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Come spiegare ai bambini la diversità
di Elisabetta Maùti

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Migrazioni forzate di ieri, di oggi, e di domani
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di Francesco D'Adamo
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Testi e disegni
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Va bene se ...
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Per l'uguaglianza
Come cambiare i nostri immaginari

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La Pina
Il pianeta dei calzini spaiati

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Tradizione, identità, memoria
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L’hijab, cinque verità che stravolgono i luoghi comuni
Traduzione a cura di Luciana Buttini dall’articolo originale di Peter Hopkins
pubblicato su The Conversation, su www.vociglobali.it (25/8/2016)


Le Olimpiadi di Rio 2016 si sono rivelate non solo una piattaforma per le abilità sportive, ma hanno anche contribuito a scuotere alcuni pregiudizi culturali conservati a livello tradizionale.
In Occidente, gli abiti della tradizione musulmana come ad esempio l’hijab appaiono agli occhi di molti come un segno di oppressione maschile nei confronti delle donne. Tuttavia la questione non è così semplice: molte donne scelgono di indossare l’hijab come segno di fede, femminismo, o semplicemente perché lo vogliono.
Recentemente, la decisione della giocatrice egiziana diciannovenne di pallavolo Doaa Elghobashy di indossare un hijab mentre gareggiava contro la Germania ha fatto scalpore. La divisa di squadra sua e della compagna Nada Meawad, costituita da una maglietta a maniche lunghe e pantaloni lunghi fino alle caviglie, erano già apparsi in “netto contrasto” con i bikini indossati dalle giocatrici tedesche, tuttavia è stato proprio sull’hijab di Elghobashy che si è focalizzata l’attenzione dei media.
Le Olimpiadi di Rio 2016 si sono rivelate non solo una piattaforma per le abilità sportive, ma hanno anche contribuito a scuotere alcuni pregiudizi culturali conservati a livello tradizionale.
In Occidente, gli abiti della tradizione musulmana come ad esempio l’hijab appaiono agli occhi di molti come un segno di oppressione maschile nei confronti delle donne. Tuttavia la questione non è così semplice: molte donne scelgono di indossare l’hijab come segno di fede, femminismo, o semplicemente perché lo vogliono.
Recentemente, la decisione della giocatrice egiziana diciannovenne di pallavolo Doaa Elghobashy di indossare un hijab mentre gareggiava contro la Germania ha fatto scalpore. La divisa di squadra sua e della compagna Nada Meawad, costituita da una maglietta a maniche lunghe e pantaloni lunghi fino alle caviglie, erano già apparsi in “netto contrasto” con i bikini indossati dalle giocatrici tedesche, tuttavia è stato proprio sull’hijab di Elghobashy che si è focalizzata l’attenzione dei media.
Elgobashy e Meawad sono state la prima squadra a rappresentare l’Egitto nella pallavolo alle Olimpiadi e, stando alle parole di Elgobashy, l’hijab che indossa da dieci anni “non mi impedisce di fare le cose che amo“.
La determinazione e l’abilità sportiva mostrate da Elgobashy sono esattamente il contrario della credenza secondo la quale tutte le donne musulmane che indossano l’hijab sono passive e oppresse. Il sostegno e l’approvazione che l’hijab di Elgobashy ha anche ricevuto sono in netto contrasto con il divieto di indossare il burkini in diverse città francesi – anche se a guardarle, entrambe le divise coprono la stessa quantità di corpo.
Oggi molte donne musulmane indossano l’hijab e altri abiti tradizionali per contestare la credenza che siano simboli di controllo. Infatti, ci sono diverse verità che rivelano le motivazioni sugli abiti musulmani e il loro uso. Verità che la società deve ascoltare.
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Piccoli schiavi, quei minori stranieri soli e fonte di reddito per la criminalità

pubblicato su www.redattoresociale.it (24/8/2016)

Dossier Save the children. Al mondo una vittima su 5 è un bambino o un adolescente: "schiavi invisibili", vittime di sfruttamento sessuale o lavorativo. In Italia nei primi sei mesi dell’anno raddoppiati i minori soli giunti via mare rispetto al 2015, oltre mille inseriti in programmi di protezione (7% sotto 18 anni).
 
Demolire e deportare, bambini a rischio nella Jordan Valley
di Patrizia Cecconi, su www.articolo21.org (24/8/2016)

Non si può tacere davanti alla nuova grave violazione del Diritto umanitario internazionale programmata dal governo israeliano: abbattere la scuola del villaggio beduino di Khan al Ahmar costruita dalla ong italiana Vento di Terra col patrocinio del Consolato italiano di Gerusalemme, delle Nazioni Unite, della Conferenza Episcopale Italiana e della Cooperazione Italiana allo sviluppo.
La scuola è un campione di creatività essendo stata costruita col riciclo di pneumatici usati e senza fondazioni perché Israele nei territori che occupa e che amministra non consente costruzioni vere e proprie, neanche per i più elementari diritti umani, come il diritto all’istruzione.
Ma Israele questa scuola non l’ha mai voluta e da anni cerca scuse per abbatterla. In realtà vuole deportare l’intero villaggio di Khan al Ahmar, a partire dai 178 bambini che frequentano la scuola, ed avere mano libera per espandere gli insediamenti illegali e far passare il muro di separazione, altrettanto illegale, che mira a dividere in due tronconi la Palestina impedendo ogni possibile reale percorso di pace.
Tale violenza, che si configura, tra l’altro, come violazione degli artt. 49 e 53 della IV Convenzione di Ginevra, al momento è sottoposta al vaglio della Corte Suprema Israeliana che si esprimerà fra due giorni, altra aberrazione legale visto che, in mancanza di azioni da parte delle Organizzazione preposte alla tutela del Diritto internazionale ci si affida al tribunale dell’occupante “riconoscendogli” un ruolo super partes!
Bambini e insegnanti hanno anticipato di due settimane l’apertura dell’anno scolastico per presidiare la loro scuola e chiedono attenzione mondiale al loro problema che, se nello specifico è il problema di 178 bambini, in realtà è la violazione di più principi del Diritto universale e ci riguarda tutti.
Per tutto ciò la nostra Associazione si unisce all’appello della Comunità Internazionale a sostegno del diritto allo studio e all’autodeterminazione delle comunità beduine in Palestina e sollecita i media a dare la dovuta attenzione a questo ennesimo caso di violazione della dignità umana per mano di uno Stato, come quello di Israele, ritenuto, con sempre minori ragioni, uno Stato democratico.
* Associazione Oltre il Mare, onlus
Non si può tacere davanti alla nuova grave violazione del Diritto umanitario internazionale programmata dal governo israeliano: abbattere la scuola del villaggio beduino di Khan al Ahmar costruita dalla ong italiana Vento di Terra col patrocinio del Consolato italiano di Gerusalemme, delle Nazioni Unite, della Conferenza Episcopale Italiana e della Cooperazione Italiana allo sviluppo.La scuola è un campione di creatività essendo stata costruita col riciclo di pneumatici usati e senza fondazioni perché Israele nei territori che occupa e che amministra non consente costruzioni vere e proprie, neanche per i più elementari diritti umani, come il diritto all’istruzione. Ma Israele questa scuola non l’ha mai voluta e da anni cerca scuse per abbatterla. In realtà vuole deportare l’intero villaggio di Khan al Ahmar, a partire dai 178 bambini che frequentano la scuola, ed avere mano libera per espandere gli insediamenti illegali e far passare il muro di separazione, altrettanto illegale, che mira a dividere in due tronconi la Palestina impedendo ogni possibile reale percorso di pace.
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Il corpo della donna nell’arte e nella vita tra laicità e integralismo
di Maria Cristina Serra, su www.articolo21.org (21/08/2016)

