuori pasto.
Vedere la televisione è una delle attività più diffuse fra la popolazione. Si guarda la televisione nel tempo libero, ma anche durante i pasti. Frequentemente molte persone hanno l'abitudine, quando guardano la televisione nel tempo libero, di accompagnare la visione di film o di altri programmi con il consumo di snack, quali patatine, tarallini, stuzzichini vari, ovvero cibi ricchi di grassi e di zuccheri. Questa pratica si rivela deleteria, in quanto ha delle ripercussioni importanti sul peso dell'individuo. Infatti, nei paesi occidentali si assiste ad un incremento del sovrappeso e dell'obesità e alla base di questo fenomeno c'è lo stile di vita sedentario, che accomuna gran parte degli individui. La visione della televisione determina un ampliamento del tempo trascorso in completa inattività.
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Un’ora di educazione sentimentale contro violenza, bullismo, omofobia
di Giovanna Pezzuoli, su http://27esimaora.corriere.it

«Perché se una bambina picchia è un “maschiaccio”? E se un bambino piange è una “femminuccia”? Perché le ragazze possono camminare mano nella mano e i ragazzi no? Perché si studia Gabriele D’Annunzio e non Sibilla Aleramo? Perché se mamma non lavora è normale ma se non lavora papà è una vergogna? Sono solo alcuni dei perché a cui cerca di rispondere la proposta di legge sull’introduzione dell’“educazione sentimentale” nelle scuole di cui sono prima firmataria», spiega Celeste Costantino, 34 anni, deputata per Sinistra ecologia e libertà. In tutt’Italia ormai esistono progetti scolastici autonomi di formazione che forniscono a ragazzi e ragazze gli strumenti necessari per sradicare pregiudizi e svelare stereotipi maschili e femminili. E’ arrivato il momento di trasformarli in un virtuoso modello nazionale, attuando così un diritto scritto nella Convenzione di Istanbul, approvata all’umanità dal Parlamento, e colmando il ritardo dell’Italia rispetto all’Europa. E da oggi, sui social network, compare uno spot (diretto da Gustav Hofer e Luca Ragazzi)  con l’invito a firmare affinché la proposta di legge fortemente voluta da Celeste Costantino e Titti Di Salvo venga discussa al più presto alla Camera.
Troppo lungo e doloroso è l’elenco delle ragazze e dei ragazzi suicidi perché insultati, derisi, tormentati, emarginati per la loro diversità, il loro aspetto fisico, la presunta omosessualità. L’ultima, proprio ieri, a Venaria (Torino) una ragazzina di 14 anni che si è gettata dal balcone. Pare che fosse perseguitata dai cyberbulli di Ask.fm, temeva di essere brutta. Sempre nella rete aveva trovato i suoi aguzzini Nadia, la 14enne di Fontaniva, nel Padovano, insultata ferocemente dopo essere stata lasciata dal fidanzatino. E prima di lei Carolina di Novara, umiliata dai suoi coetanei,  si era lanciata dal balcone.  E poi i ragazzi:  solo a Roma, negli ultimi anni, quattro casi drammatici di studenti suicidi per colpa dell’omofobia dilagante.
«Perché se una bambina picchia è un “maschiaccio”? E se un bambino piange è una “femminuccia”? Perché le ragazze possono camminare mano nella mano e i ragazzi no? Perché si studia Gabriele D’Annunzio e non Sibilla Aleramo? Perché se mamma non lavora è normale ma se non lavora papà è una vergogna? Sono solo alcuni dei perché a cui cerca di rispondere la proposta di legge sull’introduzione dell’“educazione sentimentale” nelle scuole di cui sono prima firmataria», spiega Celeste Costantino, 34 anni, deputata per Sinistra ecologia e libertà. In tutt’Italia ormai esistono progetti scolastici autonomi di formazione che forniscono a ragazzi e ragazze gli strumenti necessari per sradicare pregiudizi e svelare stereotipi maschili e femminili. E’ arrivato il momento di trasformarli in un virtuoso modello nazionale, attuando così un diritto scritto nella Convenzione di Istanbul, approvata all’umanità dal Parlamento, e colmando il ritardo dell’Italia rispetto all’Europa. E da oggi, sui social network, compare uno spot (diretto da Gustav Hofer e Luca Ragazzi)  con l’invito a firmare affinché la proposta di legge fortemente voluta da Celeste Costantino e Titti Di Salvo venga discussa al più presto alla Camera.
