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L'equivoco
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di Chiara Saraceno
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Non è questione di natura
di Chiara Saraceno
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Differenze di genere nell'editoria scolastica
Indagine empirica sui sussidiari dei linguaggi per la scuola primaria
di Cristiano Corsini
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La chiesa e la teologia alla prova del Gender
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La didattica delle discipline in una prospettiva di genere
a cura 
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La didattica delle discipline in una prospettiva di genere
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Il punto su sessismo, gender e alienazione genitoriale

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Il legame tra emozioni e apprendimento
di Ventre Angela, su www.lascuolapossibile.it (15/6/2017)

L'anno scolastico è giunto al termine ed è il momento dei bilanci, delle riflessioni sul proprio lavoro, su come esso abbia contribuito a sviluppare nei nostri alunni, soprattutto quelli con difficoltà, le potenzialità, le competenze oggi richieste dalla società globale.
Il compito di ogni insegnante dovrebbe essere quello di mettere l'alunno al centro del processo di insegnamento-apprendimento, per garantire la piena formazione, l'autorealizzazione e il successo formativo. Eppure, in alcune circostanze, mi sono trovata davanti a situazioni paradossali: insegnanti che, invece di motivare, aiutare, stimolare in positivo i propri alunni, si sono focalizzati sulle loro difficoltà, mettendole in risalto e causando tensioni emotive tali da interferire negativamente sul processo e non solo.
Forse a questi insegnanti sfugge un particolare e cioè che ogni alunno ha una propria evoluzione cognitiva oltre che emotiva e che, non sempre, esse sono lineari e uguali agli altri. Ci sono quelli che, pur avendo un Q.I. nella norma, mostrano difficoltà di apprendimento e le cause non sono imputabili a handicap mentali gravi e definibili, ma sono riconducibili a diversi fattori, tra i quali quelli emotivo - motivazionali.
I Disturbi Specifici dell'Apprendimento sembrano essere la conseguenza dell'interazione di numerosi fattori di rischio e di protezione, che possono essere sia genetici, ambientali che emotivi. Questi fattori alterano il normale sviluppo delle funzioni neuropsicologiche producendo numerose manifestazioni comportamentali tipiche di tali disturbi e provocando la compromissione delle capacità di lettura, di scrittura o di calcolo. Esse possono essere più o meno gravi: da una semplice lentezza nella lettura, nella scrittura o nell'eseguire semplici calcoli a un'incapacità di decodificazione dei simboli alfanumerici o utilizzo delle procedure di calcolo.
Le ricerche, condotte negli ultimi trent'anni, hanno avvalorato l'ipotesi che la causa di tali disturbi sia multifattoriale. Secondo alcuni studiosi, tra cui Ramos (2003) la difficoltà nell'acquisizione della lettura è da attribuire a un deficit di tipo fonologico, cioè a una difficoltà nella percezione, nell'elaborazione e nella manipolazione dei suoni linguistici; invece, per Skottun (2009) e Osborne (1997), la causa della dislessia può essere attribuita a un deficit del sistema magnocellulare, a un'alterazione genetica dei cromosomi 6 e 15 e a fattori ereditari, come un consanguineo dislessico. Altre ricerche, inoltre, hanno dimostrato che esiste una relazione fra difficoltà di apprendimento e gli aspetti emotivo - motivazionali. Se l'alunno, in cui prevalgono tensioni, emozioni negative, ansia, frustrazione per un compito non riuscito e una scarsa autostima, non è adeguatamente supportato, stimolato, incoraggiato, queste finiranno per creare l'autoconvinzione di "non essere bravo", la demotivazione, il disinteresse nei confronti dello studio e delle diverse attività di apprendimento, generando il tanto temuto insuccesso formativo.
Quanto più faremo vivere all'alunno emozioni positive, creeremo un ambiente apprenditivo accogliente, stimolante, adeguato alle proprie capacità, tanto più lo aiuteremo ad apprendere, a crescere e di ciò noi dobbiamo essere i diretti co-protagonisti, artefici, responsabili.
Far apprendere agli alunni è nostro compito, ma alcuni insegnanti vivono questo come assoluto e, a volte, non sopportano di avere degli alunni che sembrano, ai loro occhi, proprio non aver volontà di imparare.
Il successo scolastico dipende da noi, dal nostro modo di relazionarci, di comunicare, direttamente o indirettamente, con loro. È necessario, dunque, un cambiamento di rotta, basta con la didattica tradizionale, bisogna dare spazio a una didattica inclusiva in cui tutti gli studenti siano parte attiva del loro processo di apprendimento.
L'anno scolastico è giunto al termine ed è il momento dei bilanci, delle riflessioni sul proprio lavoro, su come esso abbia contribuito a sviluppare nei nostri alunni, soprattutto quelli con difficoltà, le potenzialità, le competenze oggi richieste dalla società globale. Il compito di ogni insegnante dovrebbe essere quello di mettere l'alunno al centro del processo di insegnamento-apprendimento, per garantire la piena formazione, l'autorealizzazione e il successo formativo. Eppure, in alcune circostanze, mi sono trovata davanti a situazioni paradossali: insegnanti che, invece di motivare, aiutare, stimolare in positivo i propri alunni, si sono focalizzati sulle loro difficoltà, mettendole in risalto e causando tensioni emotive tali da interferire negativamente sul processo e non solo. Forse a questi insegnanti sfugge un particolare e cioè che ogni alunno ha una propria evoluzione cognitiva oltre che emotiva e che, non sempre, esse sono lineari e uguali agli altri. Ci sono quelli che, pur avendo un Q.I. nella norma, mostrano difficoltà di apprendimento e le cause non sono imputabili a handicap mentali gravi e definibili, ma sono riconducibili a diversi fattori, tra i quali quelli emotivo - motivazionali.
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Le femmine stanno cambiando. E i maschi? Educhiamoli a superare gli stereotipi
di Patrizia Violi, su http://27esimaora.corriere.it (9/6/2017)