Sono state la fame e la mancanza del pane nel 1789 a far scatenare la rivoluzione in Francia. E sono stati i valori dei Lumi, la rivendicazione dei diritti di Libertà, Uguaglianza e Laicità a guidare uomini e donne, a spingerli verso una lotta sanguinaria contro l’assolutismo politico e religioso. La Francia di allora ha indicato la strada all’Europa per uscire dall’oscurantismo e da quello che ancora sopravviveva del Medioevo.
La ghigliottina fu un male necessario per spezzare le catene del passato, per spegnere i roghi dell’intolleranza, armi letali di controllo delle masse. Furono lasciati alle spalle i secolari ceppi infuocati sui quali venivano arsi corpi e cervelli di donne non conformi alle regole stabilite dal potere dominante, e per questo definite streghe. Il cammino delle donne per raggiungere la piena parità nei confronti del mondo maschile è stato lungo e prosegue tuttora, soprattutto per adeguare lo stesso trattamento sul lavoro e nelle retribuzioni; ma di fatto nei sistemi occidentali l’uguaglianza formale è regolata per legge.
L’opportunismo, la nauseante ipocrisia, i proclami di vescovi e politici, che in nome di una presunta libertà di pensiero e professione di culto spingono le “politically correct” testoline nostrane a prendere le distanze dalle autorità francesi, colpevoli di voler mettere al bando l’imbalsamante costume islamico, chiamato burkini, ci riempiono di indignazione e di imbarazzo. Nessuna di queste menti “illuminate” da Dio e dalle leggi dello Stato laico difenderebbe, però, qualcuna di noi in bikini, anche se coperto da un pareo, in una spiaggia degli Emirati arabi, dove è proibito mostrare il corpo femminile. E’ questa la reciprocità di cui tanto si parla? Ma senza ciò, il rispetto delle differenze culturali è aria fritta, asservimento, sottomissione, che prende a pretesto un abbigliamento femminile coprente dalla testa ai piedi, per sbeffeggiare, svilire e strumentalizzare il corpo delle donne, la loro libertà di svestirsi e di godere pienamente il piacere naturale dell’acqua, del sole, della brezza marina.
Perché l’uso del burkini non dovrebbe essere regolato e, invece, sulle spiagge non possono avere libero accesso i nudisti, che fanno della loro nudità corporea una scelta culturale ed etica di vita? Perché loro “fanno scandalo” e li si rinchiude in dedicate “riserve indiane”? E allora come non pensare che l’ostentazione di un costume più simile ad una muta subacquea che a una mise da bagno, non possa mettere a disagio noi donne dai comportamenti e pensieri occidentali? Noi donne che ci sentiamo libere e a nostro agio in minigonna o in pantaloni, in costume intero o in succinti bikini, grasse e magre, giovani e attempate, ci sentiamo violentate dagli anatemi dei “benpensanti”, laici o religiosi: queste liberalità ce le siamo conquistate con anni ed anni di lotte e di determinazione!
Come non pensare allora che gli uomini di religione islamica, in short e a petto nudo, che accompagnano le loro mogli completamente coperte, non ci rechino offesa con i loro sguardi intensi, voyeuristi, sulle nostre nudità? E se qualche “firma” si domanda perché tanta ostilità verso il burkini non è invece indirizzata ai “burini”, che imperversano sulle spiagge, è lecito pensare che i “burini” non sono né una categoria dello spirito né un’ideologia politica né una specie umana facilmente definibile. Si annidano numerosi, più che nelle spiagge popolari, in quelle frequentate dai “nouveaux-riches” e nei ristoranti stellati, inaccessibili a noi comuni mortali, che arriviamo faticosamente a fine mese; sono una specie camaleontica ben mimetizzata soprattutto fra gli intellettuali “à la page” e tra i neo-acculturati ben remunerati. Ma si sa, ormai, liberi di sentenziare su tutto con aria solenne e “moralisticheggiante”, da dietro una cattedra da docenti “a gettone”, straparlando sull’integrazione e quant’altro! Le parole del premier francese Manuel Valls al quotidiano La Provence sono eloquenti e sintetizzano l’essenza del problema: “le spiagge come ogni spazio pubblico devono essere difese dalle rivendicazioni religiose. Il burkini non né un nuovo tipo di costume da bagno né una moda. E’ la traduzione di un progetto politico, di contro-società, fondata notoriamente sulla sottomissione della donna”.
Una recente, meravigliosa mostra al Museo d’Orsay di Parigi ha affrontato il tema della libertà femminile, prendendo di vista il mondo della prostituzione. “Splendeurs et miséres. Images de la prostitution 1850-1910” ha con audacia e onestà intellettuale illustrato questa tematica senza tabù, attraverso foto d’epoca, documenti, sculture e tele di artisti celebri. “E’ stata la prima volta che la rappresentazione della prostituzione diviene l’oggetto di una esposizione”, hanno spiegato le curatrici Isolde Pludermarcher e Marie Robert. “Un tema ricco di suggestione e di tematiche ancora inesplorate, che abbiamo trattato con articolate sfaccettature, senza il compiacimento di una lettura licenziosa né frivola”.
Con pertinenza e originalità il percorso espositivo inizia con una grande sezione dedicata alle strade e ai caffè come spazi pubblici nei quali “femmine oneste”, “prostitute ufficiali” od “occasionali” si mescolano, offrendo agli artisti dettagli da catturare e immortalare, in un’epoca in cui la rappresentazione della prostituzione era vissuta da pittori, scrittori e poeti in una dimensione ricca di implicazioni romantiche ed emozionali.
Vittime, seduttrici o icone moderne, le donne ritratte esprimono nei loro sguardi tutte le anime e le sfaccettature femminili che nessun velo potrà mai offuscare. Non temono giudizi né censure, libere comunque di osservare il mondo con la loro profonda umanità. La meravigliosa modella di Giovanni Boldini, “Traversant la rue”, avanza leggiadra sul pavè argenteo, fasciata in un verde smeraldo arricchito da volants, con un gran mazzo di fiori fra le braccia: intorno a lei al vita di tutti i giorni scorre tranquilla. Lo sguardo magnetico di “Olympia”, il capolavoro senza tempo di Edouard Manet, domina il visitatore incantato dal suo incarnato perlaceo e dalla sua posa plastica. E’ sfrontata la “Mòme à Gallieni” di Frantisek Kupka, scolpita dai colori forti “fauvisti”: l’incarnazione di una femminilità moderna che non teme giudizi morali. Sono splendide, misteriose, inquietanti le giovanissime modelle di Degas, spettinate, nude e impudiche, mentre si lavano e si pettinano incuranti degli sguardi altrui. I colori pallidi accentuano l’erotismo scenico. Che siano le famose ballerine sulle punte o le ragazze del bordello, l’inquieta misoginia dell’artista, espressa in prospettive pittoriche simili a inquadrature fotografiche, audaci e luminose, sono di una veridicità spietata, ma rivelano comunque la vitalità, la pienezza e la grazia del corpo femminile.
Il corpo è libero di mostrarsi senza vergogna nel magnifico dipinto di Henry de Toulouse-Lautrec, “Femme tirant son bas”, davanti alla sua compiacente maitresse. La gioia, la dannazione, la tristezza, la complicità, l’intimità nella vita delle case chiuse sono affrontate con infinito amore, rispetto e cura dei particolari dall’artista, che in quei luoghi ritrovava la tenerezza di un’umanità profusa di dignità, che lo accoglieva e lo proteggeva: “In nessuna altra parte del mondo mi sento più me stesso, come se fossi a casa mia”, dirà.
Mille sfumature di blu avvolgono la “La Femme mélancolique” di Pablo Picasso, con una luce in chiaro a rischiararne il volto; quasi a manifestare la profonda empatia tra loro due. E’ una donna libera, seduta al tavolino del bar davanti ad un boccale di birra e una sigaretta fra le dita, “Agostina Segatori au tamburin”, nel celebre ritratto di Vincent Van Gogh: il sorriso appena accennato, gli occhi neri e decisi, le forme sinuose e rassicuranti, le molteplici tonalità del verde che sfumano nei grigi, tocchi di giallo e rosso, le forti pennellate che appaiono scaturire dall’anima, a scavare nell’interiorità del soggetto con profondità di sentimento.
Una sezione della mostra è dedicata alle “Cortigiane” e alle Dame dei salotti parigini, colte, raffinate, affascinanti, padrone della propria vita. Donne che disponevano non solo del loro corpo, ma anche delle loro grandi doti intellettuali, ricche di cultura e spesso conoscitrici del mondo dell’arte, tanto da diventare scopritrici di talenti e così “à la page”, da imporre mode e costumi. Erano celebrate e adorate da Baudelaire, Flaubert, Delacroix, Dumas, Zola, che sovente le elevavano nelle loro opere al ruolo di muse ispiratrici.
Nei due secoli scorsi, l’unità di spirito e corpo per le donne era un’aspirazione, per alcune “più fortunate” era già una realizzazione. Oggi, che sembra che il mondo voglia tornare indietro, con lo sguardo rivolto ad un passato oscurantista, ci viene in mente il motto “rivoluzionario” del movimento femminista nei primi anni Settanta: “Non più puttane, non più madonne, finalmente donne”.
Nei due secoli scorsi, l’unità di spirito e corpo per le donne era un’aspirazione, per alcune “più fortunate” era già una realizzazione. Oggi, che sembra che il mondo voglia tornare indietro, con lo sguardo rivolto ad un passato oscurantista, ci viene in mente il motto “rivoluzionario” del movimento femminista nei primi anni Settanta: “Non più puttane, non più madonne, finalmente donne”. 
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Il burkini e l'autodeterminazione dell'individuo
di Yuri Guaiana, su www.huffingtonpost.it (20/8/2016)