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Festa del papà arcobaleno, a Roma la filastrocca per tutti i bambini. Anche quelli con due mamme
di Eugenia Romanelli, su www.ilfattoquotidiano.it (17/3/2018)

La dirigente di un plesso scolastico di piuttosto noto a Roma, solido baluardo delle tradizioni di una certa destra cattolica, per la Festa del Papà del 19 marzo mi ha chiesto di scrivere una nuova filastrocca da fare imparare ai bambini della materna in sostituzione delle vecchie, cantilene ormai vetuste e poco aderenti alle nuove famiglie reali che compongono le nostre società e che ne costituiscono il tessuto più vivo e vivace. Ho assunto l’incarico con convinzione, certa di contribuire a versare la mia goccia nel mare dell’evoluzione, perché da tanti anni ormai penso che siano l’arte e la cultura da una parte, e l’infanzia e la scuola dall’altra, i veri traini per traghettare la nostra vecchia povera Italia verso il suo futuro. Un futuro fatto di accoglienza e umanità, di leggi giuste e inclusive, di persone aperte al confronto e al dialogo, pronte a proteggere il passato e l’identità ma anche a fare spazio al nuovo.
Così, mentre molti italiani danno credito all’omofobia di Matteo Salvini, di Silvio Berlusconi, di Giorgia Meloni, che hanno basato parte della loro recente campagna elettorale sull’abolizione dei tiepidi diritti appena conquistati dalle coppie omosessuali, incuranti di un’Europa che, proprio un anno fa, raccomandava all’Italia di portare a compimento le norme sulle unioni civili regolamentando la stepchild adoption, altri, più illuminati, si rimboccano le maniche e danno vita a una innovazione sociale dal basso.
In questi giorni, è con orgoglio che sto monitorando le reazioni dei bambini alla mia filastrocca, mentre le maestre, in prima linea sull’iniziativa insieme alla dirigente, con altrettanto orgoglio insegnano alla loro classe che cosa sia l’inclusione, il valore delle differenze, l’accoglienza. In realtà le due educatrici stanno facendo moto di più: stanno seminando in 23 bambini di 4 anni quello che diventerà un frutto molto importante, ossia la capacità di convivere con realtà multilivello. Come infatti scrivevo a proposito di Librì Progetti educativi, casa editrice, come anche Lo Stampatello, impegnata nel creare una cultura, presso i bambini, che racconti la nuova contemporaneità, la ristrutturazione e lo sviluppo del nostro Paese passa dall’educazione dei figli di oggi, che saranno la classe dirigente e i leader di domani.
La dirigente di un plesso scolastico di piuttosto noto a Roma, solido baluardo delle tradizioni di una certa destra cattolica, per la Festa del Papà del 19 marzo mi ha chiesto di scrivere una nuova filastrocca da fare imparare ai bambini della materna in sostituzione delle vecchie, cantilene ormai vetuste e poco aderenti alle nuove famiglie reali che compongono le nostre società e che ne costituiscono il tessuto più vivo e vivace. Ho assunto l’incarico con convinzione, certa di contribuire a versare la mia goccia nel mare dell’evoluzione, perché da tanti anni ormai penso che siano l’arte e la cultura da una parte, e l’infanzia e la scuola dall’altra, i veri traini per traghettare la nostra vecchia povera Italia verso il suo futuro. Un futuro fatto di accoglienza e umanità, di leggi giuste e inclusive, di persone aperte al confronto e al dialogo, pronte a proteggere il passato e l’identità ma anche a fare spazio al nuovo.