Per combattere le discriminazioni di genere stiamo cercando di instillare sicurezza nelle nostre bambine, insegnando loro che il limite è il cielo: possono fare tutto. Ma questa strategia non sarà mai vincente se non vengono aiutati anche i maschi a uscire dagli stereotipi.
Nel nostro cuore lo sapevamo e l’abbiamo anche predicato da tempo, però a convalidare questa tesi è appena uscito un articolo su New York Times in cui non solo si auspica una rivoluzione di genere per l’equilibrio della società, ma si lancia un grido d’allarme anche per il risanamento dell’economia.
Il punto di partenza di questa analisi è il concetto di Pink Economy: mentre la curva dell’andamento del mercato del lavoro maschile è in discesa, le competenze identificate come vincenti sul lavoro sono quelle “tipicamente” femminili: empatia, flessibilità, cooperazione, abilità comunicativa.
Talenti che le donne posseggono perché vengono educate, da sempre in un certo modo, mentre i maschi, forti del loro primato nelle scienze e nella matematica, hanno spesso snobbato come “roba da femmine” queste abilità e ora sono rimasti indietro. Acidi pregiudizi femministi? Pare proprio di no, l’articolo del quotidiano americano approfondisce con i risultati di un recentissimo studio del O.E.C.D (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) che ha rilevato come i ragazzi nel 70% degli stati siano meno brillanti delle ragazze nel rendimento scolastico. Un dato molto interessante è che le eccellenze scolastiche femminili si trovano nei Paesi dove la discriminazione è alta: Tailandia, Malesia, Arabia Saudita, Quatar.
Cosa significa? Che le ragazze hanno imparato, abbiamo insegnato loro, che per primeggiare bisogna impegnarsi, mentre nell’educazione dei maschi si fanno ancora troppi errori e si lascia che boys will be boys, simpatico detto anglosassone che -come scrive il New York Times- scusando gli atteggiamenti più sciovinisti, continua a rovinare generazioni.
Per attuare un vera rivoluzione di genere la responsabilità è dei genitori e, come sottolinea il quotidiano, l’unica alternativa è crescere un “bambino femminista”, prototipo raro e difficile da riprodurre anche perché le discriminazioni sono ovunque. Prevalgono alla grande, prima ancora della nascita, nel mercato dei prodotti dedicati all’infanzia. Anche se, in teoria, non siamo mai stati così liberali verso il gender, secondo una ricerca dell’università di S. Jose in California, i giocattoli negli ultimi 50 anni sono diventati sempre più sofisticati, settoriali e soprattutto discriminanti.
Le differenze sono marcatissime, non solo tra le bambole e i trenini, ma in tutto il merchandising: anche gli spazzolini da denti sono da maschio e da femmina. Rosa per le femmine e azzurro per i maschi: una condanna frutto di un’invenzione pubblicitaria lanciata a metà degli anni ’10 nel secolo scorso. Anzi all’inizio rosa per i maschi e l’azzurro per le bambini. Mentre prima tutti i bambini portavano i capelli lunghi e si vestivano di bianco. Interessante il link del New York Times che rimanda a una foto del Presidente Roosevelt da bambino, con un vestito a balze e i capelli lunghi. Nonostante l’abbigliamento così camp, poco maschile, è diventato un uomo di potere!
Per combattere le discriminazioni di genere stiamo cercando di instillare sicurezza nelle nostre bambine, insegnando loro che il limite è il cielo: possono fare tutto. Ma questa strategia non sarà mai vincente se non vengono aiutati anche i maschi a uscire dagli stereotipi. Nel nostro cuore lo sapevamo e l’abbiamo anche predicato da tempo, però a convalidare questa tesi è appena uscito un articolo su New York Times in cui non solo si auspica una rivoluzione di genere per l’equilibrio della società, ma si lancia un grido d’allarme anche per il risanamento dell’economia.
Il punto di partenza di questa analisi è il concetto di Pink Economy: mentre la curva dell’andamento del mercato del lavoro maschile è in discesa, le competenze identificate come vincenti sul lavoro sono quelle “tipicamente” femminili: empatia, flessibilità, cooperazione, abilità comunicativa.
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Il garante della privacy: «No alle foto dei figli sul web, pericolo pedofilia»
«Secondo recenti ricerche, la pedopornografia in rete e, particolarmente nel dark web, sarebbe in crescita vertiginosa: nel 2016 due milioni le immagini censite, quasi il doppio rispetto all’anno precedente. Fonte involontaria sarebbero i social network in cui genitori postano le immagini dei figli». Il monito arriva dal garante della privacy Antonello Soro, che ha illustrato l’attività per il 2016. E’ stato il passaggio più rilevante all’interno di una relazione che ha toccato molti aspetti del rapporto tra nuove tecnologia e sfera personale.
Ok la legge sul cyberbullismo
Sempre in tema minori, Soro promuove la nuova legge sul cyberbullismo giudicando «particolarmente positiva la scelta di coniugare un approccio preventivo e riparatorio, grazie alla promozione dell’educazione digitale e alla specifica procedura di rimozione dei contenuti lesivi presenti in rete. Il meccanismo delineato evita una preventiva e generalizzata ingerenza da parte dei provider e tuttavia li responsabilizza su segnalazione degli interessati, anche se minori. L’Autorità si impegna a svolgere l’importante funzione di garanzia assegnatale dalla legge, nella consapevolezza sia delle oggettive difficoltà tecniche sia delle necessità di risorse adeguate ai nuovi compiti».
Intercettazioni e processi mediatici
Un capitolo della relazione di Soro è stato invece dedicato ai cosidetti «processi mediatici» e alle intercettazioni: «Rispetto alla cronaca giudiziaria si è registrata, anche quest’anno, la diffusione di atti d’indagine in violazione del relativo regime di pubblicità e spesso anche del principio di essenzialità dell’informazione. Mai come in quest’ambito occorre un impegno comune». «Giustizia e informazione - premette Soro - si caratterizzano principalmente per la loro indipendenza e, quindi, per la responsabilità nell’esercizio delle rispettive funzioni. Responsabilità tanto più necessaria rispetto al potenziale distorsivo del processo mediatico, in cui logica dell’audience e populismo penale rischiano di rendere la presunzione di colpevolezza il vero criterio di giudizio». In tema di intercettazioni, «diverse Procure e Csm hanno adottato provvedimenti volti a limitare - nel rispetto del contraddittorio e del diritto di difesa - la trascrizione di contenuti inerenti aspetti irrilevanti ai fini delle indagini o terzi estranei».
«Strapotere dei giganti del web»
«La concentrazione in capo a pochi soggetti privati di un rilevantissimo potere, non solo economico, ha determinato un mutamento sostanziale nei rapporti tra individuo e Stato, tra pubblico e privato, cambiando profondamente la geografia del potere. Un numero esiguo di aziende possiede un patrimonio di conoscenza gigantesco e dispone di tutti i mezzi per indirizzare la propria influenza verso ciascuno di noi, con la conseguenza che, un numero sempre più grande di persone - tendenzialmente l’umanità intera - potrà subire condizionamenti decisivi». A sottolineare i rischi legati al ruolo crescente dei «tanti `grandi fratelli´ che governano la rete» è il Garante della privacy, Antonello Soro, nella sua Relazione annuale al Parlamento. «Gli Over the Top - spiega Soro - sempre più spesso intervengono, in un regime prossimo all’autodichia, per comporre istanze di rilevanza primaria, quali informazione e diritto all’oblio, libertà di espressione, dignità e tutela dalle discriminazioni, veridicità delle notizie diffuse. Parallelamente, l’intervento statale è reso più complesso dalla capacità delle nuove tecnologie di scardinarne i presupposti essenziali: in primo luogo la territorialità, quale criterio di competenza ed applicazione della legge».
su 27esimaora.corriere.it (6/6/2017)

«Secondo recenti ricerche, la pedopornografia in rete e, particolarmente nel dark web, sarebbe in crescita vertiginosa: nel 2016 due milioni le immagini censite, quasi il doppio rispetto all’anno precedente. Fonte involontaria sarebbero i social network in cui genitori postano le immagini dei figli». Il monito arriva dal garante della privacy Antonello Soro, che ha illustrato l’attività per il 2016. E’ stato il passaggio più rilevante all’interno di una relazione che ha toccato molti aspetti del rapporto tra nuove tecnologia e sfera personale.
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La triste classifica delle vittime innocenti
di Antonio Cervi, su www.educare.it (30/5/2017)

La sera del 22 maggio 2017, intorno alle 22.30, un uomo si è fatto esplodere alla Men Arena di Manchester, nel Regno Unito, poco dopo la fine del concerto della cantante statunitense Ariana Grande. Sono morte almeno 22 persone (tra cui bambine e adolescenti) e almeno altre 59 sono rimaste ferite. Due giorni dopo, il 24 maggio, al largo del porto libico di Zuara si è capovolta un’imbarcazione che trasportava più di cinquecento persone. Gli operatori dell’ong maltese Moas hanno detto di aver recuperato 34 corpi, per la maggior parte bambini.
Due eventi simili nei loro effetti tragici, ma così distanti e distinti nelle nostre percezioni. Una sollevazione mondiale di sdegno di fronte alle vittime innocenti colpite in Europa, lunghe analisi politiche e militari, impegni al G7 di Taormina per fronteggiare con maggior fermezza il terrorismo. Per le nuove vittime della disperazione invece, poco meno del silenzio sui media, morti che non fanno più notizia e non arrivano a turbare l'emotività di un'oponione pubblica assuefatta (o distratta).
Si rinnova anche in questi eventi la logica inqualificabile dei "due pesi, due misure", che non giova di certo alla costruzione di un mondo pacifico e fondato sulla giustizia per tutti.
La sera del 22 maggio 2017, intorno alle 22.30, un uomo si è fatto esplodere alla Men Arena di Manchester, nel Regno Unito, poco dopo la fine del concerto della cantante statunitense Ariana Grande. Sono morte almeno 22 persone (tra cui bambine e adolescenti) e almeno altre 59 sono rimaste ferite. Due giorni dopo, il 24 maggio, al largo del porto libico di Zuara si è capovolta un’imbarcazione che trasportava più di cinquecento persone. Gli operatori dell’ong maltese Moas hanno detto di aver recuperato 34 corpi, per la maggior parte bambini.
Due eventi simili nei loro effetti tragici, ma così distanti e distinti nelle nostre percezioni. Una sollevazione mondiale di sdegno di fronte alle vittime innocenti colpite in Europa, lunghe analisi politiche e militari, impegni al G7 di Taormina per fronteggiare con maggior fermezza il terrorismo. Per le nuove vittime della disperazione invece, poco meno del silenzio sui media, morti che non fanno più notizia e non arrivano a turbare l'emotività di un'oponione pubblica assuefatta (o distratta).
Si rinnova anche in questi eventi la logica inqualificabile dei "due pesi, due misure", che non giova di certo alla costruzione di un mondo pacifico e fondato sulla giustizia per tutti. 
 
Il totalitarismo dell'odio è anche nostro
di Massimo Fini, su www.ilfattoquotidiano.it (30/5/2017)