Il recente dibattito sul burkini si è sviluppato soprattutto attorno ai temi della religione e della laicità o del ruolo della donna nella società o persino della sicurezza e del terrorismo. Per noi radicali e liberali, invece, la questione attiene al principio fondamentale della libertà individuale e dell'autodeterminazione dell'individuo. Solo seguendo questa strada ci si può liberare di moralismi e fobie sempre in agguato quando si discute di temi sociali controversi e andare all'essenza della questione senza manicheismi.
Da radicale e liberale, seguo la filosofia della libertà che è basata sul principio della proprietà di se stessi dal quale discende che ciascuno è proprietario esclusivo della propria vita e del proprio corpo. Ciò significa che nessun altro può avere sulla nostra vita e sul nostro corpo una pretesa più alta della nostra, a cominciare dallo Stato.
"Il corpo è mio e lo gestisco io" gridavano giustamente le femministe negli anni '70, poiché negare la libertà di scegliere sui propri corpi è una decisione che va contro il diritto all'autodeterminazione delle donne, così come degli uomini.
È del tutto evidente, pertanto, che le ordinanze dei Comuni di Cannes e Sisco, in Corsica, ledono gravemente il principio di autodeterminazione e la libertà individuale e sono assolutamente da rigettare e contrastare.
In quest'ottica, il tema del burkini si lega a quello, che si colloca all'estremo opposto del continuum, del naturismo poiché entrambi attengono a come ciascuno decide di disporre del proprio corpo vestendolo o svestendolo in un certo modo in pubblico o in luoghi aperti al pubblico.
E infatti critico anche le ordinanze di vari comuni italiani che, basandosi sui regolamenti di polizia urbana, vietano agli uomini di girare a torso nudo per salvaguardare il decoro delle medesime città.
Ciò non implica che non si possano regolamentare i contesti nei quali la nudità o certi abbigliamenti siano o meno consentiti, ma il regolamentare è ben diverso dal vietare.
Ricordiamo che anche la norma che vieta l'uso di mezzi atti a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona è un emendamento del 1977 alla Legge Reale del 1975 ed è comunque limitato dalla clausola "senza giustificato motivo".
Una norma che nasce in un contesto di minaccia terroristica simile a quello che viviamo oggi e che sopravvisse al referendum radicale del 1978, ma una norma recente e che, nel caso che a noi interessa, tempera il divieto con la clausola del giustificato motivo.
Non è un caso per altro che, in Italia, non esista una legge che vieta precipuamente l'utilizzo di un velo che copra il volto come il niqab o il burqa e che ci siano solo due paesi in Europa che hanno emanato una legislazione simile negli ultimi anni: la Francia, guarda caso, che ha vietato "una tenuta atta a dissimulare il viso" con una legge dell'ottobre 2010, e il Belgio, con una legge del giugno 2011.
D'altra parte, né nel codice penale, né in nessuna legge dello Stato italiano, c'è nemmeno un qualsiasi tipo di divieto riguardante il naturismo, benché alcuni articoli del codice penale che fanno riferimento ad atti che possono ledere la pubblica decenza o essere considerati osceni dal comune senso del pudore, potrebbero essere contestati ai naturisti, quando stanno nudi in un luogo pubblico.
Altro tema che a questo può legarsi, in un'ottica liberale, è quello del cross-dressing (o del travestitismo). Ovviamente ritengo che il cross-dressing sia un diritto, ci mancherebbe. Come nei casi precedenti, non esiste una legge che vieti esplicitamente il travestitismo.
Tuttavia, l'art. 85 del Regio decreto 773/1931 (si badi alle date, siamo in pieno fascismo!) vieta di "comparire mascherati in luogo pubblico". La norma è stata interpretata come "alterazione dei connotati essenziali del sesso e della persona fisica"- il che impedirebbe alle forze dell'ordine di identificare immediatamente un soggetto in maniera sicura e incontrovertibile - tra gli anni '70 e gli '80, a causa della minaccia terroristica e del conseguente irrigidirsi dei controlli, ma anche nel 2007 nel pescarese per colpire le lavoratrici del sesso transessuali.
Come si vede, la strada dei divieti è assai sdrucciolevole. Per me, compito precipuo dello Stato dev'essere quello di tutelare il diritto all'autodeterminazione dell'individuo e le libertà individuali, nel caso specifico, il diritto di ciascuna e ciascuno a indossare (o non indossare) ciò che ritiene.
Nel caso specifico, le donne devono poter decidere di non indossare quello che gli uomini gli dicono, ma lo Stato non può costringerle a farlo, deve solo proteggere la loro libertà di scelta. Le donne devono poter decidere come vestirsi (o svestirsi) a prescindere dallo Stato e dallo sguardo maschile, salvo che non vogliano scegliere di sedurre quello sguardo, ma anche in questo caso, devono poter scegliere loro come farlo, non certo lo Stato.
Il recente dibattito sul burkini si è sviluppato soprattutto attorno ai temi della religione e della laicità o del ruolo della donna nella società o persino della sicurezza e del terrorismo. Per noi radicali e liberali, invece, la questione attiene al principio fondamentale della libertà individuale e dell'autodeterminazione dell'individuo. Solo seguendo questa strada ci si può liberare di moralismi e fobie sempre in agguato quando si discute di temi sociali controversi e andare all'essenza della questione senza manicheismi.
Da radicale e liberale, seguo la filosofia della libertà che è basata sul principio della proprietà di se stessi dal quale discende che ciascuno è proprietario esclusivo della propria vita e del proprio corpo. Ciò significa che nessun altro può avere sulla nostra vita e sul nostro corpo una pretesa più alta della nostra, a cominciare dallo Stato.
"Il corpo è mio e lo gestisco io" gridavano giustamente le femministe negli anni '70, poiché negare la libertà di scegliere sui propri corpi è una decisione che va contro il diritto all'autodeterminazione delle donne, così come degli uomini.
È del tutto evidente, pertanto, che le ordinanze dei Comuni di Cannes e Sisco, in Corsica, ledono gravemente il principio di autodeterminazione e la libertà individuale e sono assolutamente da rigettare e contrastare.
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Pubblicità – Regresso: l’immagine delle donne
di Laura Berti, su www.articolo21.org (10/8/2016)