Così, mentre molti italiani danno credito all’omofobia di Matteo Salvini, di Silvio Berlusconi, di Giorgia Meloni, che hanno basato parte della loro recente campagna elettorale sull’abolizione dei tiepidi diritti appena conquistati dalle coppie omosessuali, incuranti di un’Europa che, proprio un anno fa, raccomandava all’Italia di portare a compimento le norme sulle unioni civili regolamentando la stepchild adoption, altri, più illuminati, si rimboccano le maniche e danno vita a una innovazione sociale dal basso.
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Le madri dei figli maschi hanno una responsabilità in più
di Erica Vecchione, su www.ilfattoquotidiano.it (16/3/2018)

Crescere un figlio è un’esperienza totalizzante, alle volte asfissiante, che ti pone in una posizione relativa col mondo. Non è più solamente delle tue azioni e dei tuoi bisogni autoreferenziali a cui devi rispondere, ma di quelle dei tuoi figli.
I tuoi figli non sono unicamente un fatto privato all’interno del tuo album dei ricordi, ma le fondamenta della società civile di domani. Quella stessa società che potrebbe entrare in prima pagina come fatto di cronaca, nel bene e nel male.
Crescere una figlia femmina comporta meno responsabilità etiche che non crescere un maschio. Non è una questione di genere di per sé, piuttosto una questione di potere delle forze in campo.
In questi mesi si è parlato molto, moltissimo, del movimento #metoo, della rivincita delle donne, di una nuova fase di consapevolezza rispetto alle molestie e alla violenza, ancora orribilmente diffuse in tutto il mondo.
Se la coscienza di sé è un requisito indispensabile per rivendicare i propri diritti e far crescere la propria autostima, non credo ci possa essere una vera rivoluzione culturale tra i sessi senza la partecipazione massiccia e diffusa degli uomini.
Non ci potrà mai essere parità a livello sociale, lavorativo e intellettuale senza il contributo in prima fila degli uomini. Per scrivere un altro capitolo davvero, bisogna stare a fianco degli uomini. Non davanti e nemmeno indietro, ma appaiati sulla stessa linea di partenza.
Quando cresci una figlia femmina, oltre a farle coltivare la propria identità, devi instradarla nel riconoscere i cattivi maestri, il malamore e a difendersi da essi. La poni in una posizione di difesa davanti a un pericolo conclamato, non creato da lei.
Quando cresci un maschio, educhi l’uomo adulto in divenire, e puoi porre delle basi concrete sul modo in cui concepirà le relazioni con le donne. Se cresci un maschio hai la possibilità di limitare (senza gongolarci, è ovvio, nell’illusione di onnipotenza) la proliferazione di un essere mostruoso per il quale, la vita di una donna, ha un valore inferiore a quelli della sua specie.
Fin da bambini, a molti maschi, vengono concessi privilegi e attenuanti perché maschi. L’aggressività, le smargiassate, l’insofferenza alle regole, il poter fare il bello e il cattivo tempo (in casa e fuori) vengono loro perdonati perché all’interno di un’indole percepita naturale.
Crescere un figlio è un’esperienza totalizzante, alle volte asfissiante, che ti pone in una posizione relativa col mondo. Non è più solamente delle tue azioni e dei tuoi bisogni autoreferenziali a cui devi rispondere, ma di quelle dei tuoi figli. I tuoi figli non sono unicamente un fatto privato all’interno del tuo album dei ricordi, ma le fondamenta della società civile di domani. Quella stessa società che potrebbe entrare in prima pagina come fatto di cronaca, nel bene e nel male.
Crescere una figlia femmina comporta meno responsabilità etiche che non crescere un maschio. Non è una questione di genere di per sé, piuttosto una questione di potere delle forze in campo.
