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Educare alle differenze ...
Proviamo a fare chiarezza, sintetizzando nello schema seguente i punti di maggiore confusione.
NON è educare alle differenze
Annullare le differenze
Dire che il sesso si sceglie
Proporre educazione sessuale prima di quanto già previsto nella scuola da molti anni
Insegnare la masturbazione
Educare alle differenze è
Educare a rispettare le differenze (etniche, fisiche, di abilità/disabilità, di orientamento sessuale, di difficoltà scolastiche, ecc.)
Contrastare il bullismo omofobico e gli stereotipi legati al genere uomo/donna
Educare alle emozioni e ai sentimenti (favorire corrette relazioni sentimentali e prevenire la violenza)
In particolare va difeso il ruolo importantissimo della scuola nell’intercettare il disagio, avendo ben chiaro che i fenomeni di disparità e la mancata educazione al rispetto delle differenze troppo spesso, purtroppo, sfociano in bullismo sessista ed omofobico, comportamenti denigratori ed aggressivi, fino a e forme ancora più estreme di violenza o autolesionismo da parte di adolescenti.
Ci preme affermare che Educare alle differenze
Vuol dire spiegare ai bambini e alle bambine che i ruoli legati alla differenza sessuale non sono gabbie che imprigionano. Non si può sopprimere ogni altra aspirazione e desiderio.
Vuol dire porre al centro dei processi educativi il tema del rispetto delle proprie e altrui diversità.
Vuol dire anche non discriminare per il colore della pelle o l’orientamento sessuale o l’aspetto fisico o le disabilità.
Vuol dire imparare a riconoscere fin dall’infanzia il diritto di ogni essere umano a essere se stesso, permettendo a ogni persona di individuare la propria unicità e sapere che nel farlo non lede affatto il desiderio o i diritti altrui.
Vuol dire che un bambino può desiderare di fare il ballerino o una bambina la calciatrice senza sentirsi inadeguato/a, essere sbeffeggiato/a ed emarginato/a.
Vuol dire spiegare alle ragazze e ai ragazzi che la violenza degli uomini sulle donne non è un elemento ineluttabile della natura maschile. Ha, invece, precise matrici culturali, che sintetizzano immagini stereotipate del maschile e del femminile. Individuare le sue radici patriarcali ci permette di affrontarle e cambiare la realtà per il benessere sia delle donne sia degli uomini.
Vuol dire mettere al centro la dimensione relazionale tra i generi e riconoscere alle persone uguaglianza di diritti, possibilità e rispetto.
Educare alle differenze vuol dire, infine, che dobbiamo chiederci quali siano i valori dell’affettività e dell’amore. Domandarci con le parole della filosofa Nicla Vassallo “se esistono, così come esistono, parecchie famiglie che non rispondono ai canoni stabiliti” (sett. 2015). Ricordarci reciprocamente che rinnegare i cambiamenti avvenuti nella famiglia e i mutamenti sociali e culturali, significa rinunciare all’uso della ragione e al senso dell’amore.
Proviamo a fare chiarezza, sintetizzando nello schema seguente i punti di maggiore confusione [visita].

NON è educare alle differenze
- Annullare le differenze
- Dire che il sesso si sceglie
- Proporre educazione sessuale prima di quanto già previsto nella scuola da molti anni
- Insegnare la masturbazione

Educare alle differenze è
- Educare a rispettare le differenze (etniche, fisiche, di abilità/disabilità, di orientamento sessuale, di difficoltà scolastiche, ecc.)
- Contrastare il bullismo omofobico e gli stereotipi legati al genere uomo/donna
- Educare alle emozioni e ai sentimenti (favorire corrette relazioni sentimentali e prevenire la violenza)

In particolare va difeso il ruolo importantissimo della scuola nell’intercettare il disagio, avendo ben chiaro che i fenomeni di disparità e la mancata educazione al rispetto delle differenze troppo spesso, purtroppo, sfociano in bullismo sessista ed omofobico, comportamenti denigratori ed aggressivi, fino a e forme ancora più estreme di violenza o autolesionismo da parte di adolescenti.
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NarrAzioni differerenti
Il giornalismo italiano sembra completamente sordo ai progressi della società in fatto di questione di genere continuando a usare un linguaggio, delle immagini e un immaginario retrogrado, violento e discriminante.
E’ tempo di pretendere un cambiamento.
E’ tempo di pretendere che il giornalismo italiano si metta al passo coi tempi di cambiamento della società, della realtà, che rappresenti il meglio di questa e superi i retaggi della cultura patriarcale, maschilista e omo-transfobica.
E’ tempo di pretendere un Giornalismo Differente, perché del valore di informare rimanga anche quello di innovare.
giornalismo differente
La realtà dipende dalle sue rappresentazioni.
Di pari passo vanno le modifiche di una e delle altre, a specchio.
Ma se la realtà inizia a usare vocaboli, idee, immaginari che non trovano mai una rappresentazione massiccia, lo scollamento è inevitabile.

Il giornalismo italiano sembra completamente sordo ai progressi della società in fatto di questione di genere continuando a usare un linguaggio, delle immagini e un immaginario retrogrado, violento e discriminante.
E’ tempo di pretendere un cambiamento.
E’ tempo di pretendere che il giornalismo italiano si metta al passo coi tempi di cambiamento della società, della realtà, che rappresenti il meglio di questa e superi i retaggi della cultura patriarcale, maschilista e omo-transfobica.
E’ tempo di pretendere un Giornalismo Differente, perché del valore di informare rimanga anche quello di innovare.
giornalismo differente
La realtà dipende dalle sue rappresentazioni.Di pari passo vanno le modifiche di una e delle altre, a specchio.Ma se la realtà inizia a usare vocaboli, idee, immaginari che non trovano mai una rappresentazione massiccia, lo scollamento è inevitabile. [visita

 
“Insieme, Uguali, Diversi”. La battaglia della disabilità
di Federico Annibale, su www.articolo21.org (16/11/2016)