La prima domanda che sorge spontanea è: ma come gli è venuto in mente? Realizzare una foto pubblicitaria con una donna stesa a terra in un contesto di degrado, con i pantaloni abbassati e la maglietta tirata sopra l’ombelico. Una donna chiaramente vittima di uno stupro. Il tutto per reclamizzare niente popò di meno che un paio di stivaletti. Che francamente questa pubblicità non invita propriamente ad acquistare…
Una campagna che ha giustamente provocato lo sdegno di moltissime persone, compresi i produttori dello stivaletto incriminato che giurano di non saperne nulla di questa bella pensata pubblicitaria dell’azienda che distribuisce scarpe e borse.
Come gli è venuto in mente, allora, ripetiamo?
E’ una specie di appuntamento. Ogni tanto, ad intervalli più o meno regolari, qualcuno fa il classico scivolone. Ovvero esagera.
Nel 2009 ad esagerare fu il Calendario Pirelli, con una splendida modella nera trascinata da due persone, seminuda e con un’espressione terrorizzata. Non ci vuole un genio per capire che anche in quel caso si trattava dell’immagine di uno stupro. Ma il bello fu la spiegazione. I responsabili dell’Ufficio delle Relazioni esterne della Pirelli specificarono che non era affatto uno stupro ma si trattava della citazione recitata di “un rito buscimano”.
Magari sì, era anche vero, ma le immagini valgono per ciò che comunicano e il ragionevole dubbio che sorge è che questo calendario Pirelli non fosse visto solo da esperti antropologi culturali avvezzi ai riti buscimani. Anzi. I calendari con le donne nude (scusate, sintetizzo) in genere sono appesi dai meccanici che in linea di massima di riti buscimani sanno pochino. E il ragazzino che, entrando dal meccanico con il motorino da riparare, abbia visto questa foto del calendario, cosa avrà pensato? Che il rito buscimano è molto interessante o che può essere lecito trascinare a piacimento una donna nuda e spaventata?
E se il bello sono le giustificazioni, l’altro scivolone ancor prima, nel 2007 fu la casa di moda Dolce e Gabbana a farlo.
Una ragazza immobilizzata a terra da un uomo con intorno altri uomini a guardare. Un altro richiamo evidente ad uno stupro. Allora si mobilitarono molte associazioni, politici, tutti a protestare perché si ritirasse quella pubblicità. Ma la replica fu: Anche le fotografie, e quindi le campagne pubblicitarie, sono una forma d’arte e rientrano nel grande tema della libertà artistica. Se si entra nel merito di un’opera d’arte, «allora bisognerebbe chiudere anche il Louvre e la maggior parte dei musei del mondo». Tra l’altro – aggiunsero dalla casa di moda – la donna nell’immagine non ha affatto un’aria sofferente.
Ah ecco, siamo oltre. Alle donne, in fondo essere immobilizzate a terra da un energumeno magari piace.
Ma siamo matti?
Ho parlato finora di scivoloni. Ma bisogna riflettere sul fatto che si scivola solo se il terreno è viscido. Ed è su un terreno culturale molto viscido che continuiamo a muoverci sotto il profilo dei diritti femminili.
Negli ultimi anni noi donne abbiamo avuto un’eccessiva paura di apparire “vetero-femministe” e siamo passate sopra a troppe cose. Troppe violazioni della dignità femminile nelle pubblicità, ma anche nei programmi televisivi in cui veniamo considerate “prede” tutte concentrate nello sforzo di essere la più “appetibile” per il maschio.
Sono questi gli elementi che fanno cultura. Molto più dei libri, purtroppo, molto più della scuola, anche quando è veramente educativa.
Fa di più l’immagine di una ragazza buttata a terra come uno straccio usato, o immobilizzata da un gruppo di uomini, o un programma in cui il valore della persona scompare dietro minigonne mozzafiato e gambe perfette.
E’ inutile che continuiamo a meravigliarci dell’ennesimo femminicidio o della nuova violenza di gruppo su una ragazzina perpetrata da minorenni.
I modelli sono questi. Se su un cartellone pubblicitario la violenza su una donna è normale, se in una trasmissione televisiva viene mostrato che la massima aspirazione di una ragazza è quella di essere voluta e concupita dal più figo di turno, non possiamo stupirci che i giovani maschi escano in strada come andando a caccia..
E’ un circolo vizioso che va interrotto. Con prese di posizione forti, sia sulla pubblicità che sui programmi tv. E senza paura di apparire bigotte o, appunto, vetero-femministe, manco fosse una parolaccia.
E’ come se in questi ultimi decenni, il legittimo desiderio di affermazione sul lavoro ci avesse fatto lasciare indietro temi che pensavamo in parte risolti come la parità sessuale. E non è un caso che alla sempre maggiore affermazione delle donne sul lavoro stia corrispondendo una sempre maggiore violenza cieca a livello domestico e di relazione.
Ma se questo processo viene rafforzato da pubblicità e programmi che confortano un pensiero maschile distorto, allora vedremo sempre più tragedie con le donne come vittime.
Dobbiamo ritrovare l’indignazione per pubblicità come quella di questi stivaletti. Dobbiamo protestare contro programmi lesivi della dignità femminile. Perché non è una vergogna né una diminutio affermare la propria dignità. E a capirlo devono essere soprattutto le ragazze più giovani. Per le quali tutta questa violenza, psicologica e purtroppo anche fisica, sta diventando una drammatica normalità.
La prima domanda che sorge spontanea è: ma come gli è venuto in mente? Realizzare una foto pubblicitaria con una donna stesa a terra in un contesto di degrado, con i pantaloni abbassati e la maglietta tirata sopra l’ombelico. Una donna chiaramente vittima di uno stupro. Il tutto per reclamizzare niente popò di meno che un paio di stivaletti. Che francamente questa pubblicità non invita propriamente ad acquistare…
Una campagna che ha giustamente provocato lo sdegno di moltissime persone, compresi i produttori dello stivaletto incriminato che giurano di non saperne nulla di questa bella pensata pubblicitaria dell’azienda che distribuisce scarpe e borse.
Come gli è venuto in mente, allora, ripetiamo? E’ una specie di appuntamento. Ogni tanto, ad intervalli più o meno regolari, qualcuno fa il classico scivolone. Ovvero esagera.
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Femminicidio: "Caro ministro renda obbligatori i corsi di educazione sentimentale nelle scuole"
Il tema della violenza sulle donne non è un problema delle donne, non è un qualcosa legato soltanto alla pazzia di un momento o a un raptus, è purtroppo qualcosa di più profondo, è intrinseco nella cultura del nostro Paese, dove l’uguaglianza fra uomo e donna è, per molti aspetti, più formale che sostanziale.
La violenza sulle donne è un tema che ci interessa tutti, uomini e donne.
Di fronte a tante vittime, come uomo in primo luogo, e poi come Sindaco e Presidente di Provincia, Le chiedo di rendere obbligatori nelle scuole i corsi di educazione sentimentale e di genere.
E’ evidente che l’idea della ‘donna-oggetto’ di cui un uomo può disporre fino alla morte appartiene alla nostra cultura, è evidente che c’è difficoltà ad accettare che una donna dica ‘no’, è evidente che una donna deve aver paura a dire ‘la relazione è finita’.
So che l’iter in Parlamento su questo argomento è stato tortuoso, ma c’è bisogno di coraggio. C’è bisogno di superare le resistenze di chi non vuole che si diffonda con forza la cultura della donna libera, autonoma, che si auto-determina.
Tra l’altro, sono convinto che una donna libera, autonoma e che si auto-determina è anche garanzia affinché nella nostra società ci siano famiglie forti, coese, che sanno fare fronte alle difficoltà. Lo scambio alla pari fra uomo e donna, infatti, è un valore straordinario, che dà alla coppia una marcia in più, e che le consente di affrontare gli ostacoli che nella vita capitano.
Non è nella paura, nel possesso, nel tarpare le ali la felicità, né sociale, né del singolo.
E’ necessario affrontare il tema di che cosa significa essere ‘uomo’, di cosa significa essere ‘donna’, di cosa significa il rispetto, cosa vuol dire ‘avere una relazione sentimentale’.
Chiedo a Lei di rendere obbligatori questi corsi perché è un tema d’interesse nazionale, che richiede fondi ad hoc perché esperti si occupino di svolgere i corsi nelle scuole di tutta Italia.
C’è bisogno di un segnale forte dal Governo – sappiamo che la Buona Scuola lo prevede, ma occorre un impegno maggiore – nel senso che l’educazione sentimentale e di genere non deve essere presentata come un optional nelle scuole, bensì come una cosa che va fatta. Questo accade da anni in tanti Paesi dell’Unione Europea, in Germania dal 1968, in Danimarca e Finlandia dal 1970, in Francia dal 1998, per fare alcuni esempi.
Come istituzione locale, mi metto a disposizione per collaborare fattivamente a questo percorso, certo che a noi si uniranno tanti primi cittadini e anche le altre Istituzioni del territorio.
La violenza sulle donne – il Femminicidio – oggi ci richiede
azioni concrete per cambiare una cultura maschilista-sessista che purtroppo è ancora radicata, e che purtroppo spesso emerge in tutta la sua brutalità.
Non voglio più che le nostre comunità piangano una vittima, vogliamo agire perché non succeda mai più.
Insieme possiamo incidere, possiamo promuovere una cultura sentimentale degna del sentimento più bello che conosciamo, ovvero dell’Amore.
di Luca Menesini (Sindaco di Capannori, Lucca) scive a Stefania Giannini (Ministro dell'Istruzione), su www.repubblica.it (4/8/2016)