Molti giornali hanno pubblicato in prima pagina la fotografia di Saffie Rose Roussos la più piccola delle vittime (8 anni) della strage di Manchester. Uccidere dei bambini è una cosa orribile, ma strumentalizzarli è qualcosa che sta solo un paio di gradini sotto.
Nella prima guerra del Golfo furono uccisi dai bombardieri americani e della Nato 32.195 bambini, dati inoppugnabili perché forniti, sia pur involontariamente, dal Pentagono.
Se dovessimo stare nella stessa logica i giornali occidentali dovrebbero pubblicare ogni giorno, per riparazione, la fotografia di uno di questi piccoli, cioè almeno per una decina di anni. Non è che i bambini degli altri sono diversi dai nostri, se non per qualche caratteristica fisica (i bambini dei paesi musulmani, i piccoli Alì, sono in genere tutti riccioluti).
Sul Corriere della Sera Cazzullo si chiede “quale responsabilità possono portare i ragazzi che vanno a un concerto”. Nessuna, ovviamente. Ma quale responsabilità potevano portare i bambini uccisi a Baghdad e a Bassora e le altre decine di migliaia uccisi dai bombardieri americani e Nato in Afghanistan, in Iraq, in Libia?
Certo, in questi macabri conteggi, c’è un’indubbia differenza fra i bambini uccisi a Manchester e i bambini uccisi dai bombardieri americani e Nato. L’attentatore jihadista di Manchester e i suoi complici (perché tutto fa pensare che questa volta non si tratti di un “lupo solitario” ma di una cellula incistata sul suolo britannico) non solo sapevano che avrebbero ucciso dei bambini ma volevano uccidere dei bambini.
I piloti, e anche i non piloti nel caso dei droni, americani e Nato non volevano premeditatamente uccidere dei bambini, anche se sapevano che li avrebbero inevitabilmente uccisi e in una misura molto maggiore di quella che può fare un kamikaze. I jihadisti non fanno differenze. Noi occidentali qualche differenza la facciamo ancora. In questa orribile “guerra asimmetrica” c’è in questa differenza il solo punto di vantaggio a nostro favore, sul piano morale, rispetto al jihad.
Sul Foglio Giuliano Ferrara, questo acrobata professionale nel manipolare i fatti, scrive: “Attaccare, per non essere attaccati. Annientare, per non essere annientati… E noi, invece di esportare con una violenza incomparabilmente superiore alla loro l’unico modo di vita che preveda la possibilità della pace, invece di rispettare il loro progetto distruggendone le radici sociali e politiche dove risiedono, noi a baloccarci, a piangerci addosso, a ricusare la violenza e l’odio”.
Ferrara riprende in toto, quasi aggravandola, la teoria di George W. Bush: esportare la democrazia con la violenza. Questo irresponsabile individuo sembra non rendersi conto, non so se volutamente o meno, che proprio da questa esportazione violenta della democrazia, in Serbia, in Afghanistan, in Iraq, in Somalia e in Libia, è nata la guerra che oggi ci contrappone non solo all’Isis ma, sia pure in forme diverse, all’intero mondo musulmano e anche a quei pochi altri mondi che ci sono restati estranei.
Gli effetti devastanti, sia nelle terre arabe che nelle nostre, della “teoria Bush” sono sotto gli occhi di tutti. Ma non di quelli di Ferrara. Che, pare capire (“con una violenza incomparabilmente superiore”), non sarebbe alieno da gettare qualche atomica sul “mondo della violenza e dell’odio”. Mi piacerebbe anche capire come “l’unico modo di vita che preveda la possibilità della pace” si concili, per fare un esempio recente, con le armi che Trump si appresta a fornire nella misura di 120 miliardi di dollari all’Arabia Saudita, secondo l’accordo firmato l’altro giorno a Ryad.
Questo totalitarismo della violenza, dell’odio, dell’orrore non appartiene solo ai jihadisti, appartiene anche a noi. Anzi siamo stati proprio noi, ubriacati e resi irresponsabili dalla nostra apparente superiorità militare, a provocarlo.
Molti giornali hanno pubblicato in prima pagina la fotografia di Saffie Rose Roussos la più piccola delle vittime (8 anni) della strage di Manchester. Uccidere dei bambini è una cosa orribile, ma strumentalizzarli è qualcosa che sta solo un paio di gradini sotto.
Nella prima guerra del Golfo furono uccisi dai bombardieri americani e della Nato 32.195 bambini, dati inoppugnabili perché forniti, sia pur involontariamente, dal Pentagono.
Se dovessimo stare nella stessa logica i giornali occidentali dovrebbero pubblicare ogni giorno, per riparazione, la fotografia di uno di questi piccoli, cioè almeno per una decina di anni. Non è che i bambini degli altri sono diversi dai nostri, se non per qualche caratteristica fisica (i bambini dei paesi musulmani, i piccoli Alì, sono in genere tutti riccioluti).
Sul Corriere della Sera Cazzullo si chiede “quale responsabilità possono portare i ragazzi che vanno a un concerto”. Nessuna, ovviamente. Ma quale responsabilità potevano portare i bambini uccisi a Baghdad e a Bassora e le altre decine di migliaia uccisi dai bombardieri americani e Nato in Afghanistan, in Iraq, in Libia?
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Migranti, falsità e razzismo
di Tonino Perna, su http://ilmanifesto.it (16/5/2017)

Prima Mafia-Capitale, adesso ‘Ndrangheta-crotonese, sembra che la gestione dei migranti sia solo appannaggio di ladri e mafiosi. È chiaro che se l'opinione pubblica italiana viene bombardata con queste notizie senza avere un quadro complessivo della situazione e delle responsabilità, dati circonstanziati, consegniamo l’Italia al più becero razzismo.
Sarà facile far circolare espressioni quali «lo Stato finanzia le mafie grazie ai migranti» oppure «l’accoglienza dei migranti serve solo alle mafie ed alla corruzione». Partiamo da un fatto: ci sono migliaia di volontari in Italia che accolgono i migranti quando sbarcano, soprattutto nei porti siciliani e calabresi, senza guadagnarci un soldo e spesso con grande dispendio di energie.
Così come ci sono migliaia di assistenti sociali, mediatori culturali, insegnanti, che lavorano negli S.p.r.a.r e che fanno un ottimo lavoro per l’integrazione culturale e sociale dei migranti.
Andate a Riace ed oltre, sulla costa jonica calabrese e potete vedere con i vostri occhi in decine di paesi, grandi e piccoli, il lavoro che stanno facendo associazioni collegate con Re.Co.Sol. ( Rete dei Comuni Solidali). È l’accoglienza diffusa che funziona, crea integrazione e ripopola Comuni e terre abbandonate, fa riaprire le scuole elementari, le farmacie e gli uffici postali: grazie al sistema di accoglienza diffuso dei migranti abbiamo assistito alla rinascita di Comuni desolati, dove solo pochi anziani erano rimasti a vederne la fine.
E poi ci sono i CARA (Centro Accoglienza Richiedenti Asilo) come quello di Sant’Anna, che sono tutti veri e propri lager, con condizioni di vita estreme per i migranti che dovrebbero essere ribattezzati come CASI (Centro Affaristico Sfruttamento Immigrati).
In particolare il CASI di Sant’Anna era ben noto alle autorità politiche e anche alla magistratura perché sono almeno dieci anni che giornalisti coraggiosi ed esponenti di associazioni umanitarie hanno denunciato questa orrenda e vergognosa situazione.
Speriamo che non bisogna aspettare il prossimo scandalo per scoprire che ci sono tanti CASI come quello di Isola Capo Rizzuto. Così come non bisogna più ignorare le condizioni dei migranti che le Prefetture mandano negli alberghi, dove vengono abbandonati a se stessi , sovente in posti isolati. Le Prefetture si giustificano col fatto che i Comuni disposti a sottoscrivere uno Sprar sono pochi e quindi devono trovare alternative.
Ma sicuramente non si possono abbandonare 80 giovani migranti in posti come Gambarie d’Aspromonte, per citare solo un caso tra i tanti, a mille e trecento metri d’altezza, a non far niente tutto l’inverno, sotto la neve in un posto che si popola solo la domenica e ad agosto.
È necessario ed urgente che le Prefetture rivedano questa procedura e affidino ad associazioni e cooperative sane ed efficienti ( e sono tante) la gestione dei bisogni di questi nuovi migranti. Soprattutto, è necessario ripensare tutto il sistema dell’accoglienza migranti.
Abbiamo lanciato come paese i «corridoi umanitari», grazie all’accordo tra governo italiano e libanese ed all’impegno economico e solidale della Federazione delle Chiese Evangeliche e della Comunità di Sant’Egidio.
Finora sono giunti così in Italia poco più di 800 profughi, per lo più siriani, e sono stati accolti in tante località diverse con percorsi di integrazione culturale, sociale ed economica che già stanno dando i loro frutti.
Si tratta di potenziare questo strumento che potrebbe servire da deterrente a chi rischia la vita salendo su un barcone: se ho la speranza di poter entrare legalmente in Italia, posso aspettare anche qualche anno prima di rischiare vita e denari.
Prima Mafia-Capitale, adesso ‘Ndrangheta-crotonese, sembra che la gestione dei migranti sia solo appannaggio di ladri e mafiosi. È chiaro che se l'opinione pubblica italiana viene bombardata con queste notizie senza avere un quadro complessivo della situazione e delle responsabilità, dati circonstanziati, consegniamo l’Italia al più becero razzismo.
Sarà facile far circolare espressioni quali «lo Stato finanzia le mafie grazie ai migranti» oppure «l’accoglienza dei migranti serve solo alle mafie ed alla corruzione». Partiamo da un fatto: ci sono migliaia di volontari in Italia che accolgono i migranti quando sbarcano, soprattutto nei porti siciliani e calabresi, senza guadagnarci un soldo e spesso con grande dispendio di energie.Così come ci sono migliaia di assistenti sociali, mediatori culturali, insegnanti, che lavorano negli S.p.r.a.r e che fanno un ottimo lavoro per l’integrazione culturale e sociale dei migranti.
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Il ruolo dell'attività fisica nell'apprendimento, soprattutto a scuola
La dicotomia fra corpo e mente è da ascriversi alla filosofia di Cartesio. Secondo le teorizzazioni del filosofo francese, ogni uomo possiede due entità separate con differenti funzioni, ovvero il corpo che presiede al movimento e la mente che ha la funzione di pensare e di imparare. Questa ideologia dicotomica ha influenzato i sistemi di istruzione nell’ambito della cultura occidentale. Tutto ciò si riflette nella quotidianità scolastica: durante lo svolgimento delle lezioni, gli alunni devono obbligatoriamente restare seduti. In altre parole, mentre la mente è impegnata a lavorare, il corpo svolge una funzione passiva, quasi di asservimento e di non disturbo al lavoro della mente.
Diverse evidenze scientifiche hanno dimostrato che l’attività fisica svolge un ruolo notevole sia per la salute del corpo che della mente. Qualsiasi attività fisica, in particolar modo il camminare e l’andare in bicicletta, ha dei riverberi positivi sugli apprendimenti scolastici. Questo si realizza per diverse ragioni.
In primo luogo, l’attività fisica stimola la neurogenesi, ovvero la nascita di nuove cellule nervose (i neuroni). Essa costituisce un meccanismo di autorigenerazione del cervello. Dopo la nascita la neurogenesi è particolarmente attiva nella zona cerebrale dell’ippocampo. Da qui le cellule prodotte migrano in altre zone del cervello e si differenziano, a seconda della localizzazione.
In secondo luogo, l’attività fisica incrementa il rilascio di BDNF, una proteina neurotrofica, che implementa i processi di crescita cerebrale. In pratica, il BDNF accresce la comparsa dei prolungamenti dendritici nelle cellule cerebrali e la creazione di nuove sinapsi fra neuroni. Diverse ricerche hanno mostrato che esiste una correlazione marcata fra attività fisica, produzione di BDNF e miglioramento dell’apprendimento. A questo riguardo, si è dimostrato che il ciclismo incrementa la capacità di imparare più parole in ambito linguistico.
In terza istanza, l’attività fisica ha un’influenza notevole su due strutture cerebrali, l’ippocampo e la corteccia entorinale, che sono alla base della memoria a breve termine. In pratica, l’attività corporea incrementa il loro volume.
Come quarto elemento, si può menzionare il ruolo positivo che l’attività fisica svolge sul controllo cognitivo. Con tale costrutto si intende una serie di funzioni esecutive che hanno un impatto notevole sugli apprendimenti scolastici, quali l’attenzione, la capacità di ragionamento, la capacità di pianificazione, l’abilità di risolvere un problema, la capacità di decidere, la flessibilità cognitiva, il controllo inibitorio verso gli stimoli distrattori e la memoria a breve termine.
In ultimo, l’attività fisica interviene sul rilascio dei neurotrasmettitori. Diversi studi hanno messo in evidenza che le attività corporee incrementano il rilascio dell’acido gamma - amino - butirrico (GABA), un neurotrasmettitore che ha un ruolo lenitivo nei confronti delle sindromi ansiose e depressive. Questi quadri clinici talvolta possono inficiare i processi di apprendimento.
di Vincenzo Amendolagine, su www.educare.it (8/5/2017)