La settimana scorsa si è tenuta l’assemblea costituente di un nuovo coordinamento nazionale a tutela dei diritti delle persone con disabilità e disagio mentale: Insieme, Uguali, Diversi. Per la prima volta, il mondo della disabilità e quello del disagio mentale, vengono uniti sotto un’unica organizzazione ci spiega Umberto Emberti Gialloreti, uno dei promotori dell’iniziativa , nonché presidente della “Consulta Cittadina Permanente sui problemi delle Persone Handicappate” di Roma, e lui stesso affetto da cecità. «Riteniamo che sia venuto il momento che la rivendicazione del diritto di eguaglianza di ogni cittadino a prescindere dalla condizione personale, come sancito nell’articolo 3 della Costituzione italiana, venga portato avanti unitariamente. Il mondo della disabilità è molto diviso: è l’ora di unirlo, unitamente a quello del disagio mentale ».
Esistono già due grandi federazioni nazionali a tutela della disabilità: la FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap) e la FAND (Federazione tra le Associazioni Nazionali delle persone con Disabilità). E dunque da dove nasce l’esigenza della creazione di una nuova organizzazione nazionale? «La spinta di queste due grandi organizzazioni –La FISH e la FAND- ha conosciuto un forte rallentamento e distacco dalla realtà che le persone con disabilità e disagio mentale vivono quotidianamente» spiega il presidente Gialloreti «E così sono nati una serie di movimenti spontanei, e soprattutto indipendenti dalle due federazioni. Ci sta oramai un evidente scollamento tra le persone che, a torto o a ragione, non si sentono più efficacemente rappresentate, e le organizzazioni stesse che dovrebbero rappresentarle. Tra l’altro il tema della crisi della rappresentanza sta interessando tutte le categorie: da quella politica a quella sindacale».
Per esempio, nella battaglia contro il nuovo calcolo dell’ISEE, che considerava come reddito  l’indennità d’accompagnamento ed altre indennità riconosciute alle persone con disabilità, si erano formate tre cordate in contrasto con la scelta del governo, indipendenti dalle due grandi organizzazioni «Forse se ci fosse stato già un coordinamento come” Insieme, Uguali, Diversi” si sarebbe evitata questa divisione e avremmo lottato unitariamente contro la gravissima scelta del governo. Per fortuna poi abbiamo vinto sia al TAR che al Consiglio di Stato; ma questo era solo un esempio per mostrare l’utilità di un soggetto unico e nazionale, e la perdita di presa delle due grandi associazioni, che hanno osservato da lontano la situazione, senza prenderne parte attiva » ripete l’Ing. Gialloreti.
Quella del nuovo coordinamento sarà anche e soprattutto una battaglia di diritto, una battaglia collettiva di un mondo che non vede rispettata la Costituzione «Noi chiediamo l’esigibilità immediata dei diritti garantiti dalla Costituzione e delle leggi che da essa discendono. Infatti, è veramente garantito l’articolo 3, che proprio dell’inclusione ne recita il paradigma? Noi crediamo di no…E l’articolo 33 e 34 sul diritto allo studio? Su questo punto ricordo cos’è successo a Roma a Settembre in alcuni municipi, dove non c’erano sufficienti assistenti AEC (Assistente Educativo e Culturale). Dunque, a quei bambini che non potevano andare a scuola, è stato negato un diritto: diritti sanciti che non sono resi esigibili. Noi ci siamo stancati di avere una bellissima costituzione, che poi rimane solo sulla carta» afferma con convinzione il presidente della Consulta.
Ci sta un’altra questione cruciale in questa battaglia per il rispetto dei diritti costituzionali: la subordinazione dei diritti alle disponibilità finanziarie. Una visione economicistica che impone un ragionamento economico su diritti che dovrebbero essere forniti dallo stato a prescindere «Non è che si può tentare di trovare i soldi per gli assistenti AEC a pochi giorni dell’inizio delle scuole; quei soldi si devono tirar fuori, altrimenti viene leso un diritto. Qui non si parla dell’erogazione di un servizio che offre lo stato, ma di qualcosa di ben più alto e sostanziale: appunto un diritto costituzionale».
In Italia siamo ancora indietro sul rispetto dei diritti delle persone con disabilità e disagio mentale «Ad Agosto di quest’anno abbiamo avuto un’ispezione della commissione Onu sull’effettivo rispetto della convenzione Onu sul diritto delle persone con disabilità; Bè, non ne siamo usciti molto bene, anzi siamo stati criticati. Per esempio, perché l’Italia è l’unico paese europeo, insieme al Lussemburgo, a non aver adottato la Lingua internazionale dei segni, che permette la vera integrazione dei non udenti?» si domanda l’Ing. Gialloreti. E questi sono solo piccoli esempi di negazione di diritti che migliaia di disabili e persone con disagio mentale, sono costrette a vivere giornalmente.
«C’è un’altra cosa che vorrei dire. Di solito noi non veniamo rappresentati normalmente dai media; ma sempre con pietismo o attraverso atti eroici, spesso dal punto di vista sportivo. Nel resto dei casi rimaniamo in un limbo silenzioso e defilato. Quella che manca del racconto del nostro grande mondo è una rappresentazione “normale”. Perché io, in fin dei conti, mi sento un normale cittadino» conclude il presidente con una punta di stizza.
La settimana scorsa si è tenuta l’assemblea costituente di un nuovo coordinamento nazionale a tutela dei diritti delle persone con disabilità e disagio mentale: Insieme, Uguali, Diversi. Per la prima volta, il mondo della disabilità e quello del disagio mentale, vengono uniti sotto un’unica organizzazione ci spiega Umberto Emberti Gialloreti, uno dei promotori dell’iniziativa , nonché presidente della “Consulta Cittadina Permanente sui problemi delle Persone Handicappate” di Roma, e lui stesso affetto da cecità. «Riteniamo che sia venuto il momento che la rivendicazione del diritto di eguaglianza di ogni cittadino a prescindere dalla condizione personale, come sancito nell’articolo 3 della Costituzione italiana, venga portato avanti unitariamente. Il mondo della disabilità è molto diviso: è l’ora di unirlo, unitamente a quello del disagio mentale ».
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Quelle urne sommerse da sessismo e razzismo
di Judith Butler, su www.ilmanifesto.it (12/11/2016)