Il tema della violenza sulle donne non è un problema delle donne, non è un qualcosa legato soltanto alla pazzia di un momento o a un raptus, è purtroppo qualcosa di più profondo, è intrinseco nella cultura del nostro Paese, dove l’uguaglianza fra uomo e donna è, per molti aspetti, più formale che sostanziale. La violenza sulle donne è un tema che ci interessa tutti, uomini e donne. Di fronte a tante vittime, come uomo in primo luogo, e poi come Sindaco e Presidente di Provincia, Le chiedo di rendere obbligatori nelle scuole i corsi di educazione sentimentale e di genere.
E’ evidente che l’idea della ‘donna-oggetto’ di cui un uomo può disporre fino alla morte appartiene alla nostra cultura, è evidente che c’è difficoltà ad accettare che una donna dica ‘no’, è evidente che una donna deve aver paura a dire ‘la relazione è finita’. So che l’iter in Parlamento su questo argomento è stato tortuoso, ma c’è bisogno di coraggio. C’è bisogno di superare le resistenze di chi non vuole che si diffonda con forza la cultura della donna libera, autonoma, che si auto-determina. Tra l’altro, sono convinto che una donna libera, autonoma e che si auto-determina è anche garanzia affinché nella nostra società ci siano famiglie forti, coese, che sanno fare fronte alle difficoltà. Lo scambio alla pari fra uomo e donna, infatti, è un valore straordinario, che dà alla coppia una marcia in più, e che le consente di affrontare gli ostacoli che nella vita capitano. Non è nella paura, nel possesso, nel tarpare le ali la felicità, né sociale, né del singoli.
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Social, siamo sicuri che i nostri figli vogliano essere postati?
di Fogliazza, su www.ilfattoquotidiani.it (2/8/2016)