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Per curare la malattia, i prof tornino ad essere educatori
di Giorgio Chiosso, su www.ilsussidiario.net (13/3/2018)

Niente è più resistente della scuola al cambiamento mentre la realtà odierna nei suoi svariati aspetti — economico, lavorativo, tecnologico — spinge verso un rinnovamento a vasto raggio di questa istituzione le cui travature essenziali sono ancora quelle maturate nel XIX secolo. La scuola si può paragonare a un'anziana signora dalla bellezza ormai sfiorita che ha perso la sua giovanile baldanza e replica stancamente un passato ormai alle spalle. L'esito è quello di una deludente, quanto inutile, attesa di un ritorno di fiamma.
Nulla è più rischioso del sentimento dell'inutilità, sentimento purtroppo assai diffuso tra i giovani che affollano le nostre aule: perché affaticarsi nello studio per conseguire un diploma che non aiuta a trovare lavoro? perché andare a scuola quando si può imparare da soli anche a casa sfogliando le pagine del web? perché studiare le cose del passato quando quelle che servono sono le competenze del futuro, in primo luogo quelle digitali? Interrogativi che gli insegnanti si sentono rivolgere ogni giorno.
Si tratta di questioni, del resto, che riguardano non solo la scuola italiana. L'obsolescenza dei sistemi d'istruzione è da tempo presente nell'agenda dei think tank ove si pensa il futuro dell'istruzione come, ad esempio, Ocse, Banca Mondiale, Word Economic Forum e altri istituti di ricerca. La preoccupazione è soprattutto economica. Secondo il McKinsey Global Institute, i robot potrebbero sostituire 800 milioni di posti di lavoro entro il 2030 con conseguenze catastrofiche sul piano sociale. "Tutto ciò che è di routine o ripetitivo sarà automatizzato", ha detto Minouche Shafik, direttore della London School of Economics, in una sessione del Word Economic Forum di Davos di quest'anno. Primaria sarebbe la necessità di passare dalla centralità delle conoscenze all'importanza strategica delle "soft skills" legate alle abilità creative: capacità di ricerca, capacità di trovare informazioni, sintetizzarle e renderle funzionali a un lavoro di squadra.
Potremmo proseguire con altre autorevoli citazioni. La diagnosi è abbastanza precisa e concorde, molto più difficile e complesso è adottare una terapia appropriata. Le due tesi più ardite sono individuabili rispettivamente tra i fautori della scuola online e tra i neodescolarizzatori.
Nel primo caso si tratterebbe di mettere in campo una nuova didattica personalizzata centrata sulla graduale scoperta del sapere e la sua sistematizzazione in funzione di competenze cosiddette "autentiche" e cioè rapportate alla soluzione di problemi reali. Nell'altro caso il futuro andrebbe disegnato intrecciando scuola ed extrascuola, istruzione e formazione, sapere scolastico e conoscenze liberamente conquistate. Il ricorso a docenti virtuali forniti dalla robotica educativa potrebbe facilitare la creazione di stimolanti ambienti di apprendimento.
Meno radicali sono le ipotesi riformatrici che puntano sulla dimensione comunitaria della scuola, con meno statalismo e maggiore responsabilizzazione degli attori sociali. La scuola del futuro dovrebbe essere dotata di larga autonomia, interattiva con il territorio e centrata su un sapere scolastico intrecciato con il lavoro, il servizio civile, la valorizzazione della multiculturalità e la promozione di forti sentimenti solidaristici.
Poiché questi cambiamenti prevedono tempi lunghi è necessario chiedersi cosa si può cominciare a fare oggi. Tra le diverse opzioni — questa la mia opinione — quella relativa al potenziamento della fisionomia educativa dei docenti è forse la più strategica e in grado di resistere alle probabili trasformazioni future. Qualunque sia la via intrapresa essa sarà condizionata dalla qualità professionale e umana dei docenti. Senza bravi insegnanti, competenti nella loro disciplina, capaci di lavorare insieme e preparati alla relazione educativa, non si va da nessuna parte.