Il nuovo presidente degli Stati Uniti è Donald Trump, quello che ha fatto la campagna migliore, quello che ha comunicato meglio. Per me la sorpresa non è stata grande. Per centinaia di opinionisti italiani sì. Mentre io scrivevo che Trump vinceva i dibattiti tv contro Hillary Clinton e che usciva bene dagli scandali gli altri dicevano il contrario, spesso con l’atteggiamento di chi ha la verità in tasca; mentre spiegavo che lui aveva una comunicazione migliore anche sui social network, più efficace in termini di consenso e notorietà, sembravo un alieno, perché ero l’unico a dirlo.
Una lezione quindi Donald Trump l’ha data pure ai comunicatori politici e agli opinionisti: quando analizzate un candidato, mettete da parte le simpatie politiche. Siate professionali, siate tecnici, cercate di essere obiettivi. Vi risparmierete un sacco di figuracce e la vostra credibilità ne gioverà.
Detto questo, la parte in cui dico che alla fine avevo ragione è conclusa. Ora veniamo alle cose utili: ecco le tre lezioni di comunicazione politica che ci ha dato Donald Trump.
Due sono le domande che gli elettori statunitensi che stanno a sinistra del centro si stanno ponendo. Chi sono queste persone che hanno votato per Trump? E perché non ci siamo fatti trovare pronti, davanti a questo epilogo? La parola "devastazione" si approssima a malapena a ciò che sentono, al momento, molte tra le persone che conosco.
Evidentemente non era ben chiaro quanto enorme fosse la rabbia contro le élites, quanto enorme fosse l’astio dei maschi bianchi contro il femminismo e contro i vari movimenti per i diritti civili, quanto demoralizzati fossero ampi strati della popolazione, a causa delle varie forme di spossessamento economico, e quanto eccitante potesse apparire l’idea di nuove forme di isolamento protezionistico, di nuovi muri, o di nuove forme di bellicosità nazionalista. Non stiamo forse assistendo a un backlash del fondamentalismo bianco? Perché non ci era abbastanza evidente?
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Insegnanti di sostegno, è un altro anno nero
Renato La Cara e Lorenzo Vendemiale, Il Fatto Quotidiano
24 ottobre 2016
I ragazzi disabili aumentano, i docenti specializzati mancano e l'assistenza non è mai abbastanza. Il sistema italiano di sostegno è considerato uno dei migliori d'Europa per qualità e quantità.
Ma andatelo a dire alle famiglie che ogni anno si ritrovano con i propri figli abbandonati.
O a maestri e professori costretti a vivere nell’incertezza. “Vorrei solo aiutare chi ne ha bisogno”, dicono loro. In molti casi, però, non è possibile. Da un anno il Ministero dell’Istruzione si arrovella su come cambiare la figura dell’insegnante di sostegno, ma il vero problema è uno e uno soltanto: la precarietà.
Migliaia di posti scoperti perché non ci sono specializzati, decine di migliaia coperti ma solo con delle supplenze. Con in più la beffa di personale qualificato che resta a casa senza lavoro perché magari è in graduatoria nella provincia sbagliata. Una situazione in cui perdono tutti. Eccetto forse le casse dello Stato, che risparmia centinaia di milioni grazie ai contratti a tempo determinato.
Non che negli ultimi anni il governo non abbia aumentato la spesa in sostegno a disabili: negli ultimi 15 anni i docenti di sostegno sono quasi raddoppiati, passando dai 65.615 del 2001 ai 124.572 del 2016. Intanto, però, sono aumentati anche gli studenti (8mila in più solo nell’ultimo anno). Da una parte c’è la carenza cronica di specializzati: pochi, pochissimi per il fabbisogno delle scuole. Basti pensare che all’ultimo concorsone in molte Regioni c’erano meno candidati che posti messi a bando.
Dall’altra c’è la percentuale di supplenti, che si mantiene troppo alta: circa il 37% del totale, con tutto ciò che questo comporta per i ragazzi (il trauma di dover ricominciare ogni anno da zero). Con i mille provvedimenti della Buona scuola, il governo non è riuscito ad incidere realmente né sull’uno, né sull’altro problema.
Proprio la delega in fase di sviluppo ha bloccato l’attivazione di un nuovo corso di Tirocinio Formativo Attivo, l’unico strumento che potrebbe specializzare nuovi docenti. Mentre le continue deroghe (28mila anche quest’anno) alimentano il fenomeno delle supplenze e l’assurda divisione tra organico di diritto e organico di fatto. Che ora la legge di Stabilità dovrebbe risolvere per i posti comuni, ma non per il sostegno (a cui sono riservati appena 5mila delle 28mila stabilizzazioni previste).
Così la frustrazione degli alunni disabili, raccontata da ilfattoquotidiano.it, è vissuta in prima persona anche dai docenti di sostegno. “La situazione è diventata insostenibile. Il governo dovrebbe almeno stabilizzare subito tutti gli insegnanti specializzati presenti in seconda fascia d’istituto e nelle Graduatorie ad Esaurimento”, afferma il portavoce nazionale degli insegnanti di sostegno precari, Ernesto Ciraci.
Attualmente ce ne sono circa 15mila in tutto il Paese, distribuiti soprattutto nelle Regioni meridionali (ad esempio 3.356 in Sicilia, 1.552 in Campania, 1.423 in Puglia, 728 in Calabria secondo il censimento del Coordinamento). Alcuni di loro lavorano, ma solo a tempo determinato o su spezzoni di contratto. Altri addirittura restano a casa: disoccupati, perché in lista in Regioni troppo affollate, senza possibilità di trasferirsi altrove fino all’anno prossimo (quando il Miur aggiornerà le graduatorie).
Mentre al Nord i presidi disperati sono costretti a mandare in cattedra docenti senza il titolo di specializzazione sul sostegno, o in certi casi neppure abilitati. Con buona pace di chi questo mestiere vorrebbe farlo davvero, per vocazione e non per utilità.
di Renato La Cara e Lorenzo Vendemiale, su www.ilfattoquotidiano.it (28/10/2016)

I ragazzi disabili aumentano, i docenti specializzati mancano e l'assistenza non è mai abbastanza. Il sistema italiano di sostegno è considerato uno dei migliori d'Europa per qualità e quantità. Ma andatelo a dire alle famiglie che ogni anno si ritrovano con i propri figli abbandonati. O a maestri e professori costretti a vivere nell’incertezza. “Vorrei solo aiutare chi ne ha bisogno”, dicono loro. In molti casi, però, non è possibile. Da un anno il Ministero dell’Istruzione si arrovella su come cambiare la figura dell’insegnante di sostegno, ma il vero problema è uno e uno soltanto: la precarietà. 
Migliaia di posti scoperti perché non ci sono specializzati, decine di migliaia coperti ma solo con delle supplenze. Con in più la beffa di personale qualificato che resta a casa senza lavoro perché magari è in graduatoria nella provincia sbagliata. Una situazione in cui perdono tutti. Eccetto forse le casse dello Stato, che risparmia centinaia di milioni grazie ai contratti a tempo determinato.
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Perché la paura prende la strada dell'idiozia
di Alessandro Dal Lago, su http://ilmanifesto.info (28/10/2016)