Conosco uno che va ancora in giro con le foto dei figli nel portafoglio, ma conosco solo lui. Noi le schiaffiamo direttamente sui social, mettiamo a nudo pezzi di intimità domestica, orgoglio di mamma e papà, felicità digitali. E mentre le foto galleggiano libere nel web approdano anche sullo schermo di chi non ci conosce, apriamo a un mondo (che vogliamo ignorare) le “porte di casa”.
Il punto è che sul pianerottolo non ci siamo noi adulti, ma i nostri figli. E se a loro l’idea non piacesse? Glielo abbiamo mai chiesto? E se anche glielo chiedessimo siamo sicuri che risponderebbero liberamente la verità? O ci hanno visto talmente tante volte ignorarli, perché dovevamo postare urgentemente l’ennesima fuffa prima che il mondo (virtuale) si dimenticasse di noi, che ormai hanno (dis)imparato da noi? I nostri figli sanno (come se noi grandi lo sapessimo) che le foto per le quali non gli abbiamo chiesto l’autorizzazione diventano patrimonio pubblico?
Conosco uno che va ancora in giro con le foto dei figli nel portafoglio, ma conosco solo lui. Noi le schiaffiamo direttamente sui social, mettiamo a nudo pezzi di intimità domestica, orgoglio di mamma e papà, felicità digitali. E mentre le foto galleggiano libere nel web approdano anche sullo schermo di chi non ci conosce, apriamo a un mondo (che vogliamo ignorare) le “porte di casa”.
Il punto è che sul pianerottolo non ci siamo noi adulti, ma i nostri figli. E se a loro l’idea non piacesse? Glielo abbiamo mai chiesto? E se anche glielo chiedessimo siamo sicuri che risponderebbero liberamente la verità? O ci hanno visto talmente tante volte ignorarli, perché dovevamo postare urgentemente l’ennesima fuffa prima che il mondo (virtuale) si dimenticasse di noi, che ormai hanno (dis)imparato da noi? I nostri figli sanno (come se noi grandi lo sapessimo) che le foto per le quali non gli abbiamo chiesto l’autorizzazione diventano patrimonio pubblico?
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Attentato Monaco, non nominate invano il nome di Allah
di Giuseppe Giulietti, su www.ilfattoquotidiano.it (23/7/2016)