Oggi la realtà non induce a un eccessivo ottimismo. C'è penuria di giovani interessati all'insegnamento che spesso lo accettano come "seconda chance". I migliori laureati raramente scelgono come prima opzione l'attività docente, sia per ragioni economiche (in genere gli stipendi nella scuola sono inferiori a quelli praticati nel mondo dell'industria e degli affari) sia per questioni di status sociale (nell'ultimo mezzo secolo la figura dell'insegnante ha subito un forte ridimensionamento nella considerazione collettiva).
In molte parti d'Europa si registra una certa fatica a trovare i docenti, specialmente per gli insegnamenti scientifici e tecnologici. Alla fine del 2015, ad esempio, il governo inglese, con lo slogan "Il tuo futuro è il loro futuro", ha lanciato una campagna per far fronte alla mancanza di professori (in specie di matematica, chimica e geografia). Situazioni analoghe si registrano anche in Belgio, Germania, Olanda, Lussemburgo, Slovacchia.
I dati europei dicono, poi, che quasi ovunque — compresa l'Italia — i docenti più anziani, appena possono, vanno in pensione, spinti dal timore di essere irrimediabilmente distanti dalla realtà giovanile e timorosi di venire criticati dalle famiglie.
Alla caduta di status sociale si associa, infine, una caratterizzazione della professione assai più articolata e nel complesso culturalmente meno prestigiosa rispetto al passato. Il sostanziale declino del profilo dell'insegnante "colto" è contestuale all'emergere di altri profili: quello del tecnologo, dello sperimentatore, del facilitatore, dell'artista, dell'animatore giovanile che alla fine disegnano una professione dai mille volti.
Tutte prospettive rispettabili che però sorvolano sulla necessità di riconoscere all'insegnante anche il ruolo di "adulto significativo". Chi sono gli insegnanti che rispondono a questa definizione? Sono persone che non predicano i valori, ma li praticano tangibilmente, che non dicono "fai così", ma "fai con me", che sono capaci di traghettare i ragazzi e i giovani verso la vita adulta creando rapporti improntati alla fiducia, alla speranza, alla progettazione del futuro senza rinunciare, quando è il caso, anche a dire qualche energico no.
Tutti vorrebbero avere i figli seguiti da insegnanti "adulti significativi", ma nel discorso pubblico questo aspetto della questione è posto sotto traccia. Si percepisce un'evidente diffidenza verso quello che sembra un ritorno nostalgico ai buoni sentimenti stile Cuore. Eppure sono proprio questi comportamenti spesso silenti a mobilitare le scuole migliori, anche se sfuggono a qualsiasi rilevazione statistica.
Niente è più resistente della scuola al cambiamento mentre la realtà odierna nei suoi svariati aspetti — economico, lavorativo, tecnologico — spinge verso un rinnovamento a vasto raggio di questa istituzione le cui travature essenziali sono ancora quelle maturate nel XIX secolo. La scuola si può paragonare a un'anziana signora dalla bellezza ormai sfiorita che ha perso la sua giovanile baldanza e replica stancamente un passato ormai alle spalle. L'esito è quello di una deludente, quanto inutile, attesa di un ritorno di fiamma.
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Spesso gli altri siamo noi
di Ilvo Diamanti, su Rapporto di Carta di Roma 2017 (1/3/2018)

Le migrazioni raggiungono e attraversano il nostro Paese ormai da anni. E da molti anni abbiamo
conosciuto gli immigrati. Come persone ma, soprattutto, come presenze sempre più evidenti. Eppure
non ancora definite. Individuate. La tendenza, la tentazione, è di dare loro un’identità riflessa.
Che rispecchia le nostre ansie, i nostri timori. Talora, spesso, le nostre paure. Gli immigrati,
per noi, sono, restano, prevalentemente “gli altri”. Ai quali è difficile dare un volto. Perché gli altri
non hanno volto. Gli “altri” sono “altri da noi”. La nostra ombra. Perché assorbono i nostri ri-sentimenti.
Danno loro visibilità e ci permettono, così, di affrontare le nostre ansie. Le nostre paure.