La rivolta del paesotto del Ferrarese contro dodici donne e otto bambini è stata definita dalla curia una "notte ripugnante". Non si potrebbe chiamare altrimenti. Bisognerebbe andare a vedere con che faccia questa brava gente di Gorino, o come diavolo di chiama il villaggio, andrà a messa, domenica prima di pranzo,
e confesserà qualche peccatuccio o toccatina e farà la comunione e se ne tornerà a casa a divorare un bel piatto di lasagne. Abbiamo paura! Ecco il grido rituale che risuona da venticinque anni nel regno di Padania, aizzato da politicanti con la bava alla bocca e giornalacci scandalistici.
Paura di dodici donne, tra cui una incinta, e otto bambini? Eh già, ma poi arrivano i padri, i mariti, i fratelli e con loro i criminali, gli imam e poi i tagliagole dell’Isis… Come no. Una ventina d’anni fa i sociologi scrivevano che i migranti delinquono perché sono senza famiglia, allo sbando.
Se invece le famiglie si riuniscono, dilaga la poligamia. Se arrivano uomini, sono potenziali terroristi. Se arrivano le donne, sono avanguardia di un’invasione. Se tutti questi difensori ringhianti del campanile e dell’orto di casa avessero il coraggio di dire che provano disgusto per neri, marocchini, siriani e qualsiasi altro alieno perché è alieno, punto e basta, tutto sarebbe più onesto e più semplice.
E invece no, mica sono razzisti, loro. Hanno paura.
Ma avranno provato a immaginare la paura di quelle donne e quei bambini quando, sopravvissuti a deserti e tempeste, venivano sballottati tra autobus e caserme dei carabinieri?
Certo, tutti a singhiozzare davanti al corpicino del bambino su una spiaggia turca. Però, che questi orrori restino là, a qualche migliaia di chilometri dai nostri paesini operosi, o sulle remote spiagge di Sicilia, perché qui non li vogliamo, i loro bambini. E così, grazie alle mitologie della paura, la parola “profugo”, che significa una persona che fugge, una vittima, è diventata sinonimo di minaccia. Di fronte alla quale, chiunque si barrica in casa e afferra, per ora solo metaforicamente, lo schioppo.
Qualche giorno fa, un giornale tedesco, e nemmeno troppo di sinistra, davanti all’ennesima manifestazione dei partiti xenofobi (Pegida, Afd ecc.), si è chiesto con un gran titolo: “Ma i tedeschi sono idioti?” E ha risposto: sì, i cittadini che manifestano sono idioti, la polizia è brutale e i politici sono entrambe le cose. Se consideriamo la situazione europea, dall’Egeo alla Manica, dal mare del nord al Mediterraneo, dovremmo ammettete che l’idiozia dilaga, nelle forme più creative e pittoresche.
Il filo spinato macedone, i muri di Orbàn, il cattolicesimo ultra-reazionario e iper-nazionalista polacco, le rivolte in Sassonia contro i profughi, il referendum svizzero contro i comaschi, la chiusura del campo di Calais, il Brexit contro gli operai polacchi.
Dico idiozia perché quasi tutte queste decisioni o proteste si ritorcono alla lunga contro chi le promuove. L’Europa si sta decomponendo e questo non faciliterà la vita nemmeno agli elettori di Orbàn, né agli xenofobi sassoni, né ai pensionati di Gorino. E tantomeno ai furbissimi inglesi che hanno votato contro l’Europa e ora rischiano, nell’acre soddisfazione dei continentali, di andare alla deriva con la loro isola sempre più ridimensionata.
Ma in realtà non si tratta di idiozia, tranne che in alcuni casi di leader politici. Su tratta di un movimento sinistro che sta montando nel ventre d’Europa contro gli stranieri, ingrossato anche da anziani, soggetti socialmente deboli e diseredati, che scaricano su quelli che non conoscono la disoccupazione, la precarietà, la frustrazione, la solitudine o la mancanza di prospettive. E questo è un frutto avvelenato, potenzialmente letale, del cedimento dei governi, socialdemocratici in testa, alla voracità delle banche, dei cosiddetti mercati e del capitalismo globale.
La xenofobia può erompere nei villaggi, ma le sue motivazioni ultime sono da cercare nelle metropoli globalizzate e nelle roccaforti del potere politico e finanziario.
La rivolta del paesotto del Ferrarese contro dodici donne e otto bambini è stata definita dalla curia una "notte ripugnante". Non si potrebbe chiamare altrimenti. Bisognerebbe andare a vedere con che faccia questa brava gente di Gorino, o come diavolo di chiama il villaggio, andrà a messa, domenica prima di pranzo, e confesserà qualche peccatuccio o toccatina e farà la comunione e se ne tornerà a casa a divorare un bel piatto di lasagne. Abbiamo paura! Ecco il grido rituale che risuona da venticinque anni nel regno di Padania, aizzato da politicanti con la bava alla bocca e giornalacci scandalistici.
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Bimbi a lezione di empatia, per avere adulti più felici
di Laura Alberico, Articolo de IlCorriere.it - DIRE - Notiziario settimanale Psicologia