La dicotomia fra corpo e mente è da ascriversi alla filosofia di Cartesio. Secondo le teorizzazioni del filosofo francese, ogni uomo possiede due entità separate con differenti funzioni, ovvero il corpo che presiede al movimento e la mente che ha la funzione di pensare e di imparare. Questa ideologia dicotomica ha influenzato i sistemi di istruzione nell’ambito della cultura occidentale. Tutto ciò si riflette nella quotidianità scolastica: durante lo svolgimento delle lezioni, gli alunni devono obbligatoriamente restare seduti. In altre parole, mentre la mente è impegnata a lavorare, il corpo svolge una funzione passiva, quasi di asservimento e di non disturbo al lavoro della mente.
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Educazione alla violenza di genere nei libri di testo
Ogni giorno entriamo nelle scuole, incontriamo genitori, educatrici e insegnanti, ragazze e ragazzi perché una prospettiva di genere, altri modelli di relazione, il rispetto dell’altra e dell’altro permeino la scuola e i contesti educativi. Purtroppo il lavoro meritorio e approfondito svolto in questi anni da Irene Biemmi prima (Educazione sessista. Stereotipi di genere nei libri delle elementari, Rosenberg&Sellier, 2010) e più di recente da Cristiano Corsetti e Irene Scierri (Differenze di genere nell’editoria scolastica. Indagine empirica sui sussidiari dei linguaggi per la scuola primaria, Nuova cultura, 2016) ci restituisce un panorama dei libri di testo, offerti ai bambini e alle bambine della scuola primaria, avvilente: il codice di autoregolamentazione prodotto alla fine degli anni Novanta nell’ambito del progetto Polite per contrastare la presenza di stereotipi sessisti nei libri scolastici è fondamentalmente disatteso. Eppure c’è ancora qualcosa che riesce a farci sussultare, in grado ancora di stupirci … negativamente.
Il libro Rossofuoco, testo di letture per la seconda classe di scuola primaria, edito da Ardea editrice, ci propone, nella versione ad uso delle insegnanti, una raffinata forma di educazione alla violenza di genere all’interno della relazione coniugale.
La scheda Due pesciolini innamorati richiede che venga completato il testo aiutandosi con le domande guida. Il brano racconta che “un giorno una pesciolina palla si innamorò di un pesce-martello. Ogni volta che volevano baciarsi, la povera pesciolina riceveva una martellata in testa e, dopo un po’, le spuntava un bernoccolo grosso come una melanzana e rosso rosso come un pomodoro maturo …” A questo punto le domande guida invitano a completare la storia “dei due pesci innamorati”.
Mentre in centinaia di migliaia scendiamo in piazza gridando il nostro rigetto verso ogni forma di violenza maschile contro le donne, di violenza di genere, di violenza omofoba, verso la società e la cultura che la producono, che la giustificano e che la tramandano.
Mentre quotidianamente ci impegnamo per diffondere un’educazione che promuova le differenze, il rispetto, la libertà di essere e di desiderare, che renda i bambini e le bambine, donne e uomini di domani, liber@ da un modello eteronormativo, all’interno del quale sia l’uomo il pater familia (come ancora oggi ci ricordava un amministratore pubblico durante un colloquio) il decisore, possessore e prevaricatore, mentre, dicevo, crediamo di poter incidere positivamente sugli immaginari in costruzione, a scuola si insegna (al prezzo di 15 euro a volume) che l’amore è martellate, lividi, sopportazione, sofferenza e sacrificio … e che, al di là di tutto questo, l’amore coniugale, la sopravvivenza della coppia, la sua solidità e indissolubilità trionferanno sulla pelle di bambine e bambini, donne e pescioline che la subiscono quotidianamente.
Ma la scuola ovviamente non è solo questo, per fortuna, e la didattica non è solo libri di testo: esistono collegi docenti che non li adottano e insegnanti che sanno inventare il loro percorso giorno dopo giorno, anno dopo anno, connotando la pratica educativa con una prospettiva di genere, progettando a partire dall’osservazione del contesto e delle alunne e degli alunni che hanno davanti, dedicando quel denaro all’acquisto di libri di qualità che sono chiavi che aprono porte, nel presente e nel futuro, dove ognun@ può trovare il proprio spazio di libertà e la propria rappresentazione.
su www.scosse.org (4/5/2017)

Ogni giorno entriamo nelle scuole, incontriamo genitori, educatrici e insegnanti, ragazze e ragazzi perché una prospettiva di genere, altri modelli di relazione, il rispetto dell’altra e dell’altro permeino la scuola e i contesti educativi. Purtroppo il lavoro meritorio e approfondito svolto in questi anni da Irene Biemmi prima (Educazione sessista. Stereotipi di genere nei libri delle elementari, Rosenberg&Sellier, 2010) e più di recente da Cristiano Corsetti e Irene Scierri (Differenze di genere nell’editoria scolastica. Indagine empirica sui sussidiari dei linguaggi per la scuola primaria, Nuova cultura, 2016) ci restituisce un panorama dei libri di testo, offerti ai bambini e alle bambine della scuola primaria, avvilente: il codice di autoregolamentazione prodotto alla fine degli anni Novanta nell’ambito del progetto Polite per contrastare la presenza di stereotipi sessisti nei libri scolastici è fondamentalmente disatteso. Eppure c’è ancora qualcosa che riesce a farci sussultare, in grado ancora di stupirci … negativamente.
Il libro Rossofuoco, testo di letture per la seconda classe di scuola primaria, edito da Ardea editrice, ci propone, nella versione ad uso delle insegnanti, una raffinata forma di educazione alla violenza di genere all’interno della relazione coniugale.
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"Ho molti amici gay": così si presenta l'omofobo
di Silvia Mazzocchi, su www.repubblica. it (29/4/2017)