Tedesco o iraniano? Inneggiava ad Allah o urlava contro gli immigrati? Oppure odiava gli immigrati turchi e i musulmani “infedeli? Da qualche ora tuttologi e opinionisti a tariffa, si accapigliano in una sorta di “processo del venerdì” dedicato alla strage di Monaco. Naturalmente non sono mancate e non mancano le voci e le trasmissioni che hanno anteposto la cronaca, le testimonianza, le immagini alla propaganda, alle tesi preconfezionate da applicare sempre e comunque, a prescindere dalla conoscenza e dalle opportune verifiche. L’industria della paura si alimenta di stereotipi e per questo ha bisogno di semplificazioni, di spot brevi ed efficaci, e soprattutto ha bisogno di identificare subito il nemico contro il quale indirizzare l’indignazione e possibilmente la giusta punizione.
Purtroppo per loro, ed anche per tutti noi, la realtà è più complessa e contraddittoria. L’assassino di Nizza, come ha scritto Marco Travaglio, non andava in moschea, non leggeva il Corano, non rispettava il Ramadan, disprezzava i precetti fondamentali dell’Islam, eppure ha colpito con rara spietatezza.
L’assassino di Monaco, tedesco o iraniano che fosse, bestemmiatore o devoto ad Allah, ha sentito il bisogno di schierarsi dalla parte di chi odia il genere umano, invoca la guerra di civiltà, confida nella guerra mondiale e nella “soluzione finale” Come loro la pensava il nazista, bianco e fondamentalista evangelico, uno che predicava lo sterminio dei musulmani, autore della strage dei giovani socialisti in Norvegia.
Lo stesso delirio ha mosso la mente e la mano di chi ha ucciso, alla vigilia del referendum, la deputata laburista Jo Cox. E che dire di chi ha promosso il conflitto iracheno alla ricerca di arsenali che non c’erano ed oggi riconosce, come ha fatto la commissione parlamentare inglese che: “Le ragioni di quel conflitto non erano fondate?”. Peccato che quella scelta abbia contribuito ad incendiare il mondo e ad alimentare i risentimenti, determinando le migliori condizioni per il radicamento delle peggiori firme di radicalismo e di fanatismo.
Perché mai, in questi casi, non insistiamo più di tanto sulla nazionalità e sul colore della pelle e magari anche sul Dio invocato da chi ha ideato e realizzato quelle stragi? Chi ha sparato a Parigi, a Nizza, a Monaco, a Bruxelles spera proprio che, dall’altra parte, vincano i “nuovi crociati”, i costruttori di muri, i signori della guerra e del traffico d’armi, quelli che parlano il loro stesso linguaggio: quello dell’odio e della guerra infinita sino alla reciproca distruzione. Forse, invece di dedicarsi con tanta foga alla definizione etnica e religiosa dei diversi e distinti boia, sarà il caso di individuare le ragioni politiche e sociali dello scontro in atto e di definire una strategia comune tra quanti non vogliono arrendersi alla spirale terrorismo, paura, sospensione dei diritti, costruzione dei muri, guerra finale.
Tedesco o iraniano? Inneggiava ad Allah o urlava contro gli immigrati? Oppure odiava gli immigrati turchi e i musulmani “infedeli? Da qualche ora tuttologi e opinionisti a tariffa, si accapigliano in una sorta di “processo del venerdì” dedicato alla strage di Monaco. Naturalmente non sono mancate e non mancano le voci e le trasmissioni che hanno anteposto la cronaca, le testimonianza, le immagini alla propaganda, alle tesi preconfezionate da applicare sempre e comunque, a prescindere dalla conoscenza e dalle opportune verifiche. L’industria della paura si alimenta di stereotipi e per questo ha bisogno di semplificazioni, di spot brevi ed efficaci, e soprattutto ha bisogno di identificare subito il nemico contro il quale indirizzare l’indignazione e possibilmente la giusta punizione. Purtroppo per loro, ed anche per tutti noi, la realtà è più complessa e contraddittoria. L’assassino di Nizza, come ha scritto Marco Travaglio, non andava in moschea, non leggeva il Corano, non rispettava il Ramadan, disprezzava i precetti fondamentali dell’Islam, eppure ha colpito con rara spietatezza.
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Perché lo sport non ama le donne
di Arianna Di Cori e Alice Gussoni, su www.repubblica.it (22/7/2016)

Trattate economicamente peggio dei maschi, poco rappresentate ai vertici delle federazioni, inseguite dai soliti stereotipi e pregiudizi. La carriera delle sportive italiane è tutta in salita e anche le "star" del nuoto, del tennis o della pallavolo sono costrette a fare i conti con un vecchia legge che impedisce loro di essere professioniste. E poi c'è lo scandalo delle clausole antimaternità: "Molte sono costrette a sottoscrivere scritture private in cui si vieta esplicitamente di rimanere incinta".
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Correggere i miti su rifugiati e migranti
pubblicato da associazionecartadiroma, su www.cartadiroma.org (17/7/2016)