L'empatia, cioè la capacita' di un individuo di comprendere in modo immediato i pensieri e gli stati d'animo di un'altra persona, è una dote cruciale nelle nostre vite e fondamentale per lo sviluppo dei più giovani. Tuttavia, l'empatia è in declino. Come ha dimostrato anche un recente studio dell'Università del Michigan condotto su 14.000 studenti: i ricercatori hanno infatti rivelato un drastico calo nei livelli di empatia tra i giovani americani, il 40% in meno rispetto agli alunni negli anni ottanta e novanta.
L'aumento di narcisismo e la perdita di empatia sono le ragioni chiave per cui oggi quasi un terzo dei ragazzi negli Usa sono depressi o hanno problemi di salute mentale. C'è però un paese, la Danimarca, quello con gli abitanti più felici al mondo, che prende molto seriamente l'empatia. Nelle scuole danesi è stata inserita fra le materie proprio l'empatia, disciplina che i ragazzi dai 6 ai 16 anni studiano un'ora la settimana. Durante "Klassens Tid" o "tempo di classe", i ragazzi parlano di problemi personali o di gruppo; della difficoltà che provano nel rapportarsi con la famiglia, con i compagni, con gli amici, ma anche di emozioni che imparano a comprendere, esprimere e regolare. "La classe cerca di rispettare ogni aspetto dei problemi degli alunni e- dopo uno scambio di opinioni, di consigli e solidarietà- prova a trovare una soluzione", dice Iben Sandahl, psicoterapeuta autrice del libro "The Danish Way of Parenting: A guide To Raising The Happiest Kids in the World". L'obiettivo è quello di creare un'atmosfera accogliente, piacevole, intima. I danesi la chiamano "hygee". Il termine risale al diciannovesimo secolo e deriva dalla parola germanica "hyggja" che significa "pensare o sentirsi soddisfatti". Per rendere l'ora di empatia più piacevole i bambini mangiano una fetta di torta al cioccolato, la "Klassen Time kage" preparata da loro stessi. La disciplina esiste sin dall'Ottocento; nel 1993 è diventata materia scolastica e negli ultimi anni è stata poi ampliata. Oggi è considerata uno strumento fondamentale per avere adulti felici e sereni.
L'empatia, cioè la capacita' di un individuo di comprendere in modo immediato i pensieri e gli stati d'animo di un'altra persona, è una dote cruciale nelle nostre vite e fondamentale per lo sviluppo dei più giovani. Tuttavia, l'empatia è in declino. Come ha dimostrato anche un recente studio dell'Università del Michigan condotto su 14.000 studenti: i ricercatori hanno infatti rivelato un drastico calo nei livelli di empatia tra i giovani americani, il 40% in meno rispetto agli alunni negli anni ottanta e novanta.
L'aumento di narcisismo e la perdita di empatia sono le ragioni chiave per cui oggi quasi un terzo dei ragazzi negli Usa sono depressi o hanno problemi di salute mentale. C'è però un paese, la Danimarca, quello con gli abitanti più felici al mondo, che prende molto seriamente l'empatia. Nelle scuole danesi è stata inserita fra le materie proprio l'empatia, disciplina che i ragazzi dai 6 ai 16 anni studiano un'ora la settimana.
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Sei sicuro di non sapere?
Fin dai primi anni di scuola siamo stati ossessionati dalle risposte giuste. Ricordiamo tutti il classico momento in cui - e ciò succede anche con i miei studenti universitari -, l’ansia sale, e vi è la speranza che la/il maestra/o ci chieda proprio quello che sappiamo, e lo sconforto di ricevere una domanda a cui non sappiamo rispondere.
Impariamo che tutto ha una risposta corretta e tante risposte errate.
In occasione della notte dei ricercatori abbiamo fatto una semplice esperienza di ricerca delle tante e possibili risposte giuste e della sola errata, non perché quest’ultima sia sbagliata di per sé,  ma lo è nella misura in cui pretende di essere l’unica giusta.
Perché?
I metodi per affrontare situazioni e problemi complicati sono molto diversi da quelli adatti alle situazioni complesse.
La nostra realtà è sempre più interconnessa (e quindi ci pone problemi complessi) e nonostante questo noi continuiamo ad ‘addestrare’ le persone a dare le risposte corrette. Invece di favorire l’apertura, l’emergere di diverse alternative, riduciamo gran parte del nostro apprendimento a logiche binarie on-off, giusto-sbagliato.
È un training alle alternative che ci permette di non essere sorpresi da eventi totalmente inaspettati e di stare a contatto con l’incertezza come fonte di creatività. Al contrario, l’ossessione della risposta giusta può essere molto pericolosa: anziché insegnarci a stare a contatto con l’incertezza essa può creare false certezze, irrigidendo le nostre posizioni e decisioni e generando intolleranza verso possibili alternative.
Se la nostra educazione ci porta a concepire la realtà come lineare, i problemi come complicati, e le risposte come “giuste e sbagliate”, certamente non preparerà i giovani a convivere con l’incertezza e a  comprendere le dinamiche di un mondo globalizzato e interconnesso. Educare alla complessità significa allenare questa capacità di generare molteplici alternative di mondo.
Attività proposta