Così, quando escono dall’anonimato, quando li conosciamo, quando diamo loro un nome, un’identità,
allora smettono di alimentare ri-sentimenti. Allora li ri-conosciamo. E diventano interlocutori,
colleghi. Per i nostri figli e per i più giovani: amici, compagni di scuola e del tempo libero. Il
problema, semmai, è che c’è una distanza molto ampia fra l’esperienza e la rappresentazione.
Soprattutto, mediale. Perché la rappresentazione dei media riflette e ripropone i sentimenti che
generano emozione. Che suscitano attenzione. E, quindi, fanno ascolti. Fanno vendere copie.
Alimentano l’audience. Per questo, la paura e il risentimento trovano tanto spazio, sui media.
Soprattutto in tempi di divisione e di competizione – politica ed elettorale. In tempi di campagna
elettorale, come questi. Perché amplificano i risentimenti. Scavano e riproducono solchi profondi
nella società. Dunque, dividono. Alzano muri. E noi, in questi tempi confusi e rabbiosi, abbiamo
bisogno di muri e divisioni, per sapere da che parte stare. Di conseguenza, per sapere dove siamo.
Perché le paure e le divisioni dis-orientano. Mentre i muri ri-orientano. Offrono senso di appartenenza.
Quantomeno, di rifugio.
Il rapporto realizzato da Carta di Roma, da alcuni anni, ci permette di individuare e riconoscere i
muri. In questo modo ci permette di superarli. Di abbassare il rumore della paura. Quest’anno, la
rassegna e la ricostruzione della presenza degli immigrati sui media propone qualche novità.
Anzitutto, le immagini hanno preso il sopravvento sulle parole. E le notizie sui giornali hanno
perso visibilità, rispetto ai Tg. Gli immigrati hanno perduto identità. Sono, come abbiamo detto, gli
altri. In-definiti. Così, si assiste a ondate mediatiche che corrispondono a eventi e soggetti specifici.
Episodi ad alto tasso di angoscia e drammaticità. Fatti criminali e di violenza, su cui si concentrano
i notiziari di prima serata. Nelle reti Mediaset una notizia su due relativa all’immigrazione
riguarda fatti criminali, di ordine pubblico e sicurezza.
In occasione dello stupro di Rimini (compiuto da 3 minorenni residenti in Italia, di origine marocchina
e un maggiorenne originario del Congo e provvisto di una protezione umanitaria), alcuni
telegiornali hanno dedicato 9 notizie, per alcuni giorni.
Nulla di nuovo, potremmo dire.
Tuttavia, nell’ultimo anno qualcosa è cambiato, nel racconto mediale del nostro rapporto con le
migrazioni e i migranti.
In primo luogo, tra i muri che ci dividono da loro, ha assunto un grande rilievo la religione. L’altro,
Le migrazioni raggiungono e attraversano il nostro Paese ormai da anni. E da molti anni abbiamo conosciuto gli immigrati. Come persone ma, soprattutto, come presenze sempre più evidenti. Eppure non ancora definite. Individuate. La tendenza, la tentazione, è di dare loro un’identità riflessa. Che rispecchia le nostre ansie, i nostri timori. Talora, spesso, le nostre paure. Gli immigrati,per noi, sono, restano, prevalentemente “gli altri”. Ai quali è difficile dare un volto. Perché gli altrinon hanno volto. Gli “altri” sono “altri da noi”. La nostra ombra.
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Sbatti l’immigrato 2.455 volte in prima pagina
di Simone Mosca, su www.cartadiroma.org (26/2/2018)

Scorre placido il Ticino, gli studenti lasciano le aule dell’Università, si abbassano le saracinesche delle vecchie botteghe, è solo mezzogiorno e mezzo ma nell’aria c’è già quell’inconfondibile suono di posate e stoviglie che dà il via al sonnolento rito del pranzo in provincia. Ma come si fa ad avere paura dei migranti a Pavia? «E invece è proprio così, e non solo a Pavia, in tutta Italia. Nel 2017 i crimini sono calati: gli omicidi dell’ 11,8 per cento, i delitti del 9, le rapine dell’11, i furti del 9. Gli sbarchi sono passati da 181 mila 436 a 119 mila 310, calando del 34 per cento. Solo la paura dello straniero è salita: quasi al 40.