Oggi il mondo è casa di più rifugiati di quanti ne siano mai stati registrati, ponendo sfide complesse ai molti paesi che devono gestire questi flussi e accogliere con successo i nuovi cittadini.
Eppure queste sfide sono rese ancora più difficili da una mancanza di informazioni accurate e accessibili nei media, dove miti e disinformazione sono prevalenti. Nella migliore delle ipotesi la copertura mediatica si concentra sui rifugiati come vittime e sulle implicazioni umanitarie a livello più ampio; nel peggiore si focalizza sulla sfida che ciò comporta o sulla minaccia immaginaria di un improvviso flusso di stranieri.
Quasi completamente dimenticati dalla copertura mediatica sono i benefici multipli per i paesi ospitanti e le innumerevoli storie dei singoli individui, spesso altamente istruiti e desiderosi di lavorare, alla ricerca di una nuova vita e che offrono un contributo positivo alle loro nuove società.
L’Unesco ha creato un manuale per giornalisti e scuole di giornalismo su come trattare il tema dell’immigrazione, con un focus sui rifugiati.
Di seguito alcuni dei più comuni e dannosi miti presenti sui media che circondano la questione rifugiati.
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Non per "buon cuore", ma per diritto
Anche quest’anno, per la quinta volta consecutiva, l’ Associazione Genitori Tosti in Tutti i Posti, formata da genitori di persone con disabilità di tutta Italia e delle cui iniziative ci siamo spesso occupati anche nel nostro giornale, ha lanciato la propria campagna denominata GLH in tutte le scuole: la disabilità con orgoglio!, ove segnatamente GLH sta per Gruppo Lavoro Handicap, come da Legge 104/92.
«Ancora nel 2016 – spiega Alessandra Corradi, presidente dell’Associazione – ci sono scuole nelle quali non si applica l’articolo 15 della Legge 104/92, violando, in questo modo, il diritto allo studio e all’istruzione degli alunni con disabilità. Perché questo non accada, si devono riunire tutti gli attori del progetto di vita dell’alunno, progetto che a scuola si chiama PEI (Piano Educativo Individualizzato). La riunione, infatti, grazie al concorso di tutte le figure di riferimento (scolastiche, specialistiche/cliniche e parentali), permette di impostare una didattica su misura e quindi la più efficace possibile, non solo per l’alunno, ma anche per tutto il resto della classe. E tuttavia, nella realtà accade spesso che il PEI venga compilato esclusivamente dall’insegnante di sostegno e poi fatto firmare alla spicciolata da tutti gli altri, genitori compresi. Così l’aspetto burocratico è soddisfatto, a discapito però dei diritti dell’alunno con disabilit à in àmbito scolastico, per tacere della serenità psicologica di questi alunni e relative famiglie».
La campagna dei Genitori Tosti, dunque, serve appunto ai genitori per aiutare i propri figli a scuola ad avere il percorso migliore possibile: «Nel caso in cui nella scuola frequentata dal figlio non si tengano i GLH sia a livello individuale che di istituto – ricorda infatti Corradi -, bisogna richiederli ufficialmente, spedendo una lettera e, se il genitore se la sente, anche avanzando la propria candidatura come rappresentante dei genitori con figli con disabilità dell’Istituto. Un aspetto molto importante, infatti, riveste la presenza dei genitori, che devono essere rappresentati negli organi collegiali e partecipare attivamente, consapevoli di diritti e normative di riferimento e non ridotti al ruolo di “questuanti” che si appellano al “buon cuore” del dirigente scolastico di turno».
Da segnalare a questo punto che in una pagina specifica presente nel sito dei Genitori Tosti, oltre a una breve “storia” di tale iniziativa, è disponibile anche un possibile modello di lettera da spedire, per richiedere la convocazione del GLH nei modi previsti dalla Legge 104/92.
«Invitiamo perciò i genitori – conclude Corradi – a partecipare a questa campagna, segnalando appunto le richieste alle rispettive scuole, oltreché chiedendo alla nostra Associazione tutta l’assistenza necessaria. È infatti proprio questo il momento in cui va fatta pervenire la lettera ai dirigenti scolastici che si stanno preparando per il nuovo anno. E al tempo stesso invitiamo anche i docenti di sostegno, gli operatori scolastici e i docenti curricolari a collaborare nel segno dell’inclusione reale dei loro studenti, tutti, nessuno escluso».
di S. B. su www.scuolaoggi.com (29/6/2016)

Anche quest’anno, per la quinta volta consecutiva, l’ Associazione Genitori Tosti in Tutti i Posti, formata da genitori di persone con disabilità di tutta Italia e delle cui iniziative ci siamo spesso occupati anche nel nostro giornale, ha lanciato la propria campagna denominata GLH in tutte le scuole: la disabilità con orgoglio!, ove segnatamente GLH sta per Gruppo Lavoro Handicap, come da Legge 104/92.
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Educazione sentimentale a scuola, in Ue solo Italia e Grecia senza legge
su http://video.repubblica.it - intervista di Giulia Santerini (28/6/2016)

 Nel nostro Paese sono aumentate leggi e pene - dall'aggravante sul femminicidio se il reato è compiuto da un familiare alle norme sullo stalking - ma nulla si fa per la prevenzione. Tant'è che i casi di abusi e femminicidio continuano a ritmo costante (60 dall'inzio dell'anno,  128 nel 2015, 136 nel 2014, 179 nel 2013). La voce degli esperti ormai è univoca: occorre prevenire e diffondere una cultura di genere tra i bambini e gli adolescenti, tra i maschi e le femmine. Ma finora nulla è stato fatto. L'onorevole Celeste Costantino (Sinistra italiana) due anni fa è stata la prima a Montecitorio a proporre una legge per l'educazione sentimentale a scuola. La promosse chiamandola  "Per 1'ora d'amore" e raccolse 20mila firme on line. Rispondeva così a una specifica richiesta dell'articolo 14 della Convenzione di Istanbul del Consiglio d'Europa, sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne firmata nel 2011 e che doveva entrare in vigore a partire dal 2014. Oggi solo gli studenti italiani e greci non hanno ancora questa "materia" in programma per legge. Ma le proposte sono diventate otto. Presentate in Commissione istruzione e cultura della Camera dei deputati, saranno incardinate per la discussione prima in un comitato ristretto per arrivare a un testo unico. Poi in commissione e quindi in Aula.
 
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