Abbiamo provato a chiedere a un bambino (dagli 8 ai 12 anni) come è fatta una mano. Quasi ovvio che la risposta corretta fosse stata “una mano è rosa”, “una mano ha cinque dita”…
Ma un problema complesso non ha una soluzione valida a priori e in senso assoluto. Esso ha una valenza contestuale, ovvero funziona solo “qui e ora”. E di questo abbiamo voluto fare esperienza.
Nella performance ognuno ha avuto a disposizione un proprio cerchio di carta, espressione del proprio spazio vitale e personale (fig.1). Si tratta di un elemento per nulla scontato. Se non abbiamo un nostro spazio non possiamo nemmeno condividerlo con gli altri. Se non abbiamo percezione di ciò che significa avere un proprio spazio non possiamo divenire consapevoli di quella linea di confine che permette il contatto e la relazione costruttiva con l’altro.
È stata data quindi ampia libertà ai modi di presa di possesso e di azione del proprio spazio di carta. Qualcuno si è avvicinato ad esso con reverenza e timore, qualcun altro con una tempistica molto soggettiva, altri ancora si sono ben guardati dal tenere le distanze dai confini e dai possibili punti di contatto con altri cerchi/spazi. Si è trattato di piccoli gesti che hanno evidenziato una preziosa comunicazione corporea dei partecipanti che meriterebbe di essere sviluppata ulteriormente.
È nello spazio personale, che è anche luogo della creatività e dell’immaginazione, che è stato chiesto di rispondere… “stiamo bene attenti” e “in modo corretto” alla domanda sopra descritta (esperienza che ha portato alcuni ragazzi ad esternare una serie di interessanti punti di vista e opinioni relative ai contesti educativi quotidiani).
Prima di rispondere alla domanda che implicava una ricerca delle possibili alternative all’unica risposta giusta è stata suggerita una esperienza di gruppo: i bambini sono stati invitati ad uscire dal proprio cerchio/spazio per incontrare ad occhi chiusi le mani di tutti gli altri partecipanti. Abbiamo immaginato che questo potesse un modo diverso di apprendere cosa è una mano. È stato quindi chiesto di stare in ascolto per qualche minuto delle sensazioni e di accogliere le immagini provocate dall’incontro e dal groviglio di mani, dallo stringere e dal rilasciare mani sconosciute. L’esperienza non è stata facile, molti hanno espresso sensazioni contrastanti; benché si fosse tutti con gli occhi chiusi, non è mancato chi pur tenendo una mano aggrappata al gruppo con l’altra cercasse di svincolarsi quasi a voler fuggire da una esperienza provocante disagio, e per qualcuno addirittura paura e dolore. Dopo l’esperienza ognuno è rientrato nel proprio spazio, in ascolto dei pensieri, delle emozioni, dei suoni, e delle immagini provocati dal contatto con altre mani.
Ne sono emersi disegni, parole, posture, gesti, espressioni ovviamente tutte giuste e foriere di apprendimento, soprattutto per noi adulti. Il cognitivo si è integrato all’esperienziale-corporeo-emozionale. La mano a cinque dita è divenuta la mano a mille dita (fig. 2), è divenuta il senso di sporco, di paura, di stress, di stranezza, di fatica (fig. 3) di disagio, per qualcuno espressione di dolore che non essendo riconosciuta come legittima emozione dal soggetto che l’aveva provata, secondo quest’ultima non poteva nemmeno essere scritta sul foglio di carta poiché considerata cosa brutta, negativa e non degna di essere resa pubblica. È emersa tutta la valenza di una educazione che seppur in buona fede diviene spesso valutante in senso giudicante, confondendo la vicinanza di banco con l’esperienza di contatto con la realtà dell’altro, quell’educazione che a dire di una bambina di otto anni “ci chiede di essere perfetti ma è impossibile essere perfetti”, la stessa bambina che aveva evitato di rappresentare quel senso di dolore provato perché giudicato brutto e non degno di essere comunicato. Si è trattato di una esperienza breve che, come abbiamo detto, richiede di essere sviluppata e approfondita in un tempo e spazio adeguato.
Con questo breve testo di sintesi desideriamo ringraziare i partecipanti/ricercatori e i loro genitori che hanno permesso una esperienza di ricerca semplice ma foriera di ulteriori sviluppi nei diversi contesti educativi, più aperta all’ascolto delle esigenze delle bambine/i.
Di relazioni si fa esperienza
E poi? Una volta accettato il paradigma educativo della complessità, come si insegna a scegliere, con quale etica? Ci sembrava intanto utile porre in evidenza l’importanza di sviluppare il maggior numero di alternative, educando a pensare e ad apprendere dalle proprie azioni ed emozioni. L’agire è quindi imprescindibile dato che una decisione è adeguata ed etica se nel momento dell’azione è stato possibile immaginare e fare esperienza del più ampio numero di retroazioni. Tutto ciò ha a che fare con la sostenibilità e con l’epistemologia: si tratta di un altri temi complessi che si possono apprendere, senza la necessità di verbalizzarli ma facendo, per l’appunto, esperienza di complessità. Le relazioni non si accumulano come fossero cose, come fossero una somma di entità, come la somma delle cinque dita di una mano. Di relazioni si fa esperienza (fig. 3).
di Roberta Bonetti, Associazione Mani Altri Sguardi (16/10/2016)