«È che amiamo troppo i racconti di cronaca nera, migliaia di servizi, e finiamo coll’esserne condizionati. In Germania il tg nazionale cita casi di cronaca una ventina di volte all’anno». Andrea Caretta è presidente dell’Osservatorio di Pavia, l’istituto di ricerca indipendente che da oltre 30 anni si occupa dell’analisi dei media nazionali (web, tv, radio, stampa) per valutare il rispetto del pluralismo sociale, culturale e politico in relazione a temi come i diritti, l’economia, le questioni di genere. E ovviamente l’immigrazione. Si scandagliano i contenuti di quotidiani, telegiornali, testate online, in parte anche i social, si misurano le opinioni dei cittadini con dei sondaggi, si incrociano i risultati con i dati reali del ministero degli Interni. E alla fine grafici, torte, statistiche assortite dicono che l’Italia è una Repubblica fondata sulla percezione schizofrenica della realtà, non sui fatti. Un Paese rapito dallo spavento, incapace di valutare la complessità dei fenomeni e convinto che un episodio riassuma la verità del mondo.
La sede dell’Osservatorio è in via Roma 10, a pochi passi da via Strada Nuova 65 dove alcune delle 13 facoltà dell’ateneo locale affondano le radici nel 1361. Caretta siede a un tavolo della sala riunioni con Mirella Marchese, vice presidentessa, Antonio Nizzoli, responsabile dei rapporti con la Rai, Paola Barretta, ricercatrice che supervisiona molti dei report periodici dell’Osservatorio. I cui inizi risalgono a una delle più celebri anomalie italiane.
«Sì, Silvio Berlusconi. La nostra cooperativa era già nata nel 1985 in seno all’Università. Ma allora ci occupavamo solo del pluralismo all’interno dei programmi Rai. Poi arrivò il 1994. E Berlusconi scese in campo. Un monopolista dell’informazione candidato premier. Un equivalente dell’Agcom non esisteva ancora e decidemmo di estendere il nostro campo di indagine andando in qualche modo a tappare un buco nel sistema di controllo. Fu una prima volta per le democrazie occidentali e quell’esperienza ci trasformò in un avanguardia internazionale».
L’Osservatorio oggi collabora con 80 paesi, con l’Ocse, con l’Unione europea, impiega in pianta stabile 20 ricercatori, ha digitalizzato 600 mila ore di televisione, indicizzato un milione di notizie, tiene sotto controllo qualcosa come centomila soggetti. E da cinque anni, con la collaborazione di Demos e Unipolis, cura i rapporti annuali della Carta di Roma, associazione fondata nel 2011 per verificare la qualità del racconto dell’immigrazione sulla stampa. L’ultimo, uscito alla fine dello scorso, si intitolava Notizie da paura.
È dunque precedente ai “fatti di Macerata“, nell’ordine l’omicidio di Pamela Mastropietro e la tentata strage a sfondo razziale di Luca Traini. «Non abbiamo ancora raccolto dati spendibili sul fatto. Però can casi simili abbiamo già avuto a che fare». Uno risale al 2007. È il 30 ottobre, Tor di Quinto, Roma. Sono le 7 di sera e Giovanna Reggiani 47 anni, viene violentata e uccisa da Romulus Nicolae Mailat, muratore rumeno di 24 anni che vive nel campo rom vicino alla stazione dove la donna è appena scesa. Nei telegiornali Rai e Mediaset, orario prime time, il caso spinge la quota di servizi dedicati all’emergenza criminalità a 3.497. Per il 53,1 per cento degli italiani la sicurezza diventa la priorità assoluta. «È probabile che l’omicidio di Pamela abbia innescato lo stesso effetto».