L’Italia è tra i paesi più omofobi d’Europa e la politica, specchio dell’elettorato e dunque dei cittadini, ne rispecchia tutti i vizi. Sono già i dati a parlare chiaro: secondo l’agenzia dell’Unione Europea per i diritti fondamentali, il nostro è il Paese europeo in cui è più intensa la diffusione dell’omofobia in politica insieme alla Lituania. E le statistiche che riguardano i cittadini non sono da meno. Secondo l’Istat, quattro italiani su dieci pensano che sia poco o per niente accettabile che un omosessuale possa insegnare nella scuola elementare; uno su tre bolla come “inappropriato” che possa esercitare la professione medica e uno su cinque si dice infastidito dalla sola ipotesi di avere un omosessuale come vicino di casa.
A raccontare la “crociata omofoba dei politici italiani”  portata avanti in modo trasversale dal dopoguerra a oggi e settant’anni di battute, insulti e decisioni discriminatorie andate in scena nei teatri della politica, è Filippo Maria Battaglia, giornalista e scrittore con il suo ultimo libro, Ho molti amici gay (Bollati Boringhieri) che già dal titolo, ironico e tagliente, sottolinea  come l’affermazione sia generalmente la premessa-alibi con cui gli omofobi di casa nostra da sempre aprono, in privato o nelle aule parlamentari, i loro interventi  mirati a legittimare le loro azioni. Il retro pensiero è sempre lo stesso: nei decenni trascorsi, ma in gran parte ancora oggi, gli omosessuali non sono ben visti né come insegnanti, né come capi scout, né come medici, né come operatori sanitari. E, soprattutto, mai e poi mai, alle persone dello stesso sesso è concesso lasciarsi andare a effusioni affettive in pubblico.
Le battaglie contro chi è stato definito “malato” o “anormale”, non hanno colore politico; La sinistra di Togliatti in principio (e non solo) e, da sempre, la destra (basti ricordare Gianfranco Fini e la censura senza appello nei confronti degli insegnanti omo), combattono più o meno apertamente  il diritto di ciascuno di esprimere liberamente la propria sessualità. A prova della eterna “ crociata omofoba”, Ho molti amici gay cita atti parlamentari e pubbliche prese di posizione, interventi e iniziative spesso volute perfino da chi è stato considerato  un padre della Patria. Ma un dato positivo c’è: l’Istat ha rilevato che fra i giovani le cose stanno cambiando e che tra loro si va facendo strada un maggiore rispetto verso i diritti di tutti. E qualcosa sta cambiando anche nella politica: l’autore ricorda che una spinta di progresso indiscutibile è recentemente arrivata dalle legge sulle coppie di fatto voluta dalla dem, Monica Cirinnà, che ha esteso i diritti delle unioni etero a quelle tra omosessuali.
L’omofobia non ha colore politico?
"Purtroppo è trasversale. Coinvolge sia la destra che la sinistra, e contamina anche i movimenti che si sono affacciati sulla scena politica negli ultimi anni.  Ciò accade sin dall’immediato dopoguerra: venerati padri della patria come Palmiro Togliatti, o leader carismatici come Enrico Berlinguer, si sono scagliati contro intellettuali e avversari, definendoli “invertiti” o “pederasti”. Le cose più sorprendenti, però, arrivano probabilmente dal passato più recente. È il caso, tra gli altri, di Francesco Rutelli, che da sindaco di Roma nel 2000 decide di revocare il patrocinio al World Pride accogliendo così le critiche dei cattolici più intransigenti convinti che la manifestazione avrebbe leso “la sacralità della città santa” durante il Giubileo. O di Massimo D’Alema, che da vicepremier del secondo governo Prodi, mentre si discutono i Di.co., accusa il centrosinistra di essersi fatto “incastrare a discutere di questioni marginali rispetto ai problemi del Paese”. Per non parlare del centrodestra: qui il campionario è sterminato, e finisce impresso persino su carta intestata del governo italiano. È il 2004 quando il ministro Tremaglia, per protestare contro la mancata elezione di Rocco Buttiglione a commissario europeo, decide di insultare gli europarlamentari, definendoli “culattoni” in un comunicato stampa ufficiale".
La discriminazione dei gay è purtroppo radicata nella società; perché un libro su quella della politica?
"Perché una storia dell’omofobia in politica ad oggi non c’era; e soprattutto perché la politica rappresenta la società italiana, con buona pace di chi pensa che ci sia una classe dirigente brutta, sporca e cattiva, contrapposta a una società civile virtuosa e ricca di infinite qualità. Nulla di più falso e fuorviante: parlamentari e amministratori sono quasi sempre lo specchio del proprio elettorato, anche se occorre ammettere che ce la mettono tutta per rappresentarlo al peggio. Altrimenti non si spiegherebbe perché certe cose accadono in Italia e non altrove".
L’Italia è ancora tra i paesi più omofobi d’Europa?
"I dati non lasciano spazi a fraintendimenti: secondo l’agenzia dell’Unione Europea per i diritti fondamentali, il nostro è il Paese europeo in cui è più intensa la diffusione dell’omofobia in politica insieme alla Lituania. E se si guardano le statistiche sui cittadini le cose vanno persino peggio. Per l’Istat, quattro italiani su dieci ritengono infatti che sia poco o per niente accettabile che un omosessuale faccia l’insegnante di scuola elementare; uno su tre valuta “inappropriato” che svolga l’attività di medico; uno su cinque proverebbe fastidio o disagio alla sola idea di avere un omosessuale come vicino di casa. Il quadro migliora coi più giovani, ma resta ancora tanto da fare, se è vero che solo due ragazzi su tre ritengono “accettabile” una relazione affettiva tra due uomini".
L’Italia è tra i paesi più omofobi d’Europa e la politica, specchio dell’elettorato e dunque dei cittadini, ne rispecchia tutti i vizi. Sono già i dati a parlare chiaro: secondo l’agenzia dell’Unione Europea per i diritti fondamentali, il nostro è il Paese europeo in cui è più intensa la diffusione dell’omofobia in politica insieme alla Lituania. E le statistiche che riguardano i cittadini non sono da meno. Secondo l’Istat, quattro italiani su dieci pensano che sia poco o per niente accettabile che un omosessuale possa insegnare nella scuola elementare; uno su tre bolla come “inappropriato” che possa esercitare la professione medica e uno su cinque si dice infastidito dalla sola ipotesi di avere un omosessuale come vicino di casa.
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Un prodotto chiamato donna, il corpo acefalo della pubblicità
di Annamaria Arlotta, su http://ilmanifesto.it (25/4/20127)

Quando si pensa alla pubblicità sessista vengono in mente donne in pose provocanti e doppi sensi squallidi. "Te la do gratis/ perché pagarla di più/ tu dove glielo metteresti/ montami a casa tua" e simili, ricorrenti slogan.
O si immaginano pezzi di corpi femminili associati a prodotti, per esempio le bocce da bowling di una ditta di Messina, o dei grandi hamburger di un locale di ristorazione, sovrapposti ai seni.
Sono casi abbastanza chiari, la volgarità è palese.
Ma il sessismo può assumere forme eleganti, raffinate.
Mentre non usa porre oggetti davanti alla faccia o in testa a un uomo, alla donna si mette di tutto, dalle scarpe ai paralumi che le coprono il volto (Arredamenti Pezzini) dalle tazzine di caffè della Lavazza ai piatti della collezione dei supermercati Simply, o all’insalata della Fiera del gusto di Gorizia. O magari le si nasconde il volto con una papera di gomma:
Spesso, anziché nasconderle il viso, lo si elimina proprio, e l’immagine pubblicitaria consiste di un corpo acefalo.
Un’altra forma di sessismo è la scelta del carattere della donna.
Se non è sexy o dolce moglie e mammina, negli spot televisivi diventa emotiva, aggressiva, imprevedibile, infantile, o con un misto di queste caratteristiche, a cui viene aggiunta a volte la connotazione sessuale. Esempi. Canone Rai: uomo posato, donna infantile e isterica. Costa crociere: donna che sfrutta la sessualità per attirare l’attenzione dell’uomo e poi diventa violenta. Golia: bambina deficiente.
Diversi uomini trovano queste pubblicità offensive per loro. Sono d’accordo. Non si accorgono, tuttavia, che la donna, lungi dall’essere vincente, è rappresentata come mentalmente instabile. Non ci sono vincitori in questi spot, solo perdenti.
Poi c’è la caratterizzazione dei bambini, con stereotipi a go-go: le bambine interessate al loro aspetto, passive e sorridenti, desiderano essere ballerine e principesse. I bambini amano l’avventura, vogliono diventare esploratori o astronauti e sono mostrati con oggetti come binocoli o timoni, in movimento.
A volte, per fortuna, si reagisce: nel 2015 uscì uno spot della Kimberly-Clark per i pannolini Huggies in cui si diceva «lei penserà a farsi bella, lui a fare goal». La pagina facebook della ditta fu sommersa dalle critiche, moltissime di giovani papà e mamme, l’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria ricevette tante segnalazioni di sessismo, e la Kimberly-Clark fu costretta a modificare il costosissimo spot.
Nella pubblicità italiana lavori domestici e cura dei figli sono puntualmente appannaggio della donna. «Emozioni che si tramandano» recita lo slogan del detersivo Scala, con una mamma e una bambina sorridenti con le ramazze in mano.
Ma ci sono anche modi più subdoli nell’attribuire attitudini femminili e maschili secondo stereotipi antiquati. Tempo fa un opuscolo della Samsung pubblicizzava un computer mostrando un uomo, vestito, con lo sguardo intento di chi sta lavorando, e una da donna semivestita e sdraiata sul letto. Il testo chiariva che “lei” può usare il portatile per chattare, fare shopping e guardare film.
Dunque il messaggio è che l’uomo guadagna, lei spende, si dedica ad attività superficiali ed è sempre sexy. Un altro esempio di attribuzione di attitudini diverse è la “cassetta degli attrezzi” del 2016 della Lycia: per la donna nella cassetta ci sono i trucchi e per l’uomo gli attrezzi da lavoro. Anche in questo caso, per fortuna, c’è stata una forte reazione di critica. La ditta non ha modificato l’immagine ma si spera che non ripeta l’errore in futuro.
Uno degli aspetti più subdoli del sessismo è la ricerca dell’aderenza di forma e colore tra la donna e il prodotto. L’acqua Brio blu della Rocchetta ne è un esempio.
Quando la vincitrice di Miss Italia 2013 fece da testimonial per questa pubblicità il fotografo Ico Gasparri, da decenni impegnato nel contrasto alla pubblicità sessista, rivolgendosi alle aspiranti Miss, scrisse: «Guardate a cosa hanno portato i tanti sforzi, i probabili sacrifici personali e familiari, le tante aspettative della vostra collega vincitrice dell’edizione 2012: a fare la bottiglia di acqua minerale! Ad assumerne i colori, a interpretarne l’effervescenza e la briosità, ancheggiando, saltellando e contorcendosi in improbabili pose da pubblicità all’italiana».
Altri esempi di aderenza tra donna e prodotto sono il chicco di caffè sul volto di una ragazza per la Pellini, il logo della Abarth sul collo della modella in uno spot della Fiat, la donna-supposta di glicerina dello spot di Eva Q, e i chicchi di caffè al posto dei peli dell’inguine di una donna nuda per il caffè Godo.
L’aderenza si estende poi al carattere, che serve a rappresentare le diverse caratteristiche di un prodotto alimentare, come nella pubblicità dell’olio Bertolli dove tre gemelle rappresentano i gusti.
Nel nostro Paese, dove persiste la visione del ruolo ancillare della donna, la pubblicità la usa per attirare l’attenzione, rallegrare, stimolare l’erotismo, a far identificare il prodotto con piacere, allegria, spensieratezza. Alle donne acquirenti si chiede di immedesimarsi con le modelle seducenti o con le mammine felici. E le stesse ditte che, come la Muller, all’estero promuovono una figura di donna moderna, e nelle cui pubblicità compaiono donne di tutte le età, di fisici diversi, vestite normalmente, in Italia si ostinano a «far l’amore con il sapore».
Quando si pensa alla pubblicità sessista vengono in mente donne in pose provocanti e doppi sensi squallidi. "Te la do gratis / perché pagarla di più / tu dove glielo metteresti / montami a casa tua" e simili, ricorrenti slogan. O si immaginano pezzi di corpi femminili associati a prodotti, per esempio le bocce da bowling di una ditta di Messina, o dei grandi hamburger di un locale di ristorazione, sovrapposti ai seni.
Sono casi abbastanza chiari, la volgarità è palese.
Ma il sessismo può assumere forme eleganti, raffinate.
Mentre non usa porre oggetti davanti alla faccia o in testa a un uomo, alla donna si mette di tutto, dalle scarpe ai paralumi che le coprono il volto (Arredamenti Pezzini) dalle tazzine di caffè della Lavazza ai piatti della collezione dei supermercati Simply, o all’insalata della Fiera del gusto di Gorizia. O magari le si nasconde il volto con una papera di gomma.
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In Italia 1 minore su 10 abbandona gli studi
da Redazione, su https://www.savethechildren.it (7/4/2017)