Fin dai primi anni di scuola siamo stati ossessionati dalle risposte giuste. Ricordiamo tutti il classico momento in cui - e ciò succede anche con i miei studenti universitari -, l’ansia sale, e vi è la speranza che la/il maestra/o ci chieda proprio quello che sappiamo, e lo sconforto di ricevere una domanda a cui non sappiamo rispondere.
Impariamo che tutto ha una risposta corretta e tante risposte errate. In occasione della notte dei ricercatori abbiamo fatto una semplice esperienza di ricerca delle tante e possibili risposte giuste e della sola errata, non perché quest’ultima sia sbagliata di per sé,  ma lo è nella misura in cui pretende di essere l’unica giusta.
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Inclusione e competenze
di Angela Ventre, su www.lascuolapossibile.it (16/10/2016)

In tutte le scuole e università italiane, oggi si pone sempre più l'accento sulla necessità e sull'importanza di una didattica per competenze e, in quest'ottica, ogni insegnante è chiamato a modificare i propri stili d'insegnamento, il proprio modo di fare didattica. Siamo, cioè, di fronte a significativi cambiamenti nelle logiche didattiche.
Con la didattica per competenze l'attenzione si posta dai "contenuti" dell'insegnamento e dai percorsi formativi ai "risultati dell'apprendimento" spendibili nello studio, nel mercato del lavoro e in ogni contesto sociale.
La differenza rispetto alla didattica tradizionale è nel trattare i contenuti attraverso compiti significativi; unità di apprendimento, in cui gli allievi devono affrontare dei problemi, gestire situazioni contestualizzate e di esperienza e realizzare dei prodotti.
La centralità del lavoro è spostata dal docente all'allievo, dal contenuto alla conoscenza e dalla conoscenza alla competenza, azione autonoma e responsabile. Dall'apprendimento riflettente si passa all'apprendimento riflessivo, dall'apprendimento individuale e competitivo all'apprendimento sociale e cooperativo.
La scuola è chiamata a congiungere il curricolo formale a quello non formale, cioè a unire le informazioni e le conoscenze che essa fornisce agli studenti con quelle degli altri contesti educativi: famiglia, amici, esperienze spontanee di vita.
Ma tutto ciò come si sposa con l'inclusione, ossia con l'altro punto cardine della scuola italiana?
I due termini COMPETENZE e INCLUSIONE sembrerebbero in antitesi tra di loro, poiché il primo afferma l'importanza della qualità, dell'eccellenza del successo formativo, come unica premessa per il successo nella vita; il secondo quello dell'accoglienza, dell'attenzione per chi fa fatica a seguire il ritmo dei compagni. Si affermerebbe, con la didattica per competenze, un tipo di scuola meritocratica dove ad andare avanti è chi "merita", a discapito e danno degli alunni con bisogni educativi speciali.
In realtà non è così. L'utilizzo di una didattica per competenze, che ha come finalità "rendere l'alunno autonomo, consapevole e attivo nel suo processo di apprendimento, nella sua crescita personale", vale per tutti gli alunni, anche per quelli con bisogni educativi speciali. Inclusione non vuol dire creare dei programmi differenziati, ma garantire a ciascuno il suo percorso mettendo in campo una didattica curriculare che offra la possibilità di esprimere al meglio le proprie potenzialità. A tal fine sono molti importanti la progettazione e l'utilizzo di metodologie che vadano oltre la didattica tradizionale, metodologie che sappiano integrare le conoscenze con le abilità, per trasformarle in competenze.( 1)
Il percorso formativo dell'alunno, specialmente di quello con bisogni educativi speciali, necessita di un'apertura di orizzonti che non si limita solo alla programmazione didattica mediante PDP o PEI, ma deve considerare la possibilità di aprirsi in orizzontale a tutte le realtà di vita.
Questa dimensione più ampia viene definita progetto di vita, ed è proprio quello sguardo lungo di cui l'alunno in difficoltà ha estremo bisogno. Orientare la didattica personalizzata e individualizzata al progetto di vita significa concretamente non solo credere al lifelong learning, ma definire obiettivi direttamente legati alle competenze richieste dalla vita adulta, usare mezzi d'insegnamento - apprendimento sempre più adulti e promuovere lo sviluppo identitario, auto progettuale, di consapevolezza di sé, di autostima e di autoefficacia, ecc. (2)
L'attenzione non è più rivolta ai risultati, ma ai processi che permettono all'alunno di crearsi un bagaglio di capacità (capability) che, contestualizzate, si trasformano in competenze autentiche e durature nel tempo.
La didattica delle competenze, quindi, risulta essere fondamentale in chiave inclusiva in quanto essa consente -attraverso la cooperazione, il confronto, la discussione, la contestualizzazione degli apprendimenti- a ciascun alunno di esprimere i propri punti di forza e le proprie possibilità, di sentirsi incluso in una comunità di apprendenti e di relazioni, dove importante non è solo apprendere, ma soprattutto imparare ad essere e a stare al mondo (3).
Angela Ventre, insegnante I.C. Alfieri - Lante della Rovere, Roma
In tutte le scuole e università italiane, oggi si pone sempre più l'accento sulla necessità e sull'importanza di una didattica per competenze e, in quest'ottica, ogni insegnante è chiamato a modificare i propri stili d'insegnamento, il proprio modo di fare didattica. Siamo, cioè, di fronte a significativi cambiamenti nelle logiche didattiche. Con la didattica per competenze l'attenzione si posta dai "contenuti" dell'insegnamento e dai percorsi formativi ai "risultati dell'apprendimento" spendibili nello studio, nel mercato del lavoro e in ogni contesto sociale. La differenza rispetto alla didattica tradizionale è nel trattare i contenuti attraverso compiti significativi; unità di apprendimento, in cui gli allievi devono affrontare dei problemi, gestire situazioni contestualizzate e di esperienza e realizzare dei prodotti.
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Relazionarsi con i bambini: piccole strategie educative
Relazionarsi con i bambini non è sempre facile. Bisogna avere interesse a farlo e, soprattutto, molta pazienza. A questo riguardo, si illustreranno alcuni consigli utili a far sì che questa relazionalità, soprattutto fra genitori e figli, possa essere il più proficua possibile per lo sviluppo del bambino.
La cosa fondamentale che ogni piccolo desidera è sentirsi amato, accettato da chi gli sta attorno. È questo un ottimo ausilio per la crescita dell’autostima. È importante che egli la sviluppi, perché sarà un valido supporto che lo sosterrà nel corso della sua storia.
Insegnagli che il tempo è una risorsa preziosa e che una parte del tuo tempo la dedichi a lui come atto di stima nei suoi confronti. Questa porzione della tua giornata è a sua completa disposizione e in questo lasso temporale potete fare tutto quello che insieme vorrete.
Aiutalo a vedere i lati positivi di se stesso, in maniera che egli possa essere orgoglioso di sé, per quello che è e per quello che fa. Aiutalo anche a vedere le sue criticità, veicolando il messaggio che ci sono aspetti migliorabili di sé.
Offrigli delle certezze. Il bambino ha bisogno di sapere che può contare su di te, che sei pronto ad ascoltarlo, a prendere in considerazione le sue richieste.
Il fatto che tu sia disponibile, non significa che può fare quello che vuole. Esistono delle regole che vanno rispettate. Devi avere la pazienza di spiegare spesso quali sono queste regole, la ragione per la quale sono poste e la loro utilità. Ricordati che le regole disciplinari imposte devono essere sempre in sintonia con i bisogni legati all’età e al temperamento.
Aiutalo a sviluppare la capacità di vedere il lato comico di ogni situazione, in modo che possa impadronirsi dell’ironia e dell’autoironia, quali antidoti al prendersi troppo sul serio nelle faccende della vita.
Non lesinare sui riti di cortesia e sulle manifestazioni di affettività. Ricordati di insegnargli a dire grazie, prego ecc., fornendogli tu stesso l’esempio. Infatti, tu per primo dirai grazie e prego quando è necessario. Non aver paura ad abbracciarlo, a fare una carezza quando ritieni che sia il momento adatto. Sono dimostrazioni della tua presenza.
Istruiscilo, fin dalle prime fasi della sua vita, all’amore per la sobrietà e per la semplicità. Veicola il messaggio che il suo benessere e la sua felicità non dipendono dalle cose che possiede o possiederà, ma sono degli stati d’animo indipendenti da ciò.
Aiutalo ad apprezzare quello che ha, piuttosto che quello che deve ancora avere. È una maniera per essere appagati dalle cose che si hanno.
Inviagli frequentemente il messaggio che egli è unico, speciale, per cui non ha senso il confronto con gli altri. È un modo per apprezzare se stesso e per evitare che sviluppi sentimenti negativi nei confronti degli altri, quali gelosia, invidia.
Educalo alla semplificazione. Con il tuo esempio, veicola il pensiero che la vita è semplice: siamo noi che sovente la complichiamo con i nostri pensieri e con le nostre azioni. Aiutalo a non interpretare le cose che accadono, ma a leggerle semplicemente così come sono. Quando si interpretano gli accadimenti, si è portati ad utilizzare delle chiavi di lettura negative.
Impara a comunicare con lui. Evita di incorrere in quegli errori di comunicazione, che potrebbero creare una barriera fra te e lui, quali minacciare, dare ordini in maniera perentoria (frequentemente scatenano la ribellione), ridicolizzare, fare delle diagnosi psicologiche - psichiatriche, eludere le domande ben precise. Impara ad ascoltarlo attentamente, ovvero ascolta quello che ti dice e poi prova a riassumerlo, in maniera da far capire che sei stato attento al suo eloquio. Quando ti espone un problema, prova con lui a capire quali sono gli aspetti fondamentali del problema stesso.
di Vincenzo Amendolagine, su www.educare.it (7/10/2016)