Il caso di Traini invece propone una novità pericolosa. Somiglia a un altro caso. Fermo, 5 luglio 2016, primo pomeriggio. Per strada scoppia una lite tra Amedeo Mancini, 39enne ultrà della Fermana, ed Emmanuel Chidi Nnamdi, nigeriano di 36 anni che passeggia con la compagna. Mancini lo definisce “scimmia”, lo ammazza di botte, è un orrendo omicidio con aggravante razziale. Su Twitter però nei giorni successivi inizia a circolare un hashtag incredibile, #iostoconamedeo, che raccoglie migliaia di adesioni. «Allora la diga del giornalismo tradizionale funzionò. La condanna fu unanime, ci fu una definizione univoca del gesto. L’impressione stavolta è che la tentata strage di Traini sia stata condannata ma con molti distinguo e attraverso molteplici definizioni». Tentato omicidio, ferimento, tentata strage, terrorismo e via dicendo. «È probabile che in questo abbia pesato la prossimità delle elezioni, dove questi casi sono funzionali alla polarizzazione». Lo diventano con la complicità dei media. «Su tutti la tv conserva un ruolo predominante».
Sui telegiornali una notizia su tre relativa alle migrazioni prevede una voce politica, solo il 7 per cento delle volte viene fatto parlare un migrante. «In questo senso è importante parlare di notizie mancanti più che di notizie false. Un esempio. La maggior parte dei minori non accompagnati che migrano in Italia provengono dal Gambia. In cinque anni sui Tg il Gambia è stato nominato cinque volte».
Il tema dei migranti sui giornali è stato analizzato soprattutto attraverso i titoli dei quotidiani nazionali e locali. “Migrante” è la parola più ricorrente sulle prime pagine del 2017. È comparsa 2.455 volte. «In ambito linguistico, la situazione è migliorata. Termini come clandestino sono usciti dal vocabolario. Ma la nostra analisi non riesce ad entrare nello specifico di tutti gli articoli dove le brutte abitudini possono sopravvivere». L’Osservatorio non può ancora penetrare le maglie chiuse di Facebook: «L’unica ricerca che abbiamo ci dice che ogni 100 commenti o post di cui viene chiesta la rimozione, solo 72 vengono eliminati entro le 29 ore». Un tempo sufficiente a fabbricare migliaia di opinioni.
Scorre placido il Ticino, gli studenti lasciano le aule dell’Università, si abbassano le saracinesche delle vecchie botteghe, è solo mezzogiorno e mezzo ma nell’aria c’è già quell’inconfondibile suono di posate e stoviglie che dà il via al sonnolento rito del pranzo in provincia. Ma come si fa ad avere paura dei migranti a Pavia? «E invece è proprio così, e non solo a Pavia, in tutta Italia. Nel 2017 i crimini sono calati: gli omicidi dell’ 11,8 per cento, i delitti del 9, le rapine dell’11, i furti del 9. Gli sbarchi sono passati da 181 mila 436 a 119 mila 310, calando del 34 per cento. Solo la paura dello straniero è salita: quasi al 40.
«È che amiamo troppo i racconti di cronaca nera, migliaia di servizi, e finiamo coll’esserne condizionati. In Germania il tg nazionale cita casi di cronaca una ventina di volte all’anno». Andrea Caretta è presidente dell’Osservatorio di Pavia, l’istituto di ricerca indipendente che da oltre 30 anni si occupa dell’analisi dei media nazionali (web, tv, radio, stampa) per valutare il rispetto del pluralismo sociale, culturale e politico in relazione a temi come i diritti, l’economia, le questioni di genere. E ovviamente l’immigrazione. Si scandagliano i contenuti di quotidiani, telegiornali, testate online, in parte anche i social, si misurano le opinioni dei cittadini con dei sondaggi, si incrociano i risultati con i dati reali del ministero degli Interni. E alla fine grafici, torte, statistiche assortite dicono che l’Italia è una Repubblica fondata sulla percezione schizofrenica della realtà, non sui fatti. Un Paese rapito dallo spavento, incapace di valutare la complessità dei fenomeni e convinto che un episodio riassuma la verità del mondo.
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