La metà degli alunni è senza mensa a scuola, solo 1 bambino su 10 può andare all’asilo nido e il tempo pieno è assente in 7 scuole primarie su 10. Più di 1 ragazzo su 10 abbandona gli studi prima del tempo, 1 su 5 non raggiunge le competenze minime in matematica e in lettura e 3 su 5 non partecipano ad attività culturali e ricreative. In occasione del rilancio della campagna “Illuminiamo il futuro” per il contrasto alla povertà educativa, Save The Children presenta un nuovo rapporto e dà il via ad una petizione, disponibile sul sito www.illuminiamoilfuturo.it, per chiedere asilo nido per tutti i bambini, mense scolastiche uguali per tutti e l’attuazione immediata del piano di contrasto alla povertà.
Dal 3 al 9 aprile al via una settimana di mobilitazione con oltre 650 eventi e iniziative in tutta Italia, promosse da scuole, associazioni, enti, istituzioni culturali e realtà locali, per sensibilizzare sull’importanze della lotta alla povertà educativa. “Un Paese dove la percentuale di minori in povertà assoluta – oltre 1,1 milioni – è quasi triplicata negli ultimi 10 anni (passando dal 3,9% della popolazione di riferimento nel 2005 al 10,9% nel 2015) e che, nonostante il numero di ragazzi che abbandonano precocemente gli studi si sia più che dimezzato negli ultimi 23 anni (passando dal 38% del 1992 al 15% del 2015), rimane indietro rispetto ai paesi della Unione Europea (la cui media è dell’11%) posizionandosi al quartultimo posto nella classifica dei paesi per early school leavers, seguito soltanto da Romania (19%), Spagna e Malta (a parimerito con il 20%)” è la fotografia scattata dall’Organizzazione, che evidenzia come “nonostante in Italia la percentuale di ragazzi che non raggiungono le competenze minime in matematica sia scesa di ben 10 punti percentuali, passando dal 33% del 2006 al 23% del 2015, il trend positivo si è arrestato negli ultimi 6 anni (paesi come Cina, Russia e Vietnam presentano percentuali molto più basse dell’Italia, comprese tra il 16% e il 19%). Il numero dei ragazzi che non partecipano ad attività culturali, ricreative e sportive è aumentata di 6 punti percentuali dal 2010 al 2013 (passando dal 59% al 65%), attestandosi attualmente al 60%”.
Bambini e ragazzi – denuncia Save The Children – sono privati spesso della possibilità di apprendere e sviluppare i propri talenti, capacità e aspirazioni, vengono negate opportunità fondamentali per la loro crescita: solo la metà degli alunni italiani usufruisce della mensa scolastica (52%, percentuale che purtroppo non ha subito alcun miglioramento negli ultimi 3 anni), poco più di 1 bambino su 10 riesce ad andare al nido, dato che negli ultimi 10 anni non ha registrato sostanziali progressi. Il tempo pieno è assente nel 68% delle classi nella scuola primaria (percentuale invariata negli ultimi 3 anni scolastici) e nell’85% nella secondaria (percentuale che dall’anno scolastico 2012-13 è peggiorata di 5 punti percentuali).
Tre alunni su 5 frequentano istituti con infrastrutture inadeguate. I dati sono contenuti nel nuovo rapporto “Futuro in partenza? L’impatto delle povertà educative sull’infanzia in Italia”, presentato oggi da Save the Children in occasione del rilancio della campagna per il contrasto alla povertà educativa. Dal rapporto emerge un quadro dell’Italia che dopo anni stenta a far decollare il futuro dei propri ragazzi e che, nonostante alcuni miglioramenti negli ultimi anni, risulta ancora lontana dal resto dell’Europa e in cui le maggiori privazioni educative per i minori si registrano soprattutto al Sud, con ritardi importanti che non risparmiano tuttavia le regioni del Centro e del Nord. Sono soprattutto i minori che provengono dalle famiglie svantaggiate dal punto di vista socio-economico a subire le più gravi conseguenze della povertà educativa e si tratta di un fenomeno in forte crescita, in considerazione che anche la percentuale di minori che vivono in povertà relativa – più di 2 milioni di bambini e adolescenti – è quasi raddoppiata dal 2005, passando dal 12,6% della popolazione di riferimento al 20,2% nel 2015 e in particolare ha subito un’impennata di quasi 8 punti percentuali dal 2011 al 2015.
“Il nostro è un Paese in cui non sono le pari opportunità a determinare i percorsi educativi e di vita dei ragazzi, ma lo svantaggio ereditato dalle famiglie. La povertà economica ed educativa dei genitori viene trasmessa ai figli, che a loro volta, da adulti, potrebbero essere a rischio povertà ed esclusione sociale. È un circolo vizioso che coinvolge e compromette il futuro di oltre un milione di bambini e che va immediatamente spezzato – afferma Valerio Neri, Direttore generale di Save the Children – serve un impegno urgente e concreto da parte delle istituzioni: non è accettabile che vi siano bambini costretti a vivere gravi deprivazioni materiali ed educative, che non solo non hanno la possibilità di costruirsi un domani, ma che non possono neanche sognarlo. Dobbiamo dare ad ogni bambino la possibilità di far decollare le proprie aspirazioni e i propri sogni”.
Dal 3 al 9 aprile Save the Children rilancia la campagna “Illuminiamo il futuro” per il contrasto alla povertà educativa, ormai giunta al suo quarto anno. Una settimana di mobilitazione, con oltre 650 eventi e iniziative in tutta Italia in cui saranno coinvolte centinaia di associazioni, enti, scuole, realtà locali e istituzioni culturali che hanno scelto di essere al fianco dell’Organizzazione per sensibilizzare e informare sull’importanza delle opportunità educative per la crescita dei più piccoli. Tantissime le iniziative che si terranno nelle diverse città: dal Teatro Massimo di Palermo che aprirà le porte ai bambini e ai ragazzi dei quartieri della Zisa e dello Zen per la prova generale del balletto “Trittico Contemporaneo” alla proiezione del documentario sulla povertà educativa “In the seventh nation” al Sottodiciotto Film Festival di Torino, dalla tradizionale corsa podistica Vivicittà della Uisp alle mini olimpiadi in inglese organizzate dalla scuola IC Mazzini di Bari, dal Galata Museo del Mare di Genova, il più grande museo marittimo del Mediterraneo, che ospiterà i bambini di Sestri Ponente, al MAXXI di Roma che vedrà impegnati i minori migranti in un laboratorio sulla fotografa Letizia Battaglia. E, ancora, eventi musicali a Milano con il Festival delle Orchestre Giovanili al Conservatorio e l’Orchestra In Blue Jeans nel quartiere Quarto Oggiaro. In occasione di questa nuova edizione di “Illuminiamo il futuro”, Save the Children lancia oggi una petizione – disponibile sul sito www.illuminiamoilfuturo.it – per chiedere al Governo e al Parlamento di sbloccare, prima della scadenza della legislatura, alcuni provvedimenti fondamentali che garantiscano a tutti i bambini l’accesso all’asilo nido e a un sistema di mense scolastiche uguale per tutti e l’attuazione immediata del piano di contrasto alla povertà varato di recente dal Parlamento, segnando così l’inizio di un intervento strutturale ad ampio raggio per combattere la povertà minorile in tutte le sue forme.
La metà degli alunni è senza mensa a scuola, solo 1 bambino su 10 può andare all’asilo nido e il tempo pieno è assente in 7 scuole primarie su 10. Più di 1 ragazzo su 10 abbandona gli studi prima del tempo, 1 su 5 non raggiunge le competenze minime in matematica e in lettura e 3 su 5 non partecipano ad attività culturali e ricreative. In occasione del rilancio della campagna “Illuminiamo il futuro” per il contrasto alla povertà educativa, Save The Children presenta un nuovo rapporto e dà il via ad una petizione, disponibile sul sito www.illuminiamoilfuturo.it, per chiedere asilo nido per tutti i bambini, mense scolastiche uguali per tutti e l’attuazione immediata del piano di contrasto alla povertà.
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La vita dei bambini “libellula” prigionieri di un corpo estraneo
di Maria Corbi, su www.lastampa.it (4/4/2017)