Relazionarsi con i bambini non è sempre facile. Bisogna avere interesse a farlo e, soprattutto, molta pazienza. A questo riguardo, si illustreranno alcuni consigli utili a far sì che questa relazionalità, soprattutto fra genitori e figli, possa essere il più proficua possibile per lo sviluppo del bambino.

- La cosa fondamentale che ogni piccolo desidera è sentirsi amato, accettato da chi gli sta attorno. È questo un ottimo ausilio per la crescita dell’autostima. È importante che egli la sviluppi, perché sarà un valido supporto che lo sosterrà nel corso della sua storia.

- Insegnagli che il tempo è una risorsa preziosa e che una parte del tuo tempo la dedichi a lui come atto di stima nei suoi confronti. Questa porzione della tua giornata è a sua completa disposizione e in questo lasso temporale potete fare tutto quello che insieme vorrete.
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Ma il Papa ha una sua teoria del Gender. Discutiamola
di Elisabetta Addis, su www.huffingtonpost.it (2/10/2016)

Caro Bergoglio, Francesco carissimo, sei di nuovo intervenuto su questo tema a Tbilisi. E io devo ripeterti cose che dovresti ormai sapere. Il gender non è una teoria, è un fatto: gender è il nome che gli studiosi di scienze sociali hanno dato al fatto che uomini e donne hanno comportamenti diversi, tutti si aspettano da loro questi comportamenti diversi, ma queste aspettative cambiano nel tempo, nelle diverse società, nelle diverse culture. Sopra una caratteristica biologica - cromosomi xy oppure xx - si creano delle aspettative culturali, che diventano stereotipi. Queste aspettative culturali non sono le stesse attraverso la storia e attraverso la geografia: io posso uscire a testa nuda, una saudita non può. Descrivere perché ci sono queste differenze di genere è produrre una spiegazione scientifica del gender, cioè una teoria. O meglio, tante teorie del gender: di spiegazioni del gender ce n'è più d'una.
Anche Tu hai una teoria del gender. La teoria cattolica del gender dice - non pretendo di essere esatta, nell'esegesi biblica ci sono diverse interpretazioni, ma più o meno a me hanno insegnato così - che la prima donna è stata fatta dalla costola del primo uomo, che poiché lei ha suggerito di mangiare un frutto proibito tutto il dolore del mondo è colpa sua, e non del primo uomo che ne ha mangiato o di entrambi. Che quando il Dio si è incarnato ha scelto una fanciulla vergine, il che suggerisce che c'è qualcosa di sbagliato nell'essere donne e non essere vergini. Nella vostra religione un dato biologico, avere un pene, è un requisito essenziale per svolgere la più importante funzione culturale, essere sacerdoti. Solo i maschi sono abilitati ad essere mediatori tra gli esseri umani e il divino: da questi sacerdoti maschi tutti, anche le donne, devono andare periodicamente a raccontare cosa hanno fatto per avere conferma che vada bene o meno. Non in tutte le religioni è così: in altre religioni ci sono state sibille e sacerdotesse; altre denominazioni cristiane hanno rifiutato un istituto di controllo sociale di un gruppo di maschi su tutti gli altri, che tale è la confessione; in alcune denominazioni sono state accettate donne nel ruolo sacerdotale.
La attuale teoria cattolica del gender riproduce caratteristiche presenti in una maggioranza di culture - non in tutte: il dominio del sesso maschile su quello femminile, e il dare maggior valore a caratteristiche e comportamenti maschili rispetto a quelli femminili. In realtà su questo secondo punto la cultura cattolica è ambivalente. Infatti per certi aspetti valorizza, nei maschi e nei sacerdoti, delle caratteristiche che nello stereotipo corrente sarebbero virtù femminili. Favorisce l'ascolto, l'accoglienza, la condivisione, la pace piuttosto che non la violenza la competizione per la vittoria, la guerra. Questa molto positiva apertura verso il femminile può essere la base di una alleanza e di una sinergia importante tra la Chiesa cattolica e le varie forme di femminismo - i femminismi sono movimenti politici che si propongono di valorizzare le donne e il femminile, rendendo uomini e donne non uguali, ma ugualmente liberi e con gli stessi diritti.
Ma questa alleanza non può avvenire se voi continuante a tener fermo il punto del dominio maschile. Vero, nel divorzio i figli soffrono. Ma come lei sa bene esiste il femminicidio, cioè il fatto che le donne, assai più spesso che non gli uomini, vengono uccise dai propri mariti, e questo spesso segue anni di violenza, di percosse e di insulti. so che lei non chiede alle donne di non terminare una relazione con mariti di questo tipo. Non può suggerire che figli e figlie vengano allevati dentro questo modello, che perpetua e riproduce la violenza. C'è una altissima correlazione tra essere terroristi assassini - parlo di bombe e eccidi in Francia e in Usa- e avere una storia di violenza domestica,
la prego, non è saggio, neanche nella lontana Tbilisi, andare a dire una cosa che non è vera, disseminare ignoranza.
Il gender non è un nemico della famiglia. E' un oggetto di studio affascinante, che per essere veramente capito richiede conoscenze biologiche, filosofiche, psicologiche, antropologiche, economiche. Personalmente non finisco di appassionarmene. In Italia non ha ancora una cittadinanza ufficiale negli ordinamenti universitari, a differenza che in paesi più evoluti, e questo costringe quelle come me che lo hanno scelto come oggetto di studio principale ad una sofferta marginalità accademica, a presentarsi sempre sotto mentite spoglie. Ci aiuti invece piuttosto a studiarlo e a discuterne con serietà e serenità, come si fa anche nelle vostre Pontificie Accademie: sono convinta che con nuove conoscenze anche la teoria del gender cattolica può cambiare in meglio, come può cambiare in meglio quella di una femminista studiosa del gender come me.
Caro Bergoglio, Francesco carissimo, sei di nuovo intervenuto su questo tema a Tbilisi. E io devo ripeterti cose che dovresti ormai sapere. Il gender non è una teoria, è un fatto: gender è il nome che gli studiosi di scienze sociali hanno dato al fatto che uomini e donne hanno comportamenti diversi, tutti si aspettano da loro questi comportamenti diversi, ma queste aspettative cambiano nel tempo, nelle diverse società, nelle diverse culture. Sopra una caratteristica biologica - cromosomi xy oppure xx - si creano delle aspettative culturali, che diventano stereotipi. Queste aspettative culturali non sono le stesse attraverso la storia e attraverso la geografia: io posso uscire a testa nuda, una saudita non può. Descrivere perché ci sono queste differenze di genere è produrre una spiegazione scientifica del gender, cioè una teoria. O meglio, tante teorie del gender: di spiegazioni del gender ce n'è più d'una.
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Giovani e cyber razzismo. Buone pratiche di promozione di una cultura inclusiva e multiculturale nel mondo online.
La parola ai giovani ... Un videopsot per dire no al razzismo.
A cura degli studenti e delle studentesse dell'Istituto Claudio Varalli di Milano.
[visita la pagina]
Evento cittadino: 5 ottobre - Palazzo Marino - Piazza della Scala, 2 - Milano
                          ore10.00-13.00
 
Torna alla luce la storia sommersa della tratta degli schiavi
La storia della tratta degli schiavi, quella sommersa sul fondo dell’Oceano Atlantico, ha ancora molto da raccontare. Da qualche tempo è esploso l’interesse al ritrovamento e al recupero delle navi negriere affondate al largo delle coste africane con il loro carico di merci – comprese quelle umane – mentre erano dirette nelle Americhe. Tre secoli è durato quello che può essere definito un genocidio sistematico, comunque un commercio tanto vergognoso quanto lucroso.
La prima di una serie di scoperte che possono riaprire lo studio e la riflessione sulla schiavitù è stata, nel 2015, la São José-Paquete de Africa, nave che apparteneva al Regno del Portogallo e affondò al largo di Cape Town in Sud Africa nel 1794. Almeno 200, dei 400 o 500 uomini in catene che erano a bordo, morirono. Oggi alcuni resti del ritrovamento si trovano all’Iziko Museums del Sud Africa, altri saranno destinati al National Museum of African American History and Culture a Washington, la cui apertura è prevista per il 24 settembre prossimo. Il ritrovamento rientra in un progetto più ampio – Slave Wrecks Project – che oltre al Sud Africa e al Nord America interessa anche altri Paesi: Mozambico, Senegal, Cuba, Brasile.
La nave portoghese potrebbe essere solo la prima, appunto. Se altre ricerche solleciteranno interesse e, soprattutto, l’accesso a fondi che, per la natura stessa dei progetti, sono di certo cospicui.
su www.vociglobali.it (26/9/2016)

La storia della tratta degli schiavi, quella sommersa sul fondo dell’Oceano Atlantico, ha ancora molto da raccontare. Da qualche tempo è esploso l’interesse al ritrovamento e al recupero delle navi negriere affondate al largo delle coste africane con il loro carico di merci – comprese quelle umane – mentre erano dirette nelle Americhe. Tre secoli è durato quello che può essere definito un genocidio sistematico, comunque un commercio tanto vergognoso quanto lucroso.
La prima di una serie di scoperte che possono riaprire lo studio e la riflessione sulla schiavitù è stata, nel 2015, la São José-Paquete de Africa, nave che apparteneva al Regno del Portogallo e affondò al largo di Cape Town in Sud Africa nel 1794. Almeno 200, dei 400 o 500 uomini in catene che erano a bordo, morirono. Oggi alcuni resti del ritrovamento si trovano all’Iziko Museums del Sud Africa, altri saranno destinati al National Museum of African American History and Culture a Washington, la cui apertura è prevista per il 24 settembre prossimo. Il ritrovamento rientra in un progetto più ampio – Slave Wrecks Project – che oltre al Sud Africa e al Nord America interessa anche altri Paesi: Mozambico, Senegal, Cuba, Brasile.
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