Circa l’1 per cento dei ragazzini sotto i 12 anni si sente a disagio con la propria identità. All’estero la terapia è psicologica e ormonale. E in Italia nascono i primi centri dedicati.
Non chiamatelo disturbo dell’identità di genere, ma disforia, ossia «malsopportazione», perché non sentirsi a proprio agio nel proprio corpo non è da considerarsi una malattia, bensì una condizione. E quando a reclamare una identità diversa da quella imposta dal certificato di nascita sono i minorenni le cose si complicano. In Gran Bretagna e Olanda ma anche negli Stati Uniti sono un pezzo avanti ma anche da noi qualcosa si muove. A iniziare dai centri dedicati ai bambini «libellula» attivi a Torino, Milano, Trieste Bologna, Firenze, Napoli e Bari.
Difficile «dare i numeri» del fenomeno e capire se sono veramente in aumento perché, avverte Damiana Massara, coordinatrice della commissione minorenni della Onig, «non tutti i genitori di bambini e non tutti gli adolescenti si rivolgono ai centri, quindi i dati che abbiamo sono per forza sottostimati. C’è sicuramente una maggiore attenzione da parte dei genitori al problema».
Ad aver cercato di ragionare sui numeri sono stati per primi gli olandesi, pionieri in questo campo, e secondo il loro studio il problema può riguardare circa l’1 per cento della popolazione under 12. Dato che si sovrappone a quello individuato dai ricercatori canadesi. Secondo la dottoressa Kristina R. Olson che a Seattle sta lavorando al più largo studio di sempre su bambini fluid gender la stima più probabile è fra lo 0,3 e l’uno per cento del totale. In Italia, come spesso accade, l’attenzione sul tema viene accesa da un «caso» che fa notizia. E così è stato con Camilla, la mamma che ha aperto un blog per raccontare la vita del suo bambino a cui non piacciono super eroi e macchine ma bambole e il colore rosa.
Per la disforia di genere minorile, esistono linee guida internazionali, che in Italia non sono ancora state recepite. Ci sono però i centri che se ne occupano come l’unità di Medicina della Sessualità e Andrologia dell’ospedale universitario Careggi, a Firenze diretto dal professor Mario Maggi. «Facendo uno studio abbiamo visto che 4 soggetti su 5 hanno avuto un esordio precoce della disforia, prima degli 11 anni», spiega il professor Mario Maggi. E mentre da noi l’attenzione a queste problematiche in età infantile e adolescenziale è quasi una novità in Olanda (ma anche negli altri Paesi del Nord Europa, negli Stati Uniti e in Canada) è dagli Anni 80 che si dà attenzione a questa fascia di età. «L’Olanda è stata pioniera in questo», conferma Maggi, «perché hanno capito che bisogna intercettare la disforia in età adolescenziale e trattare i soggetti sia con un approccio psicologico, sia medico con il blocco dell’evoluzione puberale nei casi compresi nelle linee guida internazionali». Il fine è quello di «allungare la finestra di ascolto», spiega Jiska Ristori, psicologa del Careggi. «Senza subire la sofferenza di un corpo che si sviluppa in una direzione non desiderata».
«Nei bambini (under 12) che mostrano comportamenti cross-gender solo il 15 per cento li mostrerà ancora in età adolescenziale. Questo perché l’identità sessuale dei bambini è fluida e in divenire», continua la Ristori. «Quando invece la disforia di genere persiste in età adolescenziale raramente poi desiste». Per questo, «prescrivere i bloccanti della pubertà significa dare all’adolescente più tempo per riflettere sulla sua identità sessuale e di genere». Ma in Italia non si può fare, perché è impossibile per un medico prescrivere un piano terapeutico ormonale per la disforia di genere nei minorenni in quanto non è riconosciuta come entità nosografica. Solo in due casi al Careggi, nel 2013, si è avuto un permesso speciale per due ragazzi, un maschio e una femmina, che si erano costretti al digiuno dopo aver saputo alla lezione di biologia che una corretta alimentazione favorisce una pubertà sana. E il rischio in questi casi è anche la tendenza suicidaria. «Questo ci ha permesso di ottenere sul caso singolo un permesso dal comitato etico dell’ospedale per l’utilizzo dei farmaci. E adesso i due ragazzi stanno benissimo», dice Maggi. E quindi, fa notare il professore, ci siamo chiesti «quanti casi di anoressia in età adolescenziale sono in realtà casi di disforia di genere? E in questa direzione stiamo lavorando».
Ma l’utilizzo dei farmaci che bloccano la pubertà crea in Italia ancora forti polemiche. Il tema «gender» trova in assoluto molti ostacoli, figuriamoci quando si tratta di minori, soprattutto se si propone di portare il tema nelle scuole dove le associazioni cattoliche fanno le barricate. «Mentre nelle scuole è importante informare i ragazzi, spiegare loro che mentre l’identità di genere è la percezione soggettiva del proprio essere, l’orientamento sessuale riguarda la scelta del partner. E che il ruolo di genere, ossia come si esprime al mondo la propria identità, dipende dalla società in cui ci si trova e dagli stereotipi che vi insistono».
Quindi la disforia deve essere considerata come un disequilibrio nell’identità di genere. Ed è importante fare una diagnosi precoce e accurata. Psicologi e psichiatri devono valutare se il soggetto adolescente non stia nascondendo in realtà dietro a una disforia un suo orientamento sessuale, omosessuale o lesbico, che considera più difficile da accettare. C’è poi lo psichiatra che deve fare una diagnosi differenziale, come spiega Giovanni Castellini, del team del Careggi, «per escludere che vi siano situazioni, come per esempio una psicosi, capaci di simulare una disforia di genere».
Non chiamatelo disturbo dell’identità di genere, ma disforia, ossia «malsopportazione», perché non sentirsi a proprio agio nel proprio corpo non è da considerarsi una malattia, bensì una condizione. E quando a reclamare una identità diversa da quella imposta dal certificato di nascita sono i minorenni le cose si complicano. In Gran Bretagna e Olanda ma anche negli Stati Uniti sono un pezzo avanti ma anche da noi qualcosa si muove. A iniziare dai centri dedicati ai bambini «libellula» attivi a Torino, Milano, Trieste Bologna, Firenze, Napoli e Bari.  Difficile «dare i numeri» del fenomeno e capire se sono veramente in aumento perché, avverte Damiana Massara, coordinatrice della commissione minorenni della Onig, «non tutti i genitori di bambini e non tutti gli adolescenti si rivolgono ai centri, quindi i dati che abbiamo sono per forza sottostimati. C’è sicuramente una maggiore attenzione da parte dei genitori al problema».  Ad aver cercato di ragionare sui numeri sono stati per primi gli olandesi, pionieri in questo campo, e secondo il loro studio il problema può riguardare circa l’1 per cento della popolazione under 12. Dato che si sovrappone a quello individuato dai ricercatori canadesi. Secondo la dottoressa Kristina R. Olson che a Seattle sta lavorando al più largo studio di sempre su bambini fluid gender la stima più probabile è fra lo 0,3 e l’uno per cento del totale. In Italia, come spesso accade, l’attenzione sul tema viene accesa da un «caso» che fa notizia. E così è stato con Camilla, la mamma che ha aperto un blog per raccontare la vita del suo bambino a cui non piacciono super eroi e macchine ma bambole e il colore rosa.   Per la disforia di genere minorile, esistono linee guida internazionali, che in Italia non sono ancora state recepite. Ci sono però i centri che se ne occupano come l’unità di Medicina della Sessualità e Andrologia dell’ospedale universitario Careggi, a Firenze diretto dal professor Mario Maggi. «Facendo uno studio abbiamo visto che 4 soggetti su 5 hanno avuto un esordio precoce della disforia, prima degli 11 anni», spiega il professor Mario Maggi. E mentre da noi l’attenzione a queste problematiche in età infantile e adolescenziale è quasi una novità in Olanda (ma anche negli altri Paesi del Nord Europa, negli Stati Uniti e in Canada) è dagli Anni 80 che si dà attenzione a questa fascia di età. «L’Olanda è stata pioniera in questo», conferma Maggi, «perché hanno capito che bisogna intercettare la disforia in età adolescenziale e trattare i soggetti sia con un approccio psicologico, sia medico con il blocco dell’evoluzione puberale nei casi compresi nelle linee guida internazionali». Il fine è quello di «allungare la finestra di ascolto», spiega Jiska Ristori, psicologa del Careggi. «Senza subire la sofferenza di un corpo che si sviluppa in una direzione non desiderata».   «Nei bambini (under 12) che mostrano comportamenti cross-gender solo il 15 per cento li mostrerà ancora in età adolescenziale. Questo perché l’identità sessuale dei bambini è fluida e in divenire», continua la Ristori. «Quando invece la disforia di genere persiste in età adolescenziale raramente poi desiste». Per questo, «prescrivere i bloccanti della pubertà significa dare all’adolescente più tempo per riflettere sulla sua identità sessuale e di genere». Ma in Italia non si può fare, perché è impossibile per un medico prescrivere un piano terapeutico ormonale per la disforia di genere nei minorenni in quanto non è riconosciuta come entità nosografica. Solo in due casi al Careggi, nel 2013, si è avuto un permesso speciale per due ragazzi, un maschio e una femmina, che si erano costretti al digiuno dopo aver saputo alla lezione di biologia che una corretta alimentazione favorisce una pubertà sana. E il rischio in questi casi è anche la tendenza suicidaria. «Questo ci ha permesso di ottenere sul caso singolo un permesso dal comitato etico dell’ospedale per l’utilizzo dei farmaci. E adesso i due ragazzi stanno benissimo», dice Maggi. E quindi, fa notare il professore, ci siamo chiesti «quanti casi di anoressia in età adolescenziale sono in realtà casi di disforia di genere? E in questa direzione stiamo lavorando».  Ma l’utilizzo dei farmaci che bloccano la pubertà crea in Italia ancora forti polemiche. Il tema «gender» trova in assoluto molti ostacoli, figuriamoci quando si tratta di minori, soprattutto se si propone di portare il tema nelle scuole dove le associazioni cattoliche fanno le barricate. «Mentre nelle scuole è importante informare i ragazzi, spiegare loro che mentre l’identità di genere è la percezione soggettiva del proprio essere, l’orientamento sessuale riguarda la scelta del partner. E che il ruolo di genere, ossia come si esprime al mondo la propria identità, dipende dalla società in cui ci si trova e dagli stereotipi che vi insistono». Quindi la disforia deve essere considerata come un disequilibrio nell’identità di genere. Ed è importante fare una diagnosi precoce e accurata. Psicologi e psichiatri devono valutare se il soggetto adolescente non stia nascondendo in realtà dietro a una disforia un suo orientamento sessuale, omosessuale o lesbico, che considera più difficile da accettare. C’è poi lo psichiatra che deve fare una diagnosi differenziale, come spiega Giovanni Castellini, del team del Careggi, «per escludere che vi siano situazioni, come per esempio una psicosi, capaci di simulare una disforia di genere». 
Non chiamatelo disturbo dell’identità di genere, ma disforia, ossia «malsopportazione», perché non sentirsi a proprio agio nel proprio corpo non è da considerarsi una malattia, bensì una condizione. E quando a reclamare una identità diversa da quella imposta dal certificato di nascita sono i minorenni le cose si complicano. In Gran Bretagna e Olanda ma anche negli Stati Uniti sono un pezzo avanti ma anche da noi qualcosa si muove. A iniziare dai centri dedicati ai bambini «libellula» attivi a Torino, Milano, Trieste Bologna, Firenze, Napoli e Bari.
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Aristotele, Adorno e l’inganno della post-verità
Stiamo transitando dalla civiltà della ragione alla civiltà dell’emozione. E la prova è il dilagare della cosiddetta post-verità. Ovvero la verità nell’epoca della sua riproducibilità tecnologica. Dominata dai social media che sostituiscono l’oggettività con l’opinione, l’attendibilità della fonte con la fascinazione della testimonianza, l’autorevolezza della spiegazione con l’incantamento della narrazione. E quando l’impatto emotivo del racconto è più forte della qualità delle argomentazioni e della fondatezza delle prove, l’informazione tende inesorabilmente a scivolare verso la fiction.
È uno dei paradossi della connessione permanente. L’aumento delle conoscenze disponibili e accessibili con un semplice clic, assieme ai progressi delle tecnologie comunicative e alla crescita esponenziale dei flussi di trasmissione della cultura, stanno provocando una sorta di nichilismo digitale. Con la tracimazione di fake news incontrollate e spesso incontrollabili. E la viralizzazione inarrestabile delle post-verità. Che nell’orizzontalità della Rete, senza gerarchia e senza cronologia, trovano uno strumento di diffusione formidabile e senza filtri. Così voci, leggende metropolitane, pseudo scoperte scientifiche, bufale, finte evidenze e correlazioni fantasiose fanno sembrare vero quello che vero non è. Col risultato di mettere sullo stesso piano esternazioni banali e intuizioni geniali. Chiacchiere 2.0 e acquisizioni consolidate, nozioni confermate dal tempo, legittimate dalle verifiche, garantite dalle competenze. Assistiamo e partecipiamo a un confronto caotico, e al momento impari, tra cultura e impostura. Solo apparentemente democratico. Perché, come diceva Aristotele duemilaquattrocento anni fa, quando in una società viene meno ogni principio condiviso di oggettività e di autorevolezza, di verifica razionale dei fattori di accertamento della verità, la democrazia non può che degenerare in demagogia. Che della prima è la caricatura anabolizzata.
Rumorosa e minacciosa. Plebiscitaria e totalitaria. Chissà cosa direbbe oggi il grande filosofo di Stagira davanti alle dimensioni planetarie della polis globale, dove la propria opinione non viene più scritta su un coccio di terracotta o su una conchiglia, come si faceva ad Atene, ma postata urbi et orbi, con effetti spesso destabilizzanti. Ostracismi, giudizi sommari, gogne mediatiche. E la questione non è la vecchia contrapposizione tra cultura popolare e cultura ufficiale. Perché la cultura può nascere anche dal basso, ma deve guadagnarsi quel livello di riconoscimento collettivo, che la distingue da una boiata qualsiasi. O, peggio, da una falsità deliberata.
Rimane il fatto che il problema non è la Rete in sé, ma l’uso dilettantesco che ne stiamo facendo. Anche per il fatto che navighiamo a vista tra le onde impetuose di una rivoluzione culturale paragonabile all’invenzione della stampa. E, prima ancora, a quella della scrittura, che hanno segnato dei punti di non ritorno nella storia dell’umanità.
Insomma, siamo in mezzo a un guado e non abbiamo ancora imparato a padroneggiare i poteri straordinari di questi  mezzi che spesso usiamo come giocattoli. Subendone l’incanto che moltiplica oltremisura il ruolo delle emozioni.
Non a caso il nostro rapporto con le news diventa ogni giorno più emotivo che critico, più immaginativo che riflessivo. Consumiamo con avidità notizie aumentate, che proprio come l’augmented reality cui siamo assuefatti, ci sembrano avere una definizione più alta, indispensabile a catturare la nostra attenzione. A emozionarci, stupirci, scuoterci. Che si tratti della morsa del gelo o degli attacchi terroristici, dei migranti o della meningite. Con un atteggiamento sempre più sentimentalistico e sensazionalistico. Non a caso quello che chiamiamo sensazionalismo ha a che fare, anche etimologicamente, con i sensi, con la pelle, la pancia, il cuore. Usiamo sempre più frequentemente espressioni del tipo “quelle immagini mi hanno fatto venire i brividi”, “mi sono emozionato”. Reazioni più etologiche che logiche. Ci sta succedendo quello che aveva previsto il filosofo Theodor Adorno, vale a dire che giunto al suo apogeo l’illuminismo si sta rovesciando in mitologia.
di Marino Niola, su www.marinoniola.it (21/3/2017)

Stiamo transitando dalla civiltà della ragione alla civiltà dell’emozione. E la prova è il dilagare della cosiddetta post-verità. Ovvero la verità nell’epoca della sua riproducibilità tecnologica. Dominata dai social media che sostituiscono l’oggettività con l’opinione, l’attendibilità della fonte con la fascinazione della testimonianza, l’autorevolezza della spiegazione con l’incantamento della narrazione. E quando l’impatto emotivo del racconto è più forte della qualità delle argomentazioni e della fondatezza delle prove, l’informazione tende inesorabilmente a scivolare verso la fiction